LE ORIGINI DELLA LINGUA ITALIANADIPIO RAJNAL'argomento che mi rassegno a trattare tocca signore e signorine più da vicino di quel che forse non credano. No davvero — guai a me se neppur ci pensassi! — per via dell'opinione, tutta mascolina, che attribuisce alla donna una predilezione particolare per l'esercizio di quel prezioso strumento che è la lingua. I motivi miei sono di natura ben differenti. Mi s'affaccia quel luogo dellaVita Nuova(§XXV), dove Dante afferma che «lo primo che si mosse a dire siccome potea volgare si mosse perchè volle fare intendere le sue parole a donna» — alla donna del suo cuore — «alla quale era malagevole ad intendere le parole latine.» Che se qui s'ha a fare con un'idea personale, dove la critica inesorabile anche coi grandi e coi massimi, trova che al vero è frammisto l'errore, Dante non immagina nè argomenta — ripete ed osserva — quando per bocca di Guido Guinizelli designa coll'epiteto di «materno» il nostro linguaggio, insieme con uno de' suoi stretti parenti d'oltralpe:O frate, disse, questo ch'io ti scernoCol dito (e additò uno spirto innanzi)Fu miglior fabbro del parlar materno.(Purg.,XXVI, 115.)«Parlar materno»: quello che il bambino impara dalle labbra di chi, dopo avergli dato la vita, «vegghia », per dirla ancor con Dante, «a studio della culla» sua, ne regge i primi passi, ne desta con pazienza instancabile le facoltà intellettive. Così la nuova favella ci viene innanzi doppiamente illuminata dal sole dell'amore: dell'amore nella più intensa e nella più santa delle sue manifestazioni.Dichiaratamente nelle parole dellaVita Nuova, tacitamente eppure in modo altrettanto sicuro in quell'epiteto di «materno», che suppone di necessità qualcosa che materno non sia, di fronte al volgare sta la lingua latina. Se ne sta maestosa, superba di una nobiltà due volte millenaria, che nell'ordine suo non ha assolutamente l'uguale. La sua storia è la storia stessa di Roma. Al pari di Roma e insieme con lei il latino prese le mosse da principii umili ed oscuri, e a poco a poco arrivò ad una grandezza da sbalordire. Non era già nemmeno all'origine il linguaggio di Roma soltanto. Prima ancora che presso alle rive del Tevere sorgessero sul Palatino i tugurii destinati a diventare un giorno i palazzi dorati degl'imperatori, la favella che qui aveva a rimbombare sonava in altre parti del Lazio, più salubri e più fertili. E il Lazio continuò sempre a parlar latino, e il latino non cessò mai di chiamarsi così, vale a dire per l'appunto «lingua del Lazio». Ma cosa importa mai ciò? Solo in quanto era la lingua di Roma, il latino si venne estendendo fuori del suo proprio territorio. La conquistatrice del mondo fu Roma, non il Lazio, che al pari del resto dovett'essere domato e conquistato ancor esso. E il latino che si propagò, fu il latino quale s'era venuto foggiando e modificando dentro nella città, la quale, alla stessa maniera come nel rimanente, dettò la legge anche per ciò che riguarda il linguaggio. Però il parlare elegante fu detto «sermourbanus», parlar cittadino, intendendo per «urbs» la città per eccellenza: Roma, e nient'altro che Roma.È una storia meravigliosa quella della conquista romana: compiuta passo passo attraverso a fiere dissensioni interne ed a rivolgimenti non pochi, con una tenacia ed una coerenza rare a trovarsi negli individui, e che qui viene ad aversi in un popolo, per una serie interminabile di generazioni. Ma non è troppo meno meravigliosa neppure la storia della propagazione del latino. La conquista linguistica tien dietro alla politica: la rafferma, e le mette il suggello. E le due conquiste hanno un'intima analogia. Politicamente, la conquista viene ad essere come un immenso dilatarsi della città, e l'effetto suo finale si riassume nella qualità di cittadino romano conferita alle genti che s'erano via via soggiogate, soffocando a poco a poco il sentimento, così vivo un tempo, delle molteplici nazionalità.Urbem fecisti qui prius orbis erat, — tu facesti città ciò che prima era il mondo, — dice al principio del quinto secolo un Gallo, Rutilio Namuziano (1, 66), con un gioco di parole che racchiude un concetto sublime. E nell'ordine linguistico, abbiamo il linguaggio di questa nostra medesima città che si va facendo comune a una immensa estensione di terre, e che colla sua voce tonante prima impedisce che s'odano, e poi riduce ad ammutire una moltitudine infinita di parlate, e non già unicamente di parlate rozze ed incolte. Solo il greco, grazie alla portentosa civiltà di cui era stato ed era tuttavia strumento ed espressione, potè mantenersi prospero, pur dovendo rassegnarsi ancor esso a vedersi mozzati quei rami che sporgevano ben rigogliosi sul suolo occidentale.Questa meravigliosa unificazione della favella fu possibile appunto per via della trasformazione che il sentimento della nazionalità venne a subire dovunque, senon in tutti; le genti più disparate si condussero a parlare a somiglianza dei Romani, non solo perchè ciò riusciva praticamente utile sotto molti rispetti, ma anche per il motivo che il chiamarsi Romano — Romano, si badi bene, non Latino, nè altra cosa — era per ciascuno argomento d'orgoglio. Dentro ad ogni animo s'avevano, più o meno in confuso, sentimenti analoghi a quelli coi quali ineggia a Roma Claudiano, un nativo della greca Alessandria; a Roma «della quale», egli dice (De cons. Stil.,III, 131), «nulla in terra di più eccelso ricopre il cielo;.... madre dell'armi, madre delle leggi, che stende su tutti il suo impero, prima culla al diritto. Quest'è colei che nata in angusti confini, mosse all'uno e all'altro polo, e allargò le mani quanto è il corso del sole;.... quest'è colei che sola accolse nel suo grembo i vinti, e carezzò il genere umano con un unico nome, madre, non signora; e chiamò concittadini coloro che aveva soggiogato; e le cose lontane congiunse con vincolo pio. All'opera sua pacificatrice noi tutti dobbiamo che in paese straniero siam come in patria: che ci è lecito mutar sede; che.... penetrare in ciò ch'era un tempo spaventosa solitudine, è divenuto un gioco; che ora beviamo il Rodano, ora l'Oronte; che tutti siamo un sol popolo.»Quod cuncti gens una sumus!Del linguaggio Claudiano non parla: ma quanto sia grande l'efficacia sua nel fare che si senta di essere un popolo solo, sa l'Italia unita, e meglio ancora sapeva l'Italia divisa e fatta a minuzzoli.Così al quinto secolo dell'êra volgare il mondo presenta uno spettacolo davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro, lungo le spiagge settentrionali dell'Africa;quella favella è intesa negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo, che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa «cattolica», cioè universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene — ben lo capite — dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese,il rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana, e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai — ed è tutto dire! — di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea — giacchè un erudito che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare — a credere prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa, ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che analogamente sostenne greca — facendosi puntello di Marsiglia, greca di origine e per più secoli — la derivazione del francese, e l'anima del quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle «du clergé de Paris», che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non deve tuttaviaessere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo. Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il «Varon Milanes»: «Biot.Nudo,povero. È tratto dal greco Βιοτος (sic), quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita solamente....» «Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significamale. Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto corrotto, imperciocchè Βολαῖ appresso i grecidicuntur dolores qui sentiuntur in partu.» Ma per verità faccio torto al Varon dandogli un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la sicumera e la spavalderia.Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche dei lavoratori che si succedono numerosissimi.Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto chei nuovi linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi s'è fittoin capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene — e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro — che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura, bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora. Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie, conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo; regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che un tempo era stato nella gemma intera,una favella regolare parlavano ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di abbiezione.Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi, liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco, genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro, la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la loro favella nativa.Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi tutti a farciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! — Non per questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa di scritto o stampato — l'avviso esposto al pubblico sulla parete della casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di Bertoldo, ilSecoloriportato di città dal suo vicino — fu sempre coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale a dire in patria, sidovesse continuare a prestar omaggio al latino, che aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai, si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso gl'Italiani saranno «Latini,» e «Volgare Latino» il loro linguaggio abituale.Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino classico? — Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso diOriginime ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se, chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana,mi mettessi a parlare delle origini del linguaggio umano.Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!) di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime. La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso, come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto, furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere il fiorentino. Poichè si dicela hasa, maaccasa,in casa, si scriverebbecasadovunque, come tutti facciamo, senza tener conto dellasorte toccata in certi incontri a quella prima lettera, gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno, dove la gente bassa non ha più lasu' hasa, ma soltanto lasu' asa.Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del Cupolone, e quello del popolino di «San Friano», la differenza non è piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà, non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il colore fondamentale è sempre il medesimo.Ebbene: le lingue cosidette romanze sono — con un arricchimento di voci straniere e specialmente germanichenon dissimile da quello che s'era avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca — la continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove, in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano da una stessa sorgente? — Trasportato fuori di Roma, il latino dovette sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò che a prima giuntasi penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero. Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a noi manca qui il tempo.Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno, s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente, collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente, sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro, separatamente e successivamente, tenendoin mano una pergamena dove sono indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: «Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.» Signori facciamo un inchino ben profondo. È questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo, coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.Di questo abbandono par tuttavia che la maschera si penta; e, salvo qualche ripetizione di quelle parole medesime o press'a poco, noi siam costretti a starcene in ascolto forse un secolo — un secolo che non ha per buona sorte il potere d'invecchiarci — perchè il fatto si rinnovi. E fortunati noi, che insieme col privilegio dell'eternità ci troviamo avere pur quello, quind'innanzi ancor più necessario, di passare colla rapidità del pensiero da un luogo all'altro! Per stavolta tuttavia basterà che ci si trasporti a Roma, sotto le vôlte della basilica inferiore di San Clemente, sepolta fra le macerie nel 1084 per le devastazioni di Roberto Guiscardo, e ricomparsa alla luce vent'anni fa. Fu dunque avanti quell'anno fatale che un cotal «Beno de Rapiza», insieme colla moglie Maria, fece ornare le pareti di pitture, che rappresentano scene della vita del santo titolare, e la traslazione, a quel che sembra, del corpo di San Cirillo. Tra queste pitture ce n'è una, dove si vedono tre uomini adoperarsi a trascinare un fusto di colonna, ed un quarto, rivestito di manto, in atto di comando.Accanto alle figure si leggono parole che i personaggi hanno da pronunziare: «Fàlite dereto codo palo, Carvoncelle! — Albertel, trái! — Fili de.... cani, traìte.» Ho detto «fili de cani»; ma veramente l'espressione non sarebbe questa; giacchè, ciò che nel secolo XI si poteva scrivere sulle mura di una chiesa, ritraendo i fasti di un santo, non si potrebbe sempre nel XIX ripetere in presenza di signore.Da Roma un volo alla Sardegna; non già perchè vi ci attirino certe famigerate Carte d'Arborea, che all'olfatto di chiunque abbia un po' di naso danno odor di tutt'altro che di muffa. Ma di muffa, e di quella buona, sa il privilegio che tra il 1080 e il 1085 il «judice Mariano de Lacon» concede agli «homines de Pisas, per ca», egli dice, «li sso ego amicu caru e itsos a mimi», determinando che nessun comandante che vada a reggere una certa terra «n'apat comiatu de levàrelis toloneum». Come? Si tratta di esenzioni di tributi? Ahimè: scappiam più che di fretta, chè questi son discorsi proibiti per orecchie italiane!Ritorniamocene alla terra ferma, e ripieghiamo le ali sopra non saprei qual punto dell'Umbria, delle Marche, lì d'attorno. Poichè la Pasqua è imminente, molti sentiranno il bisogno di accostarsi ad un confessionale. Ed eccomi qui pronto a dar l'imbeccata al penitente o alla penitente, pur sapendoli ben lontani dall'esser lordi di nessuno tra certi peccatacci, di cui, s'io ridicessi tutto quel che mi sussurra un mio suggeritore, dovrei fare la lunga enumerazione: «Domine, mea culpa! Confessu so ad me senior Dominideu, et ad ma (t) donna sancta Maria.... de omnia mea peccata ket io feci da lu battismu meo usque in ista bora, in dictis, in factis, cogitatione, in locutione.... Me accuso de lo Corpus Domini, k'io indignamente lu acceppi.... Me accuso de lo genitore meo et de la genitrice mia, et de li proximi mei,ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Domnideo commandao, ecc., ecc.!» Come si vede il volgare, è chiazzato di latino, cosa che nella chiesa troppo ben si capisce. Viene ad aversi — e per ragioni non dissimili — un impasto di linguaggio analogo al dialetto, che stando alle commedie di Carlo Maria Maggi, solevano parlare nel secolo passato le dame milanesi:Donna Quinzia.Don Leli, che la sortSia tant inviperìContro la nostra Casa;Che il noster sanguu tant limpid fin'adessS'abbia da intorbidar con altra sfera,L'è düra; ma giacchè col fier destinContrastar non si può,Convien, stringend i ogg, mandarla giò.(Consigli di Meneghino, Atto I, sc. I).Finora non s'è avuto che prosa. Chiamiamo versi, per modo di dire, quelli che si leggevano un tempo sopra l'arcata del coro del Duomo di Ferrara:Li mille cento trenta cenqe natoFo questo templo a San Gogio donatoDa Glelmo ciptadin per so amore;E mea fo l'opra Nicolao scolptore.Versi potranno esser chiamati con qualche maggior ragione quelli del cosidetto Ritmo Cassinese: forse (pur troppo non s'è ancora trovato l'appiglio per una datazione sicura) il più antico tra i nostri documenti volgari che mostri in chi lo compose una certa quale intenzione e pretesa letteraria. L'interpretazione dà molto filo da torcere; ma nella somma non par dubbio che per via di un dialogo tra due personaggi alquanto enimmatici, l'uno dei quali s'è mosso dall'oriente, l'altro dall'occidente,si miri a staccar gli uomini dalla terra ed a volgergli alle cose celesti:Quillo d'oriente pria — altia l'occlu, sillu spia,Addemandaulu tuttabia, — como era, como gia.«Frate meu, de quillo mundu bengo:Loco sejo et ibi me combengo.»Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurusDice: «Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.Hodie mai plu non andare,Ca te bollo multu addemandare.»Ma se qui si vuol «multu addemandare», di rimanercene a sentire a noi manca il tempo; chè ci arriva il suono di un altro dialogo assai più animato, tra gente che desta molto più la nostra curiosità: il trovatore Rambaldo di Vaqueiras — colui che «Trovò per Beatrice in Monferrato», il compagno d'avventure del prode e cavalleresco marchese Bonifazio — e una popolana di Genova. Il trovatore prega d'amore costei nel tuono ch'egli è solito usare colle nobili castellane: ma le risposte che riceve sono ben diverse da quelle a cui è avvezzo. Ascoltiamo un momento. Tradurvi il provenzale di Rambaldo avrebbe ad esser superfluo. O quando mai un uomo innamorato, o che tale si finge, ha saputo dire a una donna qualcosa di nuovo, che tutti e tutte non conosciate a menadito?«Donna genta et eissernida,Gaia e pros e conoissens,Vaillam vostre cauzimens,Quar jois e jovens vos guida,Cortezia e pretz s sensE totz bos ensenhamens;Per q'ieus soi fizels amaireSenes totz retenemens,Francs, humils e mercejaire;Tant fort me destreinh em vensVostr'amors que m'es plazens!Per que sera jauzimensS'eu sui vostre bevolensE vostr'amics.»«Jajar, voi semegliai mato,Che cotal razon tegnei:Mal vignai e mal audei!Non avè sen per un gato:Perchè trop me descbazei,Che mala cossa pareiNè non faria tal cossa,Se sia figlio de rei.Credi vo che e' sia mossa?Per mia fè, non m'averei!Se per amor vo restei,Ogano morrè de frei.Troppo son de mala leiLi provenzal!»E Firenze? — Oh, anche la voce di Firenze ci arriva presto. E qual voce! «M.CC XI. Aldobrandino, Petro e Buonessegnia Falkoni no dino dare katunu in tuto libre. lij. per livre diciotto d'imperiali mezani, arrazione di trenta e cinque meno terza, ke demmo loro tredici di anzi kalende luglio, e dino pagare tredici di anzi kalende luglio: se più stanno, a .iiij. denari libre il mese, quando fusse nostra volontade.» Sicuro: il più antico testo fiorentino è finora il frammento di un registro di non sappiamo quali prestatori o banchieri, che vediamo esercitare il mestiere loro, oltrechè in Firenze, a Bologna, per la fiera di San Procolo, o come qui si dice, «San Brocoli.» Come si vede, si prelude assai bene alla condizione di cose per cui più tardi tante mogli fiorentine «Eranper la Francia nel letto diserte», ma in pari tempo la città cresceva a meravigliosa ricchezza. Che se di lontano s'ode altresì lo scroscio dellafragorosa rovina del Peruzzi e dei Bardi, di sotto a quella rovina la prosperità di Firenze riuscirà bene a sollevarsi.Non seguitiamo più oltre la rassegna. Era opportuno tender l'orecchio ai passi mattinieri che rompevano il silenzio della notte ed annunziavano il giorno; ma ora l'oriente s'imporpora, la vita si ridesta, il rumore si fa assordante ed altro ci vorrebbe per badare ad ogni cosa. L'Italia tutta man mano si leva in piedi; ogni volgare, poco o tanto, o bene o male, o in verso o in prosa, si vien cimentando. Una folla di gente, sconosciuta per la massima parte, ma tra cui si riesce anche a coglier dei nomi — quel Cielo da non so che, stato fino a ieri Ciullo d'Alcamo, Patecchio da Cremona, Uguccione da Lodi, Pietro di Bescapè, fra Bonvicino dalla Riva, fra Giacomino da Verona, il veneziano fra Paolino, Ristoro d'Arezzo — ci si stringe dintorno e minaccia di soffocarci. Ciascuno fa ressa, presentando scritture romane, umbre, toscane, venete, lombarde, liguri, e che altro so io: svariatamente insomma dialettali, come in generale sono stati dialettali i pochi saggi avuti finora.Sta bene: i dialetti dunque si vengono scrivendo ogni giorno più. Ma noi non ci si contenta di sapere di loro: si vuol anche saper della lingua. — Per giungere ad essa la strada da percorrere era più lunga ed ardua d'assai. La lingua, signori miei, è un ideale; e quanto sia faticosa per l'uomo la ricerca di un ideale, tutti più o meno sappiamo per prova. E anche la semplice rappresentazione delle cose riesce tutt'altro che agevole. Come non avrebbe ad essere difficile render conto della lingua al secolo XIII, se, dopo settecento anni di letteratura, ancora non siam ben d'accordo cosa questa lingua abbia ad essere?Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendolinguaper contrapposto aidialetti, noi intendiamo l'universaledi fronte al particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari, una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole, delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra, i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate, varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta tradurre in atto.Ma di cotale unità non s'ha meramente il sentore: si prova il bisogno. Di un linguaggio che non sia già proprio di questa o quella città, ma che possa dirsi comune, ogni paese che la natura o la storia abbian foggiato veramente in un tutto, prova vivissima la necessità. Ora, se a questa necessità provvedeva abbastanza il latino finchè l'Italia sonnecchiava o alle funzioni più elevate della vita partecipavano relativamente pochi,così non era più, una volta che la vita s'era fatta ben altrimenti intensa, con carattere schiettamente laico ed essenzialmente democratico.Tutto ciò in un ordine astratto e mai definibile. Concretamente, s'ha il gran rimescolio prodotto dai commerci, dalle istituzioni religiose, civili e scientifiche, dalle leghe, dalle guerre, dalle paci. I frati che lontano dalla loro patria si trovano a predicare a popolazioni cui sarebbe vano rivolgere la parola in latino, i pellegrini che accorrono alla tomba degli Apostoli e ad altri Santuari, la moltitudine raccolta insieme alle fiere, i podestà che con un loro seguito vanno ad esercitare fuor di casa l'ufficio di supremi reggitori, la folla dei giovani che trae da ogni parte alla dotta Bologna e ivi s'affratella, son tanti fattori di ravvicinamento tra le varie parlate, le quali imparano così a conoscersi a vicenda e acquistano scambievole familiarità. E i canti che anche allora probabilmente erravano da questa a quella provincia, e i proverbi che erravan del pari, gli uni e gli altri subendo bensì nel loro vagabondare una trasformazione, ma una trasformazione imperfetta, portavano all'opera che si veniva compiendo un contributo tutt'altro che disprezzabile. E un contributo stragrande veniva a portarlo il latino stesso, in quanto dappertutto il volgare, nella bocca, e più assai poi sotto la penna della gente più o meno colta, tendeva a tenerglisi stretto a' panni. Ne seguivano convenienze senza bisogno d'accordo: a quel modo che anche oggi il milanese e il bergamasco di chi ha la familiarità coll'italiano, si assomigliano maggiormente che il milanese e il bergamasco del popolo rozzo.Questi non son che bagliori; bagliori, che rendono lo nostre antiche scritture dialettali assai meno dissimili di quel che sarebbero se fossero specchio ben fedele delle singole parlate. Ma di bagliori noi non ci sicontenta: vogliamo arrivare a veder la luce. E la luce, per uno spiraglio, cominciò a penetrare ancor essa di buon'ora. La scuola poetica, che si suole dir sicula, ma che abbraccia gente di ogni nostra regione, fu la prima manifestazione letteraria comune a tutta Italia. Ebbene: stretti com'erano gli uni e gli altri dal pensiero e dall'arte, imitatori degli stessi modelli provenzali, raggruppati dattorno a una medesima corte, cui appartenevano o guardavano, quei poeti ebbero ad avvicinarsi molto tra di loro anche nell'espressione. Quindi, non una piena uniformità, ma una minore difformità che non s'avesse fuori di lui. Cosa incomparabilmente più facile da