A PALERMO NEL ’66
Nel 1866, lo Stato d’assedio viene proclamato in Palermo. Allora la guerra coll’Austria era appena cessata e la pace non era stata ancora segnata:quella città delle grandi iniziative e delle barricate, che nel 1894 si mantenne completamente tranquilla, era in piena insurrezione, in potere dei ribelli armati, che avevano costretto a rinchiudersi nel Palazzo reale la legittima autorità; oppose fiera e sanguinosa resistenza alle truppe e alla flotta mandate per ristabilire l’ordine e fu necessario bombardarla per domarla. Lo Stato d’assedio potevasi legittimamente proclamarlo, perchè il governo aveva avuto concessi poteri straordinarî dalla legge, di cui fu relatore eloquente lo stesso onorevole Crispi, che trovò allora occasione di dichiarare solennemente:
«io sempre amerò la libertà e mi opporrò ai pieni poteri. Credo che la libertà meglio di qualunque intelligente dittatura sia la sola feconda pel trionfo dell’unità nazionale.»
«io sempre amerò la libertà e mi opporrò ai pieni poteri. Credo che la libertà meglio di qualunque intelligente dittatura sia la sola feconda pel trionfo dell’unità nazionale.»
Eppure l’on. Presidente del Consiglio di allora, il Ricasoli, si affrettò a togliere lo Stato di assedio (lui, che non lo aveva imposto!) prima che si riaprissero le Camere.
Accanto a questi casi nei quali furono presi provvedimenti eccezionali e in condizioni e per ragioni tali e in tale misura che riescono a far condannare severamente chi li prese e quali li prese nel 1894, alcuni altri ve ne sono, nei quali sebbene con più ragione si sarebbe potuto invocare la giaculatoria delsalus patriae, pure non si ricorse a provvedimenti eccezionali.
A Genova nel 1857 si tenta una insurrezione, s’invade il forte Diamante, si uccide un sergente, bande armate percorrono i dintorni delle città; ma non si proclama lo Stato di assedio. Nel 1869 una vasta cospirazione repubblicana si scopre nelle file dell’esercito, ch’è veramente minato e non si ricorre a misure eccezionali. Nel 1870 ben dodiciprovincie sono in disordine, vi sono insurrezioni nelle caserme—a Pavia ed a Piacenza—si dovette arrestare Giuseppe Mazzini allo sbarco in Sicilia; ma non si proclama lo Stato di assedio. La condotta deiconservatoriallora fu tale che l’on. Comandini potè buttare in faccia ailiberalidi oggi le parole pronunziate da Marco Minghetti nel 1875 nel difendere la legge straordinaria proposta appunto per la Sicilia: «la mia dottrina, la mia coscienza, la tradizione del mio partito mi consigliano di rifuggire dal ricorrere a mezzi eccezionali;tutto si deve sempre domandare ed ottenere dal Parlamento.»
LA REAZIONE NEL ’94
LA “SALUS PATRIAE„ È UN PRETESTO
Argomento a più melanconiche riflessioni è il fatto che la reazione non si è limitata alla Sicilia; nè è seguita ai folli e criminosi atti di Caserio e di Lega. Gli avvenimenti in Italia in ordine al tempo e allo spazio dicono che i moti di Sicilia e i crimini anarchici servirono di comodissimo pretesto per colorire il programma della reazione, ciò che prova luminosamente che lasalus patriaefu invocata in malafede.
Guardate. Lega non aveva sparato il suo innocuo colpo e il guardasigilli aveva già da un pezzo diramate le sue circolari inculcanti una maggiore severità contro la stampa; e la epurazione delle liste elettorali era bene avviata;[80]e le liste di proscrizioneerano composte e i consigli dei giornali fedeli al governo si ripetevano con insistenza per porre argine a quella propaganda socialista, cheoggi si dichiara sovversiva e ieri serviva di bandiera nelle lotte elettorali ai ministri caduti ed a quelli risorti ed ai loro accoliti i quali blateravano con idillica ignoranza ed impudenza di un socialismo monarchico, che portava tanto di bollo dell’autorità superiore. I tumulti erano stati in Sicilia, ma le persecuzioni contro ogni libera manifestazione e gli scioglimenti dei sodalizî invisi e i sequestri e le minacce, infierivano in ogni parte d’Italia.
LO STATO D’ASSEDIO VIEN TOLTO DI NOME
Lo Stato d’assedio legalmente viene tolto in Sicilia ma le norme e i criteri di governo non libero continuarono ad essere in vigore impunemente e sfacciatamente: a Palermo la questura chiama in ufficio Colnago ed altri giovani eletti e li ammonisce amoderarela loro propaganda; la censura telegraficacontinua; la soppressione dei giornali assume forma più odiosa, perchè più ipocrita; quella del sequestro sistematico, capriccioso, non motivato da alcun pretesto plausibile, come si pratica contro l’Unionedi Catania; le armi non vengono restituite ai loro proprietarî: si mantengono a domicilio coatto coloro che vi furono mandati arbitrariamente.
LE LEGGI ANTIANARCHICHE
Quando il pretesto alla reazione è eccellente—e lo danno gli anarchici—la reazione abbandona ogni riserbo e arriva al suo parossismo colle leggi antianarchiche pensatamente indeterminate—delle quali un alto magistrato, l’Auriti, aveva dichiarato non esservi bisogno per combattere i nemici della società. In Parlamento si promise con solennità eccezionale, che non si sarebbero applicate contro i socialisti, ma appena votate sono già state sperimentate colla proibizione dei congressi, coi sequestri dei giornali, collo scioglimento delle associazioni a danno dei socialisti, dei repubblicani, dei democratici più tiepidi, ma sinceri, sospettati soltanto di non essere abbastanza soddisfatti della delizie che il regime ci procura nell’ora presente. E non solo le leggi antianarchiche si applicano contro coloro che si era dichiarato solennemente non ne sarebbero stati le vittime, ma la magistratura educata alla scuola di un qualsiasi Morra di Lavriano dà a dette leggi, in materia di stampa, un effetto retroattivo, sollevando proteste, forse le ultime, in certe sfere non sospettabili di tenerezze per tutte le gradazioni del mondo cosidetto sovversivo.[81]
LA REAZIONE HA TROVATO IL SUO UOMO
E la reazione trionfante ha trovato il suo uomo, l’on. Crispi: deciso, caparbio, senza scrupoli, facile alle promesse, alle lusinghe o alle minacce se più opportune soccorrono, ed anche simpatico ed affascinante per certe sue doti eminenti e perciò più pericoloso. E tale uomo rinunzia agli ultimi legami colla tradizione democratica e coi suoi precedenti democratici e per quello stesso opportunismoche prima lo indusse ad inneggiare alla Dea Ragione ed a Giordano, a Napoli lo spinge a riconciliarsi col Papa e col Dio di Torquemada e di Lojola, e al clericalismo attonito, novello Costantino, bestemmiando di Mazzini, dà l’insegna:con Dio, col Re per la patria!e grida:in hoc signo vinces.
Ed ora si troveranno più amici e laudatori di Francesco Crispi, che oseranno negare ch’egli s’è gettato completamente ed entusiasticamente nelle braccia della reazione?...
