NOTE:

RIVOLTA O DISSOLUZIONE

Conscio di questi due pericoli, a Messina prima, in una visita alFascio—dove ebbi consenzienti Petrina e Noè—e poscia a Marsala in un pubblico discorso col plauso consenziente dei convenuti e di molti che sono stati poscia condannati iniquamente come promotori di disordini (tra i quali il Montalto) avvertii i pericoli, che minacciavano il moto deiFasci, il quale paragonai ad un pendolo che, oscillandocorressepericolo di infrangersi, ad un estremo, in uno scoglio su cui stesse scritto:rivoltae all’altro, in un altro su cui stesse scritto:dissoluzione, e caldamente raccomandai a coloro che guidavano il moto di sapere scongiurare tali due opposti pericoli. E nel senso su esposto dissi che l’on. Giolitti erasi reso benemerito colla sua azione delle nascenti associazioni dei lavoratori; la qual cosa a un suo paladino—l’on. Nasi—parve un paradosso o una contraddizione mia, perchè già avevo accusato il Giolitti quale loro persecutore e provocatore.

CALTAVUTURO

Dopo Caltavuturo sarebbe stato sapienza vera digoverno provvedere ai bisogni delle classi agricole siciliane; dopo il mese di giugno e più ancora dopo il mese di settembre, quando nell’aria si sentiva qualche cosa di minaccioso, la più elementare prudenza imponeva con urgenza l’adozione di opportuni provvedimenti. Che cosa fece l’on. Giolitti? Si abbandonò con vece alterna ad una mussulmana inazione e alla provocazione; e nell’una e nell’altra si sentiva sempre «che per natura, per abitudine e per necessità derivanti dal parlamentarismo, il governo propendeva per l’una più che per l’altra delle due potenze in lotta, per quella cioè che ha maggior peso in Parlamento ch’è quella deigalantuomini.» (Corsi.)

La stessa propensione, anzi più accentuata, ha sinora mostrato l’on. Crispi.

La provocazione, denunziata ripetutamente, ha bisogno di essere dimostrata: l’accusa è grave e la dimostrazione è facile.

Non rifarò la cronaca dettagliata della provocazione come si trova nella prima edizione di questo libro: riassumerò i suoi fasti di un anno e mi fermerò su pochi fatti che ebbero particolare importanza e suscitarono maggiore rumore eccitando gli animi degli uni, destando la paura, la diffidenza e l’ardente desiderio della rivincita in altri.

Diamo una data certa allo inizio della provocazione, sebbene si potrebbe risalire più in alto: cominciamo il triste periodo dalla strage di Caltavuturo.

A Caltavuturo, piccolo paese agricolo della provincia di Palermo, la miseria era ed è grande. Vi sono nel paese beni patrimoniali del Comuneed un demanio comunale, che gli amministratori danno in affitto.

Il popolo pensava e diceva che in questi affitti avvengono disoneste partigianerie; pensava e diceva che gli amministratori della cosa pubblica e i maggiorenti usurpavano impunemente le terre del popolo; onde non men grande della miseria era il malumore contro l’amministrazione comunale e i maggiorenti.

Ci furono inchieste e processi e se le accuse risultarono esagerate, non furono però dimostrate infondate. Ne convenne l’on. Giolitti rispondendo il 30 gennaio alla mia interpellanza.

IL DELITTO DEI POPOLANI!

Il popolo esasperato decise di rendersi da sè quella giustizia invano chiesta e da tempo attesa, e il 20 Gennaio va nelle terre demaniali, come a festa, per prenderne possesso e zapparle. E zappano la terra, senza sapere se potranno seminarla e molto meno se potranno raccogliere il prodotto dopo averla bagnata coi propri sudori, e tornano sereni e contenti al paese colla intenzione di andare a zappare altra tenuta del Comune all’estremo opposto; ma giunti nella piazza vicino al Municipio trovano la via sbarrata da soldati, carabinieri e guardie campestri: in tutto una ventina di uomini di fronte ad oltre mille contadini armati di zappe. Non intimazioni, non squilli di tromba, nulla che possa dar parvenza di legalità alla condotta della forza pubblica, la quale, chiamata a fare le vendette degli usurpatori, minacciati dal popolo che voleva rivendicare i propri diritti,—i diritti della collettività—fece una scarica micidiale lasciando sul terreno contadini morti e feriti, mentre nonun solotra gl’iniqui aggressorivenne ferito o contuso; ed erano 20 gli aggressori contro 1000 aggrediti! Ciò stia a prova delle intenzioni dei poveri contadini...