conseguirsi, in quanto, non solo tutti poetavano unicamente d'amore, ma poetavano movendosi in una cerchia di idee convenzionali singolarmente angusta.Così l'apparenza di un linguaggio letterario comune incominciò ad aversi; e quell'apparenza potè ancora per un certo tempo sembrare realtà, e realtà da appagarsene pienamente, nientemeno che a Dante. Ma egli s'ingannava; e il massimo sfatatore delle sue proprie convinzioni aveva ad essere lui stesso.Al rigoglio meraviglioso di vita civile, politica, economica che nel secolo XIII prese ad agitare la Toscana, cominciò a corrispondere un rigoglio non meno meraviglioso anche in fatto di arte. E l'arte della parola ebbe ancor essa cultori in gran numero. Alle cause generali del fenomeno, s'aggiungeva questa: che la Toscana capiva di avere nel suo linguaggio uno strumento ben opportuno del pensiero; e a ragione davvero, dacchè nessuna parlata italiana possiede un'egual somma di pregi esteriori ed intrinseci. Di questa coscienza può esserci indizio quell'arido frammento di un libro fiorentino di banco di cui v'ho letto qualche linea. Già nel 1211 — anzi, già qualche decennio più addietro, a dir poco, dacchè è troppo chiaro che il fatto non principiadi lì — Firenze osava bravamente servirsi del suo volgare per usi che hanno pure un carattere pubblico. E a questa coscienza di forze corrispondeva altrove una coscienza di debolezza. In quasi tutta l'Italia settentrionale, vale a dire nella regione che per molti rispetti non aveva nulla di certo da invidiare alla Toscana, i dialetti si sentivano poco italiani — poco latini pertanto — e, vergognandosene in certo modo, si sforzavano nelle scritture di conseguire coll'artifizio ciò che la natura aveva loro tolto, e si venivano così ad accostare al tipo di cui le parlate toscane erano l'esemplare più puro, e geograficamente il più prossimo a loro. Il più prossimo ed ecco qui uscir fuori una ragione molto importante ancor essa. La situazione centrale tornava essa pure di grandissimo vantaggio per la Toscana, e la rendeva più atta d'ogni altra provincia a esercitar l'impero su tutta la penisola.La Toscana aveva dunque già molto in suo favore, e già tendeva ad arrogarsi il predominio ed a vederlo accettato, quando apparve la gran figura di Dante. Questi cominciò dall'essere, nonchè uomo del tempo suo, uomo oso dir del passato. Scrivendo laVita Nuova, — intorno al 1292, — egli non si perita di riprovare coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa.» Il povero volgare, in cambio di poter spaziare libero dovunque, dovrebbe contentarsi di starsene chiuso dentro un recinto. Ma le mura di quel recinto non tardarono ad esser scavalcate anche dallo stesso Dante, che però, quando appresso, al principio dell'esilio, si dette a comporre ilDe vulgari eloquentia, segnò confini d'assai più vasti. Nè qui egli si fermò. Pochi anni più tardi, mosso tra l'altre cose da un santo sdegno contro i «malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui» — il provenzale e il francese — «e lo proprio dispregiano», si servirà nelConviviodel volgare nostro per trattarele più astruse e sottili quistioni scientifiche; e a proposito di questo volgare proromperà, al termine di una lunga difesa o panegirico, in quelle parole fatidiche: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce.» Il sole di cui si presagisce il tramonto è il latino. Come si vede, il nuovo linguaggio ha acquistato piena coscienza di sè. La fanciulla che finora se n'era stata timida in gonnelle corte accanto alla madre, s'è accorta che quelle gonnelle non fanno più per lei, e si rifiuta di portarle più a lungo. La madre continuerà ad essere circondata di affetto e venerazione; ma si rassegni ad esser matrona, e non presuma più di adempiere lei le parti giovanili.Che la predizione delConviviosi avverasse prontamente, fu opera dello stesso Dante, il quale giusto allora veniva innalzando uno dei monumenti più portentosi dell'arte e del pensiero umano: laDivina Commedia. Questa, imponendosi d'un tratto all'ammirazione universale degl'italiani, decise, senza possibilità di opposizioni efficaci, la questione della lingua. Ed essa veniva col fatto a risolverla in favore del toscano non solo, ma proprio del fiorentino, sbaragliando e dissipando, checchè Dante potesse forse ancora addurre in loro difesa, le teoriche artifiziose e le troppo sottili distinzioni delDe vulgari eloquentia. Ho detto che la lingua è un ideale. La ricerca dell'ideale aveva stavolta quel più lieto fine che possa mai avere nella vita. Si rinunziava a cercare più oltre, per stendere le braccia ad una fanciulla sfolgoreggiante di salute e leggiadria, che, se non era l'ideale, era più e meglio di esso. Certo ci vollero ancora due secoli perchè la decisione voluta dallaCommediaavesse pieno effetto; nè cessarono mai del tutto le resistenze, parte irragionevoli e meschine, ma parteanche ragionevolissime, e tali da dover dissuadere noi pure dell'acquetarci nella formola troppo angusta che alcuni — sia pure autorevolissimi — propugnano. Ma, considerando bene, tutto ciò riguarda semplici particolari. Quanto alla sostanza, nessun dubbio che la lingua letteraria dell'Italia non sia stata, non sia, e non voglia quanto mai desiderarsi che abbia ad essere anche in futuro, la favella di Firenze.Abbia ad essere: poichè importa moltissimo che il nostro linguaggio non perda il privilegio invidiabile di poter attingere alle fonti vive del parlar popolare; e importa altrettanto che queste fonti siano quelle medesime da cui esso sgorgò e di dove attinse in passato. Solo così il linguaggio potrà mantenersi durevolmente limpido e fresco. Ora, un certo qual pericolo sovrasta. L'Italia s'è ricomposta, ha conseguito una capitale, e quella capitale non è, nè poteva esser Firenze. Essa è invece la città su cui s'impernia tutta la vita italiana: come s'è visto, insieme colla vita politica, colla civile, colla religiosa, anche la vita linguistica. C'è luogo quindi a temere che il centro di gravità tenda a spostarsi. Contro un pericolo siffatto non vedo quale altro rimedio possa esserci all'infuori di un fervore di vita intellettuale, che mantenga a Firenze, così mirabilmente disposta dalla natura e dalla storia, il carattere di Atene italiana. A quest'opera, sommamente salutare e benefica, non solo per la patria piccina, ma anche per la grande, tutti possono efficacemente contribuire. Contribuisca anzitutto ciascuno col coltivare la mente sua propria. E cooperatrice efficacissima, anzi indispensabile senz'altro, è a dire la donna. Chè, ivi non è coltura durevole e schietta, dove la donna non è colta; la donna, prima educatrice delle nuove generazioni; stimolatrice insieme e riposo dell'ingegno umano; allettamento e anima di quei ritrovi, per opera dei quali ilpensiero e la parola — ce lo dica la Francia del passato — possono meglio che con qualsivoglia altro mezzo ingentilirsi e affinarsi. Ma badi bene la coltura di non lasciarsi salire in groppa quella odiosa strega che è la pedanteria. Se questo avesse a seguire, bisognerebbe correre a sbarrare le strade e chiudere il passo anche a lei. Meglio allora sempre per la donna rimanersene coi pregi che si trova aver da natura.APPENDICE.Sarà, credo, opportuno, ch'io non lasci vagare stampata questa mia conferenza, senza dire aperto cosa pensi di certe opinioni messe fuori di recente, alle quali vedo farsi un'accoglienza, che non avrei immaginato quando parlavo al pubblico della sala Ginori.Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne, in un articolo ingegnoso pubblicato nellaNuova Antologia(15 agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica, fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof. Augusto Gaudenzi — uno studioso che dalla sua rocca della storia del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie in altri dominii — prima in una rivista (L'Università,iii, 204 seg.), poi soprattutto in un libro (I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci, determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte notarile dell'Università bolognese.Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli studi linguistici: il Salvioni (Giornale storico della letteratura italiana,XVI, 378) e il Meyer-Lübke (Literaturblatt für germanischeund romanische Philologie,XII, 25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia. Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo, era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire che il Gaudenzi «dimostra il fatto in modo ben più sicuro.»Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati, i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo anche nella storia della nostra lingua un'importanza ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese, scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna, tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico; dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari, di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della lingua scritta.Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che nuovo.
DIPIO RAJNA
L'argomento che mi rassegno a trattare tocca signore e signorine più da vicino di quel che forse non credano. No davvero — guai a me se neppur ci pensassi! — per via dell'opinione, tutta mascolina, che attribuisce alla donna una predilezione particolare per l'esercizio di quel prezioso strumento che è la lingua. I motivi miei sono di natura ben differenti. Mi s'affaccia quel luogo dellaVita Nuova(§XXV), dove Dante afferma che «lo primo che si mosse a dire siccome potea volgare si mosse perchè volle fare intendere le sue parole a donna» — alla donna del suo cuore — «alla quale era malagevole ad intendere le parole latine.» Che se qui s'ha a fare con un'idea personale, dove la critica inesorabile anche coi grandi e coi massimi, trova che al vero è frammisto l'errore, Dante non immagina nè argomenta — ripete ed osserva — quando per bocca di Guido Guinizelli designa coll'epiteto di «materno» il nostro linguaggio, insieme con uno de' suoi stretti parenti d'oltralpe:
O frate, disse, questo ch'io ti scernoCol dito (e additò uno spirto innanzi)Fu miglior fabbro del parlar materno.(Purg.,XXVI, 115.)
O frate, disse, questo ch'io ti scerno
Col dito (e additò uno spirto innanzi)
Fu miglior fabbro del parlar materno.
(Purg.,XXVI, 115.)
«Parlar materno»: quello che il bambino impara dalle labbra di chi, dopo avergli dato la vita, «vegghia », per dirla ancor con Dante, «a studio della culla» sua, ne regge i primi passi, ne desta con pazienza instancabile le facoltà intellettive. Così la nuova favella ci viene innanzi doppiamente illuminata dal sole dell'amore: dell'amore nella più intensa e nella più santa delle sue manifestazioni.
Dichiaratamente nelle parole dellaVita Nuova, tacitamente eppure in modo altrettanto sicuro in quell'epiteto di «materno», che suppone di necessità qualcosa che materno non sia, di fronte al volgare sta la lingua latina. Se ne sta maestosa, superba di una nobiltà due volte millenaria, che nell'ordine suo non ha assolutamente l'uguale. La sua storia è la storia stessa di Roma. Al pari di Roma e insieme con lei il latino prese le mosse da principii umili ed oscuri, e a poco a poco arrivò ad una grandezza da sbalordire. Non era già nemmeno all'origine il linguaggio di Roma soltanto. Prima ancora che presso alle rive del Tevere sorgessero sul Palatino i tugurii destinati a diventare un giorno i palazzi dorati degl'imperatori, la favella che qui aveva a rimbombare sonava in altre parti del Lazio, più salubri e più fertili. E il Lazio continuò sempre a parlar latino, e il latino non cessò mai di chiamarsi così, vale a dire per l'appunto «lingua del Lazio». Ma cosa importa mai ciò? Solo in quanto era la lingua di Roma, il latino si venne estendendo fuori del suo proprio territorio. La conquistatrice del mondo fu Roma, non il Lazio, che al pari del resto dovett'essere domato e conquistato ancor esso. E il latino che si propagò, fu il latino quale s'era venuto foggiando e modificando dentro nella città, la quale, alla stessa maniera come nel rimanente, dettò la legge anche per ciò che riguarda il linguaggio. Però il parlare elegante fu detto «sermourbanus», parlar cittadino, intendendo per «urbs» la città per eccellenza: Roma, e nient'altro che Roma.