Di quest’uomo testè Giovanni Bovio ha detto: «non ha partito e la Camera gli va incontro; si professa democratico e il Senato gli si piega ossequioso; non sollecitò il potere e gli scese incondizionato dall’alto; auspicò il monumento a Bruno e il Vaticano gli volge l’occhio salutevole. Il paese e la stampa che fanno? L’uno sotto la sua mano si addormenta; l’altra, in gran parte, lo seconda.»
IL PAESE E LA RAPPRESENTANZA
Questa sintesi mirabile di contrasti risponde alla verità? Risponde; ma questo solo deve osservarsi, che l’uomo supera tutte le difficoltà, non perchè egli sia grande, ma soltanto perchè il paese e la sua rappresentanza sono piccoli. Il paese si addormentò e la stampa secondò altri uomini che di Crispi erano minori e che rispondevano ai nomi di Depretis e di Giolitti e che adoperarono mezzi ora uguali ora dissimili da quelli adoperati dall’attuale Presidente del Consiglio. Queste diversità negli uomini e nei mezzi e questa simiglianza nei risultati prova, che la ragione del successo sta al di fuori di essi.
Ciò si osserva non per acre voluttà di diminuireun uomo; ma per quell’imperativo categorico, che impone l’omaggio alla verità: alla verità, che deve giovare non preparando illusioni nuove e dolorose col fare sperare salute dalla caduta di un uomo; che deve giovare non permettendo un errore nella diagnosi del male, e nella scelta dei rimedî.
Il male è nel paese e si rispecchia nella sua rappresentanza legale. Lo constatai un anno fa inBanche e Parlamentodi fronte alla onnipotenza dell’on. Giolitti; lo constato qui, di fronte alla onnipotenza dell’on. Crispi; constatai l’aberrazione morale dilagante colla tregenda bancaria; constato l’aberrazione giuridica, politica e sociale incarnatasi nella reazione.
Lo scienziato, che vive al di fuori delle passioni politiche, il Brusa, pensoso dello spettacolo che danno le presenti vicende politiche, scrisse che i governanti d’Italia hanno pareggiato i Borboni, il prete e l’Austria; anche sorpassato. (op. cit.pag. 28 e 31). Un altro scienziato, il Lucchini, soggiunse che le violazioni dello Statuto pei casi di Sicilia e di Lunigiana inaltri tempiavrebbero sollevato popolo e parlamento.
Così è, nessuno si solleva per le condizioni che riassunsi altra volta e che ora ripeto perchè non potrei mutare di una linea: «le istituzioni si liquidano, la corruzione dilaga, la miseria cresce, tutti soffrono e sono malcontenti; e ancora il popolo non sa come, quando, perchè insorgere e che cosa sostituire a ciò che sente ed intuisce di dover demolire!» (Banche e Parlamentop. 384).
SARÀ SEMPRE COSÌ?
Sarà sempre così? Non lo credo, e la speranza in un futuro migliore tanto più mi si fa viva nell’animaquanto più audace si fa la reazione, quanto più essa infierisce contro il moto sociale che non si arresta mai.
LA RISCOSSA NON PUÒ MANCARE
Certo si passeranno momenti non lieti, ma la reazione capitanata da un Bismark fu doma la prima volta in Germania; rialza la testa altra volta, ma ricadrà più precipitosamente; la reazione armata del sentimento religioso, dell’odio di razza, dell’egoismo economico e maneggiata alternamente dai partiti storici dell’Inghilterra è stata costretta a capitolare in Irlanda.
In Italia la riscossa potrà essere più lenta e più tarda perchè la reversione atavica del servilismo ajuta efficacemente la reazione; ma la riscossa non può mancare.
NOTE:[78]Il Generale Morra, più sincero dell’on. Crispi, non esitò a indicare i criterî seguiti nello invio a domicilio coatto. Egli infatti nella circolare di commiato ai prefetti mette da parte ogni riserbo e dice: «Quello che più di tutto interessa si è che la mala pianta dei sobillatori, dei sovvertitori dell’ordine pubblico e delle istituzioni, che ci reggono, non abbia a ripullulare ed estendersi. Gran parte e i più pericolosi in questo genere sono stati allontanati, sia perchè condannati,sia perchè a domicilio coatto...»[79]Il generale Corsi aveva già accennato alle esagerazioni sulle forze deiFascie sui pericoli temuti. A tempo opportuno—oggi potrebbe procurare molestie a molti—narrerò un episodio tipico, che darà la certezza della assoluta inesistenza della cospirazione della organizzazione delle forze deiFascie della attribuita preveggente azione dei capi. A coloro, che non hanno seguito con attenzione i fatti da me esposti o li hanno dimenticati, ricorderò, che questi miei giudizi sulle forze deiFasci, sulle loro mire politiche, sugli intendimenti separatisti e antinazionali ec. ec. non li accampooggiper comodità di difesa dei miei amici; ma li precisai con crudezza di verismo, che dispiacque a molti, che credevano utile alla propaganda ogni esagerazione, e nellaGrande Revuedel gennajo 1893 e nellaRivista popolaredi Roma e nelSecolodi Milano e nelGiornale di Siciliadi Palermo nello stesso anno e molti mesi prima, che si arrivasse ai tumulti—da me preveduti e preannunziati—che provocarono lo stato di assedio e la repressione.[80]Ciò che avviene in fatto di liste colla nuova legge elettorale fatta votare dall’on. Crispi nelle sedute mattutine della Camera, fra la disattenzione e la nausea di tutti, è inaudito. All’on. Crispi che si vantava democraticamente di aver fatto votare l’art. 100 nella legge elettorale del 1882 oggi può assicurarsi la benevolenza dei suoi nuovi amici, i reazionarî, ricordando l’ultima legge del 1894, che il diritto elettorale quasi annulla. Non calunnio, non esagero; ecco comeLa Tribunacommenta alcune corrispondenze pervenutegli:«Pubblichiamo su questa quistione delle liste elettorali la lettera di Capua per debito d’imparzialità e quella di Albano Labiale che prima ci è pervenuta per ordine cronologico. Ma se volessimo potremmo aggiungere qui sotto a diecine lettere e corrispondenze le quali ripetono press’appoco ciò che ci scrive il corrispondente di Albano Laziale e dimostrano che l’anarchia nella compilazione delle liste dovrà, anzi imperversare allegramente.Molte commissioni elettorali si sono ostinate a seguire questo sistema di cancellare cioè tutti gli elettori, già inscritti, i quali non forniscono la documentazione del loro diritto elettorale.Abbiamo già avvertito, quanto alle liste vecchie, che esse sono permanenti: che nella revisione straordinaria che si sta compiendo, coloro che sono già inscritti hanno per loro più che una presunzione di diritto: che se anche si vuole documentare il diritto elettorale, elettore per elettore, l’obbligo di ricercare, verificare, accertare i documenti