ATTO III

CRIVELLO, SCATIZZA, LELIA da ragazzo e ISABELLA.

CRIVELLO. Or hai inteso; e, se tu vuoi venire, mi basta l'animo di trovarne una per te ancora.

SCATIZZA. Fa' un poco di pratica, ch'io ti prometto che, se tu trovi qualche fantesca che mi piaccia, che noi ci daremo il piú bel tempo del mondo. Io ho la chiave del granaio, della cantina, della dispensa, delle legna; e, s'io avesse dove poter scaricar le some a piano, mi bastarebbe l'animo che noi faremmo una vita da signori. In ogni modo, da questi padroni non se ne cava altro.

CRIVELLO. Io t'ho detto: io 'l vo' dire a Bita, che ti provegga di qualche cittona acciò che tutti a quattro insieme possiam darci buon tempo in questo carnovale.

SCATIZZA. Oh! Noi siamo all'ultimo.

CRIVELLO. Daremcelo questa quaresima, mentre ch'i padroni saranno alla predica a vagheggiare. Ma sta', ché l'uscio di Gherardo s'apre. Tirate un poco piú qua.

SCATIZZA. Perché?

CRIVELLO. Oh! Per buon rispetto.

LELIA. Orsú, Isabella! Non vi dimenticate di quanto m'avete promesso.

ISABELLA. E voi non vi dimenticate di venirmi a vedere. Ascoltate una parola.

CRIVELLO. S'io fusse in questa fregágnuola, so che 'l padrone mi perdonarebbe!

SCATIZZA. Mangiaresti i polli per te, eh?

CRIVELLO. Che ne credi?

LELIA. Or volete altro?

ISABELLA. Udite un poco.

LELIA. Eccomi.

ISABELLA. Ècci nissun costí fuora?

LELIA. Non si vede anima nata.

CRIVELLO. Che diavol vòl colei?

SCATIZZA. Questa dimestichezza è troppa.

CRIVELLO. Sta' a vedere.

ISABELLA. Udite una parola.

CRIVELLO. Costor s'accostan molto.

SCATIZZA. Che sí! che sí!

ISABELLA. Sapete? Vorrei…

LELIA. Che vorreste?

ISABELLA. Vorrei… Accostatevi.

SCATIZZA. Accostati, salvaticaccio!

ISABELLA. Mirate se v'è niuno.

LELIA. Non ve l'ho detto? Non si vede persona.

ISABELLA. Oh! Io vorrei che voi tornasse dopo disinare quando mio padre sará fuora.

LELIA. Lo farò; ma, come passa il mio padron di qui, di grazia, fuggite e serrategli la finestra in fronte.

ISABELLA. S'io non lo fo, non mi vogliate piú bene.

SCATIZZA. Dove diavol gli tien la man, colei?

CRIVELLO. Oh povero padrone! Che sí, che sí, ch'io sarò indivino!

LELIA. Addio.

ISABELLA. Udite: vi volete partire?

SCATIZZA. Basciala, che ti venga il cancaro!

CRIVELLO. L'ha paura di non esser veduta.

LELIA. Orsú! Tornatevi in casa.

ISABELLA. Voglio una grazia da voi.

LELIA. Quale?

ISABELLA. Entrate un poco dentro a l'uscio.

SCATIZZA. La cosa è fatta.

ISABELLA. Oh! Voi sète salvatico!

LELIA. Noi sarem veduti.

CRIVELLO. Oimè! oimè! O seccareccio, altrettanto a me.

SCATIZZA. Non ti diss'io che la baciarebbe?

CRIVELLO. Or ben ti dico ch'io non vorrei aver guadagnato cento scudi e non aver veduto questo bacio.

SCATIZZA. Il veggio. Cosí fusse tócco a me!

CRIVELLO. Oh! Che fará il padrone, come egli 'l sappia?

SCATIZZA. Oh diavol! Non si vòl dirglielo.

ISABELLA. Perdonatemi. La vostra troppa bellezza e 'l troppo amar ch'io vi porto è cagion ch'io fo quello che forse voi giudicarete esser di poca onesta fanciulla. Ma Dio lo sa ch'io non me ne son potuta tenere.

LELIA. Non fate queste scuse con me, signora; ché so ancor io come io sto e quel che, per troppo amore, mi son messo a fare.

ISABELLA. E che cosa?

LELIA. Oh! Che? A ingannare il mio signore, che non sta però bene.

ISABELLA. Il malan che Dio gli dia!

CRIVELLO. Vatti po' fida di bagasce! Ben gli sta. Non è maraveglia che 'l fegatello confortava il padrone a lasciar questo amore.

SCATIZZA. Ogni gallina ruspa a sé. In fine, tutte le donne son fatte a un modo.

LELIA. L'ora è giá tarda ed io ho da trovare il padrone. Rimanete in pace.

ISABELLA. Udite.

CRIVELLO. Ohi! e due! Che ti si secchi, che ti faccia il mal pro!

SCATIZZA. Al corpo di Dio, che m'è infiata una gamba che par che la voglia recere.

LELIA. Serrate. Addio.

ISABELLA. Mi vi dono.

LELIA. Son vostro. Io ho, da un canto, la piú bella pastura del mondo di costei che si crede pur ch'io sia maschio; dall'altro, vorrei uscir di questa briga e non so come mi fare. Veggio che costei è giá venuta al bacio; e verrá, la prima volta, piú avanti; e trovarommi aver perduta ogni cosa: tal che forza è ch'e' si scuopra la ragia. Voglio andare a trovar Clemenzia di quanto gli par ch'io faccia. Ma ecco Flamminio.

CRIVELLO. Scatizza, il padrone mi disse aspettarmi al banco de' Porrini. Vo' dargli questa buona nuova. Caso non mi creda, fa' che non mi facci parer bugiardo.

SCATIZZA. Io non ti posso mancare. Ma, facendo a mio modo, te ne starai queto e arai sempre questo calcio in gola a Fabio per poterlo far fare a tuo modo.

CRIVELLO. Dico ch'io gli vo' male, ché m'ha rovinato.

SCATIZZA. Governatene come ti piace.

FLAMMINIO e LELIA da ragazzo.

FLAMMINIO. È possibil, però, ch'io sia tanto fuor di me e mi stimi sí poco ch'io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia, chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d'uno sguardo? Sarò io sí da poco e sí vile ch'io non mi sappi levar questa vergogna e questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto?

LELIA. Nulla.

FLAMMINIO. Perché sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un forca, sí?

LELIA. Io ho indugiato perch'io volevo pur parlare a Isabella.

FLAMMINIO. E perché non gli hai parlato?

LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo, pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ché, per quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il tempo; ché la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi piaccia.

FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa orribile o spaventosa?

LELIA. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá, non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta mai altra donna che lei?

FLAMMINIO. Cosí non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion di tutto 'l mio male: perché io amai giá molto caldamente quella Lelia di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere. Ma io gli farò intendere ch'io non l'amo piú; anzi, l'ho in odio e non la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch'ella vorrá di non arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo.

