L’ANALFABETISMO
L’analfabetismo è una delle piaghe dell’isola, che va amorevolmente studiata e curata.
I vantaggi generali che si avrebbero da una buona istruzione impartita alle classi lavoratrici sono evidenti. Vero è che l’istruzione è un prezioso coefficiente per la propaganda socialista, anche quando riesca a creare un grande numero di spostati, comeha dimostrato il Bebel; ma non si dovrebbe ignorare che anche colla più crassa ignoranza non si sono evitate le ribellioni e i tentativi di rivendicazioni sociali;dalle guerre servili alle Jacqueries; dai moti di Ben Tillet in Inghilterra e dell’anabattismo in Germania e in Isvizzera, ai tumulti dei contadini del Napoletano nel secolo scorso e della Sicilia dal 1860 al 1894. Si rileva che l’analfabetismo non è rimedio efficace per impedire le esplosioni determinate dalle sofferenze dei lavoratori. Dalla storia invece si apprende chedovunquegli operai e i contadini hanno acquistato una certa coltura, ivi la lotta si è fatta pacifica, evolutiva, con manifesto vantaggio delle classi dirigenti.
Vero è che l’istruzione obbligatoria com’è attualmente organizzata, non dà risultati corrispondenti alla spesa che costa ai comuni; ma questo non autorizza a prendere occasione dall’insuccesso delle leggi attuali per domandarne l’abolizione o indicarla comespesa facoltativaai comuni, come con mia sorpresa ha proposto un egregio scrittore.
Meglio sarebbe invocarne la riforma e comprenderla tra gli obblighi dello Stato assai più utilmente e più equamente che non si faccia col lasciargli l’insegnamento secondario ed universitario, ch’è un bisogno meno universale della istruzione elementare.
SI DICHIARA LA GUERRA ALL’ISTRUZIONE
Ma purtroppo le classi dirigenti o il governo non apprezzano in Sicilia i vantaggi della istruzione, non ne vedono che i pericoli. Ivi appena si affacciò sull’orizzonte lareazionetrionfante fu dichiarata guerra a morte all’istruzione. L’odio che alcunilordsin Inghilterra manifestarono contro la istruzione e di cui parla Marx, si è ripresentato nell’isola,dove dapertutto quasi venne invocata la chiusura delle scuole serali istituite saviamente daiFasci. NellaSala Ragonanon solo si protestò contro l’insegnamento universitario, che ha tendenze socialiste; non solo s’invocò che nelle scuole s’imponesse il catechismo ma quando un oratore parlò degli aggravi che l’istruzione obbligatoria impone ai Comuni si gridò con entusiasmo!abolitela! abolitela!E quel ch’è peggio i rappresentanti del governo si mostrano dello stesso avviso dei reazionarîgrandi proprietariidella Sala Ragona.
NECESSITÀ DELLA RICOSTITUZIONE DEI “FASCI„
Tali riforme e tali provvedimenti dovrebbero essere coronati da un ultimo d’indole politica, che pur troppo incontra la più viva opposizione e nel governo e nelle classi dirigenti che spadroneggiano in parlamento e fuori: la ricostituzione deiFasci dei lavoratori.
Se si tenesse conto delle savie considerazioni svolte dall’on. Di San Giuliano nel suo libro sulla opportunità di conservare i Fasci (p. 23 e 120) si converrebbe anche adesso da conservatori intelligenti che alla causa dell’ordine vero gioverebbe la ricostituzione di quei sodalizî, che rappresenterebbero tante valvole di sicurezza, tanti organi per la esplicazione legale dei bisogni e delle tendenze delle classi lavoratrici. Il Brentano ritenne che leTrade Unions—delle cui vicende si fece menzione—in Inghilterra furono un vero elemento di ordine e di conservazione sociale, e l’Howel ha dimostrato (Lepasséet l’avenir des Trade Unions) che le grandi associazioni inglesi cessarono di essere causa di perturbamento dopo che vennero lasciate libere di svolgersi ed intraprendere le loro lotte contro il capitalismopel miglioramento del salario dei loro socî.
IL MERITO DEI “FASCI„
Le dichiarazioni dell’on. Sonnino—ministro e non più semplicetouriste—sulla iniquità del dazio di consumo e sulla ripartizione dei tributi locali avevano a sufficienza giustificata l’azione, anche tumultuaria, deiFasci dei lavoratori; chi poi l’ha addirittura glorificata è stato l’on. Crispi colla presentazione del suo disegno di legge agraria. Se lo ha presentato, è segno che lo ritiene giusto e necessario, e se così è tutto il merito della sua iniziativa dev’essere restituito esclusivamente aiFasci, che la propugnarono, che minacciosamente la chiesero e senza la cui azione non sarebbe venuta come non era venuta pertrentaquattro!anni. Se quel disegno verrà ripresentato e trionferà, potrà il governo iniquamente continuare a mantenere in galera i capi e gli organizzatori deiFasci dei lavoratori, ma esso stesso avrà loro innalzato un altare nel cuore dei contadini che alla loro agitazione e ai loro sacrifizî dovranno la terra tanto desiderata e invano per tanti secoli.
E qui è opportuno ribattere qualche sofisma che le reminiscenze liberiste fanno spuntare anche in bocca di chi dal liberismo si mostra lontano, a dimostrare ancora che ciò che è avvenuto testè in Sicilia non è che un caso di una regola generale.
UNA STRANA AFFERMAZIONE
Il Cavalieri, che ripetutamente ha invocato il savio intervento dello Stato, a certo punto si ricorda di essere conservatore in politica e torna liberista in economia per dare ingiustamente addosso aiFasci. Egli dopo avere osservato, che da Giorgio III in poi senza bisogno dei socialisti la legislazione inglese promosse molte radicali riforme agrarie esclama:«non c’è bisogno di stringersi in una setta (?), di ordire costanti macchinazioni (?), di ricorrere alla violenza per fare trionfare nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, che se son giusti, faranno certo la loro strada da sè.» (p. 64)
Non avrei rilevata questa strana affermazione—che suona aperta contraddizione in bocca del Cavalieri—se essa non venisse ripetuta—in buona o in mala fede—da molti uomini politici, che vanno per la maggiore e dai loro giornali.
No! non è vero che i nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, se giusti,faranno la loro strada da sè, nè importa se la parolasocialistie socialismo ai tempi di Giorgio III non esistevano: altri ne rappresentarono l’azione equivalente e le riforme furono la conseguenza delle agitazioni popolari e di una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita politica, come risulta dalla citata polemica tra il Prof. Luzzatti e l’avv. Bissolati, nonchè dal libro del Thorold Rogers sullainterpretazione economica della storia d’Inghilterra.
