LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANO

LE ORIGINI DEL COMUNE DI MILANODIROMUALDO BONFADINILo studio delle origini — è bene saperlo prima di mettersi in via — rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel tipo morale e nelle particolarità dell'azione.Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si manifesta,senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo; genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative, quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere, sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde conquistatrici della terra-ferma.È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille, qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delleoffese, ma perchè tutti sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari hanno segnalato.Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo. Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile campione e la più illustre vittima.Senonchè il pauroso millenio è superato senza catastrofi e il mondo comincia ad acquetarsi nel pensiero della propria continuazione. Che cosa accade? che i pochi, fatti potenti dalla superstizione, mirano a rassodare e rendere più completo il loro dominio; che i molti, costretti a vivere dopo aver creduto di morire, rimpiangono la cecità loro e le sostanze stremate; che il disagio turba profondamente le classi popolari, le quali escono dalla crisi, sentendosi sul collo il giogo rinnovato di due tirannie. Intanto ricompaiono le discordie intestine, le lotte feudali, che soltanto il timore della distruzione universale aveva frenate. Le ingordigie e le violenze si danno ad eccessi tanto maggiori quanto più lunga è stata l'epoca della loro forzata inazione. In questa ridda di passioni scompare ogni benessere di plebi,ogni generosità di ottimati; la legge è fatta ludibrio nelle mani di ogni forte; e il forte di oggi diventa lo sconfitto del giorno dopo. Tutto questo ha un solo risultato, una sola caratteristica, un solo nome: è l'anarchia.Di qui nasce, nel secolo undecimo, quella reazione salutare che dà vita ai principati ereditari ed alle repubbliche comunali. Così l'una come l'altra forma organica è accetta alle moltitudini, delle quali ordinariamente soltanto il caso dispone. Poichè non bisogna illudersi che alle costituzioni cittadine del secolo undecimo abbia spinto un prepotente bisogno di libertà. Il bisogno prepotente era l'ordine, era la fine dell'anarchia. Dove il genio o la prepotenza d'un uomo bastasse a dare questa sicurezza di governo organico, le popolazioni accettavano anche la tirannia d'un solo, purchè le liberasse dalla tirannia dei molti. Se l'uomo mancava, o il genio non faceva perdonare la prepotenza, le moltitudini cercavano alla libertà il modo di vincere l'anarchia. Ma ci sono voluti dei secoli — forse ce ne vorranno ancora — perchè la libertà, accettata come il veicolo di un beneficio, diventasse un beneficio per sè. Quelle moltitudini, che nel secolo undecimo avevano saputo disciplinare gli ordigni della libertà, non esitarono a romperli, quando appena un'impressione momentanea portava verso altri orizzonti l'animo loro. La storia può essere interpretata, ma alla storia non può sostituirsi il desiderio. Il vero è che nei nostri grandi Comuni, se della libertà mancò rare volte l'intelligenza, quasi sempre mancò l'amore. Il vero è che nel sagace desiderio dell'ordine, le moltitudini italiane oscillarono spesso e spontaneamente fra i poteri autonomi e i principati sovrani. Poichè non sempre furono i tiranni che strozzarono le libertà; qualche volta le libertà si sono umiliate ai tiranni.*Una riprova di queste induzioni la si troverebbe con poco sforzo nella storia di uno dei maggiori municipi d'Italia; di quello che per la sua giacitura ha subìto prima degli altri, e forse più gravemente d'ogni altro, lo storico avvicendamento delle invasioni, delle liberazioni e delle tirannidi.Intendo parlare di Milano.Al principio dell'undecimo secolo Milano era forse una delle più popolose città d'Europa, e, senza forse, la più popolosa d'Italia. Era già stata a quell'epoca due volte nella polvere e due volte sugli altari. Nel secolo quarto, come sede del Vicario d'Italia, era considerata la seconda città dell'impero Romano. Il ferocissimo Uraja, condottiero dei Goti, vi sterminò più di 30 mila abitanti e fece della marmorea città un mucchio di rovine. Per tre secoli Milano sparisce quasi dalla storia e perde quei privilegi, che invece usurpano, come più floride, Pavia e Monza. La sola influenza che vi rimane grande è quella dell'arcivescovo; influenza che, per l'indole sua, subiva poco le fluttuazioni della prosperità materiale, conservando quel principato diocesano che si estendeva sopra 24 vescovati suffraganei e sopra un territorio che andava da Genova a Coira, da Mantova a Torino.Ed è un arcivescovo, che nel secolo nono ritorna a floridezza e splendore le condizioni di Milano, venute lentamente migliorando sotto il regime dei Longobardi e dei Franchi. Ansperto da Biassono, probabilmente uscito dall'antichissima famiglia dei Gonfalonieri, governò per tredici anni, dall'868 all'881, la sede milanese; vi esercitò potere largo e benefico; mantenne contegno vigoroso contro le pretese di un pessimo Papa,Giovanni VIII; e rialzò, completandola, l'antica cerchia murata, già eretta dall'imperatore Massimiliano e demolita dai Goti. Questo bastò perchè fra gli abitanti della Lombardia, atterriti dalle frequenti scorrerie degli Ungheri e dall'imperversar dei banditi, si determinasse un vasto moto di emigrazione verso la città, dove quelle nuove e solide difese garantivano la vita e gli averi. Rapidamente la popolazione di Milano aumentò; sicchè nel secolo undecimo poteva calcolarsi, secondo il Cibrario, a trecentomila abitanti.Questa però era prosperità materiale; che non toglieva l'anarchia delle prevalenze politiche, il mutabile avvicendarsi degli ordinamenti, la moltiplicità dei despotismi e delle giurisdizioni, la tradizione ostinata delle civiche turbolenze.Cominciava l'incertezza nella stessa persona del sovrano legale. Ogni morte di principe dava occasione a più guerre, ed ogni volta si mutava la base elettorale o la forma di consacrazione del nuovo Re.Dopo Carlo il Grosso, la successione dinastica di Carlo Magno in Italia era finita. Con un po' di concordia, le conseguenze della conquista avrebbero potuto mitigarsi e dar luogo all'instaurazione d'una monarchia nazionale. Invece, due Berengarj, un Guido, un Rodolfo, un Ugo, un Lotario, un'Ermenegarda, riempiono di lotte e di supplizi un secolo intero; dopo il quale, invitati dagli stessi pretendenti, i Re di Germania scendono a rioccupare il feudo italico. Nell'888 Berengario era stato coronato in Pavia, nel 961 Ottone I si fa coronare in Milano.Questa mutazione di famiglia dinastica non impedisce che rimangano, sotto i nuovi principi, cogli antichi poteri, i rappresentanti degli antichi regimi.Già i Longobardi avevano destinato un Duca a governare la città; e questo teneva il suo tribunale inun palazzo apposito, che si chiamava la curia del Duca, il cui nome, corrotto, vive ancora in una delle località milanesi più note, ilCordusio. I Franchi vi sostituirono un Conte, o piuttosto dei Conti, poichè sminuzzarono il territorio milanese e divisero dalla città i circondari rurali, di cui ciascuno ebbe il suo Conte, e si chiamarono a poco a poco ilcontado. Poi venne l'epoca della maggiore preponderanza degli arcivescovi; i quali, assenziente l'imperatore Germanico, si sostituirono ai Conti nel governo temporale delle città murate e degli abitanti immediatamente finitimi, distinti allora, per rispetto a quella sacra dominazione, col nome diCorpi santi.Senonchè l'appetito veniva anche allora col cibo. L'arcivescovo di Milano, vistosi divenuto quasi un monarca, lottò coi monarchi, e pretese aver egli facoltà di consacrare quei principi da cui veniva poi investito dell'autorità sua. Indi la ragione di nuove lotte e di nuove incertezze nella sovranità. Si cominciò a distinguere, nella stessa persona, la qualità d'Imperatore Romano da quella di Re d'Italia. A Roma si otteneva la corona imperiale dal Papa; la corona reale doveva ottenersi a Milano dal successore di Ambrogio. Naturalmente, se questi Imperatori erano forti, combattevano le pretese dell'arcivescovo; se erano deboli, le subivano. E vediamo infatti che nell'876 Ansperto da Biassono presiede in Pavia una Dieta di vescovi e di conti, che elegge a re d'Italia Carlo il Calvo, già incoronato a Roma. E nel 1027, Corrado il Salico riconosce esplicitamente questo nuovo diritto, dicendo in Roma ai prelati che assistevano all'incoronazione: «sicut privilegium et Apostolicae Sedis consecratio imperialis, item Ambrosianae Sedis privilegium est electio et consecratio regalis[2].»A Milano poi — come, del resto, in ogni altra città considerata sotto l'alto dominio feudale — la giurisdizione del principe si esercitava a periodi intermittenti, mediante magistrati speciali, eletti in ogni occasione dal principe stesso, e che passavano sotto la comune denominazione dimissi dominici. Era specialmente affar loro amministrar la giustizia, sedere arbitri fra le contese private dei cittadini, reprimere i violenti, difendere, dicevasi, i deboli. In ciò la loro autorità s'intralciava con quella dei duchi, dei conti, dei vescovi, e le decisioni contradditorie aumentavano le amarezze e gli sdegni. Nè questimissi dominiciscendevano sempre dalle Alpi a portare la parola imperiale. Più volte quest'autorità si delegava dall'Imperatore a un conte, all'arcivescovo, a questo o quell'altro patrizio importante della città.Che poi questi giudici avessero, indipendente da ogni altra, la forza necessaria per far eseguire i loro giudicati, non appar chiaro dai documenti dell'epoca. Se le parti s'acquietavano, il giudice imperiale poteva