* * * * *
Ardevano i candelabri del salone. Crollata in terra, col capo perduto nelle pieghe della veste di seta, con le braccia prosciolte,madame la marquisepiangeva, macchiando di lacrime la molle stoffa già bagnata dalla pioggia, nella gran giornata. Ella piangeva, inutilmente.
(Madame Héliotrope).
L'ultimissima e febbrile eccentricità di Luisa Cima era il giapponesismo: e minacciava di superare tutte le altre a cui si era abbandonata la giovane donna, nel suo insaziato desiderio di originalità. La penultima stravaganza era consistita in una immensa, mostruosa collezione di francobolli per cui Luisa Cima aveva delirato graziosissimamente un anno, spedendo agenti in tutta l'Europa, viaggiando lei, facendo la caccia al francobollo con l'ardore più selvaggio e uscendo vittoriosa dopo le lotte più accanite con gli altri collezionisti, più o meno deliranti come lei: infine, si era stancata e aveva dichiarato che nulla è più stupido di una collezione di francobolli ed è un cretino chiunque se ne occupa. L'ultima stravaganza, per citare così le due più prossime, era stato l'alpinismo: Luisa Cima aveva trionfato della sua naturale pigrizia e, vestita di bigio, con gli stivaletti ferrati, col bastone ferrato, con gli occhiali azzurri, aveva scalato prima le altezze più facili, poi le più difficili, aveva camminato sui sassi e sul ghiaccio, aveva dormito in tutti i rifugi e segnava sul suo taccuino una delle ascensioni più pericolose, quella delleGrandes Jorassessul Monte Bianco: dopo di che, tornata a casa, col viso escoriato dal freddo, con gli occhi ammalati di oftalmia, aveva deposto per sempre l'alpenstocke si era dichiarata un'alpinista della pianura. Ella non visse normalmente, come tutte le altre donne, che un paio di mesi e l'esistenza le parve subito la cosa più sciapita, più scialba e più soffocante. Per sua fortuna venne a salvarla dalla monotonia e dalla volgarità, questo innamoramento subitaneo del Giappone, innamoramento appena nato diventato gigante, come accadeva sempre nel temperamento eccessivo di Luisa Cima e nella sua immaginazione sempre pronta al più amabile e al più innocuo delirio.
La cosa andò così. Tornò da un viaggio intorno al mondo un ufficiale di marina, Paolo Collemagno, amico d'infanzia di Luisa Cima, e fra gli altri doni esotici che le portò, vi fu una veste di crespo, giapponese. La veste era di un colore azzurrino molto pallido, come scolorito: e vi era tessuto dentro un disegno bianco e grigio di rami, di fiori e di uccelli, molto bizzarro, come appare alle fantasie europee tutto quello che esce dalle mani degli artefici dell'Estremo Oriente. La veste di crespo aveva la forma giapponese, perfetta: aperta innanzi, s'indossava come un accappatoio, incrociandosi poi, sul petto, con due risvolti, e riaprendosi un pochino, verso i piedi, facendo un po' di strascico rotondo e stretto, dietro. Alla cintura si serrava con una larga fascia che girava due volte intorno alla persona e che si annodava dietro, con un gran ciuffo. Ma le più strane e seducentemente strane erano le maniche, larghe, di una forma fra quadrata e triangolare, che si sollevavano come ali, che rialzandosi mostravano tutto il braccio nudo e che, riabbassandosi, coprivano le mani sino alla punta delle dita. Appena ebbe questa veste di crespo, Luisa Cima corse in camera sua a provarla: trovò che essa non rassomigliava a nessun'altra veste e che era, quindi, affascinante nella sua singolarità: riapparve a Paolo Collemagno tutta rosea di gioia, gli fece tre o quattro riverenze e gli chiese, con ansietà, se ella non sembrava una perfetta giapponese. Ora, Luisa Cima era una donna di media statura, mentre le giapponesi sono piccole: aveva dei piedini lunghi e snelli, mentre le giapponesi li hanno brevi e rotondi: era pallida, sì, non tendente al giallo: aveva gli occhi larghi aperti, non così curiosamente piegati agli angoli sotto l'arco curioso delle sovracciglia. Di giapponese, veramente, ella non aveva che i capelli nerissimi. Ma Paolo Collemagno la trovò così carina nel suo improvviso appassionamento del Giappone, ella girava intorno a lui con tanta grazia di movenze, che egli non esitò un momento a giurarle che ella era la più graziosa creatura che fosse mai apparsa in uno dei sobborghi di Yeddo, in una festa di notte, coi lucidi capelli neri legati in ciocche larghe, attraversati da spilloni e farfalle, portando in mano sospesa a un bastone, una lanterna di carta. D'altronde, da vicino e da lontano, Paolo Collemagno aveva sempre avuto un debole per la sua amica d'infanzia, Luisa Cima.
—Paolo, Paolo, trovami subito un nome giapponese,—ella disse, tutta fremente della sua novella eccentricità.
—Te lo troverò, non dubitare,—egli disse, ridendo, pigliandole le piccole mani bianche che escivano dalle grandi maniche e baciandole,
Luisa Cima lo trovò da sé, il nome. In un paio di settimane, con quella facilità e quella felicità che dà la fortuna, ella aveva riempiuta la sua casa di tutti i mobili giapponesi, utili e inutili, di semplice ornamento, quasi tutti, tanto è la loro fragilità e tanto il loro criterio è solamente quello del lusso. I suoi divani erano coperti da stoffe ricamate a draghi e a vegetazioni incoerenti: le pareti erano tese di rasi dipinti dove la gru, l'animale fantastico e pur familiare ai paesi del Sol Levante, appariva dappertutto: le sue tavole, le sue scansie, le sue mensole, ogni ninnolo piccolo, come ogni grande bronzo, ogni candelabro come ogni fermacarte, era del carattere più autentico. Ella beveva del tè in una tazzina di porcellana squisita e scriveva sovra quella carta che sembra fatta di un tessuto che mai si frange. In quanto alla veste di crespo, Luisa Cima non portava che quella e nulla era più piacente che vedere fra le grandi maniche che sembrano ali, le braccia rotonde e bianche. Paolo Collemagno che, ad ogni ritorno, voleva un po' più di bene alla sua amica, glielo diceva sempre: ella che anche lo amava, un pochino, lo udiva volentieri, ma purchè le parlasse del suo caro, del suo diletto Giappone. Pigliava per mano Paolo e, gravemente, lo conduceva ad ammirare tutti i paraventi dipinti ad acquarello, dove i fiori rosei del mandorlo mettono una eterna primavera, le doppie mensole di bambù, le scatole di lacca per i gioielli e per i guanti, quei grandi pugnali ricurvi o piuttosto sciabolotti nascosti in una guaina di avorio scolpita delicatamente, i vasi, immensi, dove appaiono processioni di piccoli galantuomini, dell'Estremo Oriente, verdi, azzurri e rossi sovra un fondo glauco e i piccoli vasi di Sahzuma sul loro fondo appannato di oro.
—Ti piace, ti piace?—gli domandava, nella sua gentile frenesia.
Egli sorrideva, contento di averle dato una febbre così mite e così interessante, e felice di vederla felice, poiché egli l'amava più di quanto credesse.
—E il nome, il nome?—le diceva, seguendola in quella vivificazione dell'esotismo più leggiadro.
—Lo troveremo,—rispondeva Luisa Cima.
Lo trovarono insieme, questo nome. Nelle sere di estate, presso la terrazza carica di gelsomini odoranti, essi avevano letto l'una accanto all'altro, con le teste che si toccavano, il libro di Pierre Loti:Japoneries d'automne. Era anche un ufficiale di marina, lo scrittore, e aveva lasciato nella patria delle persone care, eppure aveva amato il paese delle donne piccoline, degli uomini gialletti e delle casette che sì chiudono e si aprono come uno scatolino di domino. E il libro era anche così triste, poichè le due nostalgie vi formavano un insieme di tristezza; e Luisa e Paolo, talvolta, si fermavano, guardandosi, colpiti dalla medesima malinconia. Si amavano un poco, ambedue: ma non lo dicevano e ciò sembrava loro anche più delizioso, in quella libertà e in quella solitudine. E lessero anche l'altro libro giapponese di Loti:Madame Crysanthème, una storia di amore lontano, fine e malinconico, di una malinconia così sottile e così penetrante che Luisa e Paolo vollero rileggerlo, la seconda volta. E subito, vedendo che molti nomi di donnine giapponesi corrispondono a dei fiori, Luisa Cima trovò subito il suo:madame Héliotrope. Il fiorellino di così chiaro viola, di un profumo carezzevole nella sua acutezza, l'eliotropio, fu il suo fiore: ed ella non firmò altrimenti, e non volle che altrimenti la si chiamasse che col nome diMadame Héliotrope. Pure, a sentirselo dare da Paolo Collemagno, ella era presa, immediatamente, da una tristezza e mormorava, in quel francese che era stato sempre la sua lingua prediletta e che rimaneva prediletta:
—Pauvre madame Héliotrope!
