V.

Le quattro novelle che formano il volumeGli ingenui, sono lo svolgimento di uno stesso concetto, e sembrano scritte a posta, quasi altrettanti capitoli di un libro. Ingenua veramente, tra le quattro figure presentate, è soltanto quella della povera donna che chiacchiera, chiacchiera in uno scompartimento del treno da Novi-Pavia; le altre sono figure di persone, più che ingenue, squilibrate; ma non importa. Siamo lontani assai dalle vaporosità, dalle indeterminatezze delLibro dei morti.

In quel primo saggio, notevolissimo senza dubbio, il concetto sembrava stentasse a condensarsi nella forma; rimaneva indeciso, tra qualcosa di fantastico e di reale che lasciava insoddisfatti. C'era, è vero, una sfumatura d'umorismo e d'ironia che pervadeva le pagine dalla prima a l'ultima e dava loro una specie di grato profumo poetico; ma l'opera d'arte rimaneva ibrida, lasciava vedere apertamente la riflessione che avrebbe dovuto diventare forma viva, e non si era risoluta, alla fine, non si era abbandonata intera alla immaginazione, quasi diffidasse di lei o temesse di vedersi tradita e di esser quindi fraintesa.

E fin la riflessione non si sentiva sicura di sè stessa; era un misto di pessimismo, di sentimentalismo, di codinismo, che evidentemente si trovava a disagio tra le ristrette proporzioni di un'opera d'arte. Tentava discutere per bocca di alcuni personaggi, per bocca del narratore, per mezzo dell'azione fantastica che cominciava e chiudeva il libro, ma aveva la coscienza di dover rimanere insufficiente. E per ciò aveva preso la prima forma capitatale sotto mano, tanto per far qualcosa e velarsi un po' con quella barocca creazione di un morto che non ha trovato Dio nell'altro mondo, e che pure sente e pensa tuttavia nella umida tomba dove l'hanno messo a giacere, e prega e ottiene dalla Morte il permesso di tornare per una sola nottata a casa sua. Povero diavolo! Nella sepoltura ha pensato e ripensato la vita tranquilla e laboriosa da lui menata,—vita appartata, senza grandi gioie, fuori del movimento sociale del suo tempo—e vorrebbe avvertire il figliuolo di non fare come lui, ma di gettarsi a capo fitto nel turbine della società e godere e dominare… Il suo viaggio però riesce inutile. Nella sua casa egli trova ogni cosa come le aveva lasciate: "la stanzetta da pranzo tutta pulita, coi suoi vecchi mobili e odorosi di mele cotogne…. Il suo studiuolo tutto assestato e raccolto, come quando egli vi si recava a leggere o a pregare; lo scaffale con i libri tarlati, messi in fila, il seggiolone di cuoio… Nella camera da letto riposava quella che era stata così buona e mansueta compagna della sua vita. Auliva la stanza di verginità rifiorente in quella casta vecchiezza; e la testa grigia; la faccia scarna era adagiata su d'un alto guanciale e le mani esili giunte sul petto ed intrecciate da una grossa corona… Nella stanza del figliuolo, un lumino ardeva davanti a l'imagine de la Madonna e diffondeva attorno una mite luce. Il giovane giaceva supino ne la beatitudine del sonno, con il capo sprofondato nel guanciale.

"—Perchè non si affrettò a compiere l'opera per cui era venuto e gliene aveva dato potere la Morte?… Forse pensò che, se a quel suo viaggio si era mosso per il bene del figlio, nessun altro bene poteva essere maggiore di quello di cui godeva… Forse lo vinse amore della sua vita passata, forse chi sa, dinanzi alla inesorabile morte gli parve che tanto volesse conoscere il vero come vivere nell'errore, o forse meglio, questo mirabile errore, soltanto come disfida e ribellione dell'uomo contro la fatalità delle cose: fonte perenne di valore e di eroica bontà.—E così lo spirito doloroso ritornò alla sua tomba."

Il lettore si sarà accorto come dall'incertezza del concetto sia scaturita un'uguale incertezza nella concezione artistica di questo morto che sa di non essere immortale e che prega la Morte—un'astrattezza!—e ottiene di poter uscire dal sepolcro e rivedere la sua casa e sua moglie e suo figlio; si sarà accorto come è inutile che un concetto tenti di assumere forma d'arte se non si è deciso di perdere assolutamente la sua natura di concetto e diventare persona.

Di questo difetto si è già accorto benissimo l'autore, e nelle quattro novelle degliIngenuiha battuto altra strada. Non è riuscito, mi parve, in due tentativi: in quellaNorache non sembra cosa sua, tanto è artificiosa e scadente, in quelPer un ribelleche, più che una novella, è una poco felice bizzarria. Ma inLa cagna nerail gran passo è fatto quasi compiutamente; senza quasi nelDa Novi a Pavia, la perla del volume.

La cagna neraè lavoro più largo; ma quel contino scapato che, dopo i rovesci di fortuna della sua casa, crede di riabilitarsi facendo il maestro di scuola, e trova nella vita tante delusioni e tante amarezze per via di una cagna nera, mezza rognosa, da lui caritatevolmente raccolta, è proprio un ingenuo? È uno squilibrato, per eredità, e finisce male: impazzisce. Se non che l'autore si è dimenticato che egli non narra per conto suo, ma per bocca del suo stesso personaggio. E per ciò a tutta la narrazione, bella ed evidentissima, manca la intonazione giusta. Così egli ha dato in prestito al personaggio certe forme che chiamerò retoriche—direi meglio, artificiali—e che, in mezzo a tanta ricchezza ed evidenza di particolari, sono una vera stonatura.

Ecco, per esempio:

"E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura di donna nuda, maravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.

"Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.

"Diceva: "Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna!"

Due pagine intere di questo tenore!

E, prima, aveva fatto lo stesso:

"Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto verdi, erte, trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.

"—Lo vedi tu, sorella azzurra? Lo vedi tu sorella bianca?—dicevano l'una all'altra, movendomi incontro.—Quegli è matto! Egli era in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società—mi domandavano—non ce n'erano più marchese vecchie con la prurigine della lussuria; non ci erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano sul tappeto verde del tuoclubbuoni da mille da guadagnare?"

Un'altra pagina!

E, prima ancora, l'altro chiacchiericcio dei santi incollati al suo capezzale nella sua povera stanza di professore; udite:

"Tutti convergevano gli occhi verso di me obbliquamente come a domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: che ci fa qui cotesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, San Francesco? Io nonsaccio! pareva rispondesse una Santa Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange; fremeva un San Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! barbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso, con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale!…"

Un'altra pagina e mezza!

Oh, no! A tutto questo chiacchierio artificiale della donna nuda, delle onde del mare, dei santi appesi al muro, basta contrappone il chiacchierio vivo, sincero, meraviglioso della buona contadina che parlava non in dialetto "ma in italiano e con quell'accento mezzo emiliano e mezzo lombardo, pieno d'improprietà e di sgrammaticature" per convincersi del torto che ha avuto l'autore di lasciarsi prendere la mano da questi residui di viete forme e inquinare con esse le belle pagine diLa cagna nera. Il suo torto principale è di aver voluto far scrivere allo stesso personaggio i tristi ricordi della sua misera vita, senza badare a immedesimarsi con esso, senza darci, dalla prima all'ultima parola, l'accento, il fremito del ricordo in ogni sua frase, in ogni suo periodo, in ogni sua pagina.

È inutile servirsi dell'artificio di mettere la narrazione in prima persona, se poi questa prima persona dovrà narrare tranquillamente, minutamente, filatamente, come avrebbe fatto qualunque terza persona.