dirsi fortunato; se non s'acquietavano, chi aveva più forza si sottraeva agli obblighi imposti, e la sentenza non eseguita diventava un disordine, qualche volta un tumulto di più. A buon conto, per le uccisioni, che erano pur troppo allora i delitti più frequenti e più comuni, durò lungamente in vigore una legge di Carlo Magno, conservata dai successori, mediante la quale l'uccisore poteva liberarsi da ogni noia, col tribunale, pagando ilvidrigildo(wehrgeld), ossia l'ammontare del valore, a cui era stimata la persona uccisa. È facile vedere a che conseguenze poteva tirare una disposizione di così ingenua barbarie. Non erano i ricchi quelli che valevano meno, e non erano i popolani quelli che potessero permettersi il lusso di simili pagamenti.Si aggiunga a queste cause di profondo turbamentomateriale e morale l'organismo interno delle classi nobili, dei discendenti dall'antica razza conquistatrice.Passato il primo ed aspro periodo deiduchi, di fattura longobarda, e a potere interamente dispotico, i Franchi, ai quali era toccato in sorte regno più vasto e dominazione quasi europea, dovettero moltiplicare i loroconti, e tollerare necessariamente quella maggiore suddivisione di territori e di attribuzioni che corrispondeva alla minore intensità del dominio.Elettivi dapprima, per sola e mutevole volontà del principe, come furono generalmente tutti i titolari feudali, fino alle leggi di Corrado il Salico, i più potenti cominciarono a poco a poco a rendere la carica ereditaria nella loro famiglia. Così a Milano s'era insediata la famiglia d'Este, i cui antichi progenitori rendevano giustizia, di padre in figlio, nel palazzo ducale longobardo, laCuria ducis. E questi, o mossi da precoce sentimento d'italianità, o, più verosimilmente, dal desiderio di aumentare, a spese di un sovrano più debole, la loro autonomia, s'erano fatti sostenitori, dopo la morte di Ottone III, di quel valente e infelice Ardoino d'Ivrea, che fu, prima di Vittorio Emanuele II, l'ultimo personaggio italiano, sulla cui fronte si sia posata una corona di re d'Italia.Così la famiglia dei conti di Milano provocò le ire di Enrico II, re di Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi,mettono le basi a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così tetri bagliori.Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro privilegi non avessero cercato appoggio — oseremo quasi dire complicità — nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto in odio degli antichi elementi romani.Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani, ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella concessione che i Capitani stessiavevano per sè carpita al supremo signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.*Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per dipingere in pochi tratti quella situazione: «eodem tempore magna et modernis temporibus inauditaconfusiofacta est Italiæ....»Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per popolazioni laboriose e tranquille.Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega Lombarda, così maturo e robusto.L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per alcun tempo vigorosamente capitanarlo — forse inconscio delle sue ultime conseguenze — fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano, probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione, Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da Imperatori o da Papi.I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità, senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie mani come re d'Italia[3].Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli avrebbe saputo liberarlidall'unica tirannia lontana e dalle molte vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro.Suum considerans, non aliorum animum, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai nobili apparteneva.Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona, quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia, Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani, durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione, i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana,per ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze, egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori principi della cristianità.In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni, secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il 1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare iValvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare, divenne più grave. Afforzati cogli aiuti delcontado, pronto sempre a reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti, Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che l'antico dissidio fosse placato o risolto.Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro i Borgognoni.Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano, sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania «se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la sazierò»[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo, mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere vescovile.Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito potente avversario, quanto gli erastato dapprima efficacissimo amico. Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per causa d'incoronazione.Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti lacorteo borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione — pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado,marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto,libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevanobuona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e lapessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, aleva in massatutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore deisuoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò ilCarroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.*Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattutoinsieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.S'è saputo, o s'è congetturato solamente dugent'anni dopo, che appartenesse alla famiglia Da Corte, famigliaprolungatasi nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.Può dunque ritenersi per assodato:Che Lanzone apparteneva alla più alta nobiltà feudale (nobilis et Capitaneus altus) ed alla più importante magistratura del Ducato, comegiudice del sacro palazzo;Che, determinato a impedire lo sterminio di cui la parte aristocratica minacciava, vincendo, la plebe ribelle, si gettò nel tumulto contro i proprî amici, assetati di vendetta, e fu eletto per unanime fiducia Capitano del popolo;Che, riprendendo l'offensiva, seppe guidare le schiere insorte con tanto vigore e tanta sagacia da obbligare i nobili, di qualunque grado, ad uscire nascostamente colle loro famiglie, dalla città;Che avendo i nobili fuorusciti, coll'aiuto dei conti della Martesana e del Seprio, posto l'assedio intorno a Milano, questa sotto la guida di Lanzone, resistette per quasi tre anni a tutti gli orrori della guerra e della carestia, combattendo quasi ogni giorno ed opponendo ad offese formidabili sapienti difese;Che, mosso da un duplice concetto, militare e politico, Lanzone si recò, sullo scorcio del 1043, in Germania, dove stipulò coll'imperatore Enrico il Nero un trattato d'alleanza, basato sopra un eventuale intervento di milizie tedesche in Milano;Che, ritornato fra i combattenti e ripensando al pericolo di questo intervento, aperse trattative coi nobili fuorusciti, comunicando loro il patto di alleanza e persuadendoli della impossibilità in cui si sarebbero trovati di resistere ad un duplice assalto;Che, avuta facoltà da entrambe le parti, di proporre condizioni di pace, esortò i nobili a rinunciare per sempre al dominio della città, a rientrare pacificamente nei loro palazzi, accordando e ricevendo ampia amnistia per le reciproche violenze di guerra, e impegnandosi a discutere tranquillamente con tutti gli altri cittadini i comuni interessi;Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa attitudine, nella città;Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati, interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono, assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme,forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e daicasi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.A me pare indubbiamente che sì.Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche, appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto,gli elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che già respinge e sconfessa dominî non nazionali.Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura «dell'esempio che dovrebbero dare ai loro egualiin tutta l'Italia». Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenutocivis romanuse sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi, dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: «Fate l'Italia, e saremo con voi.» Sarà toccato in sorte alla nostra generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre; Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune indipendente.Questo filo conduttore di una italianità, che attraversoi secoli viene sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina, o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di fede al difuori della poesia mitologica.Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta degli oppressori.E la Germania ha una parte troppo gloriosa nella storia del mondo perchè non debba permetterci di ascrivere a virtù di resistenza italiana piuttosto che a virtù d'iniziativa tedesca una rivoluzione comunale che si è manifestata collo sgominare due eserciti tedeschi, quello di Corrado il Salico e quello dell'imperatore Barbarossa.