Ora, accadde che Paolo Collemagno era diventato molto innamorato di lei e che, non potendo più tacerlo, glielo aveva detto: ell'aveva ascoltato questa confessione di un sentimento che già conosceva, con un misto di allegria e di mestizia. Anche ella era innamorata di Collemagno, ora più di prima. Prima, prima, quando eran giovanissimi ambedue, ella non aveva ceduto alla nascente simpatia, perchè un fidanzato o un marito che doveva partire spesso, che dovea rimaner lontano molto tempo, non le andava. Glielo aveva anche detto. O tutto o niente, in amore, come nelle altre cose della vita: ed egli si era rassegnato, tanto più che l'inclinazione non era ancora vivace, tanto più che egli adorava la sua carriera. Luisa Cima si era anche maritata, in un minuto di frenesia, con qualcuno che le pareva un uomo d'immenso talento nella politica, poichè ella, allora, non fremeva e non vibrava che per la politica. Aveva egli sofferto, colui che viaggiava nei mari lontani, quando lesse, in qualche giornale, la novella di quel matrimonio? Chi sa! Egli aveva chiesto ed ottenuto dei lunghi imbarchi, mentre, dopo tre o quattr'anni, il qualunque uomo politico di Luisa Cima moriva, a Roma, in tre giorni, colpito e atterrato da una di quelle febbri mortali; e Luisa Cima che era stata una moglie stravagantissima ma fedele, era una vedova dedita a una quantità di originalità consecutive, ma senz'amanti. Lentamente, ad ogni ritorno, le relazioni fra Paolo Collemagno e Luisa Cima si erano riannodate, e solo adesso, non più giovanissimi entrambi, egli le aveva parlato di amore con vivacità, con ardore. Anche essa lo amava; sorrideva, mostrando i suoi denti bianchi, dicendoglielo, ma i suoi occhi erano pieni di lacrime:
—Cher Paul, madame Héliotrope vous adore….—gli diceva, nel suo preferito francese dove aveva meno timidità a parlare di amore.
Ebbene, ella strinse con Paolo Collemagno uno stranissimo patto, senza il quale ella non avrebbe mai consentito ad amarlo. Aveva letto nel romanzo di LotiMadame Crysanthèmedi quelle unioni coniugali, che gli ufficiali di marina celebrano con qualcuna di quelle donnine dai piccoli occhi sorpresi e dai piccoli piedi che non sanno camminare, e che durano tutto il tempo della loro dimora a Nagasaki o a Yokohama: dopo, la nave da guerra riceve l'ordine di partire, gli sposi si separano, per non rivedersi mai più, senza lacrime e senza sospiri. Non è questo il fondamento del romanzo di Loti, di un sapore così orientalmente mesto? Metà scherzando, metà sul serio, ella propose la medesima cosa a Paolo Collemagno, come se si trovassero laggiù, in una di quelle minuscole case di legno bianco, il cui solo ornamento è una stuoia intrecciata e una scatola di té; metà sul serio, metà scherzando, egli disse di no, ella non era mica una minuta e vezzosa e leziosa giapponesina, da prenderla e lasciarla dopo sei mesi; e subito, molto sul serio, ella andò in collera, dichiarando che non se ne faceva niente. Ella si sentivamadame Héliotropesino alla punta delle unghie: e voleva esser come quelle: se no, no. D'altronde—e qui egli intese che vi era di segreto spasimo, in quel patto—ella non voleva legarsi per sempre a un uomo che doveva partire, che doveva restare lontano. Meglio prendere l'amore in ischerzo, allora, come al Giappone; meglio combinare un piccolo romanzo senza seguito. Così, più tardi, quando l'ordine di imbarcarsi sarebbe venuto, non avrebbero sofferto nè l'uno nè l'altra e ognuno avrebbe serbato un dolce ricordo.
Ahimè, egli fu debole e consentì, poichè l'amava moltissimo, poichè l'aveva sempre amata, nel fondo dell'anima, e aveva sognato solo di lei, nei lunghi anni di viaggio! Egli fu debole perchè l'adorava e perchè ella era irresistibilmente adorabile, e perchè, infine, egli si sentiva amato. Qual uomo, di fronte al compenso supremo, non accetta qualunque patto, col segreto desiderio, con la segreta speranza che il patto; per il destino, per la volontà istessa dell'amata, non si mantenga? Egli accettò l'amore come glielo offriva la deliziosamadame Héliotropeavvolta nella sua veste di crespo di un azzurro scolorito, coi suoi bei capelli neri rialzati a larghe e lucidissime treccie fermate da spilloni a farfalla: egli l'amava troppo, per non accettare tutto, dalla diletta donna.
Quanto tempo trascorse, così, nella casa dove l'arte dell'Estremo Oriente creava a colui che vi aveva viaggiato, tutto un sogno, tutta una visione lontanissima? Del tempo. Luisa Cima tenne lei, meglio, il patto, poichè ella amò con maggior convinzione e con maggior profondità, forse. Gli è che Paolo Collemagno, innamoratissimo come era dimadame Héliotrope, non temeva la sua partenza. Eglisapevache il patto di lasciarsi, di dividersi per sempre, senza che nè una lettera nè una notizia dell'altro arrivasse mai all'orecchio dell'una, non poteva esser mantenuto: egli sapeva che avrebbe sempre amato la sua prima ed ultima amica, da vicino o da lontano, e che sarebbe ritornato a lei, con tutto l'ardore represso nel cuore, più tardi e sempre. Non cosìmadame Héliotrope! Ella pareva perfettamente convinta che la loro unione temporanea sarebbe finita fra non molto per non riannodarsi più, mai più; ella si prodigava tanto e parlava del suo avvenire senza Paolo, con una perfetta disinvoltura. L'amante sorrideva e lasciava l'amata al suo gentile e ostinato capriccio. Quando due si amano, nulla li divide, neppure la loro volontà: e il patto sarebbe caduto. Così,madame Héliotropeera più ardente, più appassionata, più intiera, nell'amore che doveva avere una tanto breve scadenza: mentre Paolo Collemagno amava meno, sapendo, di dover amar sempre.
E l'annunzio della partenza fra un mese, fu accolto damadame Héliotropecon un pallore mortale, quasi la vita le fosse venuta a mancare: mentre Paolo Collemagno, benchè triste, era rianimato da una speranza costante e invincibile. In quel mesecette pauvre madame Héliotrope, come si chiamava da sè Luisa Cima, fu di una dolcezza snervante, di una vivacità nevrotica, di un languore dolente e tetro, dove si riflettevano le alternative di un'anima che soffriva nella sua essenza più intima. Pallida nella sua veste di crespo azzurro pallido come lei, ella restava le giornate intiere accanto a Paolo Collemagno, senza parlargli, tenendogli la mano, fumando qualche sigaretta oppiata per calmare i suoi nervi, dicendogli di tacere ogni volta che apriva la bocca. Egli voleva parlarle d'amore, dirle che quel patto non sussisteva, che egli l'avrebbe portata con sè, l'immagine cara, lontano lontano, che sarebbe ritornato a lei, più innamorato di prima, giacchè egli l'amava per la vita e per la morte: ma appena egli cominciava questo discorso, ella si turbava talmente, che Paolo non osava continuare. Dei due, ella affettava una tristissima gaiezza, o una forzata indifferenza, o una glacialità tetra; mentre egli aveva la tristezza semplice di chi soffre, ma non è senza speranza.Madame Héliotropetenne la sua parola. Ella non pianse e non sospirò: ma il suo pallore faceva paura, nella sua bizzarra veste di crespo che pendeva come un cencio, sul corpo abbandonato: e le povere braccia appena ebbero forza di sollevarsi dalle grandi maniche, per l'ultimo abbraccio.
—Fini, l'amour—ella balbettò, mentre egli spariva.
* * * * *
Il viaggio della corazzata dove era imbarcato Paolo Collemagno durò più di quello che egli credesse: ma in tutte le ore di pace, in tutte le ore di raccoglimento, egli pensava alla diletta donna, lasciata nella patria. Il viaggio si prolungò, molto. Che importa? L'uomo era innamorato e fedele e il patto non poteva sussistere. Non le scriveva, perchè ella non aveva voluto; ma l'amava, con tutta l'anima. Non aveva sue notizie, giacchè ella non voleva dargliene: ma l'avrebbe ritrovata al ritorno! Pure, fu un viaggio così lungo! A San Paolo, egli ebbe notizie. La letterina, scritta da una mano morente, sovra tenace carta giapponese, diceva:Cher Paul, cher Paul, cette pauvre madame Héliotrope se meurt de vous….
(Julian Sorel).
Egli saliva, lentamente, per via Nazionale, movendo i passi con fatica: e sul bel volto pallido, consumato, disfatto, vi era l'espressione di una mortale stanchezza. Andava con gli occhi bassi e le mani prosciolte lungo la persona, urtato, sospinto dalla gente che camminava in fretta ed egli pareva che nulla vedesse, nulla sentisse: solo, ogni tanto, squillava, passando, la cornetta deltramche ascende da piazza Venezia a Termini, e Julian Sorel sussultava a quel suono acuto, si voltava, si fermava e fissava coi suoi occhi smorti e dolorosamente stanchi il carrozzone, che traballava sulle ruotaie con un sordo fragore. Poi, Julian Sorel riprendeva la sua strada, sempre più lentamente, fermandosi a guardare le vetrine delle botteghe, i cui cristalli erano appannati dalla pesante umidità di quella mattinata di marzo: ma i suoi occhi avevano l'atonia, la stupefazione fredda di chi non vede. Pure, restò varii minuti dinnanzi a una mostra di giocattoli, guardando una fila di bambole dai capelli biondi come la stoppa, dagli occhi più azzurri di qualunque azzurro cielo, dalle guancie più rosee di qualunque rosa: bambole in camicia merlettata, o sontuosamente vestite di raso e di velluto, bambole impellicciate come grandi dame russe, bambole col loro corredo e con i loro mobili. Una nube di pianto venne a velare gli occhi aridi di Julian Sorel, innanzi a quella biondezza tutta ricca di stoffe, innanzi a quelle creature rosee cariche di adornamenti di lusso: ed egli dovette appoggiarsi allo stipite della bottega, per non cadere. Se ne staccò, più affranto di prima. Ma per quanto il suo passo fosse quello di chi non ha forza di raggiungere la meta o teme di raggiungerla, egli giunse all'angolo di via Torino, dove doveva voltare: si fermò, restò immobile, quasi incapace di giungere fino al bigio villino, che già si vedeva, fra la sottile fascia di verdi alberi che lo circondavano. Adesso, una espressione di spavento si era unita, sulla sua faccia, alla profonda stanchezza che ne trapelava: il grazioso villino sorgente fra i rami che cominciavano a fiorire, gli faceva paura. Fu in preda a mille esitazioni che egli attraversò quel breve spazio di strada; la sua mano, pigiando il bottone bianco del campanello elettrico, tremava. Un cameriere, ancora in giacchetta da mattina e con un grembiule di cotonina azzurra davanti, gli venne ad aprire:
—La signora dorme ancora?—chiese Julian Sorel, con una debole voce infranta, sperando tristemente di avere una risposta affermativa.
