LE ORIGINI DELL'ARTE NUOVA

LE ORIGINI DELL'ARTE NUOVADIENRICO PANZACCHISignore e Signori!Io credo di non ingannarmi affermando che, quando da principio voi conosceste il concetto generale che doveva ispirare, regolare e contenere in una certa unità le Conferenze che si sarebbero tenute in questo luogo, la vostra mente volò subito al tema bello e attraentissimo che la Commissione Direttiva — pur troppo! — volle affidare a me ed alla mia povera parola, per la quale caldamente invoco tutta la indulgenza del vostro buon volere. — Ho detto che non credo d'ingannarmi perchè ho più volte fatto l'esperimento in me e in altri che quando si torna col pensiero a quei «primi albori» della vita italiana, dopo il lungo letargo del medio evo, con la nostra immaginazione ci pare subito di sentire come un soffio caldo e potente di rinnovamento artistico, ci pare di vedere una vasta rifioritura d'arte che da lontano ci rallegri coi suoi bellissimi colori. — Il rimanente di quel grandioso e complesso fatto storico che è il rinascimento italiano, o non lo pensiamo o lo penseremo poi, o lo vediamo come in una penombra e quasi nei piani inferiori del quadro. Gli storici coscienziosi e corretti intervengono e ci dicono: ma badate; voi commettete un grande errore di prospettiva storica! L'arte non è mai, per quanto importante essa sia, elemento primigenio e principalissimo nel sorgere di una civiltà. Tanto è vero che vi sono popoli i quali risorseroa nobile vita civile senza arte grande; o l'ebbero molto più tardi, come gli Inglesi e gli Spagnuoli, o l'ebbero in parca misura. — Tutto vero, o signore, quello che dicono gli storici; ma è altresì innegabile una legge dello spirito nostro per la quale noi siamo tratti a sintetizzare e quasi a simboleggiare tutta un'epoca per certi suoi caratteri dominanti. Quando pensiamo l'antica Roma, noi vediamo subito fasci consolari e lotte di patriziato e di plebe, vediamo legioni armate moventi alla conquista del mondo. — Invece quando pensiamo al risorgimento italico e massime Toscano dinanzi alla nostra fantasia si delineano subito delle magnifiche fabbriche marmoree sorgenti in luogo dei tristi manieri medioevali, vediamo per la città un popolo festante ed orgoglioso del canto dei suoi poeti e dei quadri dei suoi pittori; pensiamo a Dante Alighieri e a Guido Cavalcanti, a Niccolò Pisano e a Giotto di Bondone; pensiamo alla Cattedrale di Pisa ed a Santa Maria del Fiore. Insomma quest'epoca è sintetizzata nell'arte; la bandiera che precedette gli Italiani nel glorioso loro esodo fuori delle tenebre del medio evo è la bandiera dell'arte, e senza l'arte il rinascimento italico pare che noi non potremmo nè spiegarlo, nè immaginarlo.E di questo argomento, o signore, io dovrò intrattenervi. Una voce autorevole ed amica mi ha detto che al mio discorso sono prescritti dei limiti che io non potrò varcare. Ha detto questa autorevole ed amica voce che muovendo dal medio evo dovrò fermarmi al dugento, al puro dugento. Quegli stessi avvenimenti i quali, pure avendo la loro origine cronologica in questo secolo, si svolsero caratteristicamente e si compierono nel secolo che vien dopo, sono rigorosamente banditi dal mio discorso.Io starò a questo limite. Confesso che così la parte forse più attraente del mio tema viene ad essere resecata,ma si tratta di un principio ed io piego la fronte, consolandomi con la memoria di quel detto eroico: perano le colonie ma si salvino i grandi principii!Ed anche con questa limitazione, o signore, il mio tema è vastissimo, sterminato; e io fin d'ora prevedo che sarà passata l'ora che mi è assegnata per parlare ed io avrò appena segnato nel vasto quadro qualche linea, avrò appena abbozzato qualche contorno di figura. — Una ragione di più perchè io, senza altri preamboli, entri subito nel mio soggetto.Che cosa è, o signore, esteticamente parlando, il medio evo? Non si può parlare del risveglio artistico che si manifestò nel dugento senza risalire, un poco o molto, all'epoca precedente. Lasciamo da parte le quistioni politiche, sociali, religiose: limitiamoci a considerare il medio evo nel puro aspetto dell'arte.Per me, lo dico subito, il medio evo è un'epoca essenzialmente inestetica. I rivendicatori di quest'epoca insorgono contro questa mia affermazione e adducono fatti numerosi e importanti per provare il contrario, ma io credo che essi vadano equivocando e che confondano il vero medio evo con dei fatti che costituiscono appunto la negazione e il principio della cessazione di quell'epoca. Figuratevi che vi sono alcuni i quali mettono fra le glorie del medio evo anche laDivina Commedia! Procedendo di questo passo, chi sa davvero fin dove si arriva, o signore! E perchè, domando io, non si comprende ancora ilCanzonieredel Petrarca, ilDecameronedel Boccaccio? Perchè non ancora Poliziano e Leon Battista Alberti, la giovinezza di Michelangiolo e quella di Leonardo da Vinci? Tanto, se si deve stare alle nozioni, che impartiscono nelle scuole certi compendi di storia, il medio evo non cessa se non quando Colombo scopre l'America o i Turchi si decidono a entrare in Costantinopoli!!Queste cose i ragazzi, pur troppo, se le bevono. Ma non è così che si può qualificare un'epoca; non è entro una delimitazione puramente cronologica che è possibile confinarla. Bisogna che noi ci portiamo nel fitto, nel cuore di quell'epoca triste, nel lungo tratto di tempo che va, per esempio, dalla calata dei Longobardi fino alla prima metà del secolo XI, superati d'appena i terrori del Mille e le aspettazioni paurose dell'imminente finimondo.In quest'epoca, che secondo la tradizione popolare d'accordo col retto criterio storico, costituisce il vero medio evo, o signore, io non riesco a vedere gli elementi dell'opera d'arte. — L'opera d'arte degna di questo nome, resulta dall'accordo di quei certi elementi che, secondo la bella frase di Leonardo da Vinci, formano una «divina simmetria». Bisogna da un lato che l'idea discenda dalla sua vaga astrazione e comunque si umanizzi; bisogna, dall'altra parte, che la materia si elevi e si affini. Da questo umanarsi dell'idea e da questo elevarsi della materia nasce un accordo, un contatto, magari un urto simpatico che fa scattare la divina scintilla. — Ora se voi penetrate nel vero spirito del vero medio evo, che cosa trovate voi invece? Trovate per l'appunto un dissidio, e spesse volte un conflitto aperto e rude tra questi elementi dalla cui unione la buona opera d'arte dovrebbe scaturire.Da una parte il medio evo è troppo idealista, d'altro lato è troppo materiale; da un canto avete l'ascetismo, il misticismo, l'estasi e le inani sottigliezze del pensiero umano spinte dalla Scolastica agli estremi limiti. Dall'altra avete il regno violento della forza ed il grido perpetuo dei forti: guai ai vinti! A ogni pagina di quella triste epoca vi ricorrono alla mente le parole che Alessandro Manzoni metteva in bocca al moribondo Adelchi, l'eroe rappresentativo di quella epoca:..... Una feroceForza il mondo possiede, e fa nomarsi,Dritto: la man degli avi insanguinataSeminò l'ingiustizia; i padri l'hannoColtivata col sangue; e omai la terraAltra messe non dà....Le grandi potestà del medio evo, Chiesa e Impero, adoperavano ognuna i propri argomenti per porre un'armonia in codesto grande conflitto che dà il carattere e forma come il dramma vivo del medio evo; ma siccome queste due supreme potestà erano esse pure in conflitto tra di loro, tante volte avviene che invece di comporre scompongono, invece di far cessare la discordia la producono in forma più acuta e più violenta. Oggi avete Arrigo IV ignudo e tremante alle porte di Canossa; domani avete Gregorio VII che muore in esilio «per avere amata la giustizia e odiata l'iniquità». E sempre da capo avrete il medesimo conflitto, non componibile mai, sino alle scomuniche di Leone X e al sacco di Roma pei lanzi di Carlo V.Data questa atmosfera, la vera e completa opera d'arte era impossibile. — Non vi sono fiori in quella devastata landa, o sono così gracili che appena nati muoiono; o sono così misticamente pallidi che il loro colore non può giungere fino ai nostri occhi di carne. Ricordatevi una similitudine di Dante nelPurgatorio:Come per sostentar solaio o tettoPer mensola talvolta una figuraGiunger si vede le ginocchia al petto....Ebbene, in questa cariatide Dantesca a me par di veder raffigurata in qualche modo la vera arte medioevale. Vi è qualche cosa di faticoso, di triste, di pesante nella significazione di quell'arte. Nell'architettura voi notate troppo spesso o una sproporzione geometrica tra le masse ornamentali e le masse organiche, o unasproporzione statica fra la pesantezza e la solidità, oppure avrete l'eccesso opposto. Lo stile ogivale, in favore del quale il romanticismo nel nostro secolo suscitò tanti entusiasmi, ha una singolare istoria, che sarebbe tempo di rivedere con criteri più sereni e più esatti. Invece principiamo, al solito, a generare degli equivoci con una inesatta appropriazione di nomi. Quando l'architettura gotica o ogivale, uscita dall'Ile-de-France, si stende ai paesi del Reno e viene in Italia, s'incontra con le tradizioni romaniche, si congiunge ad esse e in esse trova correzione e temperanza. Allora sorgono degli edifici davvero ammirabili che danno alla architettura una nuova pagina gloriosa. Ma quando il gotico non è che medioevale e non si espande che per forze proprie e si abbandona a tutte le sue