LELIA. Oimè!

FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?

LELIA. Oimè!

FLAMMINIO. Che ti duole?

LELIA. Oimè! Il cuore.

FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?

LELIA. Signor no.

FLAMMINIO. E forse lo stomaco ch'è indebilito?

LELIA. Dico ch'è il cuore che mi duole.

FLAMMINIO. Ed a me, forse, molto piú. Tu hai perduto il colore. Vattene a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega dietro alle spalle; ché non sará altro. Io sarò or ora lá e, bisognando, farò venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male è il tuo. Dá' qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Orsú! Vattene pian piano. A che strani casi è sottoposto l'uomo! Non vorrei che costui mi mancasse per quanto vale tutto 'l mio: ch'io non so se fusse mai al mondo servidor piú accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre a questo, mostra d'amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la stesse mal di me. Fabio, va' a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io sarò or ora lá. Di' che apparecchino.

LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera, scontenta Lelia! Perché piú perdi tempo in servir questo crudele? Non ti è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita, odiata! Perché serv'io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia? perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio! Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella. Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m'ha in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia.

CRIVELLO e FLAMMINIO.

CRIVELLO. E, se non è cosí, fatemi impicar per la gola; non tanto tagliar la lingua. Vi dico che gli è cosí.

FLAMMINIO. Da quanto in qua?

CRIVELLO. Quando voi mi mandasti a cercar di lui.

FLAMMINIO. Come andò? Dimmelo un'altra volta, perché egli mi niega d'averle oggi potuto parlare.

CRIVELLO. Sará buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere s'egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E, volendosi giá partire, Isabella lo richiamò dentro: e, guardando se fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno insieme.

FLAMMINIO. Come non vider te?

CRIVELLO. Perch'io m'era ritratto in quel portico rincontro, e non me potevan vedere.

FLAMMINIO. Come gli vedesti tu?

CRIVELLO. Con gli occhi. Credete forse ch'io gli abbi veduti con le gombita?

FLAMMINIO. E basciolla?

CRIVELLO. Io non so s'ella baciò lui o egli lei; ma io credo che l'un basciassi l'altro.

FLAMMINIO. Accostorono il viso l'uno a l'altro tanto che si potessen baciare?

CRIVELLO. Il viso no, ma le labbra sí.

FLAMMINIO. Oh! Possonsi accostar le labbra senza il viso?

CRIVELLO. Se l'uomo avesse la bocca nelle orecchie o nella cicottola, forse; ma, stando dove le stanno, credo che no.

FLAMMINIO. Guarda che tu vedesse bene, che tu non dica poi:—E' mi parve—; ché questa è una gran cosa che tu mi dici.

CRIVELLO. Maggiore è il Mangia che sta in cima alla torre di Siena.

FLAMMINIO. Come vedesti?

CRIVELLO. Vegliando, con gli occhi aperti, stando a vedere né avendo a far altra cosa che mirare.

FLAMMINIO. Se questo è vero, tu m'hai morto.

CRIVELLO. Questo è vero. Lo chiamò, se gli accostò, l'abbracciò, lo basciò. Or, se tu vuoi morir, muore.

FLAMMINIO. Non è maraviglia che 'l traditor negava di non esservi stato! Or so perché il ribaldo mi confortava a lasciarla: per goderla lui. Se io non fo tal vendetta che, fin che questa terra dura, sará essempio ai servidori che non sieno traditori a' padroni, non voglio esser tenuto uomo. Ma, in fine, se altra certezza non n'ho, io non tel vo' credere. So che tu sei un tristo e gli debbi voler male; e fai perch'io me lo levi dinanzi. Ma, per quel Dio che s'adora, ch'io ti farò dire il vero o t'ammazzarò. Di' sú! Hailo veduto?

CRIVELLO. Signor sí.

FLAMMINIO. Baciolla?

CRIVELLO. Baciârsi.

FLAMMINIO. Quante volte?

CRIVELLO. Due volte.

FLAMMINIO. Ove?

CRIVELLO. Nel suo ridotto.

FLAMMINIO. Tu menti per la gola. Poco fa, dicesti in su l'uscio.

CRIVELLO. Volsi dir vicino all'uscio.

FLAMMINIO. Di' il vero!

CRIVELLO. Ohi! ohi! M'incresce d'avervel detto.

FLAMMINIO. Fu vero?

CRIVELLO. Signor sí. Ma io mi so' scordato ch'io avevo un testimonio.

FLAMMINIO. Chi era?

CRIVELLO. Lo Scatizza di Virginio.

FLAMMINIO. Vidde egli ancora?

CRIVELLO. Come me.

FLAMMINIO. E se egli nol confessa?

CRIVELLO. Ammazzatemi.

FLAMMINIO. Farollo.

CRIVELLO. E s'egli il confessa?

FLAMMINIO. Amazzarò tutt'e due.

CRIVELLO. Oimè! Perché?

FLAMMINIO. Non dico te; ma Isabella e Fabio.

CRIVELLO. E che voi abbruciate quella casa, con Pasquella e con chi v'è dentro.

FLAMMINIO. Andiamo a trovar lo Scatizza. S'io non nel pago, s'io non fo dir di me, se tutta questa terra non lo vede… Ne farò tal vendetta!… Oh traditore! Vatti poi fida.

PEDANTE, FABRIZIO giovine figliuol di Virginio e STRAGUALCIA servo.

PEDANTE. Questa terra mi par tutta mutata poi ch'io non vi fui. Vero è ch'io non vi fui se non per transito con li oratori d'Ancona; e alloggiammo al «Guicciardino». Pur vi stemmo da sei giorni. Tu ricognoscine cosa alcuna?

FABRIZIO. Come mai piú non l'avessi veduta.

PEDANTE. Credotelo, perché te ne partisti sí piccolo che non è maraviglia. Or pur conosco la strada dove siamo. Quello è il palazzo de' Rangoni; qui sotto passa il canal grande; quel che vedi lá in capo è il duomo. Hai tu sentito dire «Sarestú mai la potta da Modana?» o vero «Gli pare esser la potta da Modana»?

FABRIZIO. Mille volte. Mostratemela, di grazia.

PEDANTE. Vedila sopra il duomo.

FABRIZIO. È quella?

PEDANTE. Quella.

FABRIZIO. Oh! Questa è una baia!

PEDANTE. Tu vedi.

FABRIZIO. Ho sentito ancor dire «Tu hai tolto a menar l'orso a Modana».Che vuol dire? dov'è questo orso?

PEDANTE. E' son dettati antiqui de quibus nescitur origo.

FABRIZIO. Certo, maestro, che questa terra par che mi venga di buono.

STRAGUALCIA. Ed a me vien di migliore, ch'io sento qua presso uno odor d'arosto che mi fa morir di fame.