—No, Eccellenza: ha già chiamato da un'ora.
Gli aveva dato, è vero, dell'eccellenza, quel cameriere, ma lo aveva guardato con tanta freddezza disinvolta, si era avviato innanzi con tanta indifferenza, senza guardare neppure se Julian Sorel lo seguisse, che costui fremette di dolore, cogliendo subito con la sua sensibilità malata quella sfumatura di disprezzo, in quel servo. Julian Sorel aveva attraversato una grande anticamera e due salotti, ammobiliati col lusso più autentico, più austero, e più artistico e si era fermato nelhall, nel salone-serra, tutto coperto a cristalli e velato da sottili ma impenetrabili tende di garza orientale, tutto pieno delle piante più rare e dei mobili più ricchi e più bizzarri, distese sul pavimento le più morbide pelli e sorgenti da ogni vaso di rara porcellana di Delft o di Cina i fiori più esotici. L'aria vi era riscaldata, tiepida: e un assai strano e inebriante profumo era in quell'aria. Seduto in una poltrona di bambù, con i gomiti appuntati sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani, egli si abbandonava, direi, a tutto il suo accasciamento, senza levare il capo, senz'udire neppure il lievissimo passo di Gwendaline Harris; e la bionda e snella donna gli era avanti, lo fissava coi suoi freddi e brillanti occhi azzurri, più azzurri di qualunque cielo, passando le dita rosee e sottili nella piuma bianca volitante onde era guarnita la sua vestaglia di lana bianca, tutta ricamata di argento come una stola.
—Dunque?—chiese la voce fresca e nitida della donna.
—Oh Gwendaline….—egli mormorò diventando più pallido ancora, non reggendo a sostenere lo sguardo di quei glaciali occhi azzurri.
Ella si sdraiò, tutta bianca, in un divano di riposo bianco, coperto di cuscini di seta bianca così molli che vi affondò. Si vedevano i due piedini calzati di pianelle di velluto bianco con l'orlo di piuma e di calze sottilissime di seta nera, sottilmente ricamate di argento. La massa dei capelli biondi era sostenuta da un gran pettine, tutto seminato di minute perle, e due grosse perle bianchissime le pendeano dalle orecchie. Ella giuocava coi fili delle piume, pian piano, come un uccellino che liscia le sue piume. Il roseo della sua candidissima pelle era più veramente roseo di qualunque rosa.
—Dunque?—domandò, di nuovo, a Julian Sorel.
Costui non osò ancora rispondere, e la guardò con gli occhi preganti. Gwendaline crollò un poco la testa biondissima e si mise a giuocare coi suoi fulgidi anelli, che le coprivano le dita sino alla prima falange, sino all'indice, come a un idolo di Egitto.
—L'affare è andato a male?—chiese poi Gwendaline con la pura voce cristallina.
—A male,—egli rispose fievolmente.
—Per sempre?
—Per sempre,—egli ripetette come un'eco fatale.
Nessuna impressione di meraviglia, di tristezza, di pietà venne a turbare quel roseo volto di donna, quella nitida e serena fronte, quei gelidi occhi di cielo.
—Tu sei un uomo morto,—ella dichiarò, freddamente.
—Già,—disse Julian Sorel, terreo nel volto come un cadavere.
—Che sei venuto a fare, qui? Questo non è un cimitero e nessuno dei miei cofani antichi può servirti da bara,—disse Gwendaline, senza collera, alitando sopra un suo anello di opale per farlo ridiventare lucido.
—Ero venuto a salutarvi per l'ultima volta.
—E ieri sera, non ti avevo dettoaddio? Non lo hai capito?
—Non lo avevo capito: e avevo la speranza del banchiere Colzado, stamane….—egli mormorò, umilmente.
—Speranza inutile: ai morti nessuno dà denaro.
—Hai ragione,—sentenziò lui, a bassa voce, a capo chino.
Ella lo sogguardò stranamente. Pareva che misurasse la morale profondità di quell'abbattimento e che volesse sapere di che fosse capace quella immensa debolezza. Egli taceva, perduto, esausto.
—A che cifra ascendono i tuoi debiti?—ella domandò, a un tratto, con la voce fredda e limpida.
Julian Sorel alzò la testa e guardò Gwendaline, trasognato: quasi non avesse udito, o non avesse inteso.
—A che cifra ascendono i tuoi, debiti?—ella replicò, dominandolo coi suoi azzurri occhi glaciali.
—Non lo so…. non so…. non me ne parlare,—egli pregò fremendo, passandosi una mano sulla fronte.
—Tu devi duecentosettantamila lire, ho fatto io il conto.
Parve che le sillabe di questa dura frase battessero tutte sul cervello dell'infelice, perchè il suo volto si decompose.
—E non hai un soldo per pagare; e non hai più nessuna risorsa, le hai esaurite tutte; e non hai nessuna speranza di eredità, perchè ti sono morti tutti i parenti, nessuna speranza nel tuo lavoro, perchè non sai lavorare, sei stato un uomo dato all'amore e al piacere, nessuna speranza di affare, di speculazione perchè fra un mese, fra una settimana, tu sarai un fallito, un truffatore.
—Gwendaline, se mi vuoi bene, taci, taci….
—Io non ti voglio bene,—ella proclamò, ma quietamente.
—Se me ne hai voluto, taci, non mi uccidere tu….
—Io non ti ho mai voluto bene,—ella insistette a negare, serrando fieramente le belle labbra rosse e fresche.
Julian Sorel la guardò, con tale una novella disperazione negli occhi che la superba donna sorrise di orgoglio.
—Qualche volta…. mi hai detto che mi volevi bene….—egli balbettò.
—Ho mentito, naturalmente,—spiegò ella,—e tu sapevi bene che mentivo. Ti faceva piacere che io mentissi, ecco tutto.
—Sì, è vero, la tua bugia era la mia più grande felicità.
—……e così,—ella concluse,—tu hai speso tutto quello che possedevi e tu hai fatto duecentosettantamila lire di debiti per pagare questa bugia. Per questa bugia sei alla morte.
—Alla morte,—ribattè lui, aprendo le braccia, col gesto dell'ultima desolazione.
—Era una dolce e bella bugia, diciamolo,—riprese Gwendaline, incrociando i suoi piedini leggiadri, calzati finemente, delicatamente di nero e di bianco,—e vale la pena di morire per essa. Non sperare che i tuoi creditori ti lascino tregua! Tu devi fra cinquanta e sessantamila lire di denaro, a Giacomo Levi, a Francesco Sangiorgio, a Giovanni Lamarca, tuoi amici, che ti sei inimicati per sempre e che ti perseguitano assai peggio dei due strozzini, Pietro Toscano e Angelo Cabib a cui devi meno, molto meno, ma gli interessi sono saliti così in alto! Tu devi, poi, ai fornitori di Parigi, a Worth, a Morin, a Redfern, tutti vestiti che sono serviti per me e ti han fatto credito, perchè avevi speso da loro la metà della tua fortuna: devi ai sarti italiani, a Bellom, a Pontecorvo, alle sorelle Borla, alla Tua; devi a tutti i negozi di gioielleria, a Marchesini qui, a Franconeri di Napoli; e devi a tutti i negozianti di mobili e di ninnoli eleganti, a Janetti, a Cagiati, a Maria Beretta, devi anche a Guglianetti di Milano; tutti costoro ti han fatto credito, perchè avevi tanto e tanto comperato, prima, da loro! Ma vogliono il loro denaro, e hanno ragione; perchè lo dovrebbero perdere?… Sono della brava gente!
—Gwendaline, Gwendaline, non essere senza carità, taci, taci, io muoio….—gridò lui, con gli occhi stravolti dal dolore acutissimo.
—Sai quale è il bilancio della bella e dolce bugia?—continuò ella, come se non lo avesse udito.—Un milione e ottocentomila lire. Tu, m'immagino, non hai neanche il denaro per comperare una rivoltella….
—Non l'ho,—egli gemette, dal suo abisso di dolore.
—Un milione e ottocentomila lire: e dover anche ricorrere a un suicidio economico, a un suicidio poveretto, a quello degli straccioni, delle serve tradite, al fiume, al Tevere!—mormorò ella, con un vago sorriso, come se parlasse a sè stessa.
Egli levò i suoi occhi dolorosamente stupefatti, su lei. E Gwendaline comprese il senso di quella stupefazione.
—Tu, adesso, dici fra te stesso, che io sono un mostro di crudeltà….
—Non dico nulla….—balbettò la debolissima creatura.
—Lo dici. Hai torto. Facciamo il nostro bilancio, poichè non dobbiamo vederci più. Tu, che hai voluto da me?
—Che mi volessi bene, che io potessi essere il tuo amante, il tuo amico, il tuo servo….
—E io che ti ho chiesto?
—Niente.
