NOTE:

IL MINISTERO GIOLITTI

Questi mali preesistevano al ministero del Giolitti: questi li acuì in modo superlativo raggiungendo, però, un risultato insperato e insperabile per altri titoli: una fedeltà a tutta prova dei rappresentanti dell’isola, che coprivano e legittimavamo ogni loro voto di fiducia in nome della sacrosanta ricostituzione dei partiti e della risurrezione dellasinistra, fatta da uomini che erano stati i promotori e i campioni deltrasformismo!

UN’APOLOGIA SMACCATA

L’insieme di questi fatti, proprî della destra edellasinistrasotto la dinastia Sabauda—e le considerazioni che suggeriscono—non mi permettono di consentire col Baer, che all’opera deleteria del regime borbonico contrappose quella «di una dinastia leale e conscia dei proprî doveri, sotto la quale la Sicilia ha veduto raffermate ed estese le franchigie politiche, che tanto le erano a cuore; il che ha dato al governo una forza ed una autorità morale che invano potevano sperare i Borboni. E con questa autorità lo Stato ha potuto senza contrasti crearsi nuove risorse finanziarie, stabilendo le tasse di registro, il monopolio dei tabacchi, cosa che non avrebbe mai osato il governo precedente. E si è fino estesa alla Sicilia la leva pel servizio militare.» Ora in tutta questa apologia smaccata, che si estende, con evidente contraddizione dell’egregio scrittore, al censimento dei beni della manomorta ecclesiastica, non c’è di vero che questo: il governo italiano colla forza brutale e non coll’autorità morale, ha saputo imporre alla Sicilia la leva, i balzelli nuovi e la distruzione di alcune industrie. E precisamente per questo in basso, ed oramai anche in alto, si fanno paragoni tra il governo borbonico e il governo italiano, i quali non riescono sempre lusinghieri pel secondo.

Se il governo italiano mancò alla sua funzione rigeneratrice nella parte vera politica e nella economica, non si mostrò d’altra parte migliore nella amministrativa e nei suoi rapporti coi Comuni, colle Provincie, colle opere pie.

LA LEGGE COMUNALE E PROVINCIALE DEL 1865

Se si pon mente ai maggiori poteri che la legge comunale e provinciale del 1865 accordava ai Prefettinello esercizio della tutela si riconoscerà che la responsabilità del governo fu immensa nella cattiva amministrazione dei corpi locali, nello sperpero del pubblico denaro, nello sfacciato favoritismo verso gliamicied a danno degliavversarîdel partito dominante, negli imbrogli elettorali multiformi, nella iniqua ripartizione delle imposte, nella oppressione dei vinti e dei lavoratori. E questa grande responsabilità del governo, specialmente sotto l’aspetto tributario, a proposito di ciò che avvenne nei comuni di Santa Margherita, di Campobello di Licata, venne esplicitamente assodata dal Cavalieri, ch’è uomo di governo, da Sonnino e Franchetti, da Bonfadini per altri casi e per altri luoghi a centinaia. Si deve aggiungere, anzi, che per la tolleranza o connivenza del governo, i gravi inconvenienti e la cattiva amministrazione, come ne’ comuni e nelle provincie, si ripeterono nelle Congregazioni di Carità e in altre opere pie, coi posti gratuiti nei convitti, cogli impieghi dati ai favoriti o addirittura creati per essi, e financo col pagamento camorristico delle donne che allevano i trovatelli e che sono qualche volta le drude degli amici degli amministratori locali.

In quanto ai tributi, ad onore del vero, si dica che talvolta il governo ebbe il pensiero di fare rispettare la legge, ma solo quando la osservanza della medesima era odiosamente farisaica. Così più volte furono minacciati alcuni municipî (Caltagirone, Castrogiovanni, ecc.) della risoluzione del contratto di appalto col governo pel dazio di consumo, perchè non tutte le voci tassabili erano tassate e sopratutto perchè non si esigeva il daziosulla farina e sul pane! Ed a questi municipî, per tale gravecolpa, non si consentì di eccedere sul limite legale della sovrimposta fondiaria.

GLI INGENUI...

Quando gl’ingenui domandano: ma le autorità governative non vedevano, non riferivano, non provvedevano? si può rispondere: Sì! esse ci stavano e ci stanno per vedere, per riferire e per provvedere, ma non nel senso della giustizia e dell’interesse del popolo, sebbene nell’interesse del deputato, del candidato, del grande elettore, della persona influente; e in nome di tale interesse si nominano e si destituiscono i sindaci, si sciolgono i Consigli comunali, si manipolano le liste, si mutilano, si respingono o si approvano i bilanci, si traslocano i delegati di P. S., i Prefetti e i magistrati.[35]

È superfluo aggiungere che quella tale incompleta riforma della legge comunale e provinciale fatta votare dall’on. Crispi non riuscì a mutare in meglio le cose; e non lo poteva. Spesso anzi le peggiorò per l’aggravante della scemata responsabilità delle autorità governative, mentre continuò l’esercizio della loro perniciosa influenza; poichè in realtà nellaGiunta Amministrativa—che dovrebbe essere la suprema moderatrice delle amministrazioni locali—il Prefetto prepondera sempre, e prepondera poi in particolar modo cospirando e intrigando per fare eleggere a membri delle medesime uomini quasi sempre inetti, e sempre servili, partigiani.

LA RIFORMA DEL 1889 ALLA LEGGE COMUNALE

Perciò dal 1889 in poi continuarono le vecchie iniquità nella natura e nella distribuzione delle imposte, continuarono le spese pazze e le cortigianerie degradanti, crebbero le imposte e i debiti, che si risolvono in imposte rimandate coll’aggiunta degli interessi e delle provvigioni ai mediatori; e il governo continuò a non vedere nelle amministrazioni dei corpi locali che agenzie elettorali organizzate, e sempre pronte ai suoi cenni!

Una magra soddisfazione alle vittime di un tale stato di cose rimane: il sapere che ne fu fatta la constatazione da inchieste private ed ufficiali in termini su per giù identici da anni ed anni. La fece Ferdinando II nel 1838, la ripeterono nel 1875 daprivati gli on. Sonnino, Franchetti e Cavalieri e in forma ufficiale laGiunta Parlamentaredi cui fu relatore l’on. Bonfadini; fu riprodotta dall’onor. Damiani nel volume dell’Inchiesta agraria; fu riassunta da me nel 1885 nello scritto sullaDelinquenza della Sicilia e le sue cause; e tanteInchiestee tanti rapporti sono stati fatti che in dicembre scorso, nel periodo più acuto delle turbolenze il compianto on. Cuccia in nome di un comitato composto dei più fidi amici dell’on. Crispi malinconicamente conchiudeva: «Più inchieste sono state fatte, cento relazioni dai corpi più conservatori sono state mandate, mille rapporti sono stati scritti da tutti i funzionarî che si sono succeduti in Sicilia. E tutti,unanimi, hanno presentito i fatti d’oggi e quelli di domani, e tutti hanno fatto proposte, hanno reclamato provvedimenti, che sono restati lettera morta, come se il governo fosse l’ente piùmisoneicodella società....»

