—E aveva rinunziato alle lettere? Questa creatura maschile eccezionale, che rinunzia alle lettere, è esistita?
—Sì.
—Forse ti amava poco,—soggiunse Maddalena Herz, ricaduta nel suo scetticismo.
—Mi adorava; io vedevo bene, in lui, quanto gli costasse il suo sacrificio: io l'ho visto pallido e scoraggiato, spesso, di lontano, e ho tentato di consolarlo, con una lettera: ma, sentendo la stessa ebbrezza del suo sacrificio, non l'ho fatto.
—Era un amore triste, però.
—Sì, spesso.
—Molto triste?
—Moltissimo. Ma l'amore non è sentimento gaio.
—Gli uomini lo guastano.
—Forse,—disse Beatrice Albano, incrociando le mani sulle ginocchia.
—Ma siete stati felici?
—Per quanto è possibile, felici.
—Poco felici, allora?
—Come tu vuoi. Giudica: due creature che si adorano, che s'intendono perfettamente, che vivono in un'armonia completa, che credono all'amore, che credono nella vita…. giudica.
—E che mi raccontavi di tristezze? Voi siete stati felicissimi!—esclamò Maddalena Herz.
—Io lo credo,—disse con un fugace sorriso Beatrice Albano.
Un silenzio regnò fra le due donne. Maddalena Herz aveva gli occhi assorti nel roseo, grande paralume che copriva la lampada.
—Beatrice, che faceva questo tuo amante?
—Nulla. Mi amava.
—Non giuocava, non fumava, non andava alclub, non scommetteva alle corse?
—Nessuna di queste cose.
—Era disoccupato, dunque?
—Era occupatissimo ad amarmi.
—Tutto il giorno?
—E la notte, anche. Pensa che le difficoltà erano enormi, che la pazienza doveva essere infinita e infinita l'audacia, che l'occasione fuggiva sempre, che la lotta era accanita…. e che egli ha sempre vinto.
—Sempre vinto?
—Sì, egli era forte, paziente, acuto, sagace, audace, ostinatissimo: e tutte queste qualità gli venivano dall'amore e all'amore servivano.
—I pericoli sono stati grandi?
—Grandi e imminenti. Non li ha curati. Era un uomo che credeva nell'amore.
—Tanto pochi uomini ci credono!…—osservò tristamente MaddalenaHerz.
—E pochissime donne. Neanche io. Vedi! È lui che mi ha ispirata questa fede.
—Chi ha fede, non naufraga: ma tanta gente affonda.
—Perchè non ha intesa la parola salvatrice; io l'ho udita.
—Beata te! Se fosse accaduto uno scandalo, che avresti tu fatto?
—Eravamo decisi. O lo scandalo era grave e allora saremmo morti insieme: o lo scandalo era ridicolo, e saremmo andati via insieme.
—Morire? Avete parlato di morte?
—Sì, si è parlato di morte,—disse Beatrice, a voce più bassa, chinando il capo.
—Egli era pronto a dar la vita, per te?
—Pronto. E io per lui.
—Lo avevate giurato?
—Ce lo eravamo detto, molto semplicemente. Poichè egli era un uomo semplice, cara Maddalena.
—Alle volte, la semplicità viene da una raffinata corruzione.
—È vero, ma che importa? Ciò che preme è la conseguenza, non la causa. Una virtù che si acquista vale una virtù naturale: vale di più talvolta.
—È una bizzarra teoria, ma mi piace. Forse il tuo amante era un infame, e ha voluto essere una creatura celestiale.
—Non lo so. Io non ho mai vista la bruttura, e ho sempre vista la virtù.
—Dissimulava?
—Non credo. Pure, se ha dissimulato, anche questo era un omaggio dell'anima sua all'amore: Maddalena, Maddalena, nessuna delle azioni di quell'uomo, nessuno dei suoi pensieri, che non partisse e non ritornasse all'amore. Per l'amore egli poteva essere laido come un malfattore e apparire innocente come un fanciulletto: per l'amore egli era profondamente buono, ma poteva arrivare al delitto.
—Oh Beatrice, quanto lo hai amato!
—Quanto, quanto!
—Non lo tradisti, tu?
—Io? Io? Puoi chiedermi questo?…
—Ed egli, ti tradì?
—Mai, mai.
—Ne sei certa?
—Certissima.
—Chi te lo ha detto?
—Nessuno: lo so. Non mi ha mai tradito.
—Qual donna può esser sicura?
—Io solamente.
—Pure…. non lo vedevi sempre…. eravate lontani….
—Che importa!
—….egli incontrava delle altre donne…. l'assenza…. il tempo….
—Mai, Maddalena, mai. Quell'uomo fu mio, in tutto il tempo che ci amammo, in una unione perfettissima, senza mai ombra d'infedeltà.
—Era un uomo freddo?
—No, Maddalena.
—Disprezzava le donne?
—Niente affatto: le stimava e le compiangeva.
—Le fuggiva, forse?
—Tutt'altro: le ricercava, con gentilezza: restava con loro, circondandole di un delicato rispetto.
—Ma perchè non ti tradiva?
—Perchè era fedele.
—La fedeltà assoluta o relativa, è impossibile, Beatrice.
—Sarà: ma io l'ho incontrata.
—Quanti anni di fedeltà?
—Da cinque a sei anni.
—Sembra una favola.
—Sembra: ed è una verità.
—Tu non ti annoiasti mai di questo amante così sublimemente perfetto?
—Lo amavo. Non mi annoiai.
—Però…. la natura umana è così irrequieta…. proprio, non ti seccò mai?
—Non vi fu il tempo, Maddalena.
—E perchè?
—Perchè questo amore finì,—disse con immensa tristezza nella voce e nel gesto, Beatrice Albano.
—Ah! è vero: finì. Questo meraviglioso amore, fatto di adorazione segreta, di rispetto profondo, di sacrifizio silenzioso, di devozione infinita, questo amore ardente e fedele, è finito, è finito, ha subito la sorte comune, è finito.
—È finito,—e Beatrice Albano si covrì gli occhi con la mano, a nascondere il suo pallore, la sua emozione.
Maddalena Herz la sogguardò. Ella era buona, nel fondo del cuore: e amava la sua amica così austera e pure così tenera. Non osò, subito, interrompere quella commozione. Le prese una mano e la carezzò:
—Dimmi come è finito, cara.
Beatrice Albano la guardò, silenziosamente.
—In un modo molto doloroso, è vero? Questi grandi amori, questi amori unici…. tu avrai tanto sofferto?
—Orribilmente.
—Tu non te ne sei consolata?
—Non me ne consolerò mai,—disse Beatrice, desolatamente.
—Perchè non piangi un poco? Ciò ti farebbe molto bene.
—Io ho pianto, in segreto, nell'ombra, tante volte; ma le lagrime non mi hanno guarita.
—Dimmi, dimmi come è finito,—disse carezzevolmente Maddalena Herz, credendo udire una storia d'abbandono.
Beatrice fece uno sforzo per parlare: poi disse:
—Egli è morto.
—Come, morto?—gridò Maddalena.
—Sì,—disse Beatrice, con un atto disperato delle braccia.
—Più tardi…. quando l'amore era finito?…
—No, morto in pieno amore, morto nella verdezza e nell'ardore della passione, morto quando il sogno era diventato realtà e quando la realtà pareva una visione, morto, strappato all'amore!
—Oh poveretto, poveretto!
—Si chiamava Luigi Caracciolo,—singhiozzò l'amante infelicissima.
—Egli avrà dovuto esser disperato di morire?
—No: sulle prime, pareva straziato: poi si rasserenò. Diceva di morir bene, senza disinganni e senza delusioni. Mi adorava, mi benediceva, dal letto di morte. Quanto diventò bello, dopo, Maddalena….
E a lungo, a lungo, Beatrice Albano pianse su quel ricordo così vivace e così fremente nel suo cuore. Piano piano Maddalena Herz le rasciugava le lacrime, senza dirle nulla, con una piccola carezza muta. Alla fine, le lacrime s'inaridirono; ma la donna dolente rimase immobile, con le mani incrociate sulle ginocchia, guardando nel vuoto.
—Egli era troppo perfetto per vivere e per amare; doveva morire,—disse Maddalena Herz, come se parlasse a sè stessa.