Certamente il contenuto diLa cagna neraè assai più elevato di quel che si trova inDa Novi a Pavia; ma in questo però l'autore ha fatto il miracolo della creazione viva; e perciò la povera vecchia che racconta a sbalzi i suoi viaggi nellaMericae le sue speranze e le delusioni e le nuove illusioni, vale, come arte, infinitamente più del raccontatore dei casi della rognosa cagna nera, simbolo del di lui destino. E per ciò la catastrofe del professore, che in un momento di delirio butta in mare tra gli scogli questa sua fatale compagna e assiste allo spettacolo dell'annegamento di essa, e poi fugge via nella notte, ed esclama. "Finalmente, o meravigliosa notte, eri venuta e mi avevi accolto nelle tue ombre, ed io ero entrato nel bagno delizioso e profondo della tua tomba"—ci lascia freddi e delusi. Mentre invece la povera reduce dellaMerica, che ha fretta di giungere a Mantova e crede di dovervi arrivare presto e apprende che dovrà aspettare ancora molte ore nella stazione di Pavia, sicchè non potrà essere a casa sua per l'ora del pranzo; quella povera chiacchierona, che ha fatto sapere a chi voleva, e a chi non voleva udirli, tutti i fatti suoi e del suo Carletto, c'interessa e ci commove assai più e rimane fissata nella nostra memoria indelebilmente.

"Si scostò, attraversò i binari equilibrandosi alla meglio fra la borsetta e il sacco dei banani; e dopo aver quei chiesto a due o tre impiegati, si rivolse ad un altro dei mandarini che vivono sotto le tettoie delle stazioni e sotto la mitra rossa dei loro berretti, la vidi parlargli umilmente e… poi fece un atto di disperazione; ripassò fra i binari in furia e venne al nostro sportello.

"—Ma sanno, sanno, signori, a che ora si giunge a Mantova? Alle undici… capiscono… alle undici e quaranta!

"Non potè dire altro: una guardia la scostò bruscamente e il treno si avviò. La rividi riattraversare i binari… poi ferma col capo chino sotto la tettoia già deserta, con la borsetta in una mano, nell'altra il fagotto dei banani, i frutti dolci come il miele che mangerebbe suo figlio; e non potei staccare gli occhi da lei sinchè il treno, fuggente sotto la pioggia, non me l'ebbe tolta dallo sguardo."

Niente però toglierà dallo sguardo dei lettori questa veramente ingenua creatura. E il Panzini dovrà essere gratissimo a lei che gli ha fatto fare il gran passo, il difficile salto con cui il pensatore si trasforma in artista. Dopo questo salto c'è da augurarsi che egli non torni indietro. Oramai egli è un altr'uomo; ha dimenticato, ha buttato via ogni artifizio. Rimanga artista, nient'altro che artista sincero; voto schietto, augurio disinteressato di uno che ammira le squisite e forti qualità del suo ingegno, e desidera vederle presto messe in gran rilievo in un'opera d'arte più vasta e più poderosa.

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¹ A. Lauria,Povero Don Camillo! scene della vita napoletana contemporanea.—Catania, Giannotta, editore, 1897.

Terminata la lettura di questo romanzo (scenelasciamolo dire alla modestia dell'autore) pensavo al Goldoni e alle sue commedie. Non già perchè tra il soggetto di esse e quello delPovero Don Camillo! ci sia una qualunque analogia; poche cose anzi ho lette piene di tristezza così grande quanto quella che opprime l'animo in queste dugento ottantasei fitte pagine dove sono descritte le gesta dell'alta camorra elettorale napoletana. Pensavo al Goldoni per una questione di forma letteraria; e niente mi sembrava più profondamente vero della distinzione che soleva fare il De Meis traFormacon l'effe maiuscola eformacon la effe minuscola; l'una riguardante l'organismo di un'opera d'arte, l'altra più particolarmente la lingua e lo stile.

Quanto rigoglio di vita in quelle creature goldoniane, non ostante tutte le scorrezioni di lingua dei loro dialoghi! Dopo un secolo e mezzo di esistenza, quando le vediamo riapparire sul palcoscenico, ci sembrano uscite allora allora dalla fantasia dell'autore, tanta freschezza, tanto brio, tanta sana giovinezza esse ci mostrano sotto la cipria delle loro pettinature e le foggie del secolo XVIII! È il miracolo della forma (con l'effe maiuscola) soggiungerebbe il De Meis.

A uno stesso miracolo appunto avevo assistito durante la lettura delPovero Don Camillo! Certe asprezze di stile, certi eccessi di napoletanismi, la mancanza di qualunque lenocinio (di quel lenocinio ora di moda, e con cui si cerca di sbalordire la mente dei lettori) non erano riusciti a menomare la vitalità della lunga serie di personaggi che mi erano sfilati dinanzi agli occhi nella Villa Marzano sul Vomero, nella misera casa di Don Camillo, nella sala delle elezioni provinciali nella Sezione del Mercato, in casa dell'onorevole Nicola Doce.

L'impressione era così forte, che tutti quei personaggi mi sembravano già vecchie conoscenze della vita reale, incontrati anni fa; dove e in quali circostanze non riuscivo però a ricordarlo.

Don Camillo de Rogatis, che rifà ogni sera la strada da Villa Marzano a casa sua in via S. Teresa, amareggiato, umiliato, irritato dagli insulsi e grossolani scherzi dei ragazzacci Giovannino Marzano, Mimi Lèpore e Angiolina Marzano, i quali ne hanno fatto il loro zimbello, mi pareva di averlo intravisto tempo fa nell'immensa sala degli uscieri di Castel Capuano, tra la folla di scrivani, di avvocati, di clienti, di sollecitatori, di imbroglioni di cui essa allora rigurgitava nelle ore di udienza; mi pareva di averlo incontrato in qualche salotto borghese, condottovi da un maestro di musica che voleva far risaltare, con l'abilità di cantante e di attore di lui, le proprie composizioni.

Certamente quella figura magra, lunga, ingenua, credenzona, facile ad illudersi e ad essere illusa, che di pagina in pagina prende sempre maggior rilievo, interessa, quantunque umile, più assai di tutti gli altri personaggi che se ne servono pei loro fini, accarezzandola, lusingandola fintanto che hanno bisogno della sua inconsapevole opera nella lotta elettorale, e che buttano via come una buccia di limone spremuto quando non serve più e anzi diventa un imbarazzo per loro; quella figura è così caratteristica, così originale, che non mi stupisce, che arrivi fino a far sospettare al lettore che egli l'abbia davvero conosciuta nella realtà.

E quel Federico Masiello, cognato e agente dei Marzano!

Par di vederlo e di sentirlo quando nel gran salone dei Marzano espone all'onorevole Doce, già un po' imbarazzato dalla rude franchezza di lui, il suo programma elettorale, quello sottinteso, quello che nessuno osa dire a voce alta, tra l'accolta di alti camorristi quali il cavaliere Cercola, don Cristoforo Armaturo, don Federico Balsamo, Ciccio Paloja, giornalista, e parecchi altri.

Il Paloja si era slanciato con entusiasmo in una perorazione infarcita di spropositi, specie di articolo di fondo parlato. Federico Masiello lo interrompe:

—Tu devi scrivere per mangiare; dunque scrivi, ma qui lasciami in pace.

E rivolto all'onorevole Doce, continua:

"—Don Nicolò, vedete, quanti siamo rimasti qui dentro, sentiamo troppa antipatia per le chiacchiere; le chiacchiere sono la broda per gli imbecilli, e noi non permettiamo che nessuno ci venga a trattare d'imbecilli.

"—Bravo, amico mio, siamo d'accordo!—gli gridò il deputato stendendogli la mano.