CRIMINOSA NONCURANZA DEL GOVERNO ITALIANO

Di tante inchieste, di tante relazioni, di tanti rapporti rimangono giudizî e descrizioni di una esattezza meravigliosa, che sembrano scritti all’indomani dei tumulti per giustificare i tumultuanti; giudizî e descrizioni che costituiscono ad un tempo le pietre miliari della constatazione delle miserie del proletariato siciliano e la condanna più severa della criminosa noncuranza degli uomini di governo di ieri e di oggi. Di tali giudizî e di tali descrizioni bisogna riprodurne alcuni, che datano da momenti diversi e vengono da persone avverse ad ogni idea di socialismo, le quali hanno la missione ufficiale d’interpreti della pubblica opinione e di tutelatori dell’ordine pubblico.

L’on. Sonnino venti anni or sono scriveva:

OGGI COME VENTI ANNI OR SONO!

«Quel che trovammo nel 1860, dura tuttora.La Sicilia lasciata a sè troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione.Ma noi, italiani delle altre provincie, impediamo che tutto ciò avvenga, abbiamo legalizzato l’oppressione esistente; ed assicuriamo l’impunità all’oppressore.»

«Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal timore di una reazione all’infuori delle vie legali. Orbene, in Sicilia, colle nostre istituzioni, modellate spesso sopra un formalismo liberale anzichè informate ad un vero spirito di libertà, noi abbiamo fornito un mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali l’oppressione di fatto che già prima esisteva, coll’accaparrarsi tutti i poteri mediante l’uso e l’abuso della forza, che tutta era ed è in mano sua; ed ora le prestiamo mano forte per assicurarla che, a qualunque eccesso spinga la sua oppressione, noi non permetteremo alcuna specie di reazione illegale, mentre di reazione legale non ve ne può essere, poichè la legalità l’ha in mano la classe che domina.»

Queste parole dell’attuale ministro del tesoro gli devono essere continuamente ricordate, perchè riassumono in modo mirabile l’azione sociale esercitata dal governo italiano in Sicilia; azione veramente perniciosa! Tenterà egli di cancellarla ora che è al potere?

Ciò che fu scritto nel 1875 da chi ora è ministrodel Regno d’Italia è perfettamente adatto a dare una idea delle condizioni odierne dell’isola coll’aggravamento delle varie crisi—enologica, agrumaria, mineraria ecc.

E per chi sa leggere e comprendere troverà la conferma del serio giudizio nella inchiesta fatta da Adolfo Rossi per conto del giornaleLa Tribuna[36].

I NOSTRI LAVORATORI

Proprio alla vigilia dei tumulti nel novembre scorso, da Palermo in un rapporto ufficiale si scriveva al governo di Roma che aveva occhi per non vedere e orecchie per non sentire: «Qui i nostri frugali lavoratori soffrono la fame, non hanno desiderî disordinati, non bramano la fortuna altrui, non sentono l’odio di classe[37], ma vogliono lavoro e pane, solamente per vivere; chè d’altro ad essi non cale.»

«Chi voglia far credere che questi operai abbiano degli ideali politici non dice la verità e s’inganna. Ma questi ideali potranno entrare nella loro mente, avvivati dagli effetti morbosi del digiuno; ed allora, guai se fuori l’ordine vedranno gli ultimi segni della loro speranza,chè in quel caso neppure le repressioni sanguinose varranno ad arrestare la china del loro incosciente furore».

«Il Governo che vuole sempre il suo dai dazi diconsumo, non ha avuto mai cura di temperare le esigenze dei Comuni, i quali imitando altri esempî di spreco, anche per sollecitudini non necessarie, nè proprie, i loro mezzi domandano al consumo delle più umili ed universali derrate e tanto ne traggono, da renderle o difficili o impossibili a quelli che unicamente se ne sostentano con una frugalità, che fa ammirazione e paura.»

«In alcuni Comuni di questa circoscrizione, dal pane che la rivoluzione aveva redento dalla grave ed odiata tassa del macinato, si traggono quasi dieci centesimi il chilogramma, e questa tassa, che dà milioni, neppur provvede ai bisogni della popolare igiene, ma si distrae in godimenti voluttuarî ai quali le classi lavoratrici non prendono parte.»

UN RAPPORTO UFFICIALE

È questo forse un brano dell’auto-difesa dell’on. De Felice? No: è il brano di un rapporto, che, richiesto da Roma, mandò il Presidente della Camera di Commercio di Palermo, on. Amato-Pojero, senatore del Regno, milionario egrande proprietariodi Sicilia!

QUEL CHE SCRIVE UN FUNZIONARIO DI P.S.

Se questo si scriveva alla vigilia dei tumulti, quando essi scoppiarono e n’erano meglio note le cause, altri aggiungeva:

«Tolte le grandi città, ove la moralità e la capacità degli amministratori sono men basse, e dove il maggiore sviluppo psichico della popolazione e la stampa sono freni alle oligarchie locali e favoriscono la permeabilità degli strati sociali, il 90% dei Comuni è amministrato con criteri e forme tali,che fanno desiderare il tipo dell’antico governo paterno, perchè allora si aveva almeno il diritto d’inchiodar sulla gogna i tirannelli locali,il conforto e la speranza di un avvenire migliore e, di tanto in tanto, l’intervento violento, ma pur sempre riparatore, del governo centrale»..... I tirannelli locali ora «sentono e sanno che i funzionari del governo non hanno nè convenienza nè interesse a secondarli, ed allora con la logica spiccia e primitiva di cui si servono, concludono: Chi non è con noi, è contro di noi; e attaccano con sotterfugi, ricorsi, cospirazioni e anonimi tutti i funzionari governativi, dalla guardia di pubblica sicurezza al Prefetto. Della legge e della legalità hanno un concetto esclusivamente unilaterale; le riconoscono e vi fanno ricorso solo in quanto sanzionano il loro potere; per tutto il resto o non esistono o le si possono violare impunemente. Per sostenersi e per combattere gli avversarî si profondono favori, impieghi, esenzioni da tasse e protezioni d’ogni specie e d’ogni portata agli aderenti, e si fa l’opposto con gli avversari. Si transige con facinorosi e con violenti, ai quali è serbato sempre un impiego sul bilancio comunale, protezione illimitata fino al Tribunale; e però appena un partito sale al palazzo comunale fatabula rasadi tutti gli stipendiati e li sostituisce coi propri fidi. Per gli avversari invece s’imprende una persecuzione continua, evidente, spesso sfacciata e feroce, fino al delitto, fino all’omicidio. E si pretende che i funzionari del governo seguano questo indirizzo. Per gli amici il permesso d’armi, il proscioglimento dall’ammonizione, l’impunità nel delitto: pei nemici il rifiuto costante di tutto quanto è devoluto alla Autorità amministrativa, la denunzia per l’ammonizione e perfino l’accusa dei reatiche invece sono stati commessi dagliaderentidegli stessi denunzianti. Il delegato, il pretore, il sottoprefetto non seguono questo indirizzo? Ed allora spuntano le testimonianze adusum delphinia discolpa del reo amico, a carico per l’avversario innocente; pullulano ricorsi anonimi che dipingono il funzionario coi più foschi colori: secondo il bisogno e l’opportunità egli è stupido o maligno, ignorante o corrotto, prepotente o partigiano, venale o servile, e chi più ne ha, più ne metta...»

