NOTE:

UN PROFESSORE DICHIARATO ANALFABETA

Così a Piana dei Greci fu mandato quel regioCommissario, che si rese celebre a Misilmeri e di cui si occupò l’on. Comandini nelCorriere della Sera, il quale cancellò 527 elettori dalla lista, radiando come analfabeta, a quanto si dice, anche un Professore di lettere in un Regio Ginnasio di Palermo!

Poscia la misura divenne generale coll’invio dei Commissarî speciali per la revisione delle liste elettorali; commissarî che spiegarono a preferenza la loro azione dove democratici e socialisti preponderavano. In tal guisa a Catania, patria e collegio dell’on. De Felice, si cancellanocinquemilaelettori sopranovemilaiscritti: cifra quest’ultima niente affatto esagerata per una città di oltre centomila abitanti; mentre nelle cittadelle dei conservatori—Aci Reale, Bronte, Castelvetrano, ecc., ecc.—gli elettori oltrepassavano ogni misura; arrivavano anche ai 25 e al 30 per cento della popolazione, quanti non avrebbero potuto essere col suffragio universale; mentre a Catania vennero cancellati dalle liste elettorali professori di Università, medici, ingegneri, avvocati, proprietarî... E la censura sapientissima non tollerò che la mostruosaepurazione, come veniva chiamata, fosse denunziata e discussa in pubblico.[76]

Con questi savi provvedimenti il generale Morra avrà pensato di riparare alle malversazioni, alle corruzionielettorali, alle ingiuste ripartizioni dei tributi, a tutti i mali delle amministrazioni locali denunziati e non contraddetti nè in Parlamento nè fuori.

UN INDIRIZZO PROTESTA...

Certo è che egli ne ha annunziati e disciplinati non pochi; e tanto ha disciplinati alcuni municipî, che alcuni si sono fatti spontanei iniziatori della sottoscrizione di un indirizzo—che suona protesta contro le irriverenti parole pronunziate dal Cavallotti nella Camera dei deputati—proclamante la benemerenza del generale Morra di Lavriano e della Montà per la sua opera civile di rigenerazione nella desolata Sicilia!

Quest’opera civile poteva rimanere incompleta se non si pensava alla base: alla coltura cioè, e alla educazione. In Sicilia il numero degli analfabeti era ed è grandissimo, quale in nessun’altra nazione civile di Europa; ebbene, si rimedia assecondando le aspirazioni dei grandi proprietarî della sala Ragona, che acclamarono alla proposta di sopprimere la istruzione obbligatoria; incoraggiando quel bravo consigliere di Prefettura, che in Mazzarino proclamò che il dogma della nuova Italia da ora in poi dovrebbe essere quello dellaignoranza obbligatoriaed in conformità chiudendo tutte le scuole, ch’erano state scandalosamente aperte daiFasci, tanto deleterie pei lavoratori quanto lecooperative di consumo.

Il libero insegnamento scientifico è uno scandalo e il generale Morra chiama nel suo ufficio due professori della Università di Palermo—Schiattarella e Salvioli—e fa loro intendere e si fa promettere che nelle lezioni non ci doveva entrare la sobillazione, se no... Si sa che un poco di domicilio coattofortifica lo spirito e prepara nobilmente ad impartire una scienza sanaad usum delphini, a base di catechismo e di cristianesimo annacquato e corretto, di completo gradimento di Monsignor Celesia e degli altri vescovi, che generosamente si scagliarono contro i socialisti relegati, processati, imprigionati!

EQUANIMITÀ E DELICATEZZA DEL MORRA

La mente eletta e l’animo nobile del generale Morra non si rivelarono soltanto nelle cennate circostanze e nei modi summenzionati; altre occasioni egli ebbe di mettere in evidenza la equanimità, la delicatezza dei sentimenti, il tatto squisito. Il premuroso sindaco di Catanzaro manda—spontaneamentes’intende—un telegramma al colonnello Giussani Presidente del Tribunale militare, in difesa del Questore Lucchese e in danno di De Felice e C.?

E il generale Morra lo lascia pervenire al suo indirizzo. Da Catanzaro mandano poco dopo un telegramma alGiornale di Sicilia, che dà notizia delle proteste del Consiglio Comunale contro l’operato del sindaco, e che gioverebbe agli stessi accusati? E il generale Morra si affretta a sequestrarlo. Ciò per la equanimità.

Quanto al tatto squisito, il generale Morra distribuisce lodi e dà banchetti in quali occasioni e per quali motivi? Lasciamolo dire a Felice Cavallotti.

LA PAROLA DI CAVALLOTTI

Il generale Morra «è l’autore di quel saluto di congedo agli ufficiali in partenza, che dopo avere nell’isola, tra dolorosifrangenti, mostrato pur cuore di soldati italiani, mentre partivano pensosi ed afflitti delle cose vedute, si udirono in un discorso gonfio di rettorica vanesia decretare allori da essi nè bramati nè sognati nè chiesti, i tristi allori dellaguerra civile, come tornassero da Filippi o da Farsaglia.

Di più: «il giorno che nell’aula di un tribunale si domandano 23 anni di galera, per delitto di lesa patria, contro un deputato italiano, fino a ieri circondato dall’aura popolare, rappresentante di una illustre città, onorato della fiducia di due collegi dell’isola sua... il giorno che tanti anni di galera si domandano contro un deputato e contro altri cittadini italiani, alle cui virtù morali e civili lo stesso rappresentante, non dirò della legge, che non lo è, ma dell’accusa, ha dovuto rendere omaggio, è sempre un giorno doloroso per chiunque abbia cuore italiano, per chiunque abbia senso di gentilezza italiana.

«Ebbene, è deplorevole che questo sentimento elementare non sia stato capito dal signor generale Morra di Lavriano, il quale ha creduto delicato, opportuno, gentile, scegliere proprio il giorno, in cui si pronunziava quella enorme requisitoria... (Interruzioni) per indire, proprio in quel giorno, in via eccezionale un solenne festoso banchetto ai notabili e all’alta società di Palermo. (Rumori). Io mi domando a quale altro generale che non fosse il generale Morra di Lavriano sarebbe venuta in mente un’idea così peregrina, coprendo un ufficio che per la sua stessa anomalia di fronte alla legge esigeva per lo meno un tatto squisito, e in un momento nel quale la pacificazione degli animi è il bisogno supremo dell’isola.