passioni, per le linee verticali, allora abbiamo, come ben disse Giulio Michelet, una specie di vera scolastica architettonica, con tutti i suoi errori, le vanità e le sottigliezze decadenti, rappresentati da quelle selve di guglie e tabernacoli, contro le quali non debbono parere poi tanto ingiuste le invettive, che, a nome del luminoso genio del Cinquecento, gli volgeva contro il buon Vasari.Della pittura è lo stesso. Entrate in quelle tenebrose chiese del vero medio evo, alzate gli occhi agli absidi, guardate quelle figure che hanno qualche cosa fra il grandioso e l'elefantesco, e la mente vostra rimane troppo indecisa se quella sia grandiosità vera o piuttosto una macchinosità inelegante. Manca anzitutto a quelle pitture la completa individuazione, condizione indispensabile dell'opera d'arte figurativa. Infatti gli artisti hanno sempre bisogno di aggiungere alla figura un simbolo che la distingua e la determini. Lo stesso dissidio e la stessa indeterminatezza voi notate cercando la espressione morale di quelle figure. Che vi dicono essi? Quegli enormi Redentori vi destano nell'animoun turbamento irrequieto, un sentimento che non sapete definire. La mano di Gesù si alza a benedirvi, ma i suoi occhi sono così torvi, la sua faccia è così corrugata, che voi rimanete in forse se quello sia veramente un gesto di benedizione o di maledizione.... Insomma, se non fate degli scambietti di storia ma rimanete entro la cerchia del vero medio evo, voi ci troverete lo sforzo, il tentativo, la velleità dell'opera d'arte; l'opera d'arte vera e completa non mai. A tutte le opere d'arti medievali si potrebbe applicare una frase dantesca e chiamarle «automata in difetto». — Quell'agile e complessa fusione che darà per risultato la «divina simmetria» è ancora di là da venire; è ancora troppo lontana.E come poteva essere altrimenti, o signore? Guardiamo un poco. Il medio evo è pieno di terrori, di tristezze, di scoramenti. È inutile che io vada qui enumerando le cause storiche che danno alla psicologia dei popoli occidentali di quell'epoca questo carattere; ma è fuori di dubbio che l'arte per vivere, per fiorire ha bisogno di amore, di giocondità e di speranze. Bisogna guardare a questa vita con un certo fiducioso compiacimento perchè l'arte fiorisca. La negazione pessimista, sia essa mistica o atea, è un vento di deserto che impedisce all'opera d'arte di nascere, oppure, nata appena, la mortifica e la brucia.E poi nel medio evo predomina troppo la fantasia del brutto. Il predominio del diavolo che è incarnazione di tutte le deformità e di tutte le bruttezze fisiche e morali, ha uno strano, un soverchio ascendente nella vita intellettuale e fantastica degli uomini e delle donne del medio evo. Il Diavolo è da per tutto. La vita è tutta una specie d'infestazione diabolica, è tutta un tessuto di tentazioni, di persecuzioni, d'insidie, di scherni, d'insudiciamenti diabolici. Sapete, o signore, quando il mondo cristiano cesserà di essere inestetico e quandosi formerà una temperatura favorevole all'arte? Quando, secondo la leggenda narrata da Giorgio Vasari, il Diavolo comparirà in sogno ai pittori e si lamenterà con loro e dirà che è tempo di smettere, di farlo così brutto; e che egli non è poi tanto brutto come lo si dipinge!... Egli è, o signore, che l'epoca inestetica simboleggiata in questa leggenda comincia a passare, egli è che una grande redenzione artistica va facendosi nel mondo; e in quella redenzione anche il Diavolo sarà beneficamente coinvolto. E Belzebù, e Berlicche e tutta quella iconografia diabolica che infesta e domina il medio evo darà luogo a delle visioni meno tristi e meno deformi. Avremo in seguito la, ancora brutta, ma pur grandiosa concezione dantesca:L'imperator del doloroso regno;e poi ascendendo ancora arriveremo al Satana della Gerusalemme liberata:Orrida maestà nel fero aspetto....I suoi occhi splendono «come infausta cometa» ma anche quella delle comete è luce siderale. E ascendendo sempre arriveremo alla concezione di Giovanni Milton. Il brutto e ridicolo Diavolo delle tregende, lo sconcio Berlicche sconciamente baciato dalla strega nei sábbati, scomparirà a poco a poco dall'orizzonte dell'arte cristiana. Sottentrerà Lucifero, l'angelo peccatore, l'angelo caduto, ma che pure nella fronte fulminata serba, se non un raggio, almeno un vago riflesso della sua primitiva bellezza.E altra causa, o signore, delle condizioni inestetiche del medio evo voi la dovete trovare nell'abbiettamento del corpo umano che il medio evo prescriveva. Dopo il Diavolo il grande nemico del medio evo, tenetelo bene a mente, è sempre il corpo umano; anzi il Diavolo stesso non avrebbe presa e dominio sopra di noi,se non l'acquistasse per mezzo del nostro corpo. Questo predicava con tutte le sue voci l'ascetismo medievale. Ora, o signore, io credo di non essere nè ingiusto, nè irriverente verso di lui. Ebbe anch'esso certamente il suo lato buono nel grande poema dell'umanità. Il corpo umano nelle civiltà pagane aveva troppo esultato, aveva troppo tripudiato, aveva troppo tiranneggiato col fascino delle sue forme; troppo aveva sacrilegamente abusati i misteri dell'amore e della morte.... Bisognava che gli fosse inflitta una lunga penitenza: questa penitenza gl'inflisse l'ascetismo cristiano; e fu forse giustizia. Ma voi dovete ancora comprendere che in un'epoca in cui questo corpo umano era considerato come il grande nemico, dove continuamente bisognava pensare a domarlo, a invigilarlo, a correggerlo e sopratutto a nasconderlo, l'arte si vedeva tolto un grandissimo elemento alle sue rappresentazioni. Quale differenza coi Greci! Essi invece avevano per la bellezza corporea una specie di culto, la consideravano come una benedizione degli Dei e quasi l'equiparavano alla virtù. I bei corpi ignudi lucenti di puro olio d'oliva e lottanti nelle palestre, erano degni di ammirazione, di premio, quasi di culto; e allora si capisce che Fidia e Cleomene cogliessero dal vivo quelle belle forme e le trasportassero nella giovinezza immortale del pario e del pentelico come una seconda apoteosi.Questo, o signori, non poteva accadere nel medio evo, perchè avrebbe troppo avuto odore di peccato. — Anzi notate un fatto. Visitate certe chiese medievali: entrate per esempio nella bella chiesa di Santo Stefano a Bologna, esaminate la cattedrale di Ferrara, quella di Modena, parecchie chiese in Lombardia; in questa stessa Firenze recatevi in quelle chiese che meglio vi danno il carattere dell'epoca e osservate una curiosa progressione. Quando la scultura si ferma al puromondo vegetale, voi la vedete, malgrado la rozzezza della tecnica, dare dei saggi di una non ispregevole abilità e anzi assurgere ogni tanto a forma di rara bellezza. Se dal campo dell'ornamentazione, per via di steli, foglie e fiori, passate in quello tolto dal regno animale, anche qui non di rado v'imbatterete in alcuni pregevoli risultati. Invece quando la scultura entra a cimentarsi con la figura umana, ecco che essa ricade in tutta la sua impotenza e il goffo e il brutto vi regnano sovrani. Alcuni crederanno di spiegare questo progresso negativo adducendo essere molto più facile all'artista ritrarre un elegante convolvolo vegetale o un serpente, un grifo, un leone che una figura umana. Ma la spiegazione è insufficiente. Quando l'arte ha potere di cogliere e ritrarre fedelmente le linee esteriori dei corpi, per quanto questi mutino, una certa abilità dovrà sempre dimostrarla. Nel caso nostro invece non abbiamo solo gradazione, ma salto a dirittura. La scultura non sembra più un'arte quando ritrae la forma dell'uomo e della donna. Perchè? Il perchè adeguato non si ritrova se non si pensa che l'artista medievale, o consapevole o per abito o per istinto, mettesse nel suo lavoro qualche cosa di quel disprezzo pauroso del corpo (contemptus corporis) che l'ascetismo predicava di continuo e prescriveva.Stando le cose in questi termini, e tali essendo le condizioni dell'arte, si domanda: come potè la civiltà occidentale, e la civiltà italiana in ispecie, uscire da queste condizioni inestetiche e rifornire gli elementi di vita alle arti belle? Come potè la calda e luminosa concezione del bello rivivere negli intelletti e dagl'intelletti passare nelle mani ubbidiente?Sulle rive della Brettagna raccontano che, al tempo dei tempi, il mare inghiottì una città. Quella città sprofondata nell'acqua era tutta morta? No. La leggendacontinua che quando la calma del meriggio è profonda, quando è profondo il silenzio della notte, i pescatori sentono uscire di giù dall'acqua dei suoni di campane, come indizio che la vita non si è interamente spenta in quella città sepolta. È il caso della civiltà in Italia. «L'anima italiana» per dirla con Gébart, anche nel più fitto dell'età di mezzo, non cessò mai interamente di vivere nelle condizioni e nei caratteri che aveva impresso in lei la civiltà greco-latina.La storia, o signore, non ci presenta solo un grande arringo in cui vengono a conflitto il Vero e il Falso, il Bene e il Male; è ancora un campo glorioso alle lotte del Bello e del Brutto; e certe razze hanno portato in queste lotte una predestinazione di glorie incomparabili.La Grecia tiene il primo posto. Accettò i miti dell'Oriente, ma col suo potente genio estetico vi esercitò sopra una selezione di bellezza. Escluse più che potè il deforme; e i miti bestiali si tramutarono in Dei raggianti di giovinezza e di beltà. Anche