—E tu mi hai dato tutto, per farti amare o perchè io fingessi di amarti. Ecco il bilancio. Ora io, per farti vedere che non sono crudele, non posso darti che un solo savio consiglio: ucciditi. Avevi una fortuna, non l'hai più; avevi un'amante, non l'hai più; avevi un onore, esso è naufragato: sei un'anima fine e molle, un temperamento sensibile e debole, un cuore tenero e sentimentale e hai, insieme, un bisogno di godere, di esser felice, che è il tuo maggior bisogno; non puoi, dunque, combattere contro la miseria, contro l'abbandono, contro il disonore. Ucciditi, ucciditi, non ti puoi salvare diversamente. A che vivresti? Chi si uccide, paga i suoi debiti: chi si uccide, non ha più bisogno nè di onore, nè di amore, nè di denaro: chi si uccide, conquista la pace suprema. Non hai più nulla da fare, nel mondo; vattene via, nella fossa comune, ivi non sono creditori, nè appariscono più i divini e dannati occhi azzurri che furono la causa della tua morte.
Lampeggiarono, gli azzurri occhi, a queste ultime parole. Julian Sorel li guardava e ne beveva il veleno di morte, Julian Sorel udiva la chiara e ferale voce e ne sentiva, al cuore, le mortali, le lugubri vibrazioni.
—Sono due mesi che ho deciso di uccidermi, quando non vi fosse più rimedio,—egli disse, fiocamente.
—Hai aspettato troppo: va, va a buttarti nel Tevere,—diss'ella, guardandolo, ipnotizzandolo, dandogli la suggestione dell'amore, del dolore, del terrore.
—Vado,—disse Julian Sorel e si levò.
Ma non fece un passo. Ella lo guardò ancora, per vincerlo intieramente nella sua infinita debolezza.
—Va, va, sarai più felice, morto,—gli disse ancora, Gwendaline.
—Dammi un bacio,—chiese egli, umilmente, inginocchiandosi innanzi al divano dove ella giaceva sdraiata, per non darle il fastidio di levarsi.
Ella si voltò leggiermente, all'uomo inginocchiato: gli prese la testa fra le mani sottili e ingemmate e gli posò le belle e fresche labbra, sulla fronte. E a lui parve che, ancora, in quel lungo bacio, le labbra di Gwendaline gli avessero detto:
—Va, va, sarai più felice, morto.
* * * * *
Scendendo, per via Nazionale, Julian Sorel andava alla morte. Non trascinava più a stento le sue gambe stanche, ma non correva neppure; non si fermava più, a certe vetrine, ma gli occhi che fissava sui viandanti, avevano la stessa dolente espressione di chi non vede; non trasaliva più, quando squillava la cornetta deltram, ma il pallore del suo volto era diventato livido. L'uomo agonizzante aveva ricevuto la estrema ferita: ma gli era anche stata indicata una via ed egli vi andava, senz'affrettarsi, ma fatalmente, alla luce azzurrina e glaciale di due occhi divini che lo conducevano, al suono funebre di una cristallina voce muliebre che lo accompagnava, alla carezza di due mani sottili sulle tempie e nei capelli, all'ultimo bacio dalle labbra parlanti, ultimo bacio e ultime parole, penetrate nel cervello, nell'anima, nel cuore, in tutto l'essere. Adesso, camminando, Julian Sorel pensava soltanto in quale punto del gran Tevere egli si dovesse andare a buttare: Gwendaline Harris non glielo aveva detto. Non a Ripetta, poichè il ponte è troppo frequentato di giorno e vi sono le imbarcazioni dei canottieri e il suicidio vi fa fiasco quasi sempre: non all'Albero Bello, perchè un posto prediletto alla morte e vi è una barca di salvataggio; non a Ripa, perchè vi sono troppe tartane cariche di vino di Sicilia; dove, dunque? Si rammentò una sera di agosto, in cui, di passaggio per Roma con Gwendaline Harris, venendo da Vienna e andando a Sorrento, erano andati a Ponte Molle, borghesemente, come tutti coloro che sono costretti a restare in Roma nell'estate: e avevan passeggiato, su e giù, lungo il fiume, verso i vasti prati di Tor di Quinto, verso la ombrosa via Angelica: Gwendaline era vestita di molle seta bianca, come sempre di bianco, e aveva un gran mantello leggiero di lana bianca: sì, sì, egli sarebbe morto a Ponte Molle, verso Tor di Quinto o per la riva di via Angelica, era ancora lei che gli suggeriva questa idea. Era a piazza Venezia, quando si decise. E prese per il Corso, sulla diritta. Qualcuno lo salutò, egli non riconobbe chi fosse e passò innanzi: varii lo fermarono, eran creditori di piccole, di grandi somme e la domanda variava, ora brutale, ora piagnolosa, ma insistente, ma implacabile, lo avean saputo ricco e gli avean fatto credito, e credevan che avesse denaro ancora, credean che si negasse per mala volontà. Tutta la traversata del Corso fu una lunga tortura, per lui fu il tormento immeritato, ingiusto, poichè, infine, egli andava a morire, di questo passo, fra un concerto di voci, di parole, di frasi che gli dicevan, tutte, cercandogli i denari:
—Va, va a buttarti nel fiume: sarai più felice, morto.
Tanto che giunto verso piazza del Popolo, fu preso, nella mitezza sentimentale della sua debole natura, da un furore di morte. Andò contro un pesanteomnibusdi albergo che correva, per farsi arrotare: ma il cocchiere lo schivò bestemmiando, gridando. A quell'ora, in quella giornata umida e triste di marzo, fuori porta del Popolo non vi era quasi nessuno: e quella crescente solitudine lo calmò un poco, mentre si metteva per il fangoso marciapiede che per la via Flaminia, lungo i colli Parioli, porta a Ponte Molle. Nessuno nel piccolo caffè dove si fermano i cocchieri da nolo e i carrettieri; nessuno, nelle piccole osterie che pullulano ogni cinque passi, sino alla metà di via Flaminia; nessuno, pei campi deserti, tutto un deserto di mota, dove cresce a stento qualche alberetto nerastro. Egli pensò, se avesse dovuto scriver qualche cosa prima di morire, una spiegazione, un saluto: e un novello fiotto di disperazione lo soffocò, non aveva nessuno, nessuno cui scrivere, nè un parente, nè un amico, nè una conoscenza, non lo avrebbero rimpianto e maledetto che i suoi creditori: aveva vissuto come un gaudente, solo per l'amore, pel lusso, pel piacere, e moriva così, per queste cose, portando nell'anima come ultimo addio le parole di Gwendaline Harris per cui aveva speso un milione e ottocentomila lire, le parole con cui gli diceva di uccidersi, perchè sarebbe stato più felice, morto. Nessuno, nessuno, non la madre, non una sorella, non una fidanzata, non un amico, niente, niente, non una lacrima umana, su lui: e l'estrema scena della sua vita nella gran solitudine, nel gran silenzio della campagna romana, in quel tristissimo giorno di marzo, camminando e affondando nel fango, era il degno compimento della sua esistenza.
A un tratto, sentì un urto contro una gamba: si voltò. Gli veniva dietro un cane e lo guardava. Era un bruttissimo, sporchissimo e magro cane, che pareva avesse addosso dieci giorni di vagabondaggio e di fame, pel fango della campagna; un cane che faceva schifo. Donde era sbucato? Julian Sorel non avrebbe potuto dirlo. Non vi erano più case, sulla via Flaminia: forse era sbucato, inopinatamente, dalla viottola dell'Arco Scuro che porta alla piana dell'acqua Acetosa. Gli veniva dietro, forse, da qualche tempo: e guardava Julian Sorel, coi suoi buoni e dolci occhi di cane.
—Passa via,—gli disse costui sgarbatamente.
Il lurido cane si fermò un minuto: poi, ricominciò a seguire JulianSorel.
—Passa via,—e gli diede un calcio.
Il povero cane prese il calcio in una spalla e guaì dolorosamente: ma sempre guardando Julian Sorel, lo seguì ancora. Quello si fermò, turbato assai. Perchè lo seguiva, quel cane, così ostinatamente, anche dopo essere stato battuto? Perchè lo guardava con quegli occhi che parevano umani, tanto esprimevano la pietà e il dolore?
—Sarà un cane perduto e affamato e cerca un padrone,—egli pensò, mentre stava fermo a contemplare quella bestia singolare.
Anche il cane si era fermato: e teneva il capo basso aspettando.
—Va via, va via,—gli disse Julian Sorel,—io ho da morire.
La bestia levò il capo e guardò, con quegli occhi di animale caritatevole, povero e dolente. Tutta l'anima di Julian Sorel tremò, di sgomento, di stupore. Machi, chilo guardava, in quel tenero sguardo animalesco, quale novella ossessione di pietà veniva a dargli un ultimo dolore, un dolore fatto di tenerezza umile, di struggimento amarissimo e dolcissimo?
—Ho da morire, ho da morire,—egli disse, parlando a quella bestia come a un uomo,—sarò più felice morto.
E si avviò, di nuovo, verso Ponte Molle, reprimendo tutte le lagrime di una ignota tristezza che gli salivano agli occhi, reprimendo l'acutezza di un misterioso rimpianto. Il cane lo seguiva, passo passo: e Julian Sorel lo udiva, dietro a sè, camminare fedelmente, sudicio fino alla nausea, brutto fino al disgusto, mezzo morto dalla fame e dalla fatica, ma deciso a seguirlo, fin dove voleva andare l'uomo che andava alla morte. In preda a un invincibile turbamento, fra una bizzarra novella disperazione e fra un bizzarro disfacimento di tutta la sua volontà, Julian Sorel fremeva, udendo quel passo di animale, vigile, quasi inflessibile nella sua affettuosa persecuzione: avrebbe voluto fermarsi, batterlo, buttargli delle pietre, ucciderlo a calci nel ventre, ma l'idea di affrontare quei teneri occhi canini così impregnati di umana pietà, lo spauriva. Ah certo, certo,qualcunolo guardava per quegli occhi! Non osava fissarli, quegli occhi di animale quasi che essi gli parlassero di tutte le bontà umane che egli aveva disdegnate, di tutte le sofferenze umane che egli aveva disprezzate, di tutte le umane lacrime che per lui erano scorse invano: non osava fissarli, quasi che vi si trovasse, in essi, il rimprovero ignoto, mistico e austero che fa la Vita a chi non seppe conoscerla e non seppe, quindi, meritarla.Chilo guardava, per quegli occhi così profondi di compassione,chipiangeva ancora, su lui, sulla esistenza di bruto capriccioso e gaudente che egli aveva vissuta, chi piangeva su quella nobile anima trascinata nella vergogna da un amore impuro? Ah quella bestia non se ne voleva andare, lo seguiva, lo seguiva sino al suo ultimo passo, nessuna forza umana avrebbe potuto liberarlo da quella compagnia.