Beatrice la guardò: le palpebre le batterono, assentendo.
—E l'amore è una cosa imperfetta!—soggiunse Maddalena.—Imperfetta e miserabile. L'uomo val meglio del sentimento.
Beatrice Albano acconsentì, col capo.
(Mario Felice).
Nella grande e strana dolcezza di quell'aprile, tutto il vasto parco era fiorito, fra la collina e il mare: i larghi viali dalle quercie austere, dai platani austeri, sotto l'arco verde oscuro dei loro rami, eran tutti biondeggianti di sottili raggi di sole, eran biondeggianti di piccoli e scherzosi occhi di sole. Lontano, nella gran rotonda luminosa era un cicalìo di bimbi e un cicalìo di passeri e il rombo sordo della città giungeva ancora colà. Bastava allontanarsi cento passi, verso il mare, perchè ogni rumore svanisse nell'aria lieve: e la solitudine del parco era solo turbata da qualche rara persona che passeggiava, lentamente riscaldandosi al sole, un vecchio o un convalescente i cui occhi senza fiamma e senza forza non avean più curiosità: turbato tavolta, il profondo silenzio vegetale dal fruscio di un getto di acqua, con cui un invisibile giardiniere inaffiava un'aiuola. Maria entrava nel parco dalla porta occidentale: al piccolissimo orologio che ella portava sempre seco, nella taschettina della giacchetta, sul petto, le ore di oro su fondo nero segnavano le quattro in punto. Era sempre quella, l'ora del convegno quotidiano, ed ella si doveva frenare per non giungere mezz'ora, un quarto d'ora più presto.
—Se arrivo troppo presto soffro molto,—ella pensava, cercando di diminuire ai suoi nervi la tormentosa impazienza e al suo cuore l'intima tortura.
E perdeva un po' di tempo nel fermare la veletta nera del cappello, abbottonava pian piano i suoi guanti, si guardava ancora nello specchio, senza vedersi, e macchinalmente cercava se avesse preso tutto, il fazzoletto, il portabiglietti, il bianco ombrello. Quest'ombrello era la sola nota chiara sul nero vestito, sul cappellino nero, sulla giacchetta nera di Maria: un ombrello tutto bianco di merletti e di seta, con un grosso fiocco di nastro giallo e un alto scintillante manico d'argento: sulla candida cupola, nei viali delle quercie e dei platani, il sole faceva piovere i suoi sottilissimi raggi biondi, simili a verginali e luminosi capelli, e la bianca cupola si faceva bionda e sul pallido volto di quella inquieta passeggiatrice un confortante riflesso primaverile scendeva, carezzando i pensosi occhi lionati e la molle linea delle fresche labbra. Maria si avanzava camminando piano e silenziosamente, guardando innanzi a sé, così avidamente che le palpebre talvolta si abbassavano per vincere quella fissità ardente di sguardo:
—Se guardo troppo, egli non verrà; meglio non guardare, mi sarà innanzi improvvisamente,—ella pensava con la fatale superstizione amorosa che accompagna ogni moto della passione.
Eppure Mario Felice non tardava mai molto: un quarto d'ora, venti minuti, non più. D'altronde egli entrava dalla porta orientale del parco e doveva fare più cammino di Maria, per giungere al posto dell'appuntamento: arrivava camminando in fretta, un po' affannato e a qualunque distanza egli apparisse, avesse ella lo sguardo levato o chino a terra, ella sentiva che egli era là e un acuto senso di bene le s'irraggiava dal cuore per tutte le fibre. Talvolta ella fingeva di non averlo visto, mentre sapea bene che egli si avanzava, ne contava i passi, fremeva per quell'appressamento, fra cinque minuti secondi la sua mano avrebbe tremato in quella di lui: o, talvolta, non poteva resistere al desiderio di vederlo giungere, i suoi occhi si metteano fervidamente in quella figura alta e svelta di uomo che si avanzava, in quel sorriso triste che ne trasformava malinconicamente la fisonomia serena. Ella s'inebbriava di quella vista, ella aveva negli occhi la rara luce dei suoi buoni giorni, e quando Mario Felice e Maria erano vicini, si stringevano la mano e nulla dicevano. Camminavano insieme accanto, ella levando ogni tanto gli occhi su lui con una infinita dolcezza in una confusione di speranze compiute e di novelli desiderii che le impediva ogni discorso: egli taceva, a occhi bassi come pensando. E andavano insieme nel viale degli oleandri.
Il viale degli oleandri era lungo, stretto e sinuoso. Da una parte e dall'altra, gli oleandri crescevano fitti e ricchi di tutte le dimensioni, ad alberetti bassi, a cespugli, ad alberi grandi, dalla verdura bizzarra di foglie a ferro di lancia, dalla fioritura rosea così esuberante che il suolo era sempre coperto di fiori rosei: un fine e singolare profumo era nell'aria del viale; profumo fresco e triste, insieme. Era quello degli oleandri, il viale così roseo e così bizzarramente odoroso, abbandonato da tutti, chi sa perchè: deserto, il solo banco di marmo che vi era, era seminato di fiori d'oleandro che nessuno levava mai per sedervisi: deserto e a ogni angolo che formava il disegno sinuoso, parea stare in viale chiuso ermeticamente, inaccessibile a tutti, salvo che agli amanti: deserto e nella sua nobile e forte fioritura, nella beltà strana dei suoi fiori ingemmanti la verdezza dei rami, come colpito dalla irremediabile fatalità dell'abbandono. Non so quale misterioso fascino attirava nel viale degli oleandri Mario Felice e la donna che lo amava: ricordavano, è vero, ambedue di avere visto insieme, tanto tempo prima, una linea di cielo azzurro e un muretto bianco, e i due amanti che parlavano di amore, che quasi tendevano le labbra per baciarsi e sul cielo azzurro il ramo ricco di fiori di un oleandro, il fiore di quell'idillio che la mano sapiente di Alma Tadema aveva dipinto, turbando i cuori di tutti coloro che hanno avuto il delizioso piacere di guardare quel quadro. Ma i due amanti di Tadema sono così inebbriati di gioventù e di amore e l'oleandro è così giocondamente voluttuoso! Mentre il viale degli oleandri seduceva Mario Felice e Maria con segrete voci di malinconia; e quando si vi trovavano perfettamente soli, essi si guardavano pallidi e muti: essi sognavano, nei fiori rosei, il veleno esiziale che vi si contiene e che, forse, esalava l'anima perversa nel profumo bizzarro che riempiva l'aria. Per essi era rosso e affascinante il fiore dell'amore: ma pieno di una profonda amarezza, ma contenente un tossico invincibile.
—Mi vuoi bene?—chiedeva la donna a Mario Felice.
—Tu lo sai,—egli rispondeva, con; una lieve contrazione penosa sul volto.
—Non lo so, non lo so, dimmi se mi vuoi bene,—insisteva lei agitata.
—Non domandare, cara,—continuava a rispondere Mario Felice, con una crescente impressione dolorosa.
Ella taceva. Ma queste erano le risposte dei buoni, dei rarissimi giorni, erano le risposte date solo tre o quattro volte, nel lungo e combattuto loro amore: ella conservava preziosamente queste risposte, che le parevano ispirate da un'immensa tenerezza. Quasi sempre alla monotona domanda, alla domanda persistente di lei, a quelle ansiose, affannose parole che erano il costante ritornello di quel cuore femminile,mi vuoi bene, mi vuoi bene?egli non rispondeva che con un sorrisetto fra l'ironico e il pietoso, come se gli facesse compassione quella folle ostinazione. Talvolta, nelle giornate nere, irritato, egli rispondeva:
—No.
—Non mi vuoi bene?
—Non ti voglio bene.
—E che vieni, a fare qui?
—Niente.
—Perché ci vieni allora?
—Eh…. così,—diceva egli enigmaticamente.
