LE ORIGINI DELLA MONARCHIA IN PIEMONTEDIROMUALDO BONFADINIChi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza; capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano i Franchi prima che la Franciaapparisse. I popoli, così teneri ora dei loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel 1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana — l'unica in Europa — che ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col proprio nome.Questa famiglia — l'avete senz'altro indovinato — è la famiglia dei principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta, nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro grido dinastico; i quali firmano nel 1890Umberto di Savoiacome firmavano nel 1003Hubertus comes«in agro savogensi»; i quali, con privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come battono moneta a Roma nel 1890.È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.Io non trascinerò — non temete — le vostre mani gentili entro i polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a sostituire qui il brillanteoratore[9]che avrebbe dato ai suoi veri tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.*Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti, non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi. Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica tolleranza e fu lalegge Gombetta (Gundobada), che pare sia stata liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori. Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva; sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.Questa larghezza di regime civile, di cui non apparenessun esempio nei paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo borgognone.Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa coll'aggiuntablancis manibus; vuoi perchè una speciale gentilezza fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano nella preda o nel sangue.È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e non interrotta più la famigliadi principi, che ci onora della sua rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri:chi fur li maggior sui, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè stessa col prestigio del bene quei «volghi dispersi» che non avevano un nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei principi di Savoia.Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario, per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste ipotesi sono discusse,affermate ed escluse. Il che prova, per incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei — e i nostri posteri saranno in ciò più fortunati di noi — assai meno tempo di quello che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come Giove, col capo avvolto fra le nubi.Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare eccezionali i motivi.A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di personaggi anche maggiori dell'epoca sua.D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel 1174, si vogliono distrutti gli archiviprivati della casa di Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti, gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni, sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti ede' suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti, di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche sospettare la possibile utilità.È perciò che quei rispettabili eruditi, a cui duole di non poter ispingere più in alto la loro curiosità genealogica, arrivano talvolta agli assurdi ed agli anacronismi, brancicando fra i montoni senza mettere la mano sul mitico Ulisse. Ed è ciò che voi ed io fortunatamente eviteremo; persuasi che oggimai troppo onore viene dai fatti certi alla famiglia di cui studiamo i primordi, perchè si possa sperare di accrescerlo, tuffandoci nelle ipotesi.*Torneremo dunque, se non vi dispiace, al conte Umberto dalle bianche mani. E lo vedremo, in cinquant'anni di storia, crescere di riputazione, d'autorità e di fortuna, senza potergli rimproverare nessuna di quelle azioni, che sarebbero giudicate riprovevoli dal nostro criterio morale, tanto più austero di quello che allora prevaleva.Alla corte di Rodolfo III re di Borgogna teneva l'ufficio di Conestabile; forse la più alta carica militare e politica che i tempi permettessero ad un vassallo feudale. Nel 1003 lo vediamo conte di Salmourenc nel territorio viennese; nel 1017 possiede la contea di Nyon sul lago di Ginevra; nel 1024 è già conte di Aosta, valle cisalpina che però apparteneva in supremo dominio ai re transalpini di Borgogna.Questa marcia ascendente del conte Umberto versogli onori e i possedimenti non si deve a nessuna di quelle violente occupazioni, così consuete ai forti dell'epoca sua; ma unicamente a vincoli di parentaggio, a donazioni reali, giusta ricompensa della sua condotta, che fu in ogni occasione leale e vigorosa.Lo dimostrò sopratutto nella crisi dell'anno 1032, in cui avvenne, per la morte di Rodolfo III, privo di prole, la dissoluzione del vecchio reame di Borgogna.Rodolfo III, detto l'Ignavo, per rendere giustizia alle sue qualità intellettuali e morali, aveva regnato per circa 38 anni, ed aveva sposato in seconde nozze una regina Ermengarda, che pare fosse donna degna di più virile consorte.La storia di questo regno non è infatti che una lunga lotta fra il debole monarca e la folla dei suoi baroni, che, prevedendo la fine della dinastia, volevano trarne partito per affrancarsi da ogni vincolo d'investitura.In una situazione di questa fatta, sarebbe stato facile al conte Umberto di volgere le influenze dell'alta sua carica contro Rodolfo e convertire in un principato indipendente e più vasto i possedimenti che a titolo feudale teneva. Invece stette egli risolutamente dalla parte del debole. Il Conestabile di Borgogna fu il più assiduo compagno di Rodolfo III, il più fedele e il più energico consigliere della regina Ermengarda. E quando il vecchio sovrano morì nel 1032 e il suo nipote Oddone di Sciampagna sorse a reclamare l'invidiato retaggio[12]il conte Umberto rispettò il testamento, che chiamava al trono di Borgogna il re di Germania, stretto parente di Rodolfo III; e scortò personalmente la vedova regina, insidiata nella sua libertà, fino a Zurigo, dove l'imperatore Corrado accolse entrambi con grande effusione e splendidi donativi.Alla guerra che mosse allora Corrado contro l'usurpatore dell'eredità di Rodolfo, non è certo che il conte Umberto abbia partecipato. Ben vi concorse, e con altissimo grado, nel seguente anno 1034, in cui Oddone, rotti gli accordi, riprendeva le armi e raccoglieva contro il successore imperiale tutte le forze de' suoi congiunti e dei baroni alleati suoi.Fu allora che Umberto Biancamano, già illustre sul versante borgognone delle Alpi per gli alti fatti e le regie parentele, apparve anche sul versante italiano personaggio di molta autorità e di intera fiducia.Poichè a lui, come al più rinomato capitano d'allora, affidarono il comando di un forte nerbo di truppe i due potenti alleati dell'imperatore in Italia, Bonifacio marchese di Toscana ed Ariberto arcivescovo di Milano.I quali pare che conducessero personalmente il loro esercito fino ad Aosta, ai piedi del Gran San Bernardo, e che lì ne assumesse il conte savoiardo la direzione. Certo, capitano e soldati si condussero, in quella guerra, con molto e fortunato valore. Se dobbiamo credere ad uno storico non italiano, il signor Frézet[13], fu