Ma, con grande sorpresa, vide che Masiello, invece di porgergli la sua, se la ficcò, con certo strano sorriso ostile, nella tasca dei calzoni. Don Nicolino ne restò turbato.

"—Siamo d'accordo? meglio così, chè questo è l'unico mezzo di farmi concepire di voi una buona opinione. Qui stasera vi aspettavamo come il Messia…. Ebbene, poco fa voi avete detto un mondo di belle parole, quelle con cui oggi i vostri pari riempiscono la pancia degli ingenui!… Vi preme tanto il gran popolo napolitano? i suoi interessi? i suoi figli? i suoi stracci? le sue miserie? le pretensioni dei morti di fame?… Poche chiacchiere… Ma che popolo… che grandi interessi generali,me jate combinanno! Qui si ha da fare: ognuno per sè, Dio per tutti… Oggi all'onorevole Doce torna conto di andare a sedere fra i consiglieri provinciali, e si rivolge a Federico Masiello per riuscire… Domani Federico Masiello si rivolge all'onorevole Doce per un favore, e l'onorevole Doce glielo fa, come cosa stabilita, convenuta. E se l'onorevole trattasse Federico Masiello da volgare seccatore… l'onorevole Doce proverebbe l'amaro! Don Nicolò, questa è la storia: Gli uomini savii, oggi, per riuscire in qualche cosa, han da lasciarsi crescere sul cuore tanto di pelo!…"

Infatti tutti quei signori portano tanto di pelo sul cuore, non provano scrupoli di sorta alcuna. Hanno bisogno di un povero ingenuo per la loropastetta? Prendono Don Camillo, lo raggirano, lo imbrogliano, lo mettono sul punto di andare in galera; e il disgraziato evita la galera soltanto perchè la sua ragione si sconvolge. Va a finire miseramente in un ospedale di pazzi.

La morale del libro è condensata in quel discorso di Federico Masiello. Morale per modo di dire; giacchè si finisce di leggere con un gran senso di nausea e di oppressione, che fa pensare come mai in quel lembo di terra italiana la bellezza del paesaggio e lo splendore del cielo siano in così crudo contrasto con la vituperevole bassezza degli esseri umani.

Voglio risparmiare al lettore il sunto del romanzo, sunto che sarebbe sempre uno scheletro quand'anche potessi dargli tutta l'ampiezza necessaria. Lo invito a leggere e a non lasciarsi malamente impressionare da certe durezze di forma che l'autore ha, forse, credute necessarie per render meglio l'ambiente napoletano. Non è qui il luogo di discutere se si sia ingannato. Quando in un'opera d'arte c'è tanta effusione di vita e tanto effetto di rilievo, le questioni di lingua e di stile diventano proprio pedantesche. L'autore potrà, un giorno o l'altro, tornar sopra quei piccoli difetti e farli sparire. L'importante era che le sue creature fossero vive, napoletane, tali da non poter essere scambiate con altre creature di altre regioni italiane; e questo scopo supremo è maestrevolmente raggiunto.

Qui nessun riflesso di opere d'arte altrui; ma una diretta irradiazione della realtà. Qui non accade, come in parecchi recentissimi romanzi, di doversi fermare a ogni voltata di pagina, a ogni fine di capitolo, per domandarsi, tra mortificati e stupiti, dove mai quei romanzieri abbiano potuto incontrare nella nostra società persone somiglianti a quei loro fantasmi che agiscono con la incoerenza del sogno, quantunque battezzati con nomi italiani, e condotti a errare e a passeggiare per paesaggi italiani, per vie di città italiane. Qui non accade di aver l'allucinazione di assistere a una sfilata di gente travestita da russi, da norvegiani, da danesi, da decadenti francesi che fa il verso ad altre creazioni dell'arte ammirate e rimaste impresse nella memoria. Siamo in piena natura. Possiamo pure sentir ribrezzo di trovarci in contatto con questi rettili umani, con questi bruti senza nessun ideale; ma non possiamo dire: L'autore ci inganna, si fa beffe di noi!

Non c'è nessun ideale, sì, nè nelle persone, nè nelle loro azioni; ma esso vien fuori per contrasto, con quel bisogno, con quell'ansia di respirare un po' d'aria pura, quando il povero Don Camillo, la vittima, vien condotto all'ospedale.

E per restringermi a una questione letteraria che si presenta spontanea se si riflette un po' intorno al problema del romanzo italiano, dirò che il lavoro del Lauria mi ha confermato in una mia antica opinione, cioè: che l'originalità noi dobbiamo, per ora, cercarla appunto nel romanzo regionale, specialmente là dove la sincerità delle indoli e dei caratteri non è stata ancora sofisticata dalle ipocrisie della civiltà generale.

Questo lavoro sembra facile, ma non è; giacchè non basta osservare, studiare, fotografare, per poi avere un'opera d'arte originale, quantunque tutto sia ancora semplice, istintivo, senza mistura di influenze estranee nella società regionale. E sarebbe bene che il presente momento della vita italiana contemporanea non sparisca senza lasciar traccie; e sarebbe utile che noi ci abituassimo a discernere quel che c'è di caratteristico nella nostra società, dirò così, elementare, a fine di arrivare gradatamente al lavoro, più arduo, di scoprire quel che c'è di altrettanto caratteristico e particolare anche in quella società più elevata, dove le influenze livellatrici della civiltà generale hanno già iniziato il loro lavoro da un pezzo.

Ah! se ci fossero dei giovani scrittori che invece di perdersi dietro le imitazioni delle creazioni altrui, ci dessero il romanzo regionale piemontese, lombardo, veneto, toscano, romano, come ora ha fatto il Lauria col napoletano (e ce ne aveva regalato già un bel saggio con la suaDonna Candida) e come ha fatto mirabilmente il Verga coiMalavogliae colMastro Don Gesualdo! Ma disgraziatamente oggi tutto questo sembra meschino, di poco interesse, quasi che la creazione vitale, in qualunque gradino della scala degli esseri, possa mai dirsi in arte impresa meschina e di poco interesse.

Si vuole il simbolo! Ebbene, nessuno può levarmi di testa che il simbolo, non è produzione artificiale, ma cosa che risulta da sè, senza intenzioni preconcette, quando l'opera artistica raggiunge le alte cime della vita.

Don Camillo de Rogatis è una povera creatura di carne e di ossa; ma dopo che ci ha fatto sorridere con le sue miserie amorose, dopo che ci ha fatto crollare la testa alle sue meschine ambizioni, quando soffre e piange per la sorella sedotta, quando perde la ragione per l'urto delle circostanze in cui è stato impigliato dalla malignità e dalla perversità dell'alta camorra; quel povero Don Camillo de Rogatis si eleva, si eleva; perde davanti a noi la sua essenza particolare; diventa il debole sfruttato dagli scaltri, la vittima dei più astuti, dei più forti; diventa simbolo senza volerlo e senza saperlo. Ed è questo, se non sbaglio, il migliore, anzi l'unico modo di diventar tale veramente. [Blank Page]

Da parecchi mesi ho sul tavolino l'elegante volumetto dellaBiblioteca Bijoudove i fratelli Treves hanno raccoltoCavalleria rusticana,In Portineria, e laLupache ieri sera è stata calorosamente applaudita dall'affollato pubblico del Valle. Aspettavo appunto la prova della rappresentazione dellaLupaper parlare degli intendimenti artistici da cui il Verga è stato guidato nelle sue opere teatrali, e non mi attendevo la buona ventura di vedermi capitare a proposito un articolo pubblicato domenica scorsa su le colonne del giornale fiorentino ilMarzocco, dove dei lavori del Verga si ragiona coi criterii della così detta nuova scuola drammatica.

