I VERI SOBILLATORI
Quali fossero le cause vere della sobillazione era noto ai magistrati, all’avvocato fiscale, al Tribunale, al Re, oltre che ai suoi ministri responsabili.
Il Re, nel ricevere la commissione parlamentare a Capo d’anno, aveva manifestato il suo dolore per le sofferenze del popolo sicilianosobrio, nobile, generosoderivanti dalla crisi agraria.... Il colonnello Pittaluga, un valoroso deiMille, aveva saputo discernere tra responsabilità politica e responsabilità giuridica dell’on. De Felice, e aveva saputo additare le cause complesse—precipua quella economica—«che avevano acuito la sensibilità nervosa del popolo, rendendolo pronto all’incendio, come il filo elettrico è pronto a ricevere la scintilla». Gli odî e le ire dei partiti locali erano comparsi sulla scena in modo ineccepibile nei singoli processi e per numerose testimonianze nelprocesso mostruoso. La sentenza che chiude mostruosamente il processo De Felice e C.i riconosce «che le popolazioni erano incolte, impoverite: i lavoratori rozzi, ignoranti, abbrutiti dalla miseria.....»; questa stessa sentenza, infine, constata «che le masse spinte alla guerra civilenon avevano senso politico, agognavano il benessere,tanto veroche portavano i ritratti dei sovrani ed erano tenute allo scuro del fine ultimo dei cospiratori enon si ebbe unsolo grido, che accennasse ad abbattere i poteri dello stato».
Dopo queste testimonianze, confessioni e constatazioni, con quale logica, con quale lealtà, con quale senso di giustizia si fece risalire la responsabilità dei motiapolitici, ad una organizzazione e ad un Comitato essenzialmente politico, la cui azione non fu dimostrata in verun dei singoli fatti dolorosi, che funestarono la Sicilia?
LOGICA OTTENTOTTA
Eppure si condannano gli accusati! E il Tribunale di guerra condanna tagliando colla spada tutte le più gravi quistioni giuridiche, respingendo tutte le pregiudiziali sollevate, quantunque convinto che soloalcunedi esse non avevano fondamento. Dunque lo avevano le altre? E il Tribunale di guerra condanna colla logica ottentotta che si può riconoscere in questo brano della sentenza: De Felice e C.i volevano avvalersi del disagio economico, delle cattive amministrazioni locali, dell’istintivo odio dei lavoratoricontroi proprietari; e la loro intenzione si argomenta dalla costituzione deiFasci!
E difatti, che bisogno avevasi di costituire iFasci«quando avrebbero potuto servirsi, pel vantaggio dei lavoratori, delle società operaie esistenti?» Sono parole testuali della sentenza! E il Tribunale di guerra condanna avvolgendosi in una serie inestricabile di contraddizioni giuridiche e di violazioni della legge e sostituendo alle prove le supposizioni e le gratuite asserzioni; affermandopienamente constatate tutte le accuse, ritenendo che i capi dei fasci erano facinorosi disposti a tutto, creando di sana pianta unComitato esecutivo dei Fasciquale emanazione diretta dal Comitato centrale, stabilendocheprogrammadeiFasciera la rivolta e la guerra civile, e che c’era l’ordinedirettodel Comitato centrale di far sollevare in maggio le masse preparate e pronte!
L’ORDINE DI CONDANNARE
Questa sentenza è al disotto di ogni discussione e disonorerebbe qualunque magistrato, anche dei peggiori tempi della servitù: il Tribunale militare potè emetterla, perchè la disciplina nell’esercito sostituisce tutto: prove, ragionamenti, giustizia; e il Tribunale dovette ricevere l’ordine di condannare. Dovette essere ben grande l’amarezza di G. De Felice nel sentirsi condannare da un Tribunale militareitaliano, quando era stato assolto il suo antenato, che portava il suo stesso nome, dal Tribunale statarioborbonicosedente in Siracusa nel 1837 e sotto il regime dello Stato di assedio! Ma allora in Sicilia comandava Del Carretto: oggi in Italia governa Francesco Crispi.....[74]
LA VERA COLPEVOLE
Questa sentenza che chiude il processo mostruoso è tale che la Suprema Corte di Cassazione non sapendo, non volendo o non potendo riformarla ed annullarla l’addita all’amnistia. La quale non potrebbe e non dovrebbe farsi attendere, non già nell’interesse dei condannati, ma in quello dei giudici, delle istituzioni e della società borghese. È la borghesia la vera colpevole di questo processo ed a suo beneficio l’amnistia dovrebbe venire.
E infatti questo Tribunale militare, secondo laprofonda osservazione di Barbatodoveva lealmentecondannare per dare il suo contributo a ciò che crede sacro e immortale, e che pur si sfascia e muore.
È questo organismo in isfacelo, che per istinto di conservazione attacca e condanna l’idea avversaria in tutti i suoi gradi di esplicazione, in tutte le forme sotto le quali si manifesta, particolari e generali, teoriche e pratiche. Si vuol colpire l’idea nemica, infatti, e nella esplicazione generica dello affratellamento dei sodalizî dei lavoratori e nel patto di Corleone; si vuol colpire l’idea giudicando criminoso il programma deiFascie l’arma dello sciopero, che esso ingenuamente credette legittima; e che tutto ciò si abbia voluto colpire lo dice la sentenza, la quale si scandalizza che nei discorsi degli accusati «si spiegavano le teorie del socialismo e si propugnava l’emancipazione morale e materiale dei lavoratori».
