EPILOGO

EPILOGODIERNESTO MASISignore!È un ufficio modesto quello che io ho da compiere, ma che sapendo compiere con chiarezza e brevità, potrebbe, secondo il famoso precetto d'Orazio, riescir utile e piacevole insieme.A significarlo con evidenza sento che, a guisar d'esordio, una buona similitudine, presa in prestito da qualche poeta, mi tornerebbe assai bene, ma per quanto la cerchi, non mi vien fatto trovarla adatta, come vorrei. Mi ricorre alla memoria soltanto la dantesca solita:E come quei che con lena affannataUscito fuor del pelago alla rivaSi volge all'acqua perigliosa e guata.Ma lalena affannata, che sarebbe la vostra, o signore,l'acqua perigliosa, che sarebbe la materia delle conferenze passate.... Oibò! non conviene per nessun conto! Dico dunque senz'altro che ricordarvi le principali cose discorse finora, accennarne qualche generalità comprensiva dei molti particolari, che vi furono esposti, additar qualche nesso, qualche correlazione fra l'uno e l'altro argomento e riepilogare le conclusioni più importanti, potrebbe riescir utile e piacevole insieme, appunto come dopo un lungo viaggio (questa volta la similitudine è un po' vecchietta, ma per compenso convenientissima) s'ama riandare, fantasticando, le cosevedute, non però in modo da rifarcene in mente una ridda vertiginosa di monti e di foreste, di laghi e di piazze, di chiese e di palazzi, di musei e di campanili, ma riordinando dentro di noi e scegliendo con discrezione quello che in natura ci parve più bello, in storia più caratteristico, in arte più fecondo di consolanti idealità da mettere in serbo per la vita.Prometto troppo. Me n'accorgo. Ma non mi manca almeno la buona volontà di mantenere e non di tutte le promesse, che a questo mondo si fanno, si può sempre assicurare altrettanto. — Ad ogni modo, proviamo!Dei varii periodi, nei quali si vuole dividere la storia del Medio Evo italiano, vi fu principalmente parlato dei secoli XI e XII, con qualche scorsa nei periodi anteriori e nei susseguenti, ora per indicare la cagione degli avvenimenti, ora per mostrarne le conseguenze e chiarir bene così da che profonda notte si usciva a quelli che si convenne chiamare,gli albori della vita italiana. Albori di vita italiana? O perchè? Era dunque morta questa vita? Quand'è che nella storia si muore e si rinasce? No, signore; nè si muore, nè si rinasce in realtà, bensì anche nella storia annotta e si brancola talvolta nel buio, poi un po' di luce torna a risplendere e ci si rimette in cammino. La dominazione romana del resto era il mondo, non l'Italia soltanto. Un'idea e una forza, irresistibili entrambi, il cristianesimo e i barbari, sfasciano quella potente, quella sapiente unità, annientano quella universale dominazione. Allora l'un popolo si getta sull'altro, e questa convivenza forzata di razze diverse sul medesimo suolo, l'una che padroneggia, l'altra che serve, sino a che col mescolarsi e coll'accomunare le loro forze rispettive danno origine ad una civiltà nuova sotto la luce dell'idea cristiana, è il fatto elementare, per dir così, dellastoria medievale europea; un fatto non mai accaduto prima in così larghe proporzioni; un fatto, che non può ripetersi dopo, e che contraddistingue perciò il Medio Evo da tutte le altre età della storia. — La fusione fra invasori ed indigeni, fra dominatori e dominanti, accade fuori d'Italia più facile. Ben gli aveva Roma già curvati una volta gli uni e gli altri sotto il medesimo giogo! Ma in Italia romanità e barbarie non si fondono con uguale facilità, nonostante il cristianesimo, che fu gran fattore di tali fusioni. Tutto resiste e impedisce. Più di tutto forse l'idea romana, stata perciò paragonata, per quella specie di fato perpetuo, che diviene nella nostra storia, ad una di quelle stelle tanto grandi e tanto lontane, che il loro raggio non ci giunge se non dopo diecine di secoli, sicchè, se ora venisse a spegnersi, la si vedrebbe splendere ancora per molte migliaia di anni. Così è. La vecchia Roma è finita, ma il pensiero di lei sopravvive e domina tutti per lungo corso di storia, barbari, latini, papi, comuni, pensatori, tribuni, cronisti, poeti, persino la casalinga donnetta del primitivo Comune Fiorentino, che.... traendo alla rocca la chioma,Favoleggiava con la sua famigliaDe' Troiani, di Fiesole e di Roma.Quando col pensiero fisso alla libertà e indipendenza dell'Italia, anche i libri di storia erano per metà di politica[16], usava discutere se dato che i Longobardi avessero potuto occupare e reggere tutta l'Italia, non si sarebbe fin d'allora formato dell'Italia uno stato nella nuova forma romano-barbarica, come la Francia e la Spagna, ed il Machiavelli accusava fieramente i Papi d'averlo impedito e dietro a lui tanti altri dibattevano la medesima questione, che con ragione il Mamianigiudicava aver lo stesso valore che «cercare quello che accaderebbe al mondo se l'aria avesse manco di ossigene, o il mare di salsedine o la terra ponesse a fare il suo giro sole dodici ore in cambio di ventiquattro»[17]. Se una filosofia della storia è possibile (cosa di cui molti dubitano) è fondandola unicamente sui fatti, quali furono, non quali alcuno potrebbe desiderare che fossero stati. E stando ai fatti, all'anarchia dei duchi Longobardi fu pure un progresso e un ordine dato la feudalità franca, il cui capo, invasato anch'esso dall'idea romana, ricostituisce la dignità imperiale cessata in occidente da oltre tre secoli, fra le ingenue acclamazioni del popolo italiano, che non sospetta neppure di dover essere la prima vittima di questa ricostituzione; alla quale, morto Carlomagno, sottentra un'anarchia feudale, confusa, impotente, buona a nulla, anche quando l'un pretendente sopraffà l'altro, perchè Berengario osa intitolarsi re d'Italia, allorchè non ne signoreggia tanta, se non quanta è compresa fra l'Adige e il Po. — Anche a quest'anarchia viene a metter ordine, dopo oltre settant'anni, una seconda restaurazione imperiale, ma intanto nel consorzio umile, modesto, quasi inavvertito della corporazione d'arte, all'ombra del campanile della parrocchia, sotto l'autorità ecclesiastico-feudale del Vescovo, a cui gli imperatori di casa Sassone concedono via via il potere degli antichi Conti[18], si ridesta e si svolge già tanto di nuova vita italiana, che lo storico Sismondi non dubitò di glorificare quegli Imperatori tedeschi, come i veri fondatori, i veri padri dei nostri Comuni. Lo furono essi in realtà? — Aquesta quistione, o signore, avete sentito accennare più volte, ma poichè trattavasi della storia speciale dei principali Comuni, era naturale che per accenno soltanto fosse toccata. Or bene, le linee più generali di tale questione son queste[19].Il nostro Comune medievale è una vecchia istituzione romana, che ha resistito all'urto delle invasioni barbariche e che ha perdurato durante l'ordinamento feudale (il quale ordinamento non è altro in sostanza che la barbarie disciplinata per mezzo del possesso territoriale), ovvero è una istituzione nuova, una istituzione importata, in una parola una istituzione tedesca?Ma se era indigena, antica, romana, perchè avea aspettato a rivelarsi di nuovo che la feudalità avesse pur dato un assetto qualsiasi alle barbarie, e fosse già passata per tutte le sue vicende storiche e avesse trionfato dappertutto e avesse provveduto a tutte le necessità della vita civile, politica, pubblica e privata?E se per contrario era nuova, importata da fuori, tedesca insomma, al pari della feudalità, se le sue origini erano da ricercarsi nell'indole degli invasori, nello sciolto individualismo germanico e nelle istituzioni provenienti dalla conquista, come mai sorgeva essa in assoluta opposizione a quest'indole e a queste istituzioni, sicchè il suo trionfo non dovesse essere che a prezzo d'abbattere i castelli feudali e d'assoggettare i discendenti degli invasori alle leggi del Comune? Il Comune insomma è cosa nostra, è un diritto, di cui ilpopolo italiano non smarrì mai la coscienza, o è un effetto del vassallaggio del regno feudale italico al regno feudale di Germania?Sì l'una che l'altra opinione ebbero sostenitori di grandissima autorità. Ma oramai prevale, come avrete avvertito, una opinione media fra questi due estremi, un'opinione, che è la più conforme all'indirizzo tutto positivo degli studi storici moderni, perchè tien conto nella soluzione del problema, non di un ordine di fatti soltanto, ma quanto è possibile, di tutti i fatti della storia. Ora il germanismo, la feudalità, la Chiesa, l'Impero, tutti questi sono elementi storici, che concorrono a comporre la vita civile e politica del Medio Evo. Sotto molteplici travestimenti, e con adattamenti diversi, ora vigoroso e visibile, ora debole e quasi perduto di vista, l'antico municipio latino ha bensì perdurato sotto a tutto quel pondo immane di nuove sovrapposizioni, ma com'era possibile che risorgesse del tutto all'infuori estraneo affatto a quegli elementi, in onta ai quali era sopravvissuto? La storia non procede così. Da tutti quegli elementi di vita medievale e insieme dalla conservata tradizione romana nasce dunque il Comune, di cui avete veduto, o signore, i tipi principali in Milano, Venezia, Firenze, e non soggiungo Roma, perchè Roma sta da sè, impigliata più d'ogni altro Comune nella vecchia idea romana della dominazione universale e colla presenza del Papato, di cui vi fu narrato il crescere dell'enorme dominazione spirituale (non certo utopistica questa, perchè sorpassò di gran lunga l'antica dominazione romana), e vi fu narrato altresì il sorgere e progredire della dominazione temporale, cagione principale forse che rese così straordinariamente confusa, tempestosa, anarchica in permanenza, assai più di quella d'ogni altro Comune, la vita del Comune romano. — Milano è il tipo del Comune svoltosi nelregno feudale. — Fra i Comuni marittimi, specie i meridionali, che sottrattisi alla dominazione Longobarda o sotto la debole e lontana sovranità bizantina sono i primi a sorgere e i primi a scomparire, fra i Comuni marittimi Venezia sta sola, Venezia che morirà per ultima di tutte le repubbliche italiane e che costituisce come un lungo episodio della storia nazionale, estraneo a tutte le forme principali del movimento politico dell'Italia[20]. — Firenze infine, il più tardivo degli stessi Comuni toscani e insieme il più glorioso di tutti i Comuni italiani, riassume in sè tutte le forme della vita comunale, ma ad una ad una le elimina tutte per rimanere il gran tipo del Comune democratico, dove neppure avete più, come in Milano, vero governo a Comune, a cui cioè nobili e popolani partecipino ugualmente, ma dopo alterne vicende di governo di nobili, e di governo di nobili e popolo, questo all'ultimo sormonta e crea, ripeto, il gran tipo del Comune democratico. Tant'è che a Firenze il moto comunale si svolge lungo tempo senza che apparisca nessuna spiccata individualità storica, che non sia tutto il popolo, mentre a Milano, la città d'Italia, dove si può dire che il moto, il quale dà origine alle libertà comunali, proceda più manifesto e più regolare, avete una grande successione di grandi uomini, nei quali sarebbe quasi possibile accentrare la sua storia. Milano infatti, la maggior sede arcivescovile di Lombardia, con giurisdizione amplissima, grandi ricchezze, con rito distinto, quasi un altro Papato di fronte al Romano, è delle prime città, che passano dalla podestà comitale a quella del Vescovo ed in Sant'Ambrogio, l'eroe eponimo milanese al IV secolo, s'intravvedono già le prime linee di quella potenza, che dopo terribili vicende ricompariscein Ansperto di Biasonno nel IX secolo, in Landolfo di Carcano nel X e finalmente in Ariberto d'Intimiano nell'XI, la solenne figura, che in pieno Medio Evo ha ispirazioni e ardimenti politici degni del Conte di Cavour e attorno alla quale vedeste aggrupparsi l'insurrezione dei vassalli minori contro i capitani o vassalli maggiori, come in Lanzone, il nobile ribelle al proprio ordine, il vassallo maggiore, che fa causa comune colla plebe, vedeste accentrarsi il moto glorioso, che riescì all'unione dei vassalli minori con la plebe, e quindi alla libertà del Comune.Ma siamo nel regno feudale, e nè Ariberto, nè Lanzone, nè capitani, nè vassalli minori, nè plebe, nè Comune, nessuno sogna neppure di ribellarsi all'Imperatore o di disconoscere soltanto l'autorità delSacro Impero Romano e Germanico, appunto perchè il Comune è una istituzione italiana, che rigermoglia su terreno feudale[21]. E Ariberto incorona due volte di sua mano Re d'Italia Corrado il Salico e lo accompagna a Roma, perchè si cinga la corona imperiale, e il primo pensiero di Lanzone è di rivolgersi all'Imperatore Enrico il Nero, e quando Lanzone ha intimoriti i nobili fuorusciti, e gli ha rimessi in città, e ha perequati i diritti di tutti, e ha costituito il Comune, fa ancora sanzionare questi nuovi ordini nella Dieta Imperiale di Roncaglia. Che se dalla lotta gloriosa, che Ariberto e Milano sostengono contro Corrado il Salico nel 1037, scendete, oltre a cent'anni dopo alla prima lega Lombarda e a Federigo Barbarossa, vedrete bensì che il popolo italiano lotta per mantenere e ricuperare contro l'Imperatore quello che i risorti Comuni chiamano lebuone consuetudini, stabilite già dagli Imperatori della casa di Sassonia, allargate da quelli della casa di Franconiae all'ombra delle quali i Comuni stessi si sono ricostituiti; ma se entro le mura della città si smantellano a furor di popolo le rocche imperiali, se le città collegate momentaneamente, combattono in campo aperto contro i feudatari italiani e tedeschi e contro le milizie feudali, che attorniano l'Imperatore, niuno si sogna neppure di non riconoscere la sua autorità nelle Diete, niuno si sogna, quand'anche l'Imperatore è respinto dalle mura cittadine, di non riconoscerlo come giudice ed arbitro fra città e città, di non rispettarlo come il monarca legittimo, che legittimamente porta la corona dei re nazionali e più ancora come il monarca romano, che porta la corona d'Augusto, di Trajano e di Costantino.Permettetemi di ricordarvi in proposito i mirabili versi del Carducci, che, poetizzando una pagina del Quinet, rappresenta epicamente questo che il Quinet chiamail fascino del diritto imperiale[22].Siamo nella notte del Sabato santo del 1175, l'esercito della Lega Lombarda cinge da ogni parte l'esercito del Barbarossa, che ha dovuto levar l'assedio da Alessandria, e gli chiude ogni possibilità di scampo così dal lato delle Alpi, come da quello di Pavia. — L'imperatore è perduto. — Lo circondano costernati, avviliti, pensando già di non poter più uscir vivi da queste strette, il sire di Hohenzollern, stupito di dover morire per la vil mano di bottegai armati come i cavalieri; il Vescovo di Spira, che amaramente rimpiange il buon vino, i giocondi canonici, le torri della sua gotica cattedrale in Germania; il biondo Conte Palatino Ditpoldo, che in fantasia rivede i suoi castelli sul Reno e la bella Tecla sospirante d'amore al lume della luna; l'arcivescovo di Magonza che vorrebbe almeno essercerto i tesori rubati in Italia avessero varcato sicuramente le Alpi; il Conte del Tirolo, che si dispera dovere ormai il suo cane e il suo povero figliuolo andarsene alle caccie senza di lui:Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridoreSuo presso, riguardava nel ciel l'Imperatore,Passavano le stelle su'l grigio capo. NeraDietro garria col vento l'imperial bandieraA' fianchi di Boemia e di Polonia i regiScettro e spada reggevano del Santo Impero i fregi.Quando stanche languivano le stelle, e rosseggiantiNell'alba parean l'Alpi, Cesare disse: «Avanti!»A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiegaIl sacro segno in faccia della lombarda lega.Tu intima, o araldo: «Passa l'Imperator romano,Del divo Giulio erede, successor di Traiano.»Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilliDelle trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,Quando in conspetto a l'aquila gli animi ed i vessilliD'Italia s'inchinarono e Cesare passò![23]Venezia sola è posta fuori del tutto da questo fascino del diritto imperiale. Avete visto, o signore, come nacque, mentre l'Impero d'Occidente cadeva, come crebbe, come si ordinò questa meravigliosa città, meritevole d'esser detta figlia di Roma assai più di quanto vantino le cronache medievali per tutte le altre città italiane, perchè di Roma ereditò la sapienza e la perseveranza politica e perchè cittadini romani erano i profughi, che la fondarono cercando uno scampo alla furia dei barbari sulle lagune e sulle isolette del golfo veneto. Vi esercitarono bensì i Goti una specie di alto dominio, l'impero d'Oriente una supremazia formale e non più, ma ciò accade nel primo periodo appena della sua esistenza e non avendo mai lo straniero potuto mettervi il piede,essa sola non sarà mai vassalla nè d'Impero nè di Chiesa, essa sola non sarà nè guelfa nè ghibellina, nessun Imperatore Germanico oserà chiederle giuramento di fedeltà: non avrà in sè mescolanza di due razze di vincitori e di vinti, che si combattano fra di loro[24]; le sue discordie intestine non faranno che riaffermare i suoi ordinamenti, che al 1297 saranno definitivi e dureranno per altri cinquecent'anni in punto.Più travagliato e meno durevole destino ebbero le sue rivali sul mare, Amalfi, Pisa, Genova, ma esse dividono con lei la gloria di quella primavera italica del risorgimento comunale.Niuno però dei Comuni marittimi nè Amalfi, nè Pisa, nè Genova può paragonarsi a Venezia, monumento unico d'italiana energia fin nella sua materiale costruzione, e che ha tutto di esclusivamente suo, origine, leggende, cittadinanza, sovranità, leggi, ordini civili, nobiltà, popolo, cerimonie, feste sacre e profane, i suoi santi persino, perchè tutta veneziana è la leggenda di San Marco, che detronizza il bizantino San Teodoro e diviene il protettore, il simbolo, il grido di guerra di Venezia. L'avete udita questa leggenda in tutti i suoi particolari. Non vi dispiaccia riudirla da un poeta, non senza molte buone ragioni messo presto fuori di moda, ma la nobiltà dei cui sentimenti raccomanda ancora, io credo, al ricordo delle signore gentili. I suoi versi compendiano altri fatti, ch'io non avrei tempo a ricordarvi partitamente:Veleggiando venia verso AquileaUn dì l'Evangelista....Quando il nocchiero improvvido, dall'ôraSospinto in grembo d'una pigra e tristaLaguna si perdeaTra un labirinto d'isolette....All'appressarsi del naviglio sacro,Unico abitatore,Volando emerse di colombi un nemboDal turbato lavacro.Il Pio guardò quell'isole dal lemboDe la sua poppa lungamente. In coreGli sfolgorò del vaticinio il lampoE profetò che un giornoTra quella d'acque squallida vallèaIn trionfal ritornoAll'avello condotto esser dovea.E come ei tacque su le canne apparveLo spettro d'una chiesa bizantina,Che tremolò per l'etere e disparve;E d'eco in eco per lo tacit'arcoDell'adriatica marinaGrido immenso volò: «Viva San Marco!»Si laggiù poserai....Laggiù, o celeste, poserai ma cintoDa selva di lucentiColonne e sul tuo portico regaleScintilleranno....I destrieri di Corinto.Al nome tuo, venturo inno di guerra....Prigioniere verran di PalestinaA riflettersi mille arabe luneDentro le tue lagune;E su le torri dell'infido GrecoUn vecchio ardente e ciecoGuiderà la vittoria,A piantar fra i nemici il tuo vessilloLogoro dalla gloria,Verranno i re da regïon lontaneLe tue belle a sposar repubblicane;E su quella paludeD'alighe immonde sorgeran portentiDi templi, di trofei, di monumenti[25].E sia, ammiriamo pure Venezia. Ma voi sapevate prima, o signore, e sempre più vi sarete confermate, che se si vuole penetrare veramente nel vivo della storia del Medio Evo italiano, vedere atteggiate e combattenti tutte le passioni di quella età, saggiate tutte le forme politiche; se si vuol conoscere come dalla lotta lontana delle due podestà che dominano il Medio Evo, Papato ed Impero, come dall'affievolirsi dell'organizzazione feudale si svolga la libertà del Comune popolare e a che tradizioni questo comune riattacchi le sue origini, e perchè contenga quasi due popoli in uno e perchè la lotta a morte fra questi due elementi che lo compongono costituisca il destino e il segreto della sua storia; se si vuole infine sapere perchè vi sia una storia di un grande Comune italiano, che è tipo e modello di quasi tutte le altre, bisogna guardare a Firenze, a questocuore d'Italia, come fu chiamata, che all'infausto cosmopolitismo imperiale o papale di Roma potrà per sua gloria contrapporre il cosmopolitismo dell'arte, della poesia, della scienza, il privilegio della lingua, e persino fra le tumultuose tragedie della sua vita interiore i primi germi dello Stato moderno.Nelle ingenue leggende delle sue origini vedeste già adombrate, forse con senso più profondo che non apparisca, le divisioni etniche, che divamperanno più tardi in lotte furibonde; le quali lotte e divisioni, in quel Comune, che tarda tanto a svolgersi e si svolge quasi inavvertito, quasi inconscio di sè, strappando a brandelli il suo potere della potestà Margraviale della contessa Matilde; in quel Comune, composto nella maggior parte di operai, di artigiani, e di qualche nobile decaduto, che per miseria s'inurba; in quel Comune che stretto nelle sue associazioni d'arti e mestieri si regge e progredisce con queste senza bisogno di potere centrale, cominciando, direbbe il Romagnosi, il suo incivilimentoin ordine inverso, cioè dall'industria per giungere al possesso territoriale; in quel Comune, dico, come risulta ancor più evidente dalla sua storia ulteriore, quelle divisioni e le lotte, che ne conseguono, rimangono sempre esse nel fondo di tutte le sue vicende o possono dirsi quasi la legge storica, che illumina da cima a fondo tutto quell'incomposto arruffio. Il quale non spossa le forze del Comune, anzi sembra aumentarle, poichè appena le interne discordie danno qualche tregua, si guerreggiano le terre vicine e si allarga lo Stato; uno Stato che è tutto nella città principale, la quale non si aggrega, ma domina feudalescamente i vicini e che all'Impero chiede sopratutto di lasciarlo sottentrare nei diritti e nel potere degli antichi feudatari; altra prova, se mai occorresse, che il nostro Comune medievale è bensì romano d'origine, ma dalla temperie barbarica e feudale, in cui è risorto, profondamente modificato. Così è che le due parti combattentisi entro il Comune pigliano i due nuovi nomi, come dice Dino Compagni, di Guelfi e di Ghibellini, ma il loro contrasto preesisteva a questi nuovi nomi, nella stessa guisa che il prorompere di queste lotte si verifica in Firenze assai prima del fatto del Buondelmonte, a cui gli storici lo sogliono riferire, e non è se non un incidente di quella torbida vita del Comune fiorentino, di cui parrebbero un mistero inesplicabile non solo il progredire, ma anche il durare e l'esistere, se non si sapesse donde viene, ove va, se una medesima legge storica non ci scorgesse a comprendere gli Ordinamenti di Giustizia del 1293, la vittoria dei Ciompi nel 1378, gli eccessi che spianano a poco a poco la via alla lunga insidia dei Medici, nel tempo stesso che i forti e grandi sentimenti di quel popolo, le sue umane riforme, la sua carità operosa, l'ardente sua fede ci spiegano l'altro mistero che fra discordie e tumulti così feroci e continui la civiltàpiù complessa spicchi tal volo e veggansi nelle chiese, nei quadri, nei primi saggi della pittura nascente affollarsi angeli, cherubini, madonne, apparizioni candide, innocenti, che sembrano discese dal cielo a predicar la pace fra gli uomini, e fra tanto imperversare di odii l'arte, religiosissima ancora, sforzasi, quasi in espiazione, a moltiplicare dovunque gli emblemi dell'amore.Potremmo noi mai sperare di dominare egualmente col nostro pensiero, di assoggettare egualmente ad una legge storica qualunque la confusione permanentemente anarchica della storia del Comune di Roma? Ben è spiegabile, anche con soli argomenti umani, come la potestà del Vescovo di Roma si muti e si espanda via via nell'enorme e universale potenza del Papa; ben può la critica, la quale cominciò fin dal secolo XV a sfrondare le leggende congegnate a fine politico ed a saggiare la falsità dei documenti, sui quali si pretendevano fondare quelle leggende, dirci come sorse e si piantò formidabile in Roma anche la potenza temporale del Papa; ma quanto al Comune, e benchè esso assuma talvolta nel corso della sua storia le forme e le istituzioni degli altri Comuni, non mai gli riesce trovarvi la forza e la stabilità per lo meno relativa, che gli altri vi hanno trovato, e lo spettacolo delle sue convulsioni perpetue è tutto quello che ci apparisce di lui. Egli è che esso non sorge come gli altri, non si viene formando come gli altri, e per l'influenza dell'Impero e la presenza del Papato sente spesso ora dall'uno ora dall'altro quasi assorbita la propria esistenza. La cui prima apparizione è forse quando Roma resiste ai Longobardi con le forze unite del Papa e del popolo o si palesa in una forma aristocratico-militare, la quale abbraccia con tale ampiezza tutti gli ordini dei cittadini, che il nome stesso d'esercito serve ad indicare il popolo intiero. Dal VII all'XI secolo il Comune di Roma si direbbe costituitoa un dipresso nelle forme degli altri nostri Comuni medievali e precorrerli quasi tutti. Se non che Roma ha il Papa, il cui potere s'afforza via via sempre più, e che, se fa causa comune col popolo, lo domina; se mai teme d'esserne sopraffatto, gli oppone la forza e l'autorità dell'Impero o a questo o a quello la monarchia napoletana, contrappeso all'Impero, che il Papa baderà bene a non lasciarsi, finchè può, sfuggire di mano. L'Impero alla sua volta, o è potente e domina Papa e Comune, o è debole, vacante, assente o conteso fra molti, ed ecco nobiltà e popolo romano arrogarsene i diritti; pretensione eterna, che esercitata dal popolo o dai nobili si personifica in Alberico, in Brancaleone, in Crescenzio, in Arnaldo, in Cola di Rienzo, gli eroi episodici del Comune di Roma, sviato sempre dal fissarsi in una forma qualsiasi da quelli che il Giusti chiamò igrilli romani, cessati soltanto allorchè Martino V, fondatore definitivo del regno temporale dei Papi nel secolo XV, ebbe annientato in Roma ogni vestigio di libertà comunale. Ma chi bada alla storia del Comune di Roma? Sopraffatti dal gran nome di Roma, gli storici stessi, col pensiero fisso nel destino mondiale dell'eterna città, badano al Papato, all'Impero, poco o nulla al Comune, che penosamente si dibatte fra le strette mortali dei due colossi, opponendo all'uno e all'altro i suoi ricordi classici colla pretensione poco giustificata nel fatto che Roma non solo sia il centro della Chiesa e dell'Impero, ma non debba in realtà sottostare nè all'una nè all'altro e sia anzi la fonte e l'origine dei diritti di entrambi[26].Nel riandare di volo gli argomenti, dei quali vi fu parlato, ho alterato un po' l'ordine del programma, ma aggruppare del tutto i ricordi di questa agitata vita comunale e distogliersene del tutto per guardare ad unpaesaggio alpino e vederci sorgere la potenza e la gloria di Casa Savoia è come riposar l'occhio e il pensiero, quantunque anche là lo studio delle origini si perda nelle nebbie della leggenda. Di fatto quell'Umberto, detto nelle cronache dallebianche manie che si ha pel capo stipite di Casa Savoia, chi è desso? donde è venuto? è straniero, italiano, gallo-romano o latino? Nacque di sangue regio o no? A che giova, si dirà, affannarsi dietro tali ricerche? Ma appunto quando il destino d'una dinastia o d'un popolo poggia molto in alto sorgono il desiderio e il bisogno di magnificarne le origini sempre più. Se il documento manca, la tradizione soccorre, la tradizione, che è leggenda ancor essa, appunto come la leggenda degli Eneadi progenitori si ricongiunge alle origini del popolo Romano, quando questo è già grande, e già distende la sua potenza nel mondo. Ognuno allora raccoglie ed elabora di suo i frammenti raccolti, cosicchè anche per Umberto Biancamano sono numerosi i sistemi tentati per ispiegare la sua figura mezzo storica e mezzo leggendaria. Ma sull'uno o l'altro di tali sistemi non occorre ormai affaticarsi di più. I nostri principi non pretendono alla corona dei Cesari Tedeschi, nè ad un nono elettorato dell'Impero. La corona di ferro l'hanno cinta perchè se la sono meritata; di Umberto Biancamano, sfumate ormai le faticose industrie degli storici cortigiani e le ingenue combinazioni degli eruditi fantastici, si sa oggi di più e nel tempo stesso si sa di meno, ma si sa di certo che Casa di Savoia è sorta, cresciuta e s'è illustrata per la sua propria virtù[27]. Con tuttociò scarsa è l'azione italiana di Casa Savoia e del Piemonte durante l'età dei Comuni. Questo moto comunale si propagò anche in Piemonte, perchè era l'espressione delle condizioni socialidi tutta Italia, ma Casa di Savoia, in cui perdurano più a lungo e più salde che altrove le forme feudali, gli si contrappone, mentre poi la sua, come oggi si direbbe, missione italiana è ritardata dallo scindersi la sua potenza tra i due rami di Savoia e d'Acaia, i quali non si ricongiungono che al 1418. Casa di Savoia rimane fida in sostanza all'idea ghibellina, ma l'augurio di sua futura fortuna è appunto in quella vita strettamente feudale, che le mantiene lo spirito militare e cavalleresco anche quando altrove è illanguidito, ond'è che nella seconda metà del secolo XIV vedesi di nuovo nel Conte Verde la baldanza spensierata e lo spirito avventuroso dei primi Crociati, e n'ha, per così dire, in premio la prima vera ingerenza italiana di Casa Savoia nella pace di Torino del 1381, con cui ha fine la cosidetta guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Ma verranno i giorni di vera gloria italiana per questi guerrieri chiusi ora nei loro castelli di Savoia, come le aquile nei nidi delle Alpi, mentre tutt'altro destino è riserbato a quell'altra monarchia che per opera d'avventurieri stranieri sorge all'altro estremo d'Italia, quasi contemporanea a quando la luce della storia comincia a diradare le nebbie della leggenda in cui sono ravvolte le origini di Casa Savoia.Dura ancora in parecchi libri di storia l'usanza d'arrecare la fondazione del gran regno dell'Italia meridionale ai quaranta pellegrini Normanni, reduci da Terra Santa, che capitati a caso a Salerno verso il 1016, e sdegnati d'un sopruso che i Saraceni voleano far patire a quel principe longobardo Guaimaro, gittano a un tratto sarrocchino, cappellaccio e bordone, brandiscono le loro spade, vendicano Guaimaro e se ne vanno senza voler accettare alcuna ricompensa. Ma poi narrate ai loro compatriotti le meraviglie e le ricchezze dei paesi veduti gli invogliano di conquistarli o, come altri pretendono,è lo stesso Guimaro che li richiama. La critica moderna, se non nega addirittura quel fatto, lo anticipa però di parecchi anni non solo, ma mostra che non ha alcuna correlazione colla vera conquista Normanna. I Normanni compariscono bensì nell'Italia meridionale tra il 1016 e il 1017, ma come ausiliari di Pugliesi insorti contro la signoria Bizantina, i quali Pugliesi sono favoriti così dal Papa (speditore dei Normanni da Roma) come dal principe longobardo di Salerno. E domata dai Bizantini l'insurrezione Pugliese, prostrate