spetta intero alle commissioni comunali: che queste non possono alla leggera disturbare i cittadini, quando esse hanno tutti i mezzi di verifica e di mutamento: infine che soltanto quando ogni prova e documento manchi, e se v’è reclamo o contestazione, allora solo le Commissioni debbono richiedere all’elettore di provare.Le Commissioni dunque che si conducono come quella di Albano Laziale e come quella di Capua e come le altre, dalle quali ogni giorno ci si scrive, sono fuori della legge.Noi non insistiamo di più, perchè non vogliamo ripeterci: chiediamo soltanto di nuovo e insistentemente una circolare esplicativa del ministero dell’interno che metta a posto le cose.Altrimenti potrà avvenir questo fra l’altro: che gli arruffoni, e ve ne sono massime nei piccoli comuni, si metteranno in mezzo a procurare iscrizioni, a far reclami, a chiedere cancellazioni, a far man bassa sulle liste elettorali, a prepararsi il terreno per l’avvenire, mentre i galantuomini, seccati o indifferenti, lasceranno fare e si lasceranno cancellare magari.E le liste elettorali non saranno purgate, ma mutilate, se non corrotte.Fra i moltissimi che ci hanno scritto protestando contro i metodi inquisitorii delle Commissioni comunali, parecchi concludono dicendo:—Noi non produrremo i documenti che ci si chiedono e subiremo piuttosto con indifferenza l’onta di non più appartenere alla classe degli elettori.»Ed oramai ne siamo a questo: ci sono paesi, come Lovere in Lombardia, che sono rimasti senza elettori, perchè i cittadini nauseati non hanno voluto far valere i proprî diritti contro lo sconfinato arbitrio e la crassa ignoranza delle Commissioni![81]Come indizio eloquentissimo della situazione noto quanto segue:Non appena i magistrati vollero dare effetto retroattivo alle leggi antianarchiche a Roma, ad Ancona, a Siena nei processi controIl futuro sociale,Il Luciferoe laMartinella—giornali esclusivamente socialisti e repubblicani e antianarchici per eccellenza—le proteste fioccarono sulle colonne dellaTribunae il giornale le fece sue. Ora viene la proibizione del Congresso socialista d’Imola e la stessaTribuna(n. 242 anno 1894) approva il Prefetto di Bologna. Il fatto, data la attitudine del giornale verso il governo, è importante perchè prova la malafede più impudente delle sfere ministeriali. Quando il governo per bocca di Crispi nella Camera prometteva ai deputati socialisti, che a loro non potevansi applicare le leggi antianarchiche, conosceva certamente il loro programma, che s’impernia nellalotta di classe, che tante polemiche ha suscitato e tanti malumori ha destato nello stesso campo socialista. La sua slealtà, adunque, è innegabile ed è enorme oggi, che si attacca a quel programma per farlo oggetto di persecuzione. Figuriamoci ciò che avverrà quando si sarà trovata l’isola adatta per mandarvi i coatti! E allora tu, o buon amico Lucchini, vedrai quanto avrai guadagnato a fare accettare una dicitura invece di un’altra appellandotene a Fanfani e a Tommaseo! I magistrati, i prefetti e i questori d’Italia che si occupano di sinonimia! e che nelle distinzioni di Tommaseo dovrebbero trovare la guida per agire correttamente e interpretare onestamente le leggi antianarchiche....! Questi preludî possono servire di opportuno commento allaliberalecircolare dell’on. Crispi sulla applicazione di dette leggi.
[78]Il Generale Morra, più sincero dell’on. Crispi, non esitò a indicare i criterî seguiti nello invio a domicilio coatto. Egli infatti nella circolare di commiato ai prefetti mette da parte ogni riserbo e dice: «Quello che più di tutto interessa si è che la mala pianta dei sobillatori, dei sovvertitori dell’ordine pubblico e delle istituzioni, che ci reggono, non abbia a ripullulare ed estendersi. Gran parte e i più pericolosi in questo genere sono stati allontanati, sia perchè condannati,sia perchè a domicilio coatto...»
[78]Il Generale Morra, più sincero dell’on. Crispi, non esitò a indicare i criterî seguiti nello invio a domicilio coatto. Egli infatti nella circolare di commiato ai prefetti mette da parte ogni riserbo e dice: «Quello che più di tutto interessa si è che la mala pianta dei sobillatori, dei sovvertitori dell’ordine pubblico e delle istituzioni, che ci reggono, non abbia a ripullulare ed estendersi. Gran parte e i più pericolosi in questo genere sono stati allontanati, sia perchè condannati,sia perchè a domicilio coatto...»
[79]Il generale Corsi aveva già accennato alle esagerazioni sulle forze deiFascie sui pericoli temuti. A tempo opportuno—oggi potrebbe procurare molestie a molti—narrerò un episodio tipico, che darà la certezza della assoluta inesistenza della cospirazione della organizzazione delle forze deiFascie della attribuita preveggente azione dei capi. A coloro, che non hanno seguito con attenzione i fatti da me esposti o li hanno dimenticati, ricorderò, che questi miei giudizi sulle forze deiFasci, sulle loro mire politiche, sugli intendimenti separatisti e antinazionali ec. ec. non li accampooggiper comodità di difesa dei miei amici; ma li precisai con crudezza di verismo, che dispiacque a molti, che credevano utile alla propaganda ogni esagerazione, e nellaGrande Revuedel gennajo 1893 e nellaRivista popolaredi Roma e nelSecolodi Milano e nelGiornale di Siciliadi Palermo nello stesso anno e molti mesi prima, che si arrivasse ai tumulti—da me preveduti e preannunziati—che provocarono lo stato di assedio e la repressione.
[79]Il generale Corsi aveva già accennato alle esagerazioni sulle forze deiFascie sui pericoli temuti. A tempo opportuno—oggi potrebbe procurare molestie a molti—narrerò un episodio tipico, che darà la certezza della assoluta inesistenza della cospirazione della organizzazione delle forze deiFascie della attribuita preveggente azione dei capi. A coloro, che non hanno seguito con attenzione i fatti da me esposti o li hanno dimenticati, ricorderò, che questi miei giudizi sulle forze deiFasci, sulle loro mire politiche, sugli intendimenti separatisti e antinazionali ec. ec. non li accampooggiper comodità di difesa dei miei amici; ma li precisai con crudezza di verismo, che dispiacque a molti, che credevano utile alla propaganda ogni esagerazione, e nellaGrande Revuedel gennajo 1893 e nellaRivista popolaredi Roma e nelSecolodi Milano e nelGiornale di Siciliadi Palermo nello stesso anno e molti mesi prima, che si arrivasse ai tumulti—da me preveduti e preannunziati—che provocarono lo stato di assedio e la repressione.