anzi in una battaglia comandata dal conte Umberto che Oddone di Sciampagna restò prigioniero e fu condotto a' piedi dell'imperatore Corrado, il quale generosamente gli perdonò.Ciò non tolse che poi, con una seconda slealtà, questo Oddone scendesse in campo nuovamente contro Corrado, approfittando dei torbidi scoppiati tre anni dopo in Lombardia. E qui si trovò a fronte di Gozelone, duca di Lorena, il quale lo affrontò e lo uccise. Ma da questa lotta per la successione borgognona uscì Umberto Biancamano con altro e largo aumento di gloria e di potere.La parte ch'egli sosteneva aveva trionfato. La Borgogna era divenuta ciò che il testamento di Rodolfo III aveva ordinato, un dominio aggiunto ai re di Germania. Ma questi, in continua lotta cogli Slavi, cogli Ungheri e coi Comuni italiani, non potevano dedicare troppo tempo alla pacificazione ed all'ordinamento del nuovo dominio. Dovettero quindi affidare ad altri l'importantissimo ufficio, e nessuno parve a ciò più adatto del conestabile Umberto, l'intelligente e fedele amico della regina Ermengarda, nel quale gli avvedimenti politici s'equilibravano colle virtù militari. Così il valoroso conte, che era già stato il consigliere di Enrico II per gli affari di Borgogna, divenne co' suoi successori, Corrado II ed Enrico III, il depositario della loro autorità, quasi l'alter egodel principe nei territori del regno aggiunto. Non si vede infatti che, fino alla sua morte, altri personaggi esercitino in Borgogna azione delegata eguale o maggiore della sua. Soltanto dopo che il suo nome scompare dalle carte e dagli eventi dell'epoca, s'istituisce in Borgogna un organismo nuovo di Rettorato o Vicereame, il cui primo titolare politico nell'anno 1057 è Rodolfo, conte di Reinfelden.È in questo ventennio, fra il 1035 e il 1055, che la casa Umbertina grandeggia e comincia a pigliare andamenti e diritti di sovranità indipendente. I favori imperiali piovono su di essa, a misura che il loro capo consolida, colla sua forte e savia amministrazione, la riunione della Borgogna all'Impero. Quindi, l'alto dominio sulla valle di Maurienne, la contea di Belley, il Chiablese, la Tarantasia, i castelli di Morat e di Chillon, una gran parte del basso Vallese vengono ad aggiungersi, per donazione di principe, agli antichi possedimenti del conte Umberto. La famiglia savoina viene sempre più risalendo i versanti occidentali delle Alpi; pensiero giusto e politico dei re di Germania, i quali,avendo più volte a combattere nemici così nella valle del Rodano come in quella del Po, sentono l'utilità di lasciare le chiavi del passaggio fra queste due valli nelle mani d'un custode fedele e potente, che non se le lascerà togliere nè da insidie nè da minaccie.Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re, ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi, allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la doppia giurisdizione coesiste.Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore, Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo ogni successo di questa natura.Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la simpatia che inspira la generosità.Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad altri secoli la crudele indifferenzadei Principi verso i più sacri diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia, una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia italiana.*Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.A differenza della famiglia Umbertina, era di origineforestiera, poichè discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta, insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e l'aureola degli eroismi.Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese, Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere marchese.Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione d'intrattenervi a proposito di Milano, i «marchesi» rappresentavano quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi tramutata in ereditaria,come le altre dignità feudali, non era però mai trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno di Leopoldo Marenco.È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle stragi.Per Ivrea e per Susa i dominî di Olderico Manfredi si riattaccavano, al di qua e al di là delle Alpi, con quelli del conte Umberto Biancamano; sicchè poco dovettero tardare le due illustri famiglie a stringere fra esse rapporti amichevoli; i quali, per fortuna loro e nostra, riuscirono ad un matrimonio fra Oddone, quarto figlio del conte Umberto, ed Adelaide, primogenita del marchese Olderico.Questa unione, avvenuta, pare, nel 1045, pose il suggello alla grandezza politica della casa Umbertina. Questa cominciò a poco a poco a staccarsi dalle sue valli indigene per salire alla sommità delle Alpi e di là scendere,come disse il poeta, colle onde del Po. Da conti in Borgogna preferirono diventare marchesi in Italia; vuoi perchè l'antica tradizione romana flagellasse involontariamente il sangue di chi era diventato borgognone solamente a metà; vuoi perchè il sorriso del nostro cielo e la speranza di più gentile dominio traessero quei robusti guerrieri verso ipotesi del futuro, che il futuro non ismentì.Dal matrimonio di Oddone colla contessa Adelaide, rimasta erede del vasto dominio della sua famiglia, uscirono tre figli e due figlie. Uno dei primi andò vescovo e si appartò dalle famigliari vicende. Pietro ed Amedeo governarono dopo la morte del padre; ma, premorti entrambi alla madre, la loro fama rimase assorbita dall'attività e dall'autorità personale che questa seppe esercitare fino alla morte.Le due figlie furono entrambe imperatrici di Germania e destinate a combattersi. L'una, Berta di nome, sposò quell'Enrico IV della casa di Franconia, che doveva giungere a celebrità piuttosto per la sua abbiezione a Canossa che pe' suoi trionfi a Roma. L'altra, Adelaide, impalmava quel Rodolfo di Rheinfeld che abbiamo visto succedere a Umberto Biancamano nella somma autorità di Borgogna, e che appunto i ribelli tedeschi, impauriti dalla scomunica di Gregorio VII, acclamarono per qualche tempo imperatore, contro Enrico IV, ramingo e scoronato.Bastano questi eccelsi parentadi a dimostrare che importanza avesse già raggiunta in quell'epoca la famiglia dei conti di Savoia.Il vecchio conestabile era ancor vivo, quando la piccola Berta, nipote sua, fu promessa al fanciullo erede del trono germanico. Nessuno dei due sposi aveva ancora raggiunta l'età di sei anni; sicchè il matrimonio effettivo non ebbe luogo che dodici anni dopo, nel 1067.Ma allora il Biancamano era già sceso nella tomba, che vollero sicura ed onorata nella loro cattedrale i cittadini di Saint-Jean di Maurienne. Singolare omaggio reso al capostipite dei Savoia da quella città che, per ordine suo, aveva dovuto essere pochi anni prima presa d'assalto! Omaggio che vale da solo parecchi di quei monumenti, nei quali non è riconoscenza o perdono di popoli, ma lusso di marmi e vanità di artisti!