a Canne le forze dei due capi degli insorti, Melo e Datto, i Normanni si disperdono come mercenari qua e là. Questo l'umile principio della loro fortuna, movendo dal quale, e astuti, fedifraghi, quanto valorosi, in poco più di cent'anni sfolgorano i rottami di tutte quelle vecchie istituzioni longobarde, greche, comunali che ingombravano ancora il largo campo delle loro ambizioni e delle loro cupidigie e fondano un regno durato bene o male, e in mezzo a tanta instabilità d'italiane fortune, oltre a sette secoli, poichè fin d'allora comprese quasi tutto il territorio che fu il regno delle due Sicilie fino al 1860[28].Più del riandare le straordinarie vicende della conquista normanna, più del ricordarvi i nomi de' suoi eroi da Roberto il Guiscardo al primo ed al secondo Ruggero, importerebbe al mio tema notare le conseguenze, che ebbe tale conquista nella storia italiana e le relazioni che passarono tra il nuovo regno fondato dai Normanni e le altre parti d'Italia.Furono varie, moltissime, nè potrei sperare neppure di accennare le più notevoli, senza trapassare di troppo i limiti cronologici, che a queste conferenze furono perora segnati. Per farvi osservare quelle di ordine più generale diciamo intanto che col nuovo regno meridionale tutta quell'immensa regione fu sottratta per sempre a due delle forme politiche principali, che dalla fine del secolo X fino quasi al XV dominano la storia italiana, alla sovranità cioè del ricostituito Impero occidentale ed al regime comunale, mentre poi qualche vestigio di questo durò colà più che altrove e vi prese anzi a lungo andare, più che l'antica forma di partecipazione diretta al governo dei nostri Comuni medievali, quella, direi, più moderna (benchè feudale di origine) di partecipazione rappresentativa di alcuni ordini, di alcuni ceti almeno, se non di popolo intiero.Ma un'altra correlazione e conseguenza importante, e più circoscritta ai tempi, dei quali ci occupiamo, è quella, che accennai già parlando del Papato e del Comune di Roma, vale a dire che avendo i Normanni ottenuta dal Papa l'investitura della loro sovranità nel continente e nella Sicilia, la Chiesa potrà anch'essa apparire così e per la prima volta quale suprema sovranità feudale, e ciò alla vigilia della sua prima lotta contro l'Impero, e se ne varrà con un intuito politico chiaro, fermo, sicuro, perseverante per contrabbilanciare tutte le ambizioni dell'Impero, poi, quando i Papi avranno fatto passare la corona Normanna dagli Svevi agli Angioini, per determinare il trionfo definitivo della parte guelfa o papale in tutta l'Italia, trionfo tale che, dopo la battaglia di Benevento del 1266, dir parte guelfa e dir Comune di Firenze sarà tutt'uno[29].Così, o signore, vi fu tracciato nelle sue linee maggiori tutto il gran quadro storico, entro al quale all'uscire dalla notte della barbarie doveva ridestarsi la vita italiana. — Ma essa è ancora ai primi passi. — Èper questo che nel tempo, che avete attraversato, la parte puramente storica ha dovuto di necessità prevalere e vi si è più dovuto parlare di barbari e di feudatari, di Papato e d'Impero, di vassalli maggiori e minori, di Borgognoni e Normanni, e di quelle prime, quasi misterioso aggregazioni, entro alle quali si vien formando il Comune, di quello che vive propriamente della vita, che ricomincia a essere vissuta fra mezzo a tutte quelle istituzioni storiche del primo Medio Evo; vi si è dovuto parlare insomma, se mi è permesso di esprimermi così, più del contenente che del contenuto. Egli è, o signore, che, affinchè il popolo italiano ricominci a vivere quella che giustamente fu chiamata laseconda sua storia, affinchèDagli atrii muscosi, dai fôri cadenti,Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor,si ridesti finalmente quella massa confusa di gente, che il poeta ha chiamato:Un volgo disperso, che nome non ha.bisogna che un moto profondo di totale disgregamento agiti tutta quella società, che gli pesa sul capo, e lo preme, lo stringe, lo soffoca da ogni lato, poichè è appunto tra quel disgregamento, che ripiglia anima, vita, libertà quel nuovo protagonista, che non ha più nome, ma ne avrà in breve uno «nella storia d'Italia eternamente memorando» il nome di popolo. Quella società, come avete veduto, o signore, non cede il posto così di leggieri e senza lungo contrasto, non piega il capo rassegnata, come nella tragedia manzoniana Ermengarda, la figlia dell'ultimo re Longobardo, non d'altro rea che di discendere da quella progenie d'oppressori,Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l'offesaE dritto il sangue e gloriaIl non aver pietà;non sente il distacco dalle cose terrene e gli amari sconforti di Adelchi morente, che esorta il padre a non rammaricarsi del regno perduto, dicendogli:Gran segreto è la vita e nol comprendeChe l'ora estrema. Ti fu tolto un regno,Deh nol pianger: mel credi. Allor che a questaOra tu stesso appresserai, giocondiSi schiereranno al tuo pensier dinanziGli anni in cui re non sarai stato, in cuiNè una lagrima pur notata in cieloFia contro a te nè il nome tuo saravviCon l'imprecar dei tribolati asceso,Godi che re non sei, godi che chiusaAll'oprar t'è ogni via: loco a gentile,Ad innocente opra non v'è: non restaChe far torto o patirlo....Oh no! Tuttociò è buono e bellissimo in poesia! Ma nè Imperatore, nè Papa, nè feudalità laica o ecclesiastica, nè nobili discendenti dai barbari hanno voglia di rassegnarsi come Ermengarda o di rigettare, come Adelchi morente, quasi inutile ingombro e vanità, la potenza. Hanno usurpato ed usurpano e contro tutti difendono le loro usurpazioni, tanto più contro il Comune, il solo che non usurpa, ma rivendica. Sta qui il segreto della vita dei secoli XI e XII, e questa vita rimarrebbe davvero un segreto a chi trascurasse le premesse storiche, nelle quali le sue origini sono contenute.È una storia lunga, faticosa, intricata; è un cammino aspro, buio, che ora sale a generalità, che sono altezze vertiginose, ora si sprofonda in minuzie, che sono frane,scoscendimenti e rottami; un cammino in cui s'inciampica negli spinai, ci si urta a sporgenze imprevedibili, sicchè le vostre guide, in questa specie di spirituale alpinismo, hanno spesso dovuto scusarsi di condurvi a traverso tali labirinti e semioscurità crepuscolari, sempre col timore che vi stancaste di troppo, e contentandosi di rischiararvi alla meglio la via, appunto«....come quei che va di notteChe porta il lume dietro a sè non giova,Ma dopo sè fa le persone dotte.»E voi resistete, o signore, impavide, coraggiose; ma deve avervi, io penso, alleggerite le fatiche del viaggio, intravvedere, dopo tanto giro di storia, i germi della vita nuova, che spuntano, sentire, origliando, «come un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi (voi lo sapete) scoppierà, come dice il Carducci, in lampi e tuoni di pensieri e di opere.» Ma per ora sono sintomi di vita, pronostici, auguri; per ora non c'è nulla di definito, di determinato; è tutta una vita in formazione, e quanto più la fioritura sarà splendida e ricca, tanto più s'indugia sotterra. Per ora non si può penetrare molto innanzi; non si può cogliere che poco o nulla di intimo, di veramente psicologico e caratteristico, dove tutto è in travaglio di nascimento, a cominciare dalla lingua. Però non è già più tutta storia morta soltanto.È vita, o almeno principio necessario di vita, e forse la prima manifestazione di essa nel nostro Medio Evo, quel rinascere della scienza del diritto, regolatrice della giustizia fra gli uomini, che, perdurata nelle scuole di Roma imperiale e di Ravenna bizantina, resiste in faccia ai Goti, penetra da Pavia longobarda la legislazione dei barbari, si scioglie in Bologna dalle anguste strettoie di prima, dall'esser confusa cioè colle altre arti,che formano l'enciclopedia medievale deltrivioe delquadrivio, e fonda in Bologna una istituzione mondiale.È vita quel lento formarsi dell'umile volgare latino, che sarà poi la lingua italiana, il cui svolgimento (sbattuta giù ormai una gran frasconaia d'ipotesi vane) apparisce alla critica moderna più come un capitolo di storia naturale che di storia letteraria, tanto son vari gli inseguimenti e delicati gli intrecci di quei germogli delle lingue romanze, che si distaccano dal gran tronco latino; tanto ne aduggia il crescere l'ombra lunga e larghissima, che quel tronco getta intorno a sè; tanto è difficile vincerla e superarla; tante sono le circostanze esteriori, che là affrettano, qua ritardano il mutarsi del germoglio in arbusto e dell'arbusto in albero ricco di fronde e di fiori; mutamento ritardato più che altrove in Italia, dove la lingua ascende tardi ad ufficio veramente letterario, ma dove per compenso s'imbattè in chi, appena s'è mostrata, la ghermisce con mano onnipotente e subito la ferma e la determina per sempre.È vita, e di quella che più tocca da presso l'anima e il destino dell'uomo, quella fede religiosa, che non è vero incomba torpida, uniforme, stagnante sul Medio Evo italiano, ma che appunto perchè è robusta, sincera, fervente, non agghiacciata dal soffio di precoci indifferenze e scetticismi, s'agita anzi terribilmente, fra le pretensioni e le lotte gigantesche della potestà suprema, che la rappresenta e la regge, e le scandalose mondanità, le violenze della feudalità ecclesiastica, ed esagera gli ascetismi, talvolta sino alla follia, ora come perfezionamento della dottrina più schietta, ora come contrapposto alle rilassatezze della disciplina, sicchè da una fonte comune si veggono scaturire le democrazie dei nuovi ordini religiosi e le eresie, quelle avute in sospetto dalla Chiesa stessa, in cui difesa son sorte,queste sterminate ovunque si mostrano, ma le une e le altre composte d'uomini, cheMaledicenti a l'opre de la vitae de l'amore.... deliraro atrocicongiungimenti di dolor con Diosu rupi e grotte:discesero ebbri di dissolvimentoa le cittadi, e in ridde pauroseal Crocefisso supplicarono, empi,d'esser abbietti;[30]abbiettamenti, eccessi, deliri, che non impediranno però le grandi ispirazioni, che solo un pensiero operoso e un sentimento profondo e sincero possano dare.È vita quella stessa povera letteratura italiana, il cui sorgere, dovendo per forza camminar parallelo al formarsi della lingua volgare, procede barcollante da prima in una debolezza, che non si sa se è d'infanzia o di vecchiaia, nè forse riescirebbe a spogliarsi dell'involucro latino, se non venissero a darle mano le due letterature della Francia settentrionale e meridionale, l'una che attinge dal meraviglioso delle leggende Carolingie, l'altra che in faccia alle mortificazioni dell'ascetismo medievale ricanta la gioia, la vita, l'amore; le dolci note, che riecheggieranno nelle corti aleramiche del Monferrato, fra la varia cultura e lo scetticismo scientifico della corte di Sicilia, nelle scuole di Bologna e finalmente in Toscana e in Firenze, dove in un attimo, si può dire, la letteratura italiana sorge gigante e s'incorona d'una gloria immortale.È vita quella stessa filosofia scolastica, che ha nient'altro che in Dante il suo poeta, e che, fra la scarsa, misera e fantastica vita scientifica del Medio Evo, rappresentaun tentativo gigantesco di accordo fra la filosofia e il domma, fra la ragione e la fede; tentativo, che raggiunge il suo punto culminante in San Tommaso d'Aquino, tipo sublime dell'ingegno italiano, organico e temperante, dopo del quale ricomincia la scissura fra scotisti e nominalisti da un lato, tomisti dall'altro, e procede fino allo sciogliersi della scolastica nella critica razionalistica del Rinascimento.È vita finalmente (e che vita!) il sorgere dell'arte nuova, che dopo la scura tregenda, le cupe immagini bizantine, i deliri architetturali del più fitto Medio Evo, dopo aver svincolate le sue forme diverse dall'anonima schiavitù, che le confonde tutte nell'architettura del tempio gotico, si afferma risoluta, franca, individuale, abbenchè tardiva ancor essa al pari della letteratura, perchè l'una e l'altra, sono nella civiltà un effetto, un prodotto, che non si determina senza cagioni proporzionate.Ora come dall'anonima congerie delle corporazioni medievali questi primi albori di rinascimento, ai quali per quest'anno gli studi di queste conferenze si sono fermati, incominciano a sceverare e a svolgere il concetto dell'unità dello Stato, come dall'asfissia teologica incominciano a liberare le scienze morali, delle quali il pensiero laico s'impossessa con Dante, così sciolgono anche le arti da quell'aggruppamento forzato, così ciascuna ripiglia la propria individualità, affermantesi in Niccola Pisano, che tenta il primo riallacciamento del vecchio ideale greco-latino col nuovo ideale cristiano; in Giotto, l'artista divino, che, al pari di Dante Alighieri, intuisce quasi perfetto tutto l'ideale del Rinascimento.Siamo sulla soglia, o signore, di questo grande avvenimento mondiale, che in Italia non ha bisogno d'aspettare che i Turchi, pigliando Costantinopoli, sperperinola coltura bizantina e ce la mandino esule e pellegrina a rifarci il sangue, o che Colombo slarghi il mondo e l'anima dell'uomo colla scoperta dell'America. No; un paese, che costituisce i Comuni, che in poco d'ora ha Dante, Giotto, la Divina Commedia e Santa Maria del Fiore non aspetta nulla da nessuno.Appena la libertà, il pensiero, l'arte, la poesia ridanno pregio alla vita; appena collo scomporsi della società feudale si dirada quel buio mortificante del vero Medio Evo, che è rappresentato dalla poetica leggenda del finimondo, a cui avete sentito accennare più volte, l'Italia senza aspettar nulla da nessuno si alza dal sepolcro, come il Lazzaro quatriduano, e sorge, e cammina.Oh non è un vanto cotesto, o se lo è, vi si mescolano a raumiliarci troppi presentimenti dolorosi. Oh non dubitate! Pagheremo cara questa precocità; pagheremo caro questo privilegio di gloria!Ma non anticipiamo su nulla.Se, come sento, il programma dell'anno venturo dovrà riprendere e compiere intiero lo studio dei secoli XIII e XIV, vi sarà ancora un grande, un immenso quadro storico da disegnare, ma su questo fondo prospettico le individualità si staccheranno sempre più vigorose e più vive e verrà quindi da sè la necessità di far meno storia e più vita.E poichè questa vita, benchè torbida, agitatissima, dovrà sempre più concentrarsi in questa vostra cara e gloriosa Firenze, dove splende il gran triumvirato toscano, dove Dante chiude il Medio Evo e inaugura la civiltà nuova col poema già moderno di spirito e di lingua, il Petrarca col suo ideale d'antica coltura, il Boccaccio col pieno, libero e giocondo sentimento della vita reale, per cui la commedia umana si contrappone alla commedia divina, così vi sarà caro e gradevole sempre più conoscer bene tra che popolo vissero questigrandissimi, e riscontrare la storia coi monumenti non solo, ma entrare nella penombra solenne di quelle chiese, dove i vostri avi pregarono, nei banchi, nei fondachi, dove i mercanti accumulavano tesori, nelle officine, dove accanto agli arnesi del mestiere l'artigiano teneva le sue armi per essere pronto ad accorrere sotto il gonfalone dell'arte sua al primo tocco di campana; vi sarà caro e gradevole sempre più penetrare in quelle antiche dimore, in quei palazzi anneriti, merlati, dove i vostri avi amarono, odiarono, combatterono, e scorrerne le stanze, i cortili, le scale, tentando figurarvi qual viso, qual discorso, qual costume avessero i loro antichi abitatori, appunto «come talvolta vedendo un elmo antico tutto rugginoso ed alzandone la visiera, la fantasia (diceva Massimo d'Azeglio) tenta dipingersi il maschio ed ardito volto, che dovette un tempo riempierne il vano».FINE.