—Venga, dunque, a vedermi morire,—egli pensò.
Ma a Ponte Molle incontrarono tre carretti di pozzolana che venivano lentamente verso Roma, al fischio malinconico dei burberi carrettieri: e verso Tor di Quinto parve a Julian Sorel che il paesaggio fosse troppo largo, troppo aperto per uccidersi, buttandosi nel fiume. Meglio la grande e sinuosa via di porta Angelica, che costeggia, sotto i grandi alberi, il vasto fiume giallo pieno di gorghi e i prati alla Farnesina.
Sarebbe disceso sulla proda e tacitamente, cadendo più che buttandosi, senza nessun rumore, sarebbe morto nel profondo e truce fiume. Ma il cane era dietro a lui, lambendogli le gambe, ma il cane avrebbe latrato vedendolo cadere nel fiume, ma il cane si sarebbe forse buttato nel fiume per salvarlo, ma il cane non voleva che egli morisse, ecco l'idea terribile sorta nello sconvolto cervello di Julian Sorel. Ed allora, quasi che quello sconosciuto animale fosse un uomo, quasi che egli potesse intendere, tutto, Julian Sorel, nella via deserta e fangosa, sotto i grandi alberi neri e nudi, innanzi a vasto e giallo fiume, gli gridò, desolatamente:
—Io debbo morire, io debbo morire, ho duecentosettantamila lire di debiti e non posso pagare, debbo morire, lasciami morire….
La povera bestia, sordida e laida, guardava Julian Sorel, cogli occhi spiranti pietà, come velati dalle lacrime: non una voce, non un passo per la campagna ampia e fumante umidità dal fango dei campi: non una voce, non una barca, sul largo fiume dai gorghi esiziali: soli, quell'uomo e quel cane. Quello sguardo! Non diceva forse, a Julian Sorel, quell'umile sguardo d'animale che la morte non salva dal disonore, che è più onesto vivere scontando la pena del grande errore anzi che rifugiarsi nella tomba?Chi, chi, glielo diceva, in quegli occhi e nella sua coscienza? Tutti i suoi che erano morti, alla loro ora, quietamente, toccati dal destino, ma onorati, ma ridenti di esser rimpianti, glielo dicevano, forse, in quegli occhi: tutti quelli che lo avevano amato e che erano lontani, e che non potevano salvarlo, adesso: tutti coloro che egli aveva amato, nell'infanzia, nella giovinezza, dieci anni, un giorno, un'ora, costoro, forse, o le loro ombre amate, o le loro lontanissime tenere voci o i loro occhi buoni che lo volevan salvare, o le loro mani carezzevoli che lo volevan trattenere: costoro, in quello sguardo! Vinto da una immensa debolezza, Julian Sorel si lasciò andare sulla proda arenosa del fiume, nascondendo la faccia nella umida arena, con le braccia aperte, singultando lievemente, ogni tanto, ma senza piangere. Il cane si era seduto accanto a lui, aveva posato il muso infangato sulle sporche e scarne zampe: e per tutto quel tempo in cui Julian Sorel giacque, lungo disteso, nella fatalità della Vita e della Morte che si combattevano la loro preda, la povera bestia non si mosse, tenendo fissi i suoi occhi sull'uomo che spasimava. Spasimava la debolissima creatura che aveva sempre vissuto pel sorriso del minuto, senza volontà, senza fede, senza bontà: spasimava, l'anima fiacca, l'anima vinta, l'anima immeschinita dalle piccole idee e dagli impuri desiderii: spasimava la creatura che aveva gittato via la parte nobile di sè, e che temeva il castigo, e che voleva fuggire il castigo: spasimava! Correvano le acque torbide del fiume micidiale che avean portato alla deriva tanti cadaveri; taceva la feral campagna romana immobile sotto l'umido fiato maligno del marzo; cadeva il giorno. Il cane, pian piano, lambì la mano aperta di Julian Sorel: quella carezza indistinta fu come un soffio, come una voce, come una parola, fu come l'apparizione di un fantasma. Il corpo dell'uomo disteso ebbe un gran sussulto, e il cuore, veramente, gli si franse nella tenerezza, nel pentimento, nella pietà, nel desiderio dell'umano e del divino castigo. Poi, nel crepuscolo gelido, tornò verso Roma, lentamente: fra la via Angelica e la via Trionfale, il cane disparve, nell'ombra, e Julian Sorel continuò la sua strada verso Roma, verso il castigo.
(La piccola Maria).
Due o tre volte, durante il pranzo, Paolo, guardando gli occhi dolci e maliziosi della sua ospite mentre essa lo guardava, aveva avuto un subitaneo moto di stupore, immediatamente represso. Gli era parso di rivedere gli occhi di Maria nella loro perfida dolcezza e nella loro trionfale malizia. Ma la cortese signora ospite si rivolgeva agli altri suoi convitati e i suoi occhi mutavano di espressione, si facevano pensosi, o schiettamente ridenti, o serenamente indifferenti nella gentilezza esteriore: e Paolo rientrava in sè, fuggito il lieve e pure sorprendente inganno. Tre volte, egli ebbe la illusione che gli occhi di Maria gli fossero riapparsi: e alla terza volta, nel salone dove si conversava, dopo il pranzo, lo scintillìo di quello sguardo fu così teneramente dolce e così vividamente malizioso, che egli non resistette e attraversò la sala, per raggiungere l'amabile donna che l'ospitava, non sapendo bene quello che le avrebbe detto, nell'intimo turbamento che lo aveva invaso. Quando le fu vicino, tutto era finito: gli occhi della signora avevano assunto un'aria placida e lo sguardo aveva una limpidità dove l'anima mite della donna si rivelava. Nulla più: si era ingannato. Restò ancora qualche tempo, muto, lasciando discorrere gli altri, aspettando come una riapparizione. Ma non vi fu: si era perfettamente ingannato. Prese commiato, con quel suo fare rispettoso ma distratto, con quella attitudine di uomo che, assorbito da un'idea, non perde mai l'equilibrio della gentilezza. Un amico che andava via, anche lui, lo voleva condurre a teatro: si rifiutò di andarci. Si separarono sul portone, in piazza Vittoria. L'amico risalì per la via di Chiaia: Paolo se ne andò per via Caracciolo, camminando piano. Nel tempo in cui Maria lo amava, erano andati spesso, molto spesso, per quella strada che, nelle ombre della notte, è cara agli amanti poetici e appassionati. Si erano anche baciati, nell'intervallo di penombra fra un lampione e un altro: ella, non lasciando il suo braccio a cui si legava, incrociando le manine lunghette e magrette, levandosi in punta di piedi, poichè era molto piccola, per arrivare colle molli labbra un po' pallidine, sino alle labbra di lui. Talvolta, mentre il doganiere si allontanava, sorvegliando la banchina contro i contrabbandieri, ma non contro gli amanti, Paolo si voltava, si chinava un po' e lievemente baciava i capelli di Maria, nerissimi, così morbidi, così fini, così lucidi che sembravano bagnati. Per una consuetudine triste, ora che Maria non lo amava più, egli aveva preso la nota strada, fermandosi ogni tanto, con gli occhi chini a terra, ricordando ancora qualche episodio brevissimo, di un nonnulla, ma che nell'anima dell'amante abbandonato assumeva una grande importanza. Egli non guardava punto il mare: si rammentava che ella aveva avuto sempre una seria antipatia pel mare, di piccola persona paurosa e freddolosa, e che aveva finito per ispirargliela, a lui, uomo, forte e coraggioso. Maria era scomparsa: ma in lui era restato tutto quello che ella ci aveva voluto mettere.
Verso l'angolo del Chiatamone, egli ebbe uno schianto. Una coppia di amanti scendeva dalla più popolosa via di Santa Lucia e veniva verso le care ombre di via Caracciolo. Dovevano essere una sartina e uno studente: non si tenevano a braccetto, ma per mano, con le dita intrecciate, giovenilmente. Un po' intimiditi dalla presenza di Paolo, essi si lasciarono, camminarono pian piano, come due passeggiatori quieti e freddi, discorrendo semplicemente: ed egli, guardando la donna, sotto la luce del lampione non vide che il pallore del suo volto e trasalì dolorosamente. Maria era pallidissima, come se mai una goccia di sangue fosse venuta ad animare quella carnagione: proprio esangue. Quante volte, nell'amore più alto di temperatura, nelle loro grandi giornate, egli si era sgomentato, così, di quel volto esangue che nessuna emozione di tenerezza, di entusiasmo, di languore coloriva, giammai! Il bacio più impetuoso rendeva più pallido il posto dove le labbra lo mettevano, sul viso esangue: e un morso vi poteva lasciare un livido, mai mettervi un rossore. Egli si voltò, mentre i due amanti allontanatisi ridevano fra loro: di lui, certo. Egli aveva sempre riso degli uomini che incontrava, in quelle sere, quando Maria lo amava.