PEDANTE. Oh! Non sai quel che dice Cantalicio? «Dulcis amor patriae». E Catone: «Pugna pro patria». Hoc. Insumma, e' non c'è la piú dolce cosa che la patria.

STRAGUALCIA. Io credo che sia molto piú dolce il tribiano, maestro. Cosí n'avess'io un boccale! ch'io sono spallato, a portar questa valigia.

PEDANTE. Queste strade paion fatte di nuovo. Quand'io ci fui, eran tutte sordide e fangose.

STRAGUALCIA. Aviamo a contare i mattoni? Ci sará facenda! Vorrei che noi andassemo piú presto in qualche luogo che facessemo colazione, io.

PEDANTE. Iandudum animus est in patinis.

FABRIZIO. Che arma è quella di quei succhielli?

PEDANTE. Quella è l'arma di questa communitá e chiamasi la Trivella. E,come a Fiorenza si grida: «Marzocco! Marzocco!» e a Vinegia: «San Marco!San Marco!» e a Siena: «Lupa! Lupa!», cosí qui esclamano: «Trivella!Trivella!».

STRAGUALCIA. Io vorrei piú tosto che noi gridassemo: «Padella!Padella!».

FABRIZIO. Quella la conosco. È l'arme del duca.

STRAGUALCIA. Maestro, vorrei che voi portasse un poco questa valigia, voi. Io ho sí secche le labbra ch'io non posso parlare.

PEDANTE. Orsú, che ti cavarai la sete poi!

STRAGUALCIA. Quand'io son morto, fatemi un brodetto agli archi.

FABRIZIO. Basta che, ne la prima gionta, questa terra mi piace assai. E a te, Stragualcia?

STRAGUALCIA. A me pare un paradiso, ché non vi si mangia e non vi si beve. Orsú! Non perdiam piú tempo a veder la terra, ché la vedremo a bello agio.

PEDANTE. Tu vedrai qui il piú solenne campanile che sia in tutta la machina mondiale.

STRAGUALCIA. È quello al qual i modanesi volevon far la guaina? e che dicono che la sua ombra fa impazzar gli uomini?

PEDANTE. Sí, cotesto.

STRAGUALCIA. Io so ch'io non uscirò di cucina, per me. Chi ci vuole andar ci vada. Or sollecitiam d'alloggiare.

PEDANTE. Tu hai una gran fretta.

STRAGUALCIA. Cancaro! Io mi muoio di fame e non ho mangiato altro, stamattina, ch'una mezza gallina che v'avanzò in barca.

FABRIZIO. Chi trovarem noi che ci meni a casa di mio padre?

PEDANTE. Non. A me pare che noi ci andiamo a metter prima in una ostaria, e quivi assettarci un poco e con commoditá poi investigarne.

FABRIZIO. Mi piace. Queste debbono esser l'ostarie.

L'AGIATO oste, FRULLA oste, PEDANTE, FABRIZIO, STRAGUALCIA.

AGIATO. Oh gentili uomini! Questa è l'ostaria, se volete alloggiare.Allo «Specchio»! allo «Specchio»!

FRULLA. Oh! Voi siate i ben venuti. Io v'ho pure alloggiati altre volte. Non vi ricorda del vostro Frulla? Entrate qua dentro, ove alloggiano tutti e' par vostri.

AGIATO. Venite a star con me. Voi arete buone camere, buon fuoco, buonissime letta, lenzuola di bocata; e non vi mancará cosa che voi aviate.

STRAGUALCIA. Di cotesto mel sapevo.

AGIATO. Volsi dir che voi vogliate.

FRULLA. Io vi darò il miglior vin di Lombardia, starne tanto larghe, salciccioni di questa fatta, piccioni, polastri e ciò che voi saprete domandare; e goderete.

STRAGUALCIA. Questo voglio sopra tutto.

PEDANTE. Tu che dici?

AGIATO. Io vi darò animelle di vitella, mortatelle, vin di montagna; e, sopra tutto, starete dilicati.

FRULLA. Io vi darò piú robba e manco dilicatura. Se venite con me, trattarovvi da signori e 'l pagamento sará a vostro modo; ove, allo «Specchio», vi mettará a conto fino le candele. Fate voi.

STRAGUALCIA. Padrone, stiam qui, ché gli è meglio.

AGIATO. E fate a mio modo, se volete star bene. Volete che si dica che voi siate alloggiati al «Matto»?

FRULLA. È cento mila volte meglio il mio «Matto» che non è il tuo«Specchio».

PEDANTE. Speculum prudentia significat iusta illud nostri Catonis «Nosce teipsum». Intendi, Fabrizio?

FABRIZIO. Intendo.

FRULLA. Veggasi chi ha piú osti: o tu o io.

AGIATO. Veggasi dove van piú uomini da bene.

FRULLA. Veggasi ove son meglio trattati.

AGIATO. Veggasi chi tien piú dilicato.

STRAGUALCIA. Che tanto «dilicato, dilicato, dilicato»? Io vorrei, una volta, empire il corpo meglio e star manco dilicato, per me, io; ché tanta delicatezza è cosa da fiorentini.

AGIATO. Tutti cotesti alloggian con me.

FRULLA. Alloggiavano; ma, da tre anni in qua, tutti vengono a questa insegna.

AGIATO. Garzon, pon giú quella valigia; ché m'avveggo che la ti spalla.

STRAGUALCIA. Non ti curar di questo, tu; ch'io non voglio alleggerir la spalla, s'io non veggo di caricar prima il ventre.

FRULLA. Bastarannoti un paio di capponi? Porta qua. Questi son per te solo.

STRAGUALCIA. Non, eh! Ma gli è per uno antipasto.

AGIATO. Guardate che prosciutto, se non pare un cremisi!

PEDANTE. Questo non è cattivo.

FRULLA. Chi s'intende di vino?

STRAGUALCIA. Io, io, meglio che i franzesi.

FRULLA. Assaggia se ti piace: se non, te ne darò di dieci sorti.

STRAGUALCIA. Frulla, al mio parer tu sei piú prattico di questo altro che prima ci mostra il modo da far bere che sappia se 'l vin ci piace. O padrone, gli è buono. Tolle, tolle questa valigia.

PEDANTE. Aspetta un poco. Tu che dici?

AGIATO. Dico che i gentili uomini non si curan d'empire il corpo di tanta robba; ma di poca, buona e dilicata.

STRAGUALCIA. Costui debbe essere spedaliere o oste d'amalati.

PEDANTE. Non parli male. Che ci darai?

AGIATO. Domandate.

FRULLA. Ed io mi maraveglio di voi, gentiluomini. Quando c'è de la robba assai, l'uom può mangiar quel poco o quel molto che gli piace; il che del poco non accade. Poi, come l'uomo comincia, l'appetito cresce e bisogna empirsi il corpo di pane.

STRAGUALCIA. Tu sei piú savio delli statuti. Io non viddi mai uomo che intendesse meglio il mio bisogno di te. Va', ch'io ti vo' bene.

