XCIV.Io ebbi per l'ultima volta la volontà di morire, e credo che oggimai non mi sarebbe fallita la lena. Mi scagliai, con quella forza che m'avanzava, per precipitarmi nella fonte, ed avendomi la Nanna trattenuta per un braccio, feci ogni prova di spezzarmi la tempia sulla coda d'uno di quei delfini di marmo. Ma la Nanna era troppo più vigorosa di me, ed afferratami con ambe le sue robustissime braccia, mi ritrasse a viva forza dalla fonte, e mi costrinse a sedermi sul primo scalino della Trinità dei Monti.Quivi cominciò, con quanta dolcezza le fu possibile,a raumiliarmi, ed abbracciatami e strettami al suo seno e datimi io non so quanti baci, che, ancorchè dati da una donna, hanno pur sempre il potere di mitigare la sovrabbondanza del dolore, mi offerse la sua casetta per quella notte, e quivi si sarebbe consultato di quel che s'avesse a fare.La donna abitava alle Quattro Fontane, e quivi mi menò a grande stento, sostenendomi quasi sempre in sulle braccia. Entrammo in un'ampia corte, e quindi, per un uscio di cui la Nanna aveva la chiave, in una stanzetta terrena, dove non mancava niente di quello che si appartiene a persona povera, ma non indigente. Quivi la donna, confortatami d'un poco di cibo e di alcuni suoi panni più ruvidi de' miei, ma più asciutti, e fattami parte del suo letto, acciocchè io vi prendessi riposo ed allora e sempre, mi domandò, quasi indovina del vero, s'io fossi moglie del pittore. Io, che non seppi mai essere nè amica nè confidente a metà, le dissi, fra molte lacrime e molti sospiri, il tutto; ed ella non se ne sgomentò altrimenti, anzi, quando le dissi all'ultimo della mia gravidanza, allora finalmente mi giurò ogni cosa più santa, che non mi avrebbe abbandonata.Io mi stetti più dì rinchiusa in quella stanzetta, insino che la Nanna, ch'andava fuori per le comuni bisogne, mi riportò che si cicalava del fatto mio. Quando il cicalío fu finito, cominciai verso sera, in compagnia della mia minente, e vestita dei suoi abiti, a passeggiare un poco per quei luoghi sacri e solitari di Roma, che sono e saranno la più cara memoria che io porterò meco nel sepolcro. E già, senza il figliuolo che mi si chiudeva nel ventre, e senza ch'io avessi temuto d'essere troppo a carico a quella mia poveradonna, io non avrei desiderato nessun'altra cosa al mondo, e mi sarei vivuta e morta appresso a lei. Ma il ventre ingrossava ogni dì, e più d'una vicina, com'è il costume di simili donnicciuole, traeva e spiava; ed il cielo, che m'aveva già punita di due aborti, non si sarebbe appagato se non m'avesse punita anche del secondo figliuolo, e, dopo avermi fatto vedere gli occhi e udire i guai del figliuolo di don Serafino, non mi avesse condannata a nutrire del mio seno e porre amore di madre al figliuolo di Cammillo.La Nanna mi veniva l'un dì più che l'altro scaltrendo, che a Roma non era nulla che fosse veramente vietato; ma nulla non si poteva fare a scoperto, e v'era bisogno d'assai destrezza; che a partorire così pubblicamente, non potendomi troppo confidare nella legittimità del mio figliuolo, io avrei messa me al rischio d'esser mandata fra le donne disoneste a San Michele, e il mio bambino fra i bastardi, che vedeva che al solo pensiero io ne montava in tutte le furie. Ma quand'ella vedeva che il suo necessario scaltrirmi m'era causa di troppo cocente afflizione, concludeva sempre abbracciandomi e baciandomi, e dicendomi, che stessi pure di buona voglia, che sarebbe stato suo il pensiero di salvare me e il figliuoletto. E così per sette mesi trovai io fra l'ultima plebe romana il più onesto e generoso e disinteressato soccorso che mai nessun poeta figurò nelle sue fantasie; che veramente a chi ha conosciuti gli uomini pare cosa impossibile; e se talvolta segue, è di quei veri che hanno faccia di menzogna.Io aveva già valico l'ottavo mese, nè poteva più nascondermi, e mi struggeva, e mi moriva, quando la Nanna un dì mi destò innanzi l'aurora, e