Quell'incontro aveva dato un'acuzie di spasimo al suo sonnolento dolore. Così era, per lui, sempre, lo spettacolo dell'amore altrui, da che ella lo aveva lasciato, per sempre. Tutta la sua vita, dopo l'abbandono, dopo il periodo violento del furore e della ribellione, non era che un voler addormentare la sua segreta tortura. Vincerla non poteva, questa tortura, e nessuna persona, nessuna cosa lo avrebbe potuto: egli non poteva che toglierle l'asprezza, cullandola, tenendola chiusa in sè, preziosamente chiusa, e carezzandola, e dandole il beveraggio che fa sonnecchiare, che fa dormire, ma che non può togliere il senso e il sentimento. Colui che ha un dolore fisico, intollerabile, finisce per ricorrere alla morfina: egli sa bene che la morfina non è la morte del dolore: egli sa bene che il dolore rimane, quietato, ma esistente, ma vivo, ma pronto a trafiggere: pure, la morfina è il sonno molle dove la potenza del male si attutisce. Paolo sentiva, in fondo al suo spirito, dormire questo spasimo, e, già debole innanzi alle furibonde e mordenti sofferenze dell'abbandono, tentava di non risvegliarlo, che quando gli era impossibile di vincere sè stesso. Ma se, in una giornata, egli si procurava qualche ora di torpore spirituale, andando fra la gente, parlando, fumando, fingendo di vivere, fingendo di fare tutto quello che fa la gente che vive, bastava il più piccolo incidente, perchè il suo dolore uscisse vividamente dal sopore e gli schiantasse il cuore: bastava il più umile aspetto dell'amore, perchè egli sentisse tutta la crudezza della sua insanabile ferita. Quanto aveva cullato il suo tormento, lassù, in quel pranzo dove tutti sorridevano e ridevano, dove anche lui avea sorriso, sonnambulo della vita! Ma tre volte aveva visto lampeggiare gli occhi di Maria, o gli era parso, in quelli della padrona di casa: ma la passionale consuetudine lo aveva portato per via Caracciolo, dove, si erano amati e dove si erano baciati: ma aveva incontrato due amanti felici ed essi avevano riso di lui, che era solo, ed egli era veramente così solo, come mai nessun uomo fu solo al mondo!
Adesso, in tutta la sua sensibilità risvegliata e fremente, mentre risaliva per Santa Lucia e per Toledo, andandosene alla sua casa, abbassava gli occhi, ogni volta che incontrava una donna, per non soffrire tanto della sua solitudine e del suo abbandono. E il rientrare a casa, ora che strideva in lui la sottile e permanente angoscia di un amore per sempre perduto e infinitamente desiderato, sempre, con tutti gli ardori dell'anima e dei sensi, gli fece spavento. Pensò, disperatamente, se non fosse meglio tentare di tradire sè stesso e il suo postumo amore, cercando una donna presso cui finire la serata, Chérie, la ridente Chérie. Ma gli tornò in mente tutto l'orrore del primo tradimento che egli aveva tentato, con Chérie, per cercar di guarire, per un giorno o per sempre, della sua inutile e inefficace passione per Maria che non lo amava più. Ricordò tutto il falso entusiasmo, tutta l'amarezza dei baci, tutta la profonda nausea dell'ora amorosa che gli pareva mai finisse, tutto il disgusto di sè stesso e la pietà per quella poveretta che sapeva così graziosamente ridere e donarsi, tutto il ribrezzo per la violazione che aveva commessa, non rispettando neppure, miserabile e vile uomo, l'altezza di un amore che può essere disprezzato, ma che resta inviolato e puro. Ah, come più seducente, più suggestiva, più affascinante, dopo il tradimento con la bionda e sempre ridente Chérie, gli apparve nella mente Maria piccola, dal volto lunghetto ed esangue, dagli occhi tutti dolcezza e tutti malizia, dalle labbra rosee ma pallide, dai capelli neri, fini, che formavano un mucchietto lucido, come bagnato: come essa lo riprese, subito dopo l'ora amorosa, più vivacemente, nei ricordi dei sensi, nei ricordi delle consuetudini, in modo da renderlo folle di desiderio, nella solitudine della sua stanza, donde Chérie, che nulla aveva compreso, era partita, portandosi via dei dolci e delle rose, tutta felice, ridendo con sè stessa, nelle scale! Come egli si pentì, bruciando di amore, di avere ridestato l'uomo in sè e come desiderò di ritornare alle dolorose e solitarie contemplazioni spirituali, dove, almeno, non soffriva anche nel sangue vivificato ed eccitato e non tendeva le braccia a una vana piccola ombra che gli sfuggiva! Tradire nuovamente? No, gli bastava il veleno della prima e inutile pruova: sentiva che non avrebbe neppure la forza di mentire, come disperatamente aveva fatto la prima volta, a Chérie. A che avvilirsi di nuovo? Il suo cuore e le sue fibre si sarebbero ribellati alla violazione, adesso. Il tempo che era trascorso, poteva rendere sonnolento il suo dolore: ma lo aveva reso inguaribile e inconsolabile. Tutto era inutile. Andò a casa.
Giunto colà, nella sua stanza da studio che era anche il suo salotto, egli fece accendere il fuoco nel caminetto dal suo servo che l'aspettava. Prese dei libri, dei giornali, delle riviste e le ammucchiò innanzi alla sedia a sdraio, dove leggeva, accanto al fuoco: si fece portare del tè, delcognac, delle sigarette: fece chiudere tutte le imposte ed abbassare tutte le tende. La stanza, così, era raccolta e calda e confortante. E, rimasto solo, in quel momento terribile quando, nella casa, nella stanza dove sempre si vive, dove sempre si pensa, dove tutto è segreto, poichè si è soli e niuno vede e niuno ascolta, in quel momento terribile in cui il cuore si apre, stanco della soffocazione impostagli dal mondo, egli tentò di non ascoltare il suo cuore, egli tentò di non sentire e di non pensare, forzandosi a operazioni macchinali, fumando, scorrendo dei fogli, preparandosi il tè, scegliendo la sigaretta più morbida, gittandone una, accendendone un'altra. Così, l'urto atroce del primo minuto fu respinto da lui: e il suo primo nemico, che era il suo dolore, tacque, per poco. Ma le sigarette, tre o quattro, caddero in cenere, sul portacenere di metallo cesellato: ma il tè si raffreddò nella tazzina giapponese: ma egli non distese più la mano alla fialetta di cristallo dal coperchio di argento, dove era ilcognac: e i giornali, le riviste, i libri giacquero sparsi, ai suoi piedi, sul tappeto. Non potea nè leggere, nè fumare, nè ubbriacarsi di cognac, per più di mezz'ora, e non erano che le undici e mezzo e non aveva sonno. Sdraiato sulla lunga poltrona, abbandonato sui cuscini che aveva ammucchiato sotto le sue spalle e sotto la sua testa, egli si mise a guardare un orologetto di bronzo antico, delicatamente cesellato, posato sovra una mensoletta, presso a lui. Era un orologetto minuscolo, che egli aveva cercato di mettere in maggior evidenza, appoggiandolo sopra una piccola base di velluto azzurro cupo; e aveva, il picciolo orologio, di un bianco latteo, il quadrante e le ore segnate in caratteri azzurri. Era un dono di Maria: l'unico dono! Quando glielo aveva dato, ella lo amava; e aveva aggiunto, all'orologetto piccolo come ella era piccola, un pezzettino di carta su cui era scritto, col bizzarro caratterino che sembrava fatto di tante manine che si tenevano fra loro, queste parole:Siano azzurre tutte le tue ore!L'orologetto era sempre lì, con le brevi sferette che correvano sulle ore azzurre, ma l'augurio mancava. Paolo lo portava sempre, nel suo portafogli, questo pezzettino di carta e lo rileggeva, ogni tanto, nella giornata: ma un giorno, maliziosamente e dolcemente, quasi senza che egli se ne accorgesse e quasi senza che egli potesse opporvisi, Maria glielo aveva ripreso. Così, pian piano, Maria gli aveva ripreso tutte le sue lettere e i suoi biglietti; e due rosette appassite, che erano la più viva memoria del loro primo convegno; e un nastro scioltosele dai capelli, che egli aveva portato via e che avea baciato, tutte le notti, tornando a casa, e tutte le mattine, levandosi, come un bimbo, egli che aveva trentasette anni, come un devoto della Madonna, egli che non credeva. Non aveva più nulla, di lei: nulla. Crudelmente e ostinatamente, ella si era ripreso tutto: ed era, poi, andata via anche lei. E perchè, allora, gli aveva lasciato quell'orologetto che beffardamente segnava, con le sue sottili piccole sfere, le ore azzurre? Ella lo aveva dimenticato, forse: e le ore di Paolo non avevano più nessuna tinta, erano fatte di una immutabile ombra.