quando non respinse l'orrido e il mostruoso gli diede forma artistica; quando ritenne qualche elemento bestiale seppe mitigarlo e innestarlo con grazia incomparabile. Esempi la Sirena e il Centauro.L'«anima italiana» all'uscire del medio evo si mostrò non indegna sorella della greca; e questo avvenne perchè i germi e i ricordi dell'antica civiltà non furono mai in lei nè spenti nè oscurati del tutto.Si potrebbe occupare una lunga conferenza, o signore, raccontando tanti particolari e tanti aneddoti della storia provante che di tanto in tanto il fantasma dell'antica bellezza ripullulava negli animi di quegli uomini accasciati dalla tristezza, dall'ascetismo e dalle grandi calamità della storia. Quel fantasma era considerato come il Nemico, era cacciato via come il Maligno; ma questo Nemico e questo Maligno avevano delle seduzioniirresistibili; e talvolta il povero monaco apriva la finestra dell'anima a questo seducente fantasma.E si vide anche in alcune testimonianze di grandissimo significato.Il genio latino, per quanto combattuto e devastato dalle influenze anti-estetiche medievali, riuscì a conservare belli certi tipi che sovrastavano alla sua vita ideale; e sopratutto il tipo del Cristo Redentore.Non so se sia mai stata segnalata tutta la importanza che ha questo fatto nella storia morale ed estetica dell'Occidente cristiano. È certo che anche sulla faccia di Cristo, su questo tipo consolatore del genere umano, cercò di estendersi l'ombra fredda della bruttezza. Quando si stava per entrare nel medio evo ci fu grande dissidio nella Chiesa. I Padri Orientali e sopratutto quelli d'Africa sostenevano che Cristo era stato singolarmente brutto fra tutti gli uomini; e così argomentavano non senza una certa concezione audace e grandiosa, basandosi sopra certi testi biblici: che Gesù Cristo essendo venuto a redimere il genere umano avesse voluto pigliare sopra di sè tutte le colpe e tutte le miserie del vecchio Adamo, compresa la bruttezza corporea. Ma contro questa teoria insorse il genio italo-greco e l'istinto estetico della Chiesa latina. E la Chiesa latina fece trionfare invece il concetto che corporeamente nella figura di Cristo si erano accumulate tutte le perfezioni, basandosi anch'essa sopra un testo biblico:speciosus forma præ filiis hominum. E notate un altro fatto: la figura di Cristo storicamente non ci viene tramandata da nessuno; nè dagli Evangelisti, nè dagli Apostoli. Le pie donne che lo seguirono e lo confortarono, «Maddalena che amò, Maria che pianse» non ci hanno tramandate le sembianze di Cristo; e cominciarono nondimeno a correre e stabilirsi in mezzo alla Chiesa d'Occidente delle notizie precise sulle sembianzedi lui: la statura elegante e maestosa, le mani lunghe e sottili, i capelli biondi, inanellati e spartiti al sommo della fronte, il volto ovale, gli occhi tagliati a mandorla, cerulei, pieni di dolcezza.... È ben questo il bel profeta che traeva le turbe, che consolava le donne, e che faceva sì che i pargoli andassero a lui! Chi ci ha lasciato questo ritratto? Notatelo. Un latino, il proconsole Lentulus, che ai giorni di Cristo vivea presso Erode e scriveva al Senato romano. La lettera di Lentulus è senza dubbio apocrifa, ma nel caso nostro prova più che molti documenti autentici; prova che anche in questo la latinità agì potentemente sull'indole e lo svolgimento del Cristianesimo. E fu una vittoria importantissima del Bello sul Brutto. Così rimase fissato e ci fu conservato quel tipo di Cristo, che potè variare in alcune modalità, ma rimase identico nella sostanza attraverso i secoli: dall'umile arte delle catacombe, lungo il medio evo, sotto il pennello di Giotto, sotto la stecca di Donatello; così placidamente bello nella calma della morte come nellaPietàdi Michelangiolo; così umanamente triste nellaCenadi Leonardo da Vinci; così trasfigurato dalla gloria nell'ultimo quadro di Raffaello; così potente di pensiero e di volontà nella figura del Cristo taumaturgo del Rembrandt; così tragico nelCristo mortodi Holbein; così elegiaco e amabilmente sentimentale nelle teste di Wandick; così romantico in quelle di Guido Reni.Ai nostri giorni pur troppo degli artisti italiani e forestieri, tratti da non so quali considerazioni archeologiche ed etnografiche, hanno voluto rimpastare il tipo di Cristo, e ci hanno dato un non so che di siriaco, di cananeo, di samaritano.... Forse, quanto alla storia, saranno più vicini al vero. Ma la coscienza popolare ha respinto questa innovazione ed io dico che ha avuto le sue buone ragioni di respingerla. La coscienza popolareha capito che, in ogni caso, non è per considerazioni archeologiche ed etnografiche che l'umanità ama di veder ancora riprodotte le sembianze del Cristo; ed ha detto agli artisti: ridateci il nostro bel Cristo latino quale ha attraversato incolume tante vicende di storia umana, quale ha seguitato a consolare i nostri padri, quale è stato per tanti secoli dall'umanità amato ed adorato!Ora voi capite subito che questo fu un grande coefficiente per la conservazione e ricostituzione dell'ideale estetico presso le nazioni cristiane. Data la bellezza di Giove, tutto l'Olimpo greco doveva parteciparne; dato bello il tipo di Cristo, tutte le gerarchie del Cristianesimo dovevano riflettere alcun che della sua bellezza; e se voi esaminate i quadri dei più antichi pittori voi trovate che in tutte le figure degli Apostoli, degli Evangelisti, dei Profeti viene come a riverberarsi, quasi aria di famiglia, un raggio della bellezza splendente nel volto di Cristo.Ma questo certo non avrebbe bastato. Ripeto che ciò che rese possibile il risorgimento artistico in Italia ed in Toscana fu l'immanenza dei ricordi della bellezza classica. Una leggenda rabbinica, resuscitata e commentata molto ingegnosamente da Ernesto Rénan, racconta che nel medio evo il popolo di Roma (e notate che quando si diceva Roma s'intendeva tutta la latinità) sotto le macerie che ingombravano la città eterna teneva nascosta una bellissima statua di donna nuda; che questa bellissima statua era conservata con mistero; che la sua esistenza era tenuta gelosamente nascosta alle potestà civili ed ecclesiastiche; ma che i Romani di tanto in tanto per consolarsi delle dominanti miserie, delle continue devastazioni, degli spettacoli di reità che venivano loro da ogni parte, scendevano in quel sotterraneo e si fermavano lungamente a contemplarequesta bella statua, e la baciavano e la bagnavano delle loro lacrime. — A me par di vedere, o signore, in questo culto di una bellezza sepolta il ricordo inestinguibile, che durò sempre in fondo alla fantasia del popolo latino, di quell'arte stupenda che Roma aveva saputo redare dalla Grecia, e che per molti rispetti aveva saputo così spontaneamente, così validamente, con tanta genialità, checchè ne dicano alcuni, assimilarsi.Ebbene, che cosa abbisognava perchè l'arte risorgesse? Abbisognava che ciò che era fantasia prendesse parvenza di realtà; bisognava che questa «bella statua» uscisse dalle tenebre delle catacombe e splendesse novellamente alla luce del sole d'Italia; bisognava che, o collettiva o individuale, sorgesse un'opera di ricostituzione, di ripristinamento. — L'Italia non poteva risorgere all'arte se non rinvigorendo questo ricordo classico al punto di renderlo, come per opera di spirituale contagio, così attuoso che da quelle stesse mani che avevano conservato l'antico capolavoro uscisse se non il capolavoro completo, almeno una degna opera artistica.E così accadde, o signore. L'opera, prima che collettiva, fu individuale. Dove sorse l'uomo che operò questo miracolo? Chi fu l'evocatore della bella statua antica? Se fosse nato a Roma, coloro che trattano la storia dell'arte con molta ingegnosa filosofia ma con dei procedimenti che qualche volta somigliano un po' troppo ai processi buoni per la botanica e per la chimica, avrebbero esclamato: vedete! L'uomo è nato a Roma, nè poteva nascere altrove che a Roma. Invece la storia, che spesso si compiace di schernire certe generalità, ci narra che quest'uomo nacque in una città tutta dedita ai traffici ed alla combattuta vita del mare. Niccolò Pisano! Ecco l'uomo che evocò il fantasma della classicabellezza addormentata per tanti secoli e tenuta gelosamente sepolta nelle catacombe dal popolo di Roma.Niccolò Pisano è uno dei nomi che suonano più gloriosi nella storia dell'arte poichè, ripeto, la sua è opera grandemente individuale. V'è un salto, e si potrebbe dire anzi un abisso fra quel che egli fa e quel che facevano gli artisti di poco precedenti o contemporanei a lui. Guardando alla sua opera, non vediamo neanche quella preparazione e quel certo rapporto di avviamento che pur notiamo nei più prossimi Bizantini i quali, nella pittura, precedettero, apparecchiarono Cimabue e ne accompagnarono l'opera. Si è costretti a riconoscere che quest'uomo fu privilegiato dalla natura di doni singolarissimi. Quanti erano passati davanti ai ruderi dell'antichità, quanti avevano veduto il mito di Meleagro e di Ercole e di Fedra e di Ippolito balzare, sorridere inutilmente dai vecchi sarcofaghi! Pare che tutti avessero sugli occhi una specie di cateratta artistica! Invece Niccolò Pisano ruppe questa cateratta e con uno slancio d'arte ammirevole, che non ha forse esempio nella storia artistica di altri tempi, portò la scoltura dalle forme rozzissime a quelle forme sue, che se non sono perfette, se accusano l'inesperienza della