II.Notte di Vigilia

(LUI)Non importa se io soffro. Segui la tua strada.Quanto a me non affliggerti. Anche prima di conoscerti ero triste.Addio.

(LUI)

Non importa se io soffro. Segui la tua strada.

Quanto a me non affliggerti. Anche prima di conoscerti ero triste.

Addio.

LUGLIO

(LEI)È finito. Finito!Quando penso a lui, solo laggiù, nel suo studio tetro e desolato, mi sento morire.Perchè l'ho amato? Perchè ho sofferto? Perchè l'ho lasciato?...Non so. Non capisco il mio cuore.Parto domani per Castel Révoire; con Flavia.Viene anche Oldofredi.

(LEI)

È finito. Finito!

Quando penso a lui, solo laggiù, nel suo studio tetro e desolato, mi sento morire.

Perchè l'ho amato? Perchè ho sofferto? Perchè l'ho lasciato?...

Non so. Non capisco il mio cuore.

Parto domani per Castel Révoire; con Flavia.

Viene anche Oldofredi.

(LUI)Quanto vano gioire e vano soffrire! Ecco: torno qual'ero; torno alle mie silenziose creature.E di tutto questo turbine di voluttà e d'angoscia, di tutta questa bufera che è passata sul mio cuore, che cosa resta?. . . . . . .Resta una statua intitolata: «Gioia».

(LUI)

Quanto vano gioire e vano soffrire! Ecco: torno qual'ero; torno alle mie silenziose creature.

E di tutto questo turbine di voluttà e d'angoscia, di tutta questa bufera che è passata sul mio cuore, che cosa resta?

. . . . . . .

Resta una statua intitolata: «Gioia».

Un invito da Bérangère! Dopo un anno di silenzio. Stupita rileggo il biglietto postale:

«Diletta Annie,So che sei in Isvizzera. Dove passi il Natale? Perchè non a Montreux, colla tua sempre affezionata amicaBérangère?».

«Diletta Annie,

So che sei in Isvizzera. Dove passi il Natale? Perchè non a Montreux, colla tua sempre affezionata amica

Bérangère?».

Io ripasso mentalmente la lista delle diverse persone con cui ho promesso di passare quest'anno il Natale: con Jack a Dublino; con Maman a Nervi; con Vivien a Glasgow; con Barbara a Torino; con Silvia a Roma; con O'Kelly a Parigi.... Secondo una mia abitudine, nei momenti d'incertezza faccio saltare in aria un soldo perchè decida della mia sorte: se è testa — Bérangère; se è croce, no.

Il soldo balza, gira e cade. È croce. Dunque è esclusa Bérangère. Ma allora, rifletto io, chi prescegliere tra tutti gli altri a cui ho promesso?... Ritentiamo la sorte!

Stavolta è testa. Dunque Bérangère.

Ed io le scrivo:

«Cara Bérangère,Aspettami nel pomeriggio della Vigilia.Tua Annie»

«Cara Bérangère,

Aspettami nel pomeriggio della Vigilia.

Tua Annie»

Chiusa la lettera, mi si affaccia un dubbio: Bérangère Tarnier? Era fidanzata un anno fa al conte Lucien de Lussain-Maldé di Château-Mirval; poi non ne ho più saputo nulla. Sfumate le nozze? o smarrito ilfaire-part?

Mi decido a indirizzare: «Bérangère Tarnier, Montreux»; e il mattino del 24 dicembre salgo nel treno Berne-Genève con gente di ogni paese e d'ogni colore, politico e fisico. Di fronte a me un grande e magnifico Bey egiziano guarda con cupi occhi sfilare il paesaggio da cartolina illustrata, sognando certo le sue pianure torride, i suoi deserti sabbiosi, la sua gente oppressa dal ferreo pugno britannico.... Accanto a lui un uomo biondo, ancor giovane, di cui i tragici occhi azzurri hanno scandagliato le profondità ultime del dolore; lo riconosco: è Von Hindenburg, nipote del chiodato Feld-Maresciallo. Presso a lui, rosea e ridente sotto al grande cappello nero, Mary Snowden, la propagandista del Labour-party inglese, la bionda Amazzone degli operai. Nell'angolo di fronte a me due giapponesi, a cui io mi sentirei tentata di dire: «Anatanohà Taxan Kiri!» in purissimo nippone; ma me ne astengo perchè nonso più che cosa voglia dire. Alla mia destra, biondo-ricciuta come l'immortale suo fratello, la sorella di Paderewski mi saluta con affetto.

E il treno corre....

Qui ci starebbe un po' di descrizione di paesaggio svizzero sotto la neve; ma le descrizioni di paesaggio si possono trovare in molti libri scritti da altri autori.

Quindi salto subito, come in un viaggio cinematografico, alla stazione di Montreux; ed ecco anche Bérangère, sorridente e soave, che dalla piattaforma mi saluta sventolando il fazzoletto di seta rossa. (È sempre stata un poco socialista, Bérangère!).

— Prenderemo il thè qui nell'Eden Palace, — dice, traendomi verso un Grand Hôtel vicino alla stazione. — Dopo, verrai a casa mia.

Quando siamo nell'Hall, installate in due grandi poltrone, le chiedo:

— Parlo con mademoiselle Tarnier o con madame la comtesse de Lussain-Maldé?

Ella, senza rispondermi, si slancia in una poetica dissertazione sul Natale; sul mistico significato della Vigilia di Natale, del giorno di Natale, della notte di Natale.... Indi improvvisamente mi chiede:

— Tu, come hai passato la notte della Vigilia, l'anno scorso?

Io riordino rapidamente i miei pensieri; poi rispondo: — Nascosta in una casa di Londra con cinque o sei Sinn Feiners evasi dalle carceri irlandesi. E tu?

Bérangère nervosamente gira e rigira entro le mani il suo fazzoletto rosso e ne fa qualche cosa che somiglia a un topo, con coda e orecchie; poi lo fa saltare da una mano all'altra.

— Io?... — dice, come per guadagnar tempo; — Ah! Io!... — E improvvisamente si chiude il viso nelle mani.

Vi è nella sua voce un'espressione che non comprendo. Orrore? Estasi? Disperazione? Non so.

— Dimmi, — le ordino, colla tazza di thè in mano, mentre di fuori nel crepuscolo....

(Qui leggere due pagine di un altro autore).

— Ebbene, — dice Bérangère, — ascolta.

— Ero venuta a passare un mese dalla zia Clotilde qui sopra, a Glion, dovendo poi raggiungere per le feste natalizie la famiglia del mio fidanzato a Ginevra. La sera della Vigilia vi doveva essere da loro a Château-Mirval un pranzo di famiglia seguìto da un grande ricevimento per partecipare al mondo che l'erede dei Lussain-Maldé si fidanzava.... a me. Da Parigi era annunciato, per l'occasione, l'arrivo di parenti milionari che portavano in dono a lui una Peugeot 40 HP., e a me una collana di perle con sessantotto gemme scelte. Tutta la festa doveva rivestire un carattere di grande etichetta e solennità.

Fu deciso ch'io lascerei Glion, accompagnata dalla zia, alle due del pomeriggio, arrivando a Ginevra verso le quattro. Indi, thè di gala; pranzo intimo; ricevimento fastoso.

Il giorno 23 mandammo a Ginevra bauli e valigie;il 24, alle due, uscimmo dall'albergo e ci avviammo alla stazione della funicolare per scendere a Montreux.

Ed ecco che sulla strada nevosa e ghiacciata mia zia scivola, cade, si sloga un piede.

