LXXXII.Il pittore, come intendete, non fu ammesso nella mia sala nè nei quattro dì ch'io fui partoriente, nè nei molti che durò il mio puerperio. Il suo palchetto rimase immobile dov'era, e la sua copia rimase interrotta accanto il bellissimo originale: non però interrotta di tanto, che il volto non fosse quasi al tutto terminato. E poichè m'era al dirimpetto, quindi, in presso che trenta dì che non potei levarmi, pascetti gli occhi miei,satolli oggimai e sdegnati d'ogni altro oggetto terreno.Per verità, lasciando dall'un de' lati la venerazione e l'affetto che risvegliano sempre nel nostro cuore i fantasmi di quella religione che succhiammo dal seno e dalle labbra delle nostre nutrici, io non seppi mai trovare in tutta l'antichità, e nella storia di tutte le umane fantasie sognate a consolazione delle nostre sventure, un ente più amoroso e più soccorrevole della Madonna, Vergine e madre a un tempo, ella sembra creata ad accogliere nel concetto che abbiamo di lei quanto si può immaginare di più candido e puro e innocente, da un lato, e di più tenero ed affettuoso e misericordioso, dall'altro. Divina e umana, ella sembra creata a congiungere, e congiunge veramente, ne' pensieri del credente, il cielo e la terra, ed entra naturalmente mediatrice e interceditrice fra l'uomo e Dio. A tante rosate fantasie, che mi rilucevano e odoravano nella mente, si aggiungeva la bellezza, compagna inseparabile e sovrumana d'ogni pensiero che ci leva al cielo; nè mai la Vergine m'apparve sotto forme più belle di quelle, sotto le quali l'aveva espressa quella giovane dipintrice. Ed io a fantasticare, se forse il secolo in cui ella visse fosse stato meno reo di questo e più nutritore di pensieri verginei, e s'ella veramente era vergine ancora, e non contaminata dall'afflato di nessun uomo, quando accolse nella mente un concetto così verginale, o se lavorò di memoria e d'immaginativa, e seppe rapirsi da se stessa nei dì più intatti e puri dell'età sua, in quei dì che fuggiti che sono, mai più, mai più non ritornano. E qui pensavo della bellezza di lei stessa, e della bestialità atrocissima del marito, che ruppe un corpo ed un pensiero sì bello. Nè potevo impedirmi di pensaretalvolta del giovane che aveva scelta sì bella cosa a ritrarre, e che sì bella l'aveva ritratta. E facendomi un poco dall'altra sponda del letto, contemplavo l'originale, e poi contemplavo la copia, e più e più la contemplavo, e più mi pareva che di poco fosse meno bella di quello. In fine, insensibilmente e senza quasi ch'io me n'avvedessi, il solo aspetto di quell'immagine mi trasse al tutto dal sozzo baratro delle idee scellerate e schifose in che ero vivuta da dieci mesi, e mi sollevò a poco a poco come in un aere più puro, a un'altezza incommensurabile dalla bassezza in cui ero rovinata, fra pensieri meno terreni e quasi celesti, che mi ridiedero la forza, ch'è sola bussola di questo oceano senza lidi che si chiama vita, io dico la forza di non disperare.Io non posso negare a me stessa, che, di verginità in verginità, io perveniva ad ogni ora coi miei pensieri al giovane pittore, così come per incidenza, o più tosto come per quel fatto di quella copia, ma, in somma, io perveniva ad ogni ora a lui. Per non avere bambini a petto, o frammettermi più di cose che mi potessero rammentare i sentimenti mostruosi d'amore o d'odio implacabile che il primo e solo aspetto di quel mio figliuolino m'aveva destato, io trovai modo, non senza un mortale discapito della mia sanità, di far quello contra cui in vano scrissero e perorarono tutti i fisici della terra, e che tutte le nostre dame fanno e forse faranno in sempiterno, voglio dire, di sforzare e sviare la natura, e mi mandai, come volgarmente si dice, il latte addietro. E fingendo che per una mia naturale infermità io non fossi tanta ad allattare verun bambino, non solo io mi liberai da quella importabile noia, ma ancora, scioltami al tutto e quasi come distaccatami da tutto il laido della mia vita passata, ch'ogni laidezza ècome morbo violento nella vita di chi ha il cuore retto, e quasi non parendomi più d'essere la Ginevra contaminata del Serraglio e delle pericolate, ma la pura e intatta e peregrina allieva di suora Geltrude, ritornai al mio stato, come i moderni direbbero, normale, e non pensai più che della mia immensa infinita superiorità a tutta la canaglia che mi