tecnica, ritraggono però tutti gli elementi dell'arte antica, e chiudono i germi di tutti i capolavori futuri, fino a Michelangelo, al Bernini, al Bartolini. Per convincervene voi dovreste, con questo intendimento di comparazione, fare un viaggio in qualunque direzione di questa vostra privilegiata terra di Toscana. Muovere per esempio da Pistoia a vedere l'architrave della porta di San Giorgio e poi fermarvi un momento a Groppolo a vedere la statua dell'Arcangelo Michele, archeologicamente preziosissima, ma deforme. Poi passare a Lucca ad esaminare la celebre vasca di San Frediano e finalmente giungere a Pisa.... Ma che dico? Quando saretea Pisa vi convincerete che quel viaggio è stato inutile. Non c'era bisogno di muoversi. Là in quella città di mercanti e di marinari abbiamo, nello spazio di pochi metri quadrati, raccolti e messi un di fronte all'altro tutti gli elementi per un confronto vero, concludentissimo. Vedete là una specie di triangolo: la Cattedrale, il Battistero, il Camposanto. Cominciate con esaminare nella porta della Cattedrale che cosa fosse la scultura in un periodo di poco precedente a quello inaugurato dal grande Niccolò. Quanta goffezza nella scultura di quelle porte, quanta deformità!... Appena qua e là qualche movenza ingenua, appena qualche concetto spirituale che vi ferma e vi soddisfa. Volete vedere il miracolo? Fate solamente pochi passi; partite dalla Cattedrale, entrate nel Battistero ed esaminate il pulpito. Se i documenti non testimoniassero, vi parrebbe impossibile che a poca distanza di tempo la scoltura avesse potuto fare un passo così enorme. E donde ha tratto le forze esteriori per farlo? Fate ancora alcuni passi; andate nel bel Camposanto ed esaminate con qualche attenzione il sarcofago della contessa Beatrice, che fu madre della contessa Matilde. Guardate il mito di Fedra e d'Ippolito e subito il mistero vi è svelato. Le sembianze di Fedra sono diventate le sembianze di Maria, le sembianze degli altri personaggi del sarcofago si riproducono nel pulpito di Niccolò. Vi sono figure di vecchi che ricordano filosofi antichi, vi sono teste di cavalli che vi fanno pensare alle quadriglie degli antichi trionfi. Insomma è una evocazione, una risurrezione, pel tempo e per le circostanze del tutto maravigliosa!Ma si domanda: questa epoca così gloriosamente iniziata da Niccolò Pisano, poteva considerarsi come piena e definitiva per il risorgimento della nuova arte italica? Non lo credo. Intanto notate che l'impulso di Niccolò,per quanto fosse vigoroso, fu di poca durata ed ebbe un seguito relativamente scarso. I suoi allievi e successori immediati poco aggiungono all'opera sua. Per tutta Italia, oltre Pisa, a Lucca, a Arezzo, a Bologna, a Roma, a Napoli, si ammirano i monumenti della scultura rinnovata per opera del grande artista pisano; ma nè il figliuolo Giovanni, nè fra Guglielmo da Pisa, nè fra Guido da Como, nè lo stesso Andrea e Tommaso e Nerio fanno muovere all'arte dei grandi passi. È fuor d'ogni dubbio che per un periodo di oltre cinquant'anni abbiamo nell'arte una specie di sosta. Attività materiale grande, ma progressi scarsi. Più che d'una corsa in avanti si tratta di un moto circolare sempre dintorno al medesimo centro. Non è più il marasma di prima, ma una stasi incerta e irresoluta di cui, sulle prime, non sappiamo renderci conto.Ma la ragione non è difficile a trovarsi, o signore. L'opera di Niccolò Pisano non poteva dare la forma definitiva e l'andamento completo al risorgimento artistico in Toscana, perchè in sostanza l'arte sua è un'arte di reminiscenze, è un'arte di pura tradizione. Con essa il Genio italico si riannoda al suo passato glorioso. Era moltissimo ma non bastava. Bisognava fermare i piedi sicuri sul presente e divinar l'avvenire.Per un'arte nuova facevano mestieri degli elementi nuovi, degli elementi che ritraessero la ragion loro in modo più diretto dalle condizioni della storia contemporanea e dalla natura. Pensate solo a questo, o signore; la donna più morbosamente amorosa dell'antichità, Fedra, che appena Euripide aveva osato portare, tardi, sulle scene della Grecia; Fedra doveva dare per mezzo dell'artista cristiano le sue sembianze alla madre di Cristo, alla personificazione cristiana di tutte le idealità della donna. Questo, voi lo vedete bene, nell'arte metteva i germi di un altro conflitto che, a lungo andare,ci avrebbe forse ripiombati in un altro caos artistico e in una impotenza somigliante a quella dalla quale eravamo appena usciti. Era necessario che il movimento artistico di Toscana si sdoppiasse, o meglio che il primo fosse seguito da un secondo più efficace perchè più comprensivo. E per tutta Toscana voi sentite come scorrere un soffio caldo e primaverile: vedete Arezzo, Pisa, Siena, Lucca, Firenze che vi danno idea di amazzoni gagliarde in gara fra di loro. Corrono, corrono e ognuna vuole arrivar prima!... Arezzo ha il suo Margheritone, Pisa ha il suo Giunta, Siena ha Guido, Firenze ha Cimabue. Già si prevede che, come il periodo precedente ebbe inizio dal risveglio della scultura, in questo secondo la pittura dominerà; la pittura che si stende con ala più vasta nell'orizzonte dell'arte. Si prevede ancora che in questa nobilissima gara la vittoria rimarrà a Firenze; a Firenze che, fra le città italiane, era una di quelle che conservavano in minor numero ricordi e avanzi dell'antica arte classica: fatto importantissimo questo, già notato dallo stesso Benvenuto Cellini; e che doveva grandemente influire sull'indirizzo più libero, sul carattere più originale, sulla schietta modernità insomma dell'arte e che s'andava maturando e batteva alle porte dell'avvenire.Dunque, riassumendo: Pisa doveva dare al rinascimento dell'arte italica l'elemento tradizionale e lo diede con l'opera di Niccolò e dei suoi scolari; lo diede vigorosissimo, lo diede in modo da render ben meritevole la fama gloriosa che il Pisano si è acquistato nella storia. Ma bisognava entrare in un periodo nuovo; e Firenze vi entrò con un vigore e con una fortuna che sconfisse tutte le altre città toscane in gara con lei. Le esagerazioni storiche del Vasari sono già state cribate e ridotte al loro giusto valore. Vasari vide con occhio troppo toscano e forse troppo fiorentino quandoentrò nei particolari; ma nella grande linea storica il buon aretino si mantenne nel vero. Firenze doveva essere la sede, doveva essere il faro da cui sarebbe partita la nuova luce. Tutto contribuiva nel conferire a Firenze questa privilegiata e gloriosa missione storica. Il suo popolo era libero, forte, ricco, fidente di sè, guardava con sicurezza al futuro. Era sopra tutto istruito, come nessun altro popolo in quel tempo. Erano i giorni, o signore, in cui i poeti si sognavano di esser messi per incantesimo in una barca insieme ai loro più cari amici ed alle loro care donne e di veleggiare a lungo senz'altra cura, sotto un cielo e sopra un mare tranquillo, ragionando e sognando d'amore. Giovanni Villani ci narra che nel 1283 per un lungo tratto di tempo tutta la città rimase nel grazioso «dominio d'Amore». Era una vita spirituale e gioconda. La parte umana che doveva dare il primo elemento all'arte s'innalzava, si affinava, si ingentiliva. L'altro elemento, l'elemento mistico cristiano, alla sua volta si rendeva sempre più acconcio alla composizione della definitiva opera d'arte.Sopra una verde collina dell'Umbria un povero uomo pregava Dio; ma lo pregava in una forma insolita dando alla sua preghiera un'insolita intonazione. Chiamava partecipe alla sua prece, al suo inno, il sole, la luna, le stelle, le montagne, le piante, i fiori, le rondini e le colombe dell'aria: voleva che tutte le creature viventi si unissero a lui in una gara immensa di lode amorosa rivolta al Creatore. Da una parte adunque il divino, non dirò no che si abbassasse, ma si rendeva più mite, più dolce, accennava più affabilmente verso questa povera vita umana; l'umano si elevava, si affinava, si ingentiliva.... Insomma, eravamo prossimi, eravamo alle viste di quella «divina simmetria»; a quell'accordo degli elementi materiali e ideali che il medio evo aveva con tanto disagio e inutilmente cercata, dacui doveva balzare luminosa e gloriosa la perfetta opera d'arte.Mancava l'uomo, e quest'uomo l'aveste voi, e discese, umile pastore, dalle montagne che circondano la vostra Firenze: Giotto. Ho detto il nome del più grande forse fra gli artisti di tutti i tempi, e di tutte le civiltà. Egli non esordì come Niccolò, copiando il sarcofago antico, ma disegnando, in mezzo alla pace de' suoi boschi, una delle sue pecorelle, simbolo gentile del poetico naturalismo, che egli doveva inaugurare. Wolfango Goethe nell'olimpica serenità dell'anima sua lo avrebbe chiamatoEuphorion, il figlio di Elena bellissima e di Fausto pensoso; colui che doveva sintetizzare e fondere gli elementi plastici dell'arte antica e gli elementi spirituali e sentimentali dell'arte moderna e cristiana. Come lo chiameremo noi?... Noi ci contenteremo di prendere in prestito da Dante, il suo grande amico, una frase, e lo chiameremo il maestro e l'autore del «dolce stile nuovo» della pittura e dell'arte toscana.E qui, signore, io sono arrivato ai limiti nei quali debbo fermarmi. — Saluto il bellissimo tema che sarà tratto con forma più degna della mia dal mio successore un altro anno, e in cui si rispecchia così pura gloria italiana, la quale, in tanta parte, è gloria vostra, o Fiorentini.