DIERNESTO MASI

Signore!

È un ufficio modesto quello che io ho da compiere, ma che sapendo compiere con chiarezza e brevità, potrebbe, secondo il famoso precetto d'Orazio, riescir utile e piacevole insieme.

A significarlo con evidenza sento che, a guisar d'esordio, una buona similitudine, presa in prestito da qualche poeta, mi tornerebbe assai bene, ma per quanto la cerchi, non mi vien fatto trovarla adatta, come vorrei. Mi ricorre alla memoria soltanto la dantesca solita:

E come quei che con lena affannataUscito fuor del pelago alla rivaSi volge all'acqua perigliosa e guata.

E come quei che con lena affannata

Uscito fuor del pelago alla riva

Si volge all'acqua perigliosa e guata.

Ma lalena affannata, che sarebbe la vostra, o signore,l'acqua perigliosa, che sarebbe la materia delle conferenze passate.... Oibò! non conviene per nessun conto! Dico dunque senz'altro che ricordarvi le principali cose discorse finora, accennarne qualche generalità comprensiva dei molti particolari, che vi furono esposti, additar qualche nesso, qualche correlazione fra l'uno e l'altro argomento e riepilogare le conclusioni più importanti, potrebbe riescir utile e piacevole insieme, appunto come dopo un lungo viaggio (questa volta la similitudine è un po' vecchietta, ma per compenso convenientissima) s'ama riandare, fantasticando, le cosevedute, non però in modo da rifarcene in mente una ridda vertiginosa di monti e di foreste, di laghi e di piazze, di chiese e di palazzi, di musei e di campanili, ma riordinando dentro di noi e scegliendo con discrezione quello che in natura ci parve più bello, in storia più caratteristico, in arte più fecondo di consolanti idealità da mettere in serbo per la vita.

Prometto troppo. Me n'accorgo. Ma non mi manca almeno la buona volontà di mantenere e non di tutte le promesse, che a questo mondo si fanno, si può sempre assicurare altrettanto. — Ad ogni modo, proviamo!