A lei passavano negli occhi delle lacrime brucianti: e tutti i fiori rosei degli oleandri intorno ondeggiavano. Egli guardava Maria pensoso, triste: forse ne aveva pietà, ma taceva. Camminavano ancora, ella con le braccia abbandonate, col bianco ombrellino che strisciava sul terreno fra le foglie secche e i fiori di oleandri caduti e quasi appassiti, con le spalle un po' curve, abbattuta da una infelicità che la vinceva anche nel fisico: egli accanto, sogguardandola, ma non trovando parole per confortarla. Ma nel fondo dell'animo di quella pallida donnina dai fini capelli castagni, dalle guancie un po' smunte, dalle fresche labbra, in fondo a quell'anima vinta e perduta per l'amore, esisteva una forza imperiosa di volontà. Ella rialzava il capo decisa ad accettare da quell'uomo che essa adorava, tutto quello che egli poteva offrirle, freddezza, antipatia, amicizia, tenerezza, omaggio di devozione, quello che egli sentiva e che ella non sapeva, non sapeva. Purché egli si lasciasse amare. Maria era risoluta a vincere la dolcissima debolezza femminile che vuole udire, anche se false, anche se fallaci, le parole dell'amore; purché si lasciasse amare, ella volea perdonargli tutto. Mario Felice, acuto osservatore, le leggeva nella fisonomia subitamente infiammata, negli occhi fieri del sacrificio, nelle labbra già quasi sorridenti, nel passo più rapido, e sentiva che ella aveva allontanata la tempesta dove minacciava di naufragare il suo amore. Egli l'ammirava in quelle improvvise risurrezioni di forza che era anche amore: e tentava di vincerla. Allora, fra i due, s'impegnava una lotta di parole, di impressioni, di sentimenti, in cui Mario Felice, apposta, aumentava la dose esterna della sua freddezza, non badava o fingeva di non badare alla crudeltà di certi suoi silenzii, misurava glacialmente l'entità perversa di certe frasi, e le pronunziava a tempo. Ella resisteva, ripiegandosi, fuorviando, inebbriata di amarezza, ma più sollevata dall'amarezza istessa:
—Verrai domani?
—No, non posso,—egli dicea, subito.
—Dopodomani, allora!
—Non so…, ho da fare.
—Che hai da fare…. meglio dell'amore?
—Oh mille cose!
—Meglio dell'amore?
—Meglio; più utili.
—Hai ragione,—ella diceva, umilmente.—Purchè tu non vada da un'altra donna!
—Non ci mancherebbe che questa!—esclamava Mario Felice.
—Tu non ami nessun'altra donna, è vero?
—Io non amo nessuna donna, o signora,—egli concludeva gelidamente.
—Neanche me?
—Neanche voi.
—Peccato, peccato, peccato!—mormorava ella, pianissimo, lamentandosi come un bimbo malato.
Anch'egli era pallido, udendo quel sommesso lamentio, che deplorava l'aridità del suo amore. Ma continuava:
—Del resto voi siete un angelo, cara Maria. Un angelo che ha detto una sola bugia, nella sua angelica esistenza.
—Quale?—chiedeva lei, smarrita.
—Tu dici la bugia, cara, quando dici di volermi bene.
—Io, io?—-gridava lei stupefatta.
—Tu. Non è vero che mi ami.
—Oh Madonna mia,—gridava lei, soffocatamente.
—Se vuoi, te lo dimostro.
Così, Mario Felice la vinceva. Innanzi alla negazione precisa, assoluta dell'amor suo, tutta la forza di abnegazione di Maria svaniva. Ella non resisteva a quella negazione, ciò la esasperava e l'avviliva, non trovava nulla da risponderle, il suo sdegno era grande come il suo terrore. Ma che uomo era dunque, questo Mario Felice, a cui ella si era avvinta? Ma che sciagurata natura di uomo, senza fede e senza speranza, senza entusiasmo e senza carità, ella si era messa ad adorare? Egli non l'aveva amata giammai; questa era la sola certezza. Aveva ceduto, riluttante, quasi pauroso, alla impetuosa passione di lei: aveva ceduto, pensoso, triste, per cortesia, per pietà, forse per una sua intima debolezza: e quella mortale tristezza che in lui sorgeva per tutte le cose e per tutti i sentimenti, non lo aveva mai lasciato, la felicità non aveva mai lampeggiato dai suoi occhi, non aveva mai tremato nella sua voce.
—Che hai? Che hai?—ella domandava, nei primi momenti del loro amore, sentendo la sofferenza del suo silenzio.
Egli taceva, ancora. E più tardi, come se nel cuore di lui fosse sorta una ribellione sorda contro questo amore che non divideva e che lo opprimeva, come se egli avesse finito per detestare questa fragile donna che lo rattristava con la sua passione, come gli altri col loro odio o con la loro indifferenza, Mario Felice non aveva trovato che un mezzo solo per ferirla nell'indomito coraggio, quello di negare l'amor suo. Oh come egli aveva bene inteso ciò che a lei era insopportabile di udire, come la mala volontà di perversione aveva visto in quale parola consisteva l'irremediabile dolore! Il dissidio fra loro era grande, basato sulle diversità dei temperamenti, dei caratteri, dell'età: ella sentiva che Mario Felice non poteva amarla, perchè era maritata ed egli odiava la posizione di amante furtivo: sentiva che egli non poteva amarla, perchè odiava tutta la vita esteriore e mondana a cui ella era costretta: sentiva, sì, sentiva che egli non poteva amarla, perchè lui non era stato il suo primo amore, perchè a questi uomini dal cuore profondo bisogna portare se non altro un cuore verginale. Ella capiva, sì, capiva le ragioni di quella mortale, tristezza e la spirituale ripugnanza di Mario Felice: si sapeva indegna di essere amata e non chiedeva più se egli le voleva bene. Ma che orgoglio inflessibile era dunque quello di quest'uomo che non amava e non sapeva neppure perdonare all'amore? Ma che anima malvagia era dunque quella di Mario Felice che colpiva freddamente e risolutamente colei che lo adorava? Talvolta queste ingiurie sgorgavano dalle labbra di Maria, per impulso involontario: egli le ascoltava, a capo basso, seduto su quel banco di marmo dove tanti fiori di oleandro erano piovuti: egli non attaccava più e non si difendeva, lasciava rotolare rumorosamente il fiume della indignazione muliebre. Ella si chinava, lo forzava a guardarla negli occhi, furente di collera che tentava invano di reprimere; Mario Felice taceva. Poi, quando i rossori del tramonto si cangiavano in ombre violacee, egli guardava di cielo limpido, i cespugli degli oleandri, e i mazzi fitti di fiori rosei: e pronunziava la gran parola:
—Questo amore deve morire.
Ella tremava come se il soffio della morte fosse passato sulla sua fronte.
* * * * *
Contro la condanna implacabile, Maria difese l'amore ora per ora, giorno per giorno, con l'accanimento della madre che non vuol veder morire l'unico suo figliolo; e la appassionata donna, vibrante di una energia morale che nulla valeva a quietare, oppose una quotidiana resistenza alla parola morte, che ritornava sempre nei discorsi di Mario Felice. Ogni volta, ella fremeva di dolore e le sue guancie si facevan livide: egli, paziente, aspettava che quella emozione passasse, per ricominciare, come se vedesse soltanto il proprio scopo. Adesso quei colloqui nel profumato viale degli oleandri, fra quella esotica fioritura, le facevano terrore, ma vi andava, spinta da un istinto di lei più forte: e talvolta, in grazia, gli chiedeva di non parlare d'amore, tanto ella vedeva sorgere, dietro a quei discorsi, la tremenda parola della distruzione. Tranquillo, malgrado la sua tristezza, freddo nella impenetrabile sua malinconia, Mario Felice acconsentiva, ed allora, gli oleandri del viale, in quella tregua, udivano una assai bizzarra conversazione, trascendente, lontana da tutte le quotidiane cose umane.
—Mi basta udire la tua voce:—essa diceva, più calma, quando il colloquio finiva.
Egli sorrideva, con una lieve e fugace ironia. Per qualche tempo, come obbediente a una segreta idea, egli risparmiava Maria e si lasciava ancora amare, non rispondendole quando ella gli chiedeva la ragione della sua contradizione. Ma eran sempre più brevi, le tregue; e ogni volta che essi si rivedevano, direttamente o indirettamente, egli le dimostrava che quell'amore doveva morire. Ah la povera donna, la poveretta come chiudeva li occhi, sgomenta, dinanzi a quella folgorante luce crudele; come trovava nella sua passione le preghiere più umili e pure non vigliacche, perché questo amore non fosse ucciso proprio da loro! Avevan vinto il tempo e le cose e gli uomini, sormontando e calpestando gli ostacoli, e ora, ora bisognava che questo amore morisse?