DIENRICO PANZACCHI

Signore e Signori!

Io credo di non ingannarmi affermando che, quando da principio voi conosceste il concetto generale che doveva ispirare, regolare e contenere in una certa unità le Conferenze che si sarebbero tenute in questo luogo, la vostra mente volò subito al tema bello e attraentissimo che la Commissione Direttiva — pur troppo! — volle affidare a me ed alla mia povera parola, per la quale caldamente invoco tutta la indulgenza del vostro buon volere. — Ho detto che non credo d'ingannarmi perchè ho più volte fatto l'esperimento in me e in altri che quando si torna col pensiero a quei «primi albori» della vita italiana, dopo il lungo letargo del medio evo, con la nostra immaginazione ci pare subito di sentire come un soffio caldo e potente di rinnovamento artistico, ci pare di vedere una vasta rifioritura d'arte che da lontano ci rallegri coi suoi bellissimi colori. — Il rimanente di quel grandioso e complesso fatto storico che è il rinascimento italiano, o non lo pensiamo o lo penseremo poi, o lo vediamo come in una penombra e quasi nei piani inferiori del quadro. Gli storici coscienziosi e corretti intervengono e ci dicono: ma badate; voi commettete un grande errore di prospettiva storica! L'arte non è mai, per quanto importante essa sia, elemento primigenio e principalissimo nel sorgere di una civiltà. Tanto è vero che vi sono popoli i quali risorseroa nobile vita civile senza arte grande; o l'ebbero molto più tardi, come gli Inglesi e gli Spagnuoli, o l'ebbero in parca misura. — Tutto vero, o signore, quello che dicono gli storici; ma è altresì innegabile una legge dello spirito nostro per la quale noi siamo tratti a sintetizzare e quasi a simboleggiare tutta un'epoca per certi suoi caratteri dominanti. Quando pensiamo l'antica Roma, noi vediamo subito fasci consolari e lotte di patriziato e di plebe, vediamo legioni armate moventi alla conquista del mondo. — Invece quando pensiamo al risorgimento italico e massime Toscano dinanzi alla nostra fantasia si delineano subito delle magnifiche fabbriche marmoree sorgenti in luogo dei tristi manieri medioevali, vediamo per la città un popolo festante ed orgoglioso del canto dei suoi poeti e dei quadri dei suoi pittori; pensiamo a Dante Alighieri e a Guido Cavalcanti, a Niccolò Pisano e a Giotto di Bondone; pensiamo alla Cattedrale di Pisa ed a Santa Maria del Fiore. Insomma quest'epoca è sintetizzata nell'arte; la bandiera che precedette gli Italiani nel glorioso loro esodo fuori delle tenebre del medio evo è la bandiera dell'arte, e senza l'arte il rinascimento italico pare che noi non potremmo nè spiegarlo, nè immaginarlo.

E di questo argomento, o signore, io dovrò intrattenervi. Una voce autorevole ed amica mi ha detto che al mio discorso sono prescritti dei limiti che io non potrò varcare. Ha detto questa autorevole ed amica voce che muovendo dal medio evo dovrò fermarmi al dugento, al puro dugento. Quegli stessi avvenimenti i quali, pure avendo la loro origine cronologica in questo secolo, si svolsero caratteristicamente e si compierono nel secolo che vien dopo, sono rigorosamente banditi dal mio discorso.

Io starò a questo limite. Confesso che così la parte forse più attraente del mio tema viene ad essere resecata,ma si tratta di un principio ed io piego la fronte, consolandomi con la memoria di quel detto eroico: perano le colonie ma si salvino i grandi principii!

Ed anche con questa limitazione, o signore, il mio tema è vastissimo, sterminato; e io fin d'ora prevedo che sarà passata l'ora che mi è assegnata per parlare ed io avrò appena segnato nel vasto quadro qualche linea, avrò appena abbozzato qualche contorno di figura. — Una ragione di più perchè io, senza altri preamboli, entri subito nel mio soggetto.

Che cosa è, o signore, esteticamente parlando, il medio evo? Non si può parlare del risveglio artistico che si manifestò nel dugento senza risalire, un poco o molto, all'epoca precedente. Lasciamo da parte le quistioni politiche, sociali, religiose: limitiamoci a considerare il medio evo nel puro aspetto dell'arte.

Per me, lo dico subito, il medio evo è un'epoca essenzialmente inestetica. I rivendicatori di quest'epoca insorgono contro questa mia affermazione e adducono fatti numerosi e importanti per provare il contrario, ma io credo che essi vadano equivocando e che confondano il vero medio evo con dei fatti che costituiscono appunto la negazione e il principio della cessazione di quell'epoca. Figuratevi che vi sono alcuni i quali mettono fra le glorie del medio evo anche laDivina Commedia! Procedendo di questo passo, chi sa davvero fin dove si arriva, o signore! E perchè, domando io, non si comprende ancora ilCanzonieredel Petrarca, ilDecameronedel Boccaccio? Perchè non ancora Poliziano e Leon Battista Alberti, la giovinezza di Michelangiolo e quella di Leonardo da Vinci? Tanto, se si deve stare alle nozioni, che impartiscono nelle scuole certi compendi di storia, il medio evo non cessa se non quando Colombo scopre l'America o i Turchi si decidono a entrare in Costantinopoli!!

Queste cose i ragazzi, pur troppo, se le bevono. Ma non è così che si può qualificare un'epoca; non è entro una delimitazione puramente cronologica che è possibile confinarla. Bisogna che noi ci portiamo nel fitto, nel cuore di quell'epoca triste, nel lungo tratto di tempo che va, per esempio, dalla calata dei Longobardi fino alla prima metà del secolo XI, superati d'appena i terrori del Mille e le aspettazioni paurose dell'imminente finimondo.

In quest'epoca, che secondo la tradizione popolare d'accordo col retto criterio storico, costituisce il vero medio evo, o signore, io non riesco a vedere gli elementi dell'opera d'arte. — L'opera d'arte degna di questo nome, resulta dall'accordo di quei certi elementi che, secondo la bella frase di Leonardo da Vinci, formano una «divina simmetria». Bisogna da un lato che l'idea discenda dalla sua vaga astrazione e comunque si umanizzi; bisogna, dall'altra parte, che la materia si elevi e si affini. Da questo umanarsi dell'idea e da questo elevarsi della materia nasce un accordo, un contatto, magari un urto simpatico che fa scattare la divina scintilla. — Ora se voi penetrate nel vero spirito del vero medio evo, che cosa trovate voi invece? Trovate per l'appunto un dissidio, e spesse volte un conflitto aperto e rude tra questi elementi dalla cui unione la buona opera d'arte dovrebbe scaturire.

Da una parte il medio evo è troppo idealista, d'altro lato è troppo materiale; da un canto avete l'ascetismo, il misticismo, l'estasi e le inani sottigliezze del pensiero umano spinte dalla Scolastica agli estremi limiti. Dall'altra avete il regno violento della forza ed il grido perpetuo dei forti: guai ai vinti! A ogni pagina di quella triste epoca vi ricorrono alla mente le parole che Alessandro Manzoni metteva in bocca al moribondo Adelchi, l'eroe rappresentativo di quella epoca:

..... Una feroceForza il mondo possiede, e fa nomarsi,Dritto: la man degli avi insanguinataSeminò l'ingiustizia; i padri l'hannoColtivata col sangue; e omai la terraAltra messe non dà....

..... Una feroce

Forza il mondo possiede, e fa nomarsi,

Dritto: la man degli avi insanguinata

Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno

Coltivata col sangue; e omai la terra

Altra messe non dà....

Le grandi potestà del medio evo, Chiesa e Impero, adoperavano ognuna i propri argomenti per porre un'armonia in codesto grande conflitto che dà il carattere e forma come il dramma vivo del medio evo; ma siccome queste due supreme potestà erano esse pure in conflitto tra di loro, tante volte avviene che invece di comporre scompongono, invece di far cessare la discordia la producono in forma più acuta e più violenta. Oggi avete Arrigo IV ignudo e tremante alle porte di Canossa; domani avete Gregorio VII che muore in esilio «per avere amata la giustizia e odiata l'iniquità». E sempre da capo avrete il medesimo conflitto, non componibile mai, sino alle scomuniche di Leone X e al sacco di Roma pei lanzi di Carlo V.

Data questa atmosfera, la vera e completa opera d'arte era impossibile. — Non vi sono fiori in quella devastata landa, o sono così gracili che appena nati muoiono; o sono così misticamente pallidi che il loro colore non può giungere fino ai nostri occhi di carne. Ricordatevi una similitudine di Dante nelPurgatorio:

Come per sostentar solaio o tettoPer mensola talvolta una figuraGiunger si vede le ginocchia al petto....

Come per sostentar solaio o tetto

Per mensola talvolta una figura

Giunger si vede le ginocchia al petto....

Ebbene, in questa cariatide Dantesca a me par di veder raffigurata in qualche modo la vera arte medioevale. Vi è qualche cosa di faticoso, di triste, di pesante nella significazione di quell'arte. Nell'architettura voi notate troppo spesso o una sproporzione geometrica tra le masse ornamentali e le masse organiche, o unasproporzione statica fra la pesantezza e la solidità, oppure avrete l'eccesso opposto. Lo stile ogivale, in favore del quale il romanticismo nel nostro secolo suscitò tanti entusiasmi, ha una singolare istoria, che sarebbe tempo di rivedere con criteri più sereni e più esatti. Invece principiamo, al solito, a generare degli equivoci con una inesatta appropriazione di nomi. Quando l'architettura gotica o ogivale, uscita dall'Ile-de-France, si stende ai paesi del Reno e viene in Italia, s'incontra con le tradizioni romaniche, si congiunge ad esse e in esse trova correzione e temperanza. Allora sorgono degli edifici davvero ammirabili che danno alla architettura una nuova pagina gloriosa. Ma quando il gotico non è che medioevale e non si espande che per forze proprie e si abbandona a tutte le sue passioni, per le linee verticali, allora abbiamo, come ben disse Giulio Michelet, una specie di vera scolastica architettonica, con tutti i suoi errori, le vanità e le sottigliezze decadenti, rappresentati da quelle selve di guglie e tabernacoli, contro le quali non debbono parere poi tanto ingiuste le invettive, che, a nome del luminoso genio del Cinquecento, gli volgeva contro il buon Vasari.