Dei varii periodi, nei quali si vuole dividere la storia del Medio Evo italiano, vi fu principalmente parlato dei secoli XI e XII, con qualche scorsa nei periodi anteriori e nei susseguenti, ora per indicare la cagione degli avvenimenti, ora per mostrarne le conseguenze e chiarir bene così da che profonda notte si usciva a quelli che si convenne chiamare,gli albori della vita italiana. Albori di vita italiana? O perchè? Era dunque morta questa vita? Quand'è che nella storia si muore e si rinasce? No, signore; nè si muore, nè si rinasce in realtà, bensì anche nella storia annotta e si brancola talvolta nel buio, poi un po' di luce torna a risplendere e ci si rimette in cammino. La dominazione romana del resto era il mondo, non l'Italia soltanto. Un'idea e una forza, irresistibili entrambi, il cristianesimo e i barbari, sfasciano quella potente, quella sapiente unità, annientano quella universale dominazione. Allora l'un popolo si getta sull'altro, e questa convivenza forzata di razze diverse sul medesimo suolo, l'una che padroneggia, l'altra che serve, sino a che col mescolarsi e coll'accomunare le loro forze rispettive danno origine ad una civiltà nuova sotto la luce dell'idea cristiana, è il fatto elementare, per dir così, dellastoria medievale europea; un fatto non mai accaduto prima in così larghe proporzioni; un fatto, che non può ripetersi dopo, e che contraddistingue perciò il Medio Evo da tutte le altre età della storia. — La fusione fra invasori ed indigeni, fra dominatori e dominanti, accade fuori d'Italia più facile. Ben gli aveva Roma già curvati una volta gli uni e gli altri sotto il medesimo giogo! Ma in Italia romanità e barbarie non si fondono con uguale facilità, nonostante il cristianesimo, che fu gran fattore di tali fusioni. Tutto resiste e impedisce. Più di tutto forse l'idea romana, stata perciò paragonata, per quella specie di fato perpetuo, che diviene nella nostra storia, ad una di quelle stelle tanto grandi e tanto lontane, che il loro raggio non ci giunge se non dopo diecine di secoli, sicchè, se ora venisse a spegnersi, la si vedrebbe splendere ancora per molte migliaia di anni. Così è. La vecchia Roma è finita, ma il pensiero di lei sopravvive e domina tutti per lungo corso di storia, barbari, latini, papi, comuni, pensatori, tribuni, cronisti, poeti, persino la casalinga donnetta del primitivo Comune Fiorentino, che

.... traendo alla rocca la chioma,Favoleggiava con la sua famigliaDe' Troiani, di Fiesole e di Roma.

.... traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava con la sua famiglia

De' Troiani, di Fiesole e di Roma.

Quando col pensiero fisso alla libertà e indipendenza dell'Italia, anche i libri di storia erano per metà di politica[16], usava discutere se dato che i Longobardi avessero potuto occupare e reggere tutta l'Italia, non si sarebbe fin d'allora formato dell'Italia uno stato nella nuova forma romano-barbarica, come la Francia e la Spagna, ed il Machiavelli accusava fieramente i Papi d'averlo impedito e dietro a lui tanti altri dibattevano la medesima questione, che con ragione il Mamianigiudicava aver lo stesso valore che «cercare quello che accaderebbe al mondo se l'aria avesse manco di ossigene, o il mare di salsedine o la terra ponesse a fare il suo giro sole dodici ore in cambio di ventiquattro»[17]. Se una filosofia della storia è possibile (cosa di cui molti dubitano) è fondandola unicamente sui fatti, quali furono, non quali alcuno potrebbe desiderare che fossero stati. E stando ai fatti, all'anarchia dei duchi Longobardi fu pure un progresso e un ordine dato la feudalità franca, il cui capo, invasato anch'esso dall'idea romana, ricostituisce la dignità imperiale cessata in occidente da oltre tre secoli, fra le ingenue acclamazioni del popolo italiano, che non sospetta neppure di dover essere la prima vittima di questa ricostituzione; alla quale, morto Carlomagno, sottentra un'anarchia feudale, confusa, impotente, buona a nulla, anche quando l'un pretendente sopraffà l'altro, perchè Berengario osa intitolarsi re d'Italia, allorchè non ne signoreggia tanta, se non quanta è compresa fra l'Adige e il Po. — Anche a quest'anarchia viene a metter ordine, dopo oltre settant'anni, una seconda restaurazione imperiale, ma intanto nel consorzio umile, modesto, quasi inavvertito della corporazione d'arte, all'ombra del campanile della parrocchia, sotto l'autorità ecclesiastico-feudale del Vescovo, a cui gli imperatori di casa Sassone concedono via via il potere degli antichi Conti[18], si ridesta e si svolge già tanto di nuova vita italiana, che lo storico Sismondi non dubitò di glorificare quegli Imperatori tedeschi, come i veri fondatori, i veri padri dei nostri Comuni. Lo furono essi in realtà? — Aquesta quistione, o signore, avete sentito accennare più volte, ma poichè trattavasi della storia speciale dei principali Comuni, era naturale che per accenno soltanto fosse toccata. Or bene, le linee più generali di tale questione son queste[19].

Il nostro Comune medievale è una vecchia istituzione romana, che ha resistito all'urto delle invasioni barbariche e che ha perdurato durante l'ordinamento feudale (il quale ordinamento non è altro in sostanza che la barbarie disciplinata per mezzo del possesso territoriale), ovvero è una istituzione nuova, una istituzione importata, in una parola una istituzione tedesca?

Ma se era indigena, antica, romana, perchè avea aspettato a rivelarsi di nuovo che la feudalità avesse pur dato un assetto qualsiasi alle barbarie, e fosse già passata per tutte le sue vicende storiche e avesse trionfato dappertutto e avesse provveduto a tutte le necessità della vita civile, politica, pubblica e privata?

E se per contrario era nuova, importata da fuori, tedesca insomma, al pari della feudalità, se le sue origini erano da ricercarsi nell'indole degli invasori, nello sciolto individualismo germanico e nelle istituzioni provenienti dalla conquista, come mai sorgeva essa in assoluta opposizione a quest'indole e a queste istituzioni, sicchè il suo trionfo non dovesse essere che a prezzo d'abbattere i castelli feudali e d'assoggettare i discendenti degli invasori alle leggi del Comune? Il Comune insomma è cosa nostra, è un diritto, di cui ilpopolo italiano non smarrì mai la coscienza, o è un effetto del vassallaggio del regno feudale italico al regno feudale di Germania?

Sì l'una che l'altra opinione ebbero sostenitori di grandissima autorità. Ma oramai prevale, come avrete avvertito, una opinione media fra questi due estremi, un'opinione, che è la più conforme all'indirizzo tutto positivo degli studi storici moderni, perchè tien conto nella soluzione del problema, non di un ordine di fatti soltanto, ma quanto è possibile, di tutti i fatti della storia. Ora il germanismo, la feudalità, la Chiesa, l'Impero, tutti questi sono elementi storici, che concorrono a comporre la vita civile e politica del Medio Evo. Sotto molteplici travestimenti, e con adattamenti diversi, ora vigoroso e visibile, ora debole e quasi perduto di vista, l'antico municipio latino ha bensì perdurato sotto a tutto quel pondo immane di nuove sovrapposizioni, ma com'era possibile che risorgesse del tutto all'infuori estraneo affatto a quegli elementi, in onta ai quali era sopravvissuto? La storia non procede così. Da tutti quegli elementi di vita medievale e insieme dalla conservata tradizione romana nasce dunque il Comune, di cui avete veduto, o signore, i tipi principali in Milano, Venezia, Firenze, e non soggiungo Roma, perchè Roma sta da sè, impigliata più d'ogni altro Comune nella vecchia idea romana della dominazione universale e colla presenza del Papato, di cui vi fu narrato il crescere dell'enorme dominazione spirituale (non certo utopistica questa, perchè sorpassò di gran lunga l'antica dominazione romana), e vi fu narrato altresì il sorgere e progredire della dominazione temporale, cagione principale forse che rese così straordinariamente confusa, tempestosa, anarchica in permanenza, assai più di quella d'ogni altro Comune, la vita del Comune romano. — Milano è il tipo del Comune svoltosi nelregno feudale. — Fra i Comuni marittimi, specie i meridionali, che sottrattisi alla dominazione Longobarda o sotto la debole e lontana sovranità bizantina sono i primi a sorgere e i primi a scomparire, fra i Comuni marittimi Venezia sta sola, Venezia che morirà per ultima di tutte le repubbliche italiane e che costituisce come un lungo episodio della storia nazionale, estraneo a tutte le forme principali del movimento politico dell'Italia[20]. — Firenze infine, il più tardivo degli stessi Comuni toscani e insieme il più glorioso di tutti i Comuni italiani, riassume in sè tutte le forme della vita comunale, ma ad una ad una le elimina tutte per rimanere il gran tipo del Comune democratico, dove neppure avete più, come in Milano, vero governo a Comune, a cui cioè nobili e popolani partecipino ugualmente, ma dopo alterne vicende di governo di nobili, e di governo di nobili e popolo, questo all'ultimo sormonta e crea, ripeto, il gran tipo del Comune democratico. Tant'è che a Firenze il moto comunale si svolge lungo tempo senza che apparisca nessuna spiccata individualità storica, che non sia tutto il popolo, mentre a Milano, la città d'Italia, dove si può dire che il moto, il quale dà origine alle libertà comunali, proceda più manifesto e più regolare, avete una grande successione di grandi uomini, nei quali sarebbe quasi possibile accentrare la sua storia. Milano infatti, la maggior sede arcivescovile di Lombardia, con giurisdizione amplissima, grandi ricchezze, con rito distinto, quasi un altro Papato di fronte al Romano, è delle prime città, che passano dalla podestà comitale a quella del Vescovo ed in Sant'Ambrogio, l'eroe eponimo milanese al IV secolo, s'intravvedono già le prime linee di quella potenza, che dopo terribili vicende ricompariscein Ansperto di Biasonno nel IX secolo, in Landolfo di Carcano nel X e finalmente in Ariberto d'Intimiano nell'XI, la solenne figura, che in pieno Medio Evo ha ispirazioni e ardimenti politici degni del Conte di Cavour e attorno alla quale vedeste aggrupparsi l'insurrezione dei vassalli minori contro i capitani o vassalli maggiori, come in Lanzone, il nobile ribelle al proprio ordine, il vassallo maggiore, che fa causa comune colla plebe, vedeste accentrarsi il moto glorioso, che riescì all'unione dei vassalli minori con la plebe, e quindi alla libertà del Comune.

Ma siamo nel regno feudale, e nè Ariberto, nè Lanzone, nè capitani, nè vassalli minori, nè plebe, nè Comune, nessuno sogna neppure di ribellarsi all'Imperatore o di disconoscere soltanto l'autorità delSacro Impero Romano e Germanico, appunto perchè il Comune è una istituzione italiana, che rigermoglia su terreno feudale[21]. E Ariberto incorona due volte di sua mano Re d'Italia Corrado il Salico e lo accompagna a Roma, perchè si cinga la corona imperiale, e il primo pensiero di Lanzone è di rivolgersi all'Imperatore Enrico il Nero, e quando Lanzone ha intimoriti i nobili fuorusciti, e gli ha rimessi in città, e ha perequati i diritti di tutti, e ha costituito il Comune, fa ancora sanzionare questi nuovi ordini nella Dieta Imperiale di Roncaglia. Che se dalla lotta gloriosa, che Ariberto e Milano sostengono contro Corrado il Salico nel 1037, scendete, oltre a cent'anni dopo alla prima lega Lombarda e a Federigo Barbarossa, vedrete bensì che il popolo italiano lotta per mantenere e ricuperare contro l'Imperatore quello che i risorti Comuni chiamano lebuone consuetudini, stabilite già dagli Imperatori della casa di Sassonia, allargate da quelli della casa di Franconiae all'ombra delle quali i Comuni stessi si sono ricostituiti; ma se entro le mura della città si smantellano a furor di popolo le rocche imperiali, se le città collegate momentaneamente, combattono in campo aperto contro i feudatari italiani e tedeschi e contro le milizie feudali, che attorniano l'Imperatore, niuno si sogna neppure di non riconoscere la sua autorità nelle Diete, niuno si sogna, quand'anche l'Imperatore è respinto dalle mura cittadine, di non riconoscerlo come giudice ed arbitro fra città e città, di non rispettarlo come il monarca legittimo, che legittimamente porta la corona dei re nazionali e più ancora come il monarca romano, che porta la corona d'Augusto, di Trajano e di Costantino.