DIROMUALDO BONFADINI

Lo studio delle origini — è bene saperlo prima di mettersi in via — rappresenta per lo spirito piuttosto una fatica che un diletto.

La scarsità delle fonti, la cronologia difficile, l'ermeneutica capricciosa obbligano a lunghe indagini, a laboriose induzioni, per istabilire quello che si suole chiamare la verità storica e che, nella maggior parte dei casi, si limita ad essere la congettura più verosimile. E d'altra parte, urtano così fieramente coi nostri i costumi, i sentimenti, le leggi di quell'epoca buia, che il piacere dei paragoni scompare, e la stessa immaginazione si stanca a cogliere e ricomporre la continuità dei contorni in quelle figure, di cui la storia non può dare generalmente che tratti incompleti, interrotti, sfumati nel tipo morale e nelle particolarità dell'azione.

Però, v'è un aspetto del problema che può mitigar la fatica di questo studio. È una soddisfazione di pensiero che non può sembrar vana al filosofo, se anche lascia indifferente l'artista. Poichè nello studio delle origini assai più che nello spettacolo delle decadenze l'orgoglio dell'umanesimo trova ragion di affermarsi.

Le origini non sono altro, storicamente, che i periodi nei quali le istituzioni umane, di qualunque natura, passano dallo stadio anarchico ad una forma organica. Ora, difficilmente questa trasformazione si manifesta,senza l'impulso della virtù. Virtù d'uomo o virtù di popolo; genio di individui o istinto di moltitudini; energia d'iniziative, quand'anche macchiate dalla fatalità del delitto, o devozioni di concordia, quand'anche rese inefficaci da difetto di previdenza.

Il fenomeno può dirsi costante, in quanto si riferisca alle origini dei poteri pubblici, siano monarcati, comuni e repubbliche. Sembra quasi che la Provvidenza abbia voluto imprimere a questi periodi, che rasentano in certo modo lo sforzo della creazione, quel carattere di grandezza che necessariamente segue o circonda i creatori. Così, non si può pensare alle origini della monarchia francese senza risalire a quel Carlo Martello, che rimane nelle fantasie popolari come il tipo del guerriero nazionale invincibile. Ruggero il normanno e Umberto Biancamano dominano della loro fiera e simpatica personalità le origini dei due maggiori principati italiani. Nè la fondazione della monarchia spagnuola può disgiungersi da quel generoso nucleo di patrioti, raccoltisi con Pelagio sui monti baschi a costituire il battaglione sacro della resistenza nazionale. Nè la storia grande della repubblica di Venezia può farci obliare quell'energico esodo di pescatori che giurano di mantenere, sulle palafitte di Rialto, la loro libertà insidiata dalle orde conquistatrici della terra-ferma.

È sopratutto nel secolo undecimo che l'Italia vede sorgere a vita organica parecchie delle sue agglomerazioni politiche. Prima del mille, qualche tentativo di ricostituzione serve quasi unicamente a confermare lo stato di dissoluzione in cui langue tutta la penisola. Non s'è ancora dimenticata l'ultima violenza delle invasioni barbariche ed ecco sopraggiungere a disgregare ogni compagine sociale la preoccupazione del finimondo. Le lotte civili, accanite negli ultimi tempi, vanno perdendo d'intensità, non perchè scemi l'abitudine delleoffese, ma perchè tutti sono intenti al pericolo della fine suprema, che le profezie popolari hanno segnalato.

Come il feudo era stato lo strascico della conquista, così il beneficio ecclesiastico diventa lo strascico lasciato dalla paura del finimondo. Le autorità secolari, che non possono garantire la vita eterna, perdono d'influenza; ne acquistano a dismisura le autorità chiesastiche, nelle cui mani stanno le chiavi del perdono e della salvezza. Così il potere politico viene a poco a poco assunto dagli arcivescovi, contro i quali non hanno più forza i conti e i duchi, lasciati dai conquistatori stranieri a rappresentanti dell'impero feudale nelle città. Le donazioni arricchiscono preti e monasteri, che dalla ricchezza traggono facile stimolo alla corruzione. Ed ecco preparate le due questioni che nel secolo undecimo agiteranno l'Italia. La lotta per le investiture e la riforma disciplinare del clero. Nè dal mille è lontano Gregorio VII, che di entrambe le questioni sarà nel tempo stesso il più formidabile campione e la più illustre vittima.

Senonchè il pauroso millenio è superato senza catastrofi e il mondo comincia ad acquetarsi nel pensiero della propria continuazione. Che cosa accade? che i pochi, fatti potenti dalla superstizione, mirano a rassodare e rendere più completo il loro dominio; che i molti, costretti a vivere dopo aver creduto di morire, rimpiangono la cecità loro e le sostanze stremate; che il disagio turba profondamente le classi popolari, le quali escono dalla crisi, sentendosi sul collo il giogo rinnovato di due tirannie. Intanto ricompaiono le discordie intestine, le lotte feudali, che soltanto il timore della distruzione universale aveva frenate. Le ingordigie e le violenze si danno ad eccessi tanto maggiori quanto più lunga è stata l'epoca della loro forzata inazione. In questa ridda di passioni scompare ogni benessere di plebi,ogni generosità di ottimati; la legge è fatta ludibrio nelle mani di ogni forte; e il forte di oggi diventa lo sconfitto del giorno dopo. Tutto questo ha un solo risultato, una sola caratteristica, un solo nome: è l'anarchia.

Di qui nasce, nel secolo undecimo, quella reazione salutare che dà vita ai principati ereditari ed alle repubbliche comunali. Così l'una come l'altra forma organica è accetta alle moltitudini, delle quali ordinariamente soltanto il caso dispone. Poichè non bisogna illudersi che alle costituzioni cittadine del secolo undecimo abbia spinto un prepotente bisogno di libertà. Il bisogno prepotente era l'ordine, era la fine dell'anarchia. Dove il genio o la prepotenza d'un uomo bastasse a dare questa sicurezza di governo organico, le popolazioni accettavano anche la tirannia d'un solo, purchè le liberasse dalla tirannia dei molti. Se l'uomo mancava, o il genio non faceva perdonare la prepotenza, le moltitudini cercavano alla libertà il modo di vincere l'anarchia. Ma ci sono voluti dei secoli — forse ce ne vorranno ancora — perchè la libertà, accettata come il veicolo di un beneficio, diventasse un beneficio per sè. Quelle moltitudini, che nel secolo undecimo avevano saputo disciplinare gli ordigni della libertà, non esitarono a romperli, quando appena un'impressione momentanea portava verso altri orizzonti l'animo loro. La storia può essere interpretata, ma alla storia non può sostituirsi il desiderio. Il vero è che nei nostri grandi Comuni, se della libertà mancò rare volte l'intelligenza, quasi sempre mancò l'amore. Il vero è che nel sagace desiderio dell'ordine, le moltitudini italiane oscillarono spesso e spontaneamente fra i poteri autonomi e i principati sovrani. Poichè non sempre furono i tiranni che strozzarono le libertà; qualche volta le libertà si sono umiliate ai tiranni.