È una storia meravigliosa quella della conquista romana: compiuta passo passo attraverso a fiere dissensioni interne ed a rivolgimenti non pochi, con una tenacia ed una coerenza rare a trovarsi negli individui, e che qui viene ad aversi in un popolo, per una serie interminabile di generazioni. Ma non è troppo meno meravigliosa neppure la storia della propagazione del latino. La conquista linguistica tien dietro alla politica: la rafferma, e le mette il suggello. E le due conquiste hanno un'intima analogia. Politicamente, la conquista viene ad essere come un immenso dilatarsi della città, e l'effetto suo finale si riassume nella qualità di cittadino romano conferita alle genti che s'erano via via soggiogate, soffocando a poco a poco il sentimento, così vivo un tempo, delle molteplici nazionalità.Urbem fecisti qui prius orbis erat, — tu facesti città ciò che prima era il mondo, — dice al principio del quinto secolo un Gallo, Rutilio Namuziano (1, 66), con un gioco di parole che racchiude un concetto sublime. E nell'ordine linguistico, abbiamo il linguaggio di questa nostra medesima città che si va facendo comune a una immensa estensione di terre, e che colla sua voce tonante prima impedisce che s'odano, e poi riduce ad ammutire una moltitudine infinita di parlate, e non già unicamente di parlate rozze ed incolte. Solo il greco, grazie alla portentosa civiltà di cui era stato ed era tuttavia strumento ed espressione, potè mantenersi prospero, pur dovendo rassegnarsi ancor esso a vedersi mozzati quei rami che sporgevano ben rigogliosi sul suolo occidentale.
Questa meravigliosa unificazione della favella fu possibile appunto per via della trasformazione che il sentimento della nazionalità venne a subire dovunque, senon in tutti; le genti più disparate si condussero a parlare a somiglianza dei Romani, non solo perchè ciò riusciva praticamente utile sotto molti rispetti, ma anche per il motivo che il chiamarsi Romano — Romano, si badi bene, non Latino, nè altra cosa — era per ciascuno argomento d'orgoglio. Dentro ad ogni animo s'avevano, più o meno in confuso, sentimenti analoghi a quelli coi quali ineggia a Roma Claudiano, un nativo della greca Alessandria; a Roma «della quale», egli dice (De cons. Stil.,III, 131), «nulla in terra di più eccelso ricopre il cielo;.... madre dell'armi, madre delle leggi, che stende su tutti il suo impero, prima culla al diritto. Quest'è colei che nata in angusti confini, mosse all'uno e all'altro polo, e allargò le mani quanto è il corso del sole;.... quest'è colei che sola accolse nel suo grembo i vinti, e carezzò il genere umano con un unico nome, madre, non signora; e chiamò concittadini coloro che aveva soggiogato; e le cose lontane congiunse con vincolo pio. All'opera sua pacificatrice noi tutti dobbiamo che in paese straniero siam come in patria: che ci è lecito mutar sede; che.... penetrare in ciò ch'era un tempo spaventosa solitudine, è divenuto un gioco; che ora beviamo il Rodano, ora l'Oronte; che tutti siamo un sol popolo.»Quod cuncti gens una sumus!Del linguaggio Claudiano non parla: ma quanto sia grande l'efficacia sua nel fare che si senta di essere un popolo solo, sa l'Italia unita, e meglio ancora sapeva l'Italia divisa e fatta a minuzzoli.
Così al quinto secolo dell'êra volgare il mondo presenta uno spettacolo davvero invidiabile. Il bel sogno di una lingua universale, ben prima che dall'inventore e dagli adepti del volapük vagheggiato da intelligenze veramente sovrane, si poteva dire allora una realtà. La favella che s'ode sul Tevere, s'ode sul Danubio, sulla Senna, sull'Ebro, lungo le spiagge settentrionali dell'Africa;quella favella è intesa negli stessi dominii dell'ellenismo, ai quali d'altronde sono state sottratte le coste e le isole italiane, e le colonie galliche ed iberiche, dove il latino non giunge, o non è civiltà, o sono civiltà appartate e ignorate. E gli effetti di questa condizione di cose si mantennero poi lunghissimamente, grazie sopra tutto al cristianesimo, che nell'unità romana trovò una preparazione indispensabile all'opera sua; e che, innestandosi su di essa, cooperò quanto mai a perpetuare il latino, qual lingua del culto e della coltura, procacciandogli anche nuove e ben ragguardevoli espansioni. E lingua del culto essa rimane tuttavia per quella chiesa che chiama sè stessa «cattolica», cioè universale; e ad essere lingua della coltura non rinunzia che lentissimamente, e ben a malincuore. È un danno di sicuro sotto certi rispetti; ma è tuttavia una necessità inevitabile. L'amore della vetusta e poderosa rocca dove gli antenati abbian gioito e sofferto, e dalle cui feritoie abbiano respinto un tempo Dio sa quanti fieri assalti, non persuaderà nessuna nostra gentildonna a ridurre là dentro la propria vita, a meno di trasformare siffattamente ogni cosa da snaturarla affatto. Da quelle mura, da quelle vôlte scende un gelo che mette un brivido nelle ossa. Le seggiole, le cassapanche, gl'inginocchiatoi, i letti su cui posarono le membra le castellane del secolo dodicesimo e tredicesimo, paiono strumenti di tortura alle nipoti; le quali d'altronde non trovano tra quelle pareti di che soddisfare a un'infinità di bisogni, che l'età moderna ha creato ed imposto.
Questo mio discorrervi del latino e della sua propagazione, viene — ben lo capite — dall'idea di uno stretto legame colla lingua che diciam nostra, ed anzi in genere colle cosidette lingue romanze: l'italiano, il francese, il provenzale, il catalano, lo spagnuolo, il portoghese,il rumeno, e, se non vi adontate, anche l'umile romancio, che tutti, colla loro stretta somiglianza, rendono ancora l'immagine dell'umanità romana, e ce ne consentono sempre in parte i benefici. E un legame è così potente da essersi sempre visto e conosciuto da chiunque, anche in età tuttora inesperte, ebbe a fissare poco o tanto l'attenzione su questo soggetto. Di tempo in tempo non mancarono tuttavia certuni, che, senza proprio mettere fuor dell'uscio il latino, non disposto davvero a tollerare un trattamento siffatto, lo accompagnarono fin presso la soglia. Costoro si fecero paladini delle lingue che dal latino si dicono sopraffatte, costringendo a prendere le loro parti quella sciagurata creatura che è l'etimologia: una gran dama ridotta spesso a servire a tutte le voglie. Così mentre vi parlo, quasi immagino di veder qui apparire Pier Francesco Giambullari, a rintronarci gli orecchi coll'etrusco, ch'egli beninteso, conosceva anche meno assai — ed è tutto dire! — di quel che si conosca noi moderni. Ma le beffe toccategli da Lasca forse lo avranno indotto, se non a mutar idea — giacchè un erudito che consenta a disdirsi è un po' difficile da trovare — a credere prudente il tener chiusa la bocca. A ogni modo poi a lui dovrebb'essere difficile il ricomporre e dare un aspetto presentabile alle sue ossa, ridotte chi sa in quale stato dentro alla sepoltura più che trisecolare di Santa Maria Novella. Vero che il modo di risorgere pare averlo trovato un contemporaneo di Pier Francesco, Gioacchino Perion, che analogamente sostenne greca — facendosi puntello di Marsiglia, greca di origine e per più secoli — la derivazione del francese, e l'anima del quale dev'essere passata nel bollente abate Espagnolle «du clergé de Paris», che da alcuni anni scaraventa volumi dietro volumi nel viso di quella che presume di essere la scienza moderna. Povero Perion! Egli non deve tuttaviaessere troppo contento di questo suo ritorno nel mondo. Prima o poi bisognerà bene che si stanchi di non destar altro che risa e che s'accorga di far la figura di un guerriero di Carlo Magno, che con lancia e mazza tutto vestito di ferro, si gettasse nel fitto di una nostra battaglia. Continui del resto, se così gli piace, il signor Espagnolle a rallegrarci colle sue etimologie, degne di tener compagnia a quelle che per il suo dialetto ebbe ad escogitare il «Varon Milanes»: «Biot.Nudo,povero. È tratto dal greco Βιοτος (sic), quale significa la vita e per questo si chiama Biot uno qual ha la vita solamente....» «Bobaa. Si usa co' figliuoli piccoli e significamale. Credo veramente sia stato tolto dal greco, ancorchè sia alquanto corrotto, imperciocchè Βολαῖ appresso i grecidicuntur dolores qui sentiuntur in partu.» Ma per verità faccio torto al Varon dandogli un compagno siffatto; che egli è ben lontano dal farneticare quanto l'abate parigino, del quale d'altronde non ha nemmeno per ombra la sicumera e la spavalderia.
Abbandoniamo alla loro sorte questi timonieri, che in una notte cupa guidano la nave a capriccio, dopo aver sdegnosamente gettato in mare la bussola. Quanto a noi, teniamoci sulla terra dove ci troviam davanti una strada, resa sempre più solida, sempre più ampia, dalle assidue fatiche dei lavoratori che si succedono numerosissimi.
Rispetto dunque alla derivazione sostanzialmente latina delle lingue romanze in generale, e dell'italiana segnatamente, cui nessuno contrasta il vanto d'essere tra le sorelle quella che più da vicino ritrae le sembianze materne, non può esserci dubbio se non in chi abbia la disgrazia di esser cieco d'occhi o di mente. Gli è solo quando si viene alle particolarità, che dei dissensi erano lecitissimi in addietro e che in parte sono leciti ancora. Un tempo prevaleva il concetto chei nuovi linguaggi fossero usciti da una corruzione prodottasi nel latino quando sopraggiunsero le orde barbariche, e quando la civiltà romana si venne offuscando e spegnendo. Era naturale, date le conoscenze d'allora, che si immaginassero le cose in questa maniera; e coloro che pensavan così ragionavan per solito con miglior logica di taluno, che sostenendo invece parlato di già l'italiano dal popolo di Roma fin dai tempi della repubblica, ebbe a scroccarsi (porta in pace la verità, ombra di Leonardo Aretino!) fama di precursore. Forse che la corruzione del latino non appariva evidente? Si ficchino gli occhi dentro alle pergamene notarili del medioevo che ci son pervenute a decine e decine di migliaia, e che paiono portarci la voce, nonchè d'ogni secolo, d'ogni anno, d'ogni mese, e pressochè d'ogni giorno. Che sorta di latino è mai quello! Per non dir nulla del vocabolario, la grammatica è ita tutta a soqquadro; i casi, le terminazioni, i suoni, la sintassi, ballano una ridda assolutamente pazza; nessuno sa più, o vuol più sapere quale sia il suo ufficio, e in cambio di contentarsi di quello, adempie indistintamente qualsivoglia funzione; insomma, suppergiù uno spettacolo quale s'avrebbe se un bel giorno ciascuno di noi si destasse dimentico affatto di ciò ch'egli è; e la moglie mettesse, non solo metaforicamente, ma proprio anche in realtà, i calzoni del marito; e il marito entrasse nelle gonnelle della moglie, e così vestito corresse alla chiesa a dir messa; e il magistrato scendesse in toga a spazzare le strade, per poi ritornarsene a render giustizia colla granata fra le mani. O non è questo il caos donde avrà poi ad uscire il nuovo ordine?