«Io nato in Milano, sotto ilfelicegoverno di Casa d’Asburgo, ben so che i generali austriaci sceglievano i giorni delle condanne di patrioti per indirefeste e banchetti, a provocazione e sfida del sentimento cittadino. E se mal non ricordo, devo aver letto in un bellissimo libro del deputato Bufardeci, qui a me vicino, libro scaldato da quella fiamma giovanile che pare oggi essersi riconcentrata nell’animo dei vecchi, che il maresciallo Del Carretto sceglieva il giorno della esecuzione di Mario Adorno e del suo figlio giovanetto in Siracusa per celebrare l’eccidio con una festa da ballo. Ma è deplorevole che, dopo 34 anni che l’Italia fu redenta, reminiscenze e confronti simili si ridestino da generali italiani!»

MORRA CONTRO MARIA DE FELICE

E chi infine oserebbe mettere in dubbio la delicatezza dei sentimenti del Generale Morra di Lavriano e della Montà, che all’indomani della sentenza che manda l’on. De Felice perdiciottoanni nella reclusione, espelle da Palermo la gentile Maria, colpevole di non sapere nascondere il cordoglio ineffabile per la condanna del padre e di destare la simpatica commiserazione in una cittadinanza cavalleresca e pietosa?

Un ultimo accenno all’operaciviledel generale Morra.

UNA MANOVRA DEI REAZIONARII

Perchè essa fosse riuscita proficua, opportuna, apprezzata sarebbe stato necessario che egli avesse percorso la Sicilia, per conoscernede visui mali, che egli avesse avvicinato i sofferenti e gli oppressi ed avesse ascoltato dalla loro viva voce i reclami e le proteste, che si fosse frammischiato col popolo e col popolo avesse vissuto. Il Generale Heusch gli dette l’esempio in Lunigiana di ciò che avrebbe dovuto fare; ed anche qualche suo subordinato, il simpatico colonnello Pittaluga, gli additò la viada battere. Ma tali esempî non erano degni di lui; egli invece di visitare i tugurî, di informarsi delle sofferenze del popolo, di studiarne le cause, preferì passare da una casa principesca all’altra, da questa a quell’altra villa per gradire banchetti lauti, per assistere a sfarzosesoirèes, che riuscivano un insulto alla miseria grande delle moltitudini: insomma tutto fece meno che muoversi da Palermo e adempire il proprio dovere.

Principi, marchesi e baroni si tennero onorati delle visite dell’ospite eminente e vollero mostrarsi riconoscenti: cospirarono—è la parola adatta—per fargli concedere la cittadinanza onoraria di Palermo; ma la città di Palermo, giammai vile e servile, sventò la indecorosa manovra, e colla sua attitudine impose il rispetto che si doveva ad un paese che tale onorificenza solo a Garibaldi ha voluto concedere.

Solo per un momento il Morra vuol rendersi popolare e va al Foro italico per assistere... alla benedizione delle capre!

Finalmente esce da Palermo, dove si godette i suoi veri ozî di Capua, e va a fare la sua visita di congedo alla Sicilia. Va e passa in rassegna le truppe per informarsi, forse, se le cartucce sono sufficienti e se i fucili sono pronti per ripetere la cura del piombo al popolo. Vero è che egli raccoglie ciò che merita: accoglienze strettamente e glacialmente ufficiali dai suoi dipendenti, talvolta urli e fischi dagli imperterriti Gavroche isolani, che non sanno valutare e temere abbastanza i benefizî e i pericoli dello Stato di assedio: ma in compenso lo conforta il brindisi laudatorio dell’on. Marchese di San Giuliano...

Il generale Morra lasciando l’Isola, nella sua circolareai prefetti, osò scrivere questo periodo sbalorditoio, ch’è meritevole di essere tramandato ai posteri, come l’indice più esatto della sua incoscienza: «Durante questo periodo eccezionalesprezzando fatiche e disagimi sono dedicato con vero affetto alla non facile impresa della pacificazione degli animi per varie cause eccitati, e allo studio arduo dei principali bisogni delle popolazioni siciliane....»

IL RESPONSABILE DELL’OPERA DI MORRA

E l’ironia amara per quest’operainciviledel Regio Commissario straordinario in Sicilia potrebbe continuare, se non fosse tempo di ricordare che di quest’opera sua c’è chi è direttamente e politicamente responsabile di fronte al paese: l’on. Crispi.

Si mentirebbe e si calunnierebbe il Presidente del Consiglio dei ministri se si dicesse che egli sia rimasto contento e soddisfatto del modo come il generale Morra ha adempiuto alla delicatissima e grave missione affidatagli. Si assicura che egli si sia accorto in tempo della cattiva scelta fatta e che non abbia nascosto il suo malumore. Un sintomo del suo malumore si volle scorgere nella insolita fiacchezza colla quale difese egli nella Camera dei deputati il regio Commissario dagli attacchi dell’on. Cavallotti.[77]

PIÙ VEROSIMILMENTE...

Ma se l’on. Crispi si accorse in tempo che il GeneraleMorra non rispondeva alle esigenze imperiose della difficile situazione, perchè non lo rimosse dall’ufficio? Forse temette di attentare alla reputazione della propria infallibilità? Più verosimilmente ubbidì ad ordini che vennero dall’alto protettore del Morra. Nell’uno e nell’altro caso sul capo del governo che scelse un uomo inadatto al compito e lo mantenne, quando si manifestò tale apertamente, ricade la responsabilità intera dell’errore commesso. In un modo solo potrebbe farselo perdonare: disfacendo l’opera del generale Morra e cominciando dalla pacificazione degli animi, che non potrà iniziarsi efficacemente se non coll’amnistia: amnistia, suggeritadallasuprema Corte di Cassazione, e moralmente necessaria ai giudici anzichè ai condannati.

NOTE:[75]In Palermo fece rumore il caso di Parco. L’amministrazione fu sciolta perchè furono dimostrate fondate le accuse portate contro di essa dalFascio. Vi fu mandato come regio Commissario il sig. Benedetto Carrozza, che conoscendo i fatti cercò riparare al dissesto economico e ai disordini amministrativi; ma i rei seppero ingraziarsi il generale Morra, e il regio Commissario di Parco si dimise, per provvedere al proprio decoro e forse anche alla propria libertà: venne indicato come sobillatore![76]Il caso di Catania fu portato alla Camera dei Deputati. Conservo relativamente ad essa un articolo che voleva pubblicarsi in un giornale locale—e di cui fu vietata la pubblicazione,—come il documento più prezioso dello sconfinato e brutale arbitrio della censura preventiva. Ogni cartella dell’articolo, in cui non c’è una sola parola incriminabile e men che rispettosa verso le autorità, porta ilvetodel Capo di Gabinetto della Prefettura sig. De Francisci.[77]IlCorriere dell’Isoladi Palermo, organo dei conservatori e che rispecchiava le tendenze dell’entouragearistocratico del generale Morra, scrisse in quella occasione un fierissimo articolo contro l’on. Crispi. Ad onore del vero si deve aggiungere che il numero in cui fu pubblicato venne sequestrato per ordine dello stesso generale, che certamente si sarà ricordato del:surtout pas trop de zèle!