[80]Ciò che avviene in fatto di liste colla nuova legge elettorale fatta votare dall’on. Crispi nelle sedute mattutine della Camera, fra la disattenzione e la nausea di tutti, è inaudito. All’on. Crispi che si vantava democraticamente di aver fatto votare l’art. 100 nella legge elettorale del 1882 oggi può assicurarsi la benevolenza dei suoi nuovi amici, i reazionarî, ricordando l’ultima legge del 1894, che il diritto elettorale quasi annulla. Non calunnio, non esagero; ecco comeLa Tribunacommenta alcune corrispondenze pervenutegli:«Pubblichiamo su questa quistione delle liste elettorali la lettera di Capua per debito d’imparzialità e quella di Albano Labiale che prima ci è pervenuta per ordine cronologico. Ma se volessimo potremmo aggiungere qui sotto a diecine lettere e corrispondenze le quali ripetono press’appoco ciò che ci scrive il corrispondente di Albano Laziale e dimostrano che l’anarchia nella compilazione delle liste dovrà, anzi imperversare allegramente.Molte commissioni elettorali si sono ostinate a seguire questo sistema di cancellare cioè tutti gli elettori, già inscritti, i quali non forniscono la documentazione del loro diritto elettorale.Abbiamo già avvertito, quanto alle liste vecchie, che esse sono permanenti: che nella revisione straordinaria che si sta compiendo, coloro che sono già inscritti hanno per loro più che una presunzione di diritto: che se anche si vuole documentare il diritto elettorale, elettore per elettore, l’obbligo di ricercare, verificare, accertare i documenti spetta intero alle commissioni comunali: che queste non possono alla leggera disturbare i cittadini, quando esse hanno tutti i mezzi di verifica e di mutamento: infine che soltanto quando ogni prova e documento manchi, e se v’è reclamo o contestazione, allora solo le Commissioni debbono richiedere all’elettore di provare.Le Commissioni dunque che si conducono come quella di Albano Laziale e come quella di Capua e come le altre, dalle quali ogni giorno ci si scrive, sono fuori della legge.Noi non insistiamo di più, perchè non vogliamo ripeterci: chiediamo soltanto di nuovo e insistentemente una circolare esplicativa del ministero dell’interno che metta a posto le cose.Altrimenti potrà avvenir questo fra l’altro: che gli arruffoni, e ve ne sono massime nei piccoli comuni, si metteranno in mezzo a procurare iscrizioni, a far reclami, a chiedere cancellazioni, a far man bassa sulle liste elettorali, a prepararsi il terreno per l’avvenire, mentre i galantuomini, seccati o indifferenti, lasceranno fare e si lasceranno cancellare magari.E le liste elettorali non saranno purgate, ma mutilate, se non corrotte.Fra i moltissimi che ci hanno scritto protestando contro i metodi inquisitorii delle Commissioni comunali, parecchi concludono dicendo:—Noi non produrremo i documenti che ci si chiedono e subiremo piuttosto con indifferenza l’onta di non più appartenere alla classe degli elettori.»Ed oramai ne siamo a questo: ci sono paesi, come Lovere in Lombardia, che sono rimasti senza elettori, perchè i cittadini nauseati non hanno voluto far valere i proprî diritti contro lo sconfinato arbitrio e la crassa ignoranza delle Commissioni!
[80]Ciò che avviene in fatto di liste colla nuova legge elettorale fatta votare dall’on. Crispi nelle sedute mattutine della Camera, fra la disattenzione e la nausea di tutti, è inaudito. All’on. Crispi che si vantava democraticamente di aver fatto votare l’art. 100 nella legge elettorale del 1882 oggi può assicurarsi la benevolenza dei suoi nuovi amici, i reazionarî, ricordando l’ultima legge del 1894, che il diritto elettorale quasi annulla. Non calunnio, non esagero; ecco comeLa Tribunacommenta alcune corrispondenze pervenutegli:
«Pubblichiamo su questa quistione delle liste elettorali la lettera di Capua per debito d’imparzialità e quella di Albano Labiale che prima ci è pervenuta per ordine cronologico. Ma se volessimo potremmo aggiungere qui sotto a diecine lettere e corrispondenze le quali ripetono press’appoco ciò che ci scrive il corrispondente di Albano Laziale e dimostrano che l’anarchia nella compilazione delle liste dovrà, anzi imperversare allegramente.
Molte commissioni elettorali si sono ostinate a seguire questo sistema di cancellare cioè tutti gli elettori, già inscritti, i quali non forniscono la documentazione del loro diritto elettorale.
Abbiamo già avvertito, quanto alle liste vecchie, che esse sono permanenti: che nella revisione straordinaria che si sta compiendo, coloro che sono già inscritti hanno per loro più che una presunzione di diritto: che se anche si vuole documentare il diritto elettorale, elettore per elettore, l’obbligo di ricercare, verificare, accertare i documenti spetta intero alle commissioni comunali: che queste non possono alla leggera disturbare i cittadini, quando esse hanno tutti i mezzi di verifica e di mutamento: infine che soltanto quando ogni prova e documento manchi, e se v’è reclamo o contestazione, allora solo le Commissioni debbono richiedere all’elettore di provare.
Le Commissioni dunque che si conducono come quella di Albano Laziale e come quella di Capua e come le altre, dalle quali ogni giorno ci si scrive, sono fuori della legge.
Noi non insistiamo di più, perchè non vogliamo ripeterci: chiediamo soltanto di nuovo e insistentemente una circolare esplicativa del ministero dell’interno che metta a posto le cose.
Altrimenti potrà avvenir questo fra l’altro: che gli arruffoni, e ve ne sono massime nei piccoli comuni, si metteranno in mezzo a procurare iscrizioni, a far reclami, a chiedere cancellazioni, a far man bassa sulle liste elettorali, a prepararsi il terreno per l’avvenire, mentre i galantuomini, seccati o indifferenti, lasceranno fare e si lasceranno cancellare magari.
E le liste elettorali non saranno purgate, ma mutilate, se non corrotte.
Fra i moltissimi che ci hanno scritto protestando contro i metodi inquisitorii delle Commissioni comunali, parecchi concludono dicendo:—Noi non produrremo i documenti che ci si chiedono e subiremo piuttosto con indifferenza l’onta di non più appartenere alla classe degli elettori.»
Ed oramai ne siamo a questo: ci sono paesi, come Lovere in Lombardia, che sono rimasti senza elettori, perchè i cittadini nauseati non hanno voluto far valere i proprî diritti contro lo sconfinato arbitrio e la crassa ignoranza delle Commissioni!
[81]Come indizio eloquentissimo della situazione noto quanto segue:Non appena i magistrati vollero dare effetto retroattivo alle leggi antianarchiche a Roma, ad Ancona, a Siena nei processi controIl futuro sociale,Il Luciferoe laMartinella—giornali esclusivamente socialisti e repubblicani e antianarchici per eccellenza—le proteste fioccarono sulle colonne dellaTribunae il giornale le fece sue. Ora viene la proibizione del Congresso socialista d’Imola e la stessaTribuna(n. 242 anno 1894) approva il Prefetto di Bologna. Il fatto, data la attitudine del giornale verso il governo, è importante perchè prova la malafede più impudente delle sfere ministeriali. Quando il governo per bocca di Crispi nella Camera prometteva ai deputati socialisti, che a loro non potevansi applicare le leggi antianarchiche, conosceva certamente il loro programma, che s’impernia nellalotta di classe, che tante polemiche ha suscitato e tanti malumori ha destato nello stesso campo socialista. La sua slealtà, adunque, è innegabile ed è enorme oggi, che si attacca a quel programma per farlo oggetto di persecuzione. Figuriamoci ciò che avverrà quando si sarà trovata l’isola adatta per mandarvi i coatti! E allora tu, o buon amico Lucchini, vedrai quanto avrai guadagnato a fare accettare una dicitura invece di un’altra appellandotene a Fanfani e a Tommaseo! I magistrati, i prefetti e i questori d’Italia che si occupano di sinonimia! e che nelle distinzioni di Tommaseo dovrebbero trovare la guida per agire correttamente e interpretare onestamente le leggi antianarchiche....! Questi preludî possono servire di opportuno commento allaliberalecircolare dell’on. Crispi sulla applicazione di dette leggi.