NON IL CRIMINE MA IL PENSIERO
Di questa confessione bisogna lodare i giudici, che si ricordarono di essere militari e vollero chiarirsi leali facendo conoscere almeno le loro intenzioni ed avvisando gl’italiani contristati che nelprocesso mostruosonon si ricercarono e si condannarono i fatti costituenti il crimine, ma il pensiero, le idee, le tendenze nuove in nome e in difesa del presente, che passa e lotta contro il futuro, che irresistibilmente diviene.
La tristezza dell’animo in chi si fa a riandare le vicende e l’esito del processo mostruoso non viene temperata che dalle letture delle dichiarazioni e delle autodifese degli accusati, che seppero elevarsi nelle sfere serene della filosofia della storia: cheammoniscono i giudici sulla fatalità degli avvenimenti; che infusero in tutti la coscienza di un avvenire migliore per equa distribuzione di ricchezze; che seppero rendere simpatica la propria causa anche a coloro, che da principio più fieramente l’avversavano. Ed è meraviglioso, a questo proposito, che seppe farsi ascoltare con benevolenza il Gulì, che fece la difesa dell’ideale anarchico nel momento in cui l’anarchia era più odiosa ed odiata.
L’IMPRESSIONE DELLA SENTENZA
Le conseguenze immediate della sentenza avrebbero dovuto fare ravvedere qualunque governo meno cieco e meno votato alla reazione che non sia illiberogoverno costituzionale d’Italia. In Palermo dove l’ambiente era dapprima più avverso agli accusati la impressione fu profonda e generale.
Tutte le forze militari disponibili furono spiegate per mantenere in freno la popolazione fremente; fu vietato l’accesso al pubblico nella sala delTribunale, e i condannati sotto scorta numerosa furono fatti uscire da una porta ignorata, dalla quale uscirono pure i giudici per sottrarsi ad inevitabili e gravi manifestazioni di biasimo. Questi giudici, che furtivamente si allontanano dal Tribunale, non si direbbe che si sentono rei? Il colonnello Giussani divenuto inviso, fu ripetutamente fischiato, e lo si allontanò per un po’ da Palermo.
La polizia impose che si tenessero aperti i negozî che si sapeva si sarebbero chiusi in segno di protesta; ma l’Università venne chiusa; alle grandi prigioni avvennero dimostrazioni notturne, e canto di inni ch’erano un saluto ai prigioneri che ascoltavano; in teatro si va coi garofani rossi all’occhiello e si fa dal pubblico una di quelle mute proteste, che soloPalermo sa fare, uscendo in massa ad un dato segnale.
AURELIO DRAGO
E il pensiero e il sentimento della gioventù si riassume nel simpatico episodio del baldo e intelligente Aurelio Drago, che fu condannato dal Tribunale di guerra a sei mesi di carcere, perchè il giorno della sentenza, si fece innanzi alla truppa mentre passavano i condannati, ed impose all’ufficiale:Scopritevi! oggi è giorno di lutto per la libertà!
In Italia non fu minore la impressione; e fu vivissima se si tiene conto dell’infrollimento, dello accasciamento degli italiani. Non si trovarono giornali, compresi gli ufficiosi, che poterono lodare o giustificare giudici e sentenza; e tutti manifestarono lo stupore, il rammarico la indignazione. Innumerevoli e vivaci furono le proteste e agitazioni; i condannati venne deciso, che verrebbero portati dapertutto nelle elezioni comunali e provinciali: De Felice e Petrina vennero già eletti in Messina con una splendidissima votazione, sotto il regime dello stato di assedio! e Bosco e gli altri, benchè non fossero nelle liste, ottennero moltissimi voti.
Riuscirà il governo ad arrestare queste proteste coi minacciati processi per apologia di reato contro coloro che propugneranno le candidature dei condannati? Se pur riuscisse la enormità e novità del procedimento rivelerebbe l’anormalità e il pericolo della situazione!
Il processo ai socialisti, che si è trasformato in processo al governo ed alle classi dirigenti e che ha servito alla più vigorosa e larga propaganda delsocialismo avrà pure conseguenze che sorpasseranno quelle del primo momento.
Previdi nella prima edizione che immediatamente si sarebbe avuto aumento di malandrinaggio e di odio fra le classi sociali sottolineate da qualche schiopettata per vendetta, aumento di miseria fra i lavoratori e di dissesto nelle finanze comunali; e sinora le tristi previsioni si sono avverate.
In quanto al resto, alla quistione politica generale i più avveduti sanno e sentono che il socialismo non muore; che esso risorse più forte e più vigoroso in Francia all’indomani del trionfo di una reazione; risorse sempre dopo che se n’erano cantati i funerali. E risorgerà in Sicilia dove la corrente scientifica, dei professori e dei giovani delle Università, che agiscono per altruismo, si fonderà coll’elemento di azione, coi contadini e cogli operai che agiscono per soddisfare impellenti bisogni e che hanno già acquistato coscienza, sebbene vaga, dei diritti e della forza propria.
