IV.

¹ Giambattista Grassi-Bertazzi,Vita intima, (lettere inedite di Lionardo Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei). Catania, Cav. N. Giannotta, editore.

Ecco un volume straordinariamente, come oggi si dice, suggestivo. Il nome di Lionardo Vigo per molti lettori non vorrà dir niente. Pochi sanno ch'egli fu tra i primi a raccogliere canti popolari; pochissimi hanno sfogliato laRaccolta amplissima(questo titolo, per chi conobbe l'uomo, è una rivelazione) che fu la seconda edizione dei canti popolari siciliani. Nel 1861, per suggerimento del Prati, il Pomba pubblicò a Torino, nella sua Nuova biblioteca popolare, un volume di poesie del Vigo, intitolatoLirica; ma esso, aspro e rude nella forma, non era di quelli che potevano allettare i lettori; e per ciò ebbe poca fortuna. Il suo poema epicoRuggeroseguì la sorte di tutti i tentativi epici moderni; si possono, credo, contar sulle dita i siciliani che lo hanno letto da cima a fondo. Il resto della sua produzione, storica e archeologica, è tuttavia disperso in opuscoli, riviste e giornali; e, caso venisse raccolto, servirebbe soltanto a mostrare la versatilità, l'operosità instancabile dell'autore e nient'altro.

Non ostante tutto questo, Lionardo Vigo è una figura attraente. Alcune qualità, e parecchi segni caratteristici del siciliano di più di mezzo secolo fa sono così spiccati anzi esagerati in lui, che ne formano una figura assai interessante per chi vorrà studiare la Sicilia dal '20 al '60, e seguire la trasformazione dello spirito isolano dal '60 in poi.

Io lo ricordo nella sua graziosa villettaLa Trinacriaa pochi chilometri d'Acireale. Il salottino dove ci eravamo fermati a discorrere era arredato a usoimpero, cioè rimasto tale quale lo avevano arredato quando la villetta era stata fabbricata. Si ragionava di Firenze, da cui io tornavo in quei giorni dopo cinque anni di dimora. Da una cosa all'altra, il discorso era caduto sui fatti della sanguinosa sommossa palermitana nel '66, ed io riferivo l'impressione che se ne era avuta nella capitale provvisoria. Per mio conto, mi scappò detto che in quei giorni avevo arrossito di essere siciliano. Egli scattò in piedi, sgranando gli occhi, atteggiando le labbra carnose a un'espressione di sdegno e di commiserazione:

—Cotesti tuoi toscani t'hanno ridotto…!

E non posso scrivere la parola perchè la buona creanza me lo vieta.

Io lo guardai meravigliato e sorrisi. Avevo capito che egli non approvava gli orrori di quelle triste giornate; voleva però che un siciliano non arrossisse della sua patria neppure quando essa, in un momento di aberrazione, si comportava selvaggiamente.

Egli chiamava Palermo:la prima città del mondo!

Si poteva dire che la fantasia del MeliLa Origini dì lu munnuveniva stimata dal Vigo verità sacrosanta. Il mondo è creato da Giove, trasformando in isole e continenti le membra del suo corpo.

Eccu l'Italia chi fu l'anca drittaDi Giovi, e fu rigina di la terra.

Ma la testa? (ora cca vennu li liti)leu dieu è la Sicilia; ma un RomanuDici ch'è Roma; dicinu li ScitiCh'è la Scizia; e accussì di manu in manuQuanto c'è regni, tanto sintiritiEssirci testi…. Jamu chianu chianu.La testa è una; addunca senza sbagghiÉ la Sicilia, e c'è 'ntra li midagghi.

Infatti gli ultimi anni della vita del Vigo furono occupati a tentar di provare il primato civile della sua isola diletta, di fronte alle altre provincie italiane. La suaProtostasi siculavorrebbe dimostrare storicamente e archeologicamente che una civiltà sicula anteriore alla greca e alla etrusca era fiorita colà.

Egli non s'era sbigottito di quest'intrapresa; e la sua assoluta deficienza nel greco e nelle lingue moderne da cui oggi l'erudizione trae materiali di ricerche per le ricostruzioni del remotissimo passato, la scarsezza di documenti e di testimonianze lo rendevano anzi intrepido e sicuro. Un'ipotesi qualunque, la fantastica interpretazione di un testo assumevano per lui valore di autorità, di documento irrefragabile. Procedeva come un bambino che corra su l'orlo d'un precipizio, ignaro del pericolo e sorridente, mentre gli spettatori della sua corsa gelano di orrore.

Gli eruditi, gli storici, gli scienziati sorrideranno: ma chi pensa al carattere dell'uomo che si pasceva e viveva di quei bei sogni, si sente preso di entusiasmo e di ammirazione.

Trattandosi della Sicilia, i suoi occhi assumevano la virtù del microscopio; vedevano tutto straordinariamente ingrandito.

Nella Sicilia, dopo Palermo, c'era un angolo a piè dell'Etna ch'egli amava con lo stesso amore smodato, Acireale. Sfogliando la sua Raccolta amplissima, si vede a occhio la larga parte da luifattaad Acireale; e dicofattaperchè mi costa che egli metteva come raccolti colà i più bei canti che gli arrivavano da altri paesi siciliani. Io gli avevo mandato alcune centinaia di canti popolari raccolti dalla bocca dei contadini della mia città nativa, Mineo; rileggendo le bozze di stampa, mi accorsi che parecchi di essi erano stati sottosegnati:Acireale; e me ne lagnai.

—Che importa?—egli mi rispose.—Di Mineo, o di Acireale, rimangono sempre siciliani.

E fu allora che io, non volendo mostrarmi da meno nell'amore del proprio paese, gli feci la burletta di foggiare qualche centinaio di canti, da lui, in buona fede, poi stampati come popolari. Ricordo che in uno di essi m'ero appropriato un noto verso dantesco, voltandolo in dialetto:

Donni ca aviti 'ntillettu d'amuri.

Seppi, parecchi anni appresso, quando svelai dopo la morte del Vigo la mia marachella giovanile, che il professor d'Ancona, dalla sua cattedra di Pisa, aveva a lungo discusso intorno alla questione se Dante avesse tolto a imprestito quel verso da l'ignoto poeta popolare siciliano, o se il poeta siciliano lo avesse rubato all'Alighieri.

Tornando al Vigo, ricordo l'epico racconto d'una seduta di quell'Accademia siciliana da lui restaurata in Palermo per lo studio del dialetto isolano.

"Lo rivedo—ho scritto un anno fa, e i lettori mi perdoneranno questa autocitazione—lo rivedo in berretto da notte, col collo avvolto da una fascia di lana per la tosse che lo travagliava, con la scatola del rapè in una mano e il fazzoletto a quadrati rossi e azzurri nell'altra, acceso dai ricordi della memorabile seduta. E mi pare proprio di sentirlo parlare tra uno schianto di tosse e l'altro, più roco del solito:—Figurati! Il Di Giovanni, con parola elegante e immensa dottrina, sviscera per un'ora, da pari suo, il tema della discussione, e sembra che non lasci più niente da aggiungere: ma si alza il Pitrè, prende il tema da un altro lato, e lo illumina di esempi, di riscontri, di osservazioni argute, rafforzando la tesi sostenuta dal Di Giovanni. Terzo (non rammento chi, ma egli lo nominò) quando il soggetto pareva già esaurito, lo capovolge, lo sminuzza, lo rimpasta; torrente di erudizione, miracolo di critica storica, ci sbalordisce, ci entusiasma; la tesi del Di Giovanni trionfa! Scatta allora quel demonio del Traina che aveva fatto stupire i torinesi nei comizi popolari, scatta e butta giù quasi con un manrovescio ogni cosa. Erudizione, esempi, critica storica, volan per aria come poveri cenci dispersi da un turbine. E allora, non più battaglia ordinata, ma lotta corpo a corpo, confusione. Replica del Di Giovanni; replica del Pitrè; nuovo uragano del Traina…. Parliamo tutti a una volta, non c'intendiamo più:—Ai voti! Ai voti!—Peggio. Il Pitrè si astiene; il Di Giovanni, nel trambusto, vota contro la propria proposta, credendo di votar in favore…. Oh! Oh!

E la tosse gli troncava in gola l'epica descrizione.

L'Accademia aveva discusso se la parolaciuri, fiore, dovesse scriversi all'antica,xiuricon l'xe l'i, osciuricon l'essee l'i, ociuricon lacie l'i!"¹

¹ __La Sicilia__ nei canti popolari e nella novellistica contemporanea. Conferenza.—Bologna, Zanichelli, 1894.