[81]Come indizio eloquentissimo della situazione noto quanto segue:
Non appena i magistrati vollero dare effetto retroattivo alle leggi antianarchiche a Roma, ad Ancona, a Siena nei processi controIl futuro sociale,Il Luciferoe laMartinella—giornali esclusivamente socialisti e repubblicani e antianarchici per eccellenza—le proteste fioccarono sulle colonne dellaTribunae il giornale le fece sue. Ora viene la proibizione del Congresso socialista d’Imola e la stessaTribuna(n. 242 anno 1894) approva il Prefetto di Bologna. Il fatto, data la attitudine del giornale verso il governo, è importante perchè prova la malafede più impudente delle sfere ministeriali. Quando il governo per bocca di Crispi nella Camera prometteva ai deputati socialisti, che a loro non potevansi applicare le leggi antianarchiche, conosceva certamente il loro programma, che s’impernia nellalotta di classe, che tante polemiche ha suscitato e tanti malumori ha destato nello stesso campo socialista. La sua slealtà, adunque, è innegabile ed è enorme oggi, che si attacca a quel programma per farlo oggetto di persecuzione. Figuriamoci ciò che avverrà quando si sarà trovata l’isola adatta per mandarvi i coatti! E allora tu, o buon amico Lucchini, vedrai quanto avrai guadagnato a fare accettare una dicitura invece di un’altra appellandotene a Fanfani e a Tommaseo! I magistrati, i prefetti e i questori d’Italia che si occupano di sinonimia! e che nelle distinzioni di Tommaseo dovrebbero trovare la guida per agire correttamente e interpretare onestamente le leggi antianarchiche....! Questi preludî possono servire di opportuno commento allaliberalecircolare dell’on. Crispi sulla applicazione di dette leggi.
Indice
In tutti i capitoli di questo libro traspare un pessimismo, che non è ordinariamente nel mio carattere e nelle mie convinzioni, ma che fatalmente s’impone a chi esamina gli avvenimenti recenti, sia nella parte che riguarda il governo, sia in quella che concerne le classi dirigenti.
Ma non c’è un raggio di luce, che possa rischiarare le tenebre che circondano la sconsolante prospettiva dell’avvenire?
Non si può e non si devea priorinegare la possibilità nelle cose siciliane di un esito diverso da quello enunziato e temuto; si può anzi ammetterla, purchè governo e classi dirigenti agiscano di conserva e rapidamente per iscongiurare i pericoli che risorgeranno spontanei dalla situazione, presto o tardi, senza o con l’opera dei sobillatori, col concorso indiretto deiFascicome nel 1893, o senza che fossero conosciute le teorie socialiste, e senza cheFasciesistessero come nel 1860 e in altre epoche.
L’ATTITUDINE DELLE CLASSI DIRIGENTI
Storia e scienza politica si accordano nel riconoscereche non c’è che un mezzo per evitare le rivoluzioniviolente: le riforme date a tempo. E riforme ne sono state proposte di ogni sorta per la Sicilia: riforme economiche, politiche amministrative e sociali; riforme, che in parte riuscirebbero utilissime al resto d’Italia.[82]Ma perchè riuscirebbero utilissime al resto d’Italia c’è da temere che non ne saranno votate in tempo per la Sicilia dal Parlamento; e per lo stesso motivo i deputati siciliani più interessati al mantenimento delloStatu quoe che rispecchiano fedelmente le aspirazioni e gl’interessi delle classi dirigenti, levano alta la voce contro ogni legge speciale per la Sicilia, che scioccamente designano comelegge eccezionale—dileggi eccezionaliessi non invocano e non approvano che lo Stato d’assedio con tutti i suoi amminicoli, dalla censura preventiva ai Tribunali militari!—poichè essi sono giustamente convinti che allontanerebbero per più lungo tempo l’amaro calice delle riforme economico-sociali, quando tutti i deputati d’Italia fossero costretti ad avvicinarvi le labbra.
CIÒ CHE SI DOVREBBE FARE E CIÒ CHE SI È FATTO
Di ciò che si dovrebbe e potrebbe fare, di ciò che si è fatto già o si è mostrato l’intenzione di praticare, bisogna fare rapidissima menzione.
Nell’ordine amministrativosi reclamano pronti provvedimenti che spengano ed impediscano il risorgere dell’attuale prepotenza delle consorterie locali,che opprimono i deboli e gli avversarî; non rendono fruttuosa l’opposizione nelle vie legali; e coll’intrigo, colla corruzione o colla protezione dei deputati, del governo centrale e dei suoi rappresentanti scambiano le parti e riducono alla condizione legale di minoranze, quelle che realmente sono maggioranze. E prontamente si farebbe opera di pacificazione, (più sincera e più duratura di quella più che consigliata, imposta dai Prefetti e dagli ufficiali dell’esercito tra i partiti opposti all’indomani dei disordini e delle repressioni), collo scioglimento di molti Consigli comunali e colle elezioni senza ingerenza indebita di chicchessia.
Ciò che si è fatto non ispira fiducia, poichè dalla narrazione precedente, e specialmente dai capitoli suiTribunali militarie sull’Opera civile del generale Morrasi apprese che furono abbandonate le primitive buone intenzioni in ordine alla ricostituzione delle amministrazioni comunali sulle basi della giustizia, della legalità e della preponderanza delle maggioranze reali; lasciando perdurare, anzi consolidando il prepotere di quelle consorterie—in fondo apolitiche—che si mostrano più ligie al governo ed ai suoi rappresentanti locali.
In un ordine più generale bisognerebbe provvedere affinchè venisse assicurata la onesta compilazione delle liste elettorali: come sarebbe savio provvedimento determinare la misura delle spese obbligatorie—eliminandone alcune; impedire la partigianeria nella distribuzione delle imposte; riformare il sistema deitributi locali, modificare la tassa di minuta vendita, alla quale nei comuni aperti sfuggono gli agiati colle compere all’ingrosso, abolireil dazio sulle farine, la tassa sulle bestie da trasporto e da lavoro, mantenendo quella sui bovini, abolire le quote minime delfocaticoe stabilire un maggior numero di categorie che rendano possibile la più equa graduazione dell’imposta stessa, che in sè è delle più democratiche, ordinare che non si possano sorpassare certi limiti nei dazî di consumo se non quando siano raggiunti gli estremi limiti nelle imposte dirette, invertendo il sistema vigente; distruggere, infine, come dice l’anonimo delGiornale degli economisti, «il vizio fondamentale del sistema finanziario locale che si riassume nel fare pagare prevalentemente le imposte ai meno abbienti e nel farle usufruire per servizi pubblici prevalentemente ai maggiori abbienti.» (Febbrajo 1894)[83].
Nel precedente capitolo si disse a che cosa è servita sinora e serve la nuova legge elettorale: è sicuro, che si avrà un enorme peggioramento nella compilazione delle liste elettorali, nelle quali finiranno col trovar posto solamente coloro, che preventivamente avranno ipotecato il loro voto.