FRULLA. Va' un poco in cucina, fratello, e vede.

PEDANTE. Omnis repletio mala, panis autem pessima.

STRAGUALCIA. Pedante poltrone! Ti rompo, un dí, la bocca, s'io vivo.

AGIATO. Venite, gentiluomini, ché lo star fuore al freddo non è cosa da savi.

FABRIZIO. Eh! Noi non siam cosí gelosi, no.

FRULLA. Sapiate, signori, che questa ostaria dello «Specchio» soleva esser la megliore ostaria di Lombardia. Ma, come io apersi questa del «Matto», non alloggia, in tutto uno anno, dieci persone; e ha piú nome questa mia insegna, per tutto il mondo, che ostaria che sia. Qui vengon francesi a schiera, todeschi quanti ne passano.

AGIATO. Non dici il vero, ché i todeschi vanno al «Porco».

FRULLA. Qui vengono i milanesi, i parmigiani, i piagentini.

AGIATO. Alla mia vengono i veneziani, i genovesi e i fiorentini.

PEDANTE. Ove alloggiano i napoletani?

FRULLA. Con me.

AGIATO. Lasciatevi dire. Alloggian, la piú parte, all'«Amore».

FRULLA. E quanti ne alloggian con me?

FABRIZIO. Il duca di Malfi dove alloggia?

AGIATO. Quando alla mia, quando alla sua, quando alla «Spada», quando all'«Amore», secondo che ben gli mette.

PEDANTE. Dove alloggiano i romani? perché noi siam da Roma.

AGIATO. Con me.

FRULLA. Non è vero: non trovarete un che v'alloggi in tutto l'anno. Vero è che certi cardenali antichi, per usanza, vi sono alloggiati; ma tutti questi novi dan del capo nel «Matto».

STRAGUALCIA. Io non mi partirei di qui, s'io ne fusse strascinato. Vadin costoro dove vogliono. Padrone, son tante pignatte intorno al fuoco, tanti pottaggi, tanti savoretti, tanti intengoli, spedonate di starne, di tordi, di piccioni, capretti, capponi lessi, arrosto e miramessi, guazzini, pasticci, torte che, s'egli aspettasse il carnovale o la corte di Roma tutta, gli bastarebbe.

FRULLA. Hai tu bevuto?

STRAGUALCIA. E che vini!

PEDANTE. Variorum ciborum commistio pessima generat digestionem.

STRAGUALCIA.Bus asinorum, buorum, castronorum, tatte, batatte pecoronibus!Che diavolo andate intrigando l'accia? Che vi venga il cancaro a voi e quanti pedanti si truova! Mi parete un manigoldo, a me. Padrone, entriam drento.

FABRIZIO. Dove alloggian gli spagnuoli?

FRULLA. Io non m'impaccio con loro. Cotesti vanno al «Rampino». Ma che bisogna piú cose? Non c'è persona che vada a torno che non alloggi a questa insegna. Dai sanesi in fuora, che, per esser quasi una cosa medesma coi modanesi, non giongan prima in questa terra che truovan cento amici che se gli menano a casa loro, signori e gran maestri, poveri e ricchi, soldati e buon compagni, tutti corrono al «Matto».

AGIATO. Io dico che i dottori, i giudici, i frati virtuosi, tutti vengono alla mia insegna.

FRULLA. Ed io vi dico che passan pochi giorni che qualcun di quelli che sono alloggiati allo «Specchio» non eschino fuore e non venghino a star con me.

FABRIZIO. Maestro, che faremo?

PEDANTE. Etiam atque etiam cogitandum.

STRAGUALCIA. O corpo mio, fatti capanna; ch'io so che, per una volta, alzarò il fianco.

PEDANTE. Io penso, Fabrizio, che noi aviam pochi denari.

STRAGUALCIA. Maestro, io ci ho veduto un figliuol dell'oste bello come uno angiolo.

PEDANTE. Orsú! Stiam qui. In ogni modo, tuo padre, se lo troviamo, pagará l'oste.

STRAGUALCIA. Parti che 'l cimbel fusse a tempo per far calare il tordo? Io ho giá bevuto tre volte e ho detto una. Io non mi partirò di cucina, ch'io assaggiarò ciò che v'è; e poi dormirò intorno a quel buon fuoco. E cancar venga a chi vuol far robba!

AGIATO. Ricordati, Frulla, che tu me n'hai fatte troppo e, un dí, ci spezzarem la testa; e bene.

FRULLA. A tua posta. Non posso piú presto che ora.

VIRGINIO vecchio e CLEMENZIA balia.

VIRGINIO. Questi sono i costumi che tu gli hai insegnati? Questo è l'onore ch'ella mi fa? Oh sfortunato a me! Per questo ho io campato tante fortune? per veder la mia robba senza erede? per veder la mia casa disfatta, la mia figliuola una puttana? per diventare una fabula del vulgo? per non piú potere alzar la fronte fra gli uomini? per esser mostrato a dito da' fanciulli, deleggiato dai vecchi, messo in comedia dagli Intronati, posto per essempio nelle novelle e portato per bocca dalle donne di questa terra? E forse che non son novelliere! forse che non gli piace di dir male! Giá credo che si sappia per tutto; anzi, ne son certo, ché basta ch'una sola il sappia che, fra tre ore, va per tutta la terra. Disgraziato padre! misero e doloroso vecchio troppo vissuto! Virginio, che farò io? che pensiero ha da essere il mio?

CLEMENZIA. Farai bene di farne manco romore che puoi e veder di proveder, meglio che si potrá, che la torni a casa senza che tutta questa cittá se ne accorga. Ma tanto avesse ella fiato, suor Novellante Ciancini, quanto io credo che sia vero che Lelia vada vestita da uomo! Guarda che elle non dichin cosí perché la vorrebbeno far monaca e che tu gli lassi tutta la robba tua.

VIRGINIO. Come non dice il vero? Ella m'ha per infin detto ch'ella sta per ragazzo con un gentiluomo di questa terra e che egli non s'è ancora accorto ch'ella sia donna.

CLEMENZIA. Potrebbe essere ogni cosa; ma, per me, non lo posso credere.

VIRGINIO. Né io non lo posso credere che non la conosca per donna.

CLEMENZIA. Non dico cotesto, io.

VIRGINIO. Il dico io, ché mi tocca: bench'io stesso mi feci il male, dandola a nutrire a te che sapevo chi tu eri.

CLEMENZIA. Virginio, non piú parole. S'io son stata una trista, m'hai fatta tu. Sai bene che, prima che tu, non mi ebbe altri che il mio marito. Io dico che le fanciulle si voglion trattare altrimenti. Non ti vergognavi di volerla maritare a un vecchio rantacoso che le potrebbe esser nonno?

VIRGINIO. E che hanno i vecchi, manigolda? Son mille volte meglio che i giovani.

CLEMENZIA. Tu sei uscito del sentimento: e però fa bene ognuno a scorgerti e darti ad intender le ciaramelle.