Se ne parla con rispetto, ma infine, si domanda,che cosa sono, se non una intensa rappresentazione di quel che si disse, con vocabolo da macello, "un pezzo di vita"?

E il loro buon successo presso il pubblico viene spiegato così:Il nuovo o l'ignoto, più che il bello, lo attirava per una sola sera (?) a teatro. Nessun sentimento si commuoveva in esso, fuori della curiosità malsana che spinge ogni più quieto burocratico a guardare da dietro gli occhiali su l'alto marciapiede la rissa forse mortale di due popolani nel mezzo della via, in attesa dei reali carabinieri.

La conclusione è che il Verganon si è mai curato di pensare che cosa è e che cosa debba essere la vita, che cosa valga oltre il fenomeno.

Ecco: io non intendo fare una discussione astratta, di faccia ad opere così piene di rigoglio vitale; e quantunque mi sappia battezzato, non so perchè, per verista nel cattivo senso di questa parola, debbo confessare allo scrittore di quell'articolo che non sono di coloro ch'egli credeignorino fin l'esistenza di quella magistrale pagina su =Le realisme et le trivialisme= dove il Guyau provò che le vrai realisme consiste a dissocier le réel du trivial. Credo che non lo ignori neppure il Verga; egli però non se ne rammenta, nè vuol rammentarsene quando si accinge a fare un'opera d'arte; si affida alla sua ispirazione d'artista, e fa benissimo. L'artista pensa a modo suo, con la immaginazione, che è la riflessione velata. Quei personaggi il Verga non li ha visti, come crede il critico, nè li ha fotografati; li ha pensati e ripensati, li ha lungamente rimuginati per intendere il segreto dei loro caratteri e delle loro passioni; e se non li ha giudicati, approvandoli o condannandoli, se non ha palesato la sua opinione intorno ad essi, questo è avvenuto perchè il farlo gli è parso superfluo. Se si è sentito attratto dal loro fascino, se si è deciso a sollevarli nella pura atmosfera dell'arte, vuol dire che egli hapensatoprimieramente che metteva conto di occuparsene, che il rappresentarli soltanto valeva precisamente giudicarli, perchè in essi non c'era iltrivialema lapassione; la quale, esploda in alto in basso, tra creature popolane o aristocratiche, è cosa elevata, concentramento di forze, complicazione di sentimenti, energia, lotta, catastrofe, dramma insomma. E di fronte ad essa, l'artista non è, come crede quel critico, rimasto indifferente, se ha saputo talmente compenetrarsi col personaggio da sparire dentro di lui; se ha saputo mettergli in bocca la parola giusta, rapida, incisiva, che condensa in poche sillabe lo infinito dell'anima, se è riuscito a indovinare il gesto, l'intonazione della voce, l'azione tutta corrispondente al suo interno stato e a quello degli altri che si muovono attorno a lui.

Rappresentare così vivamente, così efficacemente è pensare; è dar forma al pensiero però, cioè fare opera d'arte. Shakespeare, che il critico invoca, fa forse altrimenti? Giudica forse Otello? Jago? Desdemona? Ofelia? Amleto? Niente affatto. Egli vuol bene a Jago quanto a Desdemona, e forse più. Con che amore non lavora per metterci viva sotto gli occhi quella infame creatura! È diventato lui, la malizia, la calunnia, la insinuazione in persona; si direbbe che lo accarezzi, che lo palpi, che lo volti e rivolti, aggiungendo qua una pennellata, là un'altra, servendosi del suo gergo, delle sue immagini, della sua ironia, a fine di farne il più meraviglioso birbante possibile. Lo giudica? Ci dice la sua opinione? Non gli passa pel capo che debba far questo. Così con Amleto, così con Ofelia, così con tutti i suoi mille personaggi. Tant'è vero che, dopo parecchi secoli, noi discutiamo ancora per indovinare che mai abbia egli inteso dirci con quel misteriosissimo Amleto. Se egli avesse dovuto manifestarcila sua opinione sui fatti che espone su la scena, e se li approvi o li condanni, immagina forse il critico che Shakespeare si sarebbe trovato in imbarazzo? Non oso sospettarlo. Appunto, Shakespearenon ha nessuna opinione, si accontenta di riprodurre la vita. Il significato, il pensiero è nascosto dentro i caratteri, dentro le passioni, dentro le azioni. Non importa che Shakespeare abbia scelto per suoi personaggi e principi, e comandanti d'armata e governatori di isole, o principesse, o figlie di cortigiani e di senatori. Si parla di metodo, di forma. Il dovere dell'artista è di adottare questo metodo, di creare questa forma. E cosìSantuzzava a mettersi a fianco diOfelia, e laLupaaccanto aLady Makbeth. Non mi si fraintenda; parlo di forma, non di contenuto.

Se i contadini siciliani sono creature meno complicate, se sono, come afferma il critico,tutti meccanismi a molla, creda, non ne consegue che il lavoro dell'artista diventifacile ed ovvio. Si provi e vedrà.

E per ciò io non capisco che senso possono avere queste parole a proposito dell'Utopiadel Butti, deiDiritti dell'animadel Giacosa, delTrionfodel Bracco, deiDisonestie diRealtàdel Rovetta:Non li discuto nella realizzazione scenica, li ammiro nella loro concezione!

Ma che importa checiascuno di questi tre drammaturgi prima di scrivere una sola riga del dramma, giudicò, secondo un suo prefisso sistema di morale, le azioni che stava per svolgere? Questo può interessare i pensatori, i filosofi, i sociologi, non l'arte, non il pubblico che va in teatro per sentirsi appassionare, commuovere, o semplicemente divertire. Se larealizzazione scenicadi quei concetti è fallita, non c'è più da discutere.

L'importante è appunto che larealizzazione scenicaavvenga piena e completa. È assurdo prendersela col pubblico quando questa benedettarealizzazionenon arriva a concretarsi. Il pubblico, per esempio, ieri sera ha mostrato di comprenderlo. A poco a poco quegli umili personaggi che scherzano su l'aia lo hanno afferrato; quelle umili passioni—meccanismi a una sola molla, secondo la sprezzante espressione del critico—lo hanno travolto nel loro ingranaggio, lo hanno fatto palpitare a soffrire; e il pubblico ha mostrato che non chiedeva altro di meglio, ed è stato ad ascoltare con vivissima intenzione, ha scoppiato in applausi, anche quando la scabrosità dell'azione avrebbe fatto temere di doverlo offendere. Perchè?

Perchè non vuol pensare? Perchè si accontenta delle pure sensazioni? Non diciamo sciocchezze. Unicamente perchè vedeva lì sul palcoscenico la vita, la passione, la lotta, non col cinematoscopio dei fratelli Lumière, ma con l'alta proiezione artistica che idealizza, che generalizza; e che ha pensato e fa pensare, aggiungo io, anche a costo di farmi dire che io non capisco che vuol direpensare.

Lasciamo lì, per amor di Dio, le stupide denominazioni, di realismo, di psicologismo, di idealismo, di simbolismo: ragioniamo di teatro, di opere d'arte drammatica. E soprattutto non predichiamo bene e non razzoliamo male. Il Maeterlink,il nostro piccolo Shakespeare, come lo chiama il critico delMarzocco(Oh, piccolo, sì molto piccolo! infinitesimale!) che fa? Dà sensazioni, niente altro. Di caratteri, di passioni non c'è traccia nelle opere di lui. L'esteriorità predomina. Una camerata di ciechi si smarrisce in un bosco. Il vecchio prete, suo conduttore, è morto là, tutt'a un tratto, senza che nessuno di loro se n'accorga. Tutto il valore di quel lavorino si riduce allasensazionedell'ignoto di quelle vecchie e di quei vecchi mezzi rimbambiti dagli anni. Ilpensiero, l'anima, dove sono?