mi disse:Sora Ginevrina, vestitevi, e usciamo insieme, che vicondurrò dove potrete partorire ignota al mondo intero, e, se fosse possibile, a voi stessa.Io non messi tempo in mezzo a vestirmi, e, fatto un fardellino di quella biancheria che si potè, c'inviammo in sull'aurora verso la Basilica di Santa Maria Maggiore. Quindi tirammo dritto per Sant'Eusebio, e passando pe' trofei di Mario, come si dice, che se non eran quivi, pure troppo m'è dolce il rammentarli, per fuggire più presto che si poteva la città, ne uscimmo per Porta Maggiore. Quivi girammo a dritta, e per molte ora vie, ora viottoli, tutti di più che dicibile bellezza, ci conducemmo, benchè lentissimamente, per le condizioni in cui io era, in su una delle più incantate di quelle colline che sono a cavaliere de' due laghi d'Albano e di Nemi, ove tutto quell'incanto si specchia. Quivi sono foreste ed ombre e solitudini sovrumane, che sembrano sfidare e Turno e Lavinia, e tutte le più remote memorie laziali. Quivi sono antri eterni, ignoti non che agli uomini, al sole. Quivi sono silenzi fidatissimi, dove è dato all'infelice di chiamare la matrigna natura a render quasi ragione della sua incomprensibile ingiustizia.Era nel fianco d'un vivo ed arcigno balzo una maniera di grotticella, della quale imprunava per traverso la metà della bocca una forcata di spini, e l'altra metà l'era come spiraglio del poco dì che vinceva l'eterna notte di quelle selve. Tirò a se la minente quella forcata, ch'era movibile e pure non pareva, e mi mise dentro la grotticella, dove io rimasi stupida a vedere mille segni d'abitazione umana e presente, benchè nessuno per allora vi fosse. Quivi erano intorno intorno petroni di vivo masso, che parevano quasi muricciuoli o sedili tagliati dalla mano più tosto dell'uomo chedella natura. Per terra assai strame, e sui muricciuoli due sacconcelli. Brocche e mezzine con acqua non mancavano, ed alcun piattello ed alcun tegame, e legna, e pane, e qualunque altra cosuccia, in fine, è necessaria alla vita umana.Or che vi pare, sora Ginevrina? mi disse la minente quando ebbe richiusa la forcatella. Vedete che la Provvidenza non abbandona mai gl'innocenti che si confidano in lei. Qui da diciotto anni vive ignota, salvo che a me, a tutti gli uomini, ma notissima a Dio, una santa, alla quale io debbo la vita mia presente e quella immortale che spero di vivere alla destra del Padre Eterno. Io inseguiva per questi latibuli un mio amante traditore, che fui tradita anch'io, al quale io aveva giurato da romana di nascondere questo spillone nel cuore (e m'additò quello stiletto o punteruolo d'argento con che le antichissime romane traversavano, e le minenti ancora oggi traversano, l'intrecciatura de' loro capelli). Trassi furibonda quelle spine, che qui proprio mi pensai di dover cogliere lo scellerato; e in quella vece trovai quest'angelo.E in così dire baciò la mano a una solitaria, di austera ma bellissima presenza, ch'entrava, e le cadde innanzi ginocchioni; ed io, a malgrado di tutte le mie lezioni filosofiche, le caddi ginocchioni anch'io, che dove parla il cuore, la filosofia tace. La solitaria ci sollevò entrambe, e c'invitò a sedere sui muricciuoli che ho detto. Ed allora la mia angelica minente, con un'eloquenza di cui io non aveva ancora, non che l'esempio, il pensiero, con una passione, con una vivezza ed evidenza d'immagini da indormirne Demostene, da scrollare, non dico una pia solitaria, ma una rupe, le fece il racconto di tutte le mie sventure, e le rappresentòil mio caso presente, e pianse lacrime cocentissime, e piansi anch'io, e pianse finalmente la solitaria, che ci si promise parata ad ogni nostra necessità.La minente partì, promettendomi di tornare fra pochi dì, ma per allora non voleva mostrare alle vicine che anch'ella a un tratto mancasse insieme con me: ed io mi rimasi con la solitaria, che cominciò ad abbracciarmi e baciarmi come madre la sua figliuola.