Agitato ritorno tra le braccia del portiere all'Hôtel! affannati telefonamenti al dottore di Montreux — assente! a quello di Territet — presente ed accorrente. Compresse d'acqua vegeto-minerale. Altri telefonamenti ai de Lussain-Maldé, Château-Mirval, Ginevra. «Verrò, io sola, col prossimo treno. Arrivederci stasera alle 21,10». Disperate proteste dall'altra estremità del telefono. Laceranti gemiti dal letto di zia Clotilde. Nuove compresse d'acqua vegeto-minerale. Tristi riflessioni: niente thè di gala! niente pranzo intimo! Unico conforto: arriverò a tempo per il fastoso ricevimento.

Difatti alle 17,50, avviluppata in fluttuanti veli da viaggio, scendevo nella neve e la nebbia alla Funicolare Glion-Montreux; alle 18 e 20 m'aggiravo quaggiù nella stazione di Montreux con quaranta minuti da aspettare. Era buio; faceva freddo; la sala d'aspetto era lugubre e deserta. Nessuno viaggiava in questa serata. Pensai al pranzo di famiglia — tavola risplendente, visi sorridenti, vini spumeggianti, discorsi augurali, ed io, a fianco di Lucien, eroina di tutti i festeggiamenti.... Un'irrefrenabile tristezza mi morse il cuore e mi riempì gli occhi di lagrime. Ma subito il pensiero di arrivare in casa de Lussain cogli occhi gonfi, frenò il mio pianto, e decisi di andare nellaSalle de Toilettea dare un ultimo ritoccoai miei capelli ondulati, un soffio di cipria alle mie guancie.... Quest'idea mi confortò.

M'avviai per il vasto andito deserto, percorsi un altro lungo corridoio ed arrivai davanti all'uscio della «Toilette pour Dames. (Luxe). 50 centimes». Girai la maniglia ed entrai.

La custode aveva già lo scialle in testa per partire e stava riponendo in un armadietto il «luxe», costituito da un pacco di forcelline, una scatola di cipria e una saponetta rosa. Parve contrariata dal mio arrivo.

— Capirà, — mormorò, — è la Vigilia. I bambini aspettano ch'io vada ad accendere l'albero di Natale.

— Non occorre che aspettiate, — diss'io; — lasciatemi il sapone e un asciugamano. — E togliendo dalla borsetta (unico mio bagaglio, poichè il resto mi aveva preceduta a Ginevra) alcune monete d'argento, gliele porsi augurandole buon Natale. Essa ringraziò con effusione; indi, salutandomi e raccomandandomi di «badare alla porta», uscì.

Io udii risuonare a lungo i suoi passi per l'andito sonoro.

Chiusi con cura la porta ch'essa aveva lasciata semi-aperta e mi dedicai alla mia toilette. Non fu spiacevole occupazione; m'incipriai; mi lucidai le unghie; constatai che i miei occhi non erano per niente gonfi; appena un leggero arrossamento delle palpebre tendeva a darmi — colla mia carnagione bianca e i miei capelli color rame — un'aria unpoco tizianesca. Pensai con soddisfazione alla mia entrata nel gran salone di Château-Mirval, all'effetto che produrrei sui parenti milionari, al primo sguardo di Lucien.... Indi mi disposi a tornare sulquaiad aspettare il treno.

Richiusi la borsetta, gettai un ultimo sguardo nello specchio e m'avviai alla porta.

Afferrai la maniglia. Non girò. Spinsi la porta — non cedette. Tirai la porta — non si mosse. Tentai di scuoterla — era rigida, solida, incrollabile. Mi guardai d'intorno in cerca d'una finestra. Non ve n'era.

Allora chiamai. Chiamai: «Custode!... Facchino!... Portiere!...» Nessuno rispose; nessuno venne. Tutti erano a casa a fare il pranzo della Vigilia. Tutti erano intorno agli alberi di Natale accesi; ed io ero qui rinchiusa nella «Toilette pour Dames, luxe, 50 centimes».

Udii da lontano un fischio, seguìto quasi subito dal fragore del treno che entrava nella stazione. La disperazione mi colse; poi rinacque la speranza: qualcuno sarebbe venuto; qualche «dama» che per 50 centesimi....

Nulla. Nessuno venne. Urlai, strillai, diedi dei calci nella porta e nel muro, corsi in su e in giù, aprii e richiusi una porticina in fondo su cui spiccavano due lettere maiuscole dell'alfabeto inglese....

Un altro fischio, un rintocco di campana, un rullìo: il treno usciva dalla stazione — andava a Ginevra senza di me! La festa del fidanzamento avrebbe luogo senza la fidanzata.

Colla calma della completa stupefazione sedetti sull'unica seggiola — quella della custode — e cercai di riordinare i miei pensieri sconvolti. Non c'era più treno per Ginevra fino alle 2 del mattino. Viceversa c'era un treno proveniente da Ginevra alle 23,28. Pensai: Lucien prenderà quel treno e verrà a cercarmi. Chiederà, cercherà; interrogherà il bigliettario, il capostazione.... Il bigliettario non mi aveva veduta, poichè avevo preso il biglietto direttamente da Glion; ma il capostazione, sì. Durante quei pochi minuti in cui avevo girato per la stazione prima di venir qui, l'avevo scorto col suo berretto rosso; ed anch'egli mi aveva veduta. Era un capostazione giovane, con baffetti biondi.... e se li era arricciati, guardandomi. Sì, sì! il capostazione direbbe a Lucien d'avermi veduta; mi cercherebbero, mi troverebbero, mi salverebbero!

Ma erano le 19,10. Come far passare le ore fino alle 23,28? Non avevo altra occupazione che di lucidarmi le unghie; non avevo altro da guardare che il lavabo di marmo, la saponetta rosa, l'asciugamano e la tavola; non avevo altro da leggere che le due lettere maiuscole sulla porticina in fondo.

Mi chiusi nei miei pensieri. Pensai a Lucien, al mio avvenire con lui.... pensai al pranzo di famiglia.... agli alberi di Natale accesi per il mondo....

E lentamente — oh! come lentamente! — le ore passarono. Ogni tanto emettevo qualche strillo per il caso che qualcuno potesse udire. Ma la mia voce in quel silenzio mi gelava il sangue. Cominciai adaver paura, a guardarmi attorno; mi pareva di veder muovere delle ombre negli angoli della stanza.

Allora provai a dire tutte le preghiere che sapevo; poi tutte le poesie che ricordavo. Cominciai con «Napoléon écolier».

«À genoux, à genoux au milieu de la classe,L'enfant mutin,Dont l'esprit est de feu pour l'algèbre, et de glacePour le latin!...».

«À genoux, à genoux au milieu de la classe,

L'enfant mutin,

Dont l'esprit est de feu pour l'algèbre, et de glace

Pour le latin!...».

Ma il terrore mi riprese, mi agghiacciò. Il cuore mi batteva così forte che pensai: «Adesso morirò di sincope. Mi troveranno domani, giorno di Natale, seduta qui, morta — tragica e ridicola in questa esecrabile «Toilette».

Le 22. Le 22 e un quarto. Le 22 e mezzo. Le 23. A momenti sarebbe arrivato il treno da Ginevra.... e Lucien! Questo pensiero mi agitò tanto che mi misi a gridare e non smisi più; gridai, gridai frenetica e forsennata, e i corridoi vuoti echeggiarono dei miei urli stridenti.