—Meglio prima che dopo,—egli ripeteva, sempre.
—Dopo, che?—ella chiedeva.
—Non domandare, lascia stare, tu capisci, forse: o capirai più tardi….
La poveretta non gli parlava, soltanto gli scriveva: e ogni dieci o dodici lettere di lei, egli rispondeva, per dimostrarle che quell'amore doveva morire. Maria desiderava queste lettere come la benedizione del cielo, ma quando gliene consegnavano una, non osava di aprirla, immaginava tutto il suo straziante contenuto. Mario Felice mancava agli appuntamenti: poi, partì. Ella cadde gravemente inferma: egli ritornò, ma non potette assisterla, non gli era permesso di andare in casa di lei. Le mandava un comune amico, che non ignorava il loro segreto: e questo amico le diceva quelle vaghe parole di consolazione, che dovrebbero confortare chi ha fatto una perdita irreparabile. Nella convalescenza, ella scrisse a Mario Felice, tristamente, delle lettere piene di lagrime: ed egli le rispose con molta tenerezza, senza una parola di amore, ma con tenerezza, con molta tenerezza, che si sarebbero riveduti, là, in quel viale degli oleandri che era il nido più caro e più poetico del loro amore. E Maria sperò di nuovo e con tale ardore desiderò di uscire, che nessuno glielo potette impedire, malgrado la sua grande debolezza. Era estate, ormai, e i tramonti eran lunghi e violenti di colore: il viale era ancora fiorito, ma una messe rosea copriva il suolo. Ella trovò Mario Felice seduto sul banco: lo trovò più pallido, più triste che mai, le strinse debolmente la mano. Ella soffocava di emozione: e sul principio non parlarono, a bassa voce, che della infermità di lei e del viaggio che aveva fatto lui. Ella lo guardava negli occhi aspettandone una parola decisiva, quella che era venuta a udire, quella che le sue inaudite sofferenze, i tormenti morali e fisici e la tenerezza di lui avrebbero dovuto ispirargli: la parola che meritava la più pura e più ardente passione:
—Maria, questo amore deve morire,—egli disse fatalmente.
Ella non battè palpebra, non impallidì: solo, pensò un poco e rispose:
—Muoia, dunque.
Non aveva tremato la bella voce di Maria confermando chiaramente la sentenza di morte. Altro non dissero. Pallido come un morente, egli aveva vinto. Ella si levò, senza guardare né il roseo cielo, né i fiori che parevano tante fiammelle rosee, in quel tramonto:
—Addio, Mario,
—Addio, Maria.
Ella se ne andò, senza raccogliere un fiore, senza voltarsi, sparì, lontano, verso la gran rotonda luminosa dove arrivava il rombo sordo della città. Mario Felice restò seduto sul banco, e le prime ombre della sera lo avvolsero, poi la notte discese e lo trovò ancora lì, immobile. Nella notte olezzavano più acutamente i dolci fiori dell'oleandro, pieni di un veleno sottile: qualcuno di essi si staccava dal ramo e cadeva al suolo. Per sempre desolato era il cuore di colui che aveva vinto: e le lagrime della suprema tristezza piovevano dai suoi occhi, nella notte. [Blank Page]
(Vincenzella)
[Blank Page] Ritta presso il largo parapetto di pietra, Vicenzella con una mano teneva fermo il grosso polipo grigiastro e con l'altra ne tagliuzzava in pezzetti i tentacoli, adoperando vivamente un sottile e affilato coltellino. Accanto a lei, per terra, sopra un piccolo focolare di tufo giallo, bolliva una pignatta di creta bruna; vi era dentro acqua di mare e peperone rosso, secco, fortissimo; ogni tanto Vicenzella vi gettava una manata di pezzetti di polipo, dalla pelle grigia, dalla polpa candida: quando lo ebbe tagliato tutto, e tutto messo a bollire nell'acqua di mare, vi aggiunse delle gallette durissime: coprì ermeticamente la pignatta. Con un moto istintivo, si assicurò meglio negli zoccoli di legno, dal tacco alto e sonoro, e si avvicinò a Maria Grazia, l'acquaiola, che faceva andare in su e in giù la gran secchia chiusa dell'acqua e col piede sinistro cullava il canestrone, dove dormiva il suo figliuolino.
—Non sia per comando, Mariagra', mi daresti un bicchier d'acqua?
—Acqua, tu volessi! Te', figlia mia.
Vicenzella non bevette il bicchier d'acqua, ma se lo versò sulle mani, rasciugandosele al grembiule di cotonina azzurra.
—Quel polipo appesta,—mormorò,—e Ciccillo non può soffrirne il mal odore.
—Tanto gentile, è?
—È un signore, Mariagra'; che ci vuoi fare!
—Ciccillo non è per te, Vicenzè, senti chi ti vuol bene.
—Ciccillo dev'essere,—ribattè brevemente Vicenzella.—La creatura tua s'ingrassa ogni giorno. Dio la benedica.
—Se la mangiano le mosche, povera Cannitella,—e si chinò per scacciarle.
Vicenzella ritornò pressò il focolaretto. Ora, seduta sopra una seggiola sgangherata, appoggiata al largo parapetto di pietra, per non cadere, sorvegliava la cottura del polipo, scoperchiando ogni tanto la pignatta, immergendovi uno schidioncino a due rebbi. E taciturna, coi fieri occhi lionati che guardavano la via di Santa Lucia che era piena di sole, di carrozze, di persone, che era attraversata ogni minuto daitrams, ella lavorava a una sua calzetta azzurra, col tallone bianco. Gennarino, ilpizzaiuolo, passò, portando sul braccio un largo scudo di stagno, su cui erano disposti, a corona, i segmenti dipizza, odorosi di pomodoro e di origano.
—O Vice', è cotto il polipo?
Essa fece finta di non udire: e conservò la severità della sua bocca larga ed espressiva, la fierezza dei suoi occhi che non conoscevano lusinghe, la durezza delle nere sopracciglia aggrottate.
—Se mi dai un po' di polipo, Vice'; ti do una fetta dipizza.
—Non ho appetito, e il polipo è crudo.
—Scommetto che se viene Ciccillo, il polipo è cotto. Per lui succedono miracoli, succedono.
—Si capisce.
—Quanto sei cattiva, Vice'!
—Chi ti chiama a parlare con me? Va', vattene.
Gennarino represse un moto di rabbia e si allontanò, gridando e decantando l'odore e il sapore delle suepizze. Vicenzella continuò placidamente a far la calza fra il chiasso e il rumore della via, guardando in su, ogni tanto, come se aspettasse qualcuno. Una grossa femmina, con la giacca di lanetta nera, il grembiale bianco e un fazzoletto rosso al collo, le si accostò: aveva in mano un mucchio di soldoni, mentre una bambinella le si attaccava alla gonna.
—Questa è la chiave, Vice', e questa è Fortuna. Bada alla casa e bada alla piccola.
—Gnorsì, ma'—fece l'altra, senza muoversi.
—Io non so quando torno: debbo andare ad esigere del denaro sino a Porta Capuana, dalla mamma di Ciccillo. Vicenzella arrossì: e, per un momento, la voce le tremò.
—Non la maltrattate, ma'—disse piano.
—L'interesse è una cosa e l'amore è un'altra,—disse gravemente l'usuraia, scuotendo i soldoni,—Ciccillo si mangia tutte le fatiche di sua madre.
—Voi non l'avete mai potuto soffrire, ma'—disse Vicenzella, chinando gli occhi, abbassando la voce, per reprimere la collera.
—E si mangia anche le tue!
—Voi non ci entrate, voi non mi siete madre. Matrigna, matrigna, come si dice, ma sempre matrigna siete!
—Poi, vedrai la verità,—soggiunse quietamente Gesualda, che non voleva litigare nella via.—Ti raccomando quest'anima di Dio.
Si allontanò lentamente, grassa, ondeggiante, con la pappagorgia che si allargava sul fazzoletto rosso. Vicenzella avea lasciato di far la calza, ancora tutta pallida dì collera soffocata.
—O Vice', Vice'—strillava la piccolina, attaccandosi alle sue gonnelle,—raccontami un racconto.
—Non ci ho la testa, Fortuné, lasciami stare.
—Sì, sì, raccontami il fatto dellaBella mbriana.