E le grandi riforme agrarie dell’Irlanda, che tra non guari saranno completate dall’Home rule, non si devono esclusivamente ad un secolo di lotte ed anche di violenze? Che cosa avrebbe ottenuto l’Isola senza gli agitatori, senza i Feniani, senza laLand Leaguee forse anche senza il tremendodelittodi PhoenixPark?
Nulla! La giustizia non avrebbe trovato la strada da sè; e se la violenza gliel’aprì spesso, la responsabilità dei suoi possibili danni ricade intera sui governanti e sulle classi dirigenti, che voglionotenerla sbarrata ad ogni costo e in tutti i modi.
Da tanti anni, per non dire secoli, si conoscono i mali della Sicilia; ma quali i rimedi efficaci sinceramente apportati? Nessuno! Ebbene i contadini di Piana, di Corleone e di cento altri siti unendosiin setta, ricorrendo alla violenza se si vuole, migliorarono salari e patti agrari, mentre l’inchiesta sulla Sicilia del 1875, l’inchiesta agraria, i libri di Caruso, di Sonnino, di Franchetti, di Basile, di Villari, ecc., gli articoli di Baer e di tanti altri non cavarono, da sè pur troppo! un ragno da un buco.
COSA AVVENNE SOPPRESSI I “FASCI„
E che cosa è avvenuto non appena soppressi iFascie impedita la loro e proficua agitazione? I miglioramenti ottenuti scompaiono e si torna all’antico colla antica miseria eccessiva dei lavoratori. E ciò che previdi sin dallo scorso gennaio in alcuni articoli e nella prima edizione di questo libro oggi viene riconfermato dall’agitazione che rinacque in Corleone, e altrove, appena tolto lo Stato d’assedio, e ch’è tanto giusta che provoca scoppi di sdegno anche nella più autorevole stampa ufficiosa, che se la prende colla improntitudine, colla slealtà e colla ingordigia dei grandi proprietari e che invece si dovrebbe scagliare contro il governo e contro il suo proconsole cicisbeo, che ai grandi proprietari hanno prestato mano forte e della cui iniquità si sono fatti strumento.
E questa solidarietà di fatto tra governo, proconsole e grandi proprietari è tanto più mostruosa in quanto che tra gli ultimi non si è levata sin ora una voce coscienziosa, autorevole, efficace contro la propria classe e in favore dei contadini, mentrein Irlanda non mancaronolandlords, che dettero l’esempio della equità e del disinteresse, come risulta dalla relazione della Commissione presieduta dal duca di Richmond e che preparò la legge agraria del 1881 di cui fu segretario un grande proprietario irlandese, il colonnello King-Harman, che si mostrò tra i più energici e convinti nel propugnare la causa dei lavoratori della terra.
Il vicino passato e gli avvenimenti contemporanei adunque, se c’è sincerità nell’on. Crispi nel promettere il miglioramento dei contadini, dovrebbero indurlo a consentire la ricostituzione deiFasci, che prima delle sue leggi varrebbero ad infrenare il mal volere dei grandi proprietari.
SINISTRI INDIZII
Ma per quanto ciò non sarebbe altro che il rispetto puro e semplice dei diritti riconosciuti dallo Statuto, nulla fa sperare che verranno rispettate queste leggi nostre, in sè stesse tanto inferiori in liberalismo alle straniere—come osservò l’Impallomeni—e c’è tutto da temere che si perdurerà nella reazione ignominiosa e pericolosa. Certe abbominevoli liste di proscrizione a me note, le leggi antianarchiche, la loro interpretazione—di cui si ebbe già un saggio nell’applicazioneretroattivapei reati di stampa—le decimazioni tra gli elettori popolari, i numerosi arresti arbitrarî, l’avviso dato dalla questura di Palermo al barone Colnago e ad altri socialisti di astenersi da qualunque agitazione e propaganda, la proibizione dei congressi socialisti di Carpi, di Bozzolo e d’Imola e cento altri sinistri indizî confermano un tale timore.
Ben so che c’è una circolare dell’on. Crispi, che invita le autorità ad interpretare nel senso più largoe meno illiberale le così dette leggi anti-anarchiche; ma ammesso pure che egli l’abbia dettata colle migliori intenzioni del mondo, se conosce uomini e cose del suo paese deve immaginare che le sue raccomandazioni, data la qualità delle nostre autorità di pubblica sicurezza, rimarranno lettera morta.
Nè questo è giudizio avventato suggerito dalla partigianeria politica: venne formulato in termini più severi da un amico del governo, da un alto funzionario dello Stato, da un conservatore infine, qual’è il Senatore Costa nella relazione sulle stesse leggi.
Ed ora prendiamo quanto di ottimismo ci rimane in fondo dell’animo e concediamo che governo e Parlamento concordemente si mettano all’opera per dare alla Sicilia una legislazione riformatrice economico sociale, quale le occorre—e quale, del resto, su per giù occorre al resto d’Italia.—Di fronte ad una siffatta manifestazione di buona intenzione potremo dire che si sono superate le più gravi difficoltà e che si è risoluto il problema? Sarebbe strana illusione il pensarlo.
I BILANCI DELLO STATO E DEI COMUNI
Le riforme tributarie, intese ad alleviare la sorte dei contribuenti—e che sono le più urgenti—e quelle economico-sociali sopraccennate, presuppongono bilanci dello Stato e dei Comuni in condizioni tali da potere sopportare le prime; capitali a disposizione dello Stato e dei Comuni e dei privati per eseguire le seconde.
È quasi impossibile, dato l’attuale sistema tributario, pensare alla soppressione dei dazi di consumo, che maggiormente pesano sui lavoratori difronte alla condizione dei bilanci dei Comuni (che nei medesimi spesso trovano la maggiore risorsa) e del bilancio dello Stato che attinge nella stessa sorgente di entrate.
I PROVVEDIMENTI FINANZIARII DELL’ON. SONNINO
Crescono la difficoltà dopo la votazione dei provvedimenti finanziarî dell’on. Sonnino, che hanno peggiorato le condizioni finanziarie dei Comuni, di già dissestate dalla continua diminuizione del prodotto del dazio di consumo a causa delle peggiorate condizioni economiche del paese; e i provvedimenti dell’on. Sonnino riescono esiziali ai Comuni anche per l’insufficiente abbuono ch’essi ricevono dal governo per l’abolizione del dazio governativo sulle farine, per l’avocazione allo Stato dei decimi sulla ricchezza mobile e per avere imposto ai comuni alcune spese, che per lo passato venivano sopportate dallo Stato[92].
Ho sottocchio un prospetto redatto dal Comitato permanente dal Congresso dei sindaci nel quale si notano i danni recati dai nuovi provvedimenti a centocinquanta comuni del regno; ma lasciando da parte ciò che riguarda il continente, correggendo e completando i dati del Comitato dei sindaci si avrà un’idea del danno che subiranno i Municipî dell’isola da queste sole cifre: Palermo perderà circa 600 mila lire, 200 mila Catania, 200 mila Messina, 50 mila Caltanissetta.... E il danno è tanto sicuro e grave che il presidente del Consiglio promisedi occuparsene. La promessa sarà sincera, ma di dubbia realizzazione; certo è invece il danno che arreca questo ministero restauratore che continua nell’antica e cattiva politica che mira a peggiorare le condizioni dei municipî sottraendo ad essi i cespiti di entrata e addossando loro spese che prima erano dello Stato.