Un'altrasensazione dell'ignoto(ilnostro piccolo Shakespearesi ripete) è nell'altro dramma in un atto, l'Intrusa. Un vecchio cieco ha lasensazionedi qualcosa d'ignoto mentre tutta la famiglia è raccolta in un salone, attendendo l'esito della malattia di una malata. Ilpensiero, l'anima, dove sono?

E nell'Interno? Una casa dalle finestre illuminate è in fondo alla scena; dietro i vetri si vede la famiglia raccolta attorno a un tavolino. Il babbo legge; le figlie lavorano; la mamma sorregge un bambino addormentato. Sopravvengono un vecchio e un viandante; debbono annunziare che una delle figliuole si è annegata, e preparare la famiglia all'arrivo del cadavere che i contadini trasportano in una barella. Come debbono dare la notizia a quella famiglia ignara della disgrazia che l'ha colpita? Altre persone sopraggiungono; i contadini col cadavere stanno per arrivare: bisogna affrettarsi. Finalmente il vecchio si decide a picchiare all'uscio. Dietro i vetri si vede costui nell'interno; si scorgono i gesti delle persone, il precipitarsi di esse verso l'uscio… e cala la tela!

Quando ilpiccolo Shakespeare(oh, piccolo, sì, molto piccolo! Infinitesimale!) non si sbizzarrisce con personaggi quasi fantastici, con azioni e passioni artificiali, non va mai oltre lasensazione.

Ah, c'è l'Ibsen che pensa per lui e per gli altri! Ma l'Ibsenfa precisamente come Shakespeare, come il Verga, come tutti coloro che sanno che voglia dire teatro; quando non si rammenta chedevepensare, e farpensarei suoi personaggi, è scrittore drammatico di prima forza. Il male è che all'ultimo se ne rammenta e guasta ogni cosa. E per questo il pubblico si stizzisce con lui.

E torno al Verga. Stia pur sicuro il critico: il giorno che al Verga verrà l'idea di uscire dall'ambiente dove finora si è chiuso, non farà diversamente. Rappresenterà, creerà persone vive e nonapproveràe noncondanneràisentimenti e le azioni dei suoi personaggi. Coloro che in un'opera d'arte si preoccupano eccessivamente del concetto, o esclusivamente del concetto, sono mezzi impotenti. I veri artisti pensano per conto loro (non possono farne di meno) ma il loro pensiero non si manifesta mai con la caratteristica di puro pensiero: si nasconde, si rifugia nelle creature appassionate, qualunque esse sieno, alte o basse, umili o aristocratiche, che egli butta sul palcoscenico, come fa la natura, in balìa della discussione.

Perchè intanto non dobbiamo tutti esser persuasi di questa sacrosanta verità, veristi, psicologi, idealisti, simbolisti—nel caso che si tratti di veri artisti—è cosa che mi riesce affatto impossibile capire.

¹ V. Morello (Rastignac),Pulvis et umbra.

Si sente, terminata la lettura dell'elegante volumetto, la stessa impressione cantata dal poeta:

E tutte le finestre—del mio nido campestre—apro al cielo fulgente—ed al giardino aulente.

Ed entran, coi novelli—raggi e i novelli ardori—i canti degli augelli—i profumi dei fiori,—i mormorii, dai clivi—alle valli,—giulivi,—di cascate e fontane—o vicine o lontane.

Si sente, cioè, la fresca impressione d'una poesia viva, sincera, sgorgata dall'intimo cuore e dalla mente; più dal cuore che dalla mente, poichè non vi si scorge ombra di quelle preoccupazioni, stavo per dire: di quelle fissazioni, dalle quali sembrano colpiti quasi tutti coloro che oggi scrivono poesie.

Per ciò qui si sorride, come a vecchie care conoscenze un po' perdute di vista, alla linda e ondulante ottava, alle vispe musicali strofe, alle quartine, all'agevole saffica rimata, fin a quei settenari, uniti, che i fautori di proverbi drammatici hanno reso così uggiosi; e per ciò i rari così detti metri barbari ci sembrano rinverditi e ringentiliti, per via di qualche prodigioso segreto.

Il prodigioso segreto consiste nella riproduzione del sentimento e del pensiero odierno senza sofisticazione di sorta alcuna. Tutte le sensazioni, tutte le passioni, tutti gli slanci dell'anima qui cantati ci si ripercuotono dentro, vi ridestano sensazioni, passioni, slanci consimili, ci dànno l'illusione di udire la parola della nostra coscienza, quasi i nostri ricordi, dolci o tristi, i nostri tormenti di amore e di gelosia, i nostri dubbi, i nostri rimpianti, abbiano tutt'a un tratto preso corpo in questi brevi componimenti lirici, densi di cose, che ci interessano tanto da vicino.

Il prodigioso segreto consiste anche in questo: il poeta fa degno riscontro al valente articolista dei giornali quotidiani.

Vincenzo Morello (Rastignac) non lascia mai sfuggirsi l'occasione di trattare le più vive questioni di politica, di morale, di arte, di legislazione che un caso speciale, un avvenimento di cronaca, un libro, una discussione gli suggeriscono e quasi gli mettono sotto la mano; e i suoi articoli, ben fatti, caldi di sentimento, pieni di logica dritta e stringente, ricchi di tutto il materiale della più recente coltura, interessano specialmente per quell'accento personale che viene dalla profonda convinzione, dalla sincera eccitazione del sentimento. Si sente, subito, che si ha da fare con uno che ha qualcosa di serio e di suo da dire, e che sa dirlo con la forma più chiara, più rapida possibile, ma anche con la forma più efficace e quindi più scelta possibile, perchè il concetto abbia la sua intera ed efficace espressione.

Infatti egli non divaga, non si accosta esitante al soggetto. Dalle prime parole si capisce benissimo che è pieno di esso, e che ha fretta di dire. La sua frase è incisiva, lavorata; e come qualcosa di triste, di amaro, di sarcastico pervade spesso il suo pensiero, così qualcosa di altero e di sprezzante rende quasi aspro l'accento della sua parola; ma il concetto si rivela integro, con un che di artistico nelle proporzioni, senza dissonanze, e seduce e avvince anche quando non arriva a convincere.

Rastignacpoeta ha, comeRastignacarticolista, una spiccata personalità; e non saprei dire se le seduzioni del poeta siano uguali o maggiori di quelle dell'articolista.

L'articolo di occasione è qui inPulvis et Umbra, diventato poesia di occasione, nel miglior senso, nel senso con cui ne parlava il Goethe, che di poesia s'intendeva. Vi troviamo la stessa acuta e intensa impressione del mondo esteriore, la stessa intensa e acuta ripercussione del sentimento e della fantasia che quella impressione ha prodotto. Qui si tratta, è vero, di minuti casi particolari che sfuggono al dominio dell'articolista; ma essi per questo non sono meno interessanti. Di quella minutezza particolare, l'artista ha messo in rilievo soltanto quel che conteneva qualcosa di più generale, di più umano, e lo ha nobilitato, lo ha trasfigurato con la forma.