IN NOME DEL RE
E tristi conseguenze si avranno inoltre dagli ultimi avvenimenti: nel popolo si sarà fatto strada la convinzione che i metodi del regime borbonico continuano, e si sarà perduta la fiducia nei mezzi legali, mentre il socialismo dinastico avrà fatto il suo tempo e non troverà che sorrisi di scherno. Oh! non si vedranno più nelle sale delle associazioni i ritratti del Re e della Regina accanto alla immagine di Cristo! E i contadini non reclameranno piùpane e giustiziaal grido:Viva il Re!dopo la esperienza che in nome del Re non si dette loro che piombo, manette e domicilio coatto.
PROBABILITÀ DI UNA JACQUERIE
Il popolo in Sicilia per un periodo non breve haavuto la forza e il potere nelle mani; ha devastato qualche volta i beni di coloro che crede a torto o sono realmente suoi nemici, ma ne ha rispettato le persone e non si è vendicato sulla loro vita. Sarà altrettanto mite altravolta? Sarebbe desiderabilissimo che lo fosse e sarebbe anche vantaggioso pel popolo stesso; ma qua e là, nelle grotte che servono di abitazioni, nei sotteranei delle miniere, neitukulsparsi per la campagna si sentono sommessi e compressi accenti d’ira, che fanno paura. Chi conosce la situazione confessa che è probabile lo scoppio di una veraJacqueriee presente che i lavoratori in un dato momento prenderanno alla lettera il ritornello del poeta catanesee falceran le teste a lor signori!
NOTE:[68]Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse: Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier l’altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici francesi!—Impossibile! risposi secco e risoluto.—E l’amico mio di rimando:—L’ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette all’arresto e alla perquisizione!—E ci volle la smentita recisa degli avvocati Marchesano e Crimaudo, che all’uno e all’altra avevano assistito, per convincerlo che l’ufficiale dei carabinieri aveva mentito.[69]Devo alla cortesia dell’egregio stenografo, sigr. Francesco Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla redazione delGiornale di Siciliamolto materiale che mi è servito per questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.[70]Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia sianoprofondinelle discipline economiche![71]In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune cartucce, ch’erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d’onde venne, credo un Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.[72]Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente, della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria dell’Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.[73]Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale sdegnosamente protestava contro lecalunnie borghesi, che attribuivano al Comitato centrale i tumulti.[74]Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e non l’uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti, rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; lacomplicità in eccitamento alla guerra civilefondata sulla formazione deiFascidei lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplicepossibilità di prevederei disordini lamentati nell’isola, creandosi così unacomplicità colposa; dichiarati quelli complici in eccitamento alla guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori dello eccitamento, creandosi così unacomplicità senza una reità principale; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così l’eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all’insurrezione, etrasformando in un delitto politico un delitto contro l’ordine pubblico: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza di chi vivamente e attivamente desiderò un’avvenire migliore alla classe dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di avervoluto, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un magistratodichiaratosiincompetente, in una causa colla quale agli imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l’ausilio della difesa civile, facendosi al Codice penale per l’esercito del libero e civile Regno d’Italia l’ingiuria di supporre che avesse negato quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»Così l’Impallomeni. (pag. 4).
[68]Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse: Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier l’altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici francesi!—Impossibile! risposi secco e risoluto.—E l’amico mio di rimando:—L’ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette all’arresto e alla perquisizione!—E ci volle la smentita recisa degli avvocati Marchesano e Crimaudo, che all’uno e all’altra avevano assistito, per convincerlo che l’ufficiale dei carabinieri aveva mentito.
[68]Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse: Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier l’altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici francesi!—Impossibile! risposi secco e risoluto.—E l’amico mio di rimando:—L’ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette all’arresto e alla perquisizione!—E ci volle la smentita recisa degli avvocati Marchesano e Crimaudo, che all’uno e all’altra avevano assistito, per convincerlo che l’ufficiale dei carabinieri aveva mentito.
[69]Devo alla cortesia dell’egregio stenografo, sigr. Francesco Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla redazione delGiornale di Siciliamolto materiale che mi è servito per questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.
[69]Devo alla cortesia dell’egregio stenografo, sigr. Francesco Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla redazione delGiornale di Siciliamolto materiale che mi è servito per questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.
[70]Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia sianoprofondinelle discipline economiche!
[70]Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia sianoprofondinelle discipline economiche!
[71]In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune cartucce, ch’erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d’onde venne, credo un Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.
[71]In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune cartucce, ch’erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d’onde venne, credo un Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.
[72]Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente, della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria dell’Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.
[72]Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente, della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria dell’Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.
[73]Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale sdegnosamente protestava contro lecalunnie borghesi, che attribuivano al Comitato centrale i tumulti.
[73]Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale sdegnosamente protestava contro lecalunnie borghesi, che attribuivano al Comitato centrale i tumulti.
[74]Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e non l’uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti, rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; lacomplicità in eccitamento alla guerra civilefondata sulla formazione deiFascidei lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplicepossibilità di prevederei disordini lamentati nell’isola, creandosi così unacomplicità colposa; dichiarati quelli complici in eccitamento alla guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori dello eccitamento, creandosi così unacomplicità senza una reità principale; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così l’eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all’insurrezione, etrasformando in un delitto politico un delitto contro l’ordine pubblico: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza di chi vivamente e attivamente desiderò un’avvenire migliore alla classe dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di avervoluto, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un magistratodichiaratosiincompetente, in una causa colla quale agli imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l’ausilio della difesa civile, facendosi al Codice penale per l’esercito del libero e civile Regno d’Italia l’ingiuria di supporre che avesse negato quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»Così l’Impallomeni. (pag. 4).