circondava, della mia vergine, e del mio umile, discreto ed affettuoso pittore.Questi, quand'io mi fui levata, riammesso nella sala per finire la sua pittura, mi si venne ogni dì mostrando più umano ed amoroso in tanto, ch'io non ebbi più verun luogo di dubitare, che, vistami da principio casualmente e per brevi momenti in quelle sue accompagnature, la copia di quella Vergine non fosse stato il pretesto ch'egli aveva tolto per avere cagione di vedermi e di parlarmi a maggior agio. E tante, e sì dolci, e sì penetrevoli parole mi veniva l'un dì più che l'altro movendo, che alla fine mi fu impossibile, io non dico di non corrispondere alla passione ch'egli mi mostrava, ma di non entrare talvolta in alcun ragionamento con lui.Cominciammo a parlare di cose indifferentissime, di pitture, di proporzioni e di belle arti, e, come sempre avviene, ciascuno de' due mischiava, per un naturale instinto, la sua propria storia alla storia della pittura, e le proprie sventure a quella di Anna de Rosa. E poichè, se nel convento e nell'alunnato il mandare a marito una giovane era considerata cosa utile e pietosa a un tempo, fra le pericolate poi era considerata come una specie di necessità, un dì, o fosse caso, o che le suore medesime, alla cui custodia io era affidata, per le anzidette ragioni se ne adoperassero, rimanemmo al tutto soli nella stanza il giovane pittore sul suo palchetto,ed io adagiata sulla sponda del mio lettino, che avevo fissi involontariamente gli occhi ora in lui ora nell'immagine. Ed entrati ambidue, con voce più tremante del solito, nei soliti ragionari, io non so come si divenne a parlare del bello domandato ideale, e se esso fosse o potesse essere al mondo, e quali ne fossero gli attributi metafisici, e cose altre di questa fatta. Alle quali parole quel giovane, tutto tintosi in volto d'un bellissimo ardire, discendendo rapidamente dal palco, e cavandosi dal petto una miniatura in cui io appariva, come per magia, rapita a me stessa:Deh, in nome di quell'Iddio che ti fece, mi disse quasi lacrimando, o angelo celeste, lascia la metafisica, e vedi qui nella tua adoratissima immagine come il Sommo Artista volle o che il bello non fosse più detto ideale, o, quello ch'io più tosto crederei, che tu non fossi detta mortale, ma un'immortale idea della sua mente.E così dicendo, mi s'inginocchiò quasi adorandomi, e mi baciò così affettuosamente e pure così leggermente la mano, che parea che, come a cosa divina, le sue labbra non osassero d'appressarsele.Vedi, mi dicea continuando a' suoi detti, vedi, o divina idea del tuo Fattore, com'egli m'ha fatto degno di rapirgli la più bella favilla che gli brillava nel pensiero, e d'accenderne la mia mente ed il mio cuore, e sotto il mio pennello informarla delle tue forme. E se ti parrà ch'io, lontano da te nelle mie luttuose vigilie, abbia potuto esprimere così viva la sua idea senza che egli reggesse la mia mano, e tu allora dirai ch'egli non ti destinò mia sposa ab eterno.Io era donna, o padre, nè le mie molte lezioni, nè le mie crudeli sventure, non erano potute pervenire a disnaturarmi. Ero ne' venti anni, primavera nell'altredella vita, in me per avventura autunno, di tanto il dolore n'aveva divorata la via. Nè v'è stagione più pericolosa a donna, parte perchè, uccisi dalla tempesta tutti i fiori e le piante, la vita comincia a parerle e ad esserle veramente deserto, ed ella sente mancare la lena, già in ogni età nulla nel suo sesso, di reggersi sola in quel deserto, parte perchè la bellezza già quasi la fugge, ed ella, quanto più da prima n'era inseguita, tanto più furiosamente si pone da ultimo a inseguirla. Per la prima volta della mia vita io sentii l'innebriante piacere d'essere chiamata bella, e quanto più io era, non dico persuasa, che mai tal persuasione non entra in cuore a una donna, ma insospettita che l'eccesso de' mali avesse illanguidita la mia bellezza, tanto più l'udire che ciò non fosse, mi scendeva nell'anima come celeste e irresistibile armonia. Io non so che gli balbettai, nè so che altro egli m'aggiunse, se non che mi rammenta che pur mele e nettare celeste mi parea tutto che gli scorrea dalle labbra. Alla fine fu udito venir gente, ed io, annegata in un mare di dolcissima confusione, lo sollevai soavemente, fra tanta dolcezza afflitta di un solo amaro, ch'egli non fosse stato ardito di cogliermi un bacio.