[75]In Palermo fece rumore il caso di Parco. L’amministrazione fu sciolta perchè furono dimostrate fondate le accuse portate contro di essa dalFascio. Vi fu mandato come regio Commissario il sig. Benedetto Carrozza, che conoscendo i fatti cercò riparare al dissesto economico e ai disordini amministrativi; ma i rei seppero ingraziarsi il generale Morra, e il regio Commissario di Parco si dimise, per provvedere al proprio decoro e forse anche alla propria libertà: venne indicato come sobillatore!

[75]In Palermo fece rumore il caso di Parco. L’amministrazione fu sciolta perchè furono dimostrate fondate le accuse portate contro di essa dalFascio. Vi fu mandato come regio Commissario il sig. Benedetto Carrozza, che conoscendo i fatti cercò riparare al dissesto economico e ai disordini amministrativi; ma i rei seppero ingraziarsi il generale Morra, e il regio Commissario di Parco si dimise, per provvedere al proprio decoro e forse anche alla propria libertà: venne indicato come sobillatore!

[76]Il caso di Catania fu portato alla Camera dei Deputati. Conservo relativamente ad essa un articolo che voleva pubblicarsi in un giornale locale—e di cui fu vietata la pubblicazione,—come il documento più prezioso dello sconfinato e brutale arbitrio della censura preventiva. Ogni cartella dell’articolo, in cui non c’è una sola parola incriminabile e men che rispettosa verso le autorità, porta ilvetodel Capo di Gabinetto della Prefettura sig. De Francisci.

[76]Il caso di Catania fu portato alla Camera dei Deputati. Conservo relativamente ad essa un articolo che voleva pubblicarsi in un giornale locale—e di cui fu vietata la pubblicazione,—come il documento più prezioso dello sconfinato e brutale arbitrio della censura preventiva. Ogni cartella dell’articolo, in cui non c’è una sola parola incriminabile e men che rispettosa verso le autorità, porta ilvetodel Capo di Gabinetto della Prefettura sig. De Francisci.

[77]IlCorriere dell’Isoladi Palermo, organo dei conservatori e che rispecchiava le tendenze dell’entouragearistocratico del generale Morra, scrisse in quella occasione un fierissimo articolo contro l’on. Crispi. Ad onore del vero si deve aggiungere che il numero in cui fu pubblicato venne sequestrato per ordine dello stesso generale, che certamente si sarà ricordato del:surtout pas trop de zèle!

[77]IlCorriere dell’Isoladi Palermo, organo dei conservatori e che rispecchiava le tendenze dell’entouragearistocratico del generale Morra, scrisse in quella occasione un fierissimo articolo contro l’on. Crispi. Ad onore del vero si deve aggiungere che il numero in cui fu pubblicato venne sequestrato per ordine dello stesso generale, che certamente si sarà ricordato del:surtout pas trop de zèle!

Indice

Se questo libro non dovesse essere che la esposizione cronologica degli avvenimenti, più volte avrei dovuto accennare alla discussione parlamentare; ma poichè ho invece preferito raggruppare i fatti logicamente e metterli in connessione colle loro cause, facendoli seguire dai commenti che mi sono parsi opportuni, ho raccolto in unico capitolo tutto ciò che riguarda la discussione degli avvenimenti a Montecitorio; perchè in quelle discussioni c’è appunto il riassunto degli avvenimenti, della esposizione delle loro cause, e delle considerazioni fatte sugli uni e sulle altre, della responsabilità del governo, della utilità e convenienza della sua azione.

I giudizî emessi in Parlamento dànno la più esplicita sanzione a quanto sinora è stato esposto e servono di opportuna conclusione alla precedente narrazione ed ai relativi commenti.

UN CONSENSO AMMIREVOLE

Quali le cause intime e reali dei moti di Sicilia? Su questo argomento ci fu un consenso ammirevoledi parere tra gli oratori delle varie parti della Camera, che non potè essere menomato dal dissenso di pochissimi deputati, e che verrà lumeggiato in ultimo.

Prima tra le cause venne indicato il forte e rapido disagio economico. Si comprende che su di esso abbia insistito un socialista come il Badaloni, che opportunamente ricorda che le stesse cause economiche, le quali—secondo Massari, Castagnola e Villari—produssero il brigantaggio, cagionarono i moti di Sicilia. Egli con sintesi mirabile espose le risultanze dellaInchiesta agraria—il cui volume sulla Sicilia porta, come si sa, la firma dell’on. Damiani—e secondo la quale nell’isola le classi lavoratrici hanno unimpronta comune di miseria, di abbattimento e di patimento; dove invano si cerca un ceto agricolo, ma si trovanoservi sfruttati sempre, riconosciuti mai, che per vivere sono costrettia rubareed a vendere l’onore delle loro figlie e delle loro mogli...

Si comprende del pari che io—che da vero sobillatore, molti anni or sono avevo riprodotto questi giudizî del Damiani, dalle forti tinte,—mi sia trovato perfettamente di accordo coll’amico carissimo Badaloni; ma importa di più il conoscere che il forte disagio economico venne ammesso da molti altri, che militano in partiti avversissimi al socialista: dall’on. Comandini—che fece due discorsi forti per logica e per ricchezza di fatti—all’on. Farina; dall’on. Franchetti all’on. La Vaccara; dall’on. Filì Astolfone all’on. Di San Giuliano. Quest’ultimo anzi dette in sulla voce all’on. Nasi—i cui singolarissimi giudizî troveranno un posto speciale—ed insistette nel dimostrare i danni del latifondo, il rapido passaggiodal benessere al disagio economico vivo e sentito da tutte le classi e non dai soli lavoratori.

ANCHE L’ON. CRISPI!

Non è meno notevole il consenso sulla pessima amministrazione dei corpi locali e sulla iniqua ripartizione dei tributi: ammette questi gravi inconvenienti ed efficaci fattori di malcontento lo stesso on. Crispi!

Ricordai, che li aveva messi in evidenza l’onorevole Damiani in una intervista col corrispondente delLokalanzeigere li riconobbero gli onor. Farina, Pinchia e Filì-Astolfone. Ne fece un quadretto verista ammirevole l’on. Di Sant’Onofrio, che ricordò essere stato prodotto dalle iniquità e dalle prepotenze dei partiti locali il motto popolare, che ritiene:la legge essere fatta solamente per lo sciocco. Ma fu l’on. Di San Giuliano, che anche su questo riguardo col rammarico di dissentire dal solito Nasi, somministrò dati importanti sulla prevalenza delle relazioni e clientele personali, sull’accanimento delle lotte tra i partiti locali, sulla gravezza delle imposte, sulla dissennatezza delle spese, sulla falsità delle liste elettorali... E chi più ne ha, più ne metta!