IL REFERENDUM
L’organismo amministrativo si dovrebbe completare colreferendum—accessibilissimo alle intelligenze meno sviluppate, perchè si esercita sopra quistioni chiare e concrete—parziale o totale;—e colla elezione diretta del sindaco e degli assessori—sistema deiselectmens,—tenendo conto sempre delle diversità di cultura, di educazione e di tradizioni, che rendono dannosa qualunque leggeunitaria che debba aver vigore in Lombardia e in Sicilia, in Piemonte e in Basilicata[84].
PUNTE LEGGI UNITARIE
E di questa varietà di ordinamenti (perfettamente consona a quellapolitica sperimentale, di cui ci ha dato tanti esempi convincenti il Donnat, nel libro che porta detto titolo, e a quella analoga politica quantitativa descritta da uno dei più sapienti positivisti che seguirono il Littrè—il Wirouboff) non c’è da allarmarsi come di uno sbocconcellamento della patria italiana, se lo stesso on. Crispi, il più fanatico unitario d’Italia, sin dal 1878 riconobbe «che le isole hanno diritto a norme speciali di governo, ad una specialeamministrazione» come ricordò di recente l’on. Comandini (Corriere della seran. 50, 1894).[85]
È corsa con insistenza la voce, che l’on. Crispi voglia realmente venire ad un ordinamento speciale per la Sicilia; ma tutto quanto sinora si è fatto non autorizza a sperare che la riforma sia inspirata a sensi democratici; se a qualche cosa che somigliasseallaregioneegli verrà, di sicuro tutto si ridurrà ad una diminuizione nel numero delle provincie e delle intendenze e ad un concentramento di poteri nel Prefetto di Palermo; avremmo al più un decentramentomoreimperiale, di cui la parte popolare non avrebbe da rallegrarsi.
NEL CAMPO ECONOMICO-SOCIALE
Più difficili, ma di maggiore importanza rispetto ai lavoratori delle campagne e delle miniere, sono le riforme di ordineeconomico-sociale.
Alcune si può essere sicuri che verranno adottate tra breve—e fu già presentato qualche disegno di legge per tutta Italia, ma che ha particolare importanza per la Sicilia, dal passato ministero—; così quella sultruck-sistemnelle miniere di zolfo, che bisognerebbe completare con una legge contro l’usura, che rovina i contadini; quella sull’obbligo dei frequenti pagamenti agli operai e sulla insequestrabilità degli stipendi; sulla così dettacassa piccolada doversi imporre in tutte le miniere di zolfo; suiprobi-virinell’agricoltura; sullecooperative di consumo e di lavoro, alle quali si dovrebbero concedere diritti reali e mezzi adatti per farli riconoscere dalle amministrazioni locali e dal governo, ecc. ecc.
Maggiori ostacoli si incontrerebbero per diffondere e regolare equamente ilcredito, sottraendolo agli usurai e alle influenze politiche, e per organizzare efficacemente ilcredito fondiario ed agrario, dopo che fu votata e sanzionata la infausta legge bancaria del 10 agosto 1893; ma è materia di cui c’è da occuparsi, perchè molte altre riforme economiche sono intimamente connesse alle facilitazioni che possono venire dalcreditoequamente distribuito ead interessi miti, che possano essere sopportati dall’agricoltura.
I RAPPORTI TRA CONTADINI E PROPRIETARII
Le difficoltà divengono veramente gravi, quando si arriva alle proposte per migliorare i rapporti tra contadini e proprietari mercè la riforma in via legislativa deicontratti agrarie promovendo lo spezzamento del latifondo. Qui non c’è solamente l’aspro conflitto tra due scuole economiche diverse, che battagliano nel campo teorico; ma c’è il conflitto tra gl’interessi contrarî colla prevalenza di quelli dei proprietari e del capitalismo, che soli sinora comandano nei comuni, nelle Provincie, nei Comizî agrarî, nelle camere di Commercio, nel Parlamento.
Qualche provvedimento che riesca indirettamente a tale miglioramento nei contratti agrarî non è difficile che prevalga, perchè contemporaneamente se ne avvantaggerebbero le classi dirigenti, che nell’attuale conflitto tengono, come suol dirsi, il coltello per il manico: tale sarebbe ad esempio la propostasestadelComitato promotoredei grandi proprietarî di Sicilia:—esenzione per legge dalle tasse di focatico, sul bestiame, bestie da tiro e da soma e ricchezza mobile per quei contadini che prendano stabile dimora nelle campagne—mentre mi sembra più difficile che possa passare la propostasettimacolla quale si dimanda la riduzione del 50 % della imposta fondiaria sui latifondi nei quali verrebbero costruite case coloniche e adottati quei metodi di coltura razionale che sarebbero, caso per caso, stabiliti da apposite commissioni tecniche, nominate dal ministro di Agricoltura e Commercio.
E nello interesse dei grandi proprietari,—ma che indirettamente potrebbe giovare ai contadini, perchè indurrebbe più facilmente i primi alle enfiteusi—i senatori siciliani, con alla testa il principe di Camporeale, fecero votare dal Senato la istituzione di una Banca che si occupasse del riscatto dei censi a richiesta del proprietario, a somiglianza di ciò che già si pratica altrove.
Cessata la cieca venerazione per la proprietà privata col suo quiritariojus utendi abutendique, per il legislatore in Sicilia non riuscirebbe difficile il compito di creare una numerosa falange di piccoli proprietarî e poco più disagevole riuscirebbe l’altro della riforma dei contratti agrari.
ESEMPII DI LEGISLAZIONI STRANIERE
Gli esempi che ci somministra la legislazione straniera sono incoraggianti, come osserva il Cavalieri: LeHomestead Lawsnegli Stati Uniti, le leggi per l’Irlanda del 1881, altre leggi per la stessa Irlanda, per la Scozia e per l’Inghilterra—Small holdings Act,Allotments Act, ecc., ecc.—le colonizzazioni interne, le modificazioni alle leggi sull’enfiteusi in Germania, la quotizzazione dei terreni sabbiosi resistenti alla filossera in Ungheria e le più recenti proposte di leggi dell’Austria sulla cooperazione agraria e sulla redenzione dei debiti ipotecarî cogli opportuni temperamenti suggeriti dalle condizioni e dalle tradizioni locali, potrebbero riuscire di grande efficacia in Sicilia per migliorare la condizione dei contadini e i rapporti tra proprietari e lavoratori.
Da tempo, e prima che gli ultimi avvenimenti richiamassero sull’isola l’attenzione generale, proposte inspirate ai criteri informanti la legislazionestraniera succennata, nel 1883—più di un decennio fa!—erano state avanzate dal Baer: il quale, sebbene schietto conservatore, arrivava sino alla espropriazione dei latifondi privati per distribuirli a piccoli lotti ai contadini.
VARRANNO A QUALCHE COSA?
Gli esempî stranieri e i consigli non sospetti condurranno a risultati pratici?
Non mi abbandono ad un alcun preconcetto pessimista nella previsione dei medesimi, ed espongo puramente e semplicemente i dati di fatto, che possano aiutare il lettore a formarsi da sè stesso un esatto concetto.
In quanto alla riforma deicontratti agrarîc’è poco da sperare dal Parlamento. Figuriamoci che si considerò come troppo ardito, quasi rivoluzionario, il progetto sullamezzadriadell’on. Sonnino! E la sorte che correrebbe qualunque altro disegno meno anodino si può indovinarla dalle discussioni e dalle risoluzioni della Commissione nominata dal ministro di Agricoltura e Commercio e da quello di Grazia e Giustizia per istudiare precisamente la riforma di detticontratti agrarî.