Il pittore, come intendete, non fu ammesso nella mia sala nè nei quattro dì ch'io fui partoriente, nè nei molti che durò il mio puerperio. Il suo palchetto rimase immobile dov'era, e la sua copia rimase interrotta accanto il bellissimo originale: non però interrotta di tanto, che il volto non fosse quasi al tutto terminato. E poichè m'era al dirimpetto, quindi, in presso che trenta dì che non potei levarmi, pascetti gli occhi miei,satolli oggimai e sdegnati d'ogni altro oggetto terreno.
Per verità, lasciando dall'un de' lati la venerazione e l'affetto che risvegliano sempre nel nostro cuore i fantasmi di quella religione che succhiammo dal seno e dalle labbra delle nostre nutrici, io non seppi mai trovare in tutta l'antichità, e nella storia di tutte le umane fantasie sognate a consolazione delle nostre sventure, un ente più amoroso e più soccorrevole della Madonna, Vergine e madre a un tempo, ella sembra creata ad accogliere nel concetto che abbiamo di lei quanto si può immaginare di più candido e puro e innocente, da un lato, e di più tenero ed affettuoso e misericordioso, dall'altro. Divina e umana, ella sembra creata a congiungere, e congiunge veramente, ne' pensieri del credente, il cielo e la terra, ed entra naturalmente mediatrice e interceditrice fra l'uomo e Dio. A tante rosate fantasie, che mi rilucevano e odoravano nella mente, si aggiungeva la bellezza, compagna inseparabile e sovrumana d'ogni pensiero che ci leva al cielo; nè mai la Vergine m'apparve sotto forme più belle di quelle, sotto le quali l'aveva espressa quella giovane dipintrice. Ed io a fantasticare, se forse il secolo in cui ella visse fosse stato meno reo di questo e più nutritore di pensieri verginei, e s'ella veramente era vergine ancora, e non contaminata dall'afflato di nessun uomo, quando accolse nella mente un concetto così verginale, o se lavorò di memoria e d'immaginativa, e seppe rapirsi da se stessa nei dì più intatti e puri dell'età sua, in quei dì che fuggiti che sono, mai più, mai più non ritornano. E qui pensavo della bellezza di lei stessa, e della bestialità atrocissima del marito, che ruppe un corpo ed un pensiero sì bello. Nè potevo impedirmi di pensaretalvolta del giovane che aveva scelta sì bella cosa a ritrarre, e che sì bella l'aveva ritratta. E facendomi un poco dall'altra sponda del letto, contemplavo l'originale, e poi contemplavo la copia, e più e più la contemplavo, e più mi pareva che di poco fosse meno bella di quello. In fine, insensibilmente e senza quasi ch'io me n'avvedessi, il solo aspetto di quell'immagine mi trasse al tutto dal sozzo baratro delle idee scellerate e schifose in che ero vivuta da dieci mesi, e mi sollevò a poco a poco come in un aere più puro, a un'altezza incommensurabile dalla bassezza in cui ero rovinata, fra pensieri meno terreni e quasi celesti, che mi ridiedero la forza, ch'è sola bussola di questo oceano senza lidi che si chiama vita, io dico la forza di non disperare.
Io non posso negare a me stessa, che, di verginità in verginità, io perveniva ad ogni ora coi miei pensieri al giovane pittore, così come per incidenza, o più tosto come per quel fatto di quella copia, ma, in somma, io perveniva ad ogni ora a lui. Per non avere bambini a petto, o frammettermi più di cose che mi potessero rammentare i sentimenti mostruosi d'amore o d'odio implacabile che il primo e solo aspetto di quel mio figliuolino m'aveva destato, io trovai modo, non senza un mortale discapito della mia sanità, di far quello contra cui in vano scrissero e perorarono tutti i fisici della terra, e che tutte le nostre dame fanno e forse faranno in sempiterno, voglio dire, di sforzare e sviare la natura, e mi mandai, come volgarmente si dice, il latte addietro. E fingendo che per una mia naturale infermità io non fossi tanta ad allattare verun bambino, non solo io mi liberai da quella importabile noia, ma ancora, scioltami al tutto e quasi come distaccatami da tutto il laido della mia vita passata, ch'ogni laidezza ècome morbo violento nella vita di chi ha il cuore retto, e quasi non parendomi più d'essere la Ginevra contaminata del Serraglio e delle pericolate, ma la pura e intatta e peregrina allieva di suora Geltrude, ritornai al mio stato, come i moderni direbbero, normale, e non pensai più che della mia immensa infinita superiorità a tutta la canaglia che mi circondava, della mia vergine, e del mio umile, discreto ed affettuoso pittore.