L'articolista è troppo mescolato tra la gente, ha troppo aperto gli occhi, troppo intenti gli orecchi a quanto lo circonda e gli si muove dattorno, da avere agio di baloccarsi con l'erudizione, di perdersi dietro i fantasmi di un passato, la cui evocazione è opra assurda perchè non è possibile che esso si rinnovi e perchè ormai ha così poco o niente di comune con noi che la sua rinnovazione possa essere profittevole in qualche modo. L'articolista è troppo preso da tutte le lusinghe, da tutti gl'interessi, da tutte le illusioni, da tutti gli entusiasmi, da tutti gli errori del suo tempo, da aver agio di preferir loro altre lusinghe, altri interessi, altre illusioni, altri entusiasmi e anche altri errori di seconda mano, creati per via di riflessione, d'imitazione e anche di vanità e di calcolo. Il suo tempo egli lo giudica più bello, più importante, o almeno più interessante non fosse per altro, perchè in pieno divenire vitale e in piena lotta; perchè in tanto tumulto delle passioni, degli interessi, delle avidità, delle miserie, dei delitti, delle illusioni, delle allucinazioni, delle generosità e degli eroismi presenti, c'è il piacere, la soddisfazione di agire, di lottare, di combattere insieme con gli altri, di rincorrere un ideale nuovo, e di tentare, di attuarlo, dappertutto, nella vita privata, nella vita politica, nella vita dell'arte, in quella del pensiero. Per questo egli non è preraffaelista, nè simbolista in pittura, non quattrocentista, nè decadente, nè simbolista in letteratura e neppur cosmopolita. Ha il giusto senso della realtà; ha il vivo sentimento della patria; ha la profonda convinzione che l'astrattezza nuoce e nella vita, e nella politica, e nella scienza e nell'arte, dovunque.

ERastignacpoeta non è punto diverso. Il volumettoPulvis et Umbracontiene proprio la polvere e l'ombra di una vita, dai fantasticamenti del primo amore fino ai rimpianti e ai lamenti della giovinezza che se ne va.

Si apre con un raggio di sole che illumina e vivifica, si chiude con la tristezza e l'ombra notturna.

Udite? Anime umanesi lamentan, ne l'ombra, occultamente.. . . . . . . . .. . . . . . . .Ma soffre e si lamental'anima mia, su tutte l'altre, forte,ahimè, quasi che senta,in alto, intorno, e dentro sè, la morte.

E il rimpianto, e lo sdegno e l'ironia, irrompono con lo stesso impeto e con la stessa limpidezza di forma che altri rimpianti, altri sdegni, altre ironie, hanno assunto, ora un giorno, ora un altro, nell'articolo di giornale:

Noi che falciammo i campi de la fede,lieti ne la sacrilega fatica,e, pria che desse il grano, sotto il piedecalpestammo la spica;

noi che, pria de la lotta, le fulgenti spade spezzammo in solitarie scherme, ed or, fra mille armati combattenti, stiamo col fianco inerme;

noi, stupefatti, senza più speranza, sperduti in mezzo del cammin fatale, domandiamo a l'esercito che avanza: esiste l'ideale?

E vibrano dolorose corde per strappi recenti: e schizzano sarcasmi che fanno salire le lagrime agli occhi, come in queiprigionieri di Leontieff:

Essi tornano. A branchi, come pecore qua e là raccolte, da la terra ostile che li vide brucar ne la vittoria de le sue genti, tornano all'ovile.

Desti a l'arrivo e curiosi, gl'incolid'Italia, a cui per lunga figliazione,fremono in cor gli spirti e le memoriedel secondo e del terzo Scipione

Accorrono: "Portate di Cartaginebuone nuove? Laggiù, tra le rovine,nido a l'aquile nostre, ancora cresconoi fichi, ovvero crescon le spine?"

. . . . . . . . . . . . . . . . Non comprendono i reduci, e in silenzio si allontanan ne l'ombra, lentamente.

Andate, andate! E appesa al chiodo l'umile divisa, e dato un pensier mesto ai morti, alta la fronte, ripigliate l'opera del maglio e de la falce, in mezzo ai forti. . . . . . . . . . . . . . . . . . . E se un giorno…

E non è, non sembra artificio neppure questo mezzo verso rimasto lì, come addentellato d'una strofa che non è potuta sgorgare, o come segno di un gran dolore che non trova lagrime, o come suggestione di propositi di vendetta e di augurii.

E, nella notte,Per via, mentre il poeta, al lume della luna chein alto, su le cattedrali—aureole azzurre spande, vaga col sigaro acceso, pensando di sè e degli altri, e domandandosi:

Chi ha riposo nel sonno? Ne la nottead ogni ora che fugge,Quanta forza in silenzio, ne le lottepiù ignorate si strugge?

ecco, in lontananza, una mandolinata.

Dove passa la gaia compagniacon le dolci canzonipar che fioriscan rose ne la viae sorrisi ai balconi.. . . . . . . . .E si perdono i passi e l'ombre e i suonilontan, lontano, comesi perderan le nostre illusioni,la nostra vita e il nome!

Ed egli continua a fantasticare, e il sigaro gli si estingue in bocca; ma l'amarezza delle labbra proviene dal sigaro o dalle cose fantasticate?

Or non più il Gallotira la barba al vecchioPapirio immoto su l'eburneo stallo:ma gli tira l'orecchio;

e per man d'altri barbari le sfiderisolve e le questioni;poi, contento di poco, non l'uccide:lo piglia a scapaccioni.

Buona gente la nuova! In fondo in fondo,essa pensa ch'è vanoriconquistare anche una volta il mondo,via con la spada in mano;

e lascia fare agli altri! Soddisfatta,come d'un terno al lottose dopo una vergogna o una disfattaa lei tocchi lo scotto.

E così gli risale dal fondo in cuore il sentimento religioso che gli amori, gli errori, la politica, vi avevano sommerso. Egli che ha ingiustamente quasi rinfacciato al Cristo:

Ah, tu, è ver tu sapraiLa croce, o Gesù Cristo, ma la donna non mai!

si rivolge a Maria con dolcissimi e lamentosi accenti:

Tu sempre nella luce, o madre pia! Santificata da l'uman dolore Se pur tramonti nella fantasia, risorgerai nel core. . . . . . . . . Sorridi ancora! A noi che non fiorita abbiam la via di rose, ma di spine, e accumulate ne la nostra vita troviamo le rovine,

apprendi, o pia, come si soffra, come vincendo le durezze de la sorte, si arrivi in pace, nel tuo dolce nome, in grembo della morte.

Certamente, qua e là, e talvolta in uno stesso componimento, la forma non è come oggi si diceimpeccabile: ma non è mai contorta, forzata per stramba ricerca di originalità, e di imitazione.Rastignacpoeta è in tutto e per tutto uguale aRastignacarticolista, cioè uno—non è male ripeterlo—che ha qualcosa da dire e che sa dirlo con sincera efficacia: uno che sente e pensa e soffre e si stordisce e sbaglia e si pente e si martira, come tutti i suoi fratelli del secolo morente; e per ciò qualcuno di questi suoi lirici gridi vivrà più a lungo di parecchi volumi di versi che i figli del secolo morente guardano nelle vetrine dei librai, senza lasciarsi tentare di leggerli.

¹ Testo e disegni di Tullo Massarani, trascrizioni in penna di Francesco Colombi-Borda, eliotipie Calzolari e Ferrario. Roma, Forzani e C. tipografi del Senato, 1893, Vol.in-foliodi pag. XV-420. Edizione di soli trecento esemplari numerati.

Un mio amico, che ha la passione della politica e vorrebbe infonderla a tutte le persone con cui ne parla, qualche mese fa, ragionando con me della levata di scudi del Senato contro il ministero Giolitti, uscì in questa esclamazione entusiastica:

—Ormai non c'è in Italia altri giovani all'infuori dei vecchi delSenato!

Io, che di politica m'occupo poco e non mi credevo in caso di giudicare quell'atto, sorrisi e non risposi nulla; ma gli ho quasi dato ragione sfogliando in questi giorni il magnifico volume che il senatore Tullo Massarani ha pubblicato a sue spese nell'occasione delle nozze d'argento reali, e di cui ha regalato l'intero provento—una dozzina di mila lire—a parecchi istituti di beneficenza.