Non è, nè poco nè punto. In fatto di lingue realmente parlate il caos non esiste. Anche il più barbaro, anche il più incolto tra i linguaggi è regolare nella sua struttura, e irregolare apparisce unicamente a chi s'è fittoin capo l'idea di volerlo diverso da quel che è. Bensì avviene — e ciò soprattutto per l'appunto nelle lingue colte, o per opera loro — che si producano parziali disordini: ma questi non sono tali da turbar l'armonia dell'insieme più di quel che facciano in musica certe dissonanze. Perfino nei casi in cui due linguaggi si compenetrino e si mescolino intimamente, l'uno assume il predominio, l'altro gli si subordina, ed è un assetto, non uno scompiglio, che viene ad aversi. I signori anarchici potranno mandare all'aria tutte le istituzioni sociali; ma nel dominio della favella, del pari che nella natura, bisognerà che si rassegnino a lasciar imperare dispoticamente la legge.
Però, nessun dubbio che il parlare dei nostri antichi, e nel sesto, e nel settimo, e nell'ottavo secolo, e giù giù fino al milledugento, non fosse in sè stesso regolarissimo, non altrimenti da quel che sia ora. Variamente regolare: non conforme cioè da luogo a luogo, per l'appunto com'è anche adesso; ma ciò fa meno che nulla, e di ciò s'avrà da toccare più tardi. Era regolare il linguaggio che usciva dalle labbra dei cittadini di Venezia, di Amalfi, di Genova, di Pisa, che insieme con loro correva i mari, intrecciava commerci, stabiliva fattorie, conquistava terre vicine e lontane; era regolare il linguaggio di ciascuna delle città lombarde che si stringevono in lega contro il Barbarossa; regolare il linguaggio delle generazioni oscuramente gloriose che avevano fecondato e propagato i germi di quelle libertà comunali, di cui allora s'intraprese la difesa e si conseguì il trionfo; regolare il linguaggio del popolo di Milano, raccolto a combattere dattorno al carroccio di Eriberto; e come parlavano una favella regolare gl'Italiani che si rivendicavano comunque a grandezza e libertà e che sapevano restituire ai molteplici frammenti della gemma lo splendore che un tempo era stato nella gemma intera,una favella regolare parlavano ben anche coloro che s'erano lasciati asservire dai Franchi, asservire dai Longobardi, e che inermi s'erano ridotti via via in uno stato di abbiezione.
Quanto alla confusione caotica offertaci dalle carte, non è già una lingua, bensì unicamente l'effetto dello sforzo di servirsi di una lingua, che si conosce come Dio vuole. Corrisponde al francese, che parecchie volte ebbe a richiamare un sorriso sulle vostre labbra, o signore, all'indirizzo di qualche mal capitato; al tedesco che a me accade di usare trovandomi in regioni germaniche; all'italiano dei visitatori stranieri delle nostre gallerie e dei nostri monumenti, e un pochino altresì a quello che s'ode da bocche lombarde, piemontesi, liguri, veneziane, napoletane e da quanti insomma, me compreso, non ebbero fortuna di nascere in questa terra benedetta. Ma fate che il tedesco parli tedesco, inglese l'inglese, bergamasco il bergamasco, genovese il genovese, e ciascuno di loro discorrerà corretto, sì da poter essere nel suo genere un vero testo di lingua. Non altrimenti quei notai che ci fanno così inorridire coi loro spropositi, eran gente che nella vita comune, quando nulla li costringeva ad usare un linguaggio oramai loro estraneo e quando potevano esprimersi liberamente nel loro particolare dialetto, non commettevano nessuna sgrammaticatura e non avrebbero fatto la ben minima offesa alla più umile tra le lettere dell'alfabeto. Sicchè quel loro scrivere ci dice solo due cose: da un lato, la loro ignoranza del latino, e in genere il difetto d'ogni coltura, una volta che il latino ne era il solo strumento; dall'altro, la differenza ben ragguardevole che doveva esserci tra il latino e la loro favella nativa.
Ma perchè mai costoro non ricorrevano dunque al partito così semplice di scrivere come parlavano? Forse per quel benedetto vizio che trascina noi tutti a farciò che non sappiamo, e che ha per effetto di renderci ballerini goffi, cantanti stonati, conferenzieri infelici! — Non per questo, o signori; bensì per la ragione stessa per cui al contadino lombardo, che, sapendo appena tenere la penna in mano, dall'America o dall'Australia dà conto di sè alla famiglia, dotta al pari di lui, non passa nemmeno per il capo di valersi del dialetto suo proprio. Dalla sua penna il dialetto stillerà ciò non ostante sulla carta: ma suo malgrado e in una forma mista, ibrida, che se non è italiana, è tuttavia lontana altrettanto dall'essere schiettamente dialettale. Già, volendo scrivere il dialetto, egli si troverebbe di fronte ad una difficoltà, da parer forse lieve finchè solo ci si pensi, ma gravissima invece non appena si provi: la difficoltà del rappresentare colle lettere i suoni che facili e spontanei escono dalla bocca. Ma contro questo muro, così arduo da scalare, egli non arriva nemmeno a dar di cozzo, perchè nella sua mente scrittura e italiano son due cose da non potersi scindere; quei pochi scarabocchi che imparò fanciullo nella scuola del villaggio, li imparò tracciando parole italiane; ogni volta che si mise a decifrare qualcosa di scritto o stampato — l'avviso esposto al pubblico sulla parete della casa comunale, il vecchio volume delle Vite dei Santi o la storia di Bertoldo, ilSecoloriportato di città dal suo vicino — fu sempre coll'italiano ch'egli ebbe a combatterla. Così, un linguaggio che ha adempiuto a funzioni letterarie mentre era vivo, continua ad adempierle anche dopo morto; il cadavere mummificato del re defunto è lasciato sul trono per generazioni e generazioni, e a lui i sudditi continuano a far riverenza, finchè a poco a poco il bisogno di un signore effettivo e che possa muovere braccia e gambe, non porti a ribellarsi a quel mero simulacro. Figuriamoci quanto durevolmente, qui da noi soprattutto, vale a dire in patria, sidovesse continuare a prestar omaggio al latino, che aveva dietro di sè un passato così splendido di gloria! Poi, quel tanto di coltura che rimaneva, e che per scarso che fosse in generale, era ben lontano dal ridursi a ciò che s'immaginerebbe guardando solo ai notai, si trovava nelle mani della Chiesa: della Chiesa, cui una lingua da potersi dire universale riusciva indispensabile, e che questa lingua aveva trovato nel latino da secoli. Per tal modo nel latino la vita s'era spenta da un pezzo, e ancora nessuno s'era accorto della morte sua. Bisognerà venire fino al tempo di Dante, perchè dell'atto di morte si stenda la minuta, salvo l'esserci poi ancora per quasi due secoli chi s'arrabbatti per buttare quella minuta sul fuoco. E per Dante stesso gl'Italiani saranno «Latini,» e «Volgare Latino» il loro linguaggio abituale.
Il loro linguaggio! Ma donde era mai uscito questo linguaggio, se le sue origini sono latine, e nondimeno esso non è una degenerazione del latino classico? — Per rispondere bisogna che prenda le cose più di lontano di quel che sarebbe nei vostri desiderî. Ringraziatemi tuttavia ch'io non le prenda più di lontano ancora! Quel titolo insidioso diOriginime ne darebbe il diritto; giacchè quando si discorre di origini ci si trova nelle condizioni di chi salga un monte, di cui crede via via di vedere la sommità. Si trascina lassù, e arrivatoci, vede sopra di sè un'altra cima, che, superata, gli giocherà poi anch'essa il medesimo tiro. E il monte per lo più è così alto, che il povero ascensore cade a terra sfinito avanti che gli sia dato di scorgere la cima vera. E quand'anche poi gli riuscisse alla fine di raggiungerne il piede, essa sorgerebbe sopra di lui qual roccia inaccessibile, colla vetta perpetuamente avvolta tra le nubi. Così in questo caso sarei nei miei diritti, se, chiamato a discorrervi delle origini della lingua italiana,mi mettessi a parlare delle origini del linguaggio umano.
Non è dunque discrezione il contentarsi ora (non me ne contentai prima!) di muovere dagli ultimi tempi della Roma repubblicana e dai primordi dell'imperiale, salvo lo spingere più addietro unicamente qualche occhiata fugace? Siamo al periodo classico della letteratura latina: a quello in cui rifulgono Cicerone, Cesare, Livio. Dando ascolto al parlare di questi grandi, dovremmo subito avvertire una diversità dal linguaggio delle loro storie, delle orazioni, delle epistole medesime. La diversità viene in parte da quella tendenza che porta inevitabilmente chi scrive, anche quando non vorrebbe, ad essere più raffinato che non sia discorrendo; in parte si deve a ciò, che la lingua scritta è di sua natura essenzialmente conservativa, e però tende a mantenere una condizione di cose rispondente al parlare di un tempo trascorso; in parte è l'effetto di una speciale elaborazione che le lingue subiscono nella tradizione letteraria, e che già fino dal principio le condusse ad essere fissate tanto o quanto differenti da quel che fossero nell'uso, come son fissate le sembianze di una donna non troppo favorita dalla natura per mano di un artista abile e compiacente. Quest'ultimo punto ha davvero nella storia del latino un'importanza ragguardevole, sebbene lontana dall'essere chiarita quanto si desidererebbe. In forza dell'elaborazione letteraria si restituirono in tutta la loro pienezza certi suoni, che nel parlare erano oscillanti, o divenuti addirittura quasi muti. Colori sbiaditi, e anche pressocchè svaniti del tutto, furono resi alla loro vivezza originaria. Si fece qualcosa di analogo a quel che si farebbe quand'anche si cominciasse ora soltanto a scrivere il fiorentino. Poichè si dicela hasa, maaccasa,in casa, si scriverebbecasadovunque, come tutti facciamo, senza tener conto dellasorte toccata in certi incontri a quella prima lettera, gravissimamente malata in Firenze, e morta di già a Pisa e a Livorno, dove la gente bassa non ha più lasu' hasa, ma soltanto lasu' asa.