I danni enormi del disagio economico e della iniquità e scorrettezza delle amministrazioni locali fu dimostrato che venivano aggravati dalla imperizia e dalla partigianeria dei funzionarî di ogni grado, che il governo ha mandati in Sicilia dal 1860 in poi in punizione o in esperimento.

Il male fu più volte denunziato e deplorato; ma i varî ministeri lo negarono sempre; il male era reale tanto che venne stigmatizzato in questa occasione da un uomo di facile contentatura, qual’è l’onorevoleLa Vaccara, seguito dagli on. Di San Giuliano, Farina e Nicolosi.

Questi, di animo mite e alieno dalla critica contro l’ente governo, fece una vera e giusta carica a fondo contro i prefetti, la cui partigianeria politica generava un forte disagio morale, che aggravava il disagio economico. A notarsi: avendo io accennato ad un funzionario abile e intelligente, l’on. Damiani mi fece questa caratteristica interruzione: «Pare impossibile, ma è vero!»

L’ON. COMANDINI

Chi mise il dito sulla piaga sui funzionari governativi accennando al passato prossimo... ed al presente fu l’on. Comandini. Egli nel suo discorso del 27 febbraio 1894 disse:

«Non facciamoci illusioni: la condizione delle provincie siciliane, per ciò che si riferisce agli atti ed alla responsabilità delle autorità governative, non poteva essere peggiore... In Sicilia io ho trovato che negli uomini veramente di ordine era ed è radicata la convinzione che in alcuni comuni, perfini elettorali, non sdegnarono alcuni funzionarî del governo di farsi essi autori di circolari e di proclami, che venivano distribuiti ed affissi in pubblico sotto l’intestazione:Fascio dei lavoratori.» (Commenti).

«Non facciamoci illusioni: la condizione delle provincie siciliane, per ciò che si riferisce agli atti ed alla responsabilità delle autorità governative, non poteva essere peggiore... In Sicilia io ho trovato che negli uomini veramente di ordine era ed è radicata la convinzione che in alcuni comuni, perfini elettorali, non sdegnarono alcuni funzionarî del governo di farsi essi autori di circolari e di proclami, che venivano distribuiti ed affissi in pubblico sotto l’intestazione:Fascio dei lavoratori.» (Commenti).

Coi pieni poteri del generale Morra di Lavriano ci fu un miglioramento? Ecco il giudizio, da nessuno contraddetto, dello stesso on. Comandini:

«Io ho trovato che la fiducia nei funzionari amministrativi era scossa, e quando ho indagato se sua Eccellenza il regio Commissario straordinario si fosse insediato a Palermo con uno speciale gabinetto politico, sapete voi quale Gabinetto politico ho trovato? Ho trovato un Gabinetto composto di un militare e di due civili, perfettissimi gentiluomini, giovani di grande e buona volontà, d’ingegno pronto e di eccellente volontà nel lavoro, ma sorpresi essi stessi dal carico, ch’era stato addossato alle loro spalle, e non timorosidi dire che essi si sentivano contenti di essere stati chiamati a tali funzioni,perchè imparavano una quantità di cose nuove, che prima essi ignoravano...»

«Io ho trovato che la fiducia nei funzionari amministrativi era scossa, e quando ho indagato se sua Eccellenza il regio Commissario straordinario si fosse insediato a Palermo con uno speciale gabinetto politico, sapete voi quale Gabinetto politico ho trovato? Ho trovato un Gabinetto composto di un militare e di due civili, perfettissimi gentiluomini, giovani di grande e buona volontà, d’ingegno pronto e di eccellente volontà nel lavoro, ma sorpresi essi stessi dal carico, ch’era stato addossato alle loro spalle, e non timorosidi dire che essi si sentivano contenti di essere stati chiamati a tali funzioni,perchè imparavano una quantità di cose nuove, che prima essi ignoravano...»

La Sicilia era, dunque, pel Gabinetto del generale Morra di Lavrianocorpus et anima villa... Ed ora si meravigli chi può dellasapienzadegli atti e degli editti del Commissario.

Date queste premesse e assodate queste cause predisponenti si può indovinare quale e quanta responsabilità si possa attribuire ai socialisti, ai sobillatori, aiFasci dei lavoratori.

Sono essi, che hanno calunniato la borghesia e che hanno generato l’odio di classe?

Badaloni prende il volume dell’Inchiesta Agrariadel Damiani e mostra che l’odio di classe è antico e produsse le manifestazioni del 1848 e del 1860 di quella popolazione, che lo stesso on. Crispi chiamòsobria, schiava della fame e del lavoro. Socci, Ferrari, Prampolini ed io, ribadimmo l’assunto del Badaloni; lo confermò Franchetti, che disse l’antagonismo tra le varie classi sociali antico e fatale. Ma le classi dirigenti e la grossa borghesia sono meritevoli di odio? Basta rammentare le parole di Crispi, riportate avanti, ch’egli pronunziò a Palermo nel 1886, in una riunione di operai...

QUEL CHE DICE IL MARCHESE DI SAN GIULIANO

L’AMENITÀ DELL’ON. CASTORINA

Come la borghesia usò in Sicilia di quella sua onnipotenza? Ecco qua: «Il grande proprietario è troppo soventefruges consumere natus, un parassita, un ozioso... ma non è (?) uno sfruttatore. I borghesi rurali in generale trattano male i contadini; amministrano i comuni con criterî d’interessi di classe; sono azzeccagarbugli, usurai... Le classi dirigenti non sono all’altezza dei loro doveri...» Èforse questo il giudizio appassionato di un socialista? No! venne formulato da un loro avversario, da un loro persecutore: dall’on. Marchese di San Giuliano il giorno 27 febbrajo 1894! E dopo le sue parole, lasciamo che il suo amico on. Castorina si diverta, e diverta gli altri, nel difendere la borghesia, e nell’affermare che borghesi e lavoratori in Sicilia fraternizzano, come nel più idillico dei mondi possibili!