«Nei comuni certo è che vi dominano l’incompetenza più goffa e la prepotenza più sfacciata, che per contraccolpo vi producono la paura, lasofferenza, i rancori sordi delle masse, il disgusto e l’astensione dei buoni: fatto quest’ultimo che rende più sicura e sfrenata la prepotenza delle cricche imperanti.»

Si crederà forse che questa filippica faccia parte di una concitata concione di Garibaldi Bosco? Niente affatto: fu scritta dall’Alongi, capo di gabinetto del famigerato questore Lucchese, per combattere iFascinelManuale della Pubblica sicurezzadel chiarissimo consigliere di Stato Commendatore Astengo.

CHE COSA SI CONSTATA ANCHE DOPO I TUMULTI

Certo era facile ingannarsi o esagerare; era facile manifestare simpatia pei sofferenti prima e durante i tumulti; ma dopo? Ebbene, dopo, si constata:

1) Che le condizioni dell’ogginon sonola conseguenza di fenomeni del tutto recenti; ma hanno la loro origine in un complesso di fatti e di tradizioni e di avvenimenti che rimontano ad epoche non vicine.

2) Che sono ormai la bellezza di diciotto anni cheun’inchiesta parlamentare constatò inutilmente lo stato vero dei contadini in Sicilia.

3) Che il contadino siciliano, èperseverante, sobrio, laborioso, ma nello stesso tempo lo si è tenuto in un stato disemibarbarie.

4) Che il contadino siciliano anche dopo conquistata la libertà e la redenzione,rimase nella condizione di servo ed oppressoe la posizione sua verso il padrone è quella divassallo a feudatario.

5) Chegli enormi latifondi, l’accentramento di vastissimi terreni in mano di pochi e le oligarchie comunali che non sempre s’inspirano a giustizia, e sovra tutto i contratti agricoli aggravano questo stato di cose.

6) Che è opera altamente meritoria cercare in tutti i modi di mettere le classi agricole in condizionedi resistere alle prepotenze dei padroni.

FIATO SPRECATO

Queste si crederebbero opinioni calunniose dell’anarchico Gulì e invece sono le convinzioni del Comm. Sighele, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo, manifestate nella inaugurazione dell’anno giuridico 1894.

Un’ultima testimonianza: Il 4 gennaio 1894 contemporaneamente alla proclamazione dello stato di assedio, e quasi a severa condanna dell’insana misura, vi fu chi disse in Palermo sotto gli occhi del Generale Morra di Lavriano e della Montà: «In questo nostro paese eminentemente agricolo, la classe dei contadini in particolare, difetta dei mezzi più necessarî alla vita; è la classe più bistrattata, la meno compassionata, la più misera, la più ignorante e la più degna quindi di speciale considerazione da parte degli uomini di cuore!»

UNA VERITÀ DOLOROSA

Oh no! Non è Nicola Barbato, l’uomo dalla logicaspietata, che così parla; ma è il procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di Palermo, Giuseppe Malato Fardella, che col primo non ha di comune che la sua qualità di Siciliano, e che dà ragione dello insorgere dei contadini, e somministra l’ultima prova di questa dolorosa verità: in Sicilia dal 1812 in poi nulla è mutatoin quanto alle condizioni economico-sociali della classe dei lavoratori!

E allora?....