Un passo! Sì, era un passo. Smisi di strillare un attimo per ascoltarlo, poi ripresi più forte. Il passo si fermò; indi riprese, affrettandosi, avvicinandosi: e una voce chiamò:

— Allò! allò! Dove siete?

— Qui! qui! qui! — e lo stridìo della mia voce si ripercuoteva in tutti gli angoli.

— Ma dove?

— Qui!Toilette pour Dames! Luxe! Cinquantecentimes!— ululai. E caddi, quasi svenuta, sulla seggiola.

Dopo molto lavorìo colla maniglia la porta si aprì, e il mio salvatore apparve sulla soglia. Era il capostazione.

Mi guardò stupefatto. —Mais qu'est-ce qui arrive?

—Qu'est-ce qui arrive? Qu'est-ce qui arrive?— feci io, balzandogli incontro come una Furia. —Arriveche io dovevo essere a Ginevra per il mio pranzo di fidanzamento e che sono qui, da quattro ore, a strillare, a soffocare, a spasimare....

— Oh! che disastro! — esclamò il capostazione; ma mi parve di scorgere sotto ai suoi baffi biondi tremolare un sorriso represso. Questo m'infuriò.

— È iniquo — gridai, — è infame. Farò un processo, a voi, alla Compagnia, alla Direzione, alla Federazione. Sì, vi processerò; perchè non avete il diritto di rinchiudere una creatura in questo posto immondo la notte della Vigilia di Natale....

E il mio pianto sgorgò.

— Creda, sono desolato, — diss'egli; — ma non capisco.... — e tenendo la porta aperta girò due o tre volte la maniglia e poi la chiave ch'era al di fuori. — La serratura funziona perfettamente.

— Già — esclamai sarcastica. — Perfettamente! Difatti.... — E con un riso di scherno gli volsi le spalle.

— Ma sì; funziona perfettamente, — disse lui calmo e cortese. — Guardi lei stessa.

— Non è vero, non è vero! — gridai, e afferrandola porta la chiusi con violenza. — Non funziona affatto! — E gli mostrai, tentando di riaprire, che la maniglia non girava.

Un poco impressionato, egli l'afferrò a sua volta. La mosse, la scosse; spinse la porta, tirò la porta. Niente. Solida, ferma, incrollabile, quell'uscio resisteva ad ogni sforzo. Egli si volse e mi guardò.

— Siete pazza? — disse, e i suoi occhi mandavano lampi, — ci avete chiusi dentro!

Io fremetti di sdegno. — Uscite, — gli dissi, con gesto di comando. — Uscite subito di qui. Lasciatemi sola.

— Magari! — rispose lui, sgarbato. — Siete voi che me ne avete impedito.

Il mio furore non ebbe limiti. — Andate via! — strillai; e poi, come quello mi guardava con occhi saettanti, mi misi a urlare di nuovo: — Aiuto! Aiuto!... Ah! ah! ah!...

Egli non badò più a me. Chino accanto all'uscio, esaminava la serratura; quindi, subitamente risoluto, cominciò a dare delle potenti spallate nel legno. (Mi passò per la mente che se Lucien, colle sue esili ed aristocratiche spalle, avesse tentato un'impresa simile, avrebbe dovuto poi stare otto giorni in letto).

Ma la porta resisteva. Il capostazione si guardò intorno; indi, buttando per terra il berretto rosso che finora aveva tenuto in testa, afferrò il tavolino, lo alzò in aria brandendolo per le gambe, e, con quanta forza aveva, lo scaraventò contro la porta.

Il tavolino andò a pezzi; ma la porta non crollò.Una lunga striscia bianca sulla vernice scura del legno rimase, unico testimonio dell'inutile violenza.

Il mio compagno di prigionìa allora si appoggiò al muro, e colle mani in tasca guardò la porta. Gettò un'occhiata verso il piccolo uscio in fondo alla stanza, ma di sopra a quella tramezza si scorgeva la continuazione della parete a indicare che di là non v'era uscita.

I suoi occhi tornarono, irosi, alla porta screpolata, e a me. Io m'ero accasciata su quell'unica seggiola che pareva un isolotto in un mare di desolazione; ai miei piedi giacevano i rottami del tavolino. Avevo cessato di gridare; la violenza di lui m'aveva intimidita e calmata.

Forse il mio atteggiamento di mansueta disperazione lo commosse, perchè disse con voce abbastanza umana:

— Mi dispiace per lei. Comprendo quanto sia penosa la sua situazione; e quanto la mia presenza l'aggravi.

Chinai il capo senza rispondere. Veramente, io non la pensavo così. La presenza di un essere umano, chiunque fosse, m'era di conforto; se non altro mi impediva di aver paura, quella paura frenetica e sragionata che mi assale talvolta nella notte e nella solitudine. Forse avrei dovuto aver paura anche di quest'uomo, di quest'estraneo col quale ero qui rinchiusa, lontana da ogni soccorso; ma a dir vero egli non m'ispirava alcun senso di terrore. Era molto giovane e molto biondo. I capelli, scompigliati dai suoi gesti violenti, gli cadevano in ciocche soleggiatesulla fronte; erano bionde le ciglia aggrottate, e biondi i brevi baffi sopra la bocca risoluta. Aveva il mento quadro, indicante fermezza di carattere, ma una fossetta profondamente incavata ne attenuava la durezza. (Pensai al mento alquanto fuggente di Lucien, e mi dissi ch'egli certo doveva essere di carattere assai più malleabile ed arrendevole di costui. Infatti sapevo Lucien anche troppo suscettibile alle influenze femminili!...).

Lo sconosciuto stava ritto, immobile, addossato al muro colle braccia conserte. Io alzai gli occhi al suo viso fosco e chiesi, tremante: — E adesso?

— Adesso, — disse lui, — arriverà il diretto di Ginevra ed io non sarò al mio posto.

— Allora la cercheranno! — esclamai subitamente sollevata.

— Sì, mi cercheranno! — ribattè lui con un sorriso ironico, — ma non qui.

— Cercheranno anche me, — dissi con un piccolo singhiozzo, pensando a Lucien.

— Chi? Chi la cercherà?

— Il mio fidanzato, — risposi, chinando il capo. Avevo ancora il cappello da viaggio e il velo grigio in testa, e ne ero tutta avviluppata come da una nube malinconica. — Non vedendomi arrivare alle nove a Ginevra, avrà preso il primo treno per venirmi a cercare.

— E qui, non trovandola, — fece il giovane, sempre con lieve aria di motteggio, — vorrà subito interrogare il capostazione. Irreperibile anche quello! Sarà una bella situazione, — soggiunse con un'amararisata, — quando portieri, facchini e fidanzato apriranno la porta e ci troveranno qui.

Io trasalii. A questo non avevo pensato. — Mio Dio! — esclamai, — e il conte Lucien è un vero Otello!

Il giovane, a queste parole, dètte in un'improvvisa risata, e continuò a ridere e ridere, col viso all'indietro e la testa appoggiata al muro.

Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignità; avrei voluto uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi altezzosa verso la porta colle due iniziali....

In quel momento ecco da lontano il brontolìo, il rullìo, il fischio del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormorò tra i denti un'amara esclamazione.

Con clamore e clangore, con stridìo e cigolìo il treno entrò nella stazione e si fermò, con un lungo sospiro stridulo in scala discendente.

Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore ci giungeva traverso le mura massicce della stazione — non voci, non passi — nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora il capostazione alzò le mani alla bocca e con due dita, allargando le labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripetè tre o quattro volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.

Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva fievole e poca) e non sapendoche cos'altro gridare, gridai alternatamente: «Aiuto!» e «Lucien!...» A mia grande mortificazione vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva più di emettere il suo fischio perchè le labbra gli tremavano nel riso.

Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse. Ben presto il pulsante battito si fece più ritmico, più rapido, più lontano.... e il silenzio ricadde.

Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.

— E adesso? — diss'io di nuovo.

L'altro non rispose.

— Quanto tempo dovremo restar qui?

— Fino alle sette del mattino, quando la custode verrà ad aprire.

— Misericordia! — esclamai, e chinando il capo tra le mani, piansi.

— Farebbe meglio a togliersi il cappello e cercar di dormire, — disse lui.

Obbediente e piangente tolsi il cappello e il velo, e quando li ebbi tolti non sapevo dove metterli; se sul lavabo o per terra. Mi decisi per il lavabo: e, deponendoli, gettai uno sguardo nello specchio.

Mi vidi una piccola faccia smunta e gli occhi spiritati e gli ondulati capelli in disordine. Tuttavia non ero bruttissima. Già.... se avevo potuto piacere al conte Lucien de Lussain-Maldé, così difficile a contentare.... Nello specchio incontrai lo sguardo del capostazione; arrossii, e tornai a sedermi.

. . . . . . .

Come passarono le ore? Non lo so.

Ogni tanto guardavo l'orologio, e, dopo due o tre ore, quando lo riguardavo erano passati dieci minuti! Pensai alla zia Clotilde e al suo piede; pensai a Lucien, che certo s'aggirava, frenetico e disperato, pei corridoi della stazione....

Invece no. Seppi poi che in quel frattempo egli (arrivato difatti col treno delle ventitrè) adesso saliva nella nebbia e nella neve da Montreux a Glion; saliva a piedi perchè a quell'ora non c'era più funicolare; e lo accompagnavano — fiutando l'articolo sensazionale — un redattore delJournal de Genèvee due altri cronisti che i de Lussain avevano invitato per render conto della festa. La strada è lunga, ripida, scurissima; e i tre salivano cupi, tragici, gelati, sdrucciolando nella neve e nel fango, coi colletti rivoltati fino al naso.... salivano verso la dormente zia Clotilde per svegliarla di soprassalto e gettarla nel pànico e nella disperazione....

E il capostazione ed io, rinchiusi nella «toilette de luxe», ci guardavamo inebetiti ascoltando da lungi un suono festoso di campane....

Bérangère tacque.

— Ebbene? — chiesi io.

— Ebbene? — fece Bérangère, e colle dita irrequiete tornò a far saltare il topo rosso dall'una mano all'altra.

— Come andò a finire? Come passaste la notte?

— Ma, non so, — fece Bérangère; — faceva un gran freddo.... camminammo in su e in giù.... Poi ci parlammo. Io gli narrai di Lucien, ed egli mi parlò di suo padre, un vecchio dottore di La Chaux-de-Fonds e di una sorella «bionda come una lampada accesa». Mi piacque il paragone: e pensai, guardandolo, che anch'egli era biondo come una lampada accesa. Le sue chiome flave parevano mandar luce.

Poi parlammo di letteratura e di musica. Egli era stato in Ispagna e in Germania prima della guerra; aveva letto «Also sprach Zarathustra», e gli piacevano le sinfonie di Mahler.

Io gli recitai «À genoux, à genoux au milieu de la classe»; e poi egli, seduto sul lavabo, mi cantò dei brani d'opera.

Stava appunto cantandomi ilLeitmotifdelle Figlie del Reno, allorchè uno strepito alla porta ci fece voltare. Era la custode, esterrefatta, che dalla soglia ci contemplava.

Ma come! Erano già le sette del mattino?...

E di nuovo Bérangère tacque.

— Ebbene? — diss'io.

— Ebbene; quando, dopo aver calmato e consolato la zia Clotilde, mi presentai nel pomeriggio al Château-Mirval, la contessa mi accolse con gelida cortesia; disse che suo figlio era sofferente, ma che, probabilmente, quando stava meglio, mi avrebbe scritto....

Indi mi porse, con gesto regale, alcuni giornali:laGazette de Lausanne, leJournal de GenèveeLa Suisse.

Il primo narrava in forma serio-comica «L'Avventura di una Fidanzata». Il secondo, più faceto, intitolava il suo articolo: «Fortunato Capostazione!». Il terzo, oh! il terzo!...

In cima alla colonna spiccavano a grandi caratteri queste parole: «IDILLIO DI NATALE IN UN....» .... e qui le due iniziali che sai!

Non ho più veduto Lucien.

.... Basta! Sono molto felice. La zia Clotilde mi regalò per le nozze una collana di perle di ottantasei gemme scelte; una meraviglia! Quanto alla Peugeot, non saprei cosa farmene. Capirai, abbiamo tutti i viaggi gratuiti!...

— E infine, — soggiunse Bérangère, disfacendo il topo e facendosi vento al viso roseo col fazzoletto rosso; — aspetto tra poco l'arrivo di qualcuno.... di qualcuno.... che forse sarà anche lui «biondo come una lampada accesa!».

L'Amico — quell'«amico» che troviamo sempre nelle novelle e nei drammi, il modesto e mansueto amico che non vive di vita propria ma esiste soltanto per accompagnare con brevi commenti ed esclamazioni i discorsi del protagonista — quell'amico (utilissimo anche in questo racconto) disse, come dice sempre:

— Ma....ellati ama!

— Sì; ella mi ama, — disse cupamente Manlio.

— E non ti tradisce.

— No, — disse Manlio, con un profondo sospiro; — non mi tradisce.

(Da quel sospiro che cosa deduce l'intelligente lettore?

Deduce:a) che Manlio parla di sua moglie.

b) che questa moglie è probabilmente grassa e sulla quarantina.

c) che Manlio ha un cuore modernamente irrequieto e infedele).

— Io non so di che cosa ti lagni, — disse l'amico. — Sei un uomo arrivato; sei un poeta stampato. Hai girato il mondo; ti sei divertito; ne hai fatto di tutti i colori....

— Ah no! — gridò Manlio — no! Non è vero. Non ne ho fatto «di tutti i colori».... — E sprofondando le mani nelle tasche soggiunse, crollando il capo: — Ed è questo, questo appunto che mi affligge.

L'amico (di cui la missione è di raccontare diffusamente al protagonista ciò che questi sa assai meglio di lui) enumerò la serie di brillanti conquiste fatte dal fortunato Manlio:

— La Tortola.... la Vannucci.... Carlottina.... Vilfrida.... Cicì.... la Soresina....

— Sì!... sì!... sì!... — gemette Manlio. — Ma quelle.... erano tutte dello stesso colore.

L'amico si stupì. — Che cosa vuoi dire?

— Voglio dire, — e Manlio appoggiò il capo sulla spalliera della poltrona guardando con aria ipocondriaca il soffitto, — voglio dire che quelle donne non erano di tutti i colori. Erano tutte più o meno bianche; chi un po' più chiara, chi un po' più scura; chi d'un bianco latteo, chi d'un bianco niveo, chi d'un bianco d'avorio.... Ora tutto quel biancore mi è venuto a nausea. Il mio cuore e i miei nervi reclamano delle tinte più forti e fosche, del pimento più carico e più caldo.... I miei sensi reclamano.... un tenebrosoamore! — E Manlio si passò una mano fine e «psichica» (come l'aveva un giorno definita una Americana dilettante di chiromanzia) si passò dunque la mano psichica sulle lunghe chiome ondulate che portava spazzolate indietro dalla fronte e gonfie in cima al capo, à la Pompadour.