La maggior parte dei deputati e dei senatori, che ne facevano parte—tra i quali l’on. Fortis, che a tempo perso si proclamasocialista di Stato—si mostrarono decisamente avversi ad accettare quella corrente nuova (che fa capo a Menger in Austria, che in Italia è rappresentata degnamente da Gianturco, Nitti, Salvioli, Cogliolo, ecc.) la quale mira ad innestare il contenuto socialista nel Codice Civile, modificando il concetto quiritario della proprietà e facendo posto adeguato alle ragioni del lavoro.
PAROLE E FATTI
L’opposizione alle chieste modifiche dei contratti agrarî da parte degli elementi conservatori di detta Commissione, sebbene truccati alcuni da democratici in aperto conflitto coll’elemento universitario (Nitti, Cogliolo, Salvioli) quantunque disinteressata nella apparenza, perchè mossa da elementi non siciliani, pure tale non era: essi avvedutamente han dovuto pensare che ciò che adesso si concederebbe alla Sicilia, sotto la pressione della rivolta, più tardi si dovrebbe accordare al resto d’Italia dove sussistono condizioni analoghe. L’esempio di ciò che è avvenuto nella Gran Brettagna li ammaestrava: le concessioni e le riforme agrarie della Irlanda non tardarono a varcare il canale di San Giorgio, per essere proposte a vantaggio dei lavoratori d’Inghilterra e di Scozia.
In quanto allo spezzamento del latifondo, e alla creazione dei piccoli proprietari, memore più che degli esempi stranieri dei consigli dei conservatori illuminati e preveggenti, (Baer, Cavalieri, Monsignor Carini ecc., ecc.) in seno della Commissione eletta dai deputati siciliani per istudiare le opportune proposte per la loro regione, osai proporre il censimento obbligatorio dei latifondi di una certa estensione; ma rimasi solo: gli on. Di Rudinì, Di San Giuliano, Sciacca della Scala, Reale e Filì-Astolfone si dichiararono avversi alla proposta mia. L’on. Damiani l’accolse con simpatia; ma funzionando da presidente non credette pronunziarsi in proposito[86].
IL DISEGNO DI LEGGE SU’ LATIFONDI
Il 1º Luglio 1894 l’on. Crispi presentò alla Camera dei Deputati il disegno di legge intorno allaenfiteusi dei beni degli enti morali e ai miglioramenti dei latifondi dei privati nelle provincie Siciliane, e il cuore dei partigiani delle sane riforme si riaprì alla speranza e le previsioni dei pessimisti e degli increduli parve che ricevessero una solenne smentita.
Con quel disegno di legge non solo s’imponeva la enfiteusi dei beni degli enti morali, ma si costringevano ai miglioramenti agrarî colla mezzadria i latifondisti che non ottemperando a tali disposizioni dovevano vedere sottoposti all’enfiteusi obbligatoria i loro fondi.
Non occorre scendere a dettagliata disamina delle proposte del Presidente del Consiglio dei ministri, perchè esse colla chiusuradellaSessione parlamentare, legislativamente sono già morte e sepolte, sebbene suscettibili di resurrezione; basta qui e adesso giudicarne il principio, che lo informa.
IN SOSTANZA È CONSERVATORE
Negli uffici il disegno di legge agraria venne combattuto fieramente alla quasi unanimità dai deputati siciliani,—e si vede da ciò ch’erano fedelmente rappresentati in quella Commissione privata di cui mi occupai precedentemente—e venne combattuto perchè ritenuto violento e rivoluzionario[87].I socialisti invece—e in nome loro autorevolmente ha scritto il professore Salvioli nellaRiforma Sociale(N. del 10 agosto 1884)—non lo trovarono di loro gradimento, «perchè in sostanza è conservatore, tendendo a diffondere quella proprietà fondiaria coltivatrice, pegli stessi lavoratori del suolo, la quale secondo la relazione che la procedeè per lo Stato e per le civili istituzioni una più sicura garenzia di ordine e di stabilità.»
Io non esito a dichiarare che il principio del disegno di legge agraria Crispi era equo ed opportuno, era rispondente alle condizioni del momento, e sebbene combattuto ad un tempo dai socialisti e dai latifondisti—senza distinzione di colore politico—sarebbe riuscito bene accetto e giovevole ai contadini ed ai proletari. Nè ciò dicendo credo derogare alle teorie socialiste, che da anni sostengo, come in altro luogo e in altra occasione cercherò di dimostrare[88].
Se della legge agraria cennata accetto il principio informatore, non approvo però i particolari, molto meno posso dichiararmi soddisfatto dei mezzi proposti per creare la piccola proprietà rurale e promovere i miglioramenti agrarî.
INTORNO ALLA PROPRIETÀ COLLETTIVA
Inoltre non sono favorevole alla quotizzazione dei demanî comunali, e credo che sarebbe più utile e conveniente costituirli in proprietà collettiva oalmeno farli servire ad esperimenti di cooperazione agraria.
Il nome e la cosa in fatto di proprietà collettiva oggi non dovrebbero più spaventare, dopo che un progetto di legge che mira a conseguire tale risultato venne presentato da deputati conservatori e timidamente liberali per i dominî dell’ex stato pontificio; progetto al quale promise il suo appoggio il ministro Boselli.[89]E queste proprietà collettivepotrebbero e dovrebbero allargarsi, costituendo un vero campo di sperimentazione economico-sociale coll’adottare le misure proposte poco tempo fa dall’egregio avv. P. Di Fratta, segretario al Ministero di Grazia e Giustizia—nell’opuscolo sullaSocializzazione della terra.
IL PROGETTO CRISPI È SENZA SPERANZA
La cennata discussione della Regia Commissione sui contratti agrari e l’accoglienza fatta negli Uffici al disegno di legge Crispi lasciano poche illusioni sulla sorte dello stesso progetto qualora venisse ripresentato nella futura sessione: per farlo accettare dal Parlamento occorrerebbe una forte, direi quasi, minacciosa pressione della pubblica opinione e un ministero energico che sapesse rendersene interprete. E in tanto abuso didecreti reali, chi potrebbe protestare se ancora una violazione delle buone norme costituzionali si avesse a fin di bene per attuare qualche importante riforma economico-sociale? A cosa fatta—l’esperimento è stato ripetuto,—la Camera non ardirebbe negare la sua approvazione: tanta energia nessuno gliela suppone e potrebbe attingerla soltanto nel più sfrenato egoismo.
E POI SI SAPREBBE CONSERVARE?
Ma dato che si arrivi comunque allo spezzamento del latifondo e alla costituzione di numerosi piccoli proprietarî rurali, cura somma dello statista dovrebbe essere quella di saper conservare; poichè si sa che i piccoli proprietarî sorti dal censimento dei beni dell’asse ecclesiastico e dalla quotizzazionedi alcuni demanî comunali sono nella massima parte scomparsi: i loro campicelli furono inghiottiti dall’antico latifondo limitrofo o servirono a costituire qualcuno nuovo.