*Il secondo eroe della casa di Savoia è certamente la contessa Adelaide; che, in nome dei figli, e più dei figli, e senza i figli, governò il vasto Stato fino al 1091, nel quale anno, quasi ottuagenaria, mori. Donna di alti spiriti, di fermo consiglio e di virile risolutezza, che assai rassomiglia all'amica ed emula sua, la contessa Matilde di Toscana. Cara ai maggiori prelati dell'epoca, come Ildebrando e san Pier Damiano, che le scrivevano affettuosissime lettere, mescolava ai terreni interessi la pietà religiosa, in quella misura soltanto che non turbasse l'intera guarentigia dei primi. Delle libertà comunali non ebbe il sentore; anzi, non esitò a far scempio della città di Asti, appena le parve che questa mirasse a scuotere l'alto dominio della famiglia sua. Ma in verità, richiedere dai principi d'allora incoraggiamento ad emancipazioni politiche sarebbe una esigenza che nessun salto storico potrebbe giustificare. Bastava che allora i principi fossero giusti, umani, generosi, e ad Adelaide queste virtù non mancavano. Sarebbe poi toccato all'erede e nipote suo, Umberto II, di aiutare, alcuni anni dopo, la costituzione di comuni indipendenti; ed è ancora una gloria per la casa di Savoia, che, nel corso dei secoli, sia stata in Italia la prima famiglia sovrana a mettersi per questa via.Adelaide era già vedova da sedici anni, e da altrettanti governava, in nome de' suoi figli, lo Stato, quando scoppiava acuta nell'alta Italia la crisi delle relazioni fra il Papato e l'Impero.Gregorio VII, spinto dalla logica della sua dottrina, aveva scomunicato l'imperatore Enrico IV, e con fiera novità, prosciolto i sudditi suoi dal loro giuramento di fedeltà. Dal canto suo, Enrico IV, spinto dal desiderio di conservare il suo trono, aveva fatto manifestare al terribile Pontefice il suo desiderio di trattare con lui in qualche città di Germania.I Papi allora erano grandi, ma non esitavano a viaggiare fuori del loro Stato.Gregorio VII era già arrivato nei dominî della contessa Adelaide, diretto alle Alpi, quando udì che l'Imperatore s'era mosso egli pure per varcarle nella direzione opposta. Incerto sulle intenzioni imperiali, retrocedette e venne a chiudersi nel castello reggiano di Canossa, che la contessa Matilde aveva posto a sua disposizione. E intanto la contessa Adelaide riceveva i messaggi dell'imperiale suo genero, coi quali la supplicava a concedergli il passaggio attraverso alle Alpi, di cui essa era signora.L'Imperatore infatti, traccheggiato da' suoi rivali tedeschi, s'era visto chiusi i passi delle Alpi elvetiche e carniche; aveva dovuto scendere a sghembo nella Borgogna; e di lì era stato costretto a chiedere l'assenso della nobile suocera, che poco innanzi egli aveva fieramente offesa co' suoi tentativi di divorzio dalla virtuosa Berta.Questa però rimase anello di conciliazione fra il marito e la madre, come la madre stette poco dipoi autorevole mediatrice fra l'Imperatore ed il Papa.L'incontro degli eccelsi congiunti ebbe luogo sulle rive del Lemano verso gli ultimi giorni del 1076. E furonogiornate terribili per geli e tormente quelli in cui la splendida comitiva superò il Gran San Bernardo per giungere a Torino. Parecchi servi perirono assiderati; e perchè lo stesso destino fosse risparmiato alla contessa ed alla imperatrice sua figlia, dovettero entrambe essere avvolte in pelli di buoi appena uccisi, e portate in siffatto abbigliamento al piede della montagna.Enrico IV aveva fretta di abboccarsi col suo formidabile antagonista; sicchè non tardò a partire per Canossa, accompagnato dalla moglie Berta, dalla suocera Adelaide, dal cognato Amedeo, dal conte Azzo d'Este e dall'abate Ugo di Cluny.L'episodio che allora si svolse nel famoso castello non ha d'uopo d'essere per la centesima volta raccontato. Rimane nella memoria dei posteri come un duplice eccesso, che, secondo l'indole degli eccessi, non giovò a nessuno e nessun bene fruttò. Un immenso orgoglio a fronte di una immensa umiliazione: ecco lo spettacolo che diedero di sè ai contemporanei i due uomini che avrebbero dovuto, in tanto infuriare di passioni e di eventi, mantenere al loro dissidio le forme austere della dignità.Più degli uomini furono in quell'episodio prudenti e savie le donne; Adelaide specialmente, che usò di tutta la sua autorità sull'imperatore di cui era madre e sul pontefice, a cui come figlia era cara, per attutire gli sdegni, sollecitare gli accordi e preparare riconciliazioni durevoli.Non riuscì a quest'ultimo scopo, poichè l'indole umana si ribella ai ricordi della violenza. Enrico IV e Gregorio VII, si separarono col bacio sulle labbra e col fiele nel cuore. Entrambi finirono la loro vita, lontani da quel potere che per entrambi era stato cagione di tanto eccesso. Gregorio VII moriva a Salerno, ospite d'uno fra quei Principi temporali[14], sui quali egli aveva pretesodi esercitare così orgogliosa supremazia. Enrico IV moriva di crepacuore a Liegi, deposto e perseguitato dal figlio suo; triste vendetta delle ingiurie e dei patimenti, fra cui aveva vissuto Berta di Savoia, moglie dell'uno e madre dell'altro!Così accade ai violenti, sui quali, presto o tardi, scende quella giustizia, riparatrice, che non teme nè le tiare nè le corone.E che ai violenti non piegasse la fronte Adelaide di Savoia, memore forse o forse presaga della fierezza che alla sua stirpe incombeva, lo dimostra un altro episodio, che precedette di pochi anni la sua morte.Mentre Enrico IV, vincitore a sua volta di Gregorio VII, occupava Roma e v'insediava un altro Papa, s'era recata la contessa Adelaide a fargli visita; e al seguito suo s'era aggiunto, cercando protezione, un monaco, Benedetto, abate di San Michele alla Chiusa, che aveva tenuto nell'Alta Italia contegno favorevole al Papato contro l'Impero.Caduto questo monaco, per insidie tesegli, nelle mani degli sgherri imperiali, si stava per farne strazio, coll'esplicito assenso di Enrico, quando Adelaide, saputo il fatto, si presentò immediatamente all'Imperatore, reclamando la libertà dell'abate ch'essa aveva guarentito contro ogni offesa. Le prime ripulse del genero non iscoraggiarono la contessa, che dalle preghiere passò alle minaccie. E l'Imperatore, il quale conosceva più che altri la potenza della suocera sua, e temeva di vedersi impedito il cammino da un esercito ch'essa avrebbe potuto radunare al piè delle Alpi, non osò prolungare la resistenza e fece restituire al monaco la sua libertà.Con questi modi e con questa indipendenza Adelaide regnava; e seguiva in ciò scrupolosamente le tradizioni del conte Umberto, che ai deboli ed agli oppressi erastato sempre largo del favor suo. Le stirpi hanno come i paesi, una costante fisonomia; e come non riuscireste a trovare, fra tutti gli Stuardi, un filantropo, non vi sarebbe possibile scovare un tiranno, fra tutti i principi di Savoia.*Quando la gran contessa morì, una specie di guerra di successione scoppiò fra gli eredi, presunti o legittimi, e mise a brani lo Stato.