Della pittura è lo stesso. Entrate in quelle tenebrose chiese del vero medio evo, alzate gli occhi agli absidi, guardate quelle figure che hanno qualche cosa fra il grandioso e l'elefantesco, e la mente vostra rimane troppo indecisa se quella sia grandiosità vera o piuttosto una macchinosità inelegante. Manca anzitutto a quelle pitture la completa individuazione, condizione indispensabile dell'opera d'arte figurativa. Infatti gli artisti hanno sempre bisogno di aggiungere alla figura un simbolo che la distingua e la determini. Lo stesso dissidio e la stessa indeterminatezza voi notate cercando la espressione morale di quelle figure. Che vi dicono essi? Quegli enormi Redentori vi destano nell'animoun turbamento irrequieto, un sentimento che non sapete definire. La mano di Gesù si alza a benedirvi, ma i suoi occhi sono così torvi, la sua faccia è così corrugata, che voi rimanete in forse se quello sia veramente un gesto di benedizione o di maledizione.... Insomma, se non fate degli scambietti di storia ma rimanete entro la cerchia del vero medio evo, voi ci troverete lo sforzo, il tentativo, la velleità dell'opera d'arte; l'opera d'arte vera e completa non mai. A tutte le opere d'arti medievali si potrebbe applicare una frase dantesca e chiamarle «automata in difetto». — Quell'agile e complessa fusione che darà per risultato la «divina simmetria» è ancora di là da venire; è ancora troppo lontana.

E come poteva essere altrimenti, o signore? Guardiamo un poco. Il medio evo è pieno di terrori, di tristezze, di scoramenti. È inutile che io vada qui enumerando le cause storiche che danno alla psicologia dei popoli occidentali di quell'epoca questo carattere; ma è fuori di dubbio che l'arte per vivere, per fiorire ha bisogno di amore, di giocondità e di speranze. Bisogna guardare a questa vita con un certo fiducioso compiacimento perchè l'arte fiorisca. La negazione pessimista, sia essa mistica o atea, è un vento di deserto che impedisce all'opera d'arte di nascere, oppure, nata appena, la mortifica e la brucia.

E poi nel medio evo predomina troppo la fantasia del brutto. Il predominio del diavolo che è incarnazione di tutte le deformità e di tutte le bruttezze fisiche e morali, ha uno strano, un soverchio ascendente nella vita intellettuale e fantastica degli uomini e delle donne del medio evo. Il Diavolo è da per tutto. La vita è tutta una specie d'infestazione diabolica, è tutta un tessuto di tentazioni, di persecuzioni, d'insidie, di scherni, d'insudiciamenti diabolici. Sapete, o signore, quando il mondo cristiano cesserà di essere inestetico e quandosi formerà una temperatura favorevole all'arte? Quando, secondo la leggenda narrata da Giorgio Vasari, il Diavolo comparirà in sogno ai pittori e si lamenterà con loro e dirà che è tempo di smettere, di farlo così brutto; e che egli non è poi tanto brutto come lo si dipinge!... Egli è, o signore, che l'epoca inestetica simboleggiata in questa leggenda comincia a passare, egli è che una grande redenzione artistica va facendosi nel mondo; e in quella redenzione anche il Diavolo sarà beneficamente coinvolto. E Belzebù, e Berlicche e tutta quella iconografia diabolica che infesta e domina il medio evo darà luogo a delle visioni meno tristi e meno deformi. Avremo in seguito la, ancora brutta, ma pur grandiosa concezione dantesca:

L'imperator del doloroso regno;

L'imperator del doloroso regno;

e poi ascendendo ancora arriveremo al Satana della Gerusalemme liberata:

Orrida maestà nel fero aspetto....

Orrida maestà nel fero aspetto....

I suoi occhi splendono «come infausta cometa» ma anche quella delle comete è luce siderale. E ascendendo sempre arriveremo alla concezione di Giovanni Milton. Il brutto e ridicolo Diavolo delle tregende, lo sconcio Berlicche sconciamente baciato dalla strega nei sábbati, scomparirà a poco a poco dall'orizzonte dell'arte cristiana. Sottentrerà Lucifero, l'angelo peccatore, l'angelo caduto, ma che pure nella fronte fulminata serba, se non un raggio, almeno un vago riflesso della sua primitiva bellezza.

E altra causa, o signore, delle condizioni inestetiche del medio evo voi la dovete trovare nell'abbiettamento del corpo umano che il medio evo prescriveva. Dopo il Diavolo il grande nemico del medio evo, tenetelo bene a mente, è sempre il corpo umano; anzi il Diavolo stesso non avrebbe presa e dominio sopra di noi,se non l'acquistasse per mezzo del nostro corpo. Questo predicava con tutte le sue voci l'ascetismo medievale. Ora, o signore, io credo di non essere nè ingiusto, nè irriverente verso di lui. Ebbe anch'esso certamente il suo lato buono nel grande poema dell'umanità. Il corpo umano nelle civiltà pagane aveva troppo esultato, aveva troppo tripudiato, aveva troppo tiranneggiato col fascino delle sue forme; troppo aveva sacrilegamente abusati i misteri dell'amore e della morte.... Bisognava che gli fosse inflitta una lunga penitenza: questa penitenza gl'inflisse l'ascetismo cristiano; e fu forse giustizia. Ma voi dovete ancora comprendere che in un'epoca in cui questo corpo umano era considerato come il grande nemico, dove continuamente bisognava pensare a domarlo, a invigilarlo, a correggerlo e sopratutto a nasconderlo, l'arte si vedeva tolto un grandissimo elemento alle sue rappresentazioni. Quale differenza coi Greci! Essi invece avevano per la bellezza corporea una specie di culto, la consideravano come una benedizione degli Dei e quasi l'equiparavano alla virtù. I bei corpi ignudi lucenti di puro olio d'oliva e lottanti nelle palestre, erano degni di ammirazione, di premio, quasi di culto; e allora si capisce che Fidia e Cleomene cogliessero dal vivo quelle belle forme e le trasportassero nella giovinezza immortale del pario e del pentelico come una seconda apoteosi.

Questo, o signori, non poteva accadere nel medio evo, perchè avrebbe troppo avuto odore di peccato. — Anzi notate un fatto. Visitate certe chiese medievali: entrate per esempio nella bella chiesa di Santo Stefano a Bologna, esaminate la cattedrale di Ferrara, quella di Modena, parecchie chiese in Lombardia; in questa stessa Firenze recatevi in quelle chiese che meglio vi danno il carattere dell'epoca e osservate una curiosa progressione. Quando la scultura si ferma al puromondo vegetale, voi la vedete, malgrado la rozzezza della tecnica, dare dei saggi di una non ispregevole abilità e anzi assurgere ogni tanto a forma di rara bellezza. Se dal campo dell'ornamentazione, per via di steli, foglie e fiori, passate in quello tolto dal regno animale, anche qui non di rado v'imbatterete in alcuni pregevoli risultati. Invece quando la scultura entra a cimentarsi con la figura umana, ecco che essa ricade in tutta la sua impotenza e il goffo e il brutto vi regnano sovrani. Alcuni crederanno di spiegare questo progresso negativo adducendo essere molto più facile all'artista ritrarre un elegante convolvolo vegetale o un serpente, un grifo, un leone che una figura umana. Ma la spiegazione è insufficiente. Quando l'arte ha potere di cogliere e ritrarre fedelmente le linee esteriori dei corpi, per quanto questi mutino, una certa abilità dovrà sempre dimostrarla. Nel caso nostro invece non abbiamo solo gradazione, ma salto a dirittura. La scultura non sembra più un'arte quando ritrae la forma dell'uomo e della donna. Perchè? Il perchè adeguato non si ritrova se non si pensa che l'artista medievale, o consapevole o per abito o per istinto, mettesse nel suo lavoro qualche cosa di quel disprezzo pauroso del corpo (contemptus corporis) che l'ascetismo predicava di continuo e prescriveva.

Stando le cose in questi termini, e tali essendo le condizioni dell'arte, si domanda: come potè la civiltà occidentale, e la civiltà italiana in ispecie, uscire da queste condizioni inestetiche e rifornire gli elementi di vita alle arti belle? Come potè la calda e luminosa concezione del bello rivivere negli intelletti e dagl'intelletti passare nelle mani ubbidiente?

Sulle rive della Brettagna raccontano che, al tempo dei tempi, il mare inghiottì una città. Quella città sprofondata nell'acqua era tutta morta? No. La leggendacontinua che quando la calma del meriggio è profonda, quando è profondo il silenzio della notte, i pescatori sentono uscire di giù dall'acqua dei suoni di campane, come indizio che la vita non si è interamente spenta in quella città sepolta. È il caso della civiltà in Italia. «L'anima italiana» per dirla con Gébart, anche nel più fitto dell'età di mezzo, non cessò mai interamente di vivere nelle condizioni e nei caratteri che aveva impresso in lei la civiltà greco-latina.

La storia, o signore, non ci presenta solo un grande arringo in cui vengono a conflitto il Vero e il Falso, il Bene e il Male; è ancora un campo glorioso alle lotte del Bello e del Brutto; e certe razze hanno portato in queste lotte una predestinazione di glorie incomparabili.

La Grecia tiene il primo posto. Accettò i miti dell'Oriente, ma col suo potente genio estetico vi esercitò sopra una selezione di bellezza. Escluse più che potè il deforme; e i miti bestiali si tramutarono in Dei raggianti di giovinezza e di beltà. Anche quando non respinse l'orrido e il mostruoso gli diede forma artistica; quando ritenne qualche elemento bestiale seppe mitigarlo e innestarlo con grazia incomparabile. Esempi la Sirena e il Centauro.