—Senti, Fortuné, se ti contenti, la sorella tua ti da un soldo, e tu ti compri una bella cosa.
—Che mi compro, che?
—Un soldo di nocciuole infornate? Ne hai tante!
—No, no.
—Un soldo di caffè?
—No, no.
—Un soldo di fichi d'India, ne hai due.
—Sì, sì, dammelo.
E Fortuna scappò via, verso il fondo di Santa Lucia, per comprarsi un soldo di frutti freschi e insipidi. Vicenzella guardava in su verso il Gigante, con la faccia bruna, di un bruno affocato di rosso, dove non compariva sorriso.
—Vice'—disse Aniello, il marinaio, dammi un carboncino per accendere —la pipa.
—Tenete,tata,—fece Vicenzella, sollevando la pignatta.
Aniello era scalzo, vestito semplicemente di un paio di calzoni di tela bianca che gli arrivavano a metà gamba e di una camicia portata come una blusa sopra i calzoni: si vedeva il bruno petto villoso: sulla testa un cappellaccio di paglia, tutto sfondato. Era salito su dalla spiaggia di Santa Lucia, veniva dallo stabilimento di bagno dove faceva damarinaio, cioè da bagnino.
—Gesualda?—disse lui.
—Va esigendo denaro.
—E Fortuna?
—È andata a comperare un soldo di frutta.
—Mi meraviglio che non ci è qua don Ciccillo,—disse il bagnino.—Starà facendo il bagno, con quella ragazza.
—Quale ragazza,tata?
—Non lo sai? Mi ha detto Gaetano, il compare mio, quello dello stabilimento delSole, che ieri don Ciccillo ci ha accompagnato una ragazza, una bella ragazza, con lo scialletto e la frangetta sulla fronte.
—Non può essere.
—Come, non può essere? Gaetano non è pazzo.
—Non è pazzo, ma quello che vi ha detto,tata, non può essere.
—Lo ha visto coi propri occhi!
—Santa Lucia non lo assiste: questo che ha detto, non può essere.
—E va, che sei una bestia!
Il bagnino si allontanò, scese la scaletta che porta sulla riva:Vicenzella crollava il capo, come se niente avesse potuto convincerla.Ma l'impazienza la faceva fremere: e mentre guardava in su, verso ilGigante, immergeva macchinalmente lo schidioncino nella pignatta, dovebolliva il polipo nella sua acqua di mare.
Erano le undici, la via di Santa Lucia era tutta presa dal sole, Vicenzella non stava più alle mosse: Fortuna, seduta per terra, accanto a lei, dormicchiava. Come l'ora del mezzodì si approssimava, la vendita del polipo cotto cominciava. Vicenzella aveva tre o quattro piattelli di cretaglia bianca, sul parapetto della via: appena un avventore si presentava, ella immergeva lo schidioncino nella pignatta, ne traeva un pezzo di polipo, tutto riccio e lo metteva sul piattello, aggiungendovi un pezzo di galletta, già molle, e una cucchiaiata di brodo rosso. L'avventore, in piedi, chiacchierando, mangiava con le mani il saporito e tenace frammento di polipo, poi accostava le labbra al piattello e sorbiva il brodo. La porzione semplice costava due soldi, la doppia quattro soldi. Vicenzella, misurava con equità la porzione, non si confondeva, non esitava: in un momento ebbe intorno due o tre muratori che lavoravano al Chiatamone, un ostricaro, un postiglione di tramvai: ella si sbrigava, assai seria, non dando retta alle parole di quelli che le facevano la corte, stringendosi nelle spalle, con un moto di superbia e di disprezzo, buttando i soldi nel taschino del grembiule. Quando venne Franceschella, la venditrice di acqua sulfurea, per avere due soldi di polipo, non ve n'era più.
—È finito adesso adesso,—-disse Vicenzella, mostrando la pignatta dove solo un po' di brodo restava.
—Buona giornata, allora?
—Buona.
—Beata te! Con questa paura della malattia, che Dio ci scampi, nessuno beve più acqua sulfurea. Non facciamo niente: e sì che ho promesso il voto alla Madonna della Catena, se mi riesciva una buona stagione. Che ci vuoi fare? Non isposerò neppure quest'anno.
—Ma Carluccio fa ancora il soldato?
—-Lo fa sino a Natale: poi, torna. Mi ha scritto la lettera. Ciccillo non ha fatto il soldato?
—No: il governo non lo piglia, è figlio unico di madre vedova.
—Quando vi sposate?
—Ci vogliono i soldi,—disse Vicenzella, con una malinconia profonda.
—Non li fai, tu?
—Li fo, li fo….
—Ebbene?
—E poi se ne vanno. Non ci è che fare.
—O che brutta sorte! Basta, tu non hai più polipo e io vado a comperare due soldi di pesce fritto. Vicenzella aveva ricoperto il fuoco del focolaretto e in una conchetta di creta, sul marciapiede, lavava i piattelli e la pignatta: poi li mise ad asciugare al sole, sul parapetto largo. Ora, in piedi, dopo essersi passate le mani sui capelli giallastri, contava i soldi che aveva fatti, e prendeva le mosse per partire.
—Vicenze', io vengo con te,—mormorò la sorellina.
—Sì, sì,—disse Vicenzella, impazientita, rimettendosi i soldi in saccoccia.
Ma un giovanotto tutto agghindato si fermò innanzi a Vicenzella.
—La grazia vostra,—disse lui, toccandosi il cappello alla sgherra.
—Padrone mio, Pascalì.
—Vi debbo fare un'imbasciata.
—Vi manda Ciccillo?
—Sissignore, vi saluta assai assai e vi fa sapere come lui non ha potuto venire, perché ci è stata una combinazione di certi amici, che lo hanno invitato in una trattoria: e che si trova là e vi prega, se potete mandargli un paio di lire, perché non vuol far cattive figure. E vi saluta tanto e vi manda a dire come lui, fra una mezz'oretta, è qua.
—Queste sono le due lire, Pascalì.
—Vi saluto: e grazie.
—Ciccillo viene?
—Fra una mezz'oretta è qua.
—Salutatemelo, Pascalì; ditegli che scusasse, se sono tutti soldi.
—Non fa niente.
Ella restò pensosa, un momento, mentre Pasqualino se ne andava, facendo scricchiolare le sue scarpe. Poi, traendosi dietro la sorellina, attraversò la via, aprì la porticina di un basso e ne trasse fuori un cestino ed un banchetto: Fortuna le portò il banchetto, riattraversarono la strada, ritornarono al loro posto, sul marciapiede. Ora, tenendosi il banchetto innanzi, accovacciata per terra, Vicenzella traeva le noci fresche dal cestino, e vi batteva su, presto presto, con un pezzo, di legno, per staccarne la scorza verde. La scorza verde gocciava acido gallico e le dita di Vicenzella si facevano nericcie, mentre ella formava dei castelletti di sei noci e di dodici noci, aperte, lasciando vedere il mallo bianco.
—Dammi una noce, Vicenze'.
—Tieni.
Dopo averle aperte tutte tutte, Vicenzella mise il banchetto innanzi alla sua sedia e si pose a sedere. Guardava in su, dalla parte del Gigante, se Ciccillo comparisse. La vendita delle noci, sulle prime, andò scarsamente: venne una serva del vicinato, ne voleva otto per un soldo e le deprezzò, erano o fradicie o insipide.
—E perché ci vieni qua?—le disse selvaggiamente Vicenzella.—Rompiti le gambe in un altro posto.
—Così speriamo, di vederti morire uccisa!—esclamò la serva, andandosene.
Un vecchio pensionato, invece, ne comprò due soldi, non leticò sul numero, ma le scelse una per una, disfacendo i castelletti. Pazientemente Vicenzella li rifaceva, domandando a sè stessa, mentalmente, se la mezz'oretta era passata. Giusto, i bambini uscivano dalla scuoletta di don Ferdinando, l'ex capitano borbonico: erano le tre, dunque. I bimbi circondarono il banchetto di Vicenzella, strillando, pestando i piedi, mentre ella cercava di quietarli, fermando le loro mani impazienti: uno specialmente, voleva due centesimi di noci, voleva a forza quattro noci, piangeva, singhiozzando, stringendo convulsamente il due centesimino. Essa gliele dette, egli se ne andò, saltando. Già una striscia di ombra si allungava sulla via di Santa Lucia, e la gente vi s'infittiva: una lieve ombra si distendeva anche sulla faccia di Vicenzella. Aveva vendute tutte le noci, anche. un castelletto di piccolissime, anche un castelletto di fradicie: e restava inerte, con le mani sotto il grembiule, non perdendo mai di vista la discesa del Gigante, donde Ciccillo doveva venire. Fortuna era andata a giuocare con la bambinella di Mariagrazia l'acquaiuola, quando una donna si avvicinò a Vicenzella. Era una donnina magra e bruna, con un filo di coralli rossi al collo, e un vestito di percallo giallone.