Il professor Grassi-Bertazzi, assieme coi brevi cenni biografici del Vigo, ci dà in questo volume un saggio dell'epistolario di lui e di altri illustri suoi contemporanei.

C'è da notare in esso molte cose. Tempi che ora paiono lontani lontanissimi a coloro stessi che li hanno in parte vissuti, qui rivivono con la loro schietta fisonomia, con ammirabile sincerità.

Tenterò di ricostruire dietro la scorta di queste lettere, l'uomo e i tempi; e lo studio non sarà senza diletto nè senza insegnamenti.

La sua corrispondenza era conservata con gran cura, in solide buste di cartone, distribuita per mesi e per anni, dopo d'essere stata registrata in un indice alfabetico che doveva facilitare la ricerca di qualunque lettera si volesse, per caso, riscontrare.

Con uguale meticolosa cura egli aveva catalogati i vitigni della sua fattoria di Ballo, con l'indicazione del giorno della piantagione e dell'innesto d'ogni magliolo.

—Caro mio,—mi disse un giorno, mostrandomi quei due cataloghi,—per vivere indipendente, qui bisogna fare l'agricoltore prima, e il letterato poi. Senza la vigna, la letteratura non prospera.

Egli parlava con entusiasmo d'una lunga corrispondenza letteraria col principe Alberto di Sassonia e con la regina Vittoria d'Inghilterra.

Aveva scritto nel '54 un carme,Hyde-Park, che celebrava le meraviglie dell'esposizione di Londra. In una lettera all'Amari, del giugno 1856, trovo raccontate le strane peripezie di quel carme.

"Bene o male che abbia fatto, scrissi un carme all'esposizione di Londra; lo intitolai al principe Alberto, lo feci ben copiare, legare e ricoprire quanto le nostre arti consentono e lo spedii per la via consolare di Messina. Tacquero; riscrissi gentilmente, ma sempre a testa alta. In aprile rispose un colonnello Philipps, rusticamente, non poteva il Principe accettare m. s. perchè invariabile regola glielo vieta.

"Con succosa, stringente lettera, gli mostrai gli usi, le convenienze letterarie di Europa. Or ora mi si riscontra urbanamente, ripetendo non potersi accettare il m. s.

"Ciò posto, è mio desiderio che Granatelli nostro, se è a Londra, o altri a vostro arbitrio (purchè attivo) vada al Palagio di Buckigam, trovi il colonnello Philipps, gli chieda in mio nome il m. s. che è a mia disposizione, e gli dimandi se S. A. R. lo gradirebbe stampato; nell'affermativa chiarisca se anche la dedica potrà stamparsi, ciò che mi piacerebbe; e allora ne faccia imprimere un 200 o 300 copie e ne offra uno ben legato al Principe, e 10 meno riccamente, e se vorrà, anche alla regina".

Il Vigo raccontava che al dono stampato era seguita, per anni, una corrispondenza letteraria. Il Principe scriveva in inglese; il Vigo si faceva tradurre le lettere e rispondeva in italiano. Qualcuno mi ha fatto sospettare che questa corrispondenza sia esistita soltanto nella fervida immaginazione del Vigo: e il non vederla neppur accennata dal Grassi-Bertazzi, che cita in una nota finale i nomi dei più noti personaggi di cui ha avuto sott'occhio le lettere, mi fa credere che il sospetto non sia stato una malignità.

La stampa di quel carme gli costò parecchie centinaia di lire. Il Vigo, anche per le condizioni librarie di allora, stampava a proprie spese e regalava largamente le sue pubblicazioni. Aveva una lunga lista di Accademie e di uomini illustri a cui stimava suo dovere farne omaggio. Credo che soltanto le due edizioni dei Canti popolari siciliani lo abbiano compensato delle spese.

Io lo conobbi nel 1852, al tempo della prima stampa dei Canti popolari. Il tipografo Galatola aveva trasportato fuori dell'Ospizio di Beneficenza una sezione della sua tipografia da servire soltanto alla composizione di quel volume.

Il Vigo veniva da Acireale a Catania, due volte la settimana, con le tasche del largo soprabito piene di manoscritti e di stampe; quando le tasche non bastavano, serviva da tasca la tuba. In un appartamentino affittato a posta ci radunavamo con lui il povero Beppino Macherione (morto di tisi, a Torino, a 23 anni e che il Vigo amava come figlio) Gioacchino Geremia (che allora non accennava neppure di dover essere il disgraziato che fu poi) ed io che allora faceva il second'anno di legge all'Università, il quale fu anche l'ultimo della mia carriera legale. La correzione delle bozze era lavoro diabolico, con quei compositori dello Ospizio, tutti ragazzi dai dieci ai quindici anni e che sapevano leggere appena. E quando, stampato un foglio, scopriva una papera passata inavvertita, il Vigo andava su le furie, e il bravo tipografo Galatola bestemmiava nel suo più schietto napoletano anche lui. Pei ragazzi che gli additavano un errore di stampa prima della tiratura del foglio, il Vigo portava sempre in tasca quattro o cinque grossi biscotti da regalare ai fortunati scopritori.

Com'era orgoglioso di quella raccolta che avrebbe recato trionfalmente il nome del popolo siciliano per tutto il mondo!

Trovo qua e là nel volume tracce della mia marachella dei suppostiCanti popolari. In uno di essi io avevo messo il nome del conteRuggiero:

Bedda, ca' aviti picciulu lu peri,D'oru e d'argentu la scarpa v'hè fari.Si vi scuprisci lu conti RuggeriCa di lu peri s'avi a 'nnamurari!

Il nome del suo eroe prediletto era bastato per fargli supporre che quel canto fosse del tempo della conquista normanna. Ne scrisse a Michele Amari, che gli raccomandò prudentemente di star cauto nell'accettare certe ipotesi.

Il Vigo dovette insistere nella sua opinione, perchè Emerico Amari gli scriveva nello stesso anno: "Mi parlate d'un canto dell'epoca di Ruggiero: se è autentico, è un tesoro tale che sono meravigliato di volerlo lasciare dormire sino all'edizione del 2^o volume; pubblicatelo solo, subito; replico è tale tesoro, se vero, che varrebbe un libro intero."

Quando si trattava di cose siciliane, la critica gli faceva difetto. La colpa in questo caso pur troppo era tutta mia. Ma ecco un aneddoto che dimostra come in alcune occasioni il Vigo non comprendesse la ragione di certi scrupoli. Un giorno egli mi faceva leggere su le bozze un canto che la fretta non mi ha permesso di rintracciare nellaRaccolta amplissima. Parlava d'una terribile carestia, cosa non rara nel secolo scorso. Due versi di quel canto però mi erano sembrati troppo letterari e non glielo nascosi. E allora il Vigo, ingenuamente, mi confessò che lo aveva un po' aggiustato lui. In quel tempo egli era in uno stato di irritazione per le delusioni politiche che il suo regionalismo gli faceva esageratamente soffrire, e per ciò non gli era parso vero di poter fare, con quel canto, una specie di vendetta. Parlando di campi inariditi dalla mancanza di pioggia, come richiamo alle carestie del tempo di Vittorio Amedeo e come allusione alle condizioni economiche della Sicilia ridotta provincia italiana, egli, rimpastando, o forse scrivendo di sana pianta quel canto, vi avea innestato il verso:

Pari ca cci passau Casa Savoia!

(Sembra che sia passata di qui Casa Savoia!)

E lo faceva risuonare anzi reboare declamandolo.

Con quale ammirazione però non scrive del primo viaggio nel continente al padre, alla moglie, al figlio! L'intestazione della sua prima lettera dipinge efficacemente il siciliano di mezzo secolo fa:Miei carissimi, padre e signore, moglie e amata, figlio e conforto!