Andiamo avanti.
DOVE SI TROVERÀ IL DENARO
Per la istruzione, per la sicurezza pubblica, per le strade di campagna, per le case coloniche, per le acque potabili, per gli attrezzi agricoli, per le sementi, per gli animali da lavoro, per le scorte ecc. ecc. occorre denaro, denaro, denaro. Chi lo appronterà? I Comuni, lo Stato, gl’Istituti di credito, i grandi proprietari? Nessuno credo che attualmente sia in condizione di soddisfare tale primario e prepotente bisogno; meno che tutti lo Stato, il cui bilancio è indeficitminaccioso; lo Stato, cui l’on. di San Giuliano formalmente attribuisce tale obbligo; lo Stato, che non si stanca di chiedere sacrifizi ai contribuenti per riempire la botte delle Danaidi, che si chiama bilancio del ministero della guerra; lo Stato che il denaro ha saputo trovare per profonderlo sulle aride sabbie dell’Africa maledetta, lo Stato a cui non mancò il denaro per la pronta repressione dei moti di Sicilia e che forse meno ne avrebbe speso se avesse pensato alla savia e benefica prevenzione sociale!
E quale risultato potrebbe avere qualunque buona legge economico-sociale, di fronte ai mezzi finanziari che mancano per eseguirla, ci lascia indovinare il disegno di legge agraria dell’on. Crispi.
I mezzi assegnati per la sua esecuzione eranodeficienti e facevano presentire che la legge agraria, come le precedenti leggi sanitaria e di pubblica sicurezza, nella parte buona e sociale che esse contenevano, sarebbe rimasta una platonica affermazione con niuna o ridicola efficienza reale.
Ma per quanto deficienti i mezzi per l’attuazione della legge agraria dove essa li attingeva? Alla cassa di soccorso per le opere pubbliche in Sicilia, alle opere pie, al quarto dei beni dell’asse ecclesiastico assegnato ai comuni dell’isola.... cioè a tutti quegli enti, che sono stati dissestati dal governo e che avrebbero bisogno di essere rafforzati e che rispondono a bisogni presenti e impellenti, come la cassa di soccorso per le opere pubbliche!
NON BISOGNA ILLUDERSI
Nelle condizioni del bilancio dello Stato e nelle generali condizioni economiche del resto d’Italia sta la maggiore difficoltà a provvedere efficacemente ai mali della Sicilia. Non bisogna illudersi: se nella maggiore isola del regno si soffre, non si sta molto meglio nelle altre e nel continente; e si può tanto meno riparare alla crisi locale in quanto che realmente la crisi è generale. E nel grido partito dalla Sicilia, che si ripercosse, sebbene debolmente, in Calabria e nelle Puglie, potrebbe ravvisarsi un salutare avvertimento: il segnale dello incendio, scoppiato in un punto ieri, ma che domani potrà divampare in tutto il regno!
Questa considerazione sulla vastità del pericolo affacciatosi da principio al di là dello stretto, dovrebbe altresì far apprezzare più esattamente la natura dei movimenti siciliani, nei quali si errerebbe di gran lunga se non si vedesse che la risultanza delle condizioni locali. Queste sono innegabili,ed hanno accelerato la esplosione e le hanno dato una impronta speciale, ma non si dimentichi ciò che igrandi proprietaridella Sala Ragona avvertirono sul malessere generale; ma non si dimentichi che se in Sicilia da principio la lotta ha assunto carattere municipale, ciò si deve in gran parte alle condizioni intellettuali del popolo che la abita: i contadini e gli operai dei piccoli centri essendo quasi tutti analfabeti, non leggendo giornali e non sapendo scorgere le cause lontane e indirette delle loro sofferenze, tutte quante le attribuiscono alle amministrazioni locali e contro di esse hanno accumulati i loro risentimenti e contro di esse sfogano la loro ira. Le ingiustizie, talvolta enormi, del sindaco, degli assessori, dei consiglieri, rappresentano le ultime goccie che fanno traboccare il liquido del vaso.
Le vittime di tante ingiustizie si ribellano contro le autorità amministrative, perchè non sanno risalire più in alto per ricercare e trovare gli oppressori.
La forza delle cose adesso, o una maggiore coltura in appresso, li spingerà alla ricerca.
IL MALESSERE È GENERALE
E la ricerca farà loro apprendere che i municipî ricorrono a tasse odiose, angariche, perchè il governo centrale non ne lascia altre a loro disposizione per i bisogni della vita locale, e per soddisfare le numerose esigenze che lo Stato ha loro imposto in nome della civiltà; che il governo centrale assorbe tutte le risorse economiche della nazione, perchè spende e spande pazzamente, e talvolta disonestamente; che della denegata giustizia, degli abusi perpetrati, delle violenze subite è responsabileinteramente il governo centrale, che ha lasciato impuniti i colpevoli, conoscendoli tali e che dei colpevoli spesse volte si è fatto complice.
SI DEVE PENSARE AL RESTO DELL’ITALIA
Si prendano pure e subito tutti quei provvedimenti che si credono indispensabili e particolari per la Sicilia; ma non si dimentichi che bisogna anche pensare al resto d’Italia, che soffre assai e che presto o tardi avrà anche esso le sue manifestazioni sanguinose.
Si deve mutare l’indirizzo della politica generale; si deve sopratutto pensare alla questione economica. I casi di Sicilia devono servire di monito severo: essi devono far riflettere che oggi la semplice proposta di nuove imposte è una grave provocazione.
Che sia grave il generale malessere economico che genera alla sua volta quello politico e morale, si rileva da indizi numerosi, molti dei quali sono stati raccolti e sobriamente commentati dall’illustre Comm. Bodio nella sua monografia presentata all’Accademia dei Lincei. (Di alcuni misuratori del movimento economico in Italia.2. Ed. 1891)[93]Infatti da alcuni anni diminuiscono i consumi e aumenta la emigrazione, aumentano o rimangono stazionarie le alte cifre dei reati e rimangano parallele quelle dell’analfabetismo, si chiudono le officine, si moltiplicano i fallimenti, si consumano i risparmi, o rimangono inoperosi nelle casse pubbliche, paurosidi avventurarsi in qualsiasi intrapresa di cui si vede quasi sicuro l’insuccesso, diminuisce a miliardi la ricchezza nazionale, e mentre si pensa ad aumentare pazzamente le imposte, lo stesso ministro del tesoro è costretto a confessare che quelle esistenti renderanno nel corrente anno finanziario circa 30 milioni meno del previsto. Si potrebbero avere più evidenti i segni dello esaurimento della economia pubblica?