[74]Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e non l’uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti, rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; lacomplicità in eccitamento alla guerra civilefondata sulla formazione deiFascidei lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplicepossibilità di prevederei disordini lamentati nell’isola, creandosi così unacomplicità colposa; dichiarati quelli complici in eccitamento alla guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori dello eccitamento, creandosi così unacomplicità senza una reità principale; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così l’eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all’insurrezione, etrasformando in un delitto politico un delitto contro l’ordine pubblico: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza di chi vivamente e attivamente desiderò un’avvenire migliore alla classe dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di avervoluto, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un magistratodichiaratosiincompetente, in una causa colla quale agli imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l’ausilio della difesa civile, facendosi al Codice penale per l’esercito del libero e civile Regno d’Italia l’ingiuria di supporre che avesse negato quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»
Così l’Impallomeni. (pag. 4).
Indice
Di ciò che si è fatto in Sicilia—dal giorno della proclamazione dello Stato di assedio in poi—risponde politicamente il ministero; ma la responsabilità diretta, materiale e morale, spetta al generale Morra di Lavriano e della Montà.
Se i poteri del Regio Commissario straordinario fossero durati poco tempo—pel solo tempo necessario ad assicurare l’opera del ristabilimento materiale dell’ordine—è assai probabile, che sul di lui conto non ci sarebbe stato molto da ridire e si sarebbero soltanto ricordate le sue benemerenze, siano pure immeritate ed immaginarie; ma la durata eccessiva e la estensione stessa dei poteri che gli erano stati accordati, fecero sperare, autorizzarono anzi, ad aspettare da lui, oltre la repressione, un’opera eminentemente civile d’iniziamento, se non altro, di restaurazione morale, di giustizia politico-amministrativa, di miglioramento economico della condizione dei lavoratori.
BIASIMO E DISONORE
A quest’opera il generale Morra venne meno completamente,e la sua azione invece fu talmente diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto essere, ch’egli ne raccolse larga messe di biasimo e di disonore.
Il giudizio severo non solo viene giustificato dallo esame dei fatti imputabili al Commissario, ma sopratutto dal sistema prezioso dei paragoni, dal confronto con ciò che persona di grado uguale al suo ha dichiarato che avrebbe fatto se fosse rimasto al suo posto; dal confronto di ciò che altri ha fatto realmente in analoghe condizioni dolorose.
Ciò che si avrebbe dovuto e potuto fare in Sicilia venne detto dal generale Corsi, che col comando del XII Corpo di armata trasmise i poteri militari al generale Morra.
Certamente non sarò io che troverò tutto da lodare e crederò che possa in tutto soddisfare ciò che espone il generale Corsi, in quanto a riforme economiche, amministrative, politiche e morali da attuarsi immediatamente in Sicilia, (p. 356 e 357): nè dimenticherò che egli, conservatore, non vede con simpatia tutto ciò che sa di libertà, e non nasconderò che egli ha idee erronee sullo sciopero e sui rapporti economici che possono correre tra lavoratori e proprietari e sui modi di trasformarli e di migliorarli.
IL PROGRAMMA DEL GENERALE CORSI
Bisogna, però, riconoscere che non ostante i suoi errori e i suoi pregiudizî il generale Corsi era animato da uno squisito senso di umanità e di equità. Se ne giudichi da questo brano del suo libro, che sembra precisamente il programma di azione immediata di un generale italiano, munito di poteri straordinarî e mandato in una regione per ristabilirvi l’ordine materiale e morale ad un tempo:«La suprema autorità militare nell’isola—egli scrive—tutto ben ponderato, aveva compreso sin dal primo momento che l’opera sua doveva essere sopratutto e in sommo gradocivile, cioè di pacificazione e concordia tra le classi sociali, che gli agitatori (?) traevano a nimicizia. Quei tanti ufficiali, che si spandeano pei paesi dovevano essere altamente pacieri, apostoli di fratellanza tra genti divise, che si guardavano in cagnesco, esigenti gli uni, ripugnanti gli altri; dovevano mantenersi rigorosamente neutrali, benigni con tutti, di modo che nonsembrasse che le truppe fossero adoperate a sostegno degli interessi dei possidenti e contro le giuste rivendicazioni dei proletarî.
«Dovevano insomma far la parte, che avrebbero dovuto fare i buoni cittadini se avessero saputo, o potuto, o voluto farla.» (Siciliap. 366 e 367).
Questi nobili intendimenti del generale Corsi erano conosciutiin altoe avrebbero dovuto indicarlo come Regio Commissario straordinario, se in Sicilia davvero si avesse voluto fare opera civile di pacificazione e di giustizia! Si dirà che al Corsi non vennero affidati i pieni poteri, precisamente perchè il suo onesto pensiero era conosciuto?
IL PROGRAMMA DEL GENERALE MORRA
Non voglio divagare nel campo delle ipotesi, che potrebbero riuscire di disdoro a chicchessia: ma che tale ipotesi abbia qualche fondamento si può argomentarlo dalla denunzia—fatta dall’on. Saporito-Ricca—della citata circolare dell’antico Comandante del XII Corpo di armata, nella quale si prescriveva di non adoperare le armi contro nessuno in nessuna occasione. Certo è poi, che il generale Morra adottò e svolse un programma del tutto opposto a quellodel suo predecessore: programma di odio, come per rinfocolare quello grande già esistente: programma d’iniquità, parteggiando per i proprietarî e per le classi dirigenti contro i lavoratori.