Io ebbi per l'ultima volta la volontà di morire, e credo che oggimai non mi sarebbe fallita la lena. Mi scagliai, con quella forza che m'avanzava, per precipitarmi nella fonte, ed avendomi la Nanna trattenuta per un braccio, feci ogni prova di spezzarmi la tempia sulla coda d'uno di quei delfini di marmo. Ma la Nanna era troppo più vigorosa di me, ed afferratami con ambe le sue robustissime braccia, mi ritrasse a viva forza dalla fonte, e mi costrinse a sedermi sul primo scalino della Trinità dei Monti.
Quivi cominciò, con quanta dolcezza le fu possibile,a raumiliarmi, ed abbracciatami e strettami al suo seno e datimi io non so quanti baci, che, ancorchè dati da una donna, hanno pur sempre il potere di mitigare la sovrabbondanza del dolore, mi offerse la sua casetta per quella notte, e quivi si sarebbe consultato di quel che s'avesse a fare.
La donna abitava alle Quattro Fontane, e quivi mi menò a grande stento, sostenendomi quasi sempre in sulle braccia. Entrammo in un'ampia corte, e quindi, per un uscio di cui la Nanna aveva la chiave, in una stanzetta terrena, dove non mancava niente di quello che si appartiene a persona povera, ma non indigente. Quivi la donna, confortatami d'un poco di cibo e di alcuni suoi panni più ruvidi de' miei, ma più asciutti, e fattami parte del suo letto, acciocchè io vi prendessi riposo ed allora e sempre, mi domandò, quasi indovina del vero, s'io fossi moglie del pittore. Io, che non seppi mai essere nè amica nè confidente a metà, le dissi, fra molte lacrime e molti sospiri, il tutto; ed ella non se ne sgomentò altrimenti, anzi, quando le dissi all'ultimo della mia gravidanza, allora finalmente mi giurò ogni cosa più santa, che non mi avrebbe abbandonata.
Io mi stetti più dì rinchiusa in quella stanzetta, insino che la Nanna, ch'andava fuori per le comuni bisogne, mi riportò che si cicalava del fatto mio. Quando il cicalío fu finito, cominciai verso sera, in compagnia della mia minente, e vestita dei suoi abiti, a passeggiare un poco per quei luoghi sacri e solitari di Roma, che sono e saranno la più cara memoria che io porterò meco nel sepolcro. E già, senza il figliuolo che mi si chiudeva nel ventre, e senza ch'io avessi temuto d'essere troppo a carico a quella mia poveradonna, io non avrei desiderato nessun'altra cosa al mondo, e mi sarei vivuta e morta appresso a lei. Ma il ventre ingrossava ogni dì, e più d'una vicina, com'è il costume di simili donnicciuole, traeva e spiava; ed il cielo, che m'aveva già punita di due aborti, non si sarebbe appagato se non m'avesse punita anche del secondo figliuolo, e, dopo avermi fatto vedere gli occhi e udire i guai del figliuolo di don Serafino, non mi avesse condannata a nutrire del mio seno e porre amore di madre al figliuolo di Cammillo.
La Nanna mi veniva l'un dì più che l'altro scaltrendo, che a Roma non era nulla che fosse veramente vietato; ma nulla non si poteva fare a scoperto, e v'era bisogno d'assai destrezza; che a partorire così pubblicamente, non potendomi troppo confidare nella legittimità del mio figliuolo, io avrei messa me al rischio d'esser mandata fra le donne disoneste a San Michele, e il mio bambino fra i bastardi, che vedeva che al solo pensiero io ne montava in tutte le furie. Ma quand'ella vedeva che il suo necessario scaltrirmi m'era causa di troppo cocente afflizione, concludeva sempre abbracciandomi e baciandomi, e dicendomi, che stessi pure di buona voglia, che sarebbe stato suo il pensiero di salvare me e il figliuoletto. E così per sette mesi trovai io fra l'ultima plebe romana il più onesto e generoso e disinteressato soccorso che mai nessun poeta figurò nelle sue fantasie; che veramente a chi ha conosciuti gli uomini pare cosa impossibile; e se talvolta segue, è di quei veri che hanno faccia di menzogna.