È un fatto che la storia non può dissimulare e che produsse conseguenze durate per qualche secolo.Ma ho già avuto qui l'occasione e l'onore di dire che nei fenomeni storici di lunga evoluzione non è già qualche soluzione di continuità che possa scemarne la verità o la logica. La vita umana è continuamente interrotta dal sonno; eppur si ritrova, alla fine d'ogni intervallo, piena di unità e di efficacia. Nè la vita dei popoli è in ciò diversa dalla vita degli individui. Subisce alternative di stanchezza o di sconfitta, dopo le quali il pensiero direttivo o l'istinto ripigliano lo svolgimento di prima. Se ciò non fosse, sarebbe disperato lo sforzo di cercare nella storia virtù di esperienza o insegnamenti di civiltà. La storia diventerebbe un tumulto di fatti, una successione di violenze, in mezzo alle quali nessun pensatore potrebbe trovare barlume di una legge progressiva dell'umanità.Chi pensa, per esempio, che la storia di Roma antica non abbia uno svolgimento di mirabile continuità, perchè i Galli poterono spingere il loro Brenno entro le antiche mura, ed accamparvisi come padroni?Chi crede che non cominci da Rodolfo d'Habsburg la stirpe imperiale d'Austria, perchè dopo suo figlio, un'altra casa di Lussemburgo ha potuto dare due o tresovrani alle popolazioni germaniche, lacerate dalla guerra civile?Lo stesso fato dominò nei primi tempi la casa di Savoia; ma essa afferrò il fato con robuste braccia e lo vinse.Morta Adelaide, parve per qualche tempo che la fortuna avesse abbandonato al di qua delle Alpi, la casa Umbertina.Il marchese Bonifacio del Vasto, lontano parente di quella casa, mosse subito le sue forze contro Asti ed Albenga. Corrado, figlio dell'Imperatore e nipote della defunta Adelaide, occupò le migliori terre della contea di Torino. Lo stesso Enrico IV varcò le Alpi e scese con un esercito sopra Montebello. E, incuorati da siffatte usurpazioni, alcuni fra i maggiori Comuni, come Torino e Chieri, innalzarono bandiera d'autonomia e cercarono ritornare al dominio nominale dei vescovi, che non sempre rispettavano le libertà onde erano proclamati custodi.Contro queste usurpazioni e queste riscosse era solo a lottare Umberto II, figlio di Amedeo, rimasto giovanissimo a governare quegli Stati, retti fino allora da mani così gagliarde e da esperienze così provette.E cominciò allora un secolo di contestazione e di lotte, nelle quali la casa di Savoia, ora avanzando, ora retrocedendo, non perdette mai il rispetto alle sue tradizioni e la fede nel suo avvenire cisalpino. Non abbandonò le prische sedi, poichè nelle valli savoiarde e svizzere battagliò lungamente, mutando ed acquistando terre e castella; ma tenne l'occhio fiso al dominio italiano, che dopo il matrimonio con Adelaide Manfredi, era diventato il pernio della potenza e la seconda patria della dinastia Umbertina.Per molti lustri, il successo rimane dubbio, i contrasti son fieri; v'è un'epoca, in cui la famiglia si spezza indue rami, e sembra che scompaia l'unità della tradizione dinastica. Ma la virtù e la sagacia suppliscono a qualche difetto di fortuna o di energia. Non sempre giova affrontare la bufera alpina a viso eretto. Questa vi avvolge e vi trascina giù pei burroni. Se invece, curvandovi, lasciate passare l'uragano, rimanete al vostro posto e potete rizzarvi più forte e più sicuro di prima.È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo, da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano, aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi il grande Emanuele Filiberto.Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130, concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte; singolare e provvidenziale contesa,che cominciava proprio tra il primo fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia, quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella guerra del 1866.Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è previdenza che non a tutti sorride, — è saviezza che molti avrebbero dimenticata, sotto il pretesto della sventura.Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire d'Italia.Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia, preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare, nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza, la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale coerenza di tradizioni.Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto suo:la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei popoli. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal coraggio, dalla fiducia.L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo, più perfetta dimostrazione.*Del resto, ad altre dimostrazioni e ad altre unità si presterebbe l'argomento, se volessimo discendere dai primi agli ultimi della famiglia Umbertina, o risalire dagli ultimi ai primi.Ma, dopo avermi tollerato come istorico, non vorrei mi accusaste di scendere a cortigiano. Ora, i cortigiani che sono ordinariamente accaniti ad inventare le origini delle dinastie, sono, anche più ordinariamente, accaniti a parteciparne le decadenze.Dio mi tolga dunque, ora e sempre, dal numero e dall'abbiezione.Discorrere delle Case sovrane è stato difficile, finchè le ragioni dell'intelletto erano soverchiate dalla prepotenza dei privilegi. Allora, nessuna logica correggeva gli eccessi; poichè il mondo si divideva in dominati e dominatori; e, secondo l'influsso di questa situazione personale, la storia diventava o adulazione o calunnia.Il regime liberale, rendendo ai principi l'affetto dei popoli, ha reso nel tempo stesso agli scrittori l'indipendenza e l'imparzialità del giudizio.Oggidì che il sovrano s'è sprofondato nelle moltitudini e vive della loro vita, adularlo sarebbe ipocrisia, offenderlo sarebbe viltà.Però lo scrivere di regnanti non è facile ancora, per quanto la difficoltà abbia mutato natura. Non è facile, perchè avviene talvolta che i cortigiani impauriti e le democrazie soddisfatte si uniscano in un solo e intollerante grido di plauso, attraverso al quale sembri importuna la voce severa di chi ama e teme.Questa difficoltà è assai minore, com'è minore il pericolo, quando si tratti di famiglie dinastiche la cui storia rimonti alle origini della civiltà.In questi casi la voce dei secoli può sostituire efficacemente quelle voci contemporanee, che diventassero troppo fioche o troppo obliose; e nella ricca e varia indole dei numerosi antenati possono i regnanti contemporanei trovare quel senso della misura che è la suprema saggezza dei reggitori di popoli.Perciò mi fu grato parlarvi delle origini d'una famiglia gloriosa nei fasti della patria; i cui principi seppero essere quasi tutti energici senza tirannia, buoni senza debolezza, amanti di libere istituzioni senza sminuire la dignità del loro sangue.Se questa famiglia avesse illustrato col suo dominio qualunque altro popolo d'Europa, i suoi ricordi desterebbero sempre nello storico il sentimento dell'ammirazione.Ma quando nello storico si confondono il cittadino ed il suddito, l'ammirazione si tramuta in un complesso di affetti maggiori e diversi. L'indagine del passato non basta più a soddisfare l'intelletto; che vorrebbe lanciarsi nell'avvenire e cercarvi il segreto delle inquietudini e delle speranze patriottiche.Le une e altre autorizza la storia nel suo viaggio di lungo corso.Ma se il progresso politico non è ridotto ad una formola menzognera, questa storia dovrebbe quind'innanzi subire meno che nel passato la legge dei violenti ed il capriccio dei casi; dovrebbe quind'innanzi riposar meno sul contrasto che sull'armonia degli interessi molteplici.Ora, chi pensi quante volte questi interessi hanno trovato efficace difesa presso popoli pieni di fiducia e presso principi degni d'inspirarla può dare nell'avvenire il passo alle speranze sulle inquietudini.Poichè — voi me lo insegnate, o signore, — quando l'amore può essere nel tempo stesso un orgoglio, diventa il più forte e il più durevole dei sentimenti umani.
DIROMUALDO BONFADINI
Chi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.
Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza; capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.
Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano i Franchi prima che la Franciaapparisse. I popoli, così teneri ora dei loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel 1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.