Se i socialisti, i sobillatori, iFascinon generarono l’odio di classe, che trovarono bello e preparato da anni e forse da secoli, non può dirsi neppure ch’essi furono gli agenti diretti, determinanti degli ultimi moti. Che non lo furono fu sostenuto da Badaloni, da Altobelli, da Comandini, da me. L’ottimo Farina si stupì, si meravigliò altamente degli on. Nasi e Saporito, che aiFascie ai sobillatori li attribuirono; ma il loro era naturalmente il parere dell’on. Crispi, che fu pure combattuto da uno dei suoi più fedeli amici politici, dall’on. Di Sant’Onofrio. Più equanimi vollero mostrarsi gli on. Filì-Astolfone e Di San Giuliano che dei moti trovarono la ragione parte nelle cause precedentemente esposte e parte nell’azione deiFasci. Il secondo, anzi, si espresse in termini, che meritano di essere integralmente riprodotti.

«Per quanto concerne le cause—disse il rappresentante per Catania—voi avrete visto, e dalla discussione fatta qui e da quello che si è detto fuori di quest’aula, che vi sono due tendenze. Gli uni credono che causa unica sia il disagio economico, e specialmente la miseria dei contadini; altri credono che causa unica sia lapropagandadei sovvertitori.»«L’onorevole Nasi nel suo discorso di ieri si accostava a quest’ultima opinione. Ora io francamente credo che abbianocontribuito l’una e l’altra causa. Senza il disagio economico e senza il malcontento che ne consegue, la propaganda dei sovvertitori non avrebbe potuto avere gli effetti che ha avuto, eforse non si sarebbe fatta. Senza poi la propaganda dei sovvertitori il malcontento non si sarebbe manifestato ora, o sisarebbe manifestato in altro modo, forse non meno pericoloso, ma più legale.»

«Per quanto concerne le cause—disse il rappresentante per Catania—voi avrete visto, e dalla discussione fatta qui e da quello che si è detto fuori di quest’aula, che vi sono due tendenze. Gli uni credono che causa unica sia il disagio economico, e specialmente la miseria dei contadini; altri credono che causa unica sia lapropagandadei sovvertitori.»

«L’onorevole Nasi nel suo discorso di ieri si accostava a quest’ultima opinione. Ora io francamente credo che abbianocontribuito l’una e l’altra causa. Senza il disagio economico e senza il malcontento che ne consegue, la propaganda dei sovvertitori non avrebbe potuto avere gli effetti che ha avuto, eforse non si sarebbe fatta. Senza poi la propaganda dei sovvertitori il malcontento non si sarebbe manifestato ora, o sisarebbe manifestato in altro modo, forse non meno pericoloso, ma più legale.»

DEI “FORSE„ ELOQUENTI

Non è evidente da questiforsedell’on. Di San Giuliano, che i moti si sarebbero avuti anche senza iFasci, e in una formanon meno pericolosa?

Una manifestazione se è piùpericolosa, dal punto di vista politico, non giova che sia piùlegale; ad ogni modo l’on. Paternostro, che dell’on. Crispi è amico politico e non è affatto socialista, riconobbe e ricordò colla sua lealtà, che il movimento deiFasciera legalissimo e doveva essere rispettato.

Si dirà che iFasci, i sobillatori, i socialisti hanno almeno la responsabilità indiretta dei tumulti siciliani, in quanto furono determinati o accelerati dalla loro propaganda? E allora a quanti hanno predicato e raccomandato la emancipazione o il miglioramento dei lavoratori deve assegnarsi buona parte delle responsabilità; e primo fra tutti all’on. Crispi, che proprio in Sicilia espose... in pubblici discorsi idee poco diverse per il fine cui miravano, di quelle propugnate dai socialisti. E gli on. Altobelli e Badaloni con eloquenza e con senso vero di opportunità all’on. Crispi ricordarono questi brani significanti dei suoi discorsi di deputato e di candidato:

«Bisogna una volta uscire da cotestoegoismo borghese, che ha già sconvolto altre nazioni, o, quel che più monta, ha soffocato nel sangue i reclami del popolo,volta a volta blandito e tradito.«La questione sociale, se non venga risolta comedovere, verrà imposta come necessità.»«Alle plebi manca tutto, il loro rinascimento comincia da oggi...«Bisogna che i lavoratori siano redenti dalla schiavitù della ignoranza, edalla schiavitù del capitale...«Bisogna che siano messi nella condizione di avere il denaro necessario, affinchè, volendolo,possano diventare padroni di un opificio, e che, associati, possano anche essi costituire opifici...«Allora potrete trovare la soluzione del problema,che il capitale ed il lavoro stiano allo stesso livello, siano nelle stesse condizioni di eguaglianza, e che l’uno non possa comandare sull’altro, ma si riequilibrino, si rafforzino a vicenda...«Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita quellaunità morale, senza la quale non è possibile che duri l’unità politica del popolo italiano.«Imperocchè fino a quando leclassi socialidureranno distinte per gl’interessi rivali,e qualche volta l’una tiranna dell’altra, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.»

«Bisogna una volta uscire da cotestoegoismo borghese, che ha già sconvolto altre nazioni, o, quel che più monta, ha soffocato nel sangue i reclami del popolo,volta a volta blandito e tradito.

«La questione sociale, se non venga risolta comedovere, verrà imposta come necessità.»

«Alle plebi manca tutto, il loro rinascimento comincia da oggi...

«Bisogna che i lavoratori siano redenti dalla schiavitù della ignoranza, edalla schiavitù del capitale...

«Bisogna che siano messi nella condizione di avere il denaro necessario, affinchè, volendolo,possano diventare padroni di un opificio, e che, associati, possano anche essi costituire opifici...

«Allora potrete trovare la soluzione del problema,che il capitale ed il lavoro stiano allo stesso livello, siano nelle stesse condizioni di eguaglianza, e che l’uno non possa comandare sull’altro, ma si riequilibrino, si rafforzino a vicenda...

«Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita quellaunità morale, senza la quale non è possibile che duri l’unità politica del popolo italiano.

«Imperocchè fino a quando leclassi socialidureranno distinte per gl’interessi rivali,e qualche volta l’una tiranna dell’altra, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.»

CRISPI

Ora io, dico, i socialisti e i sobillatori quando mai enunziarono propositi diversi e più radicali di quelli enunziati dall’on. Crispi in Palermo nel 1886? In quanto al metodo per farli trionfare non può dimenticarsi che lo stesso on. Crispi pochi anni dopo, proprio alla vigilia del movimento deiFasci, telegrafava dirivoluzionecome un qualunque avventato sobillatore...