—Salute, Vice',—disse, deponendo per terra una canestra vuota.
—Sei stata a portare la biancheria?
—Già: torno adesso da Porta Capuana.
—Hai esatto?
—Ma che! Figurati che ho scambiato una camicia alla signora e non ha voluto pagare. È proprio una disperazione. Stasera, vedi, avevo promesso a Ciccillo, a quel povero fratello mio, così buono, di fargli certi maccheroni con le alici e con l'olio, che gli piacciono tanto. Sta fresco! Pane e acqua se li vuole.
—Gli piacciono assai?
—Assai.
—Questi sono venti soldi, Carmela, fagli trovare i maccheroni.
—E che vuoi fare? Se lo sa lui, mi grida! Io non li prendo.
—Fammi questo favore, non glielo dire, prendili: me lo fai proprio per piacere.
—Sì, ma te li restituirò.
—Sì, sì, purché li prendi, ora. Digli che venga, poi, stassera, che non se lo scordi.
—Glielo dico, glielo dico.
Anche Carmela sparì, con un passo rapido, portando la canestra vuota della biancheria sul fianco. Già il tramonto discendeva sul mare e sulla strada, ma Ciccillo non era comparso, non compariva. Gesualda era tornata, col suo passo di oca grassa, col suo pugno pieno di soldi: e si era portata con sé Fortuna, in casa, per cucinare un po' di pranzo. La piccolina venne a cercare quattro soldi a Vicenzella, per sua matrigna.
—Non li ho.
—Come non li ha?—-gridò la matrigna, coi pugni sui fianchi.
E venne sulla strada.
—Dammi quattro soldi, Vicenze'.
—Non li ho.
—Non è vero, bugiardona.
—Non li ho: e se li avessi, non ve li darei.
—Sì, per darli a quello straccione, a quel briccone, a quello scroccone! Ora fa all'amore con una sarta, fa.
—Non è vero.
—Me lo ha detto la mamma.
—Non è vero.
—Bene, lo vedrai.
—Se lo vedo, non lo credo.
—Sai che vi è di nuovo? Chi non mi dà niente, non mangia: oggi, non mangi.
—Non mangio.
—Sei birbona come tua madre, la buon'anima.
—Se non ve ne andate, vi misuro lo zoccolo in fronte, ma'.
—Sei capace di tutto: ma tu, stasera, non mangi.
Difatti, poco dopo, Gesualda mandò Fortuna a chiamare il padre, allo stabilimento. E si misero tutti tre, intorno a un largo piatto di maccheroni. Vicenzella andava e veniva, preparando certe sue cose per la sera.
—Perché Vicenzella non mangia?—chiese il padre.
—Non ha fame,—disse brevemente Gesualda.
—Non ho fame,—disse Vicenzella.
E se ne uscì. Aveva riportato in casa tutti gli arnesi che le erano serviti per la vendita dei polipi e delle noci. Ora, al suo posto, aveva trasportato un piccolo braciere di creta, dove un fuocherello di carboncini ardeva: e sul fuocherello avea messo a cuocere le spighe di granturco. Con acuto e appetitoso odore le spighe si arrostivano e macchinalmente, con un ventaglio da un soldo, Vicenzella soffiava sul fuoco. Più che mai, ora, ficcava gli occhi nell'ombra, per vedere se colui che aspettava dalla mattina, spuntasse. Non badava ai golosi pescatori che venivano a comperare le spighe arrostite, due per un soldo, non badava alle parole di Maria Grazia, l'acquaiuola, che cenava con un soldo di spighe e le diceva di lasciarlo stare, Ciccillo. Ora, non aveva più pace e tutte le parole che aveva udite contro il suo innamorato, dalla mattina, le ritornavano in mente, cattive, crudeli.
Una comitiva di studenti che avevano fatta una scommessa, volevano delle spighe: essi avevano fatto cerchio, aspettando che si arrostissero, scherzando con Vicenzella, che li guardava senza rispondere, seriissima, quasi truce. Ma ad un tratto, una visione le passò fugacemente innanzi agli occhi: le parve di vedere intram, Ciccillo, Ciccillo suo, accanto a una ragazza con lo scialletto nero e la frangetta bionda sulla fronte. E senza curarsi delle spighe che si abbruciavano, degli studenti che aspettavano, ella si mise a correre, dietro iltram, come una pazza, stringendo nella saccoccia il coltellino affilato con cui tagliava il polipo, la mattina. Ma iltramfuggiva: e i viandanti si fermavano a guardare questa popolana che lo inseguiva.
Quando arrivò alla piazza Vittoria, iltramera fermo, lasciando discendere i passeggieri.
Un giovanotto e una ragazza discesero; si tenevano per mano, andandosene per la grande via che la luna illuminava. Cauta, silenziosa, feroce, Vicenzella li seguiva: e spasimava, un vapor rosso la faceva delirare. Quelli andavano, lenti, stretti, come perduti d'amore. Ella non resse. Li raggiunse, li divise:
—Assassino, assassino!—urlò come una bestia ferita.
—Ebbene?—disse Ciccillo freddissimamente,—che c'è?
Ella non rispose, guardandolo con gli occhi stralunati.
—Vattene subito a casa tua,—comandò lui.
—Me ne vado, me ne vado subito,—singhiozzò lei, implorando.
(Madame la marquise)
Nel mese di aprile, come rifiorivano le rose, nella piccola, irrequieta e capricciosa testina di Emma Lieti sorse un'idea che le parve subito di un'altissima importanza. Nell'improvviso eccitamento, ella scompigliò con mano distratta la fine aureola dei suoi bei capelli biondi, strinse nervosamente il laccio d'oro che le serrava alla persona la sua vestaglia di lana color avorio e fece l'invocazione suprema, cioè chiamò la cameriera. Questa Cristina, la cameriera, assai stranamente occupava un posto saldo e durevole nelle mobili simpatie e nelle fugaci tenerezze della padrona: molte cose e varie persone eran tramontate nella vita di Emma Lieti, senza ribellione sua e senza rimpianto, ma Cristina, la cameriera, restava all'orizzonte da varii anni e un poeta di stampo antico avrebbe detto che ella non conosceva occaso. Cristina, chiamata, non accorse immediatamente: e allora, donna Emma Lieti quasi si sospese al cordone del campanello—giacché ella odiava esteticamente i bottoni elettrici—non potendo sopportare l'aspettazione. Infine, la desiderata giunse, nel suo vestito nero, nel suo gran grembiule di batista bianca guarnito di merletti, e con la sua aria indifferente e stanca.
—Scusi, signora: ero dietro a riporre della biancheria negli armadii.
La biondina andava su e giù, sempre inquieta, battendo sui tacchetti d'argento delle sue scarpette bianche, di un bianco d'avorio.
—-Senti, Cristina, senti…. tu devi fare una gran cosa….
—Eccomi qua.
—Tu devi cavare dagli armadii, dalle casse, da dovunque si trovano, i miei vestiti di primavera e d'estate, dell'anno scorso…. Tutti, tutti! E anche i mantelli, le mantelline, le sciarpe, i cappucci; e anche i cappelli, gli ombrelli, i ventagli…. quanto mi è servito, l'altr'anno, dal maggio a settembre…, hai bene capito?…
—Ho capito…. dove metterò tutta questa roba?…
——Nel salone, sulle poltrone, sui divani, sulle sedie, come in una esposizione, così io potrò veder tutto.
—Ci vorrà del tempo, signora.
—Senti, Cristina, tu devi far questo per questa sera. Io ho bisogno urgente di sapere quello che ho di buono, ancora, quello che debbo smettere e quanti vestiti nuovi mi sono di assoluta necessità. Va là, che vi sarà una larga parte per te: mi rammento di non aver conservata troppa roba. Questa sera, Cristina….