Questi, quand'io mi fui levata, riammesso nella sala per finire la sua pittura, mi si venne ogni dì mostrando più umano ed amoroso in tanto, ch'io non ebbi più verun luogo di dubitare, che, vistami da principio casualmente e per brevi momenti in quelle sue accompagnature, la copia di quella Vergine non fosse stato il pretesto ch'egli aveva tolto per avere cagione di vedermi e di parlarmi a maggior agio. E tante, e sì dolci, e sì penetrevoli parole mi veniva l'un dì più che l'altro movendo, che alla fine mi fu impossibile, io non dico di non corrispondere alla passione ch'egli mi mostrava, ma di non entrare talvolta in alcun ragionamento con lui.
Cominciammo a parlare di cose indifferentissime, di pitture, di proporzioni e di belle arti, e, come sempre avviene, ciascuno de' due mischiava, per un naturale instinto, la sua propria storia alla storia della pittura, e le proprie sventure a quella di Anna de Rosa. E poichè, se nel convento e nell'alunnato il mandare a marito una giovane era considerata cosa utile e pietosa a un tempo, fra le pericolate poi era considerata come una specie di necessità, un dì, o fosse caso, o che le suore medesime, alla cui custodia io era affidata, per le anzidette ragioni se ne adoperassero, rimanemmo al tutto soli nella stanza il giovane pittore sul suo palchetto,ed io adagiata sulla sponda del mio lettino, che avevo fissi involontariamente gli occhi ora in lui ora nell'immagine. Ed entrati ambidue, con voce più tremante del solito, nei soliti ragionari, io non so come si divenne a parlare del bello domandato ideale, e se esso fosse o potesse essere al mondo, e quali ne fossero gli attributi metafisici, e cose altre di questa fatta. Alle quali parole quel giovane, tutto tintosi in volto d'un bellissimo ardire, discendendo rapidamente dal palco, e cavandosi dal petto una miniatura in cui io appariva, come per magia, rapita a me stessa:
Deh, in nome di quell'Iddio che ti fece, mi disse quasi lacrimando, o angelo celeste, lascia la metafisica, e vedi qui nella tua adoratissima immagine come il Sommo Artista volle o che il bello non fosse più detto ideale, o, quello ch'io più tosto crederei, che tu non fossi detta mortale, ma un'immortale idea della sua mente.
E così dicendo, mi s'inginocchiò quasi adorandomi, e mi baciò così affettuosamente e pure così leggermente la mano, che parea che, come a cosa divina, le sue labbra non osassero d'appressarsele.
Vedi, mi dicea continuando a' suoi detti, vedi, o divina idea del tuo Fattore, com'egli m'ha fatto degno di rapirgli la più bella favilla che gli brillava nel pensiero, e d'accenderne la mia mente ed il mio cuore, e sotto il mio pennello informarla delle tue forme. E se ti parrà ch'io, lontano da te nelle mie luttuose vigilie, abbia potuto esprimere così viva la sua idea senza che egli reggesse la mia mano, e tu allora dirai ch'egli non ti destinò mia sposa ab eterno.
Io era donna, o padre, nè le mie molte lezioni, nè le mie crudeli sventure, non erano potute pervenire a disnaturarmi. Ero ne' venti anni, primavera nell'altredella vita, in me per avventura autunno, di tanto il dolore n'aveva divorata la via. Nè v'è stagione più pericolosa a donna, parte perchè, uccisi dalla tempesta tutti i fiori e le piante, la vita comincia a parerle e ad esserle veramente deserto, ed ella sente mancare la lena, già in ogni età nulla nel suo sesso, di reggersi sola in quel deserto, parte perchè la bellezza già quasi la fugge, ed ella, quanto più da prima n'era inseguita, tanto più furiosamente si pone da ultimo a inseguirla. Per la prima volta della mia vita io sentii l'innebriante piacere d'essere chiamata bella, e quanto più io era, non dico persuasa, che mai tal persuasione non entra in cuore a una donna, ma insospettita che l'eccesso de' mali avesse illanguidita la mia bellezza, tanto più l'udire che ciò non fosse, mi scendeva nell'anima come celeste e irresistibile armonia. Io non so che gli balbettai, nè so che altro egli m'aggiunse, se non che mi rammenta che pur mele e nettare celeste mi parea tutto che gli scorrea dalle labbra. Alla fine fu udito venir gente, ed io, annegata in un mare di dolcissima confusione, lo sollevai soavemente, fra tanta dolcezza afflitta di un solo amaro, ch'egli non fosse stato ardito di cogliermi un bacio.