L'amico — che aveva i capelli semplicemente castani e tagliati a spazzola — crollò la testa.

— Manlio, tu leggi troppa letteratura psico-analitica, — disse. — Queste inquietudini intellettuali morbose, questa ricerca di stranezze, diremo cosìcromatiche, le ho trovate già nei libri di.... — (ed enumerò vari autori moderni a cui io qui non desidero fare della réclame).

— Ti sbagli, — rispose Manlio. — Questa mia brama, questo mio struggimento ha una tutt'altra origine. Tu sai che quando ero in Libia le donne indigene, per me.... posso dire che non esistevano. Le avevo in orrore colle loro forme nere e le loro chiome lanose.... Ebbene, strano a dirsi, partendo, quasi non ero ancora a bordo che già provavo come un senso di rammarico.... che so io!, di rimpianto; come se avessi mancato qualche cosa, come se fossi passato accanto a un fiore senza coglierlo, a una sensazione senza provarla.... Allora quando l'altra sera il maggiore Hubert Elia mi lesse certi suoi bellissimi versi intitolati: «La Migiurtina»....

— Ah! vedi che c'entra la letteratura! — esclamò l'amico.

— .... questo rimpianto, questo desiderio retrospettivo, si acuì fino alla sofferenza.

«Chi t'ha foggiato in questa forma puraDi bronzo antico, figlia del deserto?Quale artefice l'agile cinturaTi assottigliò con lo scalpello esperto?...»

«Chi t'ha foggiato in questa forma pura

Di bronzo antico, figlia del deserto?

Quale artefice l'agile cintura

Ti assottigliò con lo scalpello esperto?...»

citò Manlio, fervido e fremente.

— Ah sì, sì! bellissimo, — mormorò l'amico, che non amava la poesia.

«Ma tu sei tutta caldo bronzo aurato....».

«Ma tu sei tutta caldo bronzo aurato....».

— Di chi parli? — interruppe l'amico.

— Ti dirò. Questa specie di nostalgìa vaga, questo desiderio fluttuante e indefinito, da ieri si è fissato su un essere vivo e tangibile, ha preso forma materiale e umana....

— La forma di chi? — chiese l'amico.

— Stasera vedrai! — pronunciò Manlio misteriosamente (anche per mantenere tesa l'attenzione del lettore). — Vieni con me all'Alhambra. Trovati sulla porta alle nove precise.

E l'amico, il quale, s'intende, non ha mai nulla da fare per conto suo, accettò.

(Il lettore dirà: — Il tipografo ha sbagliato. Qui doveva esserci la «Parte Seconda» non la terza.

Invece no. Poichè la letteratura d'oggi esige qualcosa d'inatteso e d'originale, io ho escogitato questo modo di stupire il lettore.

L'inversione!Fargli leggere prima la fine della mia opera — Parte Terza — e poi la continuazione — Parte Seconda. Basta questo semplicissimo mezzo per generare nella sua mente quella confusione necessaria a convincerlo che si trova di fronte a un capolavoro.

Dunque ecco la fine del mio racconto).

Dopo questo trasecolante avvenimento.... (il lettore non sa di quale avvenimento si tratti, ma appunto in questo sta l'interessante) si sparse per la città sul conto di Manlio una dicerìa macabra e misteriosa.

Donde nacque?... Chi l'originò?... Mistero. Ma il nefando sospetto serpeggiò, subdolo, da casa a casa, da ristorante a caffè, da strada a piazza. E un giorno tutti lo sapevano, tutti lo dicevano. Manlio De Luca aveva ucciso sua moglie!

— Ma perchè, perchè l'avrebbe egli uccisa? — gridava l'amico (di cui oggi la missione era di saperne meno di tutti gli altri), perchè? — E battendo coi pugni sul tavolino di marmo del Caffè più frequentato, urlava: — Perchè?

— Perchè Manlio è un poeta, e quindi un degenerato, — diceva l'uno.

— Ma se voi stessi, — ribattè l'amico, — ma se voi tutti avete sempre detto di Manlio che non era che un mezzo poeta. Quindi non poteva essere che un mezzo degenerato. E per uccidere la moglie bisogna essere un degenerato completo.

Su questo punto si fu d'accordo. Ma un altro suggerì:

— L'avrà uccisa perchè aveva quarant'anni ed era grassa.

— Ma lui ne ha quarantotto! — gridò sdegnato l'amico. — E se la signora Clotilde era grassa, non era più facile farle fare la cura Guelpa (Digiuno e Purga, Quintieri L. 3.50) che ammazzarla?

Vi fu un breve silenzio. Poi qualcuno disse:

— L'avrà uccisa perchè ella lo amava troppo.

— Mio Dio! — fece l'amico, abbassando le palpebre e inarcando le sopracciglia, — se dovessimo uccidere tutte le donne che ci amano troppo!...

— Eh.... già! — sospirarono tutti. E tutti abbassarono gli occhi e inarcarono le sopracciglia con un'aria di rassegnazione e di lieve stanchezza. E chi aveva i baffi se li arricciò.

— Non ha ucciso! No! Non ha ucciso! — gridò l'amico, alzandosi in piedi pallido e fremente.

E poichè tutti lo guardavano, egli per non diminuire l'effetto di quel momento drammatico, si calcò in testa il cappello, e cupo, a lunghi passi, colle spalle curve, lasciò il Caffè, dimenticando di pagare la consumazione.

E Manlio? Aveva egli davvero ucciso sua moglie? E se non l'aveva uccisa dove la teneva?

Da oltre due mesi nessuno aveva più veduto la signora Clotilde. È vero che la sua suocera, e anche qualcuna tra le sue amiche più intime, avevano ricevutoqualche biglietto da lei, o che almeno parevano scritti dalla sua mano. In queste brevi comunicazioni ella diceva:

«Non state in pensiero per me.... Sto bene.... Mi rivedrete un giorno....».

Ma questi oscuri messaggi non facevano che accrescere vieppiù i sospetti.

E intorno a Manlio, divenuto cupo, evasivo, impenetrabile, si addensò la fosca nube del sospetto.

E qui possiamo tornare indietro alla

La signora Clotilde non aveva un «Amico». Non aveva neppure un'amica a cui si sentisse disposta a confidare i suoi intimi pensieri.

— Io conosco le donne. Sono vipere, tutte quante! — diceva a sè stessa. E si rassegnava quindi durante le frequenti assenze di suo marito a dare alle sue considerazioni e ai suoi sentimenti una forma di semplice soliloquio.

Nel giorno stesso in cui suo marito recitava all'amico la poesia del maggiore Elia, ella — facendo in camera sua un po' di ginnastica svedese secondo le prescrizioni di un Manuale intitolato «Igiene e Bellezza Muliebre», — così rifletteva:

— Ho notato che Manlio.... (la signora Clotilde si alzò sulla punta de' piedi, allargando lentamente le braccia e respirando profondamente)uno.... era alquanto....due.... eccitato iersera....tre. Non so precisamente....quattro.... se era per quella canzonettista belga....cinque..... oppure per una di quelle....sei.... spudorate femmine seminude...sette.... nei tableaux vivants....otto.

La signora Clotilde abbassò le braccia e le calcagna e tornò in posizione di «riposo».