NOTE:[29]Alcuni, non hanno bene compreso l’accenno fatto nella 1ª edizione al sordo-muto Cappello e al tenente Dupuy. Sono due dolorosi episodi della introduzione della leva in Sicilia, la quale suscitava la più viva antipatia. Le autorità governative vedevano inganni e finzioni in tutti e dappertutto; perciò quando in Palermo si presentò all’esame di leva un certo Cappello non si prestò fede al suo reale sordo-mutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli i bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vasta piaga e quando finalmente fu mandato via venne fotografato ignudo ad iniziativa di parecchi—tra i quali era l’avv. Morvillo—che vollero stigmatizzare i metodicivilizzatoridel governo italiano.Per arrestare i numerosi renitenti della leva il governo organizzò delle colonne volanti che percorrevano le campagne. Le gesta militaresche di quell’epoca susciterebbero anche ora, a tanta distanza, la indignazione dei più calmi; e molte ne compì la colonna comandata da un rinnegato, dall’ungherese colonnello Eberhardt, che venne la prima volta in Sicilia con Garibaldi e che fu tra i suoi fucilatori ad Aspromonte. Un tenente Dupuy, Savojardo, comandando una colonna nel territorio delle Petralie si presentò di notte coi suoi uomini in una casina i cui abitatori temendo dei briganti non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi appiccò fuoco e fece morire soffocati i disgraziati, che legittimamente resistettero ai suoi ordini. Con modi uguali i Francesicivilizzaronoquelli della Kabilia![30]A proposito delledecimesuscitando l’ilarità della Camera l’oratore osservò: «Nella provincia di Girgenti, a cui si attribuiscono tanti reati, le terre sono in gran parte soggette ancora alle decime e in virtù di queste decime vi sono dei canonici, dei semplici canonici i quali percepiscono dei redditi da 10 a 12 mila lire; e sapete voi da che questi ecclesiastici fanno scaturire i loro titoli di possesso?«Da un passo di Cicerone il quale dice nelle Verrine:Omnis ager siculus decumanus est!Perchè adunque per l’addietro queste terre pagavano le decime a Roma, i canonici si credono eredi dei Cesari e si costituiscono proprietari di quelle prestazioni.» Or bene chi lo crederebbe? La quistione delle decime, che è grave anche in altri punti della Sicilia, nell’anno 1894 non è ancora risoluta e invano si sforza l’on. Gallo per farla risolvere equamente!»[31]L’on. Cordova ricordò che in un Comune delle provincie meridionali la locale Congregazione di Carità impiegò le rendite di cinque opere pie destinate a messe, processioni ecc. nella fondazione di ospedali, ecc. In Sicilia non ostante la vantata legge Crispi sulle opere pie moltissimi comuni hanno molte messe e molte processioni e mancano di ospedali, e di ricoveri, di asili, ecc. In tale disgraziata condizione si trova Castrogiovanni, ad esempio. Ivi Municipio e Congregazione di carità sono di accordo per la fondazione di un ospedale invertendo le rendite di alcune opere pie, che servono a pochi individui; ma indarno lottano da alcuni anni, perchè la pedante e farisaica burocrazia la dà vinta agli interessi di pochi contro gli interessi di tutti e contro l’umanità. La burocrazia ha stabilito questo circolo viziosoedificante:non si può elevare ad ente morale l’ospedale perchè non ha rendite; non si possono assegnare all’ospedale le rendite delle opere pie perchè non è elevato ad ente morale!Ciò mentre governa Crispi.....[32]Nelle discussioni sulla Sicilia del 1863 e del 1875 i suoi deputati disinistraparlarono come parlò tutta laestrema sinistranel 1894. Ma la verità sulle condizioni dell’isola sino al 1866 risulta alla evidenza, quando il giudizio di un ex ministro di destra, il Cordova, collima perfettamente con quello di un ex ministro disinistra, il Taiani.[33]Ho consultato su questo periodo le discussioni parlamentari, la requisitoria del procuratore generale presso la Corte di Palermo (Taiani) contro il questore Albanese e Compagni (10 ottobre 1871) nonchè diversi opuscoli, compresi alcuni in difesa dell’Albanese.[34]Lo Biundo comandante di questa eccellente guardia nazionale disse un giorno al pretore Barraco:Pretore, quando sentite che si tira qualche schioppettata non dovete allarmarvi, chè ciò avviene pel pubblico servizio!....[35]In quanto a scioglimenti di Consigli voglio citare, fra tante centinaia a mia disposizione, un casetto tipico: il municipio di Riesi venuto in mano deiradicalicolle elezioni generali del 1889 fu sempre inviso ai Prefetti di Caltanissetta (uno dei quali mi confessò che il municipio gli era inviso solo perchè in mano diradicali) che mandarono ispettori, che nulla mai trovarono d’irregolare. Il ministro Giolitti finalmente sciolse arbitrariamente il consiglio. Si vuol sapere chi vi mandò come Regio Commissario? Un ricco signore della stessa città, ch’era uno dei capi del partito avverso airadicali!In quanto al pretesto dello scioglimento fu presto trovato: s’imbastì contro il sindaco un processo per un reato comune. Il sindaco ad evitare lo scioglimento si dimise; ma non giovò. Raggiunto l’intento il processo sfumò perinesistenza di reato.In quanto ai capricciosi mutamenti delle autorità governative per compiacenza verso i deputati o per interessi elettorali del governo ricorderò la provincia di Caltanissetta dove c’è stata una vera ridda di Prefetti: dal 1886 in poi ce ne sono stati una decina tra titolari e reggenti. Molti vi sono mandati inesperimento, come se quella provincia si potesse prestare a farla dacorpus vile.Non riferisco le osservazioni del Comandini nelCorriere della Serae delGiornale di Siciliache erano riportate nella 1ª edizione, perchè gl’inconvenienti deplorati oramai sono ammessi da tutti: anche da coloro che ne sono gli autori![36]Nella prima edizione riprodussi varî brani delle corrispondenze del Rossi, che nonostante le inesattezze e le esagerazioni, rimangono tra le più belle e le più veritiere. Non le riproduco in questa 2ª Ed. perchè i lettori, che volessero conoscere iFasciin azione, devono leggerle tutte nel volume pubblicato or ora del Max Kantorowix:L’agitazione in Siciliadi A. Rossi. Milano 1894. Presso Remo Sandron L. 1,50.[37]È evidente che quilo scrittore s’inganna.

[29]Alcuni, non hanno bene compreso l’accenno fatto nella 1ª edizione al sordo-muto Cappello e al tenente Dupuy. Sono due dolorosi episodi della introduzione della leva in Sicilia, la quale suscitava la più viva antipatia. Le autorità governative vedevano inganni e finzioni in tutti e dappertutto; perciò quando in Palermo si presentò all’esame di leva un certo Cappello non si prestò fede al suo reale sordo-mutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli i bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vasta piaga e quando finalmente fu mandato via venne fotografato ignudo ad iniziativa di parecchi—tra i quali era l’avv. Morvillo—che vollero stigmatizzare i metodicivilizzatoridel governo italiano.Per arrestare i numerosi renitenti della leva il governo organizzò delle colonne volanti che percorrevano le campagne. Le gesta militaresche di quell’epoca susciterebbero anche ora, a tanta distanza, la indignazione dei più calmi; e molte ne compì la colonna comandata da un rinnegato, dall’ungherese colonnello Eberhardt, che venne la prima volta in Sicilia con Garibaldi e che fu tra i suoi fucilatori ad Aspromonte. Un tenente Dupuy, Savojardo, comandando una colonna nel territorio delle Petralie si presentò di notte coi suoi uomini in una casina i cui abitatori temendo dei briganti non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi appiccò fuoco e fece morire soffocati i disgraziati, che legittimamente resistettero ai suoi ordini. Con modi uguali i Francesicivilizzaronoquelli della Kabilia!

[29]Alcuni, non hanno bene compreso l’accenno fatto nella 1ª edizione al sordo-muto Cappello e al tenente Dupuy. Sono due dolorosi episodi della introduzione della leva in Sicilia, la quale suscitava la più viva antipatia. Le autorità governative vedevano inganni e finzioni in tutti e dappertutto; perciò quando in Palermo si presentò all’esame di leva un certo Cappello non si prestò fede al suo reale sordo-mutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli i bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vasta piaga e quando finalmente fu mandato via venne fotografato ignudo ad iniziativa di parecchi—tra i quali era l’avv. Morvillo—che vollero stigmatizzare i metodicivilizzatoridel governo italiano.

Per arrestare i numerosi renitenti della leva il governo organizzò delle colonne volanti che percorrevano le campagne. Le gesta militaresche di quell’epoca susciterebbero anche ora, a tanta distanza, la indignazione dei più calmi; e molte ne compì la colonna comandata da un rinnegato, dall’ungherese colonnello Eberhardt, che venne la prima volta in Sicilia con Garibaldi e che fu tra i suoi fucilatori ad Aspromonte. Un tenente Dupuy, Savojardo, comandando una colonna nel territorio delle Petralie si presentò di notte coi suoi uomini in una casina i cui abitatori temendo dei briganti non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi appiccò fuoco e fece morire soffocati i disgraziati, che legittimamente resistettero ai suoi ordini. Con modi uguali i Francesicivilizzaronoquelli della Kabilia!