V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana — l'unica in Europa — che ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col proprio nome.
Questa famiglia — l'avete senz'altro indovinato — è la famiglia dei principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta, nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro grido dinastico; i quali firmano nel 1890Umberto di Savoiacome firmavano nel 1003Hubertus comes«in agro savogensi»; i quali, con privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come battono moneta a Roma nel 1890.
È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.
Io non trascinerò — non temete — le vostre mani gentili entro i polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a sostituire qui il brillanteoratore[9]che avrebbe dato ai suoi veri tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.
*
Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti, non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi. Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica tolleranza e fu lalegge Gombetta (Gundobada), che pare sia stata liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori. Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva; sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.
Questa larghezza di regime civile, di cui non apparenessun esempio nei paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.
Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo borgognone.
Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa coll'aggiuntablancis manibus; vuoi perchè una speciale gentilezza fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano nella preda o nel sangue.
È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e non interrotta più la famigliadi principi, che ci onora della sua rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.
Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri:chi fur li maggior sui, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè stessa col prestigio del bene quei «volghi dispersi» che non avevano un nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.
Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei principi di Savoia.
Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario, per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste ipotesi sono discusse,affermate ed escluse. Il che prova, per incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei — e i nostri posteri saranno in ciò più fortunati di noi — assai meno tempo di quello che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.
Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come Giove, col capo avvolto fra le nubi.
Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare eccezionali i motivi.
A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di personaggi anche maggiori dell'epoca sua.
D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel 1174, si vogliono distrutti gli archiviprivati della casa di Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti, gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni, sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti ede' suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti, di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche sospettare la possibile utilità.
È perciò che quei rispettabili eruditi, a cui duole di non poter ispingere più in alto la loro curiosità genealogica, arrivano talvolta agli assurdi ed agli anacronismi, brancicando fra i montoni senza mettere la mano sul mitico Ulisse. Ed è ciò che voi ed io fortunatamente eviteremo; persuasi che oggimai troppo onore viene dai fatti certi alla famiglia di cui studiamo i primordi, perchè si possa sperare di accrescerlo, tuffandoci nelle ipotesi.
*
Torneremo dunque, se non vi dispiace, al conte Umberto dalle bianche mani. E lo vedremo, in cinquant'anni di storia, crescere di riputazione, d'autorità e di fortuna, senza potergli rimproverare nessuna di quelle azioni, che sarebbero giudicate riprovevoli dal nostro criterio morale, tanto più austero di quello che allora prevaleva.
Alla corte di Rodolfo III re di Borgogna teneva l'ufficio di Conestabile; forse la più alta carica militare e politica che i tempi permettessero ad un vassallo feudale. Nel 1003 lo vediamo conte di Salmourenc nel territorio viennese; nel 1017 possiede la contea di Nyon sul lago di Ginevra; nel 1024 è già conte di Aosta, valle cisalpina che però apparteneva in supremo dominio ai re transalpini di Borgogna.
Questa marcia ascendente del conte Umberto versogli onori e i possedimenti non si deve a nessuna di quelle violente occupazioni, così consuete ai forti dell'epoca sua; ma unicamente a vincoli di parentaggio, a donazioni reali, giusta ricompensa della sua condotta, che fu in ogni occasione leale e vigorosa.
Lo dimostrò sopratutto nella crisi dell'anno 1032, in cui avvenne, per la morte di Rodolfo III, privo di prole, la dissoluzione del vecchio reame di Borgogna.
Rodolfo III, detto l'Ignavo, per rendere giustizia alle sue qualità intellettuali e morali, aveva regnato per circa 38 anni, ed aveva sposato in seconde nozze una regina Ermengarda, che pare fosse donna degna di più virile consorte.
La storia di questo regno non è infatti che una lunga lotta fra il debole monarca e la folla dei suoi baroni, che, prevedendo la fine della dinastia, volevano trarne partito per affrancarsi da ogni vincolo d'investitura.
In una situazione di questa fatta, sarebbe stato facile al conte Umberto di volgere le influenze dell'alta sua carica contro Rodolfo e convertire in un principato indipendente e più vasto i possedimenti che a titolo feudale teneva. Invece stette egli risolutamente dalla parte del debole. Il Conestabile di Borgogna fu il più assiduo compagno di Rodolfo III, il più fedele e il più energico consigliere della regina Ermengarda. E quando il vecchio sovrano morì nel 1032 e il suo nipote Oddone di Sciampagna sorse a reclamare l'invidiato retaggio[12]il conte Umberto rispettò il testamento, che chiamava al trono di Borgogna il re di Germania, stretto parente di Rodolfo III; e scortò personalmente la vedova regina, insidiata nella sua libertà, fino a Zurigo, dove l'imperatore Corrado accolse entrambi con grande effusione e splendidi donativi.
Alla guerra che mosse allora Corrado contro l'usurpatore dell'eredità di Rodolfo, non è certo che il conte Umberto abbia partecipato. Ben vi concorse, e con altissimo grado, nel seguente anno 1034, in cui Oddone, rotti gli accordi, riprendeva le armi e raccoglieva contro il successore imperiale tutte le forze de' suoi congiunti e dei baroni alleati suoi.
Fu allora che Umberto Biancamano, già illustre sul versante borgognone delle Alpi per gli alti fatti e le regie parentele, apparve anche sul versante italiano personaggio di molta autorità e di intera fiducia.
Poichè a lui, come al più rinomato capitano d'allora, affidarono il comando di un forte nerbo di truppe i due potenti alleati dell'imperatore in Italia, Bonifacio marchese di Toscana ed Ariberto arcivescovo di Milano.
I quali pare che conducessero personalmente il loro esercito fino ad Aosta, ai piedi del Gran San Bernardo, e che lì ne assumesse il conte savoiardo la direzione. Certo, capitano e soldati si condussero, in quella guerra, con molto e fortunato valore. Se dobbiamo credere ad uno storico non italiano, il signor Frézet[13], fu anzi in una battaglia comandata dal conte Umberto che Oddone di Sciampagna restò prigioniero e fu condotto a' piedi dell'imperatore Corrado, il quale generosamente gli perdonò.
Ciò non tolse che poi, con una seconda slealtà, questo Oddone scendesse in campo nuovamente contro Corrado, approfittando dei torbidi scoppiati tre anni dopo in Lombardia. E qui si trovò a fronte di Gozelone, duca di Lorena, il quale lo affrontò e lo uccise. Ma da questa lotta per la successione borgognona uscì Umberto Biancamano con altro e largo aumento di gloria e di potere.