VIRGINIO. S'io la truovo, la strascinarò a casa pe' capegli.

CLEMENZIA. Farai pur come colui che si toglie le corna di seno e se le mette in capo.

VIRGINIO. Non me ne curo. Tanto se ne saria. Basti ch'io me le tagliarò.

CLEMENZIA. Govèrnate a tuo modo, ché non ti dorrá la testa.

VIRGINIO. Io ho avuti i segnali come la va vestita. Tanto la cercarò ch'io la trovarò. Poi bastisi.

CLEMENZIA. Fa' come tu vuoi, ch'io mi vo' partire; ch'io perderei il tempo a lavar carboni. Ma…

FABRIZIO giovinetto e FRULLA oste.

FABRIZIO. Mentre che questi due miei servidori si riposano, io andarò a vedere la terra. Come si levan, digli che venghino verso piazza.

FRULLA. Per certo, padron mio, che, se io non vi avesse veduto vestir questi panni, io giurarei che voi fusse un giovinetto, servidor d'un gentiluomo di questa terra, che veste come voi di bianco e tanto vi s'assomiglia che quasi parete lui.

FABRIZIO. Saria forse qualche mio fratello?

FRULLA. Potrebbe essere.

FABRIZIO. Direte poi al maestro che cerchi di colui che sa.

FRULLA. Lasciate l'impaccio a me.

PASQUELLA fante e FABRIZIO giovinetto.

PASQUELLA. In buona fé, che eccolo. Avevo paura di non aver a cercar tutta questa terra prima ch'io 'l trovassi. Fabio, che tu sia il ben trovato. Ti venivo a cercare; tu m'hai tolto fatica. Amor mio, dice la padrona che, per una cosa ch'importa a te e a lei, che tu venga or ora a trovarla. Non so giá quel che si sia.

FABRIZIO. Chi è la tu' padrona?

PASQUELLA. Tu lo sai ben, tu, chi ella è. In buona fé, che l'uno e l'altro s'è attaccato bene!

FABRIZIO. Io non son però attaccato; ma, s'ella vuole, ci attaccaremo, e presto.

PASQUELLA. Perché sète due da pochi. Vorrei esser giovine per potere ancor io tôrmene una corpacciata; e so che, s'io fusse in voi, avrei giá posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, sí.

FABRIZIO. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, ché voi m'avete còlto in iscambio.

PASQUELLA. Oh! Non l'aver per male, Fabio mio, ch'io 'l dico per farti bene.

FABRIZIO. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so' chi voi credete.

PASQUELLA. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo? Delle sue pari, cosí ricche e cosí belle, in questa terra ne son poche. E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s'ha da fare; ché andar dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tôr parole e dar parole dá che dire alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei.

FABRIZIO. Che cosa nova è questa? Io non l'intendo. O che costei è pazza o che m'ha còlto in iscambio. Vo' pur veder dove la mi vuol menare. Andiamo.

PASQUELLA. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno, ché vederò se Isabella è sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sará alcuno.

FABRIZIO. Voglio stare a vedere che fine ha d'avere questa favola. Forse costei è serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche scudo; ma gli è male informata, ch'io son quasi allievo di spagnuoli e, alla fine, vorrò piú presto uno scudo del suo che dargli un carlin del mio. Qualcun di noi ci sará incòlto. Lasciami scostare un poco da questa casa e por mente che gente v'entra ed esce per saper che razza di donna sia.

GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA.

GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli è cotesto, te la renuncio. E lasciamo stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l'abbi fatto perché la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri.

VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che non vogli guastar quel che è fatto.

GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli.

VIRGINIO. Oh! Vòi mancar della tua parola?

GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, sí: oltra che tu non sai se la potrai riavere o no. Tu mi vòi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto.

VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la riaverò, non sei contento che le nozze si faccin subito?

GHERARDO. Virginio, io ho avuta la piú onorata moglie che fusse in questa cittá e ho una figliuola che è una colombina. Come vòi ch'io mi metta in casa una che s'è fuggita dal padre e va per questa casa e per quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io non trovarei da maritar mia figliuola?

VIRGINIO. Passato qualche dí, non se ne ragionará piú. Che credi che sia? E' non vi è altri che tu e io che lo sappi.

GHERARDO. E poi ne sará piena tutta questa terra.

VIRGINIO. E' non è vero.

GHERARDO. Quant'è ch'ella è fuggita?

VIRGINIO. O ieri o questa mattina.

GHERARDO. Dio 'l voglia. Ma che sai ch'ella sia in Modena?

VIRGINIO. Sollo.

GHERARDO. Or truovala e poi ci riparleremo.

VIRGINIO. Promettimi di pigliarla?

GHERARDO. Vedrò.

VIRGINIO. Or dimmi di sí.

GHERARDO. Nol dico, ma…

VIRGINIO. Or dillo liberamente.

GHERARDO. Adagio! Che fai costí, Pasquella? Che fa Isabella?

PASQUELLA. E che! Sta in ginocchioni dinanzi al suo altaruccio.

GHERARDO. Benedetta sia ella! Io ho una figliuola che sempre sta in orazione. È la maggior cosa del mondo.

PASQUELLA. Oh quanto ben dite! La digiuna tal vigilia che Dio vel dica; dice l'officio, come una santarella.

GHERARDO. Somiglia quella benedetta anima di sua madre.

PASQUELLA. Dice il vero. Oh quanto ben faceva quella meschina! Eran piú le discipline ch'ella si dava e i cilici ch'ella portava che non è quanto bene l'altre fanno oggi: limosiniera per la vita; e, se non fusse stato per amor di voi, non capitava né frate né prete né povarello a quello uscio che non ricettasse e non gli desse ciò ch'ella aveva.

VIRGINIO. Coteste eran buone parti.

PASQUELLA. Vi dico piú oltre che la si levò dugento volte, una e due ore innanzi dí, per andar alla prima messa de' frati di San Francesco, ché non voleva esser veduta né tenuta una pòrchita come fanno certe graffiasanti ch'io conosco.

GHERARDO. Come «pòrchita»? Che vuo' tu dire?

PASQUELLA. Pòrchita, sí; come si dice?

VIRGINIO. Cotesta è una mala parola.

PASQUELLA. So ch'io sentivo dir cosí a lei.

GHERARDO. Tu vuoi dire ipocrita, tu.

PASQUELLA. Forse. Ma vi dico che sua figliuola sará ancor piú di lei.

GHERARDO. Dio il voglia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, Gherardo! Questa è colei di che aviam ragionato. Oh scontento padre! Forse che si nasconde o che si fugge per avermi veduto? Accostiamoglici.

GHERARDO. Vedi di non far errore, ché forse non è essa.

VIRGINIO. Chi non la conosceria? Non vegg'io tutti i segnali che m'ha dati suor Novellante?

PASQUELLA. La cosa va male. Che sí ch'io n'arò le mie!

VIRGINIO, GHERARDO e FABRIZIO giovinetto.