— Già non avrei dovuto permettergli di condurmi in un Café-Chantant, — riflette. — Viceversa, se non mi ci lasciavo condurre.... (la signora mise le mani sui fianchi, coi pollici in avanti e i gomiti bene all'indietro).... probabilmente ci andava da solo. E visto che era l'anniversario del nostro matrimonio....Uno.... (la signora chinò il busto in avanti e roteò lentamente otto volte da destra a sinistra).... questo mi sarebbe spiaciuto.Due....tre....quattro.... Tutta notte è stato....cinque.... inquieto....sei.... e mormorava in sogno....sette.... delle parole strane....otto. — (Si raddrizzò). — «Sed Formosa!» L'ho sentito chiaramente pronunciare più volte quelle due parole: «Sed Formosa». Vediamo! L'epiteto «formosa» potrebbe applicarsi a me. Ma «Sed?» Che cosa mai vorrà dire «Sed»?

La signora tornò a chinarsi in avanti e riprese il suo esercizio girando lentamente il busto otto volte da sinistra a destra.

Quindi si sdraiò per terra rigida e supina.

— Forse era quel Tokay che bevemmo a pranzoal Savini.U-no.... — (la signora sollevò lentamente i piedi in aria) —du-e.... — (li riabbassò). — Io non ne presi che mezzo bicchiere....U-no.... e subito sentii un non so che....du-e.... come uno stordimento....U-no. E lui bevette tutto il resto....du-e.... Sì, sì. Era probabilmente....U-no.... il Tokay....du-e.

Finiti gli esercizi la signora Clotilde, sempre seguendo il Manuale d'Igiene, si fece una frizione di Acqua di Colonia, si spalmò sulla faccia del bianco d'uovo sbattuto, e si sdraiò sul letto per venti minuti cogli occhi chiusi.

«Rilassate completamente i muscoli e la mente», diceva il Manuale; ma ahimè! se alla signora Clotilde riusciva di rilassare i suoi muscoli, il suo cervello rimaneva teso nello sforzo di sciogliere l'enigma dell'agitazione di suo marito.

— L'anniversario delle nostre nozze, l'anno prossimo lo festeggeremo in casa, — si prefisse ella. Ma questa saggia risoluzione non bastò a tranquillizzarla sul conto del festeggiamento di ieri.

Ella ben conosceva il suo Manlio; le erano note le sue placide abitudini giornaliere e notturne. Il suo calmo e ritmico russare che dalle undici di sera alle sette del mattino accompagnava i loro sonni coniugali (e che talvolta negli anni trascorsi l'aveva stizzita ed irritata) era divenuto ormai per lei quasi una musica piacevole e tranquillizzante, un simbolo di sicurezza maritale.

Già qualche altra volta, quando questa sonoraberçeusesi era per un breve intervallo interrotta,la signora Clotilde vigile e all'erta si era guardata d'intorno. La prima volta — ben se lo ricordava! — si trovavano con certe sue cuginette ai bagni di mare ad Alassio. Allora, senza indugio, aveva deciso che si andrebbe a finire le vacanze in alta montagna. La seconda volta ella non aveva fatto altro che licenziare una cameriera bionda e petulante.... ed ecco che la notturna musica da camera, col suo timbro tra il bombardone e il fagotto, aveva ripreso il misurato ritmo abituale.

Ora, anco una volta, era interrotta; laberçeuseera divenuta spasmodica e sincopata come un «bunny-hug» americano. Manlio per tutta la notte si era rigirato inquieto e febbrile nel letto, destandosi di soprassalto, con una scossa, da brevi sogni agitati.

Nel buio, al suo fianco, sua moglie silenziosa ascoltava e notava quei rotti sospiri, e si diceva:

— Clotilde!... in guardia!

Ora, di giorno, coi muscoli rilassati, cogli occhi chiusi e il bianco d'uovo sulla faccia, ella passava in severa rivista i ricordi della serata precedente, come un colonnello farebbe allineare davanti a sè i soldati tra cui volesse ravvisare un delinquente.

Ripassò mentalmente l'intero programma della serata.

I primi due numeri — causa il pranzo e il Tokay — non li avevano veduti; dunque si potevano escludere. Erano entrati nel loro palchetto a metà del terzo numero: «The Jolly Japs», una compagnia di equilibristi giapponesi; Manlio non li aveva neppure guardati; anche quelli erano dunque esclusi.

Il numero 4 era un baritono francese. Escluso.

Numero 5: «La blonde Aglaé», danzatrice. Manlio l'aveva guardata; aveva detto: — «Che rana! — e ritiratosi in fondo al palco aveva schiacciato un sonnellino. Esclusa.

Numeri 6, 7 ed 8, esclusi, perchè Manlio dormiva.

Numero 9: Canzonettista Belga. Manlio s'era svegliato di soprassalto, s'era affacciato all'orlo del palco; poi, ritraendosi, aveva acceso un sigaro. Poteva essere lei?... Mah!

Numero 10: Prestidigitatore Chinese. Escluso.

Numero 11: Cani ammaestrati. Esclusi.

Numero 12: Quadri Viventi Allegorici della Guerra Mondiale. Primo Quadro: «Gli Alleati affrontano la Tigre Germanica». Niente. — Secondo Quadro: «La piccola Martire» (il Belgio). Niente. — «Il Sorriso della Vittoria». Ah!... Vediamo. La Vittoria era tutta chiusa in un'armatura d'acciaio, e invero di lei non si vedeva, sotto l'elmetto rilucente, che il sorriso. Ora è difficile che un sorriso per quanto radioso, basti da solo a turbare.... No. Escluso anche il Sorriso della Vittoria. — «La Liberazione della Colonia Germanica Sud Africana». Esclu.... Alto-là!

Della Colonia Germanica Sud Africana, rappresentata da una giovane negra che tendeva le braccia incatenate verso un gruppo di soldati alleati, non si vedeva il sorriso.... ma si vedeva quasi tutto il resto. Quelle braccia tese all'altezza del volto le celavano i lineamenti ma concedevano interamente allo sguardo del pubblico il corpo, quasi nudo, di un bel color mogano scuro. La linea di quel corpo,appena interrotta da una sciarpa rossa legata intorno ai fianchi, era perfetta; poteva anche dirsi conturbevole.... La signora Clotilde aveva creduto udire dietro di sè un piccolo fischio sommesso in scala discendente.... e s'era voltata di scatto. — Manlio? Cos'hai detto? — Ma Manlio non aveva detto niente. Allora la signora, china in avanti e movendo i piedi irrequieti, aveva esclamato: — Guarda un po' se vedi dove è andato a finire il mio sgabellino.... — E Manlio per tutto il tempo che aveva durato la Liberazione della Colonia Sud Africana era rimasto a brancolare per terra in cerca dello sgabello (ch'era poi sotto la sedia della signora Clotilde). Quando si rialzò, una bianca e grassa «Pace Imperante sul Mondo», reggendo una colomba imbalsamata aveva sostituita la Colonia Sud Africana che, probabilmente, era andata a rivestire di etiopici drappeggi le sue belle membra crepuscolari....

La signora Clotilde balzò dal letto. Che si chiamasse Sed Formosa quella femmina nera?

Ritrovò sul tavolo da toilette il programma. (Aprendolo notò che oggi vi era una matinée all'Alhambra). No. La negra non si chiamava Sed Formosa; si chiamava Alabama Loo.

— Del resto, — riflettè la signora Clotilde mettendosi le calze (ch'erano di seta fino ai ginocchi, e di cotone più in su) — quella donna non era affatto formosa. Lo sono assai più io.