La parte ch'egli sosteneva aveva trionfato. La Borgogna era divenuta ciò che il testamento di Rodolfo III aveva ordinato, un dominio aggiunto ai re di Germania. Ma questi, in continua lotta cogli Slavi, cogli Ungheri e coi Comuni italiani, non potevano dedicare troppo tempo alla pacificazione ed all'ordinamento del nuovo dominio. Dovettero quindi affidare ad altri l'importantissimo ufficio, e nessuno parve a ciò più adatto del conestabile Umberto, l'intelligente e fedele amico della regina Ermengarda, nel quale gli avvedimenti politici s'equilibravano colle virtù militari. Così il valoroso conte, che era già stato il consigliere di Enrico II per gli affari di Borgogna, divenne co' suoi successori, Corrado II ed Enrico III, il depositario della loro autorità, quasi l'alter egodel principe nei territori del regno aggiunto. Non si vede infatti che, fino alla sua morte, altri personaggi esercitino in Borgogna azione delegata eguale o maggiore della sua. Soltanto dopo che il suo nome scompare dalle carte e dagli eventi dell'epoca, s'istituisce in Borgogna un organismo nuovo di Rettorato o Vicereame, il cui primo titolare politico nell'anno 1057 è Rodolfo, conte di Reinfelden.
È in questo ventennio, fra il 1035 e il 1055, che la casa Umbertina grandeggia e comincia a pigliare andamenti e diritti di sovranità indipendente. I favori imperiali piovono su di essa, a misura che il loro capo consolida, colla sua forte e savia amministrazione, la riunione della Borgogna all'Impero. Quindi, l'alto dominio sulla valle di Maurienne, la contea di Belley, il Chiablese, la Tarantasia, i castelli di Morat e di Chillon, una gran parte del basso Vallese vengono ad aggiungersi, per donazione di principe, agli antichi possedimenti del conte Umberto. La famiglia savoina viene sempre più risalendo i versanti occidentali delle Alpi; pensiero giusto e politico dei re di Germania, i quali,avendo più volte a combattere nemici così nella valle del Rodano come in quella del Po, sentono l'utilità di lasciare le chiavi del passaggio fra queste due valli nelle mani d'un custode fedele e potente, che non se le lascerà togliere nè da insidie nè da minaccie.
Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re, ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi, allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la doppia giurisdizione coesiste.
Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore, Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo ogni successo di questa natura.
Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la simpatia che inspira la generosità.
Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad altri secoli la crudele indifferenzadei Principi verso i più sacri diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.
Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia, una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia italiana.
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Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.
A differenza della famiglia Umbertina, era di origineforestiera, poichè discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta, insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e l'aureola degli eroismi.
Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese, Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.
Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere marchese.
Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione d'intrattenervi a proposito di Milano, i «marchesi» rappresentavano quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.
A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi tramutata in ereditaria,come le altre dignità feudali, non era però mai trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.
Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno di Leopoldo Marenco.
È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle stragi.
Per Ivrea e per Susa i dominî di Olderico Manfredi si riattaccavano, al di qua e al di là delle Alpi, con quelli del conte Umberto Biancamano; sicchè poco dovettero tardare le due illustri famiglie a stringere fra esse rapporti amichevoli; i quali, per fortuna loro e nostra, riuscirono ad un matrimonio fra Oddone, quarto figlio del conte Umberto, ed Adelaide, primogenita del marchese Olderico.
Questa unione, avvenuta, pare, nel 1045, pose il suggello alla grandezza politica della casa Umbertina. Questa cominciò a poco a poco a staccarsi dalle sue valli indigene per salire alla sommità delle Alpi e di là scendere,come disse il poeta, colle onde del Po. Da conti in Borgogna preferirono diventare marchesi in Italia; vuoi perchè l'antica tradizione romana flagellasse involontariamente il sangue di chi era diventato borgognone solamente a metà; vuoi perchè il sorriso del nostro cielo e la speranza di più gentile dominio traessero quei robusti guerrieri verso ipotesi del futuro, che il futuro non ismentì.
Dal matrimonio di Oddone colla contessa Adelaide, rimasta erede del vasto dominio della sua famiglia, uscirono tre figli e due figlie. Uno dei primi andò vescovo e si appartò dalle famigliari vicende. Pietro ed Amedeo governarono dopo la morte del padre; ma, premorti entrambi alla madre, la loro fama rimase assorbita dall'attività e dall'autorità personale che questa seppe esercitare fino alla morte.
Le due figlie furono entrambe imperatrici di Germania e destinate a combattersi. L'una, Berta di nome, sposò quell'Enrico IV della casa di Franconia, che doveva giungere a celebrità piuttosto per la sua abbiezione a Canossa che pe' suoi trionfi a Roma. L'altra, Adelaide, impalmava quel Rodolfo di Rheinfeld che abbiamo visto succedere a Umberto Biancamano nella somma autorità di Borgogna, e che appunto i ribelli tedeschi, impauriti dalla scomunica di Gregorio VII, acclamarono per qualche tempo imperatore, contro Enrico IV, ramingo e scoronato.
Bastano questi eccelsi parentadi a dimostrare che importanza avesse già raggiunta in quell'epoca la famiglia dei conti di Savoia.
Il vecchio conestabile era ancor vivo, quando la piccola Berta, nipote sua, fu promessa al fanciullo erede del trono germanico. Nessuno dei due sposi aveva ancora raggiunta l'età di sei anni; sicchè il matrimonio effettivo non ebbe luogo che dodici anni dopo, nel 1067.Ma allora il Biancamano era già sceso nella tomba, che vollero sicura ed onorata nella loro cattedrale i cittadini di Saint-Jean di Maurienne. Singolare omaggio reso al capostipite dei Savoia da quella città che, per ordine suo, aveva dovuto essere pochi anni prima presa d'assalto! Omaggio che vale da solo parecchi di quei monumenti, nei quali non è riconoscenza o perdono di popoli, ma lusso di marmi e vanità di artisti!
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Il secondo eroe della casa di Savoia è certamente la contessa Adelaide; che, in nome dei figli, e più dei figli, e senza i figli, governò il vasto Stato fino al 1091, nel quale anno, quasi ottuagenaria, mori. Donna di alti spiriti, di fermo consiglio e di virile risolutezza, che assai rassomiglia all'amica ed emula sua, la contessa Matilde di Toscana. Cara ai maggiori prelati dell'epoca, come Ildebrando e san Pier Damiano, che le scrivevano affettuosissime lettere, mescolava ai terreni interessi la pietà religiosa, in quella misura soltanto che non turbasse l'intera guarentigia dei primi. Delle libertà comunali non ebbe il sentore; anzi, non esitò a far scempio della città di Asti, appena le parve che questa mirasse a scuotere l'alto dominio della famiglia sua. Ma in verità, richiedere dai principi d'allora incoraggiamento ad emancipazioni politiche sarebbe una esigenza che nessun salto storico potrebbe giustificare. Bastava che allora i principi fossero giusti, umani, generosi, e ad Adelaide queste virtù non mancavano. Sarebbe poi toccato all'erede e nipote suo, Umberto II, di aiutare, alcuni anni dopo, la costituzione di comuni indipendenti; ed è ancora una gloria per la casa di Savoia, che, nel corso dei secoli, sia stata in Italia la prima famiglia sovrana a mettersi per questa via.