*

Una riprova di queste induzioni la si troverebbe con poco sforzo nella storia di uno dei maggiori municipi d'Italia; di quello che per la sua giacitura ha subìto prima degli altri, e forse più gravemente d'ogni altro, lo storico avvicendamento delle invasioni, delle liberazioni e delle tirannidi.

Intendo parlare di Milano.

Al principio dell'undecimo secolo Milano era forse una delle più popolose città d'Europa, e, senza forse, la più popolosa d'Italia. Era già stata a quell'epoca due volte nella polvere e due volte sugli altari. Nel secolo quarto, come sede del Vicario d'Italia, era considerata la seconda città dell'impero Romano. Il ferocissimo Uraja, condottiero dei Goti, vi sterminò più di 30 mila abitanti e fece della marmorea città un mucchio di rovine. Per tre secoli Milano sparisce quasi dalla storia e perde quei privilegi, che invece usurpano, come più floride, Pavia e Monza. La sola influenza che vi rimane grande è quella dell'arcivescovo; influenza che, per l'indole sua, subiva poco le fluttuazioni della prosperità materiale, conservando quel principato diocesano che si estendeva sopra 24 vescovati suffraganei e sopra un territorio che andava da Genova a Coira, da Mantova a Torino.

Ed è un arcivescovo, che nel secolo nono ritorna a floridezza e splendore le condizioni di Milano, venute lentamente migliorando sotto il regime dei Longobardi e dei Franchi. Ansperto da Biassono, probabilmente uscito dall'antichissima famiglia dei Gonfalonieri, governò per tredici anni, dall'868 all'881, la sede milanese; vi esercitò potere largo e benefico; mantenne contegno vigoroso contro le pretese di un pessimo Papa,Giovanni VIII; e rialzò, completandola, l'antica cerchia murata, già eretta dall'imperatore Massimiliano e demolita dai Goti. Questo bastò perchè fra gli abitanti della Lombardia, atterriti dalle frequenti scorrerie degli Ungheri e dall'imperversar dei banditi, si determinasse un vasto moto di emigrazione verso la città, dove quelle nuove e solide difese garantivano la vita e gli averi. Rapidamente la popolazione di Milano aumentò; sicchè nel secolo undecimo poteva calcolarsi, secondo il Cibrario, a trecentomila abitanti.

Questa però era prosperità materiale; che non toglieva l'anarchia delle prevalenze politiche, il mutabile avvicendarsi degli ordinamenti, la moltiplicità dei despotismi e delle giurisdizioni, la tradizione ostinata delle civiche turbolenze.

Cominciava l'incertezza nella stessa persona del sovrano legale. Ogni morte di principe dava occasione a più guerre, ed ogni volta si mutava la base elettorale o la forma di consacrazione del nuovo Re.

Dopo Carlo il Grosso, la successione dinastica di Carlo Magno in Italia era finita. Con un po' di concordia, le conseguenze della conquista avrebbero potuto mitigarsi e dar luogo all'instaurazione d'una monarchia nazionale. Invece, due Berengarj, un Guido, un Rodolfo, un Ugo, un Lotario, un'Ermenegarda, riempiono di lotte e di supplizi un secolo intero; dopo il quale, invitati dagli stessi pretendenti, i Re di Germania scendono a rioccupare il feudo italico. Nell'888 Berengario era stato coronato in Pavia, nel 961 Ottone I si fa coronare in Milano.

Questa mutazione di famiglia dinastica non impedisce che rimangano, sotto i nuovi principi, cogli antichi poteri, i rappresentanti degli antichi regimi.

Già i Longobardi avevano destinato un Duca a governare la città; e questo teneva il suo tribunale inun palazzo apposito, che si chiamava la curia del Duca, il cui nome, corrotto, vive ancora in una delle località milanesi più note, ilCordusio. I Franchi vi sostituirono un Conte, o piuttosto dei Conti, poichè sminuzzarono il territorio milanese e divisero dalla città i circondari rurali, di cui ciascuno ebbe il suo Conte, e si chiamarono a poco a poco ilcontado. Poi venne l'epoca della maggiore preponderanza degli arcivescovi; i quali, assenziente l'imperatore Germanico, si sostituirono ai Conti nel governo temporale delle città murate e degli abitanti immediatamente finitimi, distinti allora, per rispetto a quella sacra dominazione, col nome diCorpi santi.

Senonchè l'appetito veniva anche allora col cibo. L'arcivescovo di Milano, vistosi divenuto quasi un monarca, lottò coi monarchi, e pretese aver egli facoltà di consacrare quei principi da cui veniva poi investito dell'autorità sua. Indi la ragione di nuove lotte e di nuove incertezze nella sovranità. Si cominciò a distinguere, nella stessa persona, la qualità d'Imperatore Romano da quella di Re d'Italia. A Roma si otteneva la corona imperiale dal Papa; la corona reale doveva ottenersi a Milano dal successore di Ambrogio. Naturalmente, se questi Imperatori erano forti, combattevano le pretese dell'arcivescovo; se erano deboli, le subivano. E vediamo infatti che nell'876 Ansperto da Biassono presiede in Pavia una Dieta di vescovi e di conti, che elegge a re d'Italia Carlo il Calvo, già incoronato a Roma. E nel 1027, Corrado il Salico riconosce esplicitamente questo nuovo diritto, dicendo in Roma ai prelati che assistevano all'incoronazione: «sicut privilegium et Apostolicae Sedis consecratio imperialis, item Ambrosianae Sedis privilegium est electio et consecratio regalis[2].»

A Milano poi — come, del resto, in ogni altra città considerata sotto l'alto dominio feudale — la giurisdizione del principe si esercitava a periodi intermittenti, mediante magistrati speciali, eletti in ogni occasione dal principe stesso, e che passavano sotto la comune denominazione dimissi dominici. Era specialmente affar loro amministrar la giustizia, sedere arbitri fra le contese private dei cittadini, reprimere i violenti, difendere, dicevasi, i deboli. In ciò la loro autorità s'intralciava con quella dei duchi, dei conti, dei vescovi, e le decisioni contradditorie aumentavano le amarezze e gli sdegni. Nè questimissi dominiciscendevano sempre dalle Alpi a portare la parola imperiale. Più volte quest'autorità si delegava dall'Imperatore a un conte, all'arcivescovo, a questo o quell'altro patrizio importante della città.