L’ON. FARINA

Chi conosceva tutto quanto precede avrebbe dovuto concludere che nei moti di Sicilia non c’era stato accordo, non vi era stato intesa, non c’era l’intervento della cospirazione; ed alla Camera tale dimostrazione venne fatta da Altobelli e da me; e v’insistettero due oratori, che pel partito politico in cui militano non possono menomamente essere sospettati di tenerezza pei socialisti: l’uno l’on. Emilio Farina con quella espressione di sincerità ch’è l’improntadei suoi discorsi, perciò tanto bene accetti a Montecitorio, disse:

«Non vi furono attacchi contro le caserme, non movimenti simultanei, non danari spesi per suscitarli o sostenerli, ed è perciò che questi movimenti potevano apparire, come disse qualcuno dei colleghi, sfoghi d’ire locali, e non meritare tutti i rigori che sono stati adottati per reprimerli. Le stesse stragi furono motivate, non già da assalti preconcetti contro le truppe; furono le truppe in piccolo numero, che per svincolarsi da folle clamorose che mano mano andavano esaltandosi, fecero uso delle armi, con quel penoso resultato che ognuno sa. La strage stessa commessa sul pretore, non fu un’azione, ma una reazione dopo una strage di popolo.»

«Non vi furono attacchi contro le caserme, non movimenti simultanei, non danari spesi per suscitarli o sostenerli, ed è perciò che questi movimenti potevano apparire, come disse qualcuno dei colleghi, sfoghi d’ire locali, e non meritare tutti i rigori che sono stati adottati per reprimerli. Le stesse stragi furono motivate, non già da assalti preconcetti contro le truppe; furono le truppe in piccolo numero, che per svincolarsi da folle clamorose che mano mano andavano esaltandosi, fecero uso delle armi, con quel penoso resultato che ognuno sa. La strage stessa commessa sul pretore, non fu un’azione, ma una reazione dopo una strage di popolo.»

L’altro, l’on. Comandini, con l’immancabile e scettica sua ironia, mise in ridicolo la cospirazione, e a provare che era un romanzo aggiunse:

«Io non voglio far perder troppo tempo prezioso alla Camera, ma voglio evocare un curioso ricordo che ho comune con qualche nostro collega.»«Nel 1874 si volle scuoprire una pretesa cospirazione repubblicana per la quale furono denunciati, arrestati e processati invano ventotto uomini, parecchi dei quali hanno già seduto ed alcuni seggono ancora in questo Parlamento.»«Fra i documenti sequestrati, fu ritenuto uno dei più impressionanti di quella cospirazione una specie di discorso sedizioso che si voleva fosse stato preparato per una riunione di ribelli, e che fu trovato nella tasca di uno degli arrestati.»«Per due mesi l’istruttoria si torturò con quello spietato discorso, che poi si verificò non altro essere che un semplice esercizio di traduzione dal latino in italiano di un’orazione di Catilina tratta dallaCongiura di Catilinadi Sallustio (Ilarità).»«Ella, onorevole Crispi, venne qui a dirci: «Ecco qua le lettere da Trapani, ecco qua il manifesto: «Operai, figli dei Vespri, ancora dormite?»«Ma che Vespri, onorevole Crispi! Michele Amari, nel 1842, diceva che «i Vespri non si combinano; essi sono irresistibilmenteispirati, irrompono nell’ora fatale e soppiantano il potere» (Commenti). «E queste stesse parole di Michele Amari hanno ripetuto a voi il nostro compianto collega Cuccia, il professore Salvioli, il professore Schiattarella, Antonio Morvillo, tutti i vostri amici di Palermo.»

«Io non voglio far perder troppo tempo prezioso alla Camera, ma voglio evocare un curioso ricordo che ho comune con qualche nostro collega.»

«Nel 1874 si volle scuoprire una pretesa cospirazione repubblicana per la quale furono denunciati, arrestati e processati invano ventotto uomini, parecchi dei quali hanno già seduto ed alcuni seggono ancora in questo Parlamento.»

«Fra i documenti sequestrati, fu ritenuto uno dei più impressionanti di quella cospirazione una specie di discorso sedizioso che si voleva fosse stato preparato per una riunione di ribelli, e che fu trovato nella tasca di uno degli arrestati.»

«Per due mesi l’istruttoria si torturò con quello spietato discorso, che poi si verificò non altro essere che un semplice esercizio di traduzione dal latino in italiano di un’orazione di Catilina tratta dallaCongiura di Catilinadi Sallustio (Ilarità).»

«Ella, onorevole Crispi, venne qui a dirci: «Ecco qua le lettere da Trapani, ecco qua il manifesto: «Operai, figli dei Vespri, ancora dormite?»

«Ma che Vespri, onorevole Crispi! Michele Amari, nel 1842, diceva che «i Vespri non si combinano; essi sono irresistibilmenteispirati, irrompono nell’ora fatale e soppiantano il potere» (Commenti). «E queste stesse parole di Michele Amari hanno ripetuto a voi il nostro compianto collega Cuccia, il professore Salvioli, il professore Schiattarella, Antonio Morvillo, tutti i vostri amici di Palermo.»

PER LA VIOLAZIONE DELLO STATUTO

Se la cospirazione era un romanzo, invece erano una triste realtà la violazione dello Statuto, gli eccessi del governo nella repressione, la reazione.

E a Montecitorio furono in molti a constatarle anche tra gli amici del ministero e dell’on. Crispi, sebbene non mancassero contraddittori, che trovarono tutto ben fatto.

Nel primo senso parlarono gli on. Imbriani, Bonajuto, Altobelli, Bovio, Sacchi, Comandini, Cimbali, Marcora, Pinchia, Paternostro ed io. Approvarono quasi incondizionatamente gli on. Lazzaro, La Vaccara, Damiani e Castorina; e pur approvando la condotta del governo ebbero da deplorare non poche cose gli on. Spirito e Di San Giuliano.

Bovio sostenne che le idee, le utopie non si possono colpire, ma soltanto i mezzi adoperati per realizzarle. Imbriani—certamente facendo violenza a sè stesso—disse che in Austria testè per proclamare lo stato di assedio in Boemia si domandò l’autorizzazione del Parlamento ed enunciò gli articoli dello Statuto, che furono violati in Italia: il 26º, inviolabilità della libertà individuale; il 27º, inviolabilità del domicilio; il 28º, libertà della stampa; il 32º, diritto di riunione e di associazione; il 45º immunità parlamentare; il 70º proibizione di derogare all’organizzazione giudiziaria; il 71º divieto di sottrarre i cittadini ai giudici naturali e di creare tribunali e commissioni straordinarie... E nessuno seriamenteosò negare che tanti articoli—i più importanti—siano stati manomessi; si constatò, invece, con giustezza dall’on. Sacchi, che l’azione reazionaria del governo potè passare con indifferenza, perchè in sostanza la reazione era nella Camera e nel paese!