Egli che tante e tante volte aveva scritto dalla Sicilia:spedirò in Italia, oè andato in Italia, intendendo parlare del continente italiano, in quella prima lettera dice, scherzando:

"Vi voglio togliere da un errore. Voi credete che io sia in Italia: v'ingannate. Partii da Palermo e tutti mi diedero ilbuon viaggio per l'Italia; e sta bene. A Napoli accostai con Riso, Brancaccio, Cammerata etc. all'officina dei Pachetti, e ci chiesero ove volevamo andare. Risposi: a Genova. Pagai il mio biglietto in oro…. e ci augurarono ilbuon viaggio per l'Italia; e non istà bene. A Genova il signor Donato, mio servo di 24 ore… accompagnandomi alla ferrovia e stringendosi, fra le dita e il cappello levato, un cinque franchi con tanto di Carlo Felice, mi baciò le mani, e mi augurò ilbuon viaggio per l'Italia: e non istà affatto. Ieri andiedi a passeggiare lungo la Dora alle sei e mezzo e vidi partire un convoglio di 16 carrozze; domandai dove andasse: mi fu risposto:in Italia. Ma in quale parte? io chiedo. A Milano, mi rispose un vicino. Ed io a ridere fra me e me. Dissi questo al Guerrazzi, e mi disse che l'istesso avrei sentito dire a Roma, a Firenze, a Milano: talchè conchiusi: Siamo tutti pazzi perchè stando in casa nostra ce ne crediamo fuori."

E non si accorge di contradirsi, a proposito dell'augurio di buon viaggio datogli a Palermoper l'Italia, scrivendo: __sta bene__. Per lui, la Sicilia, nel 1861, non faceva ancora parte del regno d'Italia!

Ma questo suo straordinario campanilismo non gli impedisce però di scrivere da Torino:

"Qui sono alberghi e trattorie di cui costà non si ha idea. Palermo è un cesso al loro confronto!"

E da Genova:

"Siamo barbari a lato a Genova!"

Il suo stupore diventa quasi fanciullesco a Milano dove visita le scuole col conte Belgioioso e col cavaliere Visconti.

"Visitai tre scuole pubbliche e rimasi, non incantato, stupito. Non potete immaginare quanto sanno (sic) in lettere, storia, geografia, disegno, geometria! Che sarà l'Italia fra 100 anni?"

E parlando della galleria di Brera e dei quadri di Raffaello, diLionardo da Vinci, di Michelangelo ivi ammirati, esclama:

"Dio onnipotente a che sublimò l'uomo!"

Così dopo una visita alla Laurenziana scoppia in un:

"Umana superbia, ti annichila!"

A sessantadue anni ammirava così.

Al camposanto di Pisa, vedendo le catene tolte dal porto pisano dai genovesi e ora restituite, pensa subito:Così i Pisani ci restituissero le catene tolteci al mille nel porto di Palermo!

Nel continente si era legato con affettuosa amicizia al Prati. In Firenze aveva rivisto Ermolao Rubieri, modesto e valoroso, già conosciuto in Sicilia; era andato a visitare il Tommaseo.

"È quasi cieco,—scriveva al padre—e ancora non tocca i 60 anni! È così povero da non aver lume nella scala, nell'anticamera; e manca di scranna ove sedere. Paolo (Grassi) si adagiò sulla poltrona, io in una sedia vicino a quel venerando rudere della italica sapienza, ed essendo sopravvenuto il Giotti, si dovette pescare in una sala una seggiola! Ha una tabacchiera di carta tinta che venti anni sono costò cinque soldi, ora è sgualcita e scartocciata come un residuo di legno fracido.

"Eppure avrei cambiato quel vecchio arnese con la mia tabacchiera di argento o con la catena del mio orologio!

"Il governo gli ha offerto 4000 franchi all'anno, e li ha rifiutati! Abbiamo parlato due ore di lettere e politica e origini di popoli, e siamo pienamente di accordo. L'ho lasciato con dolore e forse non rivedrò la sua carne! Gli uomini pergiunti a quella maturità di senno dovrebbero ringiovanire!"

E al Tommaseo, pensò nel 1873, richiedendogli, comesacrifizio filantropico, di accettare la cattedra di eloquenza latina e italiana nell'università di Palermo. Il prof. Grassi-Bertazzi non ha pubblicato la lettera di risposta del Tommaseo. Certamente egli rifiutò, quantunque il Vigo, per indurlo ad accettare, gli avesse detto che si trattava di nomina accademica e non governativa.

Fra i personaggi che più spiccano in questo saggio di corrispondenza, è Michele Amari. Le lettere dell'Amari da Parigi dimostrano che tempra di uomini furono gli esuli siciliani del '49.

Dopo la restaurazione borbonica, il Vigo si era ritirato nella sua villa di Ballo su le falde dell'Etna.

"Io me ne vivo qui, lontano da tutti, solo, intendo senza i tristi, ma con qualche amico, che viene a gustare i miei vini e con mia figlia e i miei libri e questi amatissimi villani; e se in tanto dolore di casi si può aver pace, io l'ho pienissima."

Riprende a lavorare alla raccolta dei canti popolari a cui pensava sin dal '45; studia per mettere assieme i materiali dellaProtostasi della civiltà siculo italica, riprende la corrispondenza con l'Amari, col Giudici, con parecchi altri.

L'Amari nel '56 gli scrive da Parigi:

"Il secondo volume (dellaStoria dei Mussulmani in Sicilia) già stampato a metà, tarda ad uscire in luce per varie ragioni, delle quali la prima è che io, faticando all'opera per 22 anni, ne consumai il misero prezzo! onde ho dovuto guadagnare il pane quotidiano asciutto in altra guisa: cioè facendo il catalogo dei m. s. arabici della Biblioteca di Parigi a 5 franchi al giorno per cinque ore di fatica, fuori le feste e le vacanze, lavoro e paga sospesi nelle feste, il che torna, in valori di Sicilia, a due tarì e mezzo ¹.—L'altra ragione precipua che le altre sei o sette ore al giorno che lavoro in casa mia, sono state consacrate alla Biblioteca Arabo Sicula, cioè al fumo senz'arrosto; al dovere immaginario che m'imposi, di dare un terzo volume della Raccolta di Caruso o un 25^o di Muratori come vi piaccia chiamarlo; al culto di una divinità che mi ha pagato, dal '48 in qua, d'ingratitudine e dimenticanza. Ma che importa?"

¹ Una lira e cinque centesimi italiani!

Un mese dopo, il Vigo gli rispondeva:

"Dio ci conceda poterci abbracciare prima di morire!"

Dissentivano intorno a molte quistioni filologiche e storiche. L'Amari lo ammoniva francamente della stortezza di alcune sue opinioni intorno al dialetto siciliano, e di parecchi pregiudizi intorno all'influenza dei mussulmani in Sicilia; ma si volevano bene. Eppure l'antica amicizia non impedì all'Amari, ministro dell'istruzione pubblica del regno d'Italia, di rifiutarsi a compiacere il vecchio amico in una sua pretesa che a lui sembrava o eccessiva o inopportuna per ragioni locali. Il Vigo chiedeva di essere nominato professore di eloquenza nell'Università di Catania o ispettore scolastico nella stessa città: e il rifiuto dell'Amari lo offese; a torto, secondo me. Avrebbe dovuto colmarlo di ammirazione per l'onesto carattere dell'amico.

Era già rivenuto a galla nel Vigo l'antico autonomista siciliano.

Ricordo una sua lettera di cui fui latore al Guerrazzi nell'aprile del '64. Era piena di lamenti, e di scoraggiamenti. Il Guerrazzi la lesse in piedi, con indosso la pelliccia che portava in quel momento ritornando, da una passeggiata, nella sua villa della Torretta a pochi chilometri da Livorno. Leggendo, agitava il capo, torceva la bocca; all'ultimo esclamò:—Ma perchè suonare a morto, mentre tutti suonano a vivo?—E quasi le stesse parole trovo nella lettera di risposta pubblicata dal Grassi-Bertazzi: "Molti, anzi moltissimi i torti delgoverno: ma e tutti incolpevoli noi, noi che non sappiamo altro che piangere il morto?"

Uguali lamentazioni aveva dovuto scrivere al Rubieri nel 1862. Il Rubieri con buon senso di patriota e di toscano gli rispondeva: "Voglio ammettere che il governo non sia ottimo: ma la Toscana non è meglio trattata della Sicilia, e vi chiedo il permesso di citarla come modello; qua tutto si tollera, perchè se il governo ha dei torti, ha anche delle difficoltà, ed immense. La festa dello statuto riuscì in tutta Toscana egregiamente. La libertà e la nazionalità sarebbero comprate a buon prezzo se potesse sperarsi di arrivare alla massima prosperità con la minima spesa. Come volete non pagar tasse, quando vi sono tante faccende interne da ordinare, e, che più monta, una quistione esterna da risolvere? La Sicilia riscattata, potrebbe dimenticare Venezia e Roma, tuttora mancipie? E come vuol riscattare Roma e Venezia senza un esercito? E come vuole mantenere un esercito senza aumento di tasse? Io non posso che esortar voi e tutti gli onesti ad adoprare tutta la propria influenza, perchè sia compiuta un'opera che lo sturbare sul più bello sarebbe delitto."