Ciò che noi, pudichi lettori, ci asterremo dal constatare o contrastare.

La signora Clotilde scese mezz'ora dopo, e cercò suo marito nello studio. Non c'era. Sulla scrivania giaceva un libro aperto e la signora Clotilde si chinò a guardarlo. Commossa e stupita constatò ch'era la Bibbia: un'edizione bilingue, in latino a sinistra, in italiano a destra. Era aperta al Cantico dei Cantici.

Ed ecco che una parola nella colonna latina balzò, tonda come un molle pugno, agli occhi della signora Clotilde!

—Formosa!— Sì, sì.... ed era preceduta dalla paroletta:Sed.Lo sguardo di falco della signora viaggiò a ritroso e trovò la parola «sum», preceduta a sua volta dalla parola «Nigra».

«Nigra sum sed formosa». Che cosa voleva dire? Guardò la colonna a destra e ne trovò la traduzione: «Non ti dispiaccia, amato mio.... ecc.Nera io sono ma bella!».

Un grido sfuggì alle labbra della signora Clotilde. Manlio!... Dov'era?

L'intuizione la illuminò come una folgore: Manlio era andato alla matinée!

Le intuizioni non sono sempre esatte. Manlio non era alla matinée. La signora Clotilde, in agguato dietro una colonna nell'atrio dell'Alhambra, dovette convincersene vedendo vuotare la sala, e la folla che le passava dinanzi riversarsi sul Corso.

Ma subito un'altra intuizione la illuminò, mozzandole il respiro e facendole mancare i ginocchi. Manlioera colla negra! Era nel camerino della negra!... Ebbene — ci andrebbe anche lei.

. . . . . . .

.... La fecero aspettare parecchio in corridoio. Miss Alabama Loo non poteva riceverla. Stava svestendosi.

— Ma che svestendosi! — esclamò sdegnata la signora Clotilde. — Se era già svestita!

Dopo un quarto d'ora ribattè alla porta. Ancora no.... Miss Alabama si vestiva.

Tremando e ansando la signora Clotilde aspettò, dicendosi: — S'egli esce di lì deve passare di qui. S'egli non esce, entro io. E guarderò negli armadi!...

— Entri pure, signora — disse una donna affacciandosi alla porta. E la signora Clotilde entrò.

Vide subito che non vi erano armadi. Vide anche che non vi era Manlio. E vide infine che non vi era neppure la negra.

Una signorina bionda, alta e sottile, stava incipriandosi davanti allo specchio. Fremente la signora Clotilde si guardò intorno.

— Dov'è?... Dove sono?... — chiese con voce rauca e tremante.

— Dove sono chi? — domandò con amabile sorpresa la signorina.

— La negra.... e mio marito.

La giovane si fermò impietrita col piumino della cipria in mano. Che fosse pazza questa povera signora?

— Suo marito, non so. La negra.... sono io.

.... La signora Clotilde ebbe un breve accesso convulso,e fu premurosamente assistita dalla signorina e dalla cameriera. Riavutasi alquanto, spiegò le sue angoscie e i suoi sospetti alle due, che ridevano sgangheratamente.

La Colonia Sud Africana non era affatto bella, e la signora Clotilde si trovò quasi a desiderare che Manlio fosse qui a vederla. E poi non era neanche «nigra-sum», si disse la signora con sarcastico compiacimento.

Era una buona e semplice creatura contenta di parlare di sè e di rivelare alla elegante visitatrice tutti i segreti della sua toilette: una parrucca di lana nera, una bottiglia di liquido bruno, un vasetto di vasellina color caffè....

— Ma non sarebbe più semplice mettere una maglia scura, invece d'impiastricciarsi tutta a quel modo? — chiese la signora Clotilde.

— Magari! — esclamò la signorina. — Ma la Direzione non permette. Il pubblico se ne accorgerebbe subito.

— E non è difficile levare tutto quel colore?

— No, no; affatto. Con questa lozione — e la signorina additò una grande bottiglia quasi piena di un liquido incolore, chiaro come l'acqua, — si toglie tutto. È un preparato americano, meraviglioso! Guardi come lascia la pelle bianca e levigata. — E stese alla signora Clotilde una mano bianca e un braccio fine e candido. — Appena appena se le unghie restano un pochino scolorite....

In quel momento si battè alla porta.

La signora Clotilde sussultò.

—Manlio!...

Ma non era Manlio. Era un telegramma urgente. La signorina l'aprì, lo lesse e diede uno strillo d'esultanza:

— Parigi, Parigi! Sono scritturata a Parigi!... — E nella sua gioia abbracciò la cameriera. E quasi quasi avrebbe abbracciato anche la signora Clotilde se avesse osato. — Mi ha portato fortuna, mi ha portato fortuna! — esclamava stringendole le grassocce mani inguantate. Ma d'un tratto si fece seria e guardò di nuovo il telegramma. — Si va in scena il primo del mese. E oggi è già l'ultimo. Cielo! Per arrivare a tempo dovrò partire stasera col diretto delle nove.

— Ma è impossibile! — esclamò la cameriera, molto agitata anch'essa; — poichè qui andiamo in scena alle nove e quaranta.... — La cameriera non andava affatto in scena, ma quando si alludeva alle funzioni artistiche della sua padrona parlava sempre al plurale.

— E che importa? Credi ch'io voglia perdere la scrittura di Parigi per un'ultima rappresentazione qui? Vuoi dire che per questa sera troverò una sostituta; oppure si ometterà il quadro, e pagherò la penale. Sì, sì! Che cosa importa?... Pagherò la penale.

La signora Clotilde ebbe un lampo d'ispirazione. Drammatica e maestosa mosse un passo avanti.

— Voi non pagherete la penale. Vi sostituirò io!

Un momento di silenzio esterrefatto seguì questa dichiarazione; ma la signora Clotilde, a testa alta,nell'atteggiamento ispirato e solenne di Martire Cristiana entrante nell'Arena, ripetè:

— Vi sostituirò io. Io, Clotilde de Luca, nata Arpiggiani, di eminente famiglia bolognese, figlia di avvocato e nipote di sottoprefetto, comparirò stasera sul palcoscenico dell'Alhambra vestita unicamente di tintura marrone, di una sciarpa rossa, e di una parrucca di lana! Ah!... Ma questo sacrificio ch'io compio, questa immolazione dei miei più sacri istinti e delle più eccelse tradizioni della mia famiglia, avrà la sua ricompensa! Allorchè mio marito questa sera tornerà al suo focolare, tutto fremente della sua illecita passione, io gli andrò incontro colle braccia aperte, col sorriso sulle labbra: «Manlio! Colei che tu credi d'amare, colei che ti conturba i placidi sonni.... la «Nigra sum sed formosa»,sono io!...Io che t'amo, e ti perdono!».

Questa prova generale di una scena così commovente turbò la protagonista stessa a tal punto che scoppiò in lagrime, e di nuovo toccò alla buona Alabama Loo e alla fida cameriera di calmarla. A dir vero, parevano anch'esse in preda a un accesso di commozione convulsa; erano rosse in faccia e ogni tanto si coprivano la bocca colle mani. Riavutesi tutte e tre, la cameriera, ancora colle lagrime agli occhi, interrogò la sua padrona: — Che cosa ne dice?

La signorina sfiorò cogli occhi la persona breve e tondeggiante della signora Clotilde. — Dico ch'è un'idea magnifica!

— Ma, — fece in uno scoppio la cameriera, — il direttore non consentirà mai!