CAUSE DI ESAURIMENTO ECONOMICO
Se si vogliono rintracciare le cause di questo esaurimento l’impresa riesce agevole: si sono spesi molti miliardi in armamenti senza riuscire a dare all’Italia un esercito ed una flotta corrispondente ai sacrifizî fatti, come dichiarò l’on. Crispi in uno dei suoi scatti di sincerità; si sono sperperati tanti altri miliardi, in soverchi lavori pubblici ed autorizzando i più gravi sospetti di corruzione, per non dire di furti ingenti, come risulta dai discorsi e dalla relazione sui lavori pubblici pel bilancio 1894-95 dell’onorevole Brunicardi, da una relazione dell’on. Carmine, da una interrogazione dell’on. De Bernardis e dagli stessi discorsi dell’on. Saracco ministro dei lavori pubblici; si può infine garentire in generale che il tenore di vita dello Stato, delle Province, dei Comuni, dei privati adottato e sviluppato dal 1860 in qua non è stato e non è menomamente proporzionato allo incremento della ricchezza; d’onde un disquilibrio nel bilancio della nazione e dello stato tra le entrate e le spese; e gli sforzi persistenti, direi quasi feroci del secondo per provvedere a sè premendo con tutta la sua forza sulla seconda ed assorbendone rapacemente tutte le risorse sino alla usurpazione del necessario.
CHE COSA DICONO I CONFRONTI STATISTICI
I confronti statistici tra le nostre condizioni economiche e quelle degli altri Stati ci dicono perchè da noi il risentimento e il malumore sono più vivi che altrove e più vicino, anzi imminente, sembri uno scoppio, e i confronti statistici tra i bilanci europei ci somministrano del pari la ragione per cui risentimento e malumore in Italia a preferenza si acuiscono contro il governo, anzichè indurre come in altri paesi alla rassegnazione, considerando le sofferenze come circostanze fatali di cui non si potrebbe facilmente assegnare la responsabilità a chicchessia[94].
CONSEGUENZE INESORABILI
Le conseguenze di siffatte premesse sono chiare, inesorabili: bisogna mutare l’indirizzo nella cosa pubblica non solo rispetto alla Sicilia, ma relativamente all’Italia tutta, bisogna mutare la politica doganale, la politica tributaria, la politica africana, la politica militare, e la politica estera, che su tutte le altre preme e sopratutto si percote sulla politica interna. La necessità di mutare s’impone, perchè come dice l’on. E. Giampetro: «oramai il dilemma sembra messo nettamente: o un governo avrà il coraggio di trasformare radicalmente tutto ciò che sinora si è fatto, o il paese farà da sè una completa demolizione di tutto ciò che in politica esiste.» (L’Italia al bivio, Roma1894)
ANALOGIE CO’ CASI DI FRANCIA
I segni precursori di questa demolizione che principia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese.
Si legga l’Ancièn règimedi Tocqueville e di Taine e si vedrà che in Francia prima del 1789 come in Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893 e nel 1894 si sente che c’è un popolo in rivoluzione latente, che aspetta l’occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno l’autoritàlegale. Anche allora si gridava: «Pane, non tasse non cannoni!» ch’è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato irrompe e va avanti come un animale inferocito. E i magazzini scassinati, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati.—E si grida:abbasso l’ufficio del dazio!E le barriere sono infrante, gl’impiegati vinti e scacciati.... E si danno al fuoco i registri delle imposte, i libri dei conti, gli archivi dei comuni... e si fa tutto al grido diViva il Re!»[95]
La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguarnera, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di Sicilia e di Puglia non sanno e non conoscono cosa sia la rivoluzione francese, i cui preludi imitano e ripetono.
Non basta ancora; l’analogia continua più grande che mai sulle cause che accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi in cui si dibatte il nostro paese e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie della rivoluzione Francese.
Qualche piccola inversione nell’ordine degli avvenimenti vi potrebbe essere; quando Joly de Fleury si decise all’aumento delle imposte i Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati Generali. Noi non abbiamo assemblee che perla storia si rassomiglino ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe equivalere agli Stati Generali, che sotto l’incubo dello scioglimento ha approvato le imposte proposte dall’on. Sonnino, e che potrà essere disciolta se non farà quell’ultimo sforzoche si chiamaultimoper ischerzo, ma ch’è sempre seguito dalla domanda di unaltro.
SI ASCOLTEREBBE IN ITALIA UN TURGOT?
Chi può garentire che in Italia non si cominci da uno scioglimento mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L’Italia da alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, iJolyde Fleury ed anche i D’Ormesson; l’Italia potrà anche trovare il suo Necker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov’è il ministro che dica coraggiosamente al Re ch’è impossibile ogni ulteriore accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più; che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?
E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!
Lo sarebbe adesso in Italia?
Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova—come direbbe Giuseppe Ferrari—in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese; quella scintilla, ove non si provvedain tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia.
UN VOTO ARDENTE
Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruente rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «morti a li cappedda» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: «les aristocrates à la lanterne!»