L'orologetto segnava le undici e mezzo. Egli si ricordava che nel tempo in cui Maria lo amava, quest'ora della sua serata passava sempre accanto a lei, non soli sempre, ma sempre insieme. Egli la cercava in qualche teatro, in qualche ritrovo, in qualche casa di comuni amici, e appena entrato nella sala, la vedeva, subito, senza averla neppure quasi guardata, la vedeva col suo visetto un po' lungo, coi suoi denti minuti e bianchi, che il sorriso delle pallide labbra scovriva intieramente, con le gengive roseo-smorte, con quegli occhi castani dove si mescolavano così perfidamente e trionfalmente la malizia e la dolcezza, agitando la testina, mostrando il piccolo orecchio roseo-tenero sotto l'arco nero dei morbidi capelli che erano moltissimi e pure si chiudeano, per la finezza, in un pugno. Anch'ella aveva l'aria di non vederlo: ma lentamente, senza far mostra di nulla, Paolo e Maria si avvicinavano, scambiavano con semplicità, con disinvoltura qualche saluto. Poi, sedevano vicino. Egli taceva, spesso; ella parlava con lui, o con qualche altro, vivacemente. Egli ne udiva la voce, un po' infantile, un po' interrotta, talvolta, da improvvisi languori di creatura debole che si esalta e si accascia facilmente: e ne adorava la voce. Egli le guardava le mani fini, magrette, lunghette, con le unghie così lucide che parea scintillassero, con gli anelli gemmati che ella, nervosamente, passava da una mano all'altra, cambiandoli sempre di posto: ed egli adorava quelle mani. Ella gli parlava e rapidamente, un po' sorridendo, un po' lamentandosi, gli narrava una giornata di mali improvvisi e misteriosi, di svenimenti e di soffocazioni, ed egli, mentre la compativa con tutta la più tenera pietà dell'uomo sano e robusto, l'adorava per la sua debolezza. E in quest'ultima ora, egli attendeva una parola da lei, era il segreto della sua felicità che ella gli comunicava, con qualche parola: era il miraggio di un pomeriggio appassionato e delizioso che essa gli faceva balenare innanzi. In quell'ora ultima, essa gli dava il convegno pel giorno seguente, se era libera. Ogni volta la maliarda glielo diceva in un modo diverso: o attraverso una frase ingarbugliata, in cui appariva una cifra, così, stranamente, ed egli solo la intendeva: o sottovoce, in un soffio, che egli solo ascoltava: o salutandolo, mentre egli s'inchinava devotamente innanzi a lei: o con la massima disinvoltura, scherzando, tirandolo da parte, come se continuasse lo scherzo e dicendogli all'orecchio l'ora del convegno. Ah egli ne aveva di felicità, per tutta la notte, andando a casa, ripetendosi quell'ora e rivedendo l'adorata immagine che gliel'aveva data, come una magica promessa di bene!
Quasi mezzanotte. Il fuoco si covriva di cenere, nel caminetto; la stecca che sfogliava i libri era caduta dalle mani di Paolo, a terra; non un rumore saliva dalla deserta via di Costantinopoli, dove egli abitava; non un rumore nella sua stanza. L'ampio paralume concentrava la luce in un cerchio presso la gran poltrona dove egli giaceva sdraiato; e il resto della stanza era in penombra. Egli non vedeva più, fra le palpebre socchiuse, le sferette dell'orologetto, su cui ancora era fissato il suo sguardo; e tutto si era rallentato in lui, il pensiero e il sentimento, nel sonnambulismo di una indicibile, ma torpente amarezza. Era voltato sopra un fianco, con la faccia appoggiata ai cuscini di raso e le mani abbandonate lungo la persona. A un tratto, di lontano, gli parve che avessero aperta e richiusa la porta di casa. Chi poteva venire, a quell'ora? Nessuno. Era una fantasia. Ma poco dopo gli sembrò che si schiudesse chetamente la porta del suo salotto e che un piccolo piede camminasse alle sue spalle. Restò immobile, ascoltando, aspettando. E bene chiaramente, bene limpidamente, egli udì la voce di Maria al suo orecchio, dirgli questo, mentre vedeva, un po' velata, un po' imprecisa, la sua piccola figura, innanzi a lui, col viso esangue, con gli occhi brillanti di dolcezza e di malizia, piegarsi e dirgli questo e lui udire perfettamente queste parole, da una voce che egli distingueva fra tutte, dire questo:
—Domani, alle cinque.
Balzò dalla poltrona, come folle. Il lume urtato vacillò, fu per cadere: egli lo rèsse, gittò via il paralume, si guardò intorno, follemente. Non vi era nessuno. Eppure egli aveva visto Maria e udito le parole, dalla sua voce:
—Domani, alle cinque.
Chiamò il servo, suonando a lungo. Quello venne, sonnacchioso. Non era venuto nessuno? No, nessuno, proprio nessuno era entrato. No, no. Il servo uscì. Paolo rimase, in mezzo alla stanza, tremante di terrore e di gioia, poichè egli aveva inteso la voce di Maria, così precisa, così nitida, dirgli le parole del convegno:
Domani, alle cinque.
Tremante di terrore e di gioia! Tutta la notte egli sentì questa duplice convulsione partire dalla più intima essenza della sua anima e allargarsi nei suoi nervi e nel suo sangue: e fu pieno di sgomento ed ebbro di felicità. Egli non volle lasciare quella stanza dove aveva inteso, ancora una volta, quella cara voce seduttrice, dirgli le parole che sempre avevano sconvolto il suo essere e che adesso gli avevan dato l'indicibile tumulto interiore. Immoto nella persona e pure fremente, egli udiva ancora le sillabe precise che gli davano il convegno, che lo chiamavano alla consueta ora, quando già è declinato il giorno, nella casa dove li conduceva l'amore e che egli non aveva mai più riveduta, da che l'amore lo aveva abbandonato. Era la voce di Maria quella che gli aveva parlato, all'orecchio, bassa, ma netta e viva, battendo sulle lettere e sempre un po' imperiosa, malgrado il velo della dolcezza. Tutta la notte egli stette cogli occhi fissi sulla porta della sua stanza, come se ella dovesse apparirvi, come l'aveva vista, alla mezzanotte, nelle fantastiche contemplazioni piene di tristezza e di desiderio: e stette con l'orecchio teso, coi nervi vibranti, come se ancora l'adorata voce dovesse ripetergli il giorno e l'ora dell'amoroso convegno. Talvolta, la sua ragione tentava di vincere questo tremore di paura e di piacere, per cui egli invocava la presenza e la voce dell'amata, dicendogli che egli era solo, che niuno entrava per andare da lui, che niuno parlava, e che la notte era alta e la stanza si faceva fredda; ma l'uomo giaceva sotto l'impressione indimenticabile di quell'avvertimento e di quell'invito, dove si riussumeva ogni suo desiderio, dove si chiudeva il segreto unico della sua vita. Nella notte gelida e nella solitudine, nel bizzarro giro dei suoi pensieri e dei suoi sogni, egli credeva francamente che la donna, che l'amata, fosse arrivata fino a lui, mirabilmente, misteriosamente, per dirgli che ella lo voleva l'indomani, alle cinque, in quella casa, come nel tempo che si amavano: e silenziosamente e quietamente era sparita, detta l'amorosa parola. Lo credeva, poichè le ore notturne nei loro singolari eccitamenti avevan vinto la sua fredda ragione: e non si domandava, nelle esaltazioni tenere e appassionate, come ella fosse giunta, come fosse partita: e vedeva solamente quell'ideal piccolo volto esangue piegarsi verso lui e dirgli all'orecchio, che il domani, alle cinque, l'amore lo chiamava, l'amore lo voleva.
Le bianche e tristi chiarità dell'alba diradarono la sua febbre e calmarono i suoi sgomenti: la sua ragione parlò: e dopo che ebbe eletto le sue calme cose, non restò, a Paolo, che l'ebbrezza della felicità. Forse, Maria non era penetrata nel suo appartamento, in quella notte strana, ed era una visione della sua fantasia, l'averla vista accanto a sè, come nelle migliori sere della loro passione; forse, Maria non aveva pronunziata, con la sua voce, quella parola vicino al suo orecchio, ed era un inganno del suo udito, quel suono lusinghiero. Che importava, però, il fatto materiale? L'appello vi era stato, l'appello sentimentale di un'anima languente d'amore, l'appello lontano a cui la volontà ardente dell'amore da tanta forza, che l'altra anima lo sente, a traverso il tempo e a traverso lo spazio, come se la persona e la voce fossero presenti. Talvolta, nel felice tempo del loro amore, questo legame fra le loro anime e fra i loro sensi, li aveva colpiti coi più bizzarri fenomeni di contemporaneità spirituale: talvolta, l'uno aveva intuito il muto desiderio dell'altro, essendo lontano: talvolta, l'uno aveva obbedito alla volontà dell'altro, senza conoscerla. Il metallo delle loro anime, troppo spesso si fondeva insieme, nel rovente crogiuolo dell'amore, perchè i due metalli si dividessero, dopo, perfettamente. Si rammentava, Paolo! E come la mattinata di questo suo grande giorno si avanzava, egli riteneva sempre più fermamente che alla mezzanotte Maria aveva pensato a lui con improvvisa passione e che aveva vivamente invocato la sua presenza, per questo pomeriggio, alle cinque. Ah, ella doveva averle ripetute a sè stessa, nella nostalgia del bacio, le parole del convegno, le doveva aver dette con quell'impeto e quella imperiosità che dicevano l'ardore della piccola debole donna esangue, e l'amante lontano le aveva intese ripercuotersi nel suo spirito, nitidamente, come un invito e come un ordine!
E perchè non avrebbe ella inteso, a un tratto, la perfida e crudel donna, il rimpianto di un amore così schietto e così tenace? Non era ella stata di una brutalità feroce, quando aveva voluto morto l'amore, a qualunque costo, ostinandosi ciecamente nella sua ferocia, calpestando ogni senso di bontà e di gentilezza muliebre? Non aveva egli reagito, in tutte le forme, contro questa morte dell'amore, non aveva egli esaurito le sue violenze e le sue lacrime? Non aveva egli pregato alla porta di questa donna fragile e smorta, come un fanciullo lasciato nella via, al freddo, alla fame e al terrore, senza che la porta si aprisse mai più? Non aveva ella opposto la grande idea, l'idea semplice, l'idea liberatrice, a tutti i furori e a tutte le sue desolazioni, dicendogli:non ti amo più? Non aveva egli inteso, ahimè, con tutte le più dure e le più gelide intonazioni, questa idea semplice e definitiva e inappellabile:non ti amo più? Non aveva egli sentito che tutto periva, in lui, uomo, giovane ancora, sano, robusto, non corrotto; giacchè questa piccola donna capricciosa e malaticcia lo aveva scacciato da sè, per sempre? Non aveva egli voluto che tutto perisse, se veramente, nel tempo avvenire, questo amore non potesse mai più rivivere? Nei mesi che trascorrevano, non vincendo il suo dolore, ma addormentandolo, non era restato nel fondo di tutte le amarezze, nella feccia di tutti i calici, una speranza lieve e breve, ma viva, ma imperitura, che l'anima immortale di quella donna si ricordasse un giorno di quell'amore, e lo rimpiangesse, e lo desiderasse? Ebbene, ebbene, era accaduto il miracolo spirituale: il tragico capriccio era fuggito e la crudel donna aveva sentito intenerirsi quel suo piccolo cuore di pietra: ella aveva, forse, pianto su sè stessa e sul fedele cuore di uomo che ella aveva gittato via, nella strada: e a mezzanotte, in un momento di solitudine, Maria era stata presa dal soffocante desiderio di essere ancora amata e di amare ancora. Il fato si era compiuto: e Paolo non aveva sofferto invano.