L'Odissea della donna, stampata con nitidezza proprio bodoniana, illustrata da grandi disegni che a prima vista sembrano acque-forti—così bene il signor Colombi-Borda ha trascritto a penna e l'eliotipia ha riprodotto gli schizzi originali del poeta pittore—è pubblicazione che onora la tipografia italiana e chi ne ha diretto la stampa con cura paterna.

È inoltre, pubblicazione che onora il cuore e la mente di colui che ha pure concepito e attuato la doppia opera d'arte, inno di glorificazione della donna dai tempi primitivi ai presenti.

È proprio singolare che quest'inno sia stato scritto da un senatore, se non vecchio, maturo e da parecchi anni dedito più specialmente a studi di critica e di storia, come ilCarlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo, il Cesare Correnti nella vita e nelle opere.

Ma chi conosce la versatilità dell'ingegno del Massarani, capace di alternare le più serie e dotte lucubrazioni con eleganti traduzioni di raffinate liriche cinesi—Il libro di giada—non si meraviglierà del fatto, e darà come me ragione a quell'entusiasta politico, secondo il quale oggi in Italia soltanto i senatori fanno cose da giovani.

Infatti è proprio da giovane—e da giovane di molti anni fa, quando i giovani non erano precocemente invecchiati di cuore e di spirito al soffio dell'odierna mistura di scetticismo e di misticismo che li invade—è proprio da giovane l'idea di cantare ed effigiare l'odissea della donna a traverso i secoli; ed effondersi in ammirazione e far atto di culto religioso davanti alle varie manifestazioni della bontà, dell'affetto, della passione, dell'energia, dell'eroismo, della pietà, delle miserie femminili che la tradizione, la cronaca, la storia, le sensazioni della vita, l'esperienza dei viaggi possono suggerire alla fantasia del poeta e del pittore.

Per ciò la prima impressione del libro è quasi di stonatura. Sin dalla prefazione ci sentiamo come trasportati in altri tempi, in altro ambiente; ci par di sentire un linguaggio arcaico, di vedere e udir parlare una persona dall'andatura e dai modi diversi dai nostri, vestita a foggia e con panni da un pezzo fuori d'uso. Poi, procedendo nella lettura, tornando a guardare i disegni, facendo l'occhio alle grandi pagine dell'in-folioda cui ci hanno disabituati i volumi in 16° e in 24° minuscolamente illustrati, sentiamo che la prima impressione si è andata di mano in mano modificando; sesto, stampa, disegni e testo hanno via via assunto fisonomia, carattere, espressione moderni; e soprattutto unità tale da far capire che il libro è sbocciato nella mente dell'artista come un fiore; e che forma, colore e profumo sono in esso così intimamente legati insieme da costituire un organismo dove non si può mutar niente senza pericolo di guastarlo.

Come ho già detto, la veste tipografica è bodoniana schietta.

Nelle grandi pagine bianche i caratteri sorridono nitidamente belli, le righe si allineano snelle, intramezzate da fregi ricavati da un prezioso codice vaticano del più puro quattrocento. I titoli, in rosso messale, spiccano elegantissimi in testa a ogni lirica, e stavo per dire a ogni canto, perchè ognuna di esse è proprio un canto del ciclico poema l'Odissea della donna.

I ventiquattro disegni, o illustrazioni come oggi si dice, concordano con la severa forma tipografica per l'accuratezza del disegno, per non so quale molle ondulazione di linee che non lascia trasparire nessuno scatto di nervosità, ma bensì una gentile placidezza di mano che eseguisce accuratamente ogni particolare, e tocca figure e fondi con eguale carezza. L'occhio assuefatto alla nevrotica sprezzatura dei disegnatori di questi ultimi anni, stenta un po' ad assaporarne il carattere classico, da secolo XVIII, se li guarda da soli, senza badare nello stesso tempo alla forma tipografica del volume, e senza metterli in confronto col testo da essi commentato. Ma se dalla pagina figurativa l'occhio passa alla stampata; se alla linea del disegno cerca una corrispondenza nella ritmica parola che le sta di fronte, disegni e testo e stampa gli si confondono in unica luce, diventano tutt'uno, o meglio si giovano a vicenda, si chiosano l'un l'altro, si danno scambievole rilievo.

E questo che ho detto isolatamente per la forma tipografica e pei disegni, potrei ripeterlo per la parte letteraria del libro, versi del testo, prosa delle note a schiarimento. Se la curiosità del lettore si rivolge di primo acchito al solo testo, ne riceve un'identica impressione. Trova versi lindi, sonori, ma con un che di preziosità nella lingua e nello stile; niente delle forme poetiche in uso, ma qua e là un misto di classico e di moderno non ben fusi insieme e, più che altro, benigna concessione d'uomo di altri tempi alle costumanze venute dopo e ora in corso; concessione però che tenta di riportare indietro il presente, anzi che far trascorrere nel presente la maniera del proprio tempo.

E lo scapito non è precisamente a danno della forma passata di moda.

Ricordo, quasi per similitudine, una scena di cinque anni fa: Una sala da pranzo trasmutata in un batter d'occhio in sala da ballo; una dozzina di belle donne fra il triplo di giovani e di uomini leggermente eccitati dal pranzo, dai vini, e da un entusiasmo d'arte che li aveva riuniti insieme; e ricordo una gioconda figura di vecchio in cui la gentilezza e la cortesia innate per eredità, erano state aumentate dalla cultura e dalle circostanze della vita; gioconda figura di vecchio che faceva scoppiettare per la sala l'argutezza dei suoi motti, la vivacità delle sue galanterie di buon genere e che riempiva di stupore tutti quei giovani impacciati, o stanchi, o annoiatamente sdegnosi, quasi dicesse loro con l'esempio:—Una volta si faceva così; si era galanti, gente di spirito, si era lieti e cortesi, e non musoni e sgarbati con le signore, come siete voi tutti.—Quella sera il più giovane di quanti si trovavano lì riuniti era evidentemente colui che aveva i capelli brizzolati e le spalle un po' incurvate dal peso degli anni, il Duca Proto di Maddaloni; il quale, appunto come ora il Massarani, riportava indietro il presente anzichè far trascorrere nel presente le maniere del suo tempo.

Oggi abbiamo quasi tutti, o affettiamo, un'aria punto cavalleresca verso la donna; ne parliamo con poco rispetto; ne facciamo soggetto di clinica artistica: la studiamo da un lato solo, con durezza che vorrebbe parere scientifica, positiva, quasi ella fosse creatura da farvi esperimenti inanima vili, etéra, adultera, strumento insomma di voluttà e di nient'altro. O la guardiamo da mistici, dacchè il misticismo comincia a essere in voga per bisogno di contrasto; e ripetiamo contro di essa le villanie degli Apostoli e dei Padri dei primi secoli cristiani, e le furibonde maledizioni degli asceti avverso così impura fonte di peccato; eccessivi ed ingiusti da positivi e da mistici, teoricamente almeno; perchè poi nella pratica avviene che positivismo e misticismo si attenuino molto, non tanto però da non far giudicare ridicola, o press'a poco, la galanteria d'altri tempi, che era—se si vuole—maniera esteriore forse, ma non del tutto indipendente dalla sostanza interiore.