FINE
NOTE:[82]Una lunga serie di riforme di ogni specie enumerò l’onorevole Marchese di San Giuliano e quasi tutte sono accettabili da chi pur essendo socialista convinto, non crede di potere arrivar in unfiatalla trasformazione totale dell’attuale ordinamento politico ed economico. Vedremo più innanzi se le proposte furono fatte sul serio.[83]Qualche cosa è giusto si dica è stata fatta colla legge del 23 luglio 1894.[84]Delle riforme amministrative più opportune e più urgenti mi occupai dal 1882 nel libro:Le istituzioni municipali—pressoRemo Sandron, Palermo L. 3.[85]L’anonimo citato delGiornale degli economisti, ch’è piuttosto conservatore anzichè radicale non solo afferma vigorosamente la necessità di ordinamenti diversi nelle diverse regioni d’Italia, ma arriva a formulare la proposta della libertà doganale da sperimentarsi limitatamente alla Sicilia, e alla Sardegna, perchè crede che la forma insulare di quelle due regioni si presti alla prova. E ciò tanto più in quanto che la Sicilia e la Sardegna sono state tra le più danneggiate regioni del regno colle tariffe doganali generali del 1887—contro le quali mi onoro aver fatto il mio primo discorso alla Camera dei deputati, nel Gennaio 1891.[86]Ho fatto i nomi dei membri della Commissione perchè si vegga come e quanto in Italia, tra i deputati, fatti e parole concordino. Invero per quanto lo avessi temuto e preveduto rimasi oltremodo addolorato dal contegno dell’onorevole Di San Giuliano, che dimenticando tutte le belle cose scritte nel citato libro sulleCondizioni della Sicilia, si schierò della parte dei latifondisti, che volevano la conservazione delloStatu quoe che confidavano ancora nella libera iniziativa dei medesimi latifondisti![87]Tra i pochi che si mostrarono favorevoli al principio del disegno di legge dell’on. Crispi sento il dovere di ricordare l’on. Nasi.[88]La somiglianza tra le idee sostenute da me in seno alle Commissioni dei Deputati Siciliani col principio cardinale della legge Crispi fece credere ad alcuni, che io fossi stato l’autore principale di quest’ultima, come venne telegrafato a qualche giornale di Sicilia. Ciò che non è affatto vero.[89]Il progettosull’ordinamento dei dominî collettivi nelle provincie dell’ex-Stato pontificiovenne presentato nella seduta del 20 febbraio 1893 e porta le firme degli on. Tittoni, Zucconi, Garibaldi, Pugliese, Fani, Zappi, Colajanni Napoleone, Suardi Gianforte, Gamba, Comandini, Rava, Tasca Lanza, Torlonia e Sacchetti. Fu svolto e preso in considerazione nella seduta del 7 febbraio 1894. L’on Tittoni fu eletto relatore della Commissione ed ha presentato testè alla Camera dei deputati una pregevolissimaRelazionesul disegno di legge, inteso a disciplinare l’esercizio dei dominii collettivi nelle provincie ex pontificie e nell’Emilia. Se nel lungo dibattito ch’ebbe luogo alla Camera, nel 1888, circa l’abolizione delle servitù prediali in quelle provincie, Governo e Commissione avessero accettato l’emendamento all’art. 9 proposto e vivamente sostenuto dall’on. Pantano—con cui nella maggioranza dei casi si conferiva agli utenti la preferenza dello svincolo, e si chiedeva per lo meno venisse loro riconosciuto, come si riconosceva in senso inverso ai proprietarii, il diritto di pagare un canone e godersi il fondo in natura tutte volte che l’interesse e i diritti degli utenti fossero in prevalenza su quelli dei proprietarii—; noi avremmo avuto oggi in quelle provincie una congerie di dominii collettivi ben più vasta e ricca di quella, già persèimportante, illustrata dall’on. Tittoni. Anche l’on. Andrea Costa appoggiò quell’emendamento e prese parte a tutta la discussione, come vi presero parte, con decisa simpatia pei diritti degli utenti e per l’utilità dei dominii collettivi, parecchi altri egregi oratori politicamente più che temperati.La commissione dei deputati siciliani sichiarìfavorevole agli sperimenti di proprietà collettiva e di cooperazione nei demanî comunali.[90]Tolgo queste cifre dall’opera citata dell’Alimena (I limiti e i modificatori dell’imputabilitàp. 321 e 322); il quale, a rincalzare sempre più l’influenza del fattore economico sulla delinquenza, ha messo pure in rapporto le liti coi delitti. Procedono parallelamente le une e gli altri in Sicilia e in Sardegna: perciò il chiarissimo scrittore cosentino al Ferri, che aveva affermato non esservi notevoli differenze tra le singole regioni d’Italia chiede: «dinanzi a questi fatti, potrebbe ripetere che le condizioni sociali dell’Italia settentrionale non differiscono molto da quelle dell’Italia meridionale?»Si hanno poi i dati numerici del malessere maggiore in Sicilia di fronte alle altre regioni d’Italia in queste altre cifre:Quota per abitante diRicchezzaDazio di consumoSovrimposta sui terreniSiciliaL. 1,471L. 6,76L. 1,63Piemonte2,7463,714,03Lombardia2,4003,275,35Veneto1,9352,425,45«E anche va notato che i dati della ricchezza per abitante e per regione si riferiscono ad un quinquennio (1884-1889) di eccezionale prosperità sopratutto in Sicilia. La crisi sopravvenuta dopo, ha certamente arrestato e retrocesso lo sviluppo della sua ricchezza proporzionalmente più che sulle regioni del Nord, per effetto della politica economica, più specialmente lesiva del mezzogiorno. Ma pure restando per larghezza di concessione, ai dati del Pantaleoni, il dazio consumo, che in Sicilia è quasi il doppio che in Piemonte, mentre la ricchezza ne è la metà, esercita nell’isola una pressione tributaria almenoquattro voltemaggiore. Invece la sovrimposta sta ad un limite di poco inferiore a quello, che potrebbe ancora raggiungere in vista della ricchezza rispettiva; mentre le altre imposte (valor locativo, tassa famiglia bestiame, vetture e domestici) sono già incifra assolutaper abitante più gravose pel contribuente siciliano. Questi dati permettono due considerazioni: 1º che il sistema delle imposte comunali in Sicilia esercita una pressione maggiore che nel continente; 2º che la ripartizione del carico tributario locale è fatta tutta a danno dei contribuenti, che pagano imposte indirette». (L’Insurrezione siciliana nel Giornale degli Economisti.Febbraio 1894).[91]In Giugno dopo i fatti dolosi del Dicembre ’93 e Gennaio ’94—quando i zolfatari di Grotte fecero una dimostrazione furono suonati due squilli di tromba ed intimato lo scioglimento dell’assembramento; ma quei disgraziati rimasero immobili gridando: «Sì, ammazzateci! vogliamo morire, giacchè i nostri figli provano la fame!» Si evitò una catastrofe per la prudenza del delegato. Sulla crisi zolfifera ho pubblicato due lunghi articoli nellaRiforma Socialedel Nitti. In un terzo ed ultimo mi occuperò dei possibili rimedi.[92]Pare impossibile, ma pure è vero, che alcuni grossi comuni dell’isola hanno cominciato a violare le prescrizioni relative alla misura del dazio sulle farine; e la legge non è votata che da pochi mesi![93]Questi dati vennero completati e aggravati neidiscorsipronunziati sul bilancio della guerra e sui provvedimenti finanziari dagli on. Carmine, Colombo e da me alla Camera dei deputati in maggio e giugno 1894.[94]Il bilancio della Francia, dice il Vivante, è il prodotto dei fasti e delle avventure dell’impero, delle catastrofi del 1870, dello sperpero demagogico della repubblica, di costose recenti imprese coloniali, delle imperiose esigenze di una triplice difesa—i Vosgi, le Alpi ed il Mediterraneo—e malgrado questo sciagurato concorso di fattori disastrosi, esso è intrinsecamente migliore del nostro.Il bilancio della Francia è il doppio del nostro: ma la ricchezza pubblica della prima essendo quattro volte maggiore della nostra si comprende che la pressione tributaria in Italia sia assai più grave che nella vicina repubblica.La cifra complessiva delle spese intangibili e militari nel nostro bilancio rappresenta una percentuale superiore a quella che si riscontra nel bilancio di tutti gli altri Stati; supera del 6 e 1/2 % quella del bilancio francese. Lo stesso può dirsi facendo il paragone tra il bilancio nostro, il nostro reddito patrimoniale e il nostro reddito nazionale. Il bilancio nostro in rapporto al reddito patrimoniale supera 23 % quello francese e del 7 1/2 % pel reddito nazionale. Di più: «in tutti gli altri Stati di Europa, ad eccezione della Spagna (e dell’Austria in minime proporzioni) hanno la totalità del loro debito pubblico all’interno. Il Tesoro riversa dunque nel paese tutto il prodotto delle imposte; da noi ciò non è il caso. I 200 milioni circa che rimettiamo all’estero è denaro definitivamente perduto e sottratto dal reddito nazionale con doppio danno economico e monetario. Inoltre, in Austria, in Francia, in Inghilterra e più ancora in Germania lo sviluppo dei bilanci militari fu connesso ad uno sviluppo corrispondente delle industrie relative, che non solo forniscono allo Stato tutto ciò che gli abbisogna, ma esportano l’eccedenza dei loro prodotti all’estero. L’Italia non basta a sè stessa!» (Felice Vivante.Il nostro bilancio.Roma 1894.)[95]Filippo Cordova—nel più volte citato discorso—sin dal 1863 trovò delle analogie tra i casi di Sicilia e i casi di Francia.