VIRGINIO. Addio, buona fanciulla. Parti che questo sia abito conveniente a una tua pari? Questo è l'onor che tu fai alla casa tua? Questo è il contento che tu dái a questo povero vecchio? Almen fuss'io morto quando io t'ingenerai! ché non sei nata se non per disonorarmi, per sotterarmi vivo. Oh Gherardo! Che ti par della tua sposa? parti ch'ella ci facci onore?

GHERARDO. Cotesto non dich'io. Sposa, eh?

VIRGINIO. Ribalda, scelerata! Come ti starebbe bene che costui non ti volesse piú per moglie e non trovasse piú partito! Ma ei non guardará alle tue pazzie; e ti vuol pigliare.

GHERARDO. Adagio!

VIRGINIO. Entra costí in casa, sciaurata! che fu ben maladetto il latte che tua madre ti porse il dí ch'io t'ingenerai.

FABRIZIO. O buon vecchio, avete voi figliuoli, parenti o amici in questa terra a' quali appartenga aver cura di voi?

VIRGINIO. Guarda che risposta! Perché dici cotesto?

FABRIZIO. Perché mi maraviglio che, avendo voi tanto bisogno di medico, vi lascino uscir di casa; ché, in ogni altro luogo che voi fusse, vi terreben legato.

VIRGINIO. Legata dovevo io tener te, che mi vien voglia di scannarti!Portami un coltello.

FABRIZIO. Vecchio, voi non mi conoscete bene; e ditemi villania, forse pensando ch'io sia forestiero. Ed io son cosí ben da Modana come voi e figliuol di sí buon padre e di sí buona casa come voi.

GHERARDO. Gli è bella, in fine. Se non c'è altro errore che quanto si vede, io la vo' pigliare.

VIRGINIO. E perché ti sei partita da tuo padre e dal luogo dove io t'avevo raccomandata?

FABRIZIO. Me non raccommandaste voi mai, ch'io sappia; ma il partir mi fu forza.

VIRGINIO. Forza, eh? e chi ti sforzò?

FABRIZIO. Gli spagnuoli.

VIRGINIO. E adesso donde vieni?

FABRIZIO. Di campo.

VIRGINIO. Di campo?

FABRIZIO. Di campo, sí.

GHERARDO. Non ne sia fatto nulla.

VIRGINIO. Oh sventurata a te!

FABRIZIO. Questo sia sopra di voi.

VIRGINIO. Gherardo, di grazia, mettiamola in casa tua, ch'ella non sia veduta cosí.

GHERARDO. Non farò. Menala pure alla tua.

VIRGINIO. Per mio amore, fa' un poco aprire l'uscio.

GHERARDO. Non, dico.

VIRGINIO. Ascolta un poco. E voi aviate cura che costei non vada altrove.

FABRIZIO. Io ho conosciuti molti modanesi pazzi li quali non contarei per nome; ma pazzi come questo vecchio, che non stesse o legato o rinchiuso, non viddi alcuno mai. Guarda che bello umore! È impazzato in questo, per quanto mi sono accorto: che i gioveni gli paion donne. Oh! Questa è molto piú bella pazzia che quella che il Molza disse della donna sanese che gli pareva essere una vettina: essendo piú propio delle donne aver poco cervello che de' vecchi che, per mille ragioni, deveno essere savissimi. E non vorrei per cento scudi non poter contar questa pazzia alle veglie, al tempo dei carnovali. Or vengono in qua. Vediamo quel che dicono.

GHERARDO. Io ti dirò il vero. Da un canto, mi pare; dall'altro, no.Pure, se gli può domandare un poco meglio.

VIRGINIO. Vien qua.

FABRIZIO. Che volete, buon vecchio?

VIRGINIO. Tu sei ben trista, tu.

FABRIZIO. Non mi dite villania, ch'io non comportarò.

VIRGINIO. Sfacciata!

FABRIZIO. Oh! oh! oh! oh! oh! oh! oh!

GHERARDO. Lascial dire: non vedi che gli è scorrucciato? Fa' a suo modo.

FABRIZIO. Che vuol da me? che ho da far né con voi né con lui?

VIRGINIO. Ancor hai ardir di parlare? Di chi sei figliuola, tu?

FABRIZIO. Di Virginio Bellenzini.

VIRGINIO. Volesse Dio che tu non fusse! ché tu mi farai morir innanzi tempo.

FABRIZIO. Innanzi tempo muore un vecchio di sessant'anni? Tanto vivesse ognuno! Morite a vostra posta, ché sète vissuto troppo.

VIRGINIO. Tua colpa, ribalda!

GHERARDO. Eh! Lasciate queste parole. Figliuola mia e sorella mia, non si risponde cosí al padre.

FABRIZIO. Lascia andare i colombi, e' s'appaiano. Tutt'a due questi peccano d'un medesimo umore. E che bel caso! Ah! ah! ah! ah! ah!

VIRGINIO. Ancor ridi?

GHERARDO. Questo è un mal segno, a farsi beffe del padre.

FABRIZIO. Che padre? che madre? Io non ebbi mai altro padre che Virginio né altra madre che Giovanna. Voi mi parete una bestia. Che vi credete, forse, ch'io non abbi alcun per me?

GHERARDO. Virginio, sai che dubito? che, per maninconia, non abbi a questa povera giovane dato volta il cervello.

VIRGINIO. Trist'a me! ch'io me n'accorsi fino al principio, quando vidi che con sí poca pazienzia mi venne innanzi.

GHERARDO. No: questo poteva proceder da altro.

VIRGINIO. E da che?

GHERARDO. Com'una donna ha perduto l'onore, tutto 'l mondo è suo.

VIRGINIO. Io dico che l'ha qualche pazzia nel capo.

GHERARDO. Pur, si ricorda del padre e della madre; mentre par che non ti conosca.

VIRGINIO. Faciamola entrare in casa tua, poi che gli è qui vicina, ché alla mia non la potrei far condurre senza farmi scorgere a tutta la terra.

FABRIZIO. Che se consegliano quei rimbambiti, fratelli di Melchisedec?

VIRGINIO. Facciamo in prima con le buone tanto che noi la conduciamo dentro; poi, per forza, la serraremo in camara con tua figliuola.

GHERARDO. Che si faccia.

VIRGINIO. Orsú, figliuola mia! Io non voglio star teco piú in còlora. Ti perdono ogni cosa, pur che attendi a viver bene.

FABRIZIO. Vi ringrazio.

GHERARDO. Cosí fanno le buone figliuole.

FABRIZIO. Ecco l'altro rosto fresco.

GHERARDO. Orsú! Non v'è onore esser visti ragionar fuore in questo abito. Entratevene in casa. Pasquella, apre l'uscio.

VIRGINIO. Entra, figliuola mia.

FABRIZIO. Cotesto non farò io.

GHERARDO. Perché?

FABRIZIO. Perché non voglio entrar per le case d'altri.