L’on. Cimbali bene a proposito rilevò, che il disarmo fu fatto a benefizio dei malfattori. Sacchi dimostrò la enormità commessa dando effetto retroattivo alle ordinanze dei regî commissarî di Sicilia e di Lunigiana. E che i civili non si potessero sottoporre ai Tribunali militari l’on. Paternostro, lo provò colle parole dello stesso on. Crispi, che nel 1862 in un mirabile discorso sostenne ciò che quasi tutti gli oratori della Camera sostenevano su tale argomento, ed opportunamente ammonì che le armi della reazionenon hanno mai salvato le dinastie...

LO STUDIO COMPARATIVO DELL’ON. ALTOBELLI

L’on. Altobelli fu felicissimo nello studio comparativo tra la legge francese sullo Stato d’assedio e la legge italiana che esclude di poter fare ciò che fece il governo; contro le leggere asserzioni dell’on. Crispi che nel Codice penale militare del 1869 trovava la legittimazione del suo operato, provò che essa invece c’era soltanto nell’art. 137 del codice penale militare sardo del 1840 che diceva:

«Le stesse regolein tempo di pacepotranno anche di nostro speciale ordine, qualora le circostanze lo esigano, essere poste temporaneamente in vigore in alcuna parte dei nostri stati»; e flagellò a sangue il contegno bassamente opportunista e servile della magistratura, riportando la motivazione della ordinanza della Camera di Consiglio che mandò il Molinari innanzi ai Tribunali militari «perchè non sarebbestato opportuno che i primi arrestati si sottraessero alla giurisdizione speciale!»

IL CONFORTO DELL’ON. LA VACCARA

Si può passar sopra adesso all’affermazione troppo semplicista ed ottimista dell’on. Castorina che nello Stato di assedio vide un eccellente rimedio; ed all’altra dell’on. La Vaccara che nello Stato di assediotrovò un conforto.

Ibravo!che partirono dall’estrema sinistraa questa inattesa uscita dell’on. rappresentante per Piazza Armerina, sottolinearono la esplosione d’ironia della Camera. Ad onore del vero devo aggiungere che ilconfortodi cui parlòl’onorevoleLa Vaccara rispondeva alla realtà; egli ebbe il torto, però, nell’asserire che l’applausoper lo Stato di assedio fuunanime; poichè ilconfortonon lo provarono che solo i conservatori e le classi dirigenti. Del resto questa loro tenerezza per lo stato di assedio è di antica data: Filippo Cordova nel 1863 riferiva che qualche siciliano gli aveva detto:assicuratevi che nel cuore di ogni proprietario siciliano vi è l’immagine di Rattazzi, non per altro che per lo stato di assedio!

E vengo in ultimo all’on. Di San Giuliano, il quale trovò opportuno lo Stato di assedio, ma non potè negare gliarbitrîe le ingiustizie commesse. Ed egli conchiuse con un pensiero, che racchiude tutta la filosofia degli ultimi avvenimenti, dà la misura della utilità della reazione e della repressione e ammonisce sulla via da battere.

«Dopo l’istruzione data e la propaganda fatta,—disse il rappresentante per Catania,—l’antica rassegnazione dei contadini e degli operai non tornerà più!»

E collo stesso on. Di San Giuliano, che fu seguitodagli on. Comandini e Ferrari—contro il parere degli on. Saporito, Fortis e Damiani—mi trovo pienamente di accordo nel ritenere che ai mali della Sicilia si deve porre riparo con leggi speciali, ricorrendo ai veri criterî sperimentali. Non bisogna affidarsi alla uniformità delle leggi per tutta la nazione, perchè la uniformità rappresenta un vero letto di Procuste.

Da questo fedele riassunto della discussione parlamentare si detegge che di tutte le cause dei moti della Sicilia, frammentariamente, venne riconosciuta l’azione persistente, dagli uomini più temperati, dagli amici delle istituzioni, dai più devoti al ministero dell’on. Crispi; riconoscimento, che indirettamente eliminò la responsabilità deiFasci dei lavoratorie della propaganda socialista.

La nota discordante non mancò, però, e venne portata alla Camera dagli on. Saporito-Ricca e Nasi.

L’ON. SAPORITO

L’on. Saporito, sorpreso del profondo perturbamento dell’ordine pubblico, maggiore che nelle precedenti rivoluzioni—e sorpreso perchè mai forse aveva posto attenzione all’indole dei moti puramente sociali—negò la spontaneità del movimento, lo attribuì interamente aiFascied ai sobillatori e proclamò essere fandonie, ed ingiurie ingiuste e gratuite le asserzioni dei precedenti oratori. Si dichiarò soddisfatto dell’opera del governo, e nello Stato di assedio vide il rimedio supremo a tutti i malanni!

La stessa tesi precedentemente era stata svolta dall’on. Nasi, con lusso di particolari e con aneddoti ameni e piccanti, con una forma spigliata e talora elegante; sicchè il suo discorso dal punto di vista oratorio si può considerare come il gran successo della discussione.

LA SICILIA SECONDO L’ON. NASI

Secondo l’on. Nasi in Sicilia non c’era fame, vi erano minori che altrove le sofferenze economiche, il salario non era inferiore di altrove, il lavoro delle miniere di zolfo non era più duro che altrove, le amministrazioni comunali non andavano più male che altrove, il dazio sulla farina non aveva influenza prevalente ed uguale sul prezzo del pane; il governo non aveva le responsabilità che gli erano state addossate, nemmeno quella dei cattivifunzionarîmandati nell’isola, i quali avevano fatto sempre il proprio dovere; non c’era, infine, una quistione siciliana poggiata su cause politiche, economiche, amministrative.

I nuovi piagnoni avevano tutto esagerato, e tutto il movimento si doveva esclusivamente alla azione dei sobillatori, la cui propaganda socialista non era che una mistificazione, e che iFasci dei lavoratori, non raccoglievano che ambiziosi e malcontenti.

Date queste premesse chiunque si sarebbe atteso, che l’oratore avrebbe conchiuso con un inno al governo e colla raccomandazione di lasciar correre tutto per la sua china, come pel passato. Nossignori! L’on. Nasi si dichiarò contrario al governo, non solo, ma stigmatizzando le infeconde lotte parlamentari profetizzò che il ritardo nel presentare opportuni rimedî porterà a conflitti terribili e pose termine al brillante discorso come tutti gli altri oratori socialisti e radicali, promettendo che in un possibile conflitto egli, con tutti gli uomini di cuore, si sarebbe schierato dalla parte del popolo.