Egli visse, dunque, in quel giorno del convegno, in preda alla letizia indicibile di un amore rinnovellato: e le ansietà e le trepidazioni del primissimo loro convegno, di cui egli si rammentava, non avevano il suggello di questa gioia suprema. Egli uscì tre volte di casa, camminò per le vie, parlò con la gente, assorbito e sorridente, col suo segreto che gli saliva alle labbra in parole di tenerezza e gli velava gli occhi con lacrime di gioia: e tre volte tornò a casa sua, tanto impaziente, tanto morente di amore e di felicità che, talvolta, pensò non avrebbe avuto forza di resistere all'apparizione di Maria, nella casa del loro amore. Era in questo momento che si concentravano tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sogni. Si sarebbe egli inginocchiato innanzi all'amata che ritornava a lui e le avrebbe baciato il lembo dell'abito? Avrebbe egli detto, all'amata, una parola di adorazione? Le avrebbe forse fatto qualche rimprovero per quel lungo anno di dolore e di solitudine, a cui Maria lo aveva condannato? No, no. Gli sarebbe, certo, mancata la voce, per dire nulla: gli sarebbero, certo, mancate le forze per prostrarsi e adorare. Non avrebbe fatto altro che aprire le braccia e chiudere sul suo petto affannoso e scoppiante pel palpito, la cara piccola persona, deciso a non lasciarla fuggire più, poichè ella era solamente il suo amore e la sua vita. Nulla dirle: poichè niuna parola potea compendiare quello che egli aveva sofferto e quanto era felice. Chiudere nelle sue salde braccia la diletta, null'altro: e tacere: e lasciare che scorressero le ore e il tempo, senza sapere di esso: e credere che il mondo fosse chiuso in quell'abbraccio. Quando egli si fermava, col pensiero, con la fantasia, su questo minuto profondo e intenso, egli abbassava il capo e impallidiva mortalmente. Queste emozioni, qualche volta, sono superiori alle forze umane.
Erano le tre e mezzo quando, lentamente, per calmare la sua esaltazione, Paolo si avviò alla casa del loro amore. Non era molto lontana, proprio nel centro della città e nel mezzo di una via popolosa. Allora, Maria aveva preferito che fosse così, ella che odiava la campagna quanto odiava il mare: e voleva aver l'aria disinvolta di una signora che passeggia, o che va a visitare una signora sua amica, mentre si recava al convegno di amore. Egli aveva obbedito, schiavo di tutte le volontà della delicata e pallida donna: e il loro nido era posto in un qualunque volgare ambiente, circondato, sopra e sotto, da volgare gente. Soltanto che Paolo vi aveva profuso internamente, non il lusso, ma la gentile poesia di un'anima presa e che non vive che per le feste dell'amore. Giammai le tende che velavano le finestre delle tre piccole stanze si levavano, per paura di farsi vedere, le pareti erano foderate di stoffe leggiadre e i tappeti non facevano udire il rumore dei passi. Ebbene, dal giorno in cui era stato abbandonato da Maria, Paolo non vi era mai più tornato. Ne portava sempre la chiave in tasca, devotamente: ma non osava neppure accostarsi al portone di quella casa, senza sentire il ribrezzo della paura e un cocente dolore togliergli ogni forza. Spesso, nelle sue crisi più terribili, egli aveva pensato di andare colà, di salire nel tempio, di lacerare i veli e le stoffe, d'infrangere le statuette e le porcellane, di spezzare ogni cosa e, devastato tutto, di richiudere per sempre quella porta e fuggire. Spesso, nelle sue ore desolate, egli aveva pensato di andare a piangere colà, solo, solo, solo, sperando che quel fiume di lacrime avrebbe deterso la torbida anima sua e l'avrebbe rinnovata. Ma non ne aveva avuto il coraggio, mai. La casa era chiusa da un anno. Anche Maria aveva una chiave. Ella, certo, non vi era tornata, mai. Ma vi sarebbe andata oggi, lo aveva avvertito, ed egli, vinto il terrore di ritornare colà, vi andava con l'ebbrezza dell'amante felice, le cui braccia già si stendono all'abbraccio, le cui labbra già si protendono al bacio.
Pure, innanzi al portone, ebbe un singolar trasalimento. La sua emozione era diventata acuta e il respiro gli mancava. Era quasi sera, già. Faceva freddo, ma egli affogava di fiamme che gli invadevano il sangue. Non intese mai come fosse salito, a quel terzo piano. Quando fu innanzi alla porta, vacillò. Il suo amore lo faceva agonizzare prima del tempo, dunque? E che sarebbe stato, fra un'ora, alle cinque, quando Maria, Maria sarebbe entrata da quella porta e gli sarebbe caduta nelle braccia? Vacillando, egli mise la chiave nella serratura; questa stentò ad aprirsi. Pensò, un istante che gli parve lunghissimo, eterno, che quella porta non si sarebbe aperta mai. Ma si schiuse: egli vide innanzi a sè il vano nero: e vi entrò: quasi, vi si precipitò: e la porta si richiuse, dietro a lui, con un bizzarro fragore.
Ah quando egli fu dentro, nell'oscurità, nel silenzio, e quando gli ebbe fatta un po' di luce, con le mani tremanti che tentavano accendere la candela e quasi non vi riuscivano, quando gli ebbe dato uno sguardo intorno, egli richiuse gli occhi, per non vedere, e si lasciò cadere, sfinito, sopra un divano, nascondendo la faccia fra le mani. Fra un'ora ella doveva qui venire, la diletta. Ma come tutte le cose parlavano di lei, prima, sempre, parlavano alto, insieme, di lei, solo di lei, dell'amore, del solo amore, dell'unico amore, che era lei! Qui, sulla spalliera del divano dove egli appoggiava la testa, ella soleva appuntare gli spilloni del suo cappello, per ritrovarli subito, quando voleva scappar via: e ancora vi era un mezzo spillone, rotto, nella fretta di strapparlo. Ella sarebbe venuta, più tardi, cara, piccola, affascinante: ma ella era già là, in quella fotografia sul tavolino, nella brillante cornice d'argento che circondava la testina dai nerissimi, lucidi e fini capelli, che ne delineava il profilo sottile mostrando lo sguardo un po' levato, dolcemente, maliziosamente e l'angolo di un sorrisino delicato, sulla delicata bocca. La fotografia non portava nome di dedica: ma ella vi aveva scritto il suo nome e la parolasempre. Lei, sempre, sì, sempre e sopratutto, ma specialmente qui, sull'ampio divano dove erano ancora ammucchiati i cuscini, come essa li aveva lasciati l'ultima volta: e uno portava la forma della sua testa, ancora, ancora! Ah egli non resistette a quella impronta del raso, dove la testina si era posata, egli si trascinò là innanzi e vi cadde in ginocchio e baciò lievemente quella impressione concava, temendo che un troppo rude bacio la distruggesse. Un singhiozzo di amore, di gioia e anche di sommo dolore gli sollevava e gli spezzava il petto. Qui, era la casa, era il nido, era il santuario, dove egli aveva vissuto il tempo più inebbriante della sua vita: qui, egli aveva raggiunto quel supremo limite dell'umana felicità, che pare voglia infrangere l'umana natura cui è dato arrivarvi: qui, solamente, egli aveva inteso che la esistenza non è un gretto e miserabile volger di giorni, ma che ha una sublime ragione di essere, quando l'amore la nobilita e la slancia nelle armonie infinite, dove l'anima trascina e purifica i sensi! Quante donne erano passate, nella sua vita? Tre, quattro forse; e anche egli le aveva amate, forse. Dove erano questi glaciali fantasmi? In quale tomba erano spariti? Qual nome portavano? Egli non se ne ricordava più. Già, le aveva dimenticate subito, come Maria gli era apparsa e piaciuta. E invece lei, lei, perfida e crudele, lei che egli non vedeva da un anno, lei che lo fuggiva, beffandosi di lui, era così trionfante, ancora, sempre, non nella memoria soltanto, non nelle testimonianze del passato solamente, ma nel presente, ma in quel minuto, che a lui bastava vedere l'angelo dal fine sorriso, sulla fotografia, per fremere di amore desideroso; e bastava di vedere la traccia della sua testina sul raso abbassato del cuscino per sussultare di passione, di voluttà e di un ignoto spasimo! Ah, egli lo sapeva che quella casa, che quell'ambiente gli avrebbero detto la grande verità, la verità unica, la verità innegabile, che egli viveva solo per l'amore di quella donna e che senza quell'amore egli non poteva vivere; lo sapeva bene ogni mobile, ogni stoffa, ogni piega del merletto, il profumo antico ma persistente di tutto quello che ella aveva toccato, gli avrebbero parlato di una seduzione unica, di un fascino unico, di una voluttà unica, di una passione unica! Perciò, nell'ora della desolazione e dell'abbandono, non aveva osato venirci: perciò vi era venuto solo per aspettarla.