Adelaide era già vedova da sedici anni, e da altrettanti governava, in nome de' suoi figli, lo Stato, quando scoppiava acuta nell'alta Italia la crisi delle relazioni fra il Papato e l'Impero.
Gregorio VII, spinto dalla logica della sua dottrina, aveva scomunicato l'imperatore Enrico IV, e con fiera novità, prosciolto i sudditi suoi dal loro giuramento di fedeltà. Dal canto suo, Enrico IV, spinto dal desiderio di conservare il suo trono, aveva fatto manifestare al terribile Pontefice il suo desiderio di trattare con lui in qualche città di Germania.
I Papi allora erano grandi, ma non esitavano a viaggiare fuori del loro Stato.
Gregorio VII era già arrivato nei dominî della contessa Adelaide, diretto alle Alpi, quando udì che l'Imperatore s'era mosso egli pure per varcarle nella direzione opposta. Incerto sulle intenzioni imperiali, retrocedette e venne a chiudersi nel castello reggiano di Canossa, che la contessa Matilde aveva posto a sua disposizione. E intanto la contessa Adelaide riceveva i messaggi dell'imperiale suo genero, coi quali la supplicava a concedergli il passaggio attraverso alle Alpi, di cui essa era signora.
L'Imperatore infatti, traccheggiato da' suoi rivali tedeschi, s'era visto chiusi i passi delle Alpi elvetiche e carniche; aveva dovuto scendere a sghembo nella Borgogna; e di lì era stato costretto a chiedere l'assenso della nobile suocera, che poco innanzi egli aveva fieramente offesa co' suoi tentativi di divorzio dalla virtuosa Berta.
Questa però rimase anello di conciliazione fra il marito e la madre, come la madre stette poco dipoi autorevole mediatrice fra l'Imperatore ed il Papa.
L'incontro degli eccelsi congiunti ebbe luogo sulle rive del Lemano verso gli ultimi giorni del 1076. E furonogiornate terribili per geli e tormente quelli in cui la splendida comitiva superò il Gran San Bernardo per giungere a Torino. Parecchi servi perirono assiderati; e perchè lo stesso destino fosse risparmiato alla contessa ed alla imperatrice sua figlia, dovettero entrambe essere avvolte in pelli di buoi appena uccisi, e portate in siffatto abbigliamento al piede della montagna.
Enrico IV aveva fretta di abboccarsi col suo formidabile antagonista; sicchè non tardò a partire per Canossa, accompagnato dalla moglie Berta, dalla suocera Adelaide, dal cognato Amedeo, dal conte Azzo d'Este e dall'abate Ugo di Cluny.
L'episodio che allora si svolse nel famoso castello non ha d'uopo d'essere per la centesima volta raccontato. Rimane nella memoria dei posteri come un duplice eccesso, che, secondo l'indole degli eccessi, non giovò a nessuno e nessun bene fruttò. Un immenso orgoglio a fronte di una immensa umiliazione: ecco lo spettacolo che diedero di sè ai contemporanei i due uomini che avrebbero dovuto, in tanto infuriare di passioni e di eventi, mantenere al loro dissidio le forme austere della dignità.
Più degli uomini furono in quell'episodio prudenti e savie le donne; Adelaide specialmente, che usò di tutta la sua autorità sull'imperatore di cui era madre e sul pontefice, a cui come figlia era cara, per attutire gli sdegni, sollecitare gli accordi e preparare riconciliazioni durevoli.
Non riuscì a quest'ultimo scopo, poichè l'indole umana si ribella ai ricordi della violenza. Enrico IV e Gregorio VII, si separarono col bacio sulle labbra e col fiele nel cuore. Entrambi finirono la loro vita, lontani da quel potere che per entrambi era stato cagione di tanto eccesso. Gregorio VII moriva a Salerno, ospite d'uno fra quei Principi temporali[14], sui quali egli aveva pretesodi esercitare così orgogliosa supremazia. Enrico IV moriva di crepacuore a Liegi, deposto e perseguitato dal figlio suo; triste vendetta delle ingiurie e dei patimenti, fra cui aveva vissuto Berta di Savoia, moglie dell'uno e madre dell'altro!
Così accade ai violenti, sui quali, presto o tardi, scende quella giustizia, riparatrice, che non teme nè le tiare nè le corone.
E che ai violenti non piegasse la fronte Adelaide di Savoia, memore forse o forse presaga della fierezza che alla sua stirpe incombeva, lo dimostra un altro episodio, che precedette di pochi anni la sua morte.
Mentre Enrico IV, vincitore a sua volta di Gregorio VII, occupava Roma e v'insediava un altro Papa, s'era recata la contessa Adelaide a fargli visita; e al seguito suo s'era aggiunto, cercando protezione, un monaco, Benedetto, abate di San Michele alla Chiusa, che aveva tenuto nell'Alta Italia contegno favorevole al Papato contro l'Impero.
Caduto questo monaco, per insidie tesegli, nelle mani degli sgherri imperiali, si stava per farne strazio, coll'esplicito assenso di Enrico, quando Adelaide, saputo il fatto, si presentò immediatamente all'Imperatore, reclamando la libertà dell'abate ch'essa aveva guarentito contro ogni offesa. Le prime ripulse del genero non iscoraggiarono la contessa, che dalle preghiere passò alle minaccie. E l'Imperatore, il quale conosceva più che altri la potenza della suocera sua, e temeva di vedersi impedito il cammino da un esercito ch'essa avrebbe potuto radunare al piè delle Alpi, non osò prolungare la resistenza e fece restituire al monaco la sua libertà.
Con questi modi e con questa indipendenza Adelaide regnava; e seguiva in ciò scrupolosamente le tradizioni del conte Umberto, che ai deboli ed agli oppressi erastato sempre largo del favor suo. Le stirpi hanno come i paesi, una costante fisonomia; e come non riuscireste a trovare, fra tutti gli Stuardi, un filantropo, non vi sarebbe possibile scovare un tiranno, fra tutti i principi di Savoia.
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Quando la gran contessa morì, una specie di guerra di successione scoppiò fra gli eredi, presunti o legittimi, e mise a brani lo Stato.
È un fatto che la storia non può dissimulare e che produsse conseguenze durate per qualche secolo.
Ma ho già avuto qui l'occasione e l'onore di dire che nei fenomeni storici di lunga evoluzione non è già qualche soluzione di continuità che possa scemarne la verità o la logica. La vita umana è continuamente interrotta dal sonno; eppur si ritrova, alla fine d'ogni intervallo, piena di unità e di efficacia. Nè la vita dei popoli è in ciò diversa dalla vita degli individui. Subisce alternative di stanchezza o di sconfitta, dopo le quali il pensiero direttivo o l'istinto ripigliano lo svolgimento di prima. Se ciò non fosse, sarebbe disperato lo sforzo di cercare nella storia virtù di esperienza o insegnamenti di civiltà. La storia diventerebbe un tumulto di fatti, una successione di violenze, in mezzo alle quali nessun pensatore potrebbe trovare barlume di una legge progressiva dell'umanità.