UN GIUDIZIO DELLA “TRIBUNA„
Esagero, calunnio? Si ascolti non la mia, ma la voce del giornale ufficioso più autorevole che ci sia in Italia e che nella sua amarezza lascia comprendere che sein altosi è soddisfatti dell’opera soldatesca del generale Morra, nelle sfere ministeriali, invece si è assai malcontenti della sua operacivile. «Il paese—dice laTribuna—attendeva da lui un principio di pacificazione. Era in condizioni di ottenerla. Tutte le vie gli erano aperte: autorità altissima, eccezionale, senza opposizioni burocratiche, senza difficoltà e opposizioni locali, perchè i Consigli comunali erano o sciolti o in sua potestà: con un popolo in parte fatto docile dai suoi soldati, in parte dal lato dei proprietari, ancora sotto la paura delle recenti ribellioni, il generale Morra poteva mettersi in mezzo, arbitro e paciere, e svolgere tutto un programma di trattative e di accordi.
«Hanno detto che il male maggiore della Sicilia era la tirannia dei subbaffitti, contro la quale ferocemente i contadini si ribellavano: ed egli poteva e doveva andare man mano sui luoghi e istituire Commissioni di probiviri e veder di comporre, di accomodare, di migliorare i contratti agrari.
«Egli doveva e poteva percorrere l’Isola città per città, paese per paese, studiare le ragioni particolari di avversione, di opposizione, le cagioni dalle quali le ribellioni, gli incendi, le uccisioni erano scaturite, e udire, e prendere consigli e rimediarvi e provvedere.
«Era questa opera nobile e santa.»
«L’ha compiuta; ha tentato neppure di compierla il generale-dittatore?
«Imponiamoci, guardando alle cose siciliane, una doverosa serenità; facciamo un bilancio spassionato delle condizioni dell’isola.
«L’ordine è ristabilito in Sicilia; era difficile ottenerlo senza che la libertà dovesse coprirsi d’un velo.
«Ma la questione siciliana non era soltanto contenuta in questa semplice enunciazione: ristabilire l’ordine materialmente.
«Conveniva e conviene rimuovere le cause dei tumulti siciliani, le quali ormai sono note; conveniva e conviene migliorare le condizioni dei lavoratori siciliani.
«Ma questo è avvenuto, che come il generale Morra si è manifestato impari alla missione che gli era stata affidata, così questa legge dei latifondi siciliani è rimasta indiscussa per la chiusura della Camera.
«E la questione della tranquillità pubblica in Sicilia è rimasta risolta solamente a mezzo.
«L’ordine regna in Sicilia, ma un po’ come a Varsavia. Le popolazioni sono quiete, ma attendono ancora che siano mantenute le promesse del Governo intorno al miglioramento delle condizioni dei contadini.» (n. 194, 15 luglio 1894).
MORRA NON VOLLE FARE
Ho voluto riprodurre quasi integralmente questo giudizio, che venendo da un giornale tanto temperato e quasi assiduamente laudatore del governodi Francesco Crispi, (assai lodato nello stesso articolo) non può essere menomamente sospettato di partigiana avversione contro il generale Morra e riesce perciò assolutamente caratteristico. E il generale Morra va tanto più severamente biasimato per quello che non ha fatto, in quanto che i poteri veramente straordinarî che gli vennero accordati e dei quali usò ed abusò, sconfinarono sino ad assumere facoltà legislative—come venne rilevato, con parole severe di biasimo, dal Prof. Brusa (Della giustiziaecc. p. 14).
Eglimoltopoteva, ese nullafece, segno è che non volle o non seppe fare. E in quanto al saper fare, si avverta che consigli opportuni e suggerimenti adatti alle circostanze del momento, richiesti o spontanei, non gli mancarono: dunque non volle!
L’operaciviledel generale Morra dissi che risulta veramente deplorevole non solo dal confronto col programma del generale Corsi e dalle deluse speranze su ciò che si poteva attenderne; ma anche e sopratutto dal paragone con ciò che ha fatto il generale Heusch in Lunigiana in condizioni analoghe e con poteri uguali.
UN PARAGONE DI CAVALLOTTI
Questo paragone venne fatto, con quello squisito senso artistico che gli è proprio, dall’on. Cavallotti: il quale nella tornata del 25 maggio della Camera dei Deputati, in mezzo alla più viva attenzione dei suoi colleghi al seguente richiamo delPresidente:—«Onorevole Cavallotti, le ripeto di moderare le sue parole. Ella fa requisitorie che non hanno ragione d’essere, e stabilisce coincidenze che proprio non hanno fondamento.»—
Rispose:
«Io non faccio requisitorie, racconto fatti, e non ne parlerei se essi non fossero come il commento di tutta l’opera del generale Morra, troppo diversa da quella del suo collega della Lunigiana. A me, di cui non può essere sospetta la parola; a me, che ritengo illegittimi, perchè non conferiti da nessuna legge i poteri di entrambi i commissarî straordinarî, a me è debito di giustizia, d’altronde già resa dal sentimento pubblico, il riconoscere tra i due la differenza che passa tra chi non si è reso nessun conto del suo mandato e chi, soldato di cuore, investito di dolorosa consegna ha saputo dal male cavare un bene, e profittarne per fare opera di cuore. Invece di farsi compatire coi decreti allegri sulla proroga delle cambiali, invece di appartarsi dal paese e dalla vita delle classi popolari, invece di passare tutti i santi giorni nei salotti dell’aristocrazia a far la vita galante e il cicisbeo alle signore».... Qui il Presidente interrompe con un nuovo richiamo.