Io aveva già valico l'ottavo mese, nè poteva più nascondermi, e mi struggeva, e mi moriva, quando la Nanna un dì mi destò innanzi l'aurora, e mi disse:
Sora Ginevrina, vestitevi, e usciamo insieme, che vicondurrò dove potrete partorire ignota al mondo intero, e, se fosse possibile, a voi stessa.
Io non messi tempo in mezzo a vestirmi, e, fatto un fardellino di quella biancheria che si potè, c'inviammo in sull'aurora verso la Basilica di Santa Maria Maggiore. Quindi tirammo dritto per Sant'Eusebio, e passando pe' trofei di Mario, come si dice, che se non eran quivi, pure troppo m'è dolce il rammentarli, per fuggire più presto che si poteva la città, ne uscimmo per Porta Maggiore. Quivi girammo a dritta, e per molte ora vie, ora viottoli, tutti di più che dicibile bellezza, ci conducemmo, benchè lentissimamente, per le condizioni in cui io era, in su una delle più incantate di quelle colline che sono a cavaliere de' due laghi d'Albano e di Nemi, ove tutto quell'incanto si specchia. Quivi sono foreste ed ombre e solitudini sovrumane, che sembrano sfidare e Turno e Lavinia, e tutte le più remote memorie laziali. Quivi sono antri eterni, ignoti non che agli uomini, al sole. Quivi sono silenzi fidatissimi, dove è dato all'infelice di chiamare la matrigna natura a render quasi ragione della sua incomprensibile ingiustizia.
Era nel fianco d'un vivo ed arcigno balzo una maniera di grotticella, della quale imprunava per traverso la metà della bocca una forcata di spini, e l'altra metà l'era come spiraglio del poco dì che vinceva l'eterna notte di quelle selve. Tirò a se la minente quella forcata, ch'era movibile e pure non pareva, e mi mise dentro la grotticella, dove io rimasi stupida a vedere mille segni d'abitazione umana e presente, benchè nessuno per allora vi fosse. Quivi erano intorno intorno petroni di vivo masso, che parevano quasi muricciuoli o sedili tagliati dalla mano più tosto dell'uomo chedella natura. Per terra assai strame, e sui muricciuoli due sacconcelli. Brocche e mezzine con acqua non mancavano, ed alcun piattello ed alcun tegame, e legna, e pane, e qualunque altra cosuccia, in fine, è necessaria alla vita umana.
Or che vi pare, sora Ginevrina? mi disse la minente quando ebbe richiusa la forcatella. Vedete che la Provvidenza non abbandona mai gl'innocenti che si confidano in lei. Qui da diciotto anni vive ignota, salvo che a me, a tutti gli uomini, ma notissima a Dio, una santa, alla quale io debbo la vita mia presente e quella immortale che spero di vivere alla destra del Padre Eterno. Io inseguiva per questi latibuli un mio amante traditore, che fui tradita anch'io, al quale io aveva giurato da romana di nascondere questo spillone nel cuore (e m'additò quello stiletto o punteruolo d'argento con che le antichissime romane traversavano, e le minenti ancora oggi traversano, l'intrecciatura de' loro capelli). Trassi furibonda quelle spine, che qui proprio mi pensai di dover cogliere lo scellerato; e in quella vece trovai quest'angelo.
E in così dire baciò la mano a una solitaria, di austera ma bellissima presenza, ch'entrava, e le cadde innanzi ginocchioni; ed io, a malgrado di tutte le mie lezioni filosofiche, le caddi ginocchioni anch'io, che dove parla il cuore, la filosofia tace. La solitaria ci sollevò entrambe, e c'invitò a sedere sui muricciuoli che ho detto. Ed allora la mia angelica minente, con un'eloquenza di cui io non aveva ancora, non che l'esempio, il pensiero, con una passione, con una vivezza ed evidenza d'immagini da indormirne Demostene, da scrollare, non dico una pia solitaria, ma una rupe, le fece il racconto di tutte le mie sventure, e le rappresentòil mio caso presente, e pianse lacrime cocentissime, e piansi anch'io, e pianse finalmente la solitaria, che ci si promise parata ad ogni nostra necessità.
La minente partì, promettendomi di tornare fra pochi dì, ma per allora non voleva mostrare alle vicine che anch'ella a un tratto mancasse insieme con me: ed io mi rimasi con la solitaria, che cominciò ad abbracciarmi e baciarmi come madre la sua figliuola.