Chi pensa, per esempio, che la storia di Roma antica non abbia uno svolgimento di mirabile continuità, perchè i Galli poterono spingere il loro Brenno entro le antiche mura, ed accamparvisi come padroni?
Chi crede che non cominci da Rodolfo d'Habsburg la stirpe imperiale d'Austria, perchè dopo suo figlio, un'altra casa di Lussemburgo ha potuto dare due o tresovrani alle popolazioni germaniche, lacerate dalla guerra civile?
Lo stesso fato dominò nei primi tempi la casa di Savoia; ma essa afferrò il fato con robuste braccia e lo vinse.
Morta Adelaide, parve per qualche tempo che la fortuna avesse abbandonato al di qua delle Alpi, la casa Umbertina.
Il marchese Bonifacio del Vasto, lontano parente di quella casa, mosse subito le sue forze contro Asti ed Albenga. Corrado, figlio dell'Imperatore e nipote della defunta Adelaide, occupò le migliori terre della contea di Torino. Lo stesso Enrico IV varcò le Alpi e scese con un esercito sopra Montebello. E, incuorati da siffatte usurpazioni, alcuni fra i maggiori Comuni, come Torino e Chieri, innalzarono bandiera d'autonomia e cercarono ritornare al dominio nominale dei vescovi, che non sempre rispettavano le libertà onde erano proclamati custodi.
Contro queste usurpazioni e queste riscosse era solo a lottare Umberto II, figlio di Amedeo, rimasto giovanissimo a governare quegli Stati, retti fino allora da mani così gagliarde e da esperienze così provette.
E cominciò allora un secolo di contestazione e di lotte, nelle quali la casa di Savoia, ora avanzando, ora retrocedendo, non perdette mai il rispetto alle sue tradizioni e la fede nel suo avvenire cisalpino. Non abbandonò le prische sedi, poichè nelle valli savoiarde e svizzere battagliò lungamente, mutando ed acquistando terre e castella; ma tenne l'occhio fiso al dominio italiano, che dopo il matrimonio con Adelaide Manfredi, era diventato il pernio della potenza e la seconda patria della dinastia Umbertina.
Per molti lustri, il successo rimane dubbio, i contrasti son fieri; v'è un'epoca, in cui la famiglia si spezza indue rami, e sembra che scompaia l'unità della tradizione dinastica. Ma la virtù e la sagacia suppliscono a qualche difetto di fortuna o di energia. Non sempre giova affrontare la bufera alpina a viso eretto. Questa vi avvolge e vi trascina giù pei burroni. Se invece, curvandovi, lasciate passare l'uragano, rimanete al vostro posto e potete rizzarvi più forte e più sicuro di prima.
È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo, da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano, aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi il grande Emanuele Filiberto.
Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.
È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130, concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte; singolare e provvidenziale contesa,che cominciava proprio tra il primo fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia, quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella guerra del 1866.
Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è previdenza che non a tutti sorride, — è saviezza che molti avrebbero dimenticata, sotto il pretesto della sventura.
Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire d'Italia.
Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia, preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare, nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza, la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.
Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale coerenza di tradizioni.
Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto suo:la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei popoli. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal coraggio, dalla fiducia.
L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo, più perfetta dimostrazione.
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Del resto, ad altre dimostrazioni e ad altre unità si presterebbe l'argomento, se volessimo discendere dai primi agli ultimi della famiglia Umbertina, o risalire dagli ultimi ai primi.
Ma, dopo avermi tollerato come istorico, non vorrei mi accusaste di scendere a cortigiano. Ora, i cortigiani che sono ordinariamente accaniti ad inventare le origini delle dinastie, sono, anche più ordinariamente, accaniti a parteciparne le decadenze.
Dio mi tolga dunque, ora e sempre, dal numero e dall'abbiezione.
Discorrere delle Case sovrane è stato difficile, finchè le ragioni dell'intelletto erano soverchiate dalla prepotenza dei privilegi. Allora, nessuna logica correggeva gli eccessi; poichè il mondo si divideva in dominati e dominatori; e, secondo l'influsso di questa situazione personale, la storia diventava o adulazione o calunnia.
Il regime liberale, rendendo ai principi l'affetto dei popoli, ha reso nel tempo stesso agli scrittori l'indipendenza e l'imparzialità del giudizio.
Oggidì che il sovrano s'è sprofondato nelle moltitudini e vive della loro vita, adularlo sarebbe ipocrisia, offenderlo sarebbe viltà.
Però lo scrivere di regnanti non è facile ancora, per quanto la difficoltà abbia mutato natura. Non è facile, perchè avviene talvolta che i cortigiani impauriti e le democrazie soddisfatte si uniscano in un solo e intollerante grido di plauso, attraverso al quale sembri importuna la voce severa di chi ama e teme.
Questa difficoltà è assai minore, com'è minore il pericolo, quando si tratti di famiglie dinastiche la cui storia rimonti alle origini della civiltà.
In questi casi la voce dei secoli può sostituire efficacemente quelle voci contemporanee, che diventassero troppo fioche o troppo obliose; e nella ricca e varia indole dei numerosi antenati possono i regnanti contemporanei trovare quel senso della misura che è la suprema saggezza dei reggitori di popoli.
Perciò mi fu grato parlarvi delle origini d'una famiglia gloriosa nei fasti della patria; i cui principi seppero essere quasi tutti energici senza tirannia, buoni senza debolezza, amanti di libere istituzioni senza sminuire la dignità del loro sangue.
Se questa famiglia avesse illustrato col suo dominio qualunque altro popolo d'Europa, i suoi ricordi desterebbero sempre nello storico il sentimento dell'ammirazione.
Ma quando nello storico si confondono il cittadino ed il suddito, l'ammirazione si tramuta in un complesso di affetti maggiori e diversi. L'indagine del passato non basta più a soddisfare l'intelletto; che vorrebbe lanciarsi nell'avvenire e cercarvi il segreto delle inquietudini e delle speranze patriottiche.
Le une e altre autorizza la storia nel suo viaggio di lungo corso.
Ma se il progresso politico non è ridotto ad una formola menzognera, questa storia dovrebbe quind'innanzi subire meno che nel passato la legge dei violenti ed il capriccio dei casi; dovrebbe quind'innanzi riposar meno sul contrasto che sull'armonia degli interessi molteplici.
Ora, chi pensi quante volte questi interessi hanno trovato efficace difesa presso popoli pieni di fiducia e presso principi degni d'inspirarla può dare nell'avvenire il passo alle speranze sulle inquietudini.
Poichè — voi me lo insegnate, o signore, — quando l'amore può essere nel tempo stesso un orgoglio, diventa il più forte e il più durevole dei sentimenti umani.