—«Eh, onorevole Presidente—continua il Cavallotti—ci vuol altro che richiami! Io vengo da Palermo, dove le son cose notorie, e dove ho raccolto informazioni d’ogni parte, nelle classi più diverse della città. Invece di segregarsi dal popolo, invece di mettersi a parte da tutto il resto della vita cittadina, il generale Heusch capì che là dove ei recavasi erano cause di malessere che non si curano con anni di galera, capì che il suo posto era fra il popolo, fra operai e padroni, fra minatori e proprietari di cave; entrò nelle case e nei tugurî, visitò, studiando, ogni angolo della provincia,portò da una classe all’altra parole di conciliazione e di pace. Ecco perchè egli lascia circondato di simpatie e di rispetto la terra a cui il suo giungere non fu lieto.
«Il generale Morra s’illude molto se crede di avere salvato, coll’opera sua la Sicilia.
«A me basta notare che quando a certe opere si vogliono chiamare soldati si debbono chiamare almeno soldati che abbiano fatta veramente la loro carriera nell’esercito, vissuto la vera vita militare, assorbitene le rare e maschie virtù. E per opera come quella che in Sicilia richiedevasi, ci voleva un uomo che avesse mente e cuore per intenderla. Ecco perchè, concludo, dei due commissari, uno lascia ricordi benedetti da cuori italiani, sull’altro rimane la responsabilità dei mali che non seppe curare, degli odii e dei rancori profondi che egli lascia dietro di sè.»
MORRA CONTRO SE STESSO
E pur troppo non è questo il solo confronto che fa torto al Generale Morra: l’Italia nova dovrà ricordare con vergogna che un Satriano, domata la rivoluzione nel 1849, promulgò poco dopo editti contro l’usura e per il censimento dei demanî comunali e dei beni degli enti morali. Ciò che fece un proconsole borbonico non volle fare l’inviato dall’organizzatore principale della spedizione dei Mille. E ciò che avrebbe dovuto e potuto fare—con feroce ironia contro sè stesso—lo dice il generale Morra nella sua circolare del 12 Agosto ai Prefetti della Sicilia, nello annunziare la cessazione dello Stato d’assedio.
Gl’Italiani e la storia sono e saranno inesorabili verso il generale Morra, non solo per quello chenon ha fatto, ma ancora e di più per quello che fece, poco, sì, ma cattivo assai.
Date le cause dei tumulti di Sicilia, s’intende che chi voleva fare opra degna di lode e duratura doveva porre ogni suo studio nella loro eliminazione e nella riparazione.
Si sa che in Sicilia sono pessimi i rapporti tra capitale e lavoro, tra proprietarî e proletarî, e che ai lavoratori poca parte si concede di quello che a loro spetterebbe. I lavoratori a migliorare la loro misera condizione stimolati più dal bisogno impellente che dal giusto apprezzamento dei vantaggi che possono venire dallacooperazione, in qualche luogo si erano riuniti incooperative di consumo, sottraendosi ai gravosi ed esosi balzelli sui consumi nell’applicazione dei quali le classi dirigenti posero tutta la loro buona volontà per mostrarsi inique. Orbene, chi lo crederebbe? Il generale Morra non solo dispiega il suo furore reazionario contro gli odiatiFasci dei lavoratorie contro i sodalizî, che facevano della politica democratica, ma se la prende anche con quellecooperative di consumo, che egli avrebbe dovuto promuovere con ogni sforzo, se non in nome di un alto senso politico, almeno sotto l’impulso di un cuore un po’ umano.
USURPAZIONI INDECENTI
Nell’odio suo contro iFasciarrivò a permettere ed a lasciare impunite le usurpazioni indecenti e lo sperpero di ciò che apparteneva ai poveri lavoratori. Così a Mazzara del Vallo gli agenti della questura—dopo un mese dallo scioglimento volontario delFascio—vanno a perquisire le case dei socî, che in seguito ad indicazione del Consiglio direttivo, erano in possesso dei mobili del disciolto sodalizioe li sequestrano indebitamente e, più disonestamente, prima li adibiscono ad uso della polizia, del municipio e dei soldati, e poscia li vendono all’asta e si arbitrano distribuirne l’irrisoria somma ricavatane, non ai loro legittimi proprietarî, i socî del Fascio, ma ai poveri del paese.
I poveri contadini di Caltavuturo non sanno ancora come fu impiegata la meschina somma ricavata dalla vendita all’asta dei mobili delFasciofatta da un delegato di Pubblica Sicurezza.
PERSECUZIONI CONTRO LE COOPERATIVE DI CONSUMO
Da quest’odio ingiustificabile contro tutto ciò che ha relazione coiFascie che si traduce talora, come a Mazzara, in danno economico dei lavoratori, ne derivò anche la persecuzione contro lecooperative di Consumo.