Permettetemi di ricordarvi in proposito i mirabili versi del Carducci, che, poetizzando una pagina del Quinet, rappresenta epicamente questo che il Quinet chiamail fascino del diritto imperiale[22].

Siamo nella notte del Sabato santo del 1175, l'esercito della Lega Lombarda cinge da ogni parte l'esercito del Barbarossa, che ha dovuto levar l'assedio da Alessandria, e gli chiude ogni possibilità di scampo così dal lato delle Alpi, come da quello di Pavia. — L'imperatore è perduto. — Lo circondano costernati, avviliti, pensando già di non poter più uscir vivi da queste strette, il sire di Hohenzollern, stupito di dover morire per la vil mano di bottegai armati come i cavalieri; il Vescovo di Spira, che amaramente rimpiange il buon vino, i giocondi canonici, le torri della sua gotica cattedrale in Germania; il biondo Conte Palatino Ditpoldo, che in fantasia rivede i suoi castelli sul Reno e la bella Tecla sospirante d'amore al lume della luna; l'arcivescovo di Magonza che vorrebbe almeno essercerto i tesori rubati in Italia avessero varcato sicuramente le Alpi; il Conte del Tirolo, che si dispera dovere ormai il suo cane e il suo povero figliuolo andarsene alle caccie senza di lui:

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridoreSuo presso, riguardava nel ciel l'Imperatore,Passavano le stelle su'l grigio capo. NeraDietro garria col vento l'imperial bandieraA' fianchi di Boemia e di Polonia i regiScettro e spada reggevano del Santo Impero i fregi.Quando stanche languivano le stelle, e rosseggiantiNell'alba parean l'Alpi, Cesare disse: «Avanti!»A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiegaIl sacro segno in faccia della lombarda lega.Tu intima, o araldo: «Passa l'Imperator romano,Del divo Giulio erede, successor di Traiano.»Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilliDelle trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,Quando in conspetto a l'aquila gli animi ed i vessilliD'Italia s'inchinarono e Cesare passò![23]

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore

Suo presso, riguardava nel ciel l'Imperatore,

Passavano le stelle su'l grigio capo. Nera

Dietro garria col vento l'imperial bandiera

A' fianchi di Boemia e di Polonia i regi

Scettro e spada reggevano del Santo Impero i fregi.

Quando stanche languivano le stelle, e rosseggianti

Nell'alba parean l'Alpi, Cesare disse: «Avanti!»

A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega

Il sacro segno in faccia della lombarda lega.

Tu intima, o araldo: «Passa l'Imperator romano,

Del divo Giulio erede, successor di Traiano.»

Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli

Delle trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,

Quando in conspetto a l'aquila gli animi ed i vessilli

D'Italia s'inchinarono e Cesare passò![23]

Venezia sola è posta fuori del tutto da questo fascino del diritto imperiale. Avete visto, o signore, come nacque, mentre l'Impero d'Occidente cadeva, come crebbe, come si ordinò questa meravigliosa città, meritevole d'esser detta figlia di Roma assai più di quanto vantino le cronache medievali per tutte le altre città italiane, perchè di Roma ereditò la sapienza e la perseveranza politica e perchè cittadini romani erano i profughi, che la fondarono cercando uno scampo alla furia dei barbari sulle lagune e sulle isolette del golfo veneto. Vi esercitarono bensì i Goti una specie di alto dominio, l'impero d'Oriente una supremazia formale e non più, ma ciò accade nel primo periodo appena della sua esistenza e non avendo mai lo straniero potuto mettervi il piede,essa sola non sarà mai vassalla nè d'Impero nè di Chiesa, essa sola non sarà nè guelfa nè ghibellina, nessun Imperatore Germanico oserà chiederle giuramento di fedeltà: non avrà in sè mescolanza di due razze di vincitori e di vinti, che si combattano fra di loro[24]; le sue discordie intestine non faranno che riaffermare i suoi ordinamenti, che al 1297 saranno definitivi e dureranno per altri cinquecent'anni in punto.

Più travagliato e meno durevole destino ebbero le sue rivali sul mare, Amalfi, Pisa, Genova, ma esse dividono con lei la gloria di quella primavera italica del risorgimento comunale.

Niuno però dei Comuni marittimi nè Amalfi, nè Pisa, nè Genova può paragonarsi a Venezia, monumento unico d'italiana energia fin nella sua materiale costruzione, e che ha tutto di esclusivamente suo, origine, leggende, cittadinanza, sovranità, leggi, ordini civili, nobiltà, popolo, cerimonie, feste sacre e profane, i suoi santi persino, perchè tutta veneziana è la leggenda di San Marco, che detronizza il bizantino San Teodoro e diviene il protettore, il simbolo, il grido di guerra di Venezia. L'avete udita questa leggenda in tutti i suoi particolari. Non vi dispiaccia riudirla da un poeta, non senza molte buone ragioni messo presto fuori di moda, ma la nobiltà dei cui sentimenti raccomanda ancora, io credo, al ricordo delle signore gentili. I suoi versi compendiano altri fatti, ch'io non avrei tempo a ricordarvi partitamente:

Veleggiando venia verso AquileaUn dì l'Evangelista....Quando il nocchiero improvvido, dall'ôraSospinto in grembo d'una pigra e tristaLaguna si perdeaTra un labirinto d'isolette....All'appressarsi del naviglio sacro,Unico abitatore,Volando emerse di colombi un nemboDal turbato lavacro.Il Pio guardò quell'isole dal lemboDe la sua poppa lungamente. In coreGli sfolgorò del vaticinio il lampoE profetò che un giornoTra quella d'acque squallida vallèaIn trionfal ritornoAll'avello condotto esser dovea.E come ei tacque su le canne apparveLo spettro d'una chiesa bizantina,Che tremolò per l'etere e disparve;E d'eco in eco per lo tacit'arcoDell'adriatica marinaGrido immenso volò: «Viva San Marco!»Si laggiù poserai....Laggiù, o celeste, poserai ma cintoDa selva di lucentiColonne e sul tuo portico regaleScintilleranno....I destrieri di Corinto.Al nome tuo, venturo inno di guerra....Prigioniere verran di PalestinaA riflettersi mille arabe luneDentro le tue lagune;E su le torri dell'infido GrecoUn vecchio ardente e ciecoGuiderà la vittoria,A piantar fra i nemici il tuo vessilloLogoro dalla gloria,Verranno i re da regïon lontaneLe tue belle a sposar repubblicane;E su quella paludeD'alighe immonde sorgeran portentiDi templi, di trofei, di monumenti[25].

Veleggiando venia verso Aquilea

Un dì l'Evangelista....

Quando il nocchiero improvvido, dall'ôra

Sospinto in grembo d'una pigra e trista

Laguna si perdea

Tra un labirinto d'isolette....

All'appressarsi del naviglio sacro,

Unico abitatore,

Volando emerse di colombi un nembo

Dal turbato lavacro.

Il Pio guardò quell'isole dal lembo

De la sua poppa lungamente. In core

Gli sfolgorò del vaticinio il lampo

E profetò che un giorno

Tra quella d'acque squallida vallèa

In trionfal ritorno

All'avello condotto esser dovea.

E come ei tacque su le canne apparve

Lo spettro d'una chiesa bizantina,

Che tremolò per l'etere e disparve;

E d'eco in eco per lo tacit'arco

Dell'adriatica marina

Grido immenso volò: «Viva San Marco!»

Si laggiù poserai....

Laggiù, o celeste, poserai ma cinto

Da selva di lucenti

Colonne e sul tuo portico regale

Scintilleranno....

I destrieri di Corinto.

Al nome tuo, venturo inno di guerra....

Prigioniere verran di Palestina

A riflettersi mille arabe lune

Dentro le tue lagune;

E su le torri dell'infido Greco

Un vecchio ardente e cieco

Guiderà la vittoria,

A piantar fra i nemici il tuo vessillo

Logoro dalla gloria,

Verranno i re da regïon lontane

Le tue belle a sposar repubblicane;

E su quella palude

D'alighe immonde sorgeran portenti

Di templi, di trofei, di monumenti[25].

E sia, ammiriamo pure Venezia. Ma voi sapevate prima, o signore, e sempre più vi sarete confermate, che se si vuole penetrare veramente nel vivo della storia del Medio Evo italiano, vedere atteggiate e combattenti tutte le passioni di quella età, saggiate tutte le forme politiche; se si vuol conoscere come dalla lotta lontana delle due podestà che dominano il Medio Evo, Papato ed Impero, come dall'affievolirsi dell'organizzazione feudale si svolga la libertà del Comune popolare e a che tradizioni questo comune riattacchi le sue origini, e perchè contenga quasi due popoli in uno e perchè la lotta a morte fra questi due elementi che lo compongono costituisca il destino e il segreto della sua storia; se si vuole infine sapere perchè vi sia una storia di un grande Comune italiano, che è tipo e modello di quasi tutte le altre, bisogna guardare a Firenze, a questocuore d'Italia, come fu chiamata, che all'infausto cosmopolitismo imperiale o papale di Roma potrà per sua gloria contrapporre il cosmopolitismo dell'arte, della poesia, della scienza, il privilegio della lingua, e persino fra le tumultuose tragedie della sua vita interiore i primi germi dello Stato moderno.

Nelle ingenue leggende delle sue origini vedeste già adombrate, forse con senso più profondo che non apparisca, le divisioni etniche, che divamperanno più tardi in lotte furibonde; le quali lotte e divisioni, in quel Comune, che tarda tanto a svolgersi e si svolge quasi inavvertito, quasi inconscio di sè, strappando a brandelli il suo potere della potestà Margraviale della contessa Matilde; in quel Comune, composto nella maggior parte di operai, di artigiani, e di qualche nobile decaduto, che per miseria s'inurba; in quel Comune che stretto nelle sue associazioni d'arti e mestieri si regge e progredisce con queste senza bisogno di potere centrale, cominciando, direbbe il Romagnosi, il suo incivilimentoin ordine inverso, cioè dall'industria per giungere al possesso territoriale; in quel Comune, dico, come risulta ancor più evidente dalla sua storia ulteriore, quelle divisioni e le lotte, che ne conseguono, rimangono sempre esse nel fondo di tutte le sue vicende o possono dirsi quasi la legge storica, che illumina da cima a fondo tutto quell'incomposto arruffio. Il quale non spossa le forze del Comune, anzi sembra aumentarle, poichè appena le interne discordie danno qualche tregua, si guerreggiano le terre vicine e si allarga lo Stato; uno Stato che è tutto nella città principale, la quale non si aggrega, ma domina feudalescamente i vicini e che all'Impero chiede sopratutto di lasciarlo sottentrare nei diritti e nel potere degli antichi feudatari; altra prova, se mai occorresse, che il nostro Comune medievale è bensì romano d'origine, ma dalla temperie barbarica e feudale, in cui è risorto, profondamente modificato. Così è che le due parti combattentisi entro il Comune pigliano i due nuovi nomi, come dice Dino Compagni, di Guelfi e di Ghibellini, ma il loro contrasto preesisteva a questi nuovi nomi, nella stessa guisa che il prorompere di queste lotte si verifica in Firenze assai prima del fatto del Buondelmonte, a cui gli storici lo sogliono riferire, e non è se non un incidente di quella torbida vita del Comune fiorentino, di cui parrebbero un mistero inesplicabile non solo il progredire, ma anche il durare e l'esistere, se non si sapesse donde viene, ove va, se una medesima legge storica non ci scorgesse a comprendere gli Ordinamenti di Giustizia del 1293, la vittoria dei Ciompi nel 1378, gli eccessi che spianano a poco a poco la via alla lunga insidia dei Medici, nel tempo stesso che i forti e grandi sentimenti di quel popolo, le sue umane riforme, la sua carità operosa, l'ardente sua fede ci spiegano l'altro mistero che fra discordie e tumulti così feroci e continui la civiltàpiù complessa spicchi tal volo e veggansi nelle chiese, nei quadri, nei primi saggi della pittura nascente affollarsi angeli, cherubini, madonne, apparizioni candide, innocenti, che sembrano discese dal cielo a predicar la pace fra gli uomini, e fra tanto imperversare di odii l'arte, religiosissima ancora, sforzasi, quasi in espiazione, a moltiplicare dovunque gli emblemi dell'amore.