Sicchè, una prima distinzione dal latino scritto al parlato. Ma poi il latino parlato era necessariamente vario di esso stesso. Tra il fiorentino di quante tra voi, o signore gentili, son nate all'ombra del Cupolone, e quello del popolino di «San Friano», la differenza non è piccola. Differenza di suoni, di forme, di vocaboli. O come mai non sarebbe stato il medesimo a Roma, dove le disparità sociali non erano minori davvero che presso di noi, e dove il patriziato e la plebe continuarono a trovarsi a fronte, sicchè si può dire che tutta la storia interna sia storia della lotta tra queste due classi? Però dal latino scritto non differiva troppo profondamente quello della gente nobile e colta; e perchè questa, conservatrice in tutto, tendeva a conservare anche in fatto di lingua; e perchè la lingua letteraria s'era modellata su quella de' suoi antenati; e anche perchè sul parlar suo i libri esercitavano efficacia. Ma le differenze venivano via via aggravandosi mano mano che si scendesse, e finivano per essere massime quando s'era fra l'ultimo proletariato. Quindi una moltitudine infinita di varietà, non altrimenti da quel che s'abbia fra di noi, dove qualcosa di particolare, per quanto non s'avverta, viene ad esserci nel parlare d'ogni famiglia, d'ogni singola persona. Queste innumerevoli varietà, e neppure i loro estremi, non costituiscono neanche per ombra differenti linguaggi; il latino tutte quante le abbraccia; per sfumature insensibili noi passiamo da un verde cupo a un verde chiaro, ma il colore fondamentale è sempre il medesimo.
Ebbene: le lingue cosidette romanze sono — con un arricchimento di voci straniere e specialmente germanichenon dissimile da quello che s'era avuto anche per l'addietro, segnatamente da fonte greca — la continuazione non mai interrotta del latino parlato, e in generale, non del latino aristocratico e neppure di quello dell'infima plebe, bensì del popolo di condizione media, accessibile del resto così alle azioni che vengon dall'alto come a quelle che muovon dal basso. Che proprio sia così, dice la ragione, dacchè è l'uso dello scrivere, non già del discorrere, che si viene affievolendo; e confermano mille e mille prove, in quanto ogni spiraglio che s'apre per un verso o per l'altro sul latino popolare, ci fa scorgere attinenze coi linguaggi neolatini ignote al latino delle scritture. Questo latino popolare a poco a poco si venne in sè stesso trasformando: lentamente prima, finchè la civiltà romana stette in piedi, abbondarono le scuole, e la letteratura potè avere un'efficacia ritardatrice; più rapidamente d'assai, una volta che tutto ciò venne meno. Il fiume che prima si moveva tardo, prese a correre precipitoso, trovandosi arrivato ad un forte pendio. In questo senso, e non già in nessun altro, si può dire che la formazione dei nuovi linguaggi venga a cadere tra il sesto secolo ed il nono od il decimo.
Ma questi linguaggi diversificano tra di loro. O come mai, se sgorgano da una stessa sorgente? — Trasportato fuori di Roma, il latino dovette sonare alquanto differente a seconda che se lo appropriavano popolazioni avvezze ad una favella o ad un'altra: a quel modo che suona diverso l'italiano, nonchè in bocca francese, inglese, tedesca, in quella dei nativi di ogni nostra città, di ogni nostro villaggio. La continuità dell'azione romana, la forte unità, ed i mille contatti, attenuarono per un certo tempo gli effetti di questa condizione di cose, e poterono anche dar luogo a una convenienza maggiore e più durevole assai di ciò che a prima giuntasi penserebbe; ma diversità s'ebbero e si mantennero. Orbene: queste diversità, fattesi assai maggiori una volta che l'impero cadde in isfacelo e l'unità fu spezzata e accresciuta dal tempo che permette alla gocciola di scavare la pietra, sono la prima causa che ha dato origine alla moltiplicità delle lingue e dei dialetti. Insieme se n'ebbero bene anche altre; ma di fermarci a considerarle da vicino, a noi manca qui il tempo.
Se v'ho inflitto il supplizio di questa esposizione, col cuore del chirurgo che taglia le prime sue.... cioè, non sue gambe, non vorrò certo che v'insudiciate col buttarvi a terra per accostare l'orecchio al suolo, e sentire il rumore, qui tenue e confuso, più là invece ben distinto, del torrente che scorre sotto invisibile; e nemmeno, s'intende, vi farò correre il rischio di slogarvi i piedi e scorticarvi le mani per venire colà, dove, tra un ammasso confuso di rottami di rocce, spiando intentamente, si vede spumeggiare qualcosa nel fondo. In altre parole, non verrò raccogliendo le tracce innumerevoli del volgare dai monumenti stessi della latinità e dalle scritture dei primi secoli del medioevo, dove il volgare si rivela, per lo più inconsciamente, collo spropositare continuo, ma non di rado anche consciamente, sopratutto nelle denominazioni dei luoghi.
Alla fine, se Dio vuole, un filo d'acqua esce fuori; un filo d'acqua soltanto, ma più che bastevole per rivelare in modo non dubbio a tutti quanti i sensi la presenza del sospirato elemento. È il 960, e siamo a Capua, nel tribunale del giudice Arochisi. Davanti a lui stanno Rodelgrino Aquinate, e Aligerno abate di Montecassino, contendendo per la proprietà di certe terre tenute dal monastero. L'abate ha condotto con sè dei testimoni: Teodemondo, diacono e monaco, Mario, chierico e monaco, Gariperto, chierico e notaio. E ciascuno di costoro, separatamente e successivamente, tenendoin mano una pergamena dove sono indicati i confini delle terre contestate proferisce queste parole: «Sao ke kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.» Signori facciamo un inchino ben profondo. È questa, nella sua gretta povertà, la prima proposizione risolutamente e volutamente volgare, sia pure con uno sprazzo di latinità ancor essa, in cui accadde d'imbattersi. La mascherina che finora aveva sempre falsata la voce, ha avuto un momento di abbandono e ci si è manifestata per ciò che essa è. Se prima si ostinava a parlare una favella non sua, e della favella sua vera ci faceva accorti soltanto collo spropositare continuo, coi costrutti, e con parole e frasi staccate, ora s'è proprio lasciata andare per un momento a discorrere nel suo linguaggio nativo.
Di questo abbandono par tuttavia che la maschera si penta; e, salvo qualche ripetizione di quelle parole medesime o press'a poco, noi siam costretti a starcene in ascolto forse un secolo — un secolo che non ha per buona sorte il potere d'invecchiarci — perchè il fatto si rinnovi. E fortunati noi, che insieme col privilegio dell'eternità ci troviamo avere pur quello, quind'innanzi ancor più necessario, di passare colla rapidità del pensiero da un luogo all'altro! Per stavolta tuttavia basterà che ci si trasporti a Roma, sotto le vôlte della basilica inferiore di San Clemente, sepolta fra le macerie nel 1084 per le devastazioni di Roberto Guiscardo, e ricomparsa alla luce vent'anni fa. Fu dunque avanti quell'anno fatale che un cotal «Beno de Rapiza», insieme colla moglie Maria, fece ornare le pareti di pitture, che rappresentano scene della vita del santo titolare, e la traslazione, a quel che sembra, del corpo di San Cirillo. Tra queste pitture ce n'è una, dove si vedono tre uomini adoperarsi a trascinare un fusto di colonna, ed un quarto, rivestito di manto, in atto di comando.Accanto alle figure si leggono parole che i personaggi hanno da pronunziare: «Fàlite dereto codo palo, Carvoncelle! — Albertel, trái! — Fili de.... cani, traìte.» Ho detto «fili de cani»; ma veramente l'espressione non sarebbe questa; giacchè, ciò che nel secolo XI si poteva scrivere sulle mura di una chiesa, ritraendo i fasti di un santo, non si potrebbe sempre nel XIX ripetere in presenza di signore.
Da Roma un volo alla Sardegna; non già perchè vi ci attirino certe famigerate Carte d'Arborea, che all'olfatto di chiunque abbia un po' di naso danno odor di tutt'altro che di muffa. Ma di muffa, e di quella buona, sa il privilegio che tra il 1080 e il 1085 il «judice Mariano de Lacon» concede agli «homines de Pisas, per ca», egli dice, «li sso ego amicu caru e itsos a mimi», determinando che nessun comandante che vada a reggere una certa terra «n'apat comiatu de levàrelis toloneum». Come? Si tratta di esenzioni di tributi? Ahimè: scappiam più che di fretta, chè questi son discorsi proibiti per orecchie italiane!
Ritorniamocene alla terra ferma, e ripieghiamo le ali sopra non saprei qual punto dell'Umbria, delle Marche, lì d'attorno. Poichè la Pasqua è imminente, molti sentiranno il bisogno di accostarsi ad un confessionale. Ed eccomi qui pronto a dar l'imbeccata al penitente o alla penitente, pur sapendoli ben lontani dall'esser lordi di nessuno tra certi peccatacci, di cui, s'io ridicessi tutto quel che mi sussurra un mio suggeritore, dovrei fare la lunga enumerazione: «Domine, mea culpa! Confessu so ad me senior Dominideu, et ad ma (t) donna sancta Maria.... de omnia mea peccata ket io feci da lu battismu meo usque in ista bora, in dictis, in factis, cogitatione, in locutione.... Me accuso de lo Corpus Domini, k'io indignamente lu acceppi.... Me accuso de lo genitore meo et de la genitrice mia, et de li proximi mei,ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Domnideo commandao, ecc., ecc.!» Come si vede il volgare, è chiazzato di latino, cosa che nella chiesa troppo ben si capisce. Viene ad aversi — e per ragioni non dissimili — un impasto di linguaggio analogo al dialetto, che stando alle commedie di Carlo Maria Maggi, solevano parlare nel secolo passato le dame milanesi:
Donna Quinzia.
Don Leli, che la sortSia tant inviperìContro la nostra Casa;Che il noster sanguu tant limpid fin'adessS'abbia da intorbidar con altra sfera,L'è düra; ma giacchè col fier destinContrastar non si può,Convien, stringend i ogg, mandarla giò.(Consigli di Meneghino, Atto I, sc. I).
Don Leli, che la sort
Sia tant inviperì
Contro la nostra Casa;
Che il noster sanguu tant limpid fin'adess
S'abbia da intorbidar con altra sfera,
L'è düra; ma giacchè col fier destin
Contrastar non si può,
Convien, stringend i ogg, mandarla giò.
(Consigli di Meneghino, Atto I, sc. I).
Finora non s'è avuto che prosa. Chiamiamo versi, per modo di dire, quelli che si leggevano un tempo sopra l'arcata del coro del Duomo di Ferrara:
Li mille cento trenta cenqe natoFo questo templo a San Gogio donatoDa Glelmo ciptadin per so amore;E mea fo l'opra Nicolao scolptore.
Li mille cento trenta cenqe nato
Fo questo templo a San Gogio donato
Da Glelmo ciptadin per so amore;
E mea fo l'opra Nicolao scolptore.
Versi potranno esser chiamati con qualche maggior ragione quelli del cosidetto Ritmo Cassinese: forse (pur troppo non s'è ancora trovato l'appiglio per una datazione sicura) il più antico tra i nostri documenti volgari che mostri in chi lo compose una certa quale intenzione e pretesa letteraria. L'interpretazione dà molto filo da torcere; ma nella somma non par dubbio che per via di un dialogo tra due personaggi alquanto enimmatici, l'uno dei quali s'è mosso dall'oriente, l'altro dall'occidente,si miri a staccar gli uomini dalla terra ed a volgergli alle cose celesti:
Quillo d'oriente pria — altia l'occlu, sillu spia,Addemandaulu tuttabia, — como era, como gia.«Frate meu, de quillo mundu bengo:Loco sejo et ibi me combengo.»Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurusDice: «Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.Hodie mai plu non andare,Ca te bollo multu addemandare.»