[30]A proposito delledecimesuscitando l’ilarità della Camera l’oratore osservò: «Nella provincia di Girgenti, a cui si attribuiscono tanti reati, le terre sono in gran parte soggette ancora alle decime e in virtù di queste decime vi sono dei canonici, dei semplici canonici i quali percepiscono dei redditi da 10 a 12 mila lire; e sapete voi da che questi ecclesiastici fanno scaturire i loro titoli di possesso?«Da un passo di Cicerone il quale dice nelle Verrine:Omnis ager siculus decumanus est!Perchè adunque per l’addietro queste terre pagavano le decime a Roma, i canonici si credono eredi dei Cesari e si costituiscono proprietari di quelle prestazioni.» Or bene chi lo crederebbe? La quistione delle decime, che è grave anche in altri punti della Sicilia, nell’anno 1894 non è ancora risoluta e invano si sforza l’on. Gallo per farla risolvere equamente!»

[30]A proposito delledecimesuscitando l’ilarità della Camera l’oratore osservò: «Nella provincia di Girgenti, a cui si attribuiscono tanti reati, le terre sono in gran parte soggette ancora alle decime e in virtù di queste decime vi sono dei canonici, dei semplici canonici i quali percepiscono dei redditi da 10 a 12 mila lire; e sapete voi da che questi ecclesiastici fanno scaturire i loro titoli di possesso?

«Da un passo di Cicerone il quale dice nelle Verrine:Omnis ager siculus decumanus est!Perchè adunque per l’addietro queste terre pagavano le decime a Roma, i canonici si credono eredi dei Cesari e si costituiscono proprietari di quelle prestazioni.» Or bene chi lo crederebbe? La quistione delle decime, che è grave anche in altri punti della Sicilia, nell’anno 1894 non è ancora risoluta e invano si sforza l’on. Gallo per farla risolvere equamente!»

[31]L’on. Cordova ricordò che in un Comune delle provincie meridionali la locale Congregazione di Carità impiegò le rendite di cinque opere pie destinate a messe, processioni ecc. nella fondazione di ospedali, ecc. In Sicilia non ostante la vantata legge Crispi sulle opere pie moltissimi comuni hanno molte messe e molte processioni e mancano di ospedali, e di ricoveri, di asili, ecc. In tale disgraziata condizione si trova Castrogiovanni, ad esempio. Ivi Municipio e Congregazione di carità sono di accordo per la fondazione di un ospedale invertendo le rendite di alcune opere pie, che servono a pochi individui; ma indarno lottano da alcuni anni, perchè la pedante e farisaica burocrazia la dà vinta agli interessi di pochi contro gli interessi di tutti e contro l’umanità. La burocrazia ha stabilito questo circolo viziosoedificante:non si può elevare ad ente morale l’ospedale perchè non ha rendite; non si possono assegnare all’ospedale le rendite delle opere pie perchè non è elevato ad ente morale!Ciò mentre governa Crispi.....

[31]L’on. Cordova ricordò che in un Comune delle provincie meridionali la locale Congregazione di Carità impiegò le rendite di cinque opere pie destinate a messe, processioni ecc. nella fondazione di ospedali, ecc. In Sicilia non ostante la vantata legge Crispi sulle opere pie moltissimi comuni hanno molte messe e molte processioni e mancano di ospedali, e di ricoveri, di asili, ecc. In tale disgraziata condizione si trova Castrogiovanni, ad esempio. Ivi Municipio e Congregazione di carità sono di accordo per la fondazione di un ospedale invertendo le rendite di alcune opere pie, che servono a pochi individui; ma indarno lottano da alcuni anni, perchè la pedante e farisaica burocrazia la dà vinta agli interessi di pochi contro gli interessi di tutti e contro l’umanità. La burocrazia ha stabilito questo circolo viziosoedificante:non si può elevare ad ente morale l’ospedale perchè non ha rendite; non si possono assegnare all’ospedale le rendite delle opere pie perchè non è elevato ad ente morale!

Ciò mentre governa Crispi.....

[32]Nelle discussioni sulla Sicilia del 1863 e del 1875 i suoi deputati disinistraparlarono come parlò tutta laestrema sinistranel 1894. Ma la verità sulle condizioni dell’isola sino al 1866 risulta alla evidenza, quando il giudizio di un ex ministro di destra, il Cordova, collima perfettamente con quello di un ex ministro disinistra, il Taiani.

[32]Nelle discussioni sulla Sicilia del 1863 e del 1875 i suoi deputati disinistraparlarono come parlò tutta laestrema sinistranel 1894. Ma la verità sulle condizioni dell’isola sino al 1866 risulta alla evidenza, quando il giudizio di un ex ministro di destra, il Cordova, collima perfettamente con quello di un ex ministro disinistra, il Taiani.

[33]Ho consultato su questo periodo le discussioni parlamentari, la requisitoria del procuratore generale presso la Corte di Palermo (Taiani) contro il questore Albanese e Compagni (10 ottobre 1871) nonchè diversi opuscoli, compresi alcuni in difesa dell’Albanese.

[33]Ho consultato su questo periodo le discussioni parlamentari, la requisitoria del procuratore generale presso la Corte di Palermo (Taiani) contro il questore Albanese e Compagni (10 ottobre 1871) nonchè diversi opuscoli, compresi alcuni in difesa dell’Albanese.

[34]Lo Biundo comandante di questa eccellente guardia nazionale disse un giorno al pretore Barraco:Pretore, quando sentite che si tira qualche schioppettata non dovete allarmarvi, chè ciò avviene pel pubblico servizio!....

[34]Lo Biundo comandante di questa eccellente guardia nazionale disse un giorno al pretore Barraco:

Pretore, quando sentite che si tira qualche schioppettata non dovete allarmarvi, chè ciò avviene pel pubblico servizio!....

[35]In quanto a scioglimenti di Consigli voglio citare, fra tante centinaia a mia disposizione, un casetto tipico: il municipio di Riesi venuto in mano deiradicalicolle elezioni generali del 1889 fu sempre inviso ai Prefetti di Caltanissetta (uno dei quali mi confessò che il municipio gli era inviso solo perchè in mano diradicali) che mandarono ispettori, che nulla mai trovarono d’irregolare. Il ministro Giolitti finalmente sciolse arbitrariamente il consiglio. Si vuol sapere chi vi mandò come Regio Commissario? Un ricco signore della stessa città, ch’era uno dei capi del partito avverso airadicali!In quanto al pretesto dello scioglimento fu presto trovato: s’imbastì contro il sindaco un processo per un reato comune. Il sindaco ad evitare lo scioglimento si dimise; ma non giovò. Raggiunto l’intento il processo sfumò perinesistenza di reato.In quanto ai capricciosi mutamenti delle autorità governative per compiacenza verso i deputati o per interessi elettorali del governo ricorderò la provincia di Caltanissetta dove c’è stata una vera ridda di Prefetti: dal 1886 in poi ce ne sono stati una decina tra titolari e reggenti. Molti vi sono mandati inesperimento, come se quella provincia si potesse prestare a farla dacorpus vile.Non riferisco le osservazioni del Comandini nelCorriere della Serae delGiornale di Siciliache erano riportate nella 1ª edizione, perchè gl’inconvenienti deplorati oramai sono ammessi da tutti: anche da coloro che ne sono gli autori!