[82]Una lunga serie di riforme di ogni specie enumerò l’onorevole Marchese di San Giuliano e quasi tutte sono accettabili da chi pur essendo socialista convinto, non crede di potere arrivar in unfiatalla trasformazione totale dell’attuale ordinamento politico ed economico. Vedremo più innanzi se le proposte furono fatte sul serio.
[82]Una lunga serie di riforme di ogni specie enumerò l’onorevole Marchese di San Giuliano e quasi tutte sono accettabili da chi pur essendo socialista convinto, non crede di potere arrivar in unfiatalla trasformazione totale dell’attuale ordinamento politico ed economico. Vedremo più innanzi se le proposte furono fatte sul serio.
[83]Qualche cosa è giusto si dica è stata fatta colla legge del 23 luglio 1894.
[83]Qualche cosa è giusto si dica è stata fatta colla legge del 23 luglio 1894.
[84]Delle riforme amministrative più opportune e più urgenti mi occupai dal 1882 nel libro:Le istituzioni municipali—pressoRemo Sandron, Palermo L. 3.
[84]Delle riforme amministrative più opportune e più urgenti mi occupai dal 1882 nel libro:Le istituzioni municipali—pressoRemo Sandron, Palermo L. 3.
[85]L’anonimo citato delGiornale degli economisti, ch’è piuttosto conservatore anzichè radicale non solo afferma vigorosamente la necessità di ordinamenti diversi nelle diverse regioni d’Italia, ma arriva a formulare la proposta della libertà doganale da sperimentarsi limitatamente alla Sicilia, e alla Sardegna, perchè crede che la forma insulare di quelle due regioni si presti alla prova. E ciò tanto più in quanto che la Sicilia e la Sardegna sono state tra le più danneggiate regioni del regno colle tariffe doganali generali del 1887—contro le quali mi onoro aver fatto il mio primo discorso alla Camera dei deputati, nel Gennaio 1891.
[85]L’anonimo citato delGiornale degli economisti, ch’è piuttosto conservatore anzichè radicale non solo afferma vigorosamente la necessità di ordinamenti diversi nelle diverse regioni d’Italia, ma arriva a formulare la proposta della libertà doganale da sperimentarsi limitatamente alla Sicilia, e alla Sardegna, perchè crede che la forma insulare di quelle due regioni si presti alla prova. E ciò tanto più in quanto che la Sicilia e la Sardegna sono state tra le più danneggiate regioni del regno colle tariffe doganali generali del 1887—contro le quali mi onoro aver fatto il mio primo discorso alla Camera dei deputati, nel Gennaio 1891.
[86]Ho fatto i nomi dei membri della Commissione perchè si vegga come e quanto in Italia, tra i deputati, fatti e parole concordino. Invero per quanto lo avessi temuto e preveduto rimasi oltremodo addolorato dal contegno dell’onorevole Di San Giuliano, che dimenticando tutte le belle cose scritte nel citato libro sulleCondizioni della Sicilia, si schierò della parte dei latifondisti, che volevano la conservazione delloStatu quoe che confidavano ancora nella libera iniziativa dei medesimi latifondisti!
[86]Ho fatto i nomi dei membri della Commissione perchè si vegga come e quanto in Italia, tra i deputati, fatti e parole concordino. Invero per quanto lo avessi temuto e preveduto rimasi oltremodo addolorato dal contegno dell’onorevole Di San Giuliano, che dimenticando tutte le belle cose scritte nel citato libro sulleCondizioni della Sicilia, si schierò della parte dei latifondisti, che volevano la conservazione delloStatu quoe che confidavano ancora nella libera iniziativa dei medesimi latifondisti!
[87]Tra i pochi che si mostrarono favorevoli al principio del disegno di legge dell’on. Crispi sento il dovere di ricordare l’on. Nasi.
[87]Tra i pochi che si mostrarono favorevoli al principio del disegno di legge dell’on. Crispi sento il dovere di ricordare l’on. Nasi.
[88]La somiglianza tra le idee sostenute da me in seno alle Commissioni dei Deputati Siciliani col principio cardinale della legge Crispi fece credere ad alcuni, che io fossi stato l’autore principale di quest’ultima, come venne telegrafato a qualche giornale di Sicilia. Ciò che non è affatto vero.
[88]La somiglianza tra le idee sostenute da me in seno alle Commissioni dei Deputati Siciliani col principio cardinale della legge Crispi fece credere ad alcuni, che io fossi stato l’autore principale di quest’ultima, come venne telegrafato a qualche giornale di Sicilia. Ciò che non è affatto vero.
[89]Il progettosull’ordinamento dei dominî collettivi nelle provincie dell’ex-Stato pontificiovenne presentato nella seduta del 20 febbraio 1893 e porta le firme degli on. Tittoni, Zucconi, Garibaldi, Pugliese, Fani, Zappi, Colajanni Napoleone, Suardi Gianforte, Gamba, Comandini, Rava, Tasca Lanza, Torlonia e Sacchetti. Fu svolto e preso in considerazione nella seduta del 7 febbraio 1894. L’on Tittoni fu eletto relatore della Commissione ed ha presentato testè alla Camera dei deputati una pregevolissimaRelazionesul disegno di legge, inteso a disciplinare l’esercizio dei dominii collettivi nelle provincie ex pontificie e nell’Emilia. Se nel lungo dibattito ch’ebbe luogo alla Camera, nel 1888, circa l’abolizione delle servitù prediali in quelle provincie, Governo e Commissione avessero accettato l’emendamento all’art. 9 proposto e vivamente sostenuto dall’on. Pantano—con cui nella maggioranza dei casi si conferiva agli utenti la preferenza dello svincolo, e si chiedeva per lo meno venisse loro riconosciuto, come si riconosceva in senso inverso ai proprietarii, il diritto di pagare un canone e godersi il fondo in natura tutte volte che l’interesse e i diritti degli utenti fossero in prevalenza su quelli dei proprietarii—; noi avremmo avuto oggi in quelle provincie una congerie di dominii collettivi ben più vasta e ricca di quella, già persèimportante, illustrata dall’on. Tittoni. Anche l’on. Andrea Costa appoggiò quell’emendamento e prese parte a tutta la discussione, come vi presero parte, con decisa simpatia pei diritti degli utenti e per l’utilità dei dominii collettivi, parecchi altri egregi oratori politicamente più che temperati.La commissione dei deputati siciliani sichiarìfavorevole agli sperimenti di proprietà collettiva e di cooperazione nei demanî comunali.