Quillo d'oriente pria — altia l'occlu, sillu spia,Addemandaulu tuttabia, — como era, como gia.«Frate meu, de quillo mundu bengo:Loco sejo et ibi me combengo.»
Quillo d'oriente pria — altia l'occlu, sillu spia,
Addemandaulu tuttabia, — como era, como gia.
«Frate meu, de quillo mundu bengo:
Loco sejo et ibi me combengo.»
Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurusDice: «Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.Hodie mai plu non andare,Ca te bollo multu addemandare.»
Quillu, auditu stu respusu, — cuscì bonu 'd amurus
Dice: «Frate, sedi josu! — non te paira despectusu;
Ca multu fora coleiusu — tia fabellare ad usu.
Hodie mai plu non andare,
Ca te bollo multu addemandare.»
Ma se qui si vuol «multu addemandare», di rimanercene a sentire a noi manca il tempo; chè ci arriva il suono di un altro dialogo assai più animato, tra gente che desta molto più la nostra curiosità: il trovatore Rambaldo di Vaqueiras — colui che «Trovò per Beatrice in Monferrato», il compagno d'avventure del prode e cavalleresco marchese Bonifazio — e una popolana di Genova. Il trovatore prega d'amore costei nel tuono ch'egli è solito usare colle nobili castellane: ma le risposte che riceve sono ben diverse da quelle a cui è avvezzo. Ascoltiamo un momento. Tradurvi il provenzale di Rambaldo avrebbe ad esser superfluo. O quando mai un uomo innamorato, o che tale si finge, ha saputo dire a una donna qualcosa di nuovo, che tutti e tutte non conosciate a menadito?
«Donna genta et eissernida,Gaia e pros e conoissens,Vaillam vostre cauzimens,Quar jois e jovens vos guida,Cortezia e pretz s sensE totz bos ensenhamens;Per q'ieus soi fizels amaireSenes totz retenemens,Francs, humils e mercejaire;Tant fort me destreinh em vensVostr'amors que m'es plazens!Per que sera jauzimensS'eu sui vostre bevolensE vostr'amics.»«Jajar, voi semegliai mato,Che cotal razon tegnei:Mal vignai e mal audei!Non avè sen per un gato:Perchè trop me descbazei,Che mala cossa pareiNè non faria tal cossa,Se sia figlio de rei.Credi vo che e' sia mossa?Per mia fè, non m'averei!Se per amor vo restei,Ogano morrè de frei.Troppo son de mala leiLi provenzal!»
«Donna genta et eissernida,
Gaia e pros e conoissens,
Vaillam vostre cauzimens,
Quar jois e jovens vos guida,
Cortezia e pretz s sens
E totz bos ensenhamens;
Per q'ieus soi fizels amaire
Senes totz retenemens,
Francs, humils e mercejaire;
Tant fort me destreinh em vens
Vostr'amors que m'es plazens!
Per que sera jauzimens
S'eu sui vostre bevolens
E vostr'amics.»
«Jajar, voi semegliai mato,
Che cotal razon tegnei:
Mal vignai e mal audei!
Non avè sen per un gato:
Perchè trop me descbazei,
Che mala cossa parei
Nè non faria tal cossa,
Se sia figlio de rei.
Credi vo che e' sia mossa?
Per mia fè, non m'averei!
Se per amor vo restei,
Ogano morrè de frei.
Troppo son de mala lei
Li provenzal!»
E Firenze? — Oh, anche la voce di Firenze ci arriva presto. E qual voce! «M.CC XI. Aldobrandino, Petro e Buonessegnia Falkoni no dino dare katunu in tuto libre. lij. per livre diciotto d'imperiali mezani, arrazione di trenta e cinque meno terza, ke demmo loro tredici di anzi kalende luglio, e dino pagare tredici di anzi kalende luglio: se più stanno, a .iiij. denari libre il mese, quando fusse nostra volontade.» Sicuro: il più antico testo fiorentino è finora il frammento di un registro di non sappiamo quali prestatori o banchieri, che vediamo esercitare il mestiere loro, oltrechè in Firenze, a Bologna, per la fiera di San Procolo, o come qui si dice, «San Brocoli.» Come si vede, si prelude assai bene alla condizione di cose per cui più tardi tante mogli fiorentine «Eranper la Francia nel letto diserte», ma in pari tempo la città cresceva a meravigliosa ricchezza. Che se di lontano s'ode altresì lo scroscio dellafragorosa rovina del Peruzzi e dei Bardi, di sotto a quella rovina la prosperità di Firenze riuscirà bene a sollevarsi.
Non seguitiamo più oltre la rassegna. Era opportuno tender l'orecchio ai passi mattinieri che rompevano il silenzio della notte ed annunziavano il giorno; ma ora l'oriente s'imporpora, la vita si ridesta, il rumore si fa assordante ed altro ci vorrebbe per badare ad ogni cosa. L'Italia tutta man mano si leva in piedi; ogni volgare, poco o tanto, o bene o male, o in verso o in prosa, si vien cimentando. Una folla di gente, sconosciuta per la massima parte, ma tra cui si riesce anche a coglier dei nomi — quel Cielo da non so che, stato fino a ieri Ciullo d'Alcamo, Patecchio da Cremona, Uguccione da Lodi, Pietro di Bescapè, fra Bonvicino dalla Riva, fra Giacomino da Verona, il veneziano fra Paolino, Ristoro d'Arezzo — ci si stringe dintorno e minaccia di soffocarci. Ciascuno fa ressa, presentando scritture romane, umbre, toscane, venete, lombarde, liguri, e che altro so io: svariatamente insomma dialettali, come in generale sono stati dialettali i pochi saggi avuti finora.
Sta bene: i dialetti dunque si vengono scrivendo ogni giorno più. Ma noi non ci si contenta di sapere di loro: si vuol anche saper della lingua. — Per giungere ad essa la strada da percorrere era più lunga ed ardua d'assai. La lingua, signori miei, è un ideale; e quanto sia faticosa per l'uomo la ricerca di un ideale, tutti più o meno sappiamo per prova. E anche la semplice rappresentazione delle cose riesce tutt'altro che agevole. Come non avrebbe ad essere difficile render conto della lingua al secolo XIII, se, dopo settecento anni di letteratura, ancora non siam ben d'accordo cosa questa lingua abbia ad essere?
Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendolinguaper contrapposto aidialetti, noi intendiamo l'universaledi fronte al particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari, una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.
Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole, delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra, i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate, varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta tradurre in atto.
Ma di cotale unità non s'ha meramente il sentore: si prova il bisogno. Di un linguaggio che non sia già proprio di questa o quella città, ma che possa dirsi comune, ogni paese che la natura o la storia abbian foggiato veramente in un tutto, prova vivissima la necessità. Ora, se a questa necessità provvedeva abbastanza il latino finchè l'Italia sonnecchiava o alle funzioni più elevate della vita partecipavano relativamente pochi,così non era più, una volta che la vita s'era fatta ben altrimenti intensa, con carattere schiettamente laico ed essenzialmente democratico.
Tutto ciò in un ordine astratto e mai definibile. Concretamente, s'ha il gran rimescolio prodotto dai commerci, dalle istituzioni religiose, civili e scientifiche, dalle leghe, dalle guerre, dalle paci. I frati che lontano dalla loro patria si trovano a predicare a popolazioni cui sarebbe vano rivolgere la parola in latino, i pellegrini che accorrono alla tomba degli Apostoli e ad altri Santuari, la moltitudine raccolta insieme alle fiere, i podestà che con un loro seguito vanno ad esercitare fuor di casa l'ufficio di supremi reggitori, la folla dei giovani che trae da ogni parte alla dotta Bologna e ivi s'affratella, son tanti fattori di ravvicinamento tra le varie parlate, le quali imparano così a conoscersi a vicenda e acquistano scambievole familiarità. E i canti che anche allora probabilmente erravano da questa a quella provincia, e i proverbi che erravan del pari, gli uni e gli altri subendo bensì nel loro vagabondare una trasformazione, ma una trasformazione imperfetta, portavano all'opera che si veniva compiendo un contributo tutt'altro che disprezzabile. E un contributo stragrande veniva a portarlo il latino stesso, in quanto dappertutto il volgare, nella bocca, e più assai poi sotto la penna della gente più o meno colta, tendeva a tenerglisi stretto a' panni. Ne seguivano convenienze senza bisogno d'accordo: a quel modo che anche oggi il milanese e il bergamasco di chi ha la familiarità coll'italiano, si assomigliano maggiormente che il milanese e il bergamasco del popolo rozzo.
Questi non son che bagliori; bagliori, che rendono lo nostre antiche scritture dialettali assai meno dissimili di quel che sarebbero se fossero specchio ben fedele delle singole parlate. Ma di bagliori noi non ci sicontenta: vogliamo arrivare a veder la luce. E la luce, per uno spiraglio, cominciò a penetrare ancor essa di buon'ora. La scuola poetica, che si suole dir sicula, ma che abbraccia gente di ogni nostra regione, fu la prima manifestazione letteraria comune a tutta Italia. Ebbene: stretti com'erano gli uni e gli altri dal pensiero e dall'arte, imitatori degli stessi modelli provenzali, raggruppati dattorno a una medesima corte, cui appartenevano o guardavano, quei poeti ebbero ad avvicinarsi molto tra di loro anche nell'espressione. Quindi, non una piena uniformità, ma una minore difformità che non s'avesse fuori di lui. Cosa incomparabilmente più facile da conseguirsi, in quanto, non solo tutti poetavano unicamente d'amore, ma poetavano movendosi in una cerchia di idee convenzionali singolarmente angusta.
Così l'apparenza di un linguaggio letterario comune incominciò ad aversi; e quell'apparenza potè ancora per un certo tempo sembrare realtà, e realtà da appagarsene pienamente, nientemeno che a Dante. Ma egli s'ingannava; e il massimo sfatatore delle sue proprie convinzioni aveva ad essere lui stesso.