L'«anima italiana» all'uscire del medio evo si mostrò non indegna sorella della greca; e questo avvenne perchè i germi e i ricordi dell'antica civiltà non furono mai in lei nè spenti nè oscurati del tutto.

Si potrebbe occupare una lunga conferenza, o signore, raccontando tanti particolari e tanti aneddoti della storia provante che di tanto in tanto il fantasma dell'antica bellezza ripullulava negli animi di quegli uomini accasciati dalla tristezza, dall'ascetismo e dalle grandi calamità della storia. Quel fantasma era considerato come il Nemico, era cacciato via come il Maligno; ma questo Nemico e questo Maligno avevano delle seduzioniirresistibili; e talvolta il povero monaco apriva la finestra dell'anima a questo seducente fantasma.

E si vide anche in alcune testimonianze di grandissimo significato.

Il genio latino, per quanto combattuto e devastato dalle influenze anti-estetiche medievali, riuscì a conservare belli certi tipi che sovrastavano alla sua vita ideale; e sopratutto il tipo del Cristo Redentore.

Non so se sia mai stata segnalata tutta la importanza che ha questo fatto nella storia morale ed estetica dell'Occidente cristiano. È certo che anche sulla faccia di Cristo, su questo tipo consolatore del genere umano, cercò di estendersi l'ombra fredda della bruttezza. Quando si stava per entrare nel medio evo ci fu grande dissidio nella Chiesa. I Padri Orientali e sopratutto quelli d'Africa sostenevano che Cristo era stato singolarmente brutto fra tutti gli uomini; e così argomentavano non senza una certa concezione audace e grandiosa, basandosi sopra certi testi biblici: che Gesù Cristo essendo venuto a redimere il genere umano avesse voluto pigliare sopra di sè tutte le colpe e tutte le miserie del vecchio Adamo, compresa la bruttezza corporea. Ma contro questa teoria insorse il genio italo-greco e l'istinto estetico della Chiesa latina. E la Chiesa latina fece trionfare invece il concetto che corporeamente nella figura di Cristo si erano accumulate tutte le perfezioni, basandosi anch'essa sopra un testo biblico:speciosus forma præ filiis hominum. E notate un altro fatto: la figura di Cristo storicamente non ci viene tramandata da nessuno; nè dagli Evangelisti, nè dagli Apostoli. Le pie donne che lo seguirono e lo confortarono, «Maddalena che amò, Maria che pianse» non ci hanno tramandate le sembianze di Cristo; e cominciarono nondimeno a correre e stabilirsi in mezzo alla Chiesa d'Occidente delle notizie precise sulle sembianzedi lui: la statura elegante e maestosa, le mani lunghe e sottili, i capelli biondi, inanellati e spartiti al sommo della fronte, il volto ovale, gli occhi tagliati a mandorla, cerulei, pieni di dolcezza.... È ben questo il bel profeta che traeva le turbe, che consolava le donne, e che faceva sì che i pargoli andassero a lui! Chi ci ha lasciato questo ritratto? Notatelo. Un latino, il proconsole Lentulus, che ai giorni di Cristo vivea presso Erode e scriveva al Senato romano. La lettera di Lentulus è senza dubbio apocrifa, ma nel caso nostro prova più che molti documenti autentici; prova che anche in questo la latinità agì potentemente sull'indole e lo svolgimento del Cristianesimo. E fu una vittoria importantissima del Bello sul Brutto. Così rimase fissato e ci fu conservato quel tipo di Cristo, che potè variare in alcune modalità, ma rimase identico nella sostanza attraverso i secoli: dall'umile arte delle catacombe, lungo il medio evo, sotto il pennello di Giotto, sotto la stecca di Donatello; così placidamente bello nella calma della morte come nellaPietàdi Michelangiolo; così umanamente triste nellaCenadi Leonardo da Vinci; così trasfigurato dalla gloria nell'ultimo quadro di Raffaello; così potente di pensiero e di volontà nella figura del Cristo taumaturgo del Rembrandt; così tragico nelCristo mortodi Holbein; così elegiaco e amabilmente sentimentale nelle teste di Wandick; così romantico in quelle di Guido Reni.

Ai nostri giorni pur troppo degli artisti italiani e forestieri, tratti da non so quali considerazioni archeologiche ed etnografiche, hanno voluto rimpastare il tipo di Cristo, e ci hanno dato un non so che di siriaco, di cananeo, di samaritano.... Forse, quanto alla storia, saranno più vicini al vero. Ma la coscienza popolare ha respinto questa innovazione ed io dico che ha avuto le sue buone ragioni di respingerla. La coscienza popolareha capito che, in ogni caso, non è per considerazioni archeologiche ed etnografiche che l'umanità ama di veder ancora riprodotte le sembianze del Cristo; ed ha detto agli artisti: ridateci il nostro bel Cristo latino quale ha attraversato incolume tante vicende di storia umana, quale ha seguitato a consolare i nostri padri, quale è stato per tanti secoli dall'umanità amato ed adorato!

Ora voi capite subito che questo fu un grande coefficiente per la conservazione e ricostituzione dell'ideale estetico presso le nazioni cristiane. Data la bellezza di Giove, tutto l'Olimpo greco doveva parteciparne; dato bello il tipo di Cristo, tutte le gerarchie del Cristianesimo dovevano riflettere alcun che della sua bellezza; e se voi esaminate i quadri dei più antichi pittori voi trovate che in tutte le figure degli Apostoli, degli Evangelisti, dei Profeti viene come a riverberarsi, quasi aria di famiglia, un raggio della bellezza splendente nel volto di Cristo.

Ma questo certo non avrebbe bastato. Ripeto che ciò che rese possibile il risorgimento artistico in Italia ed in Toscana fu l'immanenza dei ricordi della bellezza classica. Una leggenda rabbinica, resuscitata e commentata molto ingegnosamente da Ernesto Rénan, racconta che nel medio evo il popolo di Roma (e notate che quando si diceva Roma s'intendeva tutta la latinità) sotto le macerie che ingombravano la città eterna teneva nascosta una bellissima statua di donna nuda; che questa bellissima statua era conservata con mistero; che la sua esistenza era tenuta gelosamente nascosta alle potestà civili ed ecclesiastiche; ma che i Romani di tanto in tanto per consolarsi delle dominanti miserie, delle continue devastazioni, degli spettacoli di reità che venivano loro da ogni parte, scendevano in quel sotterraneo e si fermavano lungamente a contemplarequesta bella statua, e la baciavano e la bagnavano delle loro lacrime. — A me par di vedere, o signore, in questo culto di una bellezza sepolta il ricordo inestinguibile, che durò sempre in fondo alla fantasia del popolo latino, di quell'arte stupenda che Roma aveva saputo redare dalla Grecia, e che per molti rispetti aveva saputo così spontaneamente, così validamente, con tanta genialità, checchè ne dicano alcuni, assimilarsi.

Ebbene, che cosa abbisognava perchè l'arte risorgesse? Abbisognava che ciò che era fantasia prendesse parvenza di realtà; bisognava che questa «bella statua» uscisse dalle tenebre delle catacombe e splendesse novellamente alla luce del sole d'Italia; bisognava che, o collettiva o individuale, sorgesse un'opera di ricostituzione, di ripristinamento. — L'Italia non poteva risorgere all'arte se non rinvigorendo questo ricordo classico al punto di renderlo, come per opera di spirituale contagio, così attuoso che da quelle stesse mani che avevano conservato l'antico capolavoro uscisse se non il capolavoro completo, almeno una degna opera artistica.

E così accadde, o signore. L'opera, prima che collettiva, fu individuale. Dove sorse l'uomo che operò questo miracolo? Chi fu l'evocatore della bella statua antica? Se fosse nato a Roma, coloro che trattano la storia dell'arte con molta ingegnosa filosofia ma con dei procedimenti che qualche volta somigliano un po' troppo ai processi buoni per la botanica e per la chimica, avrebbero esclamato: vedete! L'uomo è nato a Roma, nè poteva nascere altrove che a Roma. Invece la storia, che spesso si compiace di schernire certe generalità, ci narra che quest'uomo nacque in una città tutta dedita ai traffici ed alla combattuta vita del mare. Niccolò Pisano! Ecco l'uomo che evocò il fantasma della classicabellezza addormentata per tanti secoli e tenuta gelosamente sepolta nelle catacombe dal popolo di Roma.