Una ce n’era a Campobello di Licata, e che si era costituita con grande stento, riunendo i magrissimi risparmi dei poveri lavoratori, e che riusciva invisa oltremodo ai maggiorenti del paese—e si dice anche, per loschi motivi personali. Appena proclamato lo stato di assedio venne disciolta e si sequestrarono.... il pane, il vino, l’olio, la pasta. L’inaudita violenza sarebbe stata completa se, come qualcuno voleva, quei generi fossero stati lasciati a muffire ed a guastarsi in un qualsiasi locale; e si deve all’intervento di un bravo capitano di fanteria se questi nuovi e strani sostituti della dinamite furono consegnati ad un giovane egregio, il Catanzaro, che li ha venduti e ne ha depositato l’equivalente in una cassa di risparmio.
I fatti di Campobello ebbero una coda dolorosa: il pretore, Annibale Mattioli, mosso a pietà dalla condizione dei lavoratori e dai soprusi che subivano,rivelò il suo pensiero nel casino dei cosiddetticivili. Non lo avesse fatto: fu telegraficamente traslocato come sobillatore.
Pregai il generale Morra perchè volesse consentire la ricostituzione dellacooperativa, che riusciva utilissima ai lavoratori; denunziai il provvedimento impolitico ed inumano alla Camera; ma ebbi in risposta, e dal primo e da chi si eresse a suo difensore in Parlamento, l’on. Filì-Astolfone, che non si poteva perchè laCooperativa di consumodi Campobello era una dipendenza delFasciolocale.
PER GLI OPPRESSORI, CONTRO GLI OPPRESSI
Questo motivo, per quanto balordo, non era però che un mendace pretesto; infatti anche dove laCooperativapreesisteva alFascioe non era connessa al medesimo la sua sorte non fu diversa. A Caltavuturo laCooperativasorse nel 1890 ed era consolidata e prospera nel 1893 quando, in seguito all’eccidio del gennaio vi si costituì ilFascio. Lacooperativariusciva assai giovevole ai miseri contadini ed era perciò antipatica aigalantuomini; perciò il generale Morra si affrettò a discioglierla per dare soddisfazione, come sempre, agli oppressori contro gli oppressi.
I contadini ripetutamente si rivolsero a me per ottenere una giusta riparazione, ed io alla mia volta ne scongiurai amici e congiunti dell’on. Crispi—reputando oramai inutile rivolgermi al Regio Commissario—ed un provvedimento, ad onore del vero, non tardò. Ma qual provvedimento! venne promossa la liquidazione giudiziaria della innocente ed odiatacooperativadi Caltavuturo...
Ancora. La miseria è grande in Chiaramonte Gulfi—che ho dovuto ricordare per il numero considerevoledelle vendite d’immobili all’asta pubblica nello interesse e ad istanza del fisco—i lavoratori credono poterla diminuire costituendosi inCooperativa di consumoconformandosi alle più rigide prescrizioni delle leggi vigenti.
Lo statuto viene redatto, e ad evitare ogni sorta d’inciampi si rivolgono al sottoprefetto di Modica chiedendo il permesso per la riunione dei socî. Con sorpresa mista ad indignazione i lavoratori appresero dal Sindaco che il sottoprefetto in data 18 luglio gli aveva scritto non poter consentire alla domanda «perchè vigendo tuttora l’editto del R. Commissario straordinario per la Sicilia, che sospende il diritto di riunione e di associazione, non potevasi autorizzare la riunione dei socî dellacooperativa...»
PROPONIMENTO SISTEMATICO
Non è dunque evidente nel generale Morra il sistematico proponimento di avversare tutto ciò, che può mirare, negli stretti limiti della legge, al miglioramento economico dei lavoratori? Probabilmente, se egli lo potesse, metterebbe agli arresti di rigore il generale Heusch, che in Lunigiana da Regio Commissario si è fatto promotore di unaCassa di soccorso e pensioni degli operai invalidi—uno scandalo!—che gli ha procurato gli elogi calorosi del più antico e instancabile sostenitore dellacooperazione; ma il generale Heusch, come scrisse l’on. Prof. L. Luzzatti, «ha asserita la responsabilità morale e sociale della ricchezza e della coltura e la legge di solidarietà, che le collega nel bene come nel male alla miseria e all’ignoranza;... ha seminato l’amore e raccolto la previdenza; ha raccolto fiore che raramente spunta dallo Stato d’assedio,persino la riconoscenza, poichè il lavoro non è ingrato quando il capitale non è implacabile» mentre il generale Morra ha seminato l’odio ed ha ribadito l’oppressione...
GLI EDITTI FAMOSI
In Sicilia, si sa, non si soffre soltanto in basso: soffre anche il commercio, come soffre la piccola e media proprietà. Il generale Morra, previdente e provvidente, si commosse pel primo e gli assestò un colpo per stramazzarlo a terra, ferendolo nella parte piùvulnerabile—il credito—coi suoi famosi editti sulle cambiali, riusciti un capolavoro d’ignoranza giuridica e di sovvertimento, deplorevoli pel contenuto, e stranamente sibillini nella forma, tanto da esigere a pochi giorni di distanza il commento straordinario dello stesso straordinario loro autore. Il Commercio serio ed onesto, sdegnato, protestò pel non richiesto editto; solo qualche giuocatore dibaccarat, che discende da magnanimi lombi, invece avrà potuto attestare al Regio Commissario la propria riconoscenza. Il Commercio onesto e serio avrebbe potuto giovarsi dalla rimozione di alcune stupide pastoie postegli collo Stato di assedio e il generale Morra non fu sordo alle sue preghiere: dopo sei mesi si accorse che l’Italia non correva alcun pericolo consentendo ai negozianti la trasmissione dei telegrammi in linguaggio convenzionale. Sia lode a lui!