Potremmo noi mai sperare di dominare egualmente col nostro pensiero, di assoggettare egualmente ad una legge storica qualunque la confusione permanentemente anarchica della storia del Comune di Roma? Ben è spiegabile, anche con soli argomenti umani, come la potestà del Vescovo di Roma si muti e si espanda via via nell'enorme e universale potenza del Papa; ben può la critica, la quale cominciò fin dal secolo XV a sfrondare le leggende congegnate a fine politico ed a saggiare la falsità dei documenti, sui quali si pretendevano fondare quelle leggende, dirci come sorse e si piantò formidabile in Roma anche la potenza temporale del Papa; ma quanto al Comune, e benchè esso assuma talvolta nel corso della sua storia le forme e le istituzioni degli altri Comuni, non mai gli riesce trovarvi la forza e la stabilità per lo meno relativa, che gli altri vi hanno trovato, e lo spettacolo delle sue convulsioni perpetue è tutto quello che ci apparisce di lui. Egli è che esso non sorge come gli altri, non si viene formando come gli altri, e per l'influenza dell'Impero e la presenza del Papato sente spesso ora dall'uno ora dall'altro quasi assorbita la propria esistenza. La cui prima apparizione è forse quando Roma resiste ai Longobardi con le forze unite del Papa e del popolo o si palesa in una forma aristocratico-militare, la quale abbraccia con tale ampiezza tutti gli ordini dei cittadini, che il nome stesso d'esercito serve ad indicare il popolo intiero. Dal VII all'XI secolo il Comune di Roma si direbbe costituitoa un dipresso nelle forme degli altri nostri Comuni medievali e precorrerli quasi tutti. Se non che Roma ha il Papa, il cui potere s'afforza via via sempre più, e che, se fa causa comune col popolo, lo domina; se mai teme d'esserne sopraffatto, gli oppone la forza e l'autorità dell'Impero o a questo o a quello la monarchia napoletana, contrappeso all'Impero, che il Papa baderà bene a non lasciarsi, finchè può, sfuggire di mano. L'Impero alla sua volta, o è potente e domina Papa e Comune, o è debole, vacante, assente o conteso fra molti, ed ecco nobiltà e popolo romano arrogarsene i diritti; pretensione eterna, che esercitata dal popolo o dai nobili si personifica in Alberico, in Brancaleone, in Crescenzio, in Arnaldo, in Cola di Rienzo, gli eroi episodici del Comune di Roma, sviato sempre dal fissarsi in una forma qualsiasi da quelli che il Giusti chiamò igrilli romani, cessati soltanto allorchè Martino V, fondatore definitivo del regno temporale dei Papi nel secolo XV, ebbe annientato in Roma ogni vestigio di libertà comunale. Ma chi bada alla storia del Comune di Roma? Sopraffatti dal gran nome di Roma, gli storici stessi, col pensiero fisso nel destino mondiale dell'eterna città, badano al Papato, all'Impero, poco o nulla al Comune, che penosamente si dibatte fra le strette mortali dei due colossi, opponendo all'uno e all'altro i suoi ricordi classici colla pretensione poco giustificata nel fatto che Roma non solo sia il centro della Chiesa e dell'Impero, ma non debba in realtà sottostare nè all'una nè all'altro e sia anzi la fonte e l'origine dei diritti di entrambi[26].

Nel riandare di volo gli argomenti, dei quali vi fu parlato, ho alterato un po' l'ordine del programma, ma aggruppare del tutto i ricordi di questa agitata vita comunale e distogliersene del tutto per guardare ad unpaesaggio alpino e vederci sorgere la potenza e la gloria di Casa Savoia è come riposar l'occhio e il pensiero, quantunque anche là lo studio delle origini si perda nelle nebbie della leggenda. Di fatto quell'Umberto, detto nelle cronache dallebianche manie che si ha pel capo stipite di Casa Savoia, chi è desso? donde è venuto? è straniero, italiano, gallo-romano o latino? Nacque di sangue regio o no? A che giova, si dirà, affannarsi dietro tali ricerche? Ma appunto quando il destino d'una dinastia o d'un popolo poggia molto in alto sorgono il desiderio e il bisogno di magnificarne le origini sempre più. Se il documento manca, la tradizione soccorre, la tradizione, che è leggenda ancor essa, appunto come la leggenda degli Eneadi progenitori si ricongiunge alle origini del popolo Romano, quando questo è già grande, e già distende la sua potenza nel mondo. Ognuno allora raccoglie ed elabora di suo i frammenti raccolti, cosicchè anche per Umberto Biancamano sono numerosi i sistemi tentati per ispiegare la sua figura mezzo storica e mezzo leggendaria. Ma sull'uno o l'altro di tali sistemi non occorre ormai affaticarsi di più. I nostri principi non pretendono alla corona dei Cesari Tedeschi, nè ad un nono elettorato dell'Impero. La corona di ferro l'hanno cinta perchè se la sono meritata; di Umberto Biancamano, sfumate ormai le faticose industrie degli storici cortigiani e le ingenue combinazioni degli eruditi fantastici, si sa oggi di più e nel tempo stesso si sa di meno, ma si sa di certo che Casa di Savoia è sorta, cresciuta e s'è illustrata per la sua propria virtù[27]. Con tuttociò scarsa è l'azione italiana di Casa Savoia e del Piemonte durante l'età dei Comuni. Questo moto comunale si propagò anche in Piemonte, perchè era l'espressione delle condizioni socialidi tutta Italia, ma Casa di Savoia, in cui perdurano più a lungo e più salde che altrove le forme feudali, gli si contrappone, mentre poi la sua, come oggi si direbbe, missione italiana è ritardata dallo scindersi la sua potenza tra i due rami di Savoia e d'Acaia, i quali non si ricongiungono che al 1418. Casa di Savoia rimane fida in sostanza all'idea ghibellina, ma l'augurio di sua futura fortuna è appunto in quella vita strettamente feudale, che le mantiene lo spirito militare e cavalleresco anche quando altrove è illanguidito, ond'è che nella seconda metà del secolo XIV vedesi di nuovo nel Conte Verde la baldanza spensierata e lo spirito avventuroso dei primi Crociati, e n'ha, per così dire, in premio la prima vera ingerenza italiana di Casa Savoia nella pace di Torino del 1381, con cui ha fine la cosidetta guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Ma verranno i giorni di vera gloria italiana per questi guerrieri chiusi ora nei loro castelli di Savoia, come le aquile nei nidi delle Alpi, mentre tutt'altro destino è riserbato a quell'altra monarchia che per opera d'avventurieri stranieri sorge all'altro estremo d'Italia, quasi contemporanea a quando la luce della storia comincia a diradare le nebbie della leggenda in cui sono ravvolte le origini di Casa Savoia.

Dura ancora in parecchi libri di storia l'usanza d'arrecare la fondazione del gran regno dell'Italia meridionale ai quaranta pellegrini Normanni, reduci da Terra Santa, che capitati a caso a Salerno verso il 1016, e sdegnati d'un sopruso che i Saraceni voleano far patire a quel principe longobardo Guaimaro, gittano a un tratto sarrocchino, cappellaccio e bordone, brandiscono le loro spade, vendicano Guaimaro e se ne vanno senza voler accettare alcuna ricompensa. Ma poi narrate ai loro compatriotti le meraviglie e le ricchezze dei paesi veduti gli invogliano di conquistarli o, come altri pretendono,è lo stesso Guimaro che li richiama. La critica moderna, se non nega addirittura quel fatto, lo anticipa però di parecchi anni non solo, ma mostra che non ha alcuna correlazione colla vera conquista Normanna. I Normanni compariscono bensì nell'Italia meridionale tra il 1016 e il 1017, ma come ausiliari di Pugliesi insorti contro la signoria Bizantina, i quali Pugliesi sono favoriti così dal Papa (speditore dei Normanni da Roma) come dal principe longobardo di Salerno. E domata dai Bizantini l'insurrezione Pugliese, prostrate a Canne le forze dei due capi degli insorti, Melo e Datto, i Normanni si disperdono come mercenari qua e là. Questo l'umile principio della loro fortuna, movendo dal quale, e astuti, fedifraghi, quanto valorosi, in poco più di cent'anni sfolgorano i rottami di tutte quelle vecchie istituzioni longobarde, greche, comunali che ingombravano ancora il largo campo delle loro ambizioni e delle loro cupidigie e fondano un regno durato bene o male, e in mezzo a tanta instabilità d'italiane fortune, oltre a sette secoli, poichè fin d'allora comprese quasi tutto il territorio che fu il regno delle due Sicilie fino al 1860[28].

Più del riandare le straordinarie vicende della conquista normanna, più del ricordarvi i nomi de' suoi eroi da Roberto il Guiscardo al primo ed al secondo Ruggero, importerebbe al mio tema notare le conseguenze, che ebbe tale conquista nella storia italiana e le relazioni che passarono tra il nuovo regno fondato dai Normanni e le altre parti d'Italia.

Furono varie, moltissime, nè potrei sperare neppure di accennare le più notevoli, senza trapassare di troppo i limiti cronologici, che a queste conferenze furono perora segnati. Per farvi osservare quelle di ordine più generale diciamo intanto che col nuovo regno meridionale tutta quell'immensa regione fu sottratta per sempre a due delle forme politiche principali, che dalla fine del secolo X fino quasi al XV dominano la storia italiana, alla sovranità cioè del ricostituito Impero occidentale ed al regime comunale, mentre poi qualche vestigio di questo durò colà più che altrove e vi prese anzi a lungo andare, più che l'antica forma di partecipazione diretta al governo dei nostri Comuni medievali, quella, direi, più moderna (benchè feudale di origine) di partecipazione rappresentativa di alcuni ordini, di alcuni ceti almeno, se non di popolo intiero.

Ma un'altra correlazione e conseguenza importante, e più circoscritta ai tempi, dei quali ci occupiamo, è quella, che accennai già parlando del Papato e del Comune di Roma, vale a dire che avendo i Normanni ottenuta dal Papa l'investitura della loro sovranità nel continente e nella Sicilia, la Chiesa potrà anch'essa apparire così e per la prima volta quale suprema sovranità feudale, e ciò alla vigilia della sua prima lotta contro l'Impero, e se ne varrà con un intuito politico chiaro, fermo, sicuro, perseverante per contrabbilanciare tutte le ambizioni dell'Impero, poi, quando i Papi avranno fatto passare la corona Normanna dagli Svevi agli Angioini, per determinare il trionfo definitivo della parte guelfa o papale in tutta l'Italia, trionfo tale che, dopo la battaglia di Benevento del 1266, dir parte guelfa e dir Comune di Firenze sarà tutt'uno[29].

Così, o signore, vi fu tracciato nelle sue linee maggiori tutto il gran quadro storico, entro al quale all'uscire dalla notte della barbarie doveva ridestarsi la vita italiana. — Ma essa è ancora ai primi passi. — Èper questo che nel tempo, che avete attraversato, la parte puramente storica ha dovuto di necessità prevalere e vi si è più dovuto parlare di barbari e di feudatari, di Papato e d'Impero, di vassalli maggiori e minori, di Borgognoni e Normanni, e di quelle prime, quasi misterioso aggregazioni, entro alle quali si vien formando il Comune, di quello che vive propriamente della vita, che ricomincia a essere vissuta fra mezzo a tutte quelle istituzioni storiche del primo Medio Evo; vi si è dovuto parlare insomma, se mi è permesso di esprimermi così, più del contenente che del contenuto. Egli è, o signore, che, affinchè il popolo italiano ricominci a vivere quella che giustamente fu chiamata laseconda sua storia, affinchè

Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti,Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,Dai solchi bagnati di servo sudor,

Dagli atrii muscosi, dai fôri cadenti,

Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

si ridesti finalmente quella massa confusa di gente, che il poeta ha chiamato:

Un volgo disperso, che nome non ha.

Un volgo disperso, che nome non ha.

bisogna che un moto profondo di totale disgregamento agiti tutta quella società, che gli pesa sul capo, e lo preme, lo stringe, lo soffoca da ogni lato, poichè è appunto tra quel disgregamento, che ripiglia anima, vita, libertà quel nuovo protagonista, che non ha più nome, ma ne avrà in breve uno «nella storia d'Italia eternamente memorando» il nome di popolo. Quella società, come avete veduto, o signore, non cede il posto così di leggieri e senza lungo contrasto, non piega il capo rassegnata, come nella tragedia manzoniana Ermengarda, la figlia dell'ultimo re Longobardo, non d'altro rea che di discendere da quella progenie d'oppressori,

Cui fu prodezza il numero,Cui fu ragion l'offesaE dritto il sangue e gloriaIl non aver pietà;

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa

E dritto il sangue e gloria

Il non aver pietà;

non sente il distacco dalle cose terrene e gli amari sconforti di Adelchi morente, che esorta il padre a non rammaricarsi del regno perduto, dicendogli:

Gran segreto è la vita e nol comprendeChe l'ora estrema. Ti fu tolto un regno,Deh nol pianger: mel credi. Allor che a questaOra tu stesso appresserai, giocondiSi schiereranno al tuo pensier dinanziGli anni in cui re non sarai stato, in cuiNè una lagrima pur notata in cieloFia contro a te nè il nome tuo saravviCon l'imprecar dei tribolati asceso,Godi che re non sei, godi che chiusaAll'oprar t'è ogni via: loco a gentile,Ad innocente opra non v'è: non restaChe far torto o patirlo....