NON C’È CHE LA “DOTTRINA„ DI A. FORTIS

La conclusione sorprese, e tutti—compresi i suoi intimi—si domandarono la ragione del discorso. Si avrebbe potuto cercarla nel livore contro qualchecollega suo e contro alcuni organizzatori deiFascisuoi nemici politici e personali; ma escludendo pure questi moventi non belli si può ammettere che l’onorevole Nasi fu spinto a parlare dal desiderio di lanciare qualche freccia all’indirizzo dell’on. Crispi, e dall’altro non meno ardente di difendere l’antico ed amato ministero dell’on. Giolitti, e sopratutto fu mosso dalla patriottica e generosa preoccupazione di annunziare alla Camera che ai mali d’Italia—e forse dell’umanità—non c’era che un rimedio, uno solo: la dottrina di Alessandro Fortis!

All’annunzio di tanta scoperta tutti richiesero quale fosse ladottrina di Alessandro Fortis, la modestia del quale venne offesa specialmente perchè egli non ricordò di averne formulata mai alcuna sua propria, e che se per suadottrinavolevano prendersi gli accenni simpatici al socialismo di stato, fatti in momenti di espansione a Bologna o altrove, non potevasi e non dovevasi sospettare che tali accenni costituissero la sua dottrina, poichè egli si era affrettato a ripudiarli coi discorsi alla Camera e specialmente coi voti dati, coi fatti.

L’AUTOFAGISMO DELL’ON. NASI

Comunque, le congratulazioni all’on. Nasi furono grandi nella Camera e in certa stampa pel successo del suo discorso, e fu notevole poi la lode rivoltagli dall’on. Comandini, che rapito dal discorso ammirò oltre ogni dire il coraggio dell’oratore. Oh! se ce ne volle del coraggio a dire tutto quello, che disse...... Ma le congratulazioni pelcoraggioall’on. Nasi resero più amare le critiche, non degli avversarî politici, ma degli amici; perciò da uomo che non voleva procurarsi la nomea di peccatore ostinato, nella sedutadel 2 marzo, a meno di otto giorni di distanza, rimangiò le precedenti denegazioni, facendo precedere l’atto di autofagismo da questa dichiarazione, che lascia perfettamente intendere che io non ho di una linea esagerata o alterata la impressione che ricevette la Camera dal suo discorso:

«È troppo facile e vecchio argomento di polemica quello di attribuire ai propri avversari opinioni, che non hanno manifestato od assurdità, di cui non sarebbero capaci.»«Io non ho negato nulla, non ho detto che in Sicilia non ci sia la miseria: non ho detto che non ci siano gli abusi municipali; non ho detto che in Sicilia non vi sia una questione dei tributi locali, o di contratti agrari. Gli onorevoli Comandini, Farina, San Giuliano e Sant’Onofrio, potevano quindi dispensarsi dal manifestare un dissenso, che è fondato sopra un semplice malinteso.»«Il malinteso deriva da ciò, che essi hanno esaminato la questione in modo analitico: ed in molti loro giudizi io consento.»«Io ho posto a base del mio ragionamento un concetto logico generale, che è il seguente:se c’è una questione siciliana, è necessario che essa abbia cause speciali del luogo. Ho distinto perciò le cause efficienti dalle condizionali.»

«È troppo facile e vecchio argomento di polemica quello di attribuire ai propri avversari opinioni, che non hanno manifestato od assurdità, di cui non sarebbero capaci.»

«Io non ho negato nulla, non ho detto che in Sicilia non ci sia la miseria: non ho detto che non ci siano gli abusi municipali; non ho detto che in Sicilia non vi sia una questione dei tributi locali, o di contratti agrari. Gli onorevoli Comandini, Farina, San Giuliano e Sant’Onofrio, potevano quindi dispensarsi dal manifestare un dissenso, che è fondato sopra un semplice malinteso.»

«Il malinteso deriva da ciò, che essi hanno esaminato la questione in modo analitico: ed in molti loro giudizi io consento.»

«Io ho posto a base del mio ragionamento un concetto logico generale, che è il seguente:se c’è una questione siciliana, è necessario che essa abbia cause speciali del luogo. Ho distinto perciò le cause efficienti dalle condizionali.»

Egli fece molte sottili distinzioni in seguito; ma come si potè vedere continuò a denegare che unaquistione sicilianaci fosse. Ma sia lode alla sua rettitudine: egli non persistette neppure in questa denegazione, che dovette pesargli sulla coscienza per ben lunghi quattro mesi, e perciò il 5 luglio interroga solennemente il ministro dell’interno per sapere se, come e quando intendeva provvedere aibisogni della Sicilia, ritenendo che fosse necessaria una parola del governo prima che la Camera si separasse....

Mi sono dilungato sui discorsi dell’on. Nasi perchè egli fu il solo autorevole a smentire tutti gli oratoriche lo avevano preceduto e lo seguirono, e che non trovandosi di accordo neppure col governo, si creò una situazione nuova, specialissima.

CRISPI E LE COSE FALSE

Chi infine merita di soffermare l’attenzione è l’on. Crispi, non solo pel posto che occupava, ma sopratutto per l’autorità, che gli veniva dai suoi patriottici precedenti, per la simpatia, che ispirava la sua tragica situazione;—e dico tragica, perchè a nessuno passa per la mente di negare il suo affetto per la Sicilia, onde gli dovette sanguinare il cuore nel dovere prendere, come capo del governo, delle dolorose misure. Ed ispirava ancora simpatia per la singolare energia addimostrata in momenti gravissimi, in una età nella quale in Italia gli uomini politici se non materialmente, certopsichicamentesono finiti. E degli sforzi enormi fisici e morali si risentirono in questa occasione i suoi atti e sopratutto i suoi discorsi, nei quali si accentuarono non i pregi, ma gli abituali difetti. La leggerezza e l’assolutismo delle affermazioni furono veramente eccezionali, e per quanto mi riesca increscioso devo metterli in evidenza, perchè precisamente a forza di affermazioni recise e di altrettanto risolute denegazioni—che, dato l’uomo e la sua alta posizione, pochissimi osarono sospettare poggiate sul falso—la Camera si formò un concetto assolutamente erroneo sulla situazione e sulle rispettive responsabilità e votò conformemente all’errore.

Per parte mia sin dal primo iniziarsi della discussione, il 21 febbraio, con quanta più forza potei, all’annunzio di certe cospirazioni e di certi pericoli, gridai:È falso! È falso! È falso!E l’on. Crispi allorasolennemente affermò che c’eranodocumenti, che avrebbero schiacciate le mie affermazioni!

I primi atti, le prime parole e i primi scritti dell’on. Crispi—che M. Imbriani nella discussione delle leggi antianarchiche paragonò al convenzionale Fouchet—dimostrarono che egli si era posto su di una china pericolosa, che doveva percorrere intera, procurandogli le più amare ed incontrastabili smentite, più che dagli avversarî, dalle risultanze dei processi e dai fatti indiscutibili.


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