[89]Il progettosull’ordinamento dei dominî collettivi nelle provincie dell’ex-Stato pontificiovenne presentato nella seduta del 20 febbraio 1893 e porta le firme degli on. Tittoni, Zucconi, Garibaldi, Pugliese, Fani, Zappi, Colajanni Napoleone, Suardi Gianforte, Gamba, Comandini, Rava, Tasca Lanza, Torlonia e Sacchetti. Fu svolto e preso in considerazione nella seduta del 7 febbraio 1894. L’on Tittoni fu eletto relatore della Commissione ed ha presentato testè alla Camera dei deputati una pregevolissimaRelazionesul disegno di legge, inteso a disciplinare l’esercizio dei dominii collettivi nelle provincie ex pontificie e nell’Emilia. Se nel lungo dibattito ch’ebbe luogo alla Camera, nel 1888, circa l’abolizione delle servitù prediali in quelle provincie, Governo e Commissione avessero accettato l’emendamento all’art. 9 proposto e vivamente sostenuto dall’on. Pantano—con cui nella maggioranza dei casi si conferiva agli utenti la preferenza dello svincolo, e si chiedeva per lo meno venisse loro riconosciuto, come si riconosceva in senso inverso ai proprietarii, il diritto di pagare un canone e godersi il fondo in natura tutte volte che l’interesse e i diritti degli utenti fossero in prevalenza su quelli dei proprietarii—; noi avremmo avuto oggi in quelle provincie una congerie di dominii collettivi ben più vasta e ricca di quella, già persèimportante, illustrata dall’on. Tittoni. Anche l’on. Andrea Costa appoggiò quell’emendamento e prese parte a tutta la discussione, come vi presero parte, con decisa simpatia pei diritti degli utenti e per l’utilità dei dominii collettivi, parecchi altri egregi oratori politicamente più che temperati.
La commissione dei deputati siciliani sichiarìfavorevole agli sperimenti di proprietà collettiva e di cooperazione nei demanî comunali.
[90]Tolgo queste cifre dall’opera citata dell’Alimena (I limiti e i modificatori dell’imputabilitàp. 321 e 322); il quale, a rincalzare sempre più l’influenza del fattore economico sulla delinquenza, ha messo pure in rapporto le liti coi delitti. Procedono parallelamente le une e gli altri in Sicilia e in Sardegna: perciò il chiarissimo scrittore cosentino al Ferri, che aveva affermato non esservi notevoli differenze tra le singole regioni d’Italia chiede: «dinanzi a questi fatti, potrebbe ripetere che le condizioni sociali dell’Italia settentrionale non differiscono molto da quelle dell’Italia meridionale?»Si hanno poi i dati numerici del malessere maggiore in Sicilia di fronte alle altre regioni d’Italia in queste altre cifre:Quota per abitante diRicchezzaDazio di consumoSovrimposta sui terreniSiciliaL. 1,471L. 6,76L. 1,63Piemonte2,7463,714,03Lombardia2,4003,275,35Veneto1,9352,425,45«E anche va notato che i dati della ricchezza per abitante e per regione si riferiscono ad un quinquennio (1884-1889) di eccezionale prosperità sopratutto in Sicilia. La crisi sopravvenuta dopo, ha certamente arrestato e retrocesso lo sviluppo della sua ricchezza proporzionalmente più che sulle regioni del Nord, per effetto della politica economica, più specialmente lesiva del mezzogiorno. Ma pure restando per larghezza di concessione, ai dati del Pantaleoni, il dazio consumo, che in Sicilia è quasi il doppio che in Piemonte, mentre la ricchezza ne è la metà, esercita nell’isola una pressione tributaria almenoquattro voltemaggiore. Invece la sovrimposta sta ad un limite di poco inferiore a quello, che potrebbe ancora raggiungere in vista della ricchezza rispettiva; mentre le altre imposte (valor locativo, tassa famiglia bestiame, vetture e domestici) sono già incifra assolutaper abitante più gravose pel contribuente siciliano. Questi dati permettono due considerazioni: 1º che il sistema delle imposte comunali in Sicilia esercita una pressione maggiore che nel continente; 2º che la ripartizione del carico tributario locale è fatta tutta a danno dei contribuenti, che pagano imposte indirette». (L’Insurrezione siciliana nel Giornale degli Economisti.Febbraio 1894).
[90]Tolgo queste cifre dall’opera citata dell’Alimena (I limiti e i modificatori dell’imputabilitàp. 321 e 322); il quale, a rincalzare sempre più l’influenza del fattore economico sulla delinquenza, ha messo pure in rapporto le liti coi delitti. Procedono parallelamente le une e gli altri in Sicilia e in Sardegna: perciò il chiarissimo scrittore cosentino al Ferri, che aveva affermato non esservi notevoli differenze tra le singole regioni d’Italia chiede: «dinanzi a questi fatti, potrebbe ripetere che le condizioni sociali dell’Italia settentrionale non differiscono molto da quelle dell’Italia meridionale?»
Si hanno poi i dati numerici del malessere maggiore in Sicilia di fronte alle altre regioni d’Italia in queste altre cifre:
«E anche va notato che i dati della ricchezza per abitante e per regione si riferiscono ad un quinquennio (1884-1889) di eccezionale prosperità sopratutto in Sicilia. La crisi sopravvenuta dopo, ha certamente arrestato e retrocesso lo sviluppo della sua ricchezza proporzionalmente più che sulle regioni del Nord, per effetto della politica economica, più specialmente lesiva del mezzogiorno. Ma pure restando per larghezza di concessione, ai dati del Pantaleoni, il dazio consumo, che in Sicilia è quasi il doppio che in Piemonte, mentre la ricchezza ne è la metà, esercita nell’isola una pressione tributaria almenoquattro voltemaggiore. Invece la sovrimposta sta ad un limite di poco inferiore a quello, che potrebbe ancora raggiungere in vista della ricchezza rispettiva; mentre le altre imposte (valor locativo, tassa famiglia bestiame, vetture e domestici) sono già incifra assolutaper abitante più gravose pel contribuente siciliano. Questi dati permettono due considerazioni: 1º che il sistema delle imposte comunali in Sicilia esercita una pressione maggiore che nel continente; 2º che la ripartizione del carico tributario locale è fatta tutta a danno dei contribuenti, che pagano imposte indirette». (L’Insurrezione siciliana nel Giornale degli Economisti.Febbraio 1894).