E a noi scettici e mistici in erba per contrasto, il Massarani viene a cantare laOdissea della donna; incurante che qualcuno possa sorridere o ridere della sua scappata poetica inattesa e stimata inopportuna. Così essa si spiega in ventiquattro canti sotto i nostri occhi, triste e malinconica; ora tormentata di passione, ora lieta di bellezza; ora altera di eroismo, ora piena di miseria e di lacrime. Così essa risuona in vario metro al nostro orecchio, con qualche nota di malizia gentile, con qualche spunto d'ironia cortese; e va dall'Asia, culla del genere umano, via via per contrade e per tempi diversi, fino all'Europa dei giorni nostri, fino alla donna che oggi vende l'amore o muore per amore asfissiata democraticamente col carbone. E sono visioni, paesaggi, storie, ricordi di cose udite e vedute, ogni cosa risognata, come modestamente egli dice in quella sua

stanza muta ai venturi ed ai presenti.

E dall'invocazione alla gangetica Trivia:

Te invoco, o divin NumeTe fausta, te dal cielo immacolataScesa a lavar la prima stirpe umana.Eteréa fiumana,Quando del contemplarti era beataDei Devi la invincibile falange,Menavan danze le Apsaràse, e al belloNovissimo portentoPlaudendo il Genitor de l'Universo,Seguia dell'acque il fil limpido e terso.Era queto di vento,Sgombro il cielo di nubi; e d'alma luceLo vestivano gli Dei, fendendo l'aria,Corruscando ne l'armi. E tu scendevi,Qual se di cento soli irradiata,Scendevi, o Dea. Te duce.In cento forme varia,Or lenta, or tortuosa, or concitataE crestata di spume.Vinceva di baglior l'istesse neviL'abbondanza de l'acque; e un ciel pareaChe il cigno candidissimo e l'ardeaSolchin d'autunno con l'aeree piume;

alla descrizione della villa pompeiana, dove Delia è schiava:

Ride aprica intornoLa villetta amorosa:Nitidissimo il giornoChe sorge, a mano a manoL'alte vette, i grand'alberi, i sacelli.Le mura antiche e gli archi,Fin quest'erma che ancor negletta e mestaRiposa, ùmile terra,Pare che allegro varchiE del suo bacio imporpori e suggelli.Come ardente amator novella sposa.Ecco, il Sole si destaAd altra e nova e più gioconda guerra:E te volendo aver de la sua festa,Ne le guance di rosaChe gli nascondi invano,Di giovinezza il primo fior saluta;

dalla abitazione del Califfo:

Laggiù tra verdi frondeCarche d'esperie pomaUn candido s'asconde,A la frescura in senE al vaporante aroma,Paradiso terren.

Qual con ferrata zampaNe le fumanti areneOrma il puledro stampaCh'arabo eroe frenò,Tale in marmoree veneL'araba sesta osò

Arco gentil, che ignotoArtefice addentella.Come fu vista il lotoIside Iddìa frangiar,E di meandri abbellaChe le Peri intrecciar.

Alterna il facil mirtoCol nobile cipressoOmbre al sognante spirto,E di perenne umorIl murmure sommessoMolce a' gagliardi il cor;

al quadretto favrettiano della Venezia del settecento;

Quanto di veli e di zendadi e nastri,Quanto fruscìo di giubbe rabescate,Quanto brillare ed ecclissarsi d'astriEclissarsi come usano le Fate,A provocar novelli Zoröastri!Che baciucchiar di mani ingiojellate!Che visetti söavi, e che melensi!Che perpetuo fumar d'arabi incensi!

e alla scena di pioggia nella campagna Lombarda:

Quando i gelsi e le biadeAlternano promesseD'opimo filugello e d'aurea messe.Udiste il ciel di lunghe preci invanoLunga stagion percossoPerchè l'inesorata ignea calduraD'alcuna temperasse amica stilla,D'improvvisa favillaCorso ne l'ime sue viscere e scosso,In pria fremer lontanoSu l'alida bassura,Poi da quella di nubi umida e scuraCortina che l'invadeScoscendere de l'acqua il fonte arcano?O dolcezza, o pietade!O in pria sonanti e radeGocciole grosse che a la strada bjancaLevano il polverìo,Poi rinfittite, a secchi,Sui sitibondi stecchiIl rovescio profondono e il fruscìoDella pioggia felice onde ogni branca,Ogni erbuccia, ogni fogliaTremola, goccia, s'agita e rinvogliaDe la vita, e rinfranca,E del fïato che la terra emanaDal suo pregnante sen, tutta risana!

è un succedersi di paesaggi, di scene, di minuscole commedie, secondo che il poeta racconta la storia della Sulamite, rifacendola dietro l'orme del Renan; le divinazioni del culto delle Druidesse; le crudeltà delle patrizie romane contro le povere schiave; le trepidanze d'un giudizio di Dio; gli ozii e gli amori d'una castellana nell'assenza del marito crociato; le isteriche angoscie d'una monaca; i furori religiosi e patriottici delle donne di Calabria contro gli invasori francesi; o pure, mutando tono, le fanciulle crotonesi servite di modelle o Zeusi; le ciarle veneziane del bel tempo del Gozzi e del Goldoni; la miseria in cappellino delle spazzaturaie londinesi briache di gin; e la pace serena d'una capanna su le alpi, e l'avventura d'un cacciatore con una bella acquaiola lombarda. E un succedersi di gravi considerazioni, di slanci, di compatimenti, di ironie, e anche di cerimoniose riverenze, di amabili preziosità, come il soggetto e l'occasione ispirano, come l'umore del momento consiglia; e tutto in forma eletta e severa, anche quando essa si abbandona o tenta di abbandonarsi a modi familiari, discorsivi, quasi il poeta abbia timore di mancare di rispetto alle sue gentili e belle lettrici facendo altrimenti.

E così, a noi scettici e mistici per contrasto o per gusto di novità, proviene dalla lettura quel senso strano da me accennato, che però ha gusto di eleganza aristocratica, profumo solleticante quantunque un po' acuto, insomma carattere suo proprio; da potere più o meno piacere, da poter più o meno essere apprezzato, secondo che si guarda questo lavoro nel suo assieme di stampa di disegni e di parole; o partitamente ma in modo contrario alle più elementari leggi di critica, secondo le quali un'opera d'arte va accettata e interpretata per quella che ha voluto essere e non come ognuno di noi l'avrebbe voluta.

Per conto mio, io ringrazio il Massarani poeta e pittore—e stavo per aggiungere anche proto, giacchè niente della parte materiale del volume è sfuggita alle sue cure—lo ringrazio delle diverse sensazioni che la sua opera mi ha date, dei diversi sentimenti gentili, forti, pietosi in me destati con la sua duplice opera poetica e grafica.

E lo ringrazio non senza una lieve ombra di invidia pel suo ingegno, pel suo cuore, per la sua mano; per quell'attività, per quella versatilità che non lo lasciano riposare, e che possono permettergli di trascorrere da uno studio all'altro con agile sicurezza e con persistenza incurante di elogi e di biasimi.

Non ho voluto, però, ricordarmi che l'opera d'arte è diventata pure opera di carità; che, poeta, egli non ha cantato, pittore, non ha disegnato, editore, non ha pubblicato soltanto per attingere un fine artistico non scevro mai di egoismo; ma anche perchè il suo lavoro, diventando cosa commerciale e preziosa in una per la ristrettezza del numero delle copie stampate, costringa gli altri a cooperare assieme con lui nell'addolcire miserie, nel consolare dolori.

Allora la lieve ombra d'invidia, da buona e nobile, avrebbe potuto mutarsi in peccaminosa, e offuscare e turbare la serenità del godimento estetico, alla vista del troppo squilibrio di forze che permette a uno solo poter fare in questo mondo quel che non è concesso a parecchi. Molti sarebbero paghi di essere o scrittori, o disegnatori, o editori, o munificenti e caritatevoli partitamente, fosse pure in proporzioni minori di quel che al Massarani è concesso.

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