LXXXVII.

LXXXVII.Io non so per qual maledizione del cielo questo regno o è, o almeno appare, la più inospita e selvaggia fra le contrade che si domandano civili. Certo fra le tante contraddizioni della natura umana ch'io lessi o vidi o intesi, mai nessuna non m'apparve tanto inesplicabile. Qualunque più raro esempio o di bellezza, o d'ingegno, o di sapere, o d'umanità, o di coraggio,tutto quivi e fu abbondevolmente, ed ancora è. E nondimeno, a guardarlo tutto insieme, diresti che non v'è popolo nè più brutto, nè più sciocco, nè più ignorante, nè più inumano, nè più vile. Forse era vera la sentenza d'un ingegno assai spiritoso, che diceva, essere qui due popoli così l'uno dall'altro distinto, che niuna cosa fu mai tanto da un'altra; e l'uno avea il naso del pulcinella, e rappresentava quanto poteva essere di più abbietto e vile e abbominevole nella natura umana, e l'altro aveva il naso italiano, e rappresentava quanto poteva, non che essere, ma immaginarsi di più nobile e generoso e santo. Forse tutto è compenso nella natura, e quello che manca qui all'universale è più intenso negl'individui, che, simili ad altrettanti corpi gravi gittati qua e là in una gran massa liquida, affondano di loro proprio peso, e se una gran tempesta non li ritorna su, restano occulti in sempiterno. E forse, alla fine, la lunga servitù somiglia quel terreno sterile dove non ogni pianta alligna; ma quella che v'alligna, leva e distende più ardita le sue braccia al cielo, e con tanta e sì vigorosa vita che ha in se, pur sembra che indarno contrasti alla vittoriosa morte del deserto che l'è intorno.Sul dorso d'un'albeggiante ed allegra montagna, che discende arditamente al mare ed ivi quasi s'affaccia e specchia, è una città più albeggiante ancora di quella montagna, ed anch'essa a quella abbracciata, discende e lava il piede nel mare. Ansure la chiamarono gli antichi, e noi Terracina; e sulla cima più eretta ancora grandeggiano le rovine d'un palagio di Teoderico, onde il Goto contemplava gran parte di quell'Italia stata già un dì il lontanissimo sospiro della sua giovanezza; e contemplava il mare, che ora riposando placido nel suoletto, ora muggendo e battendo furiosamente la montagna, rappresentava la vita del guerriero di ventura.Era placido il mare quel dì, e il cielo appena rotto da qualche nube che pendeva amicamente su quel palagio, e noi pervenimmo a una piccola porta che congiunge il monte al mare, e si chiama goffamente Portello. Quivi vid'io l'ultima cosa oscena, una brutta spia, mal vestito, peggio calzato, che appena poteva la vita, tanto era sciancato e monco, con due occhi piccoli e scellerati nella fronte, che pareva la volpe stessa, e uno di que' nasi da pulcinella che dissi, e un cappello dieci volte più grande e più alto che non gli si diceva al capo. Ed un bambino, vero suo figliuolo per laidezza, gli piangeva dietro per fame; ed egli, mentre, che con orrendi calci e nefandissime bestemmie, da farne tremare il monte, e col pugno della destra, lo scacciava da se malmenando, stendeva come un animale salvatico la sinistra zampa a noi, e domandava con fiera voce i passaporti, e diceva a tutti uno per uno, guardandoci da quegli occhi cavi:Tu chi sei? e chi sei tu?Con una certa aria così infame da provocare il più santo anacoreta di Tebaide a un omicidio. Dio onnipotente! esclamai io, fa che sulla porta almeno di questa contrada sia un meno scortese portinaio! Il siniscalco gl'inzeppò la mano del passaporto e di molte grosse monete di cinque grani, ed egli cessò tosto d'agognare abbaiando, e si racquetò come cane che morde il pasto.Così varcammo il fatale sogliare, e fummo in su quel del papa, e uno sbarbatello di soldato, che in vero non somigliava per nulla i soldati di Mario nè quei di Silla, ma almeno umano e cortese, ci salutò da prima urbanamente, e poi ci domandò, con più dolci suoni, il passaporto,e lo lesse attentamente e domandò s'io era della famiglia, e, contrassegnatolo, lo ci rese e ci concedette il passo, e noi eravamo già andati di molto, quando il coticone di siniscalco gli usò, non richiesto, cortesia. Nè d'una sì subita mutazione si maravigli altro che la gente grossa, che non vede qual era quel punto ch'io aveva passato.Quindi fummo a Terracina, ed entrammo a un lieto albergo, ch'è sulla sponda propria del Tirreno, che mai non m'era apparso tanto bello. Quivi giunse poco di poi il cocchio franto, e il sole si coricò nel mare, che non vidi mai il più incantevole tramonto, e s'andò a cena; e dopo cena Cammillo ed io ci riducemmo in una sola stanza, in un sol letto, dov'egli colse di me, ed io di lui, l'ultimo premio d'amore.