L’on. Giolitti, Ministro dell’interno e Presidente del Consiglio, da me e da altri interpellato, riconobbe la gravità del fatto del 20 Gennaio; promise che i colpevoli sarebbero stati puniti, disse che un processo era stato iniziato, che giustizia sarebbe stata fatta!

IL GOVERNO COMPLICE DEGLI USURPATORI

Giammai ministro dinanzi ad un Parlamento pronunziò tante menzogne e con tanto cinismo. Se ne giudichi: Non fu sottoposto a processo, nè destituito chi ordinò il fuoco senza alcun bisogno; chi l’ordinò senza farlo precedere dagli squilli di tromba; non fu iniziato processo contro chi vilmente tirò un colpo di revolver al contadino Moscarella, che, già ferito! erasi rannicchiato dietro una porta; non si processarono gli usurpatori del demanio comunale. No! Si arrestarono e si processarono, invece, alcuni disgraziati lavoratori della terra, che ebbero la fortuna di sfuggire al massacro. E meno male che furono assolti.

A Caltavuturo non c’eraFascio, ma una semplice cooperativa di consumo invisa ai galantuomini perchè utile ai contadini: nè c’era mai stata l’ombra della propaganda socialista. Sorse ilFascioall’indomani della strage come reazione contro il governo e contro i suoi complici locali.

L’anno 1893 cominciò colla strage di Caltavuturo—auspicii tristissimi!—e la eco di tanta iniquità si ripercosse in tutte le valli della Sicilia, destando il risentimento e il desiderio della vendetta tra gli oppressi contadini. Il sangue versato forse feconderàla terra meglio che non l’abbia fecondato sinora il sudore dei suoi lavoratori!

Pareva che non potesse darsi maggiore provocazione di questa da parte del governo italiano contro le popolazioni dell’isola; e tuttavia Caltavuturo non fu che il principio di una serie di provocazioni, ora piccole, ora grandi; ora sanguinose, ora incruente; le quali continuarono con un crescendo spaventevole.

A Caltavuturo dopo breve tempo segue Serradifalco, dove la causa dei fatti dolorosi è diversa, ma riesce ugualmente a mettere in evidenza il disprezzo delle leggi nel governo e nelle classi dirigenti. I popolani—come sempre—ci vanno di mezzo.

SERRADIFALCO

InMarzo—giorno 6—ha luogo la votazione di ballottaggio a Serradifalco, preceduta da brogli, da pressioni, da vergogne inaudite da parte dei funzionarii del governo, che volevano imporre, e riuscirono ad imporre, un candidato prediletto all’on. Giolitti, il Riolo. Il popolo protesta contro le sfacciate adulterazioni della volontà elettorale e chiede che venga rispettata la legge. Grande reato in verità! I rappresentanti della legge puniscono questi curiosi delinquenti ferendoli o uccidendoli. E gli uccisori rimangono in libertà, ad assicurare una elezione che disonora la Giunta che la convalidò, mentre i popolani vengono arrestati e processati in numero di ventitrè. Meno male che il Tribunale di Caltanissetta dopo tre mesi fece una parziale giustizia rimandandone assolti una ventina. Lo stesso Tribunale, con altre sentenze, che ricordo a suo onore, bollò per quello che erano alcuni delegati di Pubblica Sicurezza per abusi relativi alla stessa elezionecommessi in altre sezioni del collegio. Serradifalco rimase ad ammonire in Sicilia gl’ingenui i quali credono ancora che nelle elezioni possa passare liberamente e onestamente la volontà del paese.