C’era un campo in Sicilia in cui si avrebbe potuto mietere allori in gran copia da chi si fosse proposto di fare opera di sincera riparazione: quello delle amministrazioni comunali. La circolare che nei primi giorni della sua dittatura emanò il Regio Commissario fece sperare che egli si sarebbe messo sulla buona strada, poichè nella medesimasi davano norme e criterî retti per la revisione dei bilanci e dei tributi comunali, affinchè gli uni e gli altri commisurati ai mezzi disponibili rispondessero all’interesse generale delle popolazioni. E ciò che si avrebbe potuto e dovuto fare ha ripetuto nella citata circolare del 12 agosto.
LA PIÙ DEPLOREVOLE DELLE IPOCRISIE
La circolare giustificò i moti siciliani e li spiegò, senza bisogno di ricorrere ai sobillatori e alle cospirazioni alla Gaborieau; e fece di più: insegnò che le intenzioni buone, senza i fatti corrispondenti, costituiscono la più deplorevole delle ipocrisie. E i fatti non potevano essere più inconsultamente scellerati.
Ecco la ragione del severo giudizio:
Dalla circolare del generale Morra di Lavriano, da accenni e telegrammi dell’on. Crispi, dai telegrammi dei Prefetti e sotto prefetti nei momenti del pericolo e quando in Sicilia non c’erano ancora truppe a sufficienza, emerge che il Presidente del Consiglio e il Regio Commissario Straordinario, che il governo insomma, in alto e in basso, riconosceva ciò che deputati e pubblicisti avevano denunziato, e cioè: che la causa determinante dei moti di Sicilia doveva riconoscersi nella partigiana, dissennata e iniqua amministrazione dei municipî, infeudati da anni a consorterie locali che ne usavano ed abusavano in tutti i modi sotto l’egida dei Prefetti, ed anche di deputati, ai quali in contraccambio delle protezioni accordate rendevano con zelo servizî polizieschi ed elettorali.
Un governo perfettamente conscio di tale stato di cose, che avrebbe dovuto fare immediatamente, fulmineamente? Tener conto della indicazione causale,provvedendo al sintomo più minaccioso e più doloroso: dare addosso alle camorre locali, alle mafie amministrative, disoneste e prepotenti!
UNA COSA ... INVEROSIMILE
Ebbene, il governo italiano ha fatto cosa che sembrerà in appresso inverosimile, impossibile e che è rigorosamente vera: ha messo la sua fiducia in quelle consorterie, che avrebbe dovuto punire; dove non c’è delegato di pubblica sicurezza ne ha lasciato la funzione ai sindaci malvisti e che si sanno odiati; e sindaci ed assessori hanno consigliato e fatto eseguire gli arresti dai carabinieri e dalle truppe ai loro ordini; essi, proprio essi! hanno imbastito processi mostruosi di cui per un pezzo si dovrà vergognare l’Italia; e per loro suggerimento sono stati deportati giovani d’illibata condotta, rei soltanto di avere militato nelle fila della opposizione amministrativa e di avere svelato le turpitudini commesse dai feudatari municipali. Così, coloro che avrebbero dovuto essere puniti, coloro che si videro minacciati dall’ira popolare—ex lege, in mancanza dell’azione punitrice legale—sono stati messi in condizione di fare le proprie e spietate vendette sugli avversarî accusatori.
E il generale Morra non si contentò di lasciare al loro posto quegli amministratori, che avrebbe dovuto punire quale causa vera e diretta dei tumulti, ma si rese loro complice, e somministrò loro gli strumenti per consolidarsi al potere, fare le proprie vendette e continuare nella dilapidazione e nella oppressione dei lavoratori, e dei vinti avversarî.
Qualche Consiglio comunale fu sciolto in sulle prime; e questa parve soddisfazione accordata a coloro che avevano protestato in tutti i modi e cheavevano reclamato l’opera risanatrice di un regio commissario. Ma la resipiscenza verso il male non tardò, e dove i regî commissarî mostrarono onesti propositi di riparare ai mali furono rimossi o costretti a dare le dimissioni, perchè avevano osato disturbare le antiche disoneste e prepotenti camerille amministrative.[75]
STRAGE DI ELETTORI
Era noto del pari, che le disoneste camerille locali simantenevanoal potere mercè la falsificazione delle liste elettorali, nelle quali indebitamente erano iscritti gli amici fedeli, i complici, i dipendenti e ne erano cancellati quanti erano in odore di avversarî. Il generale Morra volle che tale stato di cose non fosse menomamente modificato. Curò, anzi, che s’impedisse qualche levata di scudi da parte degli elettori stanchi delle pessime amministrazioni; e dai suoi Commissarî straordinarî fece fare più che una decimazione, una vera strage di elettori di parte popolare, e chiamati sobillatori.
La strage fu parziale da principio, e limitata alle località nelle quali era avvenuto lo scioglimento del Consiglio Comunale e dove si sapeva che i sobillatori avevano grande seguito.