Io non so per qual maledizione del cielo questo regno o è, o almeno appare, la più inospita e selvaggia fra le contrade che si domandano civili. Certo fra le tante contraddizioni della natura umana ch'io lessi o vidi o intesi, mai nessuna non m'apparve tanto inesplicabile. Qualunque più raro esempio o di bellezza, o d'ingegno, o di sapere, o d'umanità, o di coraggio,tutto quivi e fu abbondevolmente, ed ancora è. E nondimeno, a guardarlo tutto insieme, diresti che non v'è popolo nè più brutto, nè più sciocco, nè più ignorante, nè più inumano, nè più vile. Forse era vera la sentenza d'un ingegno assai spiritoso, che diceva, essere qui due popoli così l'uno dall'altro distinto, che niuna cosa fu mai tanto da un'altra; e l'uno avea il naso del pulcinella, e rappresentava quanto poteva essere di più abbietto e vile e abbominevole nella natura umana, e l'altro aveva il naso italiano, e rappresentava quanto poteva, non che essere, ma immaginarsi di più nobile e generoso e santo. Forse tutto è compenso nella natura, e quello che manca qui all'universale è più intenso negl'individui, che, simili ad altrettanti corpi gravi gittati qua e là in una gran massa liquida, affondano di loro proprio peso, e se una gran tempesta non li ritorna su, restano occulti in sempiterno. E forse, alla fine, la lunga servitù somiglia quel terreno sterile dove non ogni pianta alligna; ma quella che v'alligna, leva e distende più ardita le sue braccia al cielo, e con tanta e sì vigorosa vita che ha in se, pur sembra che indarno contrasti alla vittoriosa morte del deserto che l'è intorno.

Sul dorso d'un'albeggiante ed allegra montagna, che discende arditamente al mare ed ivi quasi s'affaccia e specchia, è una città più albeggiante ancora di quella montagna, ed anch'essa a quella abbracciata, discende e lava il piede nel mare. Ansure la chiamarono gli antichi, e noi Terracina; e sulla cima più eretta ancora grandeggiano le rovine d'un palagio di Teoderico, onde il Goto contemplava gran parte di quell'Italia stata già un dì il lontanissimo sospiro della sua giovanezza; e contemplava il mare, che ora riposando placido nel suoletto, ora muggendo e battendo furiosamente la montagna, rappresentava la vita del guerriero di ventura.

Era placido il mare quel dì, e il cielo appena rotto da qualche nube che pendeva amicamente su quel palagio, e noi pervenimmo a una piccola porta che congiunge il monte al mare, e si chiama goffamente Portello. Quivi vid'io l'ultima cosa oscena, una brutta spia, mal vestito, peggio calzato, che appena poteva la vita, tanto era sciancato e monco, con due occhi piccoli e scellerati nella fronte, che pareva la volpe stessa, e uno di que' nasi da pulcinella che dissi, e un cappello dieci volte più grande e più alto che non gli si diceva al capo. Ed un bambino, vero suo figliuolo per laidezza, gli piangeva dietro per fame; ed egli, mentre, che con orrendi calci e nefandissime bestemmie, da farne tremare il monte, e col pugno della destra, lo scacciava da se malmenando, stendeva come un animale salvatico la sinistra zampa a noi, e domandava con fiera voce i passaporti, e diceva a tutti uno per uno, guardandoci da quegli occhi cavi:

Tu chi sei? e chi sei tu?

Con una certa aria così infame da provocare il più santo anacoreta di Tebaide a un omicidio. Dio onnipotente! esclamai io, fa che sulla porta almeno di questa contrada sia un meno scortese portinaio! Il siniscalco gl'inzeppò la mano del passaporto e di molte grosse monete di cinque grani, ed egli cessò tosto d'agognare abbaiando, e si racquetò come cane che morde il pasto.

Così varcammo il fatale sogliare, e fummo in su quel del papa, e uno sbarbatello di soldato, che in vero non somigliava per nulla i soldati di Mario nè quei di Silla, ma almeno umano e cortese, ci salutò da prima urbanamente, e poi ci domandò, con più dolci suoni, il passaporto,e lo lesse attentamente e domandò s'io era della famiglia, e, contrassegnatolo, lo ci rese e ci concedette il passo, e noi eravamo già andati di molto, quando il coticone di siniscalco gli usò, non richiesto, cortesia. Nè d'una sì subita mutazione si maravigli altro che la gente grossa, che non vede qual era quel punto ch'io aveva passato.

Quindi fummo a Terracina, ed entrammo a un lieto albergo, ch'è sulla sponda propria del Tirreno, che mai non m'era apparso tanto bello. Quivi giunse poco di poi il cocchio franto, e il sole si coricò nel mare, che non vidi mai il più incantevole tramonto, e s'andò a cena; e dopo cena Cammillo ed io ci riducemmo in una sola stanza, in un sol letto, dov'egli colse di me, ed io di lui, l'ultimo premio d'amore.


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