Che poi questi giudici avessero, indipendente da ogni altra, la forza necessaria per far eseguire i loro giudicati, non appar chiaro dai documenti dell'epoca. Se le parti s'acquietavano, il giudice imperiale poteva dirsi fortunato; se non s'acquietavano, chi aveva più forza si sottraeva agli obblighi imposti, e la sentenza non eseguita diventava un disordine, qualche volta un tumulto di più. A buon conto, per le uccisioni, che erano pur troppo allora i delitti più frequenti e più comuni, durò lungamente in vigore una legge di Carlo Magno, conservata dai successori, mediante la quale l'uccisore poteva liberarsi da ogni noia, col tribunale, pagando ilvidrigildo(wehrgeld), ossia l'ammontare del valore, a cui era stimata la persona uccisa. È facile vedere a che conseguenze poteva tirare una disposizione di così ingenua barbarie. Non erano i ricchi quelli che valevano meno, e non erano i popolani quelli che potessero permettersi il lusso di simili pagamenti.

Si aggiunga a queste cause di profondo turbamentomateriale e morale l'organismo interno delle classi nobili, dei discendenti dall'antica razza conquistatrice.

Passato il primo ed aspro periodo deiduchi, di fattura longobarda, e a potere interamente dispotico, i Franchi, ai quali era toccato in sorte regno più vasto e dominazione quasi europea, dovettero moltiplicare i loroconti, e tollerare necessariamente quella maggiore suddivisione di territori e di attribuzioni che corrispondeva alla minore intensità del dominio.

Elettivi dapprima, per sola e mutevole volontà del principe, come furono generalmente tutti i titolari feudali, fino alle leggi di Corrado il Salico, i più potenti cominciarono a poco a poco a rendere la carica ereditaria nella loro famiglia. Così a Milano s'era insediata la famiglia d'Este, i cui antichi progenitori rendevano giustizia, di padre in figlio, nel palazzo ducale longobardo, laCuria ducis. E questi, o mossi da precoce sentimento d'italianità, o, più verosimilmente, dal desiderio di aumentare, a spese di un sovrano più debole, la loro autonomia, s'erano fatti sostenitori, dopo la morte di Ottone III, di quel valente e infelice Ardoino d'Ivrea, che fu, prima di Vittorio Emanuele II, l'ultimo personaggio italiano, sulla cui fronte si sia posata una corona di re d'Italia.

Così la famiglia dei conti di Milano provocò le ire di Enrico II, re di Germania, debellatore di Ardoino. Parecchi membri di essa furono arrestati e trasportati in Germania, dove seminavano germi di nuove dinastie; ed essendosi contemporaneamente innalzato il potere degli arcivescovi, questi trasmisero ad altra famiglia di loro fiducia la gerenza degli affari spettanti alla contea. Indi, l'istituzione e l'aumento di dignità dei vice-conti o Visconti, che pure a quell'epoca appaiono nella corte arcivescovile e che, succedendosi ereditariamente essi pure nell'alta intimità coi sommi prelati milanesi,mettono le basi a quella potenza che, trecent'anni dopo, manderà così estesi e così tetri bagliori.

Senonchè nè il re, nè l'arcivescovo, nè il conte avrebbero potuto reggersi frammezzo a tante incertezze di eventi e di plebi, se ai loro privilegi non avessero cercato appoggio — oseremo quasi dire complicità — nei privilegi di quella classe nobiliare, che ripeteva l'origine sua dall'aristocrazia barbarica e dal primo spartimento delle terre, fatto in odio degli antichi elementi romani.

Di lì un primo strato di altissima nobiltà cittadina, che nelle storie è chiamata dei Capitani. Non molti e potentissimi, possedevano nella città vasti palazzi e torri merlate, munite a difesa e ad offesa. Avevano clientele assai numerose, vassalli dentro e fuori le mura, tenevano squadre di armigeri, s'erano addossata la custodia delle varie porte della città. Anche in essi il feudo era divenuto ereditario, o per concessione di principe o per lunga tolleranza di usurpazione.

Ma col rapido movimento della popolazione, specialmente dopo la riforma edilizia di Ansperto, quel primo strato di aristocrazia apparve insufficiente alla sicurezza dei privilegiati. Trecentomila popolani, ormai fattisi agiati colle arti e coi commerci, non subiscono impunemente la dominazione di trecento ottimati. Questi sentirono dunque il bisogno di allargare ad altre famiglie discendenti dagli antichi conquistatori una parte dei vantaggi fino allora esclusivamente goduti dai Capitani. Il feudo aumentò di estensione, perdendo d'intensità. E così vennero costituendosi i Valvassori; nobiltà intermedia fra la plebe e i feudatari maggiori; che stavano coi Capitani, quando il popolo romoreggiava contro questo eccesso di privilegiati, ma che ai Capitani tennero più volte il broncio, perchè non potevano ottenerne quella concessione che i Capitani stessiavevano per sè carpita al supremo signore feudale, cioè la trasmessione ereditaria del beneficio. Nè qui si fermava lo sminuzzamento della classe nobiliare; poichè tra i Valvassori e la plebe sorsero i Militi; un altro stato di popolazione che s'imbrancava fra i minori privilegiati; tratti dall'amor dell'ozio che genera la prepotenza verso le classi inferiori e che di solito s'allea mirabilmente colla servilità verso le superiori.

*

Qual fosse, in tanto viluppo di arbitrii e di diritti, la confusione delle cose in allora, potrete agevolmente desumerla dalla confusione d'idee ch'io cortamente ho provocato nelle vostre menti con questa faticosa esposizione di poteri, di vincoli e di magistrature. Nessun altro nome infatti adopera un biografo contemporaneo, Vippone, per dipingere in pochi tratti quella situazione: «eodem tempore magna et modernis temporibus inauditaconfusiofacta est Italiæ....»

Pure, è proprio da quella confusione che venne una reazione di bene, od almeno di quel bene che nel più cupo medio evo era possibile sognare per popolazioni laboriose e tranquille.

Una serie di eventi, succedutisi in un periodo di dieci anni, valse a togliere Milano dalla lunga inerzia di servitù e prepararle quel regime di comunale indipendenza che un secolo dopo doveva mostrarsi, colla Lega Lombarda, così maturo e robusto.

L'uomo che a siffatto movimento diede l'impulso primo e che seppe per alcun tempo vigorosamente capitanarlo — forse inconscio delle sue ultime conseguenze — fu il celebre arcivescovo Ariberto d'Intimiano, probabilmente rampollo della illustre famiglia De' Capitani d'Arsago.

Piccolo di statura e grande di animo, coltissimo pe' tempi suoi, d'un intelletto audace, d'una volontà ferrea e di smisurata ambizione, Ariberto d'Intimiano fu eletto a governare la diocesi milanese, dopo la morte di Arnolfo, nel 1018. E subito apparve quello che era, un uomo determinato a tenere un gran posto nella storia del suo paese; avido di lotte e pronto a sostenerle energicamente contro tutti; atto al comando e desideroso di esercitarlo senza colleghi; innovatore audace e profondo, che a sostegno della propria tirannia non esitava ad impugnare le armi della libertà, ma che di questa tirannia propria aveva così alto concetto da non permettergli di sopportarne alcun'altra, venisse da Imperatori o da Papi.

I Papi, egli li accetta, purchè non si mescolino agli affari della sua Diocesi. Quanto agli Imperatori, vuol farli lui. E però, quando si estingue, colla morte di Enrico II, la famiglia imperiale di Sassonia, e fra i principi italiani ricomincia una gara di ambizioni e di candidature dinastiche, egli si reca difilato in Germania, dove quegli elettori avevano acclamato a loro sovrano Corrado di Salico, duca di Franconia; e, ricevuto a Costanza cogli onori dovuti alla sua dignità, senz'altro riconosce il nuovo principe e lo incorona colle sue proprie mani come re d'Italia[3].