Gran segreto è la vita e nol comprende

Che l'ora estrema. Ti fu tolto un regno,

Deh nol pianger: mel credi. Allor che a questa

Ora tu stesso appresserai, giocondi

Si schiereranno al tuo pensier dinanzi

Gli anni in cui re non sarai stato, in cui

Nè una lagrima pur notata in cielo

Fia contro a te nè il nome tuo saravvi

Con l'imprecar dei tribolati asceso,

Godi che re non sei, godi che chiusa

All'oprar t'è ogni via: loco a gentile,

Ad innocente opra non v'è: non resta

Che far torto o patirlo....

Oh no! Tuttociò è buono e bellissimo in poesia! Ma nè Imperatore, nè Papa, nè feudalità laica o ecclesiastica, nè nobili discendenti dai barbari hanno voglia di rassegnarsi come Ermengarda o di rigettare, come Adelchi morente, quasi inutile ingombro e vanità, la potenza. Hanno usurpato ed usurpano e contro tutti difendono le loro usurpazioni, tanto più contro il Comune, il solo che non usurpa, ma rivendica. Sta qui il segreto della vita dei secoli XI e XII, e questa vita rimarrebbe davvero un segreto a chi trascurasse le premesse storiche, nelle quali le sue origini sono contenute.

È una storia lunga, faticosa, intricata; è un cammino aspro, buio, che ora sale a generalità, che sono altezze vertiginose, ora si sprofonda in minuzie, che sono frane,scoscendimenti e rottami; un cammino in cui s'inciampica negli spinai, ci si urta a sporgenze imprevedibili, sicchè le vostre guide, in questa specie di spirituale alpinismo, hanno spesso dovuto scusarsi di condurvi a traverso tali labirinti e semioscurità crepuscolari, sempre col timore che vi stancaste di troppo, e contentandosi di rischiararvi alla meglio la via, appunto

«....come quei che va di notteChe porta il lume dietro a sè non giova,Ma dopo sè fa le persone dotte.»

«....come quei che va di notte

Che porta il lume dietro a sè non giova,

Ma dopo sè fa le persone dotte.»

E voi resistete, o signore, impavide, coraggiose; ma deve avervi, io penso, alleggerite le fatiche del viaggio, intravvedere, dopo tanto giro di storia, i germi della vita nuova, che spuntano, sentire, origliando, «come un brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi (voi lo sapete) scoppierà, come dice il Carducci, in lampi e tuoni di pensieri e di opere.» Ma per ora sono sintomi di vita, pronostici, auguri; per ora non c'è nulla di definito, di determinato; è tutta una vita in formazione, e quanto più la fioritura sarà splendida e ricca, tanto più s'indugia sotterra. Per ora non si può penetrare molto innanzi; non si può cogliere che poco o nulla di intimo, di veramente psicologico e caratteristico, dove tutto è in travaglio di nascimento, a cominciare dalla lingua. Però non è già più tutta storia morta soltanto.

È vita, o almeno principio necessario di vita, e forse la prima manifestazione di essa nel nostro Medio Evo, quel rinascere della scienza del diritto, regolatrice della giustizia fra gli uomini, che, perdurata nelle scuole di Roma imperiale e di Ravenna bizantina, resiste in faccia ai Goti, penetra da Pavia longobarda la legislazione dei barbari, si scioglie in Bologna dalle anguste strettoie di prima, dall'esser confusa cioè colle altre arti,che formano l'enciclopedia medievale deltrivioe delquadrivio, e fonda in Bologna una istituzione mondiale.

È vita quel lento formarsi dell'umile volgare latino, che sarà poi la lingua italiana, il cui svolgimento (sbattuta giù ormai una gran frasconaia d'ipotesi vane) apparisce alla critica moderna più come un capitolo di storia naturale che di storia letteraria, tanto son vari gli inseguimenti e delicati gli intrecci di quei germogli delle lingue romanze, che si distaccano dal gran tronco latino; tanto ne aduggia il crescere l'ombra lunga e larghissima, che quel tronco getta intorno a sè; tanto è difficile vincerla e superarla; tante sono le circostanze esteriori, che là affrettano, qua ritardano il mutarsi del germoglio in arbusto e dell'arbusto in albero ricco di fronde e di fiori; mutamento ritardato più che altrove in Italia, dove la lingua ascende tardi ad ufficio veramente letterario, ma dove per compenso s'imbattè in chi, appena s'è mostrata, la ghermisce con mano onnipotente e subito la ferma e la determina per sempre.

È vita, e di quella che più tocca da presso l'anima e il destino dell'uomo, quella fede religiosa, che non è vero incomba torpida, uniforme, stagnante sul Medio Evo italiano, ma che appunto perchè è robusta, sincera, fervente, non agghiacciata dal soffio di precoci indifferenze e scetticismi, s'agita anzi terribilmente, fra le pretensioni e le lotte gigantesche della potestà suprema, che la rappresenta e la regge, e le scandalose mondanità, le violenze della feudalità ecclesiastica, ed esagera gli ascetismi, talvolta sino alla follia, ora come perfezionamento della dottrina più schietta, ora come contrapposto alle rilassatezze della disciplina, sicchè da una fonte comune si veggono scaturire le democrazie dei nuovi ordini religiosi e le eresie, quelle avute in sospetto dalla Chiesa stessa, in cui difesa son sorte,queste sterminate ovunque si mostrano, ma le une e le altre composte d'uomini, che

Maledicenti a l'opre de la vitae de l'amore.... deliraro atrocicongiungimenti di dolor con Diosu rupi e grotte:discesero ebbri di dissolvimentoa le cittadi, e in ridde pauroseal Crocefisso supplicarono, empi,d'esser abbietti;[30]

Maledicenti a l'opre de la vita

e de l'amore.... deliraro atroci

congiungimenti di dolor con Dio

su rupi e grotte:

discesero ebbri di dissolvimento

a le cittadi, e in ridde paurose

al Crocefisso supplicarono, empi,

d'esser abbietti;[30]

abbiettamenti, eccessi, deliri, che non impediranno però le grandi ispirazioni, che solo un pensiero operoso e un sentimento profondo e sincero possano dare.

È vita quella stessa povera letteratura italiana, il cui sorgere, dovendo per forza camminar parallelo al formarsi della lingua volgare, procede barcollante da prima in una debolezza, che non si sa se è d'infanzia o di vecchiaia, nè forse riescirebbe a spogliarsi dell'involucro latino, se non venissero a darle mano le due letterature della Francia settentrionale e meridionale, l'una che attinge dal meraviglioso delle leggende Carolingie, l'altra che in faccia alle mortificazioni dell'ascetismo medievale ricanta la gioia, la vita, l'amore; le dolci note, che riecheggieranno nelle corti aleramiche del Monferrato, fra la varia cultura e lo scetticismo scientifico della corte di Sicilia, nelle scuole di Bologna e finalmente in Toscana e in Firenze, dove in un attimo, si può dire, la letteratura italiana sorge gigante e s'incorona d'una gloria immortale.

È vita quella stessa filosofia scolastica, che ha nient'altro che in Dante il suo poeta, e che, fra la scarsa, misera e fantastica vita scientifica del Medio Evo, rappresentaun tentativo gigantesco di accordo fra la filosofia e il domma, fra la ragione e la fede; tentativo, che raggiunge il suo punto culminante in San Tommaso d'Aquino, tipo sublime dell'ingegno italiano, organico e temperante, dopo del quale ricomincia la scissura fra scotisti e nominalisti da un lato, tomisti dall'altro, e procede fino allo sciogliersi della scolastica nella critica razionalistica del Rinascimento.

È vita finalmente (e che vita!) il sorgere dell'arte nuova, che dopo la scura tregenda, le cupe immagini bizantine, i deliri architetturali del più fitto Medio Evo, dopo aver svincolate le sue forme diverse dall'anonima schiavitù, che le confonde tutte nell'architettura del tempio gotico, si afferma risoluta, franca, individuale, abbenchè tardiva ancor essa al pari della letteratura, perchè l'una e l'altra, sono nella civiltà un effetto, un prodotto, che non si determina senza cagioni proporzionate.

Ora come dall'anonima congerie delle corporazioni medievali questi primi albori di rinascimento, ai quali per quest'anno gli studi di queste conferenze si sono fermati, incominciano a sceverare e a svolgere il concetto dell'unità dello Stato, come dall'asfissia teologica incominciano a liberare le scienze morali, delle quali il pensiero laico s'impossessa con Dante, così sciolgono anche le arti da quell'aggruppamento forzato, così ciascuna ripiglia la propria individualità, affermantesi in Niccola Pisano, che tenta il primo riallacciamento del vecchio ideale greco-latino col nuovo ideale cristiano; in Giotto, l'artista divino, che, al pari di Dante Alighieri, intuisce quasi perfetto tutto l'ideale del Rinascimento.

Siamo sulla soglia, o signore, di questo grande avvenimento mondiale, che in Italia non ha bisogno d'aspettare che i Turchi, pigliando Costantinopoli, sperperinola coltura bizantina e ce la mandino esule e pellegrina a rifarci il sangue, o che Colombo slarghi il mondo e l'anima dell'uomo colla scoperta dell'America. No; un paese, che costituisce i Comuni, che in poco d'ora ha Dante, Giotto, la Divina Commedia e Santa Maria del Fiore non aspetta nulla da nessuno.

Appena la libertà, il pensiero, l'arte, la poesia ridanno pregio alla vita; appena collo scomporsi della società feudale si dirada quel buio mortificante del vero Medio Evo, che è rappresentato dalla poetica leggenda del finimondo, a cui avete sentito accennare più volte, l'Italia senza aspettar nulla da nessuno si alza dal sepolcro, come il Lazzaro quatriduano, e sorge, e cammina.

Oh non è un vanto cotesto, o se lo è, vi si mescolano a raumiliarci troppi presentimenti dolorosi. Oh non dubitate! Pagheremo cara questa precocità; pagheremo caro questo privilegio di gloria!

Ma non anticipiamo su nulla.

Se, come sento, il programma dell'anno venturo dovrà riprendere e compiere intiero lo studio dei secoli XIII e XIV, vi sarà ancora un grande, un immenso quadro storico da disegnare, ma su questo fondo prospettico le individualità si staccheranno sempre più vigorose e più vive e verrà quindi da sè la necessità di far meno storia e più vita.

E poichè questa vita, benchè torbida, agitatissima, dovrà sempre più concentrarsi in questa vostra cara e gloriosa Firenze, dove splende il gran triumvirato toscano, dove Dante chiude il Medio Evo e inaugura la civiltà nuova col poema già moderno di spirito e di lingua, il Petrarca col suo ideale d'antica coltura, il Boccaccio col pieno, libero e giocondo sentimento della vita reale, per cui la commedia umana si contrappone alla commedia divina, così vi sarà caro e gradevole sempre più conoscer bene tra che popolo vissero questigrandissimi, e riscontrare la storia coi monumenti non solo, ma entrare nella penombra solenne di quelle chiese, dove i vostri avi pregarono, nei banchi, nei fondachi, dove i mercanti accumulavano tesori, nelle officine, dove accanto agli arnesi del mestiere l'artigiano teneva le sue armi per essere pronto ad accorrere sotto il gonfalone dell'arte sua al primo tocco di campana; vi sarà caro e gradevole sempre più penetrare in quelle antiche dimore, in quei palazzi anneriti, merlati, dove i vostri avi amarono, odiarono, combatterono, e scorrerne le stanze, i cortili, le scale, tentando figurarvi qual viso, qual discorso, qual costume avessero i loro antichi abitatori, appunto «come talvolta vedendo un elmo antico tutto rugginoso ed alzandone la visiera, la fantasia (diceva Massimo d'Azeglio) tenta dipingersi il maschio ed ardito volto, che dovette un tempo riempierne il vano».

FINE.


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