GHERARDO. Costei sará una Penelope, beato a me!

VIRGINIO. Non diss'io che la mia figliuola era bella e buona?

GHERARDO. L'abito 'l mostra.

VIRGINIO. Ti vo' dir solamente una parola.

FABRIZIO. Ditela di fuore.

GHERARDO. Eh che non sta bene! Questa casa è la tua; tu hai da esser la mia moglie.

FABRIZIO. Che moglie? Vecchio bugia… bugiardo!

GHERARDO. Tuo padre mi t'ha pur promessa.

FABRIZIO. Che pensate ch'io sia forse qualche bagascia che si faccia, eh?…

VIRGINIO. Orsú! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo' far se non quel tanto che tu vorrai.

FABRIZIO. Eh, vecchio! Mi conoscete male.

VIRGINIO. Ode una parola qui dentro.

FABRIZIO. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi?

VIRGINIO. Gherardo, ora che voi l'avete qui drento, ordiniamo di serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei suoi panni.

GHERARDO. Ciò che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della camera da basso e chiama Isabella che venga giú.

PEDANTE e STRAGUALCIA.

PEDANTE. Egli ti starebbe molto bene ch'egli ti desse cinquanta bastonate per insegnarti, quando e' va fuore, a fargli compagnia e non t'imbriacasse e poi dormire, come hai fatto, e lasciarlo andar solo.

STRAGUALCIA. E voi doveria far caricar di scope, di solfo, di pece, di polvere e darvi fuoco per insegnarvi a non esser quel che voi sète.

PEDANTE. Imbriaco! imbriaco!

STRAGUALCIA. Pedante! pedante!

PEDANTE. Lassa ch'io trovi il padrone!…

STRAGUALCIA. Lasciate ch'io truovi suo padre!…

PEDANTE. Oh! A suo padre che puoi dir di me?

STRAGUALCIA. E voi che potete dir di me?

PEDANTE. Che tu sei un gaglioffo, un manigoldo, un infingardo, un poltrone, un pazzo, uno imbriaco, posso dire.

STRAGUALCIA. E io che voi sète un ladro, un giocatore, una mala lingua, un barro, un mariuolo, un frappatore, un vantatore, un capo grosso, uno sfacciato, uno ignorante, un traditore, un sodomito, un tristo, posso dire.

PEDANTE. Noi siamo conosciuti.

STRAGUALCIA. Voi dite 'l vero.

PEDANTE. Basta: non piú parole. Non mi vo' metter con un par tuo, ché non m'è onore.

STRAGUALCIA. Sí, per Dio! Tutta la nobilitá della Maremma è in voi! Sareste mai altro che figliuol d'un mulattiere? Non son io nato meglio di voi? Pare onesto a questo furfante, poi che sa dir «cuius masculini», di tener ognun sotto i piei.

PEDANTE. «Povera e nuda vai, filosofia». In bocca di chi son venute le povere lettere? D'uno asino.

STRAGUALCIA. L'asino sarete voi, se non parlate altrimenti; ché vi caricarò di legname.

PEDANTE. Sai che ti ricordo? Furor fit laesa saepius sapientia. Tu mi farai, un tratto, uscir del manico, Stragualcia. Lasciami stare, famegliaccio di stalla, poltrone, arcipoltrone!

STRAGUALCIA. Doh pedante, arcipedante, pedante, pedantissimo! Puossi dir peggio che pedante? trovasi la peggior genia? ècci la maggior canaglia? trovasi esercizio peggiore? Forse che non vanno gonfiati perché altri gli chiama «messer tale» e «maestro quale»? e che non rispondono con riputazione a una sbirettata discosto un miglio? Comanda, messer caca, messer stronzo, maestro squaquara, messer merda?

PEDANTE. Tractant fabrilia fabri. Tu parli propio da quel che sei.

STRAGUALCIA. Parlo di quel che vi piace.

PEDANTE. Vòimiti levar dinanzi?

STRAGUALCIA. Io non vi ci fui mai dinanzi: benché non è restato da voi.

PEDANTE. Al corpo di…

STRAGUALCIA. Al corpo ci… Guarda chi mi vuol dir villania! Sa che non fece mai tristizia ch'io non sappia e che, s'io volesse, il potrei fare ardere, e pur mi sta a rompere il culo.

PEDANTE. Ti menti per la gola, ch'io non son uomo da ciò.

STRAGUALCIA. Sarebbe forse il primo.

PEDANTE. Ho deliberato, Stragualcia, o che tu non starai in casa o ch'io non ci starò io.

STRAGUALCIA. È forse la prima volta che l'avete detto? Voi non ve ne partiresti, se altri ve ne cacciasse con le granate. Ditemi un poco: chi trovareste voi che vi tenesse a tavola seco, nello studio seco, a dormire seco, se non questo giovinetto che è meglio del pane?

PEDANTE. Per Dio, sí, mi mancarebbeno i partiti, quando io gli volesse!Ho tal che mi prega.

STRAGUALCIA. Oh la buona robba! Passate, passate.

PEDANTE. Vogliam far poche parole; e farai bene. Tórnatene a l'ostaria ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme.

STRAGUALCIA. All'ostaria tornarò io volentieri e conto farò io a vostra posta; ma pensate d'avere a pagar voi. S'io non facesse qualche volta il viso dell'arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli è piú vil ch'un coniglio. Com'io lo bravo, non fa parola; ma, s'io me gli mettesse sotto, mi squartarebbe, sí gross'ha la discrezione! Buon per me che lo conosco!

PEDANTE. Il Frulla m'ha detto che Fabrizio sará in verso piazza. E però sará buono ch'io pigli di qua.

GHERARDO, VIRGINIO e PEDANTE.

GHERARDO. De la dote quel che è detto è detto. La dotarò come tu vorrai; e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.

VIRGINIO. Cosí sia.

PEDANTE. S'io non m'inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte; né mi ricordo dove.

VIRGINIO. Che mirate, uomo da bene?

PEDANTE. Certo, questo è il padrone.

GHERARDO. Lascia mirar quel che gli piace. Debb'esser poco pratico in questa terra: ché, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come qui; ma si lascia mirar ognuno.

PEDANTE. S'io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in questa terra messer Virginio Bellenzini?

VIRGINIO. Sí, conosco; e non potrebb'esser piú mio amico di quel che gli è. Ma che volete voi da lui? Se pensate d'alloggiar seco, vi dico che gli ha altre facende e che non vi pò attendere: sí che cercate pur altro oste.

PEDANTE. Voi sète per certo esso. Salvete, patronorum optime.

VIRGINIO. Sareste mai messer Pietro de' Pagliaricci maestro di mio figliuolo?

PEDANTE. Sí, sono.

VIRGINIO. Oh figliuol mio! Trist'a me! Che nuove mi portate di lui? ove il lasciaste? ove morí? perché sète stato tanto ad avvisarmi? ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve ne prego.