Con sì altera disinvoltura non si era usato mai fino allora nominare dei re. Pure, quando Ariberto ritornò, ed in un'assemblea di notabili italiani, convocata nei prati di Roncaglia, diede notizia della nomina così fatta da lui, nessuna voce si alzò a mettere in dubbio il diritto dell'arcivescovo o quello del re. I popolani milanesi riconobbero in Ariberto un padrone, e lo accettarono con gioia, pensando ch'egli avrebbe saputo liberarlidall'unica tirannia lontana e dalle molte vicine. Gli ottimati videro con qualche amarezza che un uomo della loro schiatta e da essi sollevato al principato ecclesiastico facesse così buon mercato delle tradizioni e dei privilegi loro.Suum considerans, non aliorum animum, scrive indispettito il cronista Arnolfo, che ai nobili apparteneva.

Nondimeno, quando Corrado scese nel 1026 in Italia, Milano lo accolse splendidamente, malgrado o forse anzi perchè Pavia gli aveva chiuso le porte in faccia. Ariberto rinnovò in favor suo la cerimonia dell'incoronazione, nella basilica di Sant'Ambrogio; lo accompagnò a Ravenna ed a Roma, dove il Papa gli pose in capo una terza corona, quella dell'Impero; e, sopravvenuta un'estate di straordinario e micidiale calore, lo ospitò largamente per due mesi, con tutta la sua corte, nelle fresche villeggiature episcopali dell'alta Lombardia.

Partito Corrado, e rimasto Ariberto più che mai potente e popolarissimo nel paese, incominciò a svolgere quello che ora si direbbe il suo programma politico; vale a dire un'azione personale piena di scatti, di audacie, di prepotenze; diretta ad abbassare le influenze limitrofe per estollere gigante la propria; oscillante fra Cesare e la democrazia; ma coll'evidente promessa che le due potestà non dovessero avere altro rappresentante, altro programma, altri interessi che i suoi.

Perciò assume contegno di provocazione contro le città vicine, Pavia, Lodi, Cremona; usurpando loro diritti e terre; battendone le forze e umiliandone l'indipendenza. Per ciò largheggia di conforti e di grani, durante una terribile carestia; e visita, con amore e con affettazione, i tuguri popolari, dove lascia elemosine e semina gratitudine. Per ciò offre aiuti militari a Cesare, ingolfatosi in una guerra di successione per la Borgogna; e si unisce a Bonifacio, marchese di Toscana,per ispingere attraverso le Alpi un contingente italiano, che Umberto Biancamano guida su per la valle d'Aosta, e che, sceso nella valle del Rodano, decide efficacemente la contesa in favor di Corrado. Per ciò si bilica fra le parti cittadine, sostenendo i Capitani contro i Valvassori, e Cesare contro i Capitani, e i plebei contro Cesare. Per ciò protegge l'autonomia del clero ambrosiano contro le velleità unificatrici del pontefice romano; e, scomunicato per le sue resistenze, egli, arcivescovo, si ride della scomunica, in un tempo in cui a quest'arma, di mistica onnipotenza, non osavano resistere i maggiori principi della cristianità.

In ogni questione dell'epoca, Ariberto d'Intimiano porta l'elemento delle sue passioni, del suo spirito battagliero, del suo intelletto sovrano; ogni evento pubblico sente le traccie di quella personalità romorosa, inquieta, assorbente; che ha inspirazioni spesso alte e virili, ma che non esita a mutare alleati, principii e combinazioni, secondo le necessità di quella preponderanza individuale, che è la base della sua azione politica, la meta a cui tutto subordina.

Di questo sistema si svolgono intere le fasi nel decennio corso fra il 1035 e il 1045, chiudendosi con un risultato che nè a Cesare, nè ai Capitani, nè ad Ariberto era balenato nell'animo.

Era infatti nel 1035 che i discordi interessi dei Valvassori e dei Capitani scoppiavano ad aperta ostilità. Reduci dalla guerra di Borgogna con maggior sentimento delle proprie forze e dei proprii diritti, i Valvassori accentuarono più vivaci contro i Capitani le loro pretese alla trasmissione ereditaria dei loro feudi. Alle ripulse altere opposero altera resistenza e insorsero armati per le vie. La plebe stette cheta od aiutò mollemente. Sicchè i Capitani ebbero per loro le formidabili influenze dell'arcivescovo e riuscirono a cacciare iValvassori fuori delle mura. Ma lì il pericolo, invece di cessare, divenne più grave. Afforzati cogli aiuti delcontado, pronto sempre a reagire contro la tirannide cittadina, i Valvassori ottennero anche il concorso dei Lodigiani, indispettiti contro Ariberto per le usurpazioni dei loro diritti. Bisognò dunque combattere in aperta campagna, e in soccorso di Ariberto venne con forte schiera il vescovo di Asti, Olderico, zio della famosa contessa Adelaide, che al figlio di Umberto Biancamano avrebbe poi data la gloriosa discendenza della dinastia di Savoia. La battaglia ebbe luogo a Campo Malo, fra Milano e Lodi; la strage fu grande d'ambo le parti e il successo indeciso; ma, essendo rimasto trafitto il vescovo Olderico, la confusione fu tale che i combattenti ritornarono tutti nella città, rioccupando Valvassori e Capitani le loro case, e rimanendo coll'armi al braccio, senza che l'antico dissidio fosse placato o risolto.

Per placarlo o per risolverlo, Ariberto invitò allora l'imperatore Corrado, del quale supponeva l'animo a sè favorevole, pei ricordi dell'incoronazione e pel valido aiuto prestatogli nella campagna contro i Borgognoni.

Corrado scese infatti in Italia, ma con altre idee. Questa Milano, sempre irrequieta e ribelle, voleva domarla. Udita la querela sorta fra le varie classi dei nobili, aveva detto ai suoi cortigiani in Germania «se l'Italia è così affamata di leggi, coll'aiuto di Dio, io la sazierò»[4]. Ed entrava in Milano, deliberato a fondarvi dominio nuovo, mediante il duplice abbassamento dei grandi vassalli e del potere vescovile.

Ma del mutato animo suo ebbe sentore Ariberto; e gli si rivelò subito potente avversario, quanto gli erastato dapprima efficacissimo amico. Aveva Corrado manifestato il proposito di emancipare la diocesi di Lodi dalla sovranità che su essa esercitava l'arcivescovo di Milano. D'altra parte, una vaga tradizione, creata da secoli, dava privilegio al popolo milanese di non ricevere nelle sue mura nessun sovrano, fuorchè per causa d'incoronazione.

Fosse l'una o fosse l'altra ragione, — o fossero entrambe, — o fosse, abilmente lumeggiata, la paura della comune oppressione, certo è che il giorno dopo l'ingresso di Corrado cogli armigeri suoi, un tumulto popolare scoppiò improvviso a Milano.

Più che tumulto, bisognerebbe dire rivolta; giacchè proprio contro la persona dell'imperatore s'acuirono le minaccie e gli sdegni; ed egli fu costretto, dissimulando l'ira, ad uscire dalla città, recandosi nel suo campo presso Pavia.

Lì, con proposito di violenta reazione, convocò la Dieta del Regno, e si pose ad amministrare la giustizia; il che voleva dire, il più delle volte, ordinare supplizii[5].