[35]In quanto a scioglimenti di Consigli voglio citare, fra tante centinaia a mia disposizione, un casetto tipico: il municipio di Riesi venuto in mano deiradicalicolle elezioni generali del 1889 fu sempre inviso ai Prefetti di Caltanissetta (uno dei quali mi confessò che il municipio gli era inviso solo perchè in mano diradicali) che mandarono ispettori, che nulla mai trovarono d’irregolare. Il ministro Giolitti finalmente sciolse arbitrariamente il consiglio. Si vuol sapere chi vi mandò come Regio Commissario? Un ricco signore della stessa città, ch’era uno dei capi del partito avverso airadicali!

In quanto al pretesto dello scioglimento fu presto trovato: s’imbastì contro il sindaco un processo per un reato comune. Il sindaco ad evitare lo scioglimento si dimise; ma non giovò. Raggiunto l’intento il processo sfumò perinesistenza di reato.

In quanto ai capricciosi mutamenti delle autorità governative per compiacenza verso i deputati o per interessi elettorali del governo ricorderò la provincia di Caltanissetta dove c’è stata una vera ridda di Prefetti: dal 1886 in poi ce ne sono stati una decina tra titolari e reggenti. Molti vi sono mandati inesperimento, come se quella provincia si potesse prestare a farla dacorpus vile.

Non riferisco le osservazioni del Comandini nelCorriere della Serae delGiornale di Siciliache erano riportate nella 1ª edizione, perchè gl’inconvenienti deplorati oramai sono ammessi da tutti: anche da coloro che ne sono gli autori!

[36]Nella prima edizione riprodussi varî brani delle corrispondenze del Rossi, che nonostante le inesattezze e le esagerazioni, rimangono tra le più belle e le più veritiere. Non le riproduco in questa 2ª Ed. perchè i lettori, che volessero conoscere iFasciin azione, devono leggerle tutte nel volume pubblicato or ora del Max Kantorowix:L’agitazione in Siciliadi A. Rossi. Milano 1894. Presso Remo Sandron L. 1,50.

[36]Nella prima edizione riprodussi varî brani delle corrispondenze del Rossi, che nonostante le inesattezze e le esagerazioni, rimangono tra le più belle e le più veritiere. Non le riproduco in questa 2ª Ed. perchè i lettori, che volessero conoscere iFasciin azione, devono leggerle tutte nel volume pubblicato or ora del Max Kantorowix:L’agitazione in Siciliadi A. Rossi. Milano 1894. Presso Remo Sandron L. 1,50.

[37]È evidente che quilo scrittore s’inganna.

[37]È evidente che quilo scrittore s’inganna.

Indice

Ciò che doveva avvenire in Sicilia un giorno o l’altro era facile prevederlo a chi ne conosceva le condizioni, a chi viveva in mezzo al proletariato, a chi specialmente non giudicava dagli orpelli e dagli artifici delle grandi città, ma dalla vita che si vive nei piccoli centri, nelle campagne, nelle miniere. Chi poteva prevedere aveva il dovere di avvertire; e molti, come si è visto, tra gli studiosi di cose sociali, tra gli uomini politici e tra i magistrati, ottemperarono a tale dovere.

GLI AVVERTIMENTI DI DUE GENERALI

Sin dal 1863 il Cordova nel citato discorso a proposito della trascuranza criminosa del governo nelle quistioni demaniali, narrò questo episodio che vale a spiegare Caltavuturo: «Due onorevoli persone venute in Torino per sollecitare uno di questi affari, non avendo trovato quelle facilità con cui (bisogna rendere questa giustizia all’amministrazione napoletana) erano accolti in questo genere i reclami delle popolazioni, queste due onorevoli persone scoraggiate, presentatesi a me mi dissero: e adunque, signore, bisogna aspettare l’altra? L’altra, diss’io, che cosa è?» Risposero: «L’altra rivoluzione!»

E Cordova che non conoscevaFasci e sobillatori, nel 1863 soggiunse: «Signori, quando le popolazioni non si trovano soddisfatte di un ordine di cose, resta sempre un germe di movimenti, che possono produrre gravi pericoli!»

Uno storico eminente ed uomo politico a un tempo, il generale Marselli, risguardando l’insieme delle condizioni del continente meridionale e dell’isola, formulò il presagio in questi termini precisi: «se la sordida noncuranza di certi proprietari lascerà in pari tempo aumentarsil’odio già condensato e ferocedei contadini,trattati come bestie, non è improbabile che un furioso uragano si scateni dalla bassa Italia sul resto della penisola e che l’insurrezione delle classi inferiori,schiave dell’avarizia e della prepotenza baronale, ritrovi un più astuto Masaniello od uno Spartaco più fortunato.»

Qui l’avvertimento per quanto tassativo è generico. Per la Sicilia in ispecie, e in vista dei possibili eventi che poscia si verificarono, si affermò ripetutamente—senza chechidoveva abbia smentito—che l’illustre generale Corsi, comandante il 12º corpo di armata, abbia mandato un preciso e allarmante rapporto al governo nello scorso anno sulle condizioni dell’isola denunziando gli imminenti pericoli[38].

LA RELAZIONE DI F. CRISPI

Certo è che l’on. Crispi, nella relazione al Re, la quale precede il decreto sullo stato di assedio, volge la grave accusa al suo predecessore on. Giolitti, di avere saputo dalle competenti autorità dei gravi avvenimenti che si preparavano in Sicilia e di non aver provveduto. Dell’accusa l’ex Presidente del Consiglio non si giustificò mai e lasciò passare tutta la lunga discussione parlamentare sulle cose di Sicilia in un mutismo inesplicabile.

Chi scrive, come siciliano, come pubblicista e come deputato, aveva più che altri il dovere di avvertire che dolorosi avvenimenti si preparavano nel suo paese natio; ed a tale dovere non venne meno.[39]

Nel 1892 nell’Isola(N. 144) avvertii genericamente la gravità delle condizioni dei municipii e le possibili dolorose conseguenze, come si può rilevare da questo brano: «I governanti e i politicanti italiani preoccupati sinora quasi esclusivamente delle Finanze dello Stato hanno troppo trascurato la misera condizione economica delle amministrazioni comunali e provinciali; dimentichi che il dissesto dei comuni e delle provincie e il carico tributario imposto dai corpi locali gravita maggiormente sui contribuenti,perchè più direttamente e palpabilmente sentito; perchè rappresenta la goccia che fa traboccare il liquido dal vaso!