Al rigoglio meraviglioso di vita civile, politica, economica che nel secolo XIII prese ad agitare la Toscana, cominciò a corrispondere un rigoglio non meno meraviglioso anche in fatto di arte. E l'arte della parola ebbe ancor essa cultori in gran numero. Alle cause generali del fenomeno, s'aggiungeva questa: che la Toscana capiva di avere nel suo linguaggio uno strumento ben opportuno del pensiero; e a ragione davvero, dacchè nessuna parlata italiana possiede un'egual somma di pregi esteriori ed intrinseci. Di questa coscienza può esserci indizio quell'arido frammento di un libro fiorentino di banco di cui v'ho letto qualche linea. Già nel 1211 — anzi, già qualche decennio più addietro, a dir poco, dacchè è troppo chiaro che il fatto non principiadi lì — Firenze osava bravamente servirsi del suo volgare per usi che hanno pure un carattere pubblico. E a questa coscienza di forze corrispondeva altrove una coscienza di debolezza. In quasi tutta l'Italia settentrionale, vale a dire nella regione che per molti rispetti non aveva nulla di certo da invidiare alla Toscana, i dialetti si sentivano poco italiani — poco latini pertanto — e, vergognandosene in certo modo, si sforzavano nelle scritture di conseguire coll'artifizio ciò che la natura aveva loro tolto, e si venivano così ad accostare al tipo di cui le parlate toscane erano l'esemplare più puro, e geograficamente il più prossimo a loro. Il più prossimo ed ecco qui uscir fuori una ragione molto importante ancor essa. La situazione centrale tornava essa pure di grandissimo vantaggio per la Toscana, e la rendeva più atta d'ogni altra provincia a esercitar l'impero su tutta la penisola.
La Toscana aveva dunque già molto in suo favore, e già tendeva ad arrogarsi il predominio ed a vederlo accettato, quando apparve la gran figura di Dante. Questi cominciò dall'essere, nonchè uomo del tempo suo, uomo oso dir del passato. Scrivendo laVita Nuova, — intorno al 1292, — egli non si perita di riprovare coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa.» Il povero volgare, in cambio di poter spaziare libero dovunque, dovrebbe contentarsi di starsene chiuso dentro un recinto. Ma le mura di quel recinto non tardarono ad esser scavalcate anche dallo stesso Dante, che però, quando appresso, al principio dell'esilio, si dette a comporre ilDe vulgari eloquentia, segnò confini d'assai più vasti. Nè qui egli si fermò. Pochi anni più tardi, mosso tra l'altre cose da un santo sdegno contro i «malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui» — il provenzale e il francese — «e lo proprio dispregiano», si servirà nelConviviodel volgare nostro per trattarele più astruse e sottili quistioni scientifiche; e a proposito di questo volgare proromperà, al termine di una lunga difesa o panegirico, in quelle parole fatidiche: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce.» Il sole di cui si presagisce il tramonto è il latino. Come si vede, il nuovo linguaggio ha acquistato piena coscienza di sè. La fanciulla che finora se n'era stata timida in gonnelle corte accanto alla madre, s'è accorta che quelle gonnelle non fanno più per lei, e si rifiuta di portarle più a lungo. La madre continuerà ad essere circondata di affetto e venerazione; ma si rassegni ad esser matrona, e non presuma più di adempiere lei le parti giovanili.
Che la predizione delConviviosi avverasse prontamente, fu opera dello stesso Dante, il quale giusto allora veniva innalzando uno dei monumenti più portentosi dell'arte e del pensiero umano: laDivina Commedia. Questa, imponendosi d'un tratto all'ammirazione universale degl'italiani, decise, senza possibilità di opposizioni efficaci, la questione della lingua. Ed essa veniva col fatto a risolverla in favore del toscano non solo, ma proprio del fiorentino, sbaragliando e dissipando, checchè Dante potesse forse ancora addurre in loro difesa, le teoriche artifiziose e le troppo sottili distinzioni delDe vulgari eloquentia. Ho detto che la lingua è un ideale. La ricerca dell'ideale aveva stavolta quel più lieto fine che possa mai avere nella vita. Si rinunziava a cercare più oltre, per stendere le braccia ad una fanciulla sfolgoreggiante di salute e leggiadria, che, se non era l'ideale, era più e meglio di esso. Certo ci vollero ancora due secoli perchè la decisione voluta dallaCommediaavesse pieno effetto; nè cessarono mai del tutto le resistenze, parte irragionevoli e meschine, ma parteanche ragionevolissime, e tali da dover dissuadere noi pure dell'acquetarci nella formola troppo angusta che alcuni — sia pure autorevolissimi — propugnano. Ma, considerando bene, tutto ciò riguarda semplici particolari. Quanto alla sostanza, nessun dubbio che la lingua letteraria dell'Italia non sia stata, non sia, e non voglia quanto mai desiderarsi che abbia ad essere anche in futuro, la favella di Firenze.
Abbia ad essere: poichè importa moltissimo che il nostro linguaggio non perda il privilegio invidiabile di poter attingere alle fonti vive del parlar popolare; e importa altrettanto che queste fonti siano quelle medesime da cui esso sgorgò e di dove attinse in passato. Solo così il linguaggio potrà mantenersi durevolmente limpido e fresco. Ora, un certo qual pericolo sovrasta. L'Italia s'è ricomposta, ha conseguito una capitale, e quella capitale non è, nè poteva esser Firenze. Essa è invece la città su cui s'impernia tutta la vita italiana: come s'è visto, insieme colla vita politica, colla civile, colla religiosa, anche la vita linguistica. C'è luogo quindi a temere che il centro di gravità tenda a spostarsi. Contro un pericolo siffatto non vedo quale altro rimedio possa esserci all'infuori di un fervore di vita intellettuale, che mantenga a Firenze, così mirabilmente disposta dalla natura e dalla storia, il carattere di Atene italiana. A quest'opera, sommamente salutare e benefica, non solo per la patria piccina, ma anche per la grande, tutti possono efficacemente contribuire. Contribuisca anzitutto ciascuno col coltivare la mente sua propria. E cooperatrice efficacissima, anzi indispensabile senz'altro, è a dire la donna. Chè, ivi non è coltura durevole e schietta, dove la donna non è colta; la donna, prima educatrice delle nuove generazioni; stimolatrice insieme e riposo dell'ingegno umano; allettamento e anima di quei ritrovi, per opera dei quali ilpensiero e la parola — ce lo dica la Francia del passato — possono meglio che con qualsivoglia altro mezzo ingentilirsi e affinarsi. Ma badi bene la coltura di non lasciarsi salire in groppa quella odiosa strega che è la pedanteria. Se questo avesse a seguire, bisognerebbe correre a sbarrare le strade e chiudere il passo anche a lei. Meglio allora sempre per la donna rimanersene coi pregi che si trova aver da natura.
APPENDICE.Sarà, credo, opportuno, ch'io non lasci vagare stampata questa mia conferenza, senza dire aperto cosa pensi di certe opinioni messe fuori di recente, alle quali vedo farsi un'accoglienza, che non avrei immaginato quando parlavo al pubblico della sala Ginori.Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne, in un articolo ingegnoso pubblicato nellaNuova Antologia(15 agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica, fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof. Augusto Gaudenzi — uno studioso che dalla sua rocca della storia del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie in altri dominii — prima in una rivista (L'Università,iii, 204 seg.), poi soprattutto in un libro (I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci, determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte notarile dell'Università bolognese.Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli studi linguistici: il Salvioni (Giornale storico della letteratura italiana,XVI, 378) e il Meyer-Lübke (Literaturblatt für germanischeund romanische Philologie,XII, 25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia. Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo, era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire che il Gaudenzi «dimostra il fatto in modo ben più sicuro.»Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati, i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo anche nella storia della nostra lingua un'importanza ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese, scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna, tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico; dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari, di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della lingua scritta.Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che nuovo.
APPENDICE.
Sarà, credo, opportuno, ch'io non lasci vagare stampata questa mia conferenza, senza dire aperto cosa pensi di certe opinioni messe fuori di recente, alle quali vedo farsi un'accoglienza, che non avrei immaginato quando parlavo al pubblico della sala Ginori.
Nel 1884, quell'insigne romanista che è Ernesto Monaci, sostenne, in un articolo ingegnoso pubblicato nellaNuova Antologia(15 agosto), che il vero focolare della nostra prima scuola poetica, fosse, nonostante il nome consacrato dall'uso già ai tempi di Dante, Bologna, non la Sicilia. Ivi si sarebbe primamente fissata anche la nostra lingua letteraria. Alcuni anni appresso il prof. Augusto Gaudenzi — uno studioso che dalla sua rocca della storia del diritto può, bene armato e arredato, far proficue scorrerie in altri dominii — prima in una rivista (L'Università,iii, 204 seg.), poi soprattutto in un libro (I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889), riprese la seconda parte dell'idea del Monaci, determinandola in modo considerevolmente diverso; e alla teorica mise per fondamento dati suoi proprii, e antiche scritture, di cui egli stesso era stato ritrovatore sagace. Stando a lui, la lingua letteraria avrebbe la sua culla nelle scuole di arte notarile dell'Università bolognese.
Non è senza meraviglia che alle deduzioni del Gaudenzi ho visto assentire, dando conto del libro, due cultori valentissimi degli studi linguistici: il Salvioni (Giornale storico della letteratura italiana,XVI, 378) e il Meyer-Lübke (Literaturblatt für germanischeund romanische Philologie,XII, 25). Almeno, che il Meyer-Lübke assenta, mi par chiaro da certe frasi e dalla mancanza di ogni obbiezione; quanto al Salvioni, il suo assenso è esplicito, con certi allontanamenti tuttavia. Mentre cioè per il Gaudenzi la lingua prevalsa a Bologna fu la toscana, per il Salvioni invece, più ragionevolmente di certo, era un contemperamento delle varie parlate italiane. Con ciò egli ritorna all'idea primitiva del Monaci; ma non si perita di dire che il Gaudenzi «dimostra il fatto in modo ben più sicuro.»
Ora, dove stia codesta dimostrazione, per mia parte confesso proprio di non capire. Se i testi del Gaudenzi sono assai notevoli e se è da essere riconoscentissimi a chi ce li ha dati, i ragionamenti che muovono da essi si trascinano innanzi a fatica di congettura in congettura e non reggono a un esame, per poco attento che sia. Bologna, gran fucina di coltura, ha di certo anche nella storia della nostra lingua un'importanza ragguardevole; ma ridurre dentro di essa soltanto la formazione del volgare illustre, è un rimpicciolire il problema; quanto poi al metterne per l'appunto la nascita nelle scuole di notariato è un immiserire le cose in modo addirittura compassionevole. Nè si capisce che si dia tanto peso a Guido Fava, che, se fu bolognese, scrisse la maggior sua opera in Toscana, e non si pensi a Buoncompagno, che, toscanissimo e insegnando lettere a Bologna, tra tante sue opere non ce ne lasciò nessuna in volgare. Ai documenti del Guadenzi basterebbe contrapporne due soli: da un lato l'iscrizione di Ferrara, che molto tempo prima ci dà esempio di un volgare scritto che non è davvero il ferrarese, pur contenendo elementi dialettali, ed uno emiliano caratteristico; dall'altro, i frammenti fiorentini del 1211, di cui s'è vista la portata cronologica. E dov'è la ricca fioritura di carte volgari, di cui, se la teoria del Gaudenzi fosse vera, noi avremo bene diritto di far domanda, soprattutto alla sua Bologna? Se il volgare deve per solito servire ai notai solo per le spiegazioni verbali alle parti contraenti, non sappiam davvero che importanza abbia da avere questo ordine di fatti per la fissazione della lingua scritta.
Ben altro ci sarebbe a dire; ma rimetto l'esposizione a miglior tempo. Intanto mi basta di aver levato la voce per mettere in guardia contro di ciò che a me pare un errore non meno grave che nuovo.