L'arcivescovo di Milano non volle sembrare intimidito dai precedenti, e si recò audacemente a prendere il suo posto nella Dieta. Ma l'agguato non si fece aspettare. Investito violentemente da un feudatario tedesco per non so che ragioni concernenti lacorteo borgata di Lecco, Ariberto chiese tempo a rispondere, probabilmente per raccogliere documenti; ma essendogli negato l'indugio, ricusò fieramente di giustificarsi; e l'imperatore, che altro non aspettava, ordinò senz'altro l'immediato arresto dell'arcivescovo. Non fu senza esitazione — pel rispetto inspirato dall'uomo e dalla carica — che quest'ordine venne eseguito. E Ariberto, dato in custodia a Poppone, patriarca di Aquileia, e a Corrado,marchese di Verona, fu condotto a Piacenza, dove restò prigioniero.

Credeva l'imperatore di avere fiaccata l'insolenza dei Milanesi, ma si accorse presto, con danno suo, di avere semplicemente posta la mano in un nido di vespe.

Incredibile fu la commozione che produsse in Milano la notizia di questo fatto. Le divisioni di parte scomparvero quasi per incanto. La rottura dell'alleanza fra Cesare e l'arcivescovo, fece di quest'ultimo il rappresentante naturale dell'indipendenza. Milano cessò da quel momento di essere città ghibellina. Diventò guelfa, e rimase tale, con poche alternative, fino al 1859.

I due cronisti milanesi dell'epoca, Arnolfo e Landolfo, descrivono colla stessa foga, quantunque appartenenti ad opposte opinioni, il dolore e l'indignazione della loro città.

Furono due mesi di lutto, durante i quali le gentildonne e le popolane si stemperarono in pianti, in elemosine, in preghiere, in processioni; mentre gli uomini ordinavano in fretta le pubbliche cose, scombuiate dalla mancanza della mano che era solita a muoverle.

Pensarono dapprima a trattare collo stesso imperatore, offrendogli ostaggi per la liberazione dell'arcivescovo; ma Corrado, poco suscettibile di scrupoli, trattenne gli ostaggi senza liberare Ariberto. Allora i Milanesi spedirono legati in Francia per suscitare nemici a Corrado ed offrire la corona d'Italia a Oddone di Sciampagna. E intanto altri fra i più nobili cittadini s'erano diretti ai conti e ai vescovi delle altre parti d'Italia, sollecitando una lega che avrebbe avuto per iscopo immediato la liberazione del grande arcivescovo, e per iscopo ultimo l'emancipazione dei comuni italiani dall'alto dominio germanico.

S'era nel più fitto di queste pratiche, quando, con immensa gioia del popolo milanese, ricomparve Ariberto,libero in mezzo a' suoi. Gli era bene riuscito uno stratagemma. Per mezzo d'un monaco, suo fedelissimo, Albizzone, s'era fatto inviare nel carcere dall'abbadessa d'un monastero di San Sisto, consacrata da lui, gran copia di provvigioni e di ghiottornie. Posta ogni cosa a disposizione de' suoi custodi, questi, com'era facile prevedere, s'ubbriacarono saporitamente; e, durante il loro sonno, potè Ariberto, aiutato dal previdente Albizzone, uscire dal carcere, attraversare il Po in una barca, e giungere, fanatizzando tutti, a Milano.

Qui comincia l'epoca più pura e più grande nella vita di Ariberto da Intimiano. La lotta che Milano sostenne nel 1037 contro Corrado il Salico, lotta di cui Ariberto capitanò tutto lo svolgimento e quasi tutti gli episodî, non è inferiore nè di magnanimità nè di gloria a quella che sostenne un secolo dopo contro Federico Barbarossa. Direi anzi che in questa furono più alti gli animi, più compatte le volontà. E se di quella i risultati politici furono italianamente maggiori, non bisogna dimenticare che a Legnano ed alla pace di Costanza avevano contribuito, oltre Milano appena rifatta, le forze della Lega Lombarda, gli aiuti dei marchesi di Dovara e di Romano, le influenze di papa Alessandro III e della repubblica di Venezia. Nulla invece di tutto ciò confortava Milano nel 1031. Quando Corrado, irritato per la fuga del suo prigioniero e sitibondo di vendetta, venne a porre il suo esercito intorno a Milano, aveva per sè quei contingenti delle città lombarde e quelle influenze papali che triplicavano l'isolamento materiale e morale della minacciata città.

Questa però, piena di fede nell'uomo energico che governava nel tempo stesso i suoi interessi materiali e i suoi sentimenti religiosi, si atteggiò a disperata difesa contro un'offesa implacabile.

Le mura di Ansperto, e le trecento torri da cui facevanobuona guardia i suoi difensori, impedirono che i nemici penetrassero nella città; ma Corrado, in ciò non peggiore de' suoi precursori e dei continuatori suoi, fece il deserto nei sobborghi e nel contado. «Eo tempore» scrive Vippone fedelissimo suo «imperator Mediolanenses nimium aillixit; et quoniam urbem antiquo opere et maxima multitudine munitam capere non poterat, quod in circuito fuerat igne et gladio consumpsit.»

Il 19 maggio, Corrado tentò l'assalto. Non solo fu ributtato, ma i Milanesi, uscendo audacemente dai terrapieni, si azzuffarono coi Tedeschi in una battaglia campale, dove si distinse pel suo coraggio un Eriprando Visconti.

Riuscitagli male la violenza, l'imperatore sperò nell'insidia; e, senza convocare nessuna Dieta, promulgò dal suo campo quelle leggi che da Germania aveva promesse; mediante le quali, emancipando i piccoli feudi dai maggiori vassalli, gettava un tizzone di discordia fra gli alleati dell'arcivescovo, i Capitani e i Valvassori.

Il tizzone si spense senza dar fiamma. Il sentimento patriottico, quantunque allora si trattasse di patria piccola, era già più forte d'ogni seduzione straniera. Ariberto rispose a quei decreti, mutando radicalmente le basi della pubblica difesa; disciplinando al servizio delle armi i popolani; i quali trassero dalla nuova dignità del combattere gli elementi di una virtù civile, ormai da secoli soffocata nei loro animi.

L'imperatore cercò allora, contro l'indomito prelato, l'appoggio della tiara pontificale; e si abboccò a Cremona con papa Benedetto IX, di sciagurata memoria. Da quel convegno uscirono per Ariberto due fulmini; la sua deposizione dalla sedia arcivescovile alla quale fu nominato un prete Ambrogio, e più tardi la scomunica pontificia: l'affetto dei Milanesi mantenne ad Ariberto la dignità episcopale, che invano Ambrogio cercò carpirgli; e lapessima riputazione di Benedetto IX impedì che alla sua condanna ecclesiastica si attribuisse il consueto prestigio. Quanto a Corrado, si trovò pagato della stessa moneta. Chi lo aveva di moto proprio incoronato, di moto proprio lo scoronò. Ariberto fece togliere dagli atti pubblici ogni data imperiale, dichiarò Corrado decaduto dalla dignità regia in Italia, ed invitò Oddone di Sciampagna ad assalire l'imperatore in Germania.

Questi allora, imbestialito per un'audacia che si sentiva impotente a punire, e costretto a ricondurre oltre l'Alpi un esercito stremato dalle battaglie, dalle epidemie e dalle faticose marcie lungo la penisola, radunò tutti i principi vassalli dell'Italia settentrionale e fece loro giurare di devastare ogni anno il territorio milanese, affinchè la ribelle città, non domata dalle armi, dovesse arrendersi per la sofferenza e per la fame.