Il Rubieri aveva combattuto a Curtatone ed era stato ferito.

Parecchie altre cose si potrebbero spigolare da questo volume; ma io mi fermo qui.

Il prof. Grassi-Bertazzi forse avrebbe fatto meglio attendendo ancora qualche anno e pubblicando compiuta la biografia del Vigo; o avrebbe dovuto essere, forse, più parsimonioso di alcune lettere, (di quelle del Regaldi per esempio) e più largo di altre di altri personaggi.

In ogni modo la sua pubblicazione è importante.

L'affetto di concittadino non ha fatto velo al suo giudizio, e per ciò gli auguro che porti presto a fine la biografia di Lionardo Vigo.

Prosatore, poeta, erudito, il Vigo non lascerà un'impronta nella storia dell'arte. La sua stessa raccolta di canti popolari è stata già superata da quella del Pitrè per gl'intendimenti scientifici con cui questa è stata condotta; saranno certamente superate tutte e due da una raccolta avvenire, che usufruirà dei materiali di entrambe e dei progressi del folklore.

Ma come uomo, con tutti i suoi difetti, con la passeggera nube—a cui egli stesso accennava con rammarico, dandone la colpa ai subdoli consigli del Malvica—che offuscò per un istante il suo patriottismo siciliano, come uomo, ripeto, Lionardo Vigo è assai interessante e simpatico.

Un'ultima spigolatura.

Nel 1836, Cecilia de Luna-Folliero, partendo per Parigi, doveaffari letterari e di famiglia la richiamavano, gli scriveva da Napoli: "Se il mio piede dovrà ricalcarela terra che oggi, a scorno dell'umana ragione, sostiene tanti detrattori della nostra gloria patria, i miei pensieri e i miei affetti rimarranno costantemente alla mia dolcissima Italia."

Oggi. Cecilia de Luna-Folliero potrebbe ripetere le stesse parole, anzi mutare queidetrattoriin qualcosa di peggio.

Chi leggeViaje de Novios(Viaggio di nozze) eLos Pazzos des Ulloa(La cascina degli Ulloa)—due romanzi freschi, vivaci e che paiono sgorgati dalla penna dell'autrice senza nessuno sforzo, stavo per dire quasi sorridendo—non sospetta affatto che ella abbia passato i migliori anni della sua giovinezza a studiare Krause, Fichte, Kant, Hegel, San Tommaso, Descartes, Platone, Aristotile, Darwin, i mistici spagnuoli, e che fino a tardi, di romanzi, abbia letto soltanto ilDon Chisciottedel Cervantes eNotre-Dame de Parisdel Hugo, capitatile in mano per caso quand'era quasi bambina.

Aveva già pubblicato il suoSaggio Criticointorno al P. Feijòo e gli studi intorno alDarwinismoe aiPoeti epici cristiani, e non solamente ignorava i celebri romanzieri stranieri, ma non sapeva neppure il nome del gran romanziere spagnuolo suo contemporaneo, Perez Galdòs, e appena conosceva l'esistenza di Valera e di Alarçon.

Si può dire che la signora Pardo-Bazan sia divenuta romanziera per caso.

Un giorno un amico le parla di quei due scrittori e le dà a leggerePepita Jimenesdel Valera: e questo romanzo e il racconto dell'Alarçon,Sombrero de tres picos, la mettono su la pista della moderna novellistica spagnuola.

Per lei il romanzo e la novella erano rimasti a Cervantes, a Hurtado, a Espinel. Quella lettura le apre un mondo nuovo. Come! Invece di avventure straordinarie, meravigliose, impossibili, il romanzo e la novella potevano dunque descrivere luoghi e costumi che si vedevano tutti i giorni, e caratteri che si potevano facilmente studiare osservando le persone attorno?

E scrissePasqual Lopez, autobiografia d'uno studente di medicina, con lo stile un po' arcaico e ricercato messo allora in voga dal Valera come reazione contro la sciattezza di lingua e di stile che deturpava la letteratura castigliana.

La scrittrice però si ricordò in tempo del precetto del favolista spagnuolo dinon parlare oggi come al tempo del Cid Campeador. Il Balzac, il Flaubert, i De Goncourt e il Daudet da lei letti per la prima volta nel 1880, a Vichy, dov'era andata per ragioni di salute, fecero il resto. IlViaje de Novios, data da quell'epoca.

A proposito dell'influenza della moderna letteratura francese su la spagnuola, la signora Pardo-Bazan ha scritto sennatissime parole, che possono applicarsi alla nostra.

"Compresi—ella dice nei suoiAppunti autobiografici—che ciascun paese doveva, sì, coltivare la propria tradizione novellistica, specialmente quando se ne possiede una così illustre come la spagnuola; ma nello stesso tempo compresi che non si dovevano disprezzare i metodi moderni, basati su principii razionali e confacenti all'attuale maniera d'intender l'arte, che non era la stessa di quella del secolo XVII. Mi parve che non erano da rifiutarsi i progressi dell'arte novellistica, per ragione della loro provenienza transpirenaica, riflettendo che da un'occhiata alla storia letteraria delle tre nazioni latine, Italia, Francia e Spagna, si capisce che esse hanno stabilito tra loro, da tempo immemorabile, lo scambio delle idee estetiche e la reciprocanza dell'influsso letterario. Gl'italiani influirono su noi, e noi, in ricambio, abbiamo dato ad essi oratori e poeti che insegnarono loro il nostro stile pomposo; influirono su noi i francesi coi loro trovatori; e noi abbiamo dato un forte impulso alla loro drammatica. La lista dei prestiti da nazione a nazione è interminabile, e non dovrà chiudersi mai; non possono neppure dirsi prestiti: sono piuttosto fecondazioni."

NellaCascina degli Ulloai lettori troveranno qualcosa che ricorda la solitaria e vecchia Torre di Miraflores dove è passata la fanciullezza della scrittrice, che aveva una precoce inclinazione alla lettura. "Ero di quei bambini—ella racconta—che leggono tutto quel che loro capita tra le mani, fin i pezzetti di carta di cui il merciaio ha fatto un cartoccio pel pepe o il dolciere un involto per le paste; di quei bambini capaci di passare zitti zitti una giornata in un cantuccio purchè gli si dia un libro, e che per ciò hanno spesso le pesche agli occhi e diventano un po' strabici in seguito allo sforzo imposto al loro debole nervo ottico."

A Madrid veniva educata in un collegio francese protetto dalla Casa reale, e la direttrice, azzimata, con riccioli grigi sotto la classica cuffia, trattava le collegialipeor que a galeotes, dando loro a colazione e a pranzo orrendi intingoli e, per frutta, rancidi pistacchi americani e castagne fossilizzate. "Credo—ella dice—che le teneva in serbo in un armadio finchè non si erano indurite talmente da spezzar i denti delle alunne."

A la Coruña, nell'enorme casone silenzioso dove la sua famiglia si era ritirata, vivendo senza compagnia di bambini, ella scopre una stanza piena di libri. Tra tanti, e noiosi, che trattano di politica, di giurisprudenza e di agronomia, trova laConquista del Messicodel Solis eGli uomini illustridi Plutarco. Un vecchio entomologo dell'Avana, andato a seppellirsi in un villaggio vicino alla Coruña con le sue collezioni di farfalle e d'insetti, la sgridava per quelle letture, scandalizzato che una mocciosa di dieci anni parlasse con entusiasmo di Bruto, di Catone e di altri dannati pagani della stessa risma. La bambina non se n'offendeva; e siccome il vecchio scienziato raccontava mirabilmente i suoi viaggi, così la bambina gli stava accosto, lo tirava per la falda dell'abito e con voce supplicante gli diceva:—Mi parli d'insetti vostra signoria!

E dietro Plutarco vengono l'Iliade, e laBibbia. Così ella prende gusto alle letture severe; sdegna di apprendere il pianoforte, stimando cosa indegna perdere il tempo a far scale; e chiede invece che le insegnino il latino. La natura del suo ingegno femminile la salva dal pericolo di riescire una pedantessa. Un consiglio del vecchio e sdentato favolista Pasquale Fernandez Baero, accademico e decorato di non so quante croci, non dovette esercitare piccola influenza su lei. L'accademico se la prendeva contro Hermosilla, uno dei progressisti del '20, poi accademico anche lui: "Piccina mia, non leggere Hermosilla; e se lo leggi, mandalo a fare due passi, mi capisci? Due passi! E scrivi versi a modo tuo; ma niente regole! Niente regole! Le regole guastano tutto!