[91]In Giugno dopo i fatti dolosi del Dicembre ’93 e Gennaio ’94—quando i zolfatari di Grotte fecero una dimostrazione furono suonati due squilli di tromba ed intimato lo scioglimento dell’assembramento; ma quei disgraziati rimasero immobili gridando: «Sì, ammazzateci! vogliamo morire, giacchè i nostri figli provano la fame!» Si evitò una catastrofe per la prudenza del delegato. Sulla crisi zolfifera ho pubblicato due lunghi articoli nellaRiforma Socialedel Nitti. In un terzo ed ultimo mi occuperò dei possibili rimedi.
[91]In Giugno dopo i fatti dolosi del Dicembre ’93 e Gennaio ’94—quando i zolfatari di Grotte fecero una dimostrazione furono suonati due squilli di tromba ed intimato lo scioglimento dell’assembramento; ma quei disgraziati rimasero immobili gridando: «Sì, ammazzateci! vogliamo morire, giacchè i nostri figli provano la fame!» Si evitò una catastrofe per la prudenza del delegato. Sulla crisi zolfifera ho pubblicato due lunghi articoli nellaRiforma Socialedel Nitti. In un terzo ed ultimo mi occuperò dei possibili rimedi.
[92]Pare impossibile, ma pure è vero, che alcuni grossi comuni dell’isola hanno cominciato a violare le prescrizioni relative alla misura del dazio sulle farine; e la legge non è votata che da pochi mesi!
[92]Pare impossibile, ma pure è vero, che alcuni grossi comuni dell’isola hanno cominciato a violare le prescrizioni relative alla misura del dazio sulle farine; e la legge non è votata che da pochi mesi!
[93]Questi dati vennero completati e aggravati neidiscorsipronunziati sul bilancio della guerra e sui provvedimenti finanziari dagli on. Carmine, Colombo e da me alla Camera dei deputati in maggio e giugno 1894.
[93]Questi dati vennero completati e aggravati neidiscorsipronunziati sul bilancio della guerra e sui provvedimenti finanziari dagli on. Carmine, Colombo e da me alla Camera dei deputati in maggio e giugno 1894.
[94]Il bilancio della Francia, dice il Vivante, è il prodotto dei fasti e delle avventure dell’impero, delle catastrofi del 1870, dello sperpero demagogico della repubblica, di costose recenti imprese coloniali, delle imperiose esigenze di una triplice difesa—i Vosgi, le Alpi ed il Mediterraneo—e malgrado questo sciagurato concorso di fattori disastrosi, esso è intrinsecamente migliore del nostro.Il bilancio della Francia è il doppio del nostro: ma la ricchezza pubblica della prima essendo quattro volte maggiore della nostra si comprende che la pressione tributaria in Italia sia assai più grave che nella vicina repubblica.La cifra complessiva delle spese intangibili e militari nel nostro bilancio rappresenta una percentuale superiore a quella che si riscontra nel bilancio di tutti gli altri Stati; supera del 6 e 1/2 % quella del bilancio francese. Lo stesso può dirsi facendo il paragone tra il bilancio nostro, il nostro reddito patrimoniale e il nostro reddito nazionale. Il bilancio nostro in rapporto al reddito patrimoniale supera 23 % quello francese e del 7 1/2 % pel reddito nazionale. Di più: «in tutti gli altri Stati di Europa, ad eccezione della Spagna (e dell’Austria in minime proporzioni) hanno la totalità del loro debito pubblico all’interno. Il Tesoro riversa dunque nel paese tutto il prodotto delle imposte; da noi ciò non è il caso. I 200 milioni circa che rimettiamo all’estero è denaro definitivamente perduto e sottratto dal reddito nazionale con doppio danno economico e monetario. Inoltre, in Austria, in Francia, in Inghilterra e più ancora in Germania lo sviluppo dei bilanci militari fu connesso ad uno sviluppo corrispondente delle industrie relative, che non solo forniscono allo Stato tutto ciò che gli abbisogna, ma esportano l’eccedenza dei loro prodotti all’estero. L’Italia non basta a sè stessa!» (Felice Vivante.Il nostro bilancio.Roma 1894.)
[94]Il bilancio della Francia, dice il Vivante, è il prodotto dei fasti e delle avventure dell’impero, delle catastrofi del 1870, dello sperpero demagogico della repubblica, di costose recenti imprese coloniali, delle imperiose esigenze di una triplice difesa—i Vosgi, le Alpi ed il Mediterraneo—e malgrado questo sciagurato concorso di fattori disastrosi, esso è intrinsecamente migliore del nostro.
Il bilancio della Francia è il doppio del nostro: ma la ricchezza pubblica della prima essendo quattro volte maggiore della nostra si comprende che la pressione tributaria in Italia sia assai più grave che nella vicina repubblica.
La cifra complessiva delle spese intangibili e militari nel nostro bilancio rappresenta una percentuale superiore a quella che si riscontra nel bilancio di tutti gli altri Stati; supera del 6 e 1/2 % quella del bilancio francese. Lo stesso può dirsi facendo il paragone tra il bilancio nostro, il nostro reddito patrimoniale e il nostro reddito nazionale. Il bilancio nostro in rapporto al reddito patrimoniale supera 23 % quello francese e del 7 1/2 % pel reddito nazionale. Di più: «in tutti gli altri Stati di Europa, ad eccezione della Spagna (e dell’Austria in minime proporzioni) hanno la totalità del loro debito pubblico all’interno. Il Tesoro riversa dunque nel paese tutto il prodotto delle imposte; da noi ciò non è il caso. I 200 milioni circa che rimettiamo all’estero è denaro definitivamente perduto e sottratto dal reddito nazionale con doppio danno economico e monetario. Inoltre, in Austria, in Francia, in Inghilterra e più ancora in Germania lo sviluppo dei bilanci militari fu connesso ad uno sviluppo corrispondente delle industrie relative, che non solo forniscono allo Stato tutto ciò che gli abbisogna, ma esportano l’eccedenza dei loro prodotti all’estero. L’Italia non basta a sè stessa!» (Felice Vivante.Il nostro bilancio.Roma 1894.)
[95]Filippo Cordova—nel più volte citato discorso—sin dal 1863 trovò delle analogie tra i casi di Sicilia e i casi di Francia.
[95]Filippo Cordova—nel più volte citato discorso—sin dal 1863 trovò delle analogie tra i casi di Sicilia e i casi di Francia.