I principi giurarono; e nel successivo anno 1039 mantennero la parola, presentandosi con forze nuove e imponenti nelle vicinanze della città. Ma Ariberto non aveva perduto il suo tempo. Durante i mesi d'inverno, la riforma politica e militare da lui ideata s'era svolta in maggiori proporzioni. Ai popolani del contado aveva fatto balenare quelle stesse idee di patria, di resistenza e di emancipazione, colle quali aveva affascinato i popolani della città. Armi ed ordigni di difesa s'erano fabbricati in gran numero, e l'arcivescovo ne distribuiva a tutti, disciplinando, come oggi si direbbe, aleva in massatutta quella moltitudine, chiamata dalla voce di un forte, che era nel tempo stesso Davide e Samuele, a riacquistare quella libertà che gli avi imbelli avevano perduta: «pro libertate aquirenda præliante, quam olim parentes ejus ob nimiam hominum raritatem amiserant»[6].

Nè bastava. Poichè Ariberto, profondo conoscitore deisuoi tempi e del popolo suo, comprese che a radicare l'idea nuova ed astratta della patria in quelle menti avvezze a forme simboliche, era mestieri identificarla in un simbolo nuovo. Ed inventò ilCarroccio; singolare e primordiale istromento di guerra, destinato a diventar subito popolare in tutte le italiane città; curioso emblema di superstizione, di fede, di poesia popolare e di disciplina guerresca; immagine fantastica della religione e della patria, strette a comune difesa; carro di vittoria e altare di pace, intorno a cui si combatteva con energia, si moriva con entusiasmo.

Così risollevati a nuova vita materiale e morale, i popolani lombardi provvidero energicamente alla difesa dei loro abituri; e la sconfitta dei grandi vassalli imperiali sarebbe stata disastrosa, se non fosse giunta notizia della morte dell'imperatore Corrado in Utrecht; notizia che bastò a far cessare la lotta ed a sciogliere l'esercito dei coalizzati feudali.

*

Qui comincia la terza ed ultima fase del rinnovamento politico milanese.

L'insurrezione dei Valvassori aveva scosso nel sentimento pubblico il prestigio del feudalismo; la difesa contro l'Impero aveva reso popolare il bisogno dell'indipendenza; non mancava che un movimento diretto ad assicurarsi l'esercizio delle libertà comunali. Questo movimento tardò tre anni, ma dal 1042 al 1045 mutò radicalmente la costituzione politica di Milano.

Un valvassore, per privata contesa, aveva ucciso un plebeo. Non era fatto strano, e novanta volte su cento, prima d'allora, sarà rimasto impunito. Ma la plebe non era più il gregge pauroso e servile, che accettava la sferza del padrone, chiunque si fosse. Aveva combattutoinsieme ai nobili contro Cesare, e acquistato quindi un certo sentimento di eguaglianza civile. Non sopportò più di riconoscere in tanti concittadini quel diritto di oppressione che negli antichi Duchi le era parso quasi legittimo[7]. Aveva imparato tre anni prima l'uso delle armi; le impugnò nuovamente, e scese nelle vie, deliberata a combattere le classi nobiliari e mettere fine alla loro anarchica prepotenza[8].

Fu una lotta epica; durata tre anni, e che finì, dice Arnolfo, «con una profonda mutazione nello stato della città e della Chiesa.»

La guerra civile non era mai apparsa in Milano così feroce, col suo sinistro codazzo di stragi, di vendette e di devastazioni. Fino dai primi giorni, il furore fu tale che non si dette quartiere. I popolani dovevano essere certamente dieci volte più numerosi dei nobili; ma questi avevano per sè le armature complete, i cavalli in assetto di guerra, le feritoie dei loro palazzi di pietra, la più profonda cognizione degli ordini militari. Sicchè, malgrado la sproporzione numerica, i primi combattimenti non erano riusciti favorevoli all'insurrezione; la quale probabilmente sarebbe stata repressa e domata, se un uomo, uscito da tutt'altre schiere, non le avesse dato il potente aiuto del suo valore e della sua virtù.

L'uomo si chiamava Lanzone; non è facile darvene notizie maggiori, per quanto si tratti di uno dei più grandi caratteri del secolo undicesimo.

S'è saputo, o s'è congetturato solamente dugent'anni dopo, che appartenesse alla famiglia Da Corte, famigliaprolungatasi nell'aristocrazia lombarda fino all'epoca degli Sforza. Un solo cronista s'è occupato con qualche precisione di lui; fortunatamente è un cronista vissuto a Milano nella seconda metà del secolo undecimo, Landolfo il Vecchio; ed è su quelle indicazioni, confermate nelle particolarità sostanziali dal cauto e severo linguaggio di Arnolfo, che una critica perspicace e affettuosa ha potuto, negli ultimi tempi, trarre l'uomo dal mito e riprodurre, innanzi ai contemporanei, che le potrebbero utilmente copiare, le fattezze di questo magnanimo del tempo antico.

Può dunque ritenersi per assodato:

Che Lanzone apparteneva alla più alta nobiltà feudale (nobilis et Capitaneus altus) ed alla più importante magistratura del Ducato, comegiudice del sacro palazzo;

Che, determinato a impedire lo sterminio di cui la parte aristocratica minacciava, vincendo, la plebe ribelle, si gettò nel tumulto contro i proprî amici, assetati di vendetta, e fu eletto per unanime fiducia Capitano del popolo;

Che, riprendendo l'offensiva, seppe guidare le schiere insorte con tanto vigore e tanta sagacia da obbligare i nobili, di qualunque grado, ad uscire nascostamente colle loro famiglie, dalla città;

Che avendo i nobili fuorusciti, coll'aiuto dei conti della Martesana e del Seprio, posto l'assedio intorno a Milano, questa sotto la guida di Lanzone, resistette per quasi tre anni a tutti gli orrori della guerra e della carestia, combattendo quasi ogni giorno ed opponendo ad offese formidabili sapienti difese;

Che, mosso da un duplice concetto, militare e politico, Lanzone si recò, sullo scorcio del 1043, in Germania, dove stipulò coll'imperatore Enrico il Nero un trattato d'alleanza, basato sopra un eventuale intervento di milizie tedesche in Milano;

Che, ritornato fra i combattenti e ripensando al pericolo di questo intervento, aperse trattative coi nobili fuorusciti, comunicando loro il patto di alleanza e persuadendoli della impossibilità in cui si sarebbero trovati di resistere ad un duplice assalto;

Che, avuta facoltà da entrambe le parti, di proporre condizioni di pace, esortò i nobili a rinunciare per sempre al dominio della città, a rientrare pacificamente nei loro palazzi, accordando e ricevendo ampia amnistia per le reciproche violenze di guerra, e impegnandosi a discutere tranquillamente con tutti gli altri cittadini i comuni interessi;

Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa attitudine, nella città;

Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati, interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.

Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono, assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.

Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme,forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.

Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.

Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.

Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.

Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.

Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.

E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e daicasi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.

Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.

Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.

A me pare indubbiamente che sì.

Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche, appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto,gli elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che già respinge e sconfessa dominî non nazionali.

Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura «dell'esempio che dovrebbero dare ai loro egualiin tutta l'Italia». Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenutocivis romanuse sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.

Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi, dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: «Fate l'Italia, e saremo con voi.» Sarà toccato in sorte alla nostra generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre; Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune indipendente.

Questo filo conduttore di una italianità, che attraversoi secoli viene sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.

Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina, o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.

Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di fede al difuori della poesia mitologica.

Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta degli oppressori.

E la Germania ha una parte troppo gloriosa nella storia del mondo perchè non debba permetterci di ascrivere a virtù di resistenza italiana piuttosto che a virtù d'iniziativa tedesca una rivoluzione comunale che si è manifestata collo sgominare due eserciti tedeschi, quello di Corrado il Salico e quello dell'imperatore Barbarossa.


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