Nel '69, dopo la rivoluzione di settembre '68 che caccia via la regina Isabella e porta al trono di Spagna Amedeo di Savoia, ella segue a Madrid il padre eletto deputato della Costituente, prende marito a sedici anni, si distrae dagli studi nel vortice della capitale. E se perde la propenzione all'isolamento e la timidezza provenienti dal genere di vita in cui ha passato l'infanzia, sente poi dentro di sè un gran vuoto, una tristezza profonda, un sentimento inesplicabile,simile a quello che si sente la vigilia di un tentativo glorioso, quando ci opprime il timore di non giungere in tempo per compire l'opera intrapresa.

Attorno a lei accadeva un rinnovellamento letterario, ma gliene arrivava appena l'eco affievolita,fra il delicato aroma delle tazze di tè delle serate di ricevimento e il rumor delle ruote nelle passeggiata in carrozza.

Il viaggio in Italia, dopo l'abdicazione di re Amedeo, le fa riprendere un po' di vita intellettuale: ma al ritorno in Ispagna si sente trascinata dal movimento filosofico da cui erano invasi tutti gli spiriti dietro il sistema del tedesco Krause, che aveva trovato colà accoglienza entusiastica; non si parlava di altro nelle conversazioni. Cattolica fervente, ella si sentiva sconvolgere la coscienza dalle teoriche krausiane; e, per contravveleno, ricercava la lettura dei mistici. La irritava la barbarie dello stile dei traduttori e dei commentatori di quel filosofo. Il Kraus non l'appaga, ed ella si rivolge al Kant, poi all'Hegel, e poi ad altri filosofi antichi e moderni. E questa curiosità la costringe a studiar con metodo, a riflettere. "Il mio cervello,—ella dice—si snodò, le mie facoltà intellettuali si misero in attività; e così io acquistai quel peso che occorre a un artista perchè la sua nave non sia sballottata come un tappo di sughero sul mare."

Infatti, il giorno che si sentirà artista non precederà istintivamente su la via del romanzo e della novella; e quando da artista vorrà mutarsi in critico, e prender parte alla discussione dellaquestione ardente, come ella chiamava la questione delrealismoe dell'idealismo; potrà parlare in modo elevatissimo, guardare il problema da un nuovo punto di vista, e mostrare che Platone, San Tommaso e l'Hegel non erano stati da lei studiati indarno.

Intanto si prepara alla carriera artistica scrivendo piccoli componimenti in versi. La poesia esercitava ancora su lei un'influenza vivissima per l'elemento ritmico, musicale. Nervosa, impressionabilissima, arrivava a commuoversi fino alle lagrime sotto quella influenza quasi morbosa. Trascurava l'esercizio,più sano e più spirituale, della prosa, quantunque l'esercizio di tradurre da diverse lingue straniere la facesse innamorare del castigliano, e le facesse scoprire in esso arcani tesori di rilievo, di armonia, convertendola in infaticabile collezionista di vocaboli, nella cui sola struttura (isolata dal valore che acquistano nel periodo) notava bellezze infinite di colore, di splendore, di profumo, "come il gioielliere che prima di incastrare una pietra preziosa ne ammira la fascettatura, la luce e le qualità."

E si sarebbe arrestata ai versi, se una scortese dimenticanza del celebre poeta Nuñez D'Arce non le avesse reso il servigio di disgustarnela. Glie ne aveva letti parecchi una sera che il poeta era venuto in casa di lei condottovi da un amico. Il poeta li avevalevati alle nuvole, aveva incoraggiata la poetessa a pubblicarli e si era spontaneamente offerto a presentarli al pubblico con una sua prefazione. Lietissima della insperata fortuna, la poetessa lima, riordina e fa ricopiare con bella calligrafia i suoi versi e spedisce il manoscritto all'illustre poeta in Gallizia. "Ma l'entusiasmo era passato,—ella racconta—la buona intenzione del poeta se n'era ita dove vanno a finire spesso spesso le buone intenzioni, e della famosa prefazione non fu mai scritto neppure un rigo. Oh, come sono grata di questo al poeta diLuzbel!"

La Questione ardenteè il programma artistico della signora Pardo-Bazan. Pubblicata in articoli settimanali nel giornaleL'Epoca, sollevò una vera tempesta di discussioni in difesa e contro. La stessa autrice fu meravigliata di veder "appassionarsi pel suo scritto una nazione che si occupa soltanto di politica, di tori e di donne."

Era naturale che per lei quellaquestione ardentenon rimanesse letteraria soltanto; al concetto naturalista e fatalista dello Zola ella infatti contrappone il concetto teologico cattolico; e nel 1844, in una polemica con Luis Alfonso, critico favorito dei salotti aristocratici, protestava contro l'opinione chefaceva di lei un Zola femminino o per lo meno un'attiva discepola del rivoluzionario francese.

Fortunatamente la signora Pardo-Bazan dà al concetto di un'opera d'arte l'importanza che merita; cioè non fa dell'opera d'arte una tesi (e per lei questa tesi dovrebbe essere cattolica). I lettori dellaCascina degli Ulloase ne accorgeranno subito. Se ne accorgerebbero meglio se potessero leggere l'altro romanzo,La Tribuna, dove la imparzialità dell'artista spicca magistralmente.

NellaCascina degli Ulloaè descritta la decadenza di una nobile famiglia delle montagne galiziane; nellaTribuna, la Galizia moderna, piena di vita e di attività industriale. Quasi per riscontro anticipato all'opera dello Zola,La terra, la Pardo-Bazan ha descritto la vita dei campi nel romanzoLa madre natura, che forma la seconda parte dellaCascina degli Ulloa. Ma in tutti e tre questi romanzi e negli altri—Il cigno di Villamorta, studio del basso popolo,La Buccolica, pastello di contadina povera, ignorante, istintiva—come pure nelle novelle, l'osservazione diretta e sincera è la principale cura della scrittrice; osservazione che non si rivela come semplice impressione fotografica, ma bensì come impressione riflessa, spogliata dell'accidentale e del triviale. Questa convinzione che l'arte non possa nè debba essere semplice fotografia della realtà è così forte e profondamente radicata in lei, che la spinge in tutti i suoi romanzi a inventare i nomi di città, paesi, provincie dove si svolge l'azione. Non vuole esser legata troppo alla realtà neppure nel paesaggio; se ha bisogno di spostare di qualche miglio una località, vuol farlo senza scrupoli. Così, nel creare i caratteri non si limita a riprodurre fedelmente un personaggio vivente, conosciuto da lei. Cosa, del resto, comune a tutti gli scrittori, anche a quelli che più protestano di voler essere fedeli alla realtà.

Ella ci dà involontariamente un cenno della messa in opera del suo metodo artistico, raccontando come le si svolse nella mente il germe del romanzoLa Tribuna. Vedendo uscire un giorno, nella sua città nativa, i gruppi delle sigaraie dalla Fabbrica dei Tabacchi, ella pensava:—C'è qualche romanzo tra quei vestiti di percalle e quelle grossolane mantelle?—E il suo istinto femminile le rispondeva:—Dove sono quattromila donne ci sono certamente quattromila romanzi; il difficile è scoprirli.—E si rammentò che quelle donne brune, robuste, dall'aria risoluta, erano state le più ardenti partigiane dell'idea federale durante la rivoluzione; e le parve interessante studiare lo svolgimento di un principio politico nel cervello di una donna cattolica e demagoga, ingenua per natura e spinta al male dalla fatalità della vita operaia.

Questa impressione la risolveva a osservare da vicino e a studiare quella vita; e la Fabbrica dei tabacchi non era lontana dalla Coruña.

C'è un capitolo del romanzoLa Tribunaintitolato:Il carnevale delle sigaraie. La scrittrice aveva assistito, anni avanti, allo spettacolo colà descritto; e fra le maschere di operaie aveva notato una giovanetta di vent'anni, vestita da studente vagabondo, che ballava sul ristretto spazio di un palco, accompagnandosi col suono di un cembalo basco. Svelta, ardita, mandava lampi dagli occhi nerissimi, ballando e scotendo i neri capelli sciolti sotto il tricorno che le copriva la testa. Con freschissima voce ella improvvisava cantando; e vedendo ridere, rideva mostrando i bianchissimi denti; e s'interrompeva per scherzare intorno alla sua inesperienza della rima:—Le dico grosse, eh?