PEDANTE. Non piangete, messer, di grazia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m'allevò quel povero figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se' tu sotterato? Sapetene nulla? ché non mel dite? ch'io muoio di voglia di saperlo e di paura di non intender quello ch'io intenderò.

PEDANTE. O padron mio, non piangete. Perché piangete?

VIRGINIO. Non piangerò io un cosí dolce figliuolo? cosí savio? cosí dotto? cosí bene allevato? che quei traditori me l'ammazzorono.

PEDANTE. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo è vivo e sano.

GHERARDO. Mal per me, se questo è. Perdut'ho io mille fiorini.

VIRGINIO. Vivo e sano? Che? Se cosí fusse, saria ora con voi.

GHERARDO. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro?

PEDANTE. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento.

VIRGINIO. Ditemi qualche cosa, maestro.

PEDANTE. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d'un capitanoOrteca.

GHERARDO. State a udire, ché ora comincia la favola.

PEDANTE. E perché gli era a compagnia con due altri, pensando d'ingannarsi, secretamente ci mandò a Siena. Di lí a pochi giorni venn'egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo cavò di Siena e mandò a un castel del signor di Piombino; e per usque millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto.

VIRGINIO. Figliuol mio! Straziavanlo, almanco?

PEDANTE. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo.

GHERARDO. Io sto con la morte alla bocca.

PEDANTE. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo.

GHERARDO. Tu intendi. Che sí che ti cavará di man qualche scudo?

VIRGINIO. Segue.

PEDANTE. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha liberati.

VIRGINIO. E dov'è il mio figliuolo?

PEDANTE. Piú presso che non credete.

VIRGINIO. È forse in Modana?

PEDANTE. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat praemium, io vel dirò.

GHERARDO. Or questa è la cosa, truffatore!

PEDANTE. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit.

VIRGINIO. Prometto ciò che voi volete. Dove è?

PEDANTE. Nell'ostaria del «Matto».

GHERARDO. La cosa è fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a me? Pur ch'i' abbi lei, mi basta. Io son ricco d'avanzo.

VIRGINIO. Andiamo, maestro, ch'io non credo veder quell'ora ch'io 'l vegghi, ch'io l'abbracci, ch'io 'l baci e lo pigli in collo.

PEDANTE. Padrone, oh quanto mutatur ab illo! E' non è piú fanciullo da pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli è fatto grande. E so certo che non riconoscerá voi, cosí sète mutato! Praeterea avete questa barba, che prima non la portavate; e, s'io non vi sentivo parlare, non vi arei mai conosciuto. Che è di Lelia?

VIRGINIO. Bene. Gli è fatta grande e grossa.

GHERARDO. Come «grossa»? Se gli è cotesto, tientela; ch'io, per me, non la voglio.

VIRGINIO. Oh! oh! Io dico che gli è fatta giá una donna. O maestro, io non v'ho ancor baciato.

PEDANTE. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro figliuolo… so ben io. E n'ho avuta cagione, ch'io non lo richiesi mai di cosa che subito egli non s'inchinasse a farla.

VIRGINIO. Come ha imparato?

PEDANTE. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus, per tot discrimina rerum.

VIRGINIO. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo' veder se mi conosce.

PEDANTE. Egli era uscito dell'ostaria poco fa. Veggiamo se gli è tornato.

PEDANTE, STRAGUALCIA, VIRGINIO e GHERARDO.

PEDANTE. Stragualcia! o Stragualcia! È tornato Fabrizio?

STRAGUALCIA. Non anco.

PEDANTE. Vien qua. Fa' motto al padron vecchio. Questo è messerVirginio.

STRAGUALCIA. Èvvi passata la còllora?

PEDANTE. Non sai ch'io non tengo mai còllora con te?

STRAGUALCIA. Fate bene.

PEDANTE. Or da' qua la mano al padre di Fabrizio.

STRAGUALCIA. Porgetemela voi.

PEDANTE. Non dico a me; dico a questo gentiluomo.

STRAGUALCIA. È questo il padre del nostro padrone?

PEDANTE. Sí, è.

STRAGUALCIA. O padron magnifico, a tempo veniste per pagar l'oste. Ben gionto.

PEDANTE. Costui è stato un buon servitore a vostro figliuolo.

STRAGUALCIA. Volete forse dir ch'io non gli son piú?

PEDANTE. No.

VIRGINIO. Che tu sia benedetto, figliuol mio! Pensa ch'io ho da ristorar tutti quelli che gli han fatto buona compagnia.

STRAGUALCIA. Voi mi potete ristorar con poca cosa.

VIRGINIO. Dimanda.

STRAGUALCIA. Acconciatemi per garzon con questo oste che è il miglior compagno del mondo e 'l meglio fornito e 'l piú savio e quel che meglio intende il bisogno del forestiero che oste che mai io vedesse. Io, per me, non credo che sia altro paradiso al mondo.

GHERARDO. Gli ha nome di tener molto bene.

VIRGINIO. Hai tu fatto colazione?

STRAGUALCIA. Un poco.

VIRGINIO. Che hai mangiato?

STRAGUALCIA. Un par di starne, sei tordi, un cappone, un poca di vitella; e bevuto due boccali solamente.

VIRGINIO. Frulla, dágli ciò che vuole; e lascia pagare a me.

PEDANTE. Or che vuoi?

STRAGUALCIA. Vibacios las manos. A questo modo son fatti i padroni, maestro! Messer Pietro, voi sète troppo misero e volete ogni cosa per voi. Sapete da quanti v'è stato detto. Frulla, porta un poco da bere a questi gentiluomini.

PEDANTE. Non bisogna, no.

STRAGUALCIA. So che voi berete. Pagarò io. Che credete che sia? Due animelle, una fetta di salsiccione… Volete? Maestro, bevete voi ancora.

PEDANTE. Per far teco la pace, son contento.

STRAGUALCIA. Oh! gli è buono! Padrone, voi avete da voler bene al maestro che vuol meglio al vostro figliuolo che agli occhi suoi.

VIRGINIO. Dio gli facci di bene.

STRAGUALCIA. Tocca prima a voi e poi a Dio. Bevete, gentiluomo.

GHERARDO. Non accade.

STRAGUALCIA. Per gentilezza, entrate drento, tanto che Fabrizio torni; e, poi che la cena è in ordine, cenaremo qui, questa sera.

PEDANTE. Questo non è forse male.

GHERARDO. Io vi lasciarò, ché ho un poco di facenda a casa.

VIRGINIO. Abbi cura che colei non si parta.

GHERARDO. Non ci vo per altro.

VIRGINIO. Gli è tua; fanne a tuo modo; per me, te ne do licenzia.

GHERARDO. In fine, e' non si possono aver tutti i contenti. Pazienzia! Ma, s'i' veggo bene, questa è Lelia che sará uscita fuora. Quella da poco della fantesca l'ará lasciata fuggire.

LELIA da ragazzo, CLEMENZIA balia e GHERARDO.

LELIA. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio?


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