— Ma che! — esclamò Miss Alabama. — Non ha bisogno di saperlo.

— Già!... che non se ne accorgerà! — strillò la cameriera, dimenandosi convulsa.

— Se ne accorgerà troppo tardi, — singhiozzò Miss Alabama, coprendosi il viso. — Noi saremo già in treno.... lontane.... Del resto, a lui importerà poco, visto che è l'ultima sera dei Quadri Allegorici....

Furono impartite accuratamente alla signora Clotilde le istruzioni necessarie per l'uso del liquido bruno, della vasellina marrone, della cipria color caffè; e della lozione americana decolorante. Si fecero delle prove, che riuscirono perfette, sulla faccia della cameriera e sulle braccia di Miss Alabama. E poi anche sulle mani della signora Clotilde.

La signora Clotilde ringraziò Miss Alabama, Miss Alabama ringraziò la signora Clotilde.

Si lasciarono con un abbraccio.

. . . . . . .

— Chi m'avesse detto che avrei baciato Alabama Loo!... — riflette la signora Clotilde andando a casa in carrozzella.

Quella sera Manlio, tornando a casa verso le sette, trovò sua moglie incappellata e ammantellata, pronta ad uscire.

— Pranzo in casa di mia nipote (la figlia del sottoprefetto!) — spiegò la signora ad occhi bassi, mettendosii guanti. — Capirai, non potevo rifiutare.... Non aspettarmi prima delle undici.

— Oh, guarda un po', — fece Manlio, — come capita bene! Io per l'appunto stasera devo uscire....

— Ah, devi uscire? — fece ella, subdola, sogguardandolo.

— Ho da trattare un affare, — rispose disinvolto Manlio.

Un lampo passò negli occhi della signora Clotilde. — Te lo tratterò io l'affare, — disse tra sè e sè.

E uscì.

Manlio pranzò solo, con placido godimento, poggiando alla caraffa dell'acqua il giornale della sera.

Alle nove si trovò davanti alla porta dell'Alhambra dove l'amico, come d'accordo, l'aspettava.

. . . . . . .

La Colonia Sud Africana ebbe quella sera un grande successo d'ilarità e d'applausi; e nella Direzione del teatro si decise, seduta stante, di continuare la serie dei Quadri Viventi, sostituendo però aiQuadri Viventi Allegoriciuna serie diQuadri Viventi Umoristici— visto che il pubblico pareva dilettarsi ancor più al comico che all'estetico.

Ma nella sala, Manlio, sprofondato nella sua poltrona accanto all'amico, esclamava sbigottito:

— Misericordia!... Che orrore!... Che orrore!... — E si batteva coi pugni la fronte. — Ma cosa avevo io iersera?... Le traveggole?... O allora che cosa diavolo m'avevano messo in quel Tokay?...

La signora Clotilde, intontita dal successo e dall'abbaglio dei lumi della ribalta, ritornò barcollante verso il suo camerino. Percorse coi neri piedi scalzi il dedalo degli stretti corridoi, aprendo molte porte che non erano la sua, e gli artisti — chi più o meno vestito, chi più o meno spogliato — salutarono con urli di protesta o con strilli d'ilarità la sua breve apparizione sulla loro soglia. Finalmente aprì una porta — N. 12 — che era la sua: ma si ritrasse ella stessa con un grido, vedendosi confrontata da una fosca e spaventosa apparizione.... Poi s'avvide che era la psiche che le rimandava la sua propria imagine.... e sorrise.

Ma il sorriso bianco in quella faccia color cioccolata le fece una penosa impressione, e si affrettò a volgere le nere spalle allo specchio. Si tolse di testa la parrucca di lana nera che le dava un caldo insopportabile; indi, seguendo appuntino le istruzioni di Miss Alabama, si dedicò alla delicata impresa del «démaquillage».

Prese un grosso batuffolo di ovatta e vi versò qualche goccia di liquido trasparente. Anzichè cominciare dal viso, volle, per prudenza, provarselo prima su una gamba.... la sinistra....

Benissimo!... Constatò con gioia che, dovunque passava il batuffolo bagnato, il magnifico colore nocciola scuro spariva subito, lasciando trasparire astrisce la naturale tinta carnicina. Quando il cotone fu tutto nero e la gamba tutta bianca, la signora Clotilde gettò in un angolo il batuffolo usato e ne prese uno nuovo. Aveva appena afferrato la bottiglia del liquido, quando udì battere alla porta.

— No! — strillò la signora Clotilde, — no!

Ma la porta ciononostante si aprì, e un signore col cappello in testa entrò con passo risoluto. Era il Direttore in persona che veniva a chiedere spiegazioni alla ignota sostituta di una delle sue artiste.

Con un urlo la infelice signora Clotilde, ricordando di essere nipote di un sottoprefetto, volle nascondere a quell'intruso le sue bicromatiche forme. Fece un balzo all'indietro, vacillò, scivolò...., la bottiglia — la preziosa bottiglia del liquido Americano! — le cadde dalle mani e andò a frantumarsi in mille pezzi in un angolo sotto lo specchio.

Allora una sequela di frenetici strilli riempì di stridore il camerino e i corridoi. Il Direttore, non comprendendo la gravità del disastro, si turò le orecchie colle mani:

— Ma cos'hai da strillare, cretina? Credi forse che mi commuova la vista delle tue gambe.... Per me, oramai, gamba più, gamba meno....

. . . . . . .

L'intera Compagnia si radunò intorno al camerino N. 12, con consigli e suggerimenti. La signora Clotilde, avviluppata in un ampio accappatoio prestatole dal baritono, tremava e piangeva in un angolo,presentando invero lo spettacolo della più.... nera disperazione.

Tutti offrivano consigli, unguenti, vasetti, bottigliette. Si provò a strofinarla colla vasellina, colla lanolina, colla benzina, col sapone al pomice, col sale e il limone.... I Giapponesi suggerirono una mistura d'alcool e di latte caldo. Il padrone dei cani ammaestrati suggerì la terebentina collo spirito canforato. Nulla valse....

La signora Clotilde fu portata a casa in carrozza, accompagnata dalla canzonettista Belga che aveva buon cuore, e dalla Pace Imperante sul Mondo che aveva voglia di ridere.

Si telegrafò a tutti i Cafè-Chantants di Parigi, chiedendo nuove di Alabama Loo. Invano. Certo ella aveva cambiato nome e colore.

Si fecero richieste in tutte le farmacie americane, si telegrafò a New-York, a Washington e a Chicago. Invano.

. . . . . . .

Lugubre, truce, colla sua faccia nera e la sua gamba bianca, la signora Clotilde, chiusa in due camere, aspetta fosca e depressa la lenta azione del tempo.

E infatti, adagio, a poco a poco, col passare dei mesi, la tinta va lievemente rischiarandosi. Dal caffè moka scuro ha preso qua e là una tinta khaki.... e si spera che forse, tra un anno o due anni....

. . . . . . .

Una profonda malinconia incombe sulla casa, interrotta a rari intervalli da improvvisi e pazzeschi scoppi di risa.... È l'Amico (l'unico ammesso in quella tragica dimora) che tratto tratto non sa frenare la sua crudele, spasmodica ilarità.

E contemplando Manlio, — sprofondato nella sua disperazione, sfuggito dai suoi simili, temuto dalle donne, sospettato d'uxoricidio — egli talvolta mormora sommesso:

— L'hai voluto!... L'hai voluto un tenebroso amore!


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