Poco tempo dopo, i giornali portarono la notizia che una ragazza della Fabbrica dei Tabacchi si era suicidata per amore: era proprio la ragazza vestita da studente vagabondo, allegra e chiassosa come un passerotto.

Coi suoi risparmi era andata a comprare un revolver, dicendo che doveva regalarlo a un cugino. L'armaiuolo dapprima aveva esitato; poi vedendo quel visetto vivace ed allegro, aveva venduto il revolver. Ella se n'era tirato un colpo dritto al cuore.

E la scrittrice, raccontando il fatto, riflette:—"che nessuna contadina sarebbe capace di ammazzarsi a quel modo; la media cultura operaia, il raffinamento dei nervi, l'impoverimento del sangue e il continuo e malsano contatto della vita cittadina creano una donna nuova, molto complicata e per conseguenza più infelice della contadina."

Studiare i caratteri principali della produzione narrativa alla signora Pardo-Bazan richiederebbe altro spazio che non quello concesso a questi brevi accenni. La critica conservatrice e spigolistra è stata in Ispagna molto severa con lei. Nel 1886 ella mi scriveva dal suo ritiro della Coruña:

"La mia qualità di signora mi ha fatto soffrire maggiormente per l'ipocrisia della critica e per le contraddittorie pretese del pubblico. Io sono, mi creda, una specie di amazzone, ma ho pure un carattere femminilissimo; che farci? Quando però mi si richiedono cose sciocche, io non so persuadermi che la mia condizione di signora abbia qualcosa da spartire con l'arte; e mettendomi a scrivere, dimentico che porto la gonna e mi sforzo di fare lavoro di artista e niente altro."

La signora Pardo-Bazan ha frequentato, nelle sue corse a Parigi, i salotti letterari della capitale francese, specialmente quello di Edmondo De Goncourt, e li descrive con vivacissima efficacia nei suoiAppunti biografici.

Una volta il De Goncourt le domandò se ferveva anche in Ispagna la battaglia tra l'idealismo e il realismo. E alla risposta di lei, che colà non v'era battaglia perchè gli idealisti non si facevano più vivi, il De Goncourt replicò:

"—Non hanno neppure un Giorgio Ohnet?"

—No—disse la signora Pardo-Bazan.

E il De Goncourt, facendo risuonare quella sua particolare risata ironica e geniale:

"—Come sono fortunati questi spagnuoli! Non hanno un Ohnet!"

Singolarissima è la scena della sua visita a Vittor Hugo; merita di essere tradotta per intero.

"Negli ultimi giorni della mia dimora a Parigi, al mio ritorno da Vichy, conobbi Vittor Hugo, ultimo e grandioso superstite della generazione romantica.

L'autore delloHernanim'invitò a un suo ricevimento; e dovrei dire: alla sua corte, perchè egli aveva l'aria di un sovrano detronizzato, in quel gran salone illuminato da splendidi lampadari di cristallo veneziano, tappezzato di stoffa di seta, col pavimento coperto da magnifici tappeti, e dove da un lato e dall'altro,—in doppia fila, zitti, o parlando sommessamente tra loro, quasi non osassero accostarsi molto da vicino al maestro—stavano seduti gli ultimi cortigiani della maestà decaduta, e i neofiti tardivi e sorpassati del romanticismo.

Vittor Hugo mi fece sedere al suo fianco, e mi indirizzò la parola. Si fece subito, un gran silenzio attorno, per prestare attenzione al nostro dialogo, che da parte mia si riduceva a quelle rare e timide risposte che sono di prammatica in simili udienze. Vittor Hugo dichiarò che riguardava la Spagna come sua seconda patria, mostrò il suo dispiacere di vederla molto indietro su la via del progresso e soggiunse che non poteva essere altrimenti in un paese dove la Santa Inquisizione aveva martoriato senza pietà scrittori e scienziati. Con tutti i riguardi che il galateo insegna quando si tratta di dover contraddire una persona, e specialmente quando questa persona si chiama Vittor Hugo, risposi che le più splendide epoche della nostra letteratura erano state appunto quelle inquisitoriali, e che l'Inquisizione non si era mai mescolata di letteratura, nè aveva mai bruciato nessun scienziato e nessuno scrittore, all'infuori di ebrei, streghe e fattucchieri. Non si mostrò convinto; ed io, spinta dalla mia inveterata passione di difender la Spagna dalle accuse gratuite, mi misi a polemizzare col vecchio, con buone parole, s'intende, con frasi rispettose e carezzevoli; e quando il poeta affermò che nel 1824 ci erano stati ancora degliautos da fè, non gli dissi che commetteva un anacronismo, ma lo pregai di verificare la notizia, aggiungendo che l'Inquisizione, soppressa per decreto nel 1812, era stata soppressa di fatto molti anni avanti. Di faccia a me sedeva una signora che faceva gli onori di casa, credo la signora Lochroy, la quale mi domandò con velata ironia seio avevo studiato la storia presso i padri domenicani. Ed io subito replicai negligentemente che nel Michelet, nel Thiers e in altri storici francesi avevo letto le Dragonate, la notte di San Bartolomeo, il Terrore e altri episodi della storia di Francia, a petto dei quali gli orrori della Inquisizione erano pasticcetti e zuccherini; e soggiunsi che la Spagna non aveva perseguitato Clemente Marot, nè mandato al patibolo Andrea Chènier, perchè gli spagnuoli apprezzano e venerano le Muse, come provava la mia presenza in quella casa.

—Voilà bien l'espagnole!—mormorò Vittor Hugo con mezzo sorriso su le labbra.

E cominciò a incensare la Spagna, il paese, secondo lui, più romanzesco di Europa; e a interrogarmi intorno ai nostri scrittori contemporanei dei quali non conosceva neppure un rigo. La serata trascorse in un soffio, e pareva che pei discepoli fosse rotto l'incanto; si agitavano e parlavano, giacchè in quella sala del trono—vera sala d'inquisizione poetica!—soltanto un incidente casuale, come la presenza di uno straniero, poteva recare l'animazione della controversia e rompere il gelo del rispetto quasi jeratico. Alle dodici, Vittor Hugo mi congedò. Mi regalò il suo ritratto e quello dei suoi nipotini, col suo autografo, e mi baciò in fronte; costume francese, che se in altra occasione, a me spagnuola, sarebbe parso dì cattivo gusto, ora mi riuscì commovente in persona di quell'ottagenario già curvato più sotto il peso degli allori che non sotto quello degli anni, e vicino al sepolcro, dove ormai dorme. Sia pace all'anima sua!"

—Voilà bien l'espagnole!—ripeto io, terminando di scrivere.

E penso, con rammarico, che questo semplice episodio potrebbe insegnare qualcosa a parecchi italiani di oggi.

¹ __Pequeñeces__ per el P. Luis Coloma de la Compañia de Jesus Quinta edicion. Bilbao Administration deEl Mensajero del Corazon de Jesus. 1891.

Cioè gesuita e romanziere. Le somiglianze però tra il nostro p. Bresciani e il p. Luigi Coloma non vanno più in là. Coloro che non hanno dimenticato il mirabile studio del De Sanctis intorno all'Ebreo di Verona, leggendoPequeñecesdel gesuita spagnuolo potrebbero credere ch'egli abbia cavato profitto dalle osservazioni del gran critico. Il De Sanctis ha detto al p. Bresciani: "—La parte liberale accoglie in sè, come ogni altro partito, gente di ogni risma; vi ha gl'imbroglioni, gli ipocriti, gli sciocchi, i bricconi. Guardata da questo lato, quanto vi ha di ridicolo! quanto di atroce! La materia questa volta non vi manca. Se avete spirito, fateci ridere; se avete bile, fateci fremere."

E il p. Coloma spirito ne ha davvero e di ottima lega, e bile molta, ma di quella buona, se pure si può chiamare bile la indignazione di un'onesta persona davanti allo spettacolo delle turpitudini umane. Egli è gesuita, sì, come il p. Bresciani, ma, soprattutto, è artista come al p. Bresciani non passava neppur pel capo che essere si potesse e si dovesse. Caso nuovissimo, quasi incredibile, se si guarda la vasta letteratura del loro Ordine, che ha dato scrittori di ogni sorta, artisti no, mai.