«Che sia così, se altro non ci fosse, lo proverebbe il fatto, che lemaggiori odiosità leraccolgonoi municipî, che meno dovrebbero raccoglierne, poichè le spese e le tasse, che fan capo ad essi, alla fine, mirano alla soddisfazione dei bisogni locali più urgenti e sono sorgente di benefizî incalcolabili. Gl’incendi dei registri, delle case comunali pur troppo sono frequenti in Italia; e i casi dolorosissimi—per citare i più noti—di Calatabiano e di San Luri sono il prodotto del malcontento profondo e generale contro i municipî.»

IL PERICOLO DI RIBELLIONI IN SICILIA

Fui più preciso, quasi matematico, il giorno 30 Gennaio 1893 nello svolgimento della interpellanza sull’eccidio di Caltavuturo. Allora un doloroso presagio di ciò che fatalmente si maturava mi fece esclamare: «Io non so se la Sicilia potrà ripresentare il fenomeno di unaguerra servile; so però chel’odio dei contadinicontro i cosidettigalantuominiè vivissimo; dovunque esiste il latifondo quest’odio è profondo. In Sicilia ilpericolo delle ribellioni agrarie è permanentee, se non provvederemo, dovremo assistere a qualche risveglio veramente doloroso!» (Atti parlamentari.Tornata del 30 Gennajo 1893 p. 992).

Non basta. In giugno dello stesso anno mi pervennero notizie allarmantissime e quando tutti coloro, che dovevano conoscere la situazione tacevano, io—spintovi anche da due cari amici socialisti—scrissi una lettera al direttore dellaTribuna, ch’era un vero grido di allarme e che venne reso più significante dai commenti dell’on. A. Luzzatto. In quella lettera, tra le altre, scrissi queste parole che gli ultimi fatti hanno sinistramente illustrato:

UN ALTRO GRIDO DI ALLARME

«In Sicilia i segni precursori di qualche esplosione di carattere sociale non sono rari. Vi sono scioperi di contadini e di zolfatari; vi sono sommosse, vi sono lamenti generali e proteste contro uno stato di cose, che si giudica intollerabile; vi sono reati caratteristici e simili a quelli agrarî d’Irlanda; vi è, infine, un sordo rumore, che si leva, da per tutto rinforzato dalla voce irata o lamentevole dei fanciulli e delle donne, che fa mestamente pensare quanti hanno orecchie per sentirlo e cuore per comprenderlo. E in verità alle cause, per così dire naturali e molteplici del disagio—che tanto più si avverte in quanto che segue ad un periodo a rapido svolgimento di prosperità—si aggiunge la soma insopportabile dei balzelli governativi, provinciali e comunali.»

È bene notare, che i due socialisti, che mi consigliarono a dire una parola di calma ai lavoratori e a dare un avvertimento al governo, messosi sulla via della più dissennata provocazione, furono l’avvocato Gaetano Rao di Canicattì—arrestato appena venne proclamato lo stato di assedio come promotore di disordini, rilasciato dopo alcuni mesi di prigionia, poscia ricercato di nuovo ed ora latitante—e Garibaldi Bosco. E non è inutile aggiungere che l’onor. De Felice quando conobbe il contenuto di quella lettera, voleva firmarla, associandosi a me.

Ebbene: dopo tanti avvertimenti precisi sulle cause di probabili dolorosi avvenimenti, e sulla possibilità di vederli svolgere a breve scadenza, che cosa fece il governo? Nulla.

Quali opportuni e savi provvedimenti preventivi escogitò?

IL GOVERNO PROVVEDE...

Questo solo: l’invio della flotta dinanzi a Palermo, che mai aveva dato segni di volere tumultuare. L’on. Giolitti poi non fu superato, che dall’on. Crispi, il quale come provvedimento curativo non seppe proporre ed attuare che lo Stato di assedio.

La significazione e la gravità degli avvertimenti non furono tenute in conto a tempo debito, onde accadde quello che è a tutti noto e di cui dovrò continuare ad occuparmi.

Questi stessi avvenimenti di Sicilia costituiscono pel resto d’Italia un ammonimento grande, e su di essi così scrive un onesto ed avveduto senatore del regno:

«Il grido venuto sul continente da qualche luogo della Sicilia, se grido del popolo che insorge contro le ingiustizie, io l’amo, come scrive il Burcke, perchè segnale d’incendio, che ci salva dalle fiamme, ed io voglio per l’immensa maggioranza, ravvisarlo tale; ed in questo caso sarà da dire della Sicilia, che dopo di essere stato un primo fattore dellaunità della Patriane abbia col grido di allarme forse scongiurato lo sfasciamento.»[40]

Andrà dispersa al vento anche questa savia parola ammonitrice?....

NOTE:[38]Nel libroSiciliascrisse:«Ma i Prefetti, e più specialmente quelli di Palermo, Girgenti, Catania, continuavano a chiamare l’attenzione del Governo su quel minaccioso e sempre crescente sconvolgimento delle plebi campagnuole;e lo stesso è da credere che facesse dal canto suo il Comandante generale militare dell’Isola.»[39]Non per vanità, ma in risposta a chi in difesa dell’on. Giolitti stoltamente mi accusò di non avere parlato in tempo; e per la parte modesta presa da me negli ultimi avvenimenti; e per giustificare la severità dei miei giudizî contro il governo, ho creduto mio diritto e mio dovere d’insistere su ciò che ho detto intorno alle cose di Sicilia.[40]C. Faraldo, senatore, già prefetto:Alcuni riflessiecc., Torino 1894 p. 17.

[38]Nel libroSiciliascrisse:«Ma i Prefetti, e più specialmente quelli di Palermo, Girgenti, Catania, continuavano a chiamare l’attenzione del Governo su quel minaccioso e sempre crescente sconvolgimento delle plebi campagnuole;e lo stesso è da credere che facesse dal canto suo il Comandante generale militare dell’Isola.»

[38]Nel libroSiciliascrisse:

«Ma i Prefetti, e più specialmente quelli di Palermo, Girgenti, Catania, continuavano a chiamare l’attenzione del Governo su quel minaccioso e sempre crescente sconvolgimento delle plebi campagnuole;e lo stesso è da credere che facesse dal canto suo il Comandante generale militare dell’Isola.»

[39]Non per vanità, ma in risposta a chi in difesa dell’on. Giolitti stoltamente mi accusò di non avere parlato in tempo; e per la parte modesta presa da me negli ultimi avvenimenti; e per giustificare la severità dei miei giudizî contro il governo, ho creduto mio diritto e mio dovere d’insistere su ciò che ho detto intorno alle cose di Sicilia.

[39]Non per vanità, ma in risposta a chi in difesa dell’on. Giolitti stoltamente mi accusò di non avere parlato in tempo; e per la parte modesta presa da me negli ultimi avvenimenti; e per giustificare la severità dei miei giudizî contro il governo, ho creduto mio diritto e mio dovere d’insistere su ciò che ho detto intorno alle cose di Sicilia.