Niccolò Pisano è uno dei nomi che suonano più gloriosi nella storia dell'arte poichè, ripeto, la sua è opera grandemente individuale. V'è un salto, e si potrebbe dire anzi un abisso fra quel che egli fa e quel che facevano gli artisti di poco precedenti o contemporanei a lui. Guardando alla sua opera, non vediamo neanche quella preparazione e quel certo rapporto di avviamento che pur notiamo nei più prossimi Bizantini i quali, nella pittura, precedettero, apparecchiarono Cimabue e ne accompagnarono l'opera. Si è costretti a riconoscere che quest'uomo fu privilegiato dalla natura di doni singolarissimi. Quanti erano passati davanti ai ruderi dell'antichità, quanti avevano veduto il mito di Meleagro e di Ercole e di Fedra e di Ippolito balzare, sorridere inutilmente dai vecchi sarcofaghi! Pare che tutti avessero sugli occhi una specie di cateratta artistica! Invece Niccolò Pisano ruppe questa cateratta e con uno slancio d'arte ammirevole, che non ha forse esempio nella storia artistica di altri tempi, portò la scoltura dalle forme rozzissime a quelle forme sue, che se non sono perfette, se accusano l'inesperienza della tecnica, ritraggono però tutti gli elementi dell'arte antica, e chiudono i germi di tutti i capolavori futuri, fino a Michelangelo, al Bernini, al Bartolini. Per convincervene voi dovreste, con questo intendimento di comparazione, fare un viaggio in qualunque direzione di questa vostra privilegiata terra di Toscana. Muovere per esempio da Pistoia a vedere l'architrave della porta di San Giorgio e poi fermarvi un momento a Groppolo a vedere la statua dell'Arcangelo Michele, archeologicamente preziosissima, ma deforme. Poi passare a Lucca ad esaminare la celebre vasca di San Frediano e finalmente giungere a Pisa.... Ma che dico? Quando saretea Pisa vi convincerete che quel viaggio è stato inutile. Non c'era bisogno di muoversi. Là in quella città di mercanti e di marinari abbiamo, nello spazio di pochi metri quadrati, raccolti e messi un di fronte all'altro tutti gli elementi per un confronto vero, concludentissimo. Vedete là una specie di triangolo: la Cattedrale, il Battistero, il Camposanto. Cominciate con esaminare nella porta della Cattedrale che cosa fosse la scultura in un periodo di poco precedente a quello inaugurato dal grande Niccolò. Quanta goffezza nella scultura di quelle porte, quanta deformità!... Appena qua e là qualche movenza ingenua, appena qualche concetto spirituale che vi ferma e vi soddisfa. Volete vedere il miracolo? Fate solamente pochi passi; partite dalla Cattedrale, entrate nel Battistero ed esaminate il pulpito. Se i documenti non testimoniassero, vi parrebbe impossibile che a poca distanza di tempo la scoltura avesse potuto fare un passo così enorme. E donde ha tratto le forze esteriori per farlo? Fate ancora alcuni passi; andate nel bel Camposanto ed esaminate con qualche attenzione il sarcofago della contessa Beatrice, che fu madre della contessa Matilde. Guardate il mito di Fedra e d'Ippolito e subito il mistero vi è svelato. Le sembianze di Fedra sono diventate le sembianze di Maria, le sembianze degli altri personaggi del sarcofago si riproducono nel pulpito di Niccolò. Vi sono figure di vecchi che ricordano filosofi antichi, vi sono teste di cavalli che vi fanno pensare alle quadriglie degli antichi trionfi. Insomma è una evocazione, una risurrezione, pel tempo e per le circostanze del tutto maravigliosa!

Ma si domanda: questa epoca così gloriosamente iniziata da Niccolò Pisano, poteva considerarsi come piena e definitiva per il risorgimento della nuova arte italica? Non lo credo. Intanto notate che l'impulso di Niccolò,per quanto fosse vigoroso, fu di poca durata ed ebbe un seguito relativamente scarso. I suoi allievi e successori immediati poco aggiungono all'opera sua. Per tutta Italia, oltre Pisa, a Lucca, a Arezzo, a Bologna, a Roma, a Napoli, si ammirano i monumenti della scultura rinnovata per opera del grande artista pisano; ma nè il figliuolo Giovanni, nè fra Guglielmo da Pisa, nè fra Guido da Como, nè lo stesso Andrea e Tommaso e Nerio fanno muovere all'arte dei grandi passi. È fuor d'ogni dubbio che per un periodo di oltre cinquant'anni abbiamo nell'arte una specie di sosta. Attività materiale grande, ma progressi scarsi. Più che d'una corsa in avanti si tratta di un moto circolare sempre dintorno al medesimo centro. Non è più il marasma di prima, ma una stasi incerta e irresoluta di cui, sulle prime, non sappiamo renderci conto.

Ma la ragione non è difficile a trovarsi, o signore. L'opera di Niccolò Pisano non poteva dare la forma definitiva e l'andamento completo al risorgimento artistico in Toscana, perchè in sostanza l'arte sua è un'arte di reminiscenze, è un'arte di pura tradizione. Con essa il Genio italico si riannoda al suo passato glorioso. Era moltissimo ma non bastava. Bisognava fermare i piedi sicuri sul presente e divinar l'avvenire.

Per un'arte nuova facevano mestieri degli elementi nuovi, degli elementi che ritraessero la ragion loro in modo più diretto dalle condizioni della storia contemporanea e dalla natura. Pensate solo a questo, o signore; la donna più morbosamente amorosa dell'antichità, Fedra, che appena Euripide aveva osato portare, tardi, sulle scene della Grecia; Fedra doveva dare per mezzo dell'artista cristiano le sue sembianze alla madre di Cristo, alla personificazione cristiana di tutte le idealità della donna. Questo, voi lo vedete bene, nell'arte metteva i germi di un altro conflitto che, a lungo andare,ci avrebbe forse ripiombati in un altro caos artistico e in una impotenza somigliante a quella dalla quale eravamo appena usciti. Era necessario che il movimento artistico di Toscana si sdoppiasse, o meglio che il primo fosse seguito da un secondo più efficace perchè più comprensivo. E per tutta Toscana voi sentite come scorrere un soffio caldo e primaverile: vedete Arezzo, Pisa, Siena, Lucca, Firenze che vi danno idea di amazzoni gagliarde in gara fra di loro. Corrono, corrono e ognuna vuole arrivar prima!... Arezzo ha il suo Margheritone, Pisa ha il suo Giunta, Siena ha Guido, Firenze ha Cimabue. Già si prevede che, come il periodo precedente ebbe inizio dal risveglio della scultura, in questo secondo la pittura dominerà; la pittura che si stende con ala più vasta nell'orizzonte dell'arte. Si prevede ancora che in questa nobilissima gara la vittoria rimarrà a Firenze; a Firenze che, fra le città italiane, era una di quelle che conservavano in minor numero ricordi e avanzi dell'antica arte classica: fatto importantissimo questo, già notato dallo stesso Benvenuto Cellini; e che doveva grandemente influire sull'indirizzo più libero, sul carattere più originale, sulla schietta modernità insomma dell'arte e che s'andava maturando e batteva alle porte dell'avvenire.

Dunque, riassumendo: Pisa doveva dare al rinascimento dell'arte italica l'elemento tradizionale e lo diede con l'opera di Niccolò e dei suoi scolari; lo diede vigorosissimo, lo diede in modo da render ben meritevole la fama gloriosa che il Pisano si è acquistato nella storia. Ma bisognava entrare in un periodo nuovo; e Firenze vi entrò con un vigore e con una fortuna che sconfisse tutte le altre città toscane in gara con lei. Le esagerazioni storiche del Vasari sono già state cribate e ridotte al loro giusto valore. Vasari vide con occhio troppo toscano e forse troppo fiorentino quandoentrò nei particolari; ma nella grande linea storica il buon aretino si mantenne nel vero. Firenze doveva essere la sede, doveva essere il faro da cui sarebbe partita la nuova luce. Tutto contribuiva nel conferire a Firenze questa privilegiata e gloriosa missione storica. Il suo popolo era libero, forte, ricco, fidente di sè, guardava con sicurezza al futuro. Era sopra tutto istruito, come nessun altro popolo in quel tempo. Erano i giorni, o signore, in cui i poeti si sognavano di esser messi per incantesimo in una barca insieme ai loro più cari amici ed alle loro care donne e di veleggiare a lungo senz'altra cura, sotto un cielo e sopra un mare tranquillo, ragionando e sognando d'amore. Giovanni Villani ci narra che nel 1283 per un lungo tratto di tempo tutta la città rimase nel grazioso «dominio d'Amore». Era una vita spirituale e gioconda. La parte umana che doveva dare il primo elemento all'arte s'innalzava, si affinava, si ingentiliva. L'altro elemento, l'elemento mistico cristiano, alla sua volta si rendeva sempre più acconcio alla composizione della definitiva opera d'arte.

Sopra una verde collina dell'Umbria un povero uomo pregava Dio; ma lo pregava in una forma insolita dando alla sua preghiera un'insolita intonazione. Chiamava partecipe alla sua prece, al suo inno, il sole, la luna, le stelle, le montagne, le piante, i fiori, le rondini e le colombe dell'aria: voleva che tutte le creature viventi si unissero a lui in una gara immensa di lode amorosa rivolta al Creatore. Da una parte adunque il divino, non dirò no che si abbassasse, ma si rendeva più mite, più dolce, accennava più affabilmente verso questa povera vita umana; l'umano si elevava, si affinava, si ingentiliva.... Insomma, eravamo prossimi, eravamo alle viste di quella «divina simmetria»; a quell'accordo degli elementi materiali e ideali che il medio evo aveva con tanto disagio e inutilmente cercata, dacui doveva balzare luminosa e gloriosa la perfetta opera d'arte.

Mancava l'uomo, e quest'uomo l'aveste voi, e discese, umile pastore, dalle montagne che circondano la vostra Firenze: Giotto. Ho detto il nome del più grande forse fra gli artisti di tutti i tempi, e di tutte le civiltà. Egli non esordì come Niccolò, copiando il sarcofago antico, ma disegnando, in mezzo alla pace de' suoi boschi, una delle sue pecorelle, simbolo gentile del poetico naturalismo, che egli doveva inaugurare. Wolfango Goethe nell'olimpica serenità dell'anima sua lo avrebbe chiamatoEuphorion, il figlio di Elena bellissima e di Fausto pensoso; colui che doveva sintetizzare e fondere gli elementi plastici dell'arte antica e gli elementi spirituali e sentimentali dell'arte moderna e cristiana. Come lo chiameremo noi?... Noi ci contenteremo di prendere in prestito da Dante, il suo grande amico, una frase, e lo chiameremo il maestro e l'autore del «dolce stile nuovo» della pittura e dell'arte toscana.

E qui, signore, io sono arrivato ai limiti nei quali debbo fermarmi. — Saluto il bellissimo tema che sarà tratto con forma più degna della mia dal mio successore un altro anno, e in cui si rispecchia così pura gloria italiana, la quale, in tanta parte, è gloria vostra, o Fiorentini.


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