Probabilmente questo è avvenuto perchè il p. Coloma si è fatto gesuita assai tardi. Già laureato in dritto all'università di Siviglia, abbandona l'avvocatura per entrare in Marina. Passati due anni alla Scuola navale, n'esce per buttarsi un po' nel giornalismo, nella letteratura, e molto nella politica. Cospirando, compromettendosi pei Borboni, mena intanto vita mondana tra quell'aristocrazia madrilena ch'egli poi descriverà così bene inPequeñeces.

Un bel giorno, nel '74, una grave ferita di revolver lo fa stare parecchie settimane tra la vita e la morte. Duello? Tentativo di suicidio? Non si è potuto mai saperlo chiaramente. Si sa però che, appena guarito, egli entra nella Compagnia di Gesù, fa il noviziato, prende gli ordini, passa per la fitta trafila di tutti gli esercizi scolastici e religiosi che la regola dell'Ordine impone agli adepti; e dieci anni dopo, dal pulpito di una delle chiese di Madrid, fulmina così rudemente, col suo primo sermone, quell'uditorio femminile, da far scappare di chiesa, a metà di sermone, una delle più grandi dame della capitale. Il caso mette sossopra corte, ministri, Nunzio apostolico; e il terribile predicatore se la cava soltanto con essere rimandato al suo convento.

Ah! gli interdicono il pulpito? Si rivolgerà, da un altro pulpito, quello della stampa, a un uditorio più vasto. Le sue novelle, poi raccolte nel volumeLectures recreatives, attirano infatti verso di lui gli occhi del pubblico. Ma chi poteva sospettare che iCuentos para niños,El Cazador de venados,Juan Miseria,La Gorriona,Mal-alma,Pilatillopreparassero l'audace e vigoroso futuro autore diPequeñeces?

Bisogna dire che i gesuiti spagnuoli sono di tutt'altra pasta dei nostri.Pequeñecesè stato pubblicato nelMessaggero del Cuor di Gesùdi Bilbao, con l'approvazione dei superiori! I padri dellaCiviltà Cattolicasi farebbero dieci volte il segno della santa croce, se uno scrittore cattolico romano a tutta prova (non oso dire: un padre della Compagnia) andasse a proporre pel loro periodico un romanzo che dipingesse l'aristocrazia nera di Roma o la borbonica di Napoli con la stessa indipendenza e con la stessa crudezza diPequeñeces.

Giacchè—cosa ancora più strana—il p. Coloma non se la prende tanto coi liberali quanto con gli aristocraticilegittimisti, alfonsisti, amadeisti, clericali. Troppi compromessi, troppe venalità, troppi voltafaccia, troppe viltà, troppe sozzure egli ha osservato tra la gente del suo partito borbonico; e ha voluto smascherare tutti: ministri traditori, cospiratori per tornaconto, dame che menano vita da cocotte, grandi di Spagna che meritano il bollo disignori Alfonsi; canagliume, tutti, che della politica e della religione si fanno scherno per nascondere le vanità, l'avidità, le passioni malsane, i vizii schifosi che lor rodono le ossa.

La rigidità monastica impedisce al p. Coloma di giudicare con qualche indulgenza una società che gli pare abbia perduto ogni nozione del giusto e dell'onesto, se, a furia di vigliacche transazioni, essa finisce col chiamaresciocchezze, cose da nulla(pequeñeces), quel che nel vocabolario delle persone oneste dovrebbe venir qualificato assai meno benignamente.

Per ciò egli si paragona "a quei frati del medio evo, che montavano nelle piazze sur un pulpito improvvisato, e di lassù parlavano ai distratti non entrati in chiesa il loro stesso grossolano linguaggio, perchè le rudi verità predicate facessero effetto."

Certamente il p. Coloma, nel suo intento, ha voluto fare una predica; ma, prima che le circostanze della vita lo riducessero frate, madre Natura aveva pensato d'impastarlo artista. Nelle novelle egli si era esercitato a disegnare, a colorire; inPequeñecesl'artista è maturo; e che artista!

E l'arte lo ha preso così fortemente che il predicatore, il gesuita non si scorgono punto, o così di rado e così poco che non se ne può tener conto. Qualunque più grande scrittorerealista, verista, simbolistapotrebbe dirsi orgoglioso diPequeñeces; di avervi dipinto (e sarebbe meglio dire inciso all'acqua forte) i ritratti del Marchese Butron ex diplomatico, gastronomo, e l'altro di Pietro de Vivar, detto Diogene pel suo cinismo e la sua cattiva lingua; quello di colui che vien chiamato zio Checco, zio universale di tutti i grandi di Spagna, di tutti i nobili di second'ordine, di tutti i nuovi arricchiti, di tutte le persone più in vista nella politica, nella stampa, nell'amministrazione, non che di tutti gli avventurieri sfacciati e di tutte le anonime celebrità delToto Madride della corte; il ritratto di Giacomo Tellez, marchese di Sabanel, ora borbonico, ora massone, ora alfonsista, eMonsieur Alphonse(il p. Coloma non ha avuto scrupolo di scrivere queste due parole); il ritratto del conte di Albornoz e, finalmente, il gran ritratto, in piedi della contessa Currita (Cecchina) sua moglie, attorno a cui l'autore ha adoprato tutte le audacie, tutte le finezze del suo pennello, che parecchi grandi romanzieri,realistioveristi, osimbolisti, che si vogliano dire, potrebbero proprio invidiargli.

Ho messo insieme realisti, veristi, e simbolisti perchè il p. Coloma non si è punto curato di appartenere a questa o a quella scuola, ma ha voluto essere, e c'è riuscito, artista sincero e nient'altro; e per ciò ha potuto fare la schietta ed eccellente opera d'arte che ognuna di queste così dettescuoleletterarie può contemporaneamente reclamare per propria.

Ho riletto in questi giorni nel testo spagnuoloPequeñeces, letto prima, due anni fa, nella riduzione francese del Vergniol. Mai riduzione non mi è parsa così pretenziosa e ridicola come questa che toglie al lavoro del p. Coloma il suo speciale sapore, sopprimendo interi capitoli, riducendo in narrazione sbiadita quel che colà è presentato in azione vivacissima, ammortendo spesso, senza nessuna ragione, fin l'energia della forma. A un personaggio mondano, per esempio, che, raddoppiando gli erre, parla di una donna datasi alle austerità del misticismo, il P. Coloma fa dire:Como si parra ser santa, se necesitarra ser puerrca!E lo scimmiotto francese annacqua:Comme si, pour devenir une sainte, fallait se travestir en mendiante!Costui però non è francese per niente, e ritrova tutta la malignità della sua razza quando il testo gli porge l'occasione di sporcare qualcosa che riguarda l'Italia.El viejo mamarrachio, dice il gesuita, parlando di Garibaldi; e nel caso da lui raccontato quelvecchio credenzonesta benissimo. Ma al riduttore francese sembra poco, e mette per proprio conto:vieux matamore: nè gl'importa che questo sciocco insulto risulti un controsenso.

—Politica italiana! Es la màs habil—dice Giacomo Tellez.

—Italiana, no, romana!—risponde la marchesa di Villasis legittimista e clericale.—Es la màs sancta!

Ma al ridicolo riduttore,màs sanctanon garba, e mette un altro sproposito:C'est la plus loyale!

Questo sia detto di passaggio per coloro che, ignorando lo spagnuolo e non trovando diPequeñecesuna traduzione italiana, dalla curiosità ora fossero spinti a ricorrere alla riduzione francese. Invece della genuina fisonomia di un gesuita romanziere, troverebbero il buffo travestimento di esso in laico romanziere francese.

L'ignorante riduttore non ha capito che una delle attrattive del libro, e non la minore, nella sua riduzione, è già sparita; intendo dire quell'elevata tendenza religiosa che differenzia questo romanzo di costumi e di caratteri dai romanzi consimili.

Niente di straordinario ci sarebbe infatti se lo Zola, o il Daudet, o il Bourget ci avessero dipinto Currita d'Albornoz, e la società madrilena che le sta intorno; l'importante, il piccante consiste principalmente nel sapere che colui che l'ha dipinta è un gesuita. E questo piccante sparisce quando l'imbecillità d'un riduttore si permette di condensare in otto righe quella ventina di pagine che raccontano la conversione e la morte del povero Diogene, del vecchio cinico sporcaccione, caduto da una carrozza, e abbandonato in mano dei padri del collegio gesuitico di Guipùzcoa dagli amici e dalle amiche che non vogliono interrompere, per assistere il disgraziato, una bella partita di campagna.