[40]C. Faraldo, senatore, già prefetto:Alcuni riflessiecc., Torino 1894 p. 17.

[40]C. Faraldo, senatore, già prefetto:Alcuni riflessiecc., Torino 1894 p. 17.

Indice

La storia ed una lunga serie di avvenimenti avevano creato in Sicilia la situazione scabrosa, che mi sono sforzato di descrivere senza passione e senza partito preso, affidandomi sempre all’autorità altrui non sospetta, nei punti dove facilmente avrei potuto vedere e giudicare male per ragioni di parte. Il rapido peggioramento economico, il malcontento generale per cause complesse e il moto deiFasci,—che da queste cause aveva ricevuto impulso e che alla sua volta lo dava alle masse—fecero arrivare le cose al momento critico, in cui gli uomini avrebbero dovuto mostrarsi pari alle circostanze.

Caltavuturo avrebbe dovuto agire come un vero segnale di allarme di un osservatorio sociale, più utilmente e tanto sicuramente quanto un osservatorio che avverta una città dell’imminente pericolo della inondazione. Il succedersi delle agitazioni e delle dimostrazioni, che dopo Caltavuturo, divenivano più frequenti, più unanimi e più imponenti, con un prodigiosocrescendo, avrebbe dovuto scuoteregl’inerti, risvegliare i dormienti: era il tempo di agire e pel governo e per le classi dirigenti.

LE VIE DA SEGUIRE

Due vie, due metodi, si presentavano all’uno e alle altre; ed al governo maggiormente correva l’obbligo di scegliere la via da battere, il metodo da seguire nella soluzione del poderoso problema, perchè sua era la responsabilità immediata e diretta di ciò che si andava maturando.

Il governo poteva mostrarsi energico, e ricorrere alla prevenzione nel senso strettamente poliziesco e che confina o si confonde sempre colla reazione; poteva, invece, mostrarsi forte nel fare rispettare le leggi, ma rispettando esso stesso tutte le pubbliche libertà; affidandosi in pari tempo all’alta prevenzione sociale; mostrando almeno! la decisa intenzione di affidarvisi. Questa specie di dilemma, sebbene nella forma non così strettamente antinomico, lo pose pure il generale Corsi, che al governo lasciava la scelta tra queste due soluzioni: «o decretare senza indugio lo scioglimento deiFasci, come società pericolose per l’ordine pubblico; oppure, se ciò non pareva legale o conveniente, per motivi d’alta o bassa politica, infrenarli, segnar bene l’orbita al loro moto, i limiti entro cui potevano dibattersi, procurare, se possibile, di mettervi le mani dentro, farsene istrumento ed arme, cattivarsi la plebe, prendendo a sostenerne la causa. Un campo immenso tra quei due estremi.» (Siciliap. 335).

La scelta tra i due metodi non poteva esser dubbia per quanti vogliono che dalla storia si traggano ammaestramenti; e dalla storia si sa, che un secolo di reazione e di violenza non ha risolto il problema irlandese; ma colla forza però, come lo ha mostratol’on. Crispi, si può ottenere il ristabilimento dell’ordine materiale lasciando immutato il problema stesso, allontanandone la soluzione, e perciò stesso aggravandolo.

IL MINISTERO GIOLITTI

Or bene, pare impossibile, ma è pur vero che il ministero dell’on. Giolitti—col quale nacque o si accentuò il moto deiFascie si fece strada il sentimento di riscossa delle classi agricole—«o non seppe o non volle veder chiaro nel buio, insomma non vide o non curò; e il Parlamento, nonostante che la Sicilia vi fosse rappresentata alla stregua delle altre parti d’Italia, il Parlamento credette bene di occuparsi d’altro.» (Corsi)

L’inazione era pericolosa e dannosa; ma il governo dell’on. Giolitti seppe scegliere un metodo peggiore della inazione; e senza saper essere energicamente reazionario, senza mostrarsi socialmente provvido, seppe soltanto assicurare all’opera sua tutti i danni che venivano dalla reazione, ma con una fiacchezza che incoraggiava tutti ad osare e con tanto poco rispetto delle leggi e delle pubbliche libertà, con tanta fiducia in una polizia inetta, arrogante e guidata da criteri borbonici, che riuscì a provocare, ad eccitare, a stimolare le masse, a cementare così organismi fiacchi, che abbandonati a loro stessi, si sarebbero squagliati, disciolti, colla stessa rapidità colla quale erano venuti su.

CIÒ CHE INSEGNA LA STORIA DEI SODALIZII

Chiarisco questo giudizio. La storia dei sodalizî operai di tutti i paesi insegna che ad essi sono necessarie la solidarietà tra i soci e la perseveranza nel perseguire i fini propostisi, illuminate entrambe se non interamente derivate, da una certa coltura. Mancando l’una prevalgono le utilità individualiimmediate, promosse spesso da coloro che sono interessati a farle penetrare come un cuneo nella compagine delle minacciose associazioni; mancando l’altra ai primi passi dati con entusiasmo segue lo scoraggiamento e la sfiducia per la mancanza di sensibili risultati immediati. Perciò alla iscrizione a migliaia dei soci e alle prime numerosissime riunioni succede il fenomeno non bello dei morosi, che si rifiutano a pagare le quote di contributo, lasciando grandi quadri sulla carta senza un reale corrispondente numero di soci attivi.

In Sicilia nelle masse mancavano lo spirito di solidarietà—scarso in tutta Italia per ragioni storiche, bene svolte in parecchie pubblicazioni dall’ex-deputato Cagnola—la perseveranza e la coltura, anche rudimentale che l’una e l’altra sostiene e svolge.[41]

Dato questo ambiente tra i lavoratori era prevedibile a breve scadenza la morte per anemia deiFasci; e i prodromi in quelli delle città erano evidenti ed incalzanti. Invece mantenevansi sani e vigorosi quelli delle campagne, non solo per virtù dei promotori (e specialmente di Barbato e di Verro), ma perchè i loro primi sforzi quasi dappertutto erano stati coronati dal successo: agli scioperi e ad una specie diboicotaggioverso iproprietarîdelle terre erano seguiti miglioramenti nei salarî e nei contratti agrari.

L’opera dell’on. Giolitti contribuì sopratutto a mantenere uniti iFasci, perchè li sovraeccitò, e il sovraeccitamento, aiutato anche da un certo sentimento regionale, che rendeva antipatico chi ha tutti i difetti del forte Piemonte, senza possederne i pregi numerosi, fece le veci della solidarietà e della perseveranza; ma era evidente che se questo eccitamento anormale, la cui azione rassomigliava a quell’improvviso vigore e senso di benessere che viene da una iniezione di etere o di caffeina, fosse venuto a cessare, quelli sarebbero morti di marasmo e se fosse continuato e si fosse inasprito sarebbe stata possibile una violenta levata di scudi.


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