Nelle legislazioni straniere c’è la preoccupazione di conseguire tale supremo intento ed oltre leHomestead lawsdegli Stati Uniti è noto «che lo Schäffle, che voleva davvero le piccole proprietà, non si è peritato di suggerire la proibizione di accendere ipoteche per la legittima ogni volta che dovevano colpire un già modesto fondo; in Prussia e in Austria si è giunti a costituire degli Höferolle, che rappresentano una specie di catasto speciale della piccola proprietà ai fini della sua conservazione; e nel Mecklemburgo si è provveduto non solo alla irredimibilità dei beni enfiteutici, ma anche alla loro trasmissione indivisibile». (Cavalieri, p. 60).
CIFRE ELOQUENTI
Questo bisogno di provvedimenti urgenti ed efficaci per la conservazione della piccola e media proprietà è più impellente per le provincie del mezzogiorno, e specialmente per laSiciliae per laSardegnacome risulta con straziante eloquenza dalle cifre.
Su 100,000 abitanti nelle vendite giudiziarie nell’anno 1885 l’Italia settentrionale è rappresentata con 7,16, l’Italia centrale con 16,43, il Napoletano con 49,34, la Sicilia con 61,57, la Sardegna con 742,89.
Nel 1886, nel 1887, nel 1888, troviamo gli stessi rapporti e nel 1889 c’incontriamo con questi dati: l’Italia Settentrionale 8,21, l’Italia centrale 17,46,il Napoletano 77, laSicilia170,77, laSardegna1380,41!
E non siamo ancora negli anni ultimi, nei quali la crisi economica è terribilmente aumentata......
Ancora delle cifre! Per ogni cento vendite di mobili e di frutti pendenti, in quelle di valore non superiore atrenta lirel’Italia settentrionale è rappresentata da 7,69% l’Italia centrale da 6,57 il Napoletano da 33,53, la Sicilia da 26,41, la Sardegna da 29,28: in quelle non superiori acinquanta lire, l’Italia settentrionale è rappresentata da 8,12% la Centrale da 8,60, il Napoletano da 12,76, laSiciliada 17 e laSardegnada 26,69. Nelle vendite per espropriazione forzata in quelle non superiori a 500 lire l’Italia settentrionale da 5,80, la centrale 7,27, il Napoletano 7,19, laSicilia9,45, laSardegna14,62; in quelle superiori a tale somma e non oltre mille lire l’Italia settentrionale dà 8,31 l’Italia centrale 7,80, il Napoletano 11,23, laSicilia16,60, laSardegna16,04.
Non avevo dunque ragione nell’affermare che da tali cifre risulta colla massima evidenza l’impellente dovere di provvedere alla difesa della piccola e media proprietà in Sicilia e in Sardegna; ed esse stesse non provano ancora una volta luminosamente che le condizioni economiche dell’isola sono generalmente più tristi di quelle del resto d’Italia, eccettuata la povera Sardegna?[90]
IL FISCO E GLI SFORZI LEGISLATIVI
PERFETTAMENTE INUTILE
Quando poi si considera che l’avidità del fisco italiano è la grande e generale causa della espropriazione e della graduale scomparsa della piccola e media proprietà si deve riconoscere che gli sforzi legislativi per creare l’una e l’altra sono un perditempo,anzi una crudele ironia e che è perfettamente inutile pensare a fare colla mano destra ciò che la sinistra deve affrettarsi a distrurre. E chiunque ha fior di senno e non si lascia mistificare dalle apparenze e dalle parole, dopo avere esaminato i provvedimenti ch’erano contenuti nella legge agraria dell’onorevole Crispi, meschinamente inspirati al concetto dell’Homestead, per ovviare al riassorbimento nel latifondo della piccola proprietà, dovrà coscienziosamente riconoscere che essi non corrispondono affatto allo scopo. Meglio si riuscirebbe con una politica generale casalinga ed economica.
PER L’INDUSTRIA ZOLFIFERA
Accanto alla questione agraria in Sicilia ce n’è una mineraria ancora più acuta. Nulla per essa, proprio nulla, ha fatto mai il governo italiano, che in questo di tanto si mostra inferiore al governo borbonico. E quanto ci sarebbe da fare risulta dai due progetti d’iniziativa parlamentare presentati l’uno dall’on. Ippolito De Luca e l’altro da me, nonchè dalle proposte della Sotto commissione dei Deputati Siciliani (Di Rudinì, Di San Giuliano, Colajanni). È da notarsi, per aggravare la enorme responsabilità del governo nella quistione mineraria, che la Sicilia non chiede alcun sacrifizio pecuniario al resto dell’Italia, a tutti i contribuenti; essa non chiede se non ciò che le spetta di pieno diritto; essa chiede che venga consacrato all’industriazolfifera ciò che questa dà allo Stato e che lo Stato indebitamente prende, cioè il prodotto del dazio di esportazione sugli zolfi. Dico che lo Stato lo prende indebitamente perchè dopo l’abolizione del dazio di esportazione sulla seta,chiesto ed ottenuto dai lombardi, quello sugli zolfi è il solo dazio di esportazione che resta in Italia e che pesa esclusivamente sulla Sicilia anzi su tre provincie soltanto dell’Isola. La parità di trattamento s’imponeva tanto, che l’abolizione di detto dazio chiesta dall’on. Pantano e da me nella Camera dei Deputati nel 1891, venne promessa dal ministro delle Finanze on. Luzzatti e la promessa fu riconfermata dall’on. Di Rudinì nel discorso di Milano. Le promesse!
Ora l’industria non chiede l’abolizione di quel dazio di uscita; ma domanda, ed ha diritto di ottenere, che se ne impieghi il prodotto a proprio vantaggio, lasciando anche un largo margine di profitto all’erario dello Stato ed altro maggiore creandogliene col risollevamento economico di una numerosissima classe di lavoratori, di speculatori, o di proprietari. Sarà ascoltata?....
Una circolare riservata dell’on. Boselli altra volta lasciava sperare che ad un lato della questione mineraria—quello della proprietà del sotto suolo e del sistema degli affitti angarici ed a breve durata—si cominciava a pensare nelle sfere ministeriali. Ma l’on. Boselli è passato alle finanze e il suo successore, on. Barazzuoli, propugnatore dell’anacronistico liberismo economico non dà alcun affidamento, che qualche cosa di bene si voglia fare. Egli anzi ha cominciato dal ritirare il disegno di legge sui consorzî obbligatorî, sulla brucia ecc.presentato prima dall’on. Lacava, e mantenuto dal Boselli e che pur riuscirebbe tanto utile all’industria!
E mentre il governo si mostra così incurante o così ligio a vieti principî economici—a meno che non si tratti di violarli nello interesse delle finanze—l’ingiustificabile rinvilimento nel prezzo degli zolfi continua vertiginosamente, gli scioperi forzati si succedono con allarmante frequenza, la miseria dei zolfatarî ha raggiunto proporzioni spaventevoli e non ostante lo Stato di assedio avvengono terribili attentati e delitti minerari che fanno ricordare i delitti agrari dell’Irlanda e della stessa Sicilia[91].
Le misure economiche-sociali dianzi cennate risolverebbero in parte la quistione Siciliana; ma la soluzione dovrebbe essere completata da provvedimenti di altra indole.