Currita d'Albornoz! Ma si direbbe che il p. Coloma l'abbia conosciuta molto da vicino, a Madrid, nell'alta società al tempo che egli era cospiratore borbonico e assiduo frequentatore dei ritrovi eleganti, tanto è viva questa terribile figura di donna e così profondamente studiata!

Non è alla sua vigilia d'armi di donna galante quando la prima volta ella ci apparisce dinanzi nel salotto isabellista della duchessa de Bara. Ha per amante un giovanotto inesperto da lei ammaliato e di cui ha fatto, come al solito, l'amico del marito.

Nel salotto della duchessa de Bara, gl'isabellisti sono agitati, indignati; si è sparsa la voce che Currita abbia chiesto di esser nominataCamarera majordella Cisterna, come gli isabellisti sprezzosamente chiamano la regina Vittoria, moglie di Re Amedeo I. Al suo arrivo, Currita è salutata da un ironico scoppio di applausi, al suono dell'inno reale amadeista: ed ella, fingendo di non capire l'atto ironico di Gerito Sardona che, servendosi d'un vassoio da tè per cappello, imitava l'angoloso e serio saluto di Re don Amedeo, risponde con la caricatura del cerimonioso saluto della regina donna Maria Vittoria, e s'inoltra prodigando a destra e a manca eleganti saluti di gran signora di Corte.

Quella nomina è un suo intrigo per poter far dire che ella l'ha rifiutata e mettersi più in vista tra il partito di opposizione.

L'ha fatta chiedere dal marito alMinistro d'oltremare; ma il marito invece che a voce, com'ella gli avea raccomandato, l'ha chiesta per lettera. Al rifiuto di lei, il Ministro indignato va a domandarle la ragione dell'insulto; ella nega sfrontatamente di aver mai pensato a quella carica; e quando il ministro le mette sotto gli occhi la lettera del marito, ella gliela strappa di mano e la butta nel fuoco del camminetto. Un altro suo intrigo è la perquisizione che la polizia viene a farle in casa, per ordine del governatore di Madrid a cui ella, con lettera anonima e calligrafia alterata, avea dato la notizia che importanti documenti di una congiura politica si sarebbero trovati nel palazzo Albornoz. La perquisizione riesce vuota, ma l'ispettore ha però portato via un mazzo di lettere profumate trovate nel cassetto a doppio fondo d'un armadio, in camera di lei. La calligrafia di queste lettere amorose, scritte da Currita al predecessore di Juanito Velarde, e ritirate dopo la rottura, mettono il Governatore in caso di riconoscere l'autrice della falsa denunzia. Le lettere, per vendetta, vengono inviate al marito. La stampa se ne mescola: lo scandalo è grande. Ma Currita che pensa soltanto a sè, vuol vendicarsi dell'impertinente direttore dellaEspaña con honra, e indìce all'amante di sfidarlo. Il povero Juanito Velarde riceve una palla in petto e muore. Tutta Madrid si commove pel caso dell'inesperto giovanotto, e accusa Currita di averlo spinto a morire.

—Che ho da vedere io con lui?—ella risponde a un'amica—Gli ho io detto di battersi forse? Chi gli ha ordinato di fare il paladino? Il mestiere di Don Chisciotte è pericoloso, cara mia!

Ma quando mezza Madrid le affluisce in casa per opprimerla di ipocrite condoglianze cortigianesche, Currita recita mirabilmente la sua parte di inconsolabile. Povero ragazzo! Se ella avesse potuto sospettare! Ma come mai figurarsi!… E quella povera mamma rimasta senza sostegno, in cattive condizioni finanziarie!… Ella e suo marito avevano pensato a lei, mandandole un soccorso in rendita, presso la Banca di Spagna!

Currita però non diceva che quei sedicimiladuros(quasi ottantamila lire) ella li avea vinti, ironia della sorte! con un biglietto di lotteria trovato tra le sue lettere mandate a riprendere in casa del Velarde lo stesso giorno della morte di lui! Erano una restituzione e niente più.

E così ella assume la posa di martire politica, e fa dimenticare che è un'adultera sfacciata, una madre senza cuore pei suoi due bambini, abbandonati alle mani dell'istitutrice e poi messi in collegio quando l'età li rende impacciosi in famiglia.

Paquito ha sgorbiato e impiastricciato di colore un ritratto del padre pel suo giorno onomastico. È una figura mostruosa, ma Paquito e la sorella Lilì si figurano che la buona intenzione possa valere qualcosa. Sono penetrati nello studio di pittura della mamma e hanno messo quel capolavoro sul cavalletto. Sentito rumor di passi nella stanza accanto, si nascondono; ed ecco la madre e il suo nuovo amante Giacomo Tellez, marchese di Sabanel, che parlano di cose che i bambini fortunatamente non possono intendere. Visto quello sgorbio, imitato da una fotografia, riconoscono dalle due ciocche curve su le tempie, alla Napoleone terzo, chi si è voluto rappresentare; e l'amante, ridendo, prende un pezzetto di carbonella e, spinte molto in fuori le due curve, disegna l'emblema di quel che era moralmente il conte di Albornoz, marito di Currita. Poco dopo i bambini, uscendo dal loro nascondiglio, veggono lo sfregio fatto al ritratto del padre; non capiscono di che si tratti, ma capiscono che si tratta di uno scherno e di un'offesa.

Questo nuovo amante di Currita la domina, la tiene sottomessa, la spoglia. Ella è così pervertita, che non ha onta di prendere un antico reliquario di argento dalla cappella di famiglia, bruciar le reliquie per superstizioso rimorso, e regalare quel prezioso oggetto d'arte all'amante, facendone una cornice pel proprio ritratto.

Cacciato via Re don Amedeo, spenta la repubblica, intronizzato don Alfonso, Currita è più in voga, più alla moda che mai. Il suo amante, che ha tradito re Amedeo, la massoneria, gli isabellisti—e tradirebbe re Alfonso, se ne avesse il tempo—appena elevato a grande di Spagna dal nuovo re, cade sotto il giustiziere pugnale della massoneria. Allora quella stessa società che non le avea fatto colpa della morte di Juanito Velarde, le fa carico della misteriosa morte del marchese di Sabanel; e, tutt'a un tratto, Currita vede disertati i suoi ricevimenti, e si sente sfuggita, evitata fin nella sacra cappella del collegio dove è la sua Lilì.

"Ella sentì aumentare la desolazione che la opprimeva. Una sorda irritazione, un amaro sdegno la spingeva a rimescolare, a riandare con acre piacere tutte le sue vergognose immondizie pubbliche, tollerate, consentite, applaudite come amabilicose da nullada quella stessa Madrid che ora le voltava le spalle; ed ella gliele ributtava in faccia, gridando:

—Sono ora forse peggiore di prima? Dunque una calunnia ha per te più valore di tutto quel fango con cui ti ho lordato il viso?"

E l'indignazione contro la ipocrita e repugnante ingiustizia della società produce nel cuore di lei la conversione, che altre tristi circostanze non avevano saputo neppur farle balenare davanti gli occhi come possibile.

Questo è appena un abbozzo a tratti di lapis della figura di Currita de Albornoz, la trista eroina diPequeñeces.

Ella vien fuori, viva e terribile, dalle pagine del libro, circondata da una folla di altre figure degne di lei: uomini politici, uomini mondani, donne leggere e corrotte, donne buone ma deboli, incapaci di resistere al fascino del vizio trionfante, madri onestissime che pur non temono di affidare a una Currita le loro immacolate figliuole. E tra tanto fracidume, tre figure elette, accennate, sfumate, ma abbastanza vigorosamente trattate per produrre il contrasto: la marchesa di Villasis, la vedova del marchese di Sabanel che si è data da molti anni alla vita religiosa più austera, e il P. Cifuentes, gesuita, lor confessore.

Anche qui l'artista ha felicemente preso la mano al predicatore.Quanta parsimonia! Quanta misura!

E la bellezza dell'opera d'arte fa fin dimenticare quel po' che può esservi di molto spiacevole per un italiano. Quanti italiani sono, contro la loro patria e i loro compatriotti assai più ingiusti e più sgarbati di questo bravo gesuita spagnuolo! Dei nostri cari vicini non parlo! [Blank Page]


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