—La signora sarà servita—disse la cameriera, senz'apparire lusingata dalla promessa, a cui teneva molto invece.
—Capisci, Cristina, che soltanto questa sera, io ho un po' di tempo, per questa rivista. Sono sola, non vado in teatro e dopo pranzo non verrà nessuna visita: speriamolo! Non vorrei esser disturbata in questa faccenda che è molto grave. Nel caso, farai dire che sono uscita…. debbo risolvere il mio grande affare e non voglio seccatori….
Tutta la giornata Emma Lieti non pensò che alla rivista della sera, con una sottile ansietà che aumentava il suo piacere. La frivolissima donna aveva sempre provato, da giovinetta, le più vivide sue gioie al contatto di un vestito, all'aspetto di un cappellino, innanzi a un mantello di forma originale: e la sua gioia ne domandava subito il possesso, tanto che ella aveva un numero strabocchevole di abiti, di cappelli, di mantelli e non desiderava altro che di aumentare questo numero, e il solo aprire una scatola, una cassa, un armadio le dava un sussulto di voluttà. Biondina, pallidina, non magra, anzi rotondetta, ella si facea rosea, toccando una stoffa, abbassando gli occhi sovra una vetrina, guardandosi in uno specchio, con una veste nuova. E le sue vesti erano sempre nuove: ella non aveva il tempo di affezionarsi a nessuna di esse, che la smetteva: le sue amiche povere, Cristina, tutte le famigliari di casa, ricevevano dei doni insperati e superiori alle loro aspirazioni: il guardaroba era sempre pieno zeppo di vesti, e ogni tanto Emma Lieti scrollava la testolina pensando che mai si sarebbe interamente disfatta dei suoi vestiti vecchi che aveva indossato quattro volte! Specialmente quelli da ballo che non si sciupano mai, restavano sospesi in lunga fila, nei loro sacelli di percalla, vedendosi solo il corpetto di stoffe delicate adorno di molli trine, col cordoncino raccolto in una matassata: ogni anno, altri vestiti da ballo venivano a raggiungere quelli antichi e la fila cresceva, cresceva. Giammai, schiudendo le grandi porte del guardaroba, guardando quei sacelli dove erano raccolti gli strascichi sontuosi sulle sottogonne ricche di merletti, Emma Lieti pensava di farsi un vestito di meno, di portare, magari rifatto, il vestito dell'anno prima. Questo, lei, giammai! Era nata frivola, prodiga, adoratrice di tutte le fallaci bellezze della moda, così morrebbe.
Ora, con quell'ordine dato a Cristina, Emma Lieti si era procurata una buona serata. Dopo aver pranzato nella gran sala da pranzo, adorna austeramente nello stile di Enrico II e a cui dava risalto un gran quadro d'animali di Rosa Bonheur, dopo aver preso il caffè, tutta sola, nel suo salottino personale dove una stoffa Pompadour alle pareti e sui mobili s'intonava così perfettamente con la sua bellezzina bionda e pallidetta, con la sua grazia un po' minuta, ella si levò e passò nel grande salone da ballo, bianco e oro, dove le laboriose e sapienti mani di Cristina avevano disposto tutti i vestiti di primavera e di estate dell'anno prima. Con quella preziosa cura che le assicurava il costante affetto dell'incostante Emma Lieti, Cristina vi aveva unito tutto, persino le scarpette da ballo estivo e da campagna, persino i costumi del bagno, persino il cappelletto delle escursioni in montagna. Ed entrando, per avere una impressione generale, Emma che era abbastanza miope, coi suoi occhi bigi e carezzevoli nel loro sguardo un po' vagante, non adoperò l'occhialino; ed ebbe un moto di piacevole stupore. Sette od otto candelabri accesi versavano la loro piena luce sui vestiti, sui mantelli, sui mille complementi della beltà femminile e tutto il salone era occupato, nella sua grandezza! Non credeva, non supponeva neppure di aver avuto e di aver cambiati tanti abiti l'anno prima, ed ebbe un senso di grazioso imbarazzo.
—Quanta roba!—mormorò, fra la giocondità e la preoccupazione.
—Ce n'è della buonissima,—soggiunse Cristina, che l'aveva seguita e che aveva sempre l'aria di dar consigli di saviezza.
—Vediamo,—disse Emma.
E schiuse l'occhialino stretto e lungo di tartaruga su cui, in cifre, di brillanti, vi era il suo motto, spagnuolo:Nada. Essa guardò intorno, pian piano, passando da un oggetto all'altro con una lentezza per lei piena di sapore. Giacchè i suoi vestiti, i suoi mantelli, i suoi cappelli, formando una così stretta parte, non solo con la sua persona, ma col suo cuore e con la sua anima, le riapparivano innanzi, non già come tanti metri di stoffa tagliati in una foggia più o meno bizzarra, ma comme lembi della sua esistenza. Il vestito delle corse, dell'anno prima, era di merletto nero ricamato di pisellini di seta azzurra, sovra una gonna di raso nero e con una gran cintura di seta azzurra: in quel giorno delle corse, ella si era sentita così giovane e così gaia, e aveva dato tanto volentieri delle primole azzurre a Massimo Dias che la corteggiava così strettamente, da due mesi. Quest'anno ella avrebbe avuto un altro vestito, molto chiaro, di un verde pallidissimo, una vera audacia, per una persona bionda: e Massimo Dias era partito, dall'autunno, per l'ambasciata di Pietroburgo, dove era addetto. Quel vestito di broccati lilla, corto, ma molto ricco, era servito, l'anno prima, per assistere al matrimonio di Giovannella Casacalenda, un matrimonio di convenienza, dove la sposa era così smorta e aveva pianto nelle braccia di Emma Lieti, mentre costei si commuoveva profondamente, a quelle lacrime: il vestito restava, testimone di un minuto intenso di fraterna tenerezza, mentre Giovannella Casacalenda, ora, presa la sua decisione, era una delle rivali di Emma Lieti, nel campo della moda, e delle conquiste di società. Oh, non si faceva vincere tanto facilmente la biondina dalle manine incantevoli e dai piedini deliziosi, la piccola donna dalla testa arruffata come quella di un uccello! Ognuna di quelle vesti, di primavera, di estate, costumi di lanetta inglese da mattino, leggieri abiti bianchi da passeggiate serotine, gonne e, giacchette dalawn-tennis, vestiti di merletti da visite di gala, costumi per andare in barchetta, col gran goletto aperto alla marinaia e il berretto bianco, abiti per camminare, per ballare, per salire sui monti, per fumare una sigaretta, sulla terrazza di una villa, tutti quanti, sfarzosi o eleganti, corretti o capricciosi, le rammentavano una conversazione, una figura, una parola di amore, qualche piccolo amore. Piccolissimo, anzi: come poteva andare d'accordo col cuoricino fallace di Emma Lieti, con la sua fantasia saltellante, con la mobilità invincibile del suo spirito. Un po'di tenerezza e un po' diflirt, ecco tutto. Poi, l'uomo partiva o la signora partiva: o egli era preso da una più viva passione, altrove, mentre ella si precipitava nervosamente in un altro capriccio, così tutto finiva, benissimo, e restava solo il vestito a ricordare che, in un meriggio sul mare, o in una sera stellata, qualcuno aveva detto all'orecchio di Emma Lieti le sacre parole dell'amore ed ella aveva udito queste parole ondeggiarle nell'anima trepidante! Un po' sorridente, ella aveva, con le sue piccole mani, raccolti insieme un vestito di seta cruda, un costumino di lana bigia e una mantellina di merletti e giaietti neri:
—Prendi,—aveva detto a Cristina,—sono tuoi.
—Grazie,—rispose la cameriera senza troppa espansione.
—Prendi, prendi,—e con le mani prese da un tremore di generosità, le gittò sulle braccia degli altri oggetti, un cappellino, una cintura di cuoio, un ventaglio.
La cameriera ringraziava, con un principio di sorriso: s'intravvedeva in lei un'esitanza, forse un desiderio.
—Vuoi qualche altra cosa?
—La signora è così buona…. perché non mi dà quel vestito….
—Quale?
—Quello color crema, a fiorellini rosei?
E avviandosi verso una poltrona, lo indicò alla padrona. Il vestito di una seta leggiera e molle, molto fine, era fatto di una gonna con un'arricciatura, al basso; un po' increspato sui fianchi; e il corpetto era coperto da una mantellina della stessa seta, molto arricciata. Giaceva sulla poltrona, in un mucchietto, quasi: e la mantellina pendeva sul bracciuolo, come se fosse stata buttata via. Con l'occhialino dove era scrittoNada, cioèNulla, Emma Lieti guardò la veste di seta, mentre dalle sue labbra era sparito il sorriso e tutto il suo volto di bambola bionda e frivola, senza sorriso, pareva invecchiato, d'un tratto.
—Vede?—disse Cristina,—è tutto macchiato di pioggia.
—Sì, è macchiato di pioggia,—rispose macchinalmente la padrona.
—Ed è impossibile che lei lo metta di nuovo.
—Proprio impossibile….—soggiunse la frivolissima donnina, con una voce immensamente triste.
Era con quella veste di seta che Giovanni Serra, vedendola tutta bionda e gentile, tutta piccola e graziosa, tutta fine e giovanile, con un gran cappello di merletto crema, col vento che sollevava e gonfiava la molle stoffa, in quella veste le aveva dato, il più buono, il più onesto, il più innamorato de' suoi adoratori, le aveva dato il soprannome poetico e quasi fragile dimadame la marquise. Dinnanzi al tessuto chiaro e morbido su cui si delineavano delicatamente i fiorellini rosei, Emma Lieti vedeva risorgere nella sua immaginazione la sola figura degna di uomo, incontrata, nella vita, quel Giovanni Serra dai fieri occhi d'un azzurro d'acciaio, dalla figura snella ed elegante, dai capelli che erano passati al castano: quel giovane adoratore così ardente, e così mite, così geloso e così indulgente, così austero per i terribili e continuati peccati di frivolezza che ella commetteva e così disposto irresistibilmente a perdonarglieli. La veste di seta dai tenui colori le rammentava quell'uomo che solo aveva osato rimproverarle l'infinita nullità della sua vita e la freddezza del suo piccolo cuore muliebre, e l'ipocrisia dei brevi amoretti, e la misera dispersione sentimentale della sua esistenza. La morbida veste abbandonata e sempre graziosa, su quella poltrona, le rammentava i suoi soli momenti di pentimento, la volontà, ahimè, fallace, di sottrarsi all'avidità, alla leggerezza, al capriccio. La veste esisteva, come cosa viva, come testimone quasi palpitante di un passato non lontano, ma la buona, tenera, austera voce, ecco, era taciuta per sempre e il piccolo mobile cuore era ricaduto nella frivolità e nella aridità, per sempre.
Eppure la cara piccola donna che portava così dolcemente il nome dimadame la marquiseaveva amato con sincerità e con profondità Giovanni Serra. Per un giorno soltanto, è vero: ma tutte le ventiquattr'ore erano state sue, di questo amante così giusto e così misericordioso, così appassionato e così leale. Per mesi e mesi, per un lungo volger di tempo, Giovanni Serra aveva amato invano, sentendo volta a volta la tenerezza, la pietà e il disgusto per quella creatura che nulla aveva di stabile e nulla di serio, in sè, per questa leggiadra donnina che aveva una volubilità disperante, per quest'anima senza forza e senza nobiltà: ma niente, niente aveva potuto distaccarlo da una immagine così seducente, da un fantasma così infinitamente caro. Paziente, amoroso, Giovanni Serra aspettava sempre che una grande ora venisse, un'ora trasformatrice che fondesse l'impuro metallo dell'anima di Emma Lieti e rigettandone le scorie, ne traesse il divino gioiello dell'amore; mentre la capricciosa donnina seguitava a cambiar vestiti, ad amoreggiare superficialmente, aflirtare, a mutar cappellini, mentre ella sorrideva e rideva di lui, chiamandolol'homme qui attend. Una sublime speranza, certo, sosteneva il cuore di quell'uomo, giacché cento volte egli avrebbe dovuto ritrarsi, ributtato da quella civetteria vibrante e pur glaciale, da quell'abbandonarsi, anche di passaggio, a tutte le parole d'amore mormorato, da quell'impiccolirsi nel continuo variare di vesti, di foggie, di mode.
Nè questa sublime speranza era un inganno; poichè in un giorno inaspettato, impreveduto,madame la marquisefu quella che aveva per tanto tempo invocata e desiderata Giovanni Serra e in quel giorno ella lo amò, con tutto il suo cuore, con tutta sé stessa. Non più di un giorno: ma completamente, come per una vita intiera.
Sola nella gran luce del salone, Emma Lieti si chinò a toccare la veste di seta, quasi fosse un talismano. Ella portava quel vestito, nel gran giorno, quando egli era giunto alla Villa delle Rose, in un'alba di maggio. Ella gli era andata incontro nel viale tutto imperlato di' rugiada e vedendolo apparire, aveva sentito un sussulto ignoto: con gli occhi, Giovanni Serra le aveva domandato se eran soli: sorridendo, senza parlare, ella aveva risposto di sì: e sotto gli ontani verdi egli aveva abbracciatamadame la marquiseche rideva teneramente. Ah in quel momento, ella sentì che tutte le istorie amorose e appassionate non erano una fola di scrittori, come aveva sempre creduto. Per la giornata odorosa di maggio, nel giardino come alla campagna, nella casa magnifica, come in una capanna, ella restò attaccata a lui, con un abbandono della sua piccola persona al saldo braccio di colui che l'amava. Emma Lieti ebbe, negli occhi, nel sorriso, nella voce, negli atti, la manifestazione di un'anima tutta nuova e fresca, una bontà amorosa, una dolcezza amorosa, una fiducia amorosa, un'infinita tenerezza amorosa che giammai erano esistite in lei.
Quello che disse, quello che fece, ogni sua manifestazione portò il suggello divino che solo gli amanti riconoscono e che gli indifferenti invidiano: l'impronta indelebile della passione, unica e viva. Insieme, andarono lontani, nella campagna, e ella non temette di guastare le sue deliziose scarpette dalle fibbie antiche, né di impolverare le sue fini calze di seta donde traspariva il roseo del piede:madame la marquiserideva degli spini, della polvere, delle pietre, mentre il suo amante fremeva di gioia a quel riso e baciava la cara piccola donna sotto gli alberi frementi al ponente che veniva dal mare. Poi, le nuvole si addensarono un poco: il cielo si oscurò: essi, ridendo, amandosi, adorandosi, crearono un ricovero di una capanna dal tetto sfondato: ma ne uscirono subito, per correre sotto una grande quercia: pure, la pioggia li colse e tutta la veste di seta fu bagnata.Madame la marquisefu così lieta e così felice per quella pioggia che le rovinava la sua bella veste e batteva i suoi piedini in terra e il suo amante, in quell'ora, credette di morire d'amore!
Tutto un giorno, ella fu sua, come egli l'aveva sognata per anni e come ella non aveva mai supposto potesse essere, tanto si sentiva indegna e fallace e perversa. Ella fu nella sua massima bontà senza perfidie, nella massima sincerità senza ipocrisie, nel massimo abbandono senza restrizioni. Giovanni Serra vide, per ventiquattr'ore, nell'alba come nel meriggio, nel vespro come nella meravigliosa notte indimenticabile, una donna nata e germogliata come un magnifico fiore, per una intensa e breve ebbrezza. Quello che vi è di amore in un lungo spazio di tempo e in cento cuori diversi fu raccolto, dalla volontà del destino, in una sola coppa, perchè egli conoscesse di non aver vissuto e di non aver amato invano. La piccola bionda pallida e fine ebbe tutte le bellezze ed ebbe tutte le grazie, senza che mai una sola traccia dell'antica donna deturpasse la divina immagine di quelle ventiquattr'ore. Ah ella ricordava,madame la marquise, di aver ricondotto l'amante suo, nell'alba seguente, dieci volte in capo al viale rorido, donde egli doveva partire, e di avergli dieci volte, trattenendolo, ripetuto le parole di Giulietta, di averlo dieci volte scongiurato di restare, mentre egli partiva, pallido, col cuore schiantato: poichè ella giurava di amarlo sino alla morte, ma l'uomo intendeva che tutto era finito.