CATENANUOVA

A Catenanuova la miseria è più spaventevole che altrove nella provincia di Catania: gli abitanti sono quasi tutti proletarî agricoli, che si dibattono tra le strette del latifondo privato (del principe di Satriano) e del latifondo pubblico (l’ex feudo Buzzone di proprietà del demanio). La fame sinistra si fa sentire ed i poveri contadini si riuniscono inFasciocolla fiducia di ottenere qualche cosa colle vie legali. Rispettosi della proprietà privata nulla chiedono al Principe di Satriano; qualchecosa, cui credono di avere diritto, domandano al governo e per mezzo dell’on. De Felice e mio, esprimono l’onesto desiderio di vedere censito a piccoli lotti l’ex feudo Buzzone. De Felice ed io ci rivolgiamo ripetutamente all’on. Rosano e al ministro di agricoltura e commercio, che promettono distudiarela proposta. Trasmettiamo la poco incoraggiante risposta, ma che non cancella le speranze, e nell’attesa i lavoratori credono lecito di commemorare G. Garibaldi. La forza se ne immischia e spara e ferisce, arresta e maltratta i popolani.

ALCAMO—CASALE FLORESTA

Ad Alcamo in agosto la popolazione protesta con una pacifica dimostrazione contro i dazî comunali. C’era unFascio, ma diretto da persona intelligente—il farmacista Fazio. IlFascioprevede che su di esso, malvisto com’era dalle autorità, si sarebbe riversata la responsabilità di quanto poteva avvenire; protesta anticipatamente con una pubblica dichiarazione, che alla dimostrazione non avrebbe partecipato. E non vi partecipa; ma non per questo l’esitoè meno tragico, perchè interviene la forza, spara ed ammazza.

Ad Alcamo, come a Catenanuova, come a Serradifalco, come a Caltavuturo chi spara ferisce ed uccide non viene punito. Quale maggiore provocazione? Potevasi più efficacemente agire per togliere ogni fiducia nel governo e nei suoi rappresentanti?

A Casale Floresta (prov. di Messina) non c’èFascio; ma le condizioni generali sono orribili; non c’è medico, non farmacista, non levatrice, non mezzi di viabilità. Pure da quattro anni si paga il focatico perchè si sopperisca a tanti bisogni e non si riesce che a costruire una strada interna nel quartiere deigalantuominie a pagare L. 500 all’anno ad un medico di un vicino paese, che dovrebbe visitare il paese due volte la settimana, e che adempie al suo dovere assai più raramente. Il 22 ottobre, a causa di nuove tasse comunali, i contadini si ribellano chiedendo la revisione dei conti passati e lo sgravio di una nuova tassa. Disarmano alcuni dei carabinieri sopraggiunti e li costringono a rinchiudersi nella caserma perchè il loro furore non ha limiti dopo il ferimento—forse accidentale—di un popolano. Nominano sul campo un nuovo sindaco. L’indomani arrivano soldati e si fanno oltre trenta arresti, seguiti da relativo processo e da lunga detenzione dei poveri contadini.

MILOCCA

Milocca e Racalmuto nella cronaca della provocazione occupano un posto assai importante per l’indole dei fatti che vi si svolsero, in parte alla mia presenza, e pel suggello che ebbero dalla magistratura: suggello che elimina il sospetto di partigiana ed interessata esagerazione. A Milocca, aSutera, ad Acquaviva, a Campofranco, zona esclusivamente agricola della provincia di Caltanissetta, i contadini si erano riuniti inFasci. Le autorità e i maggiorenti fecero di tutto per farli sciogliere: più volte ne violarono il domicilio, ne minacciarono i membri, ne arrestarono i capi coi pretesti più futili; li processarono e nei processi furon assolti o per inesistenza di reato o per mancanza di prove.

I contadini tennero duro, specialmente a Milocca dove colla loro unione costrinsero quasi tutti i proprietarî a concedere più equi contratti agrarî. I proprietarî toccati nell’interesse se la legarono al dito e si proposero di riprendere con mezzi scellerati ciò ch’erano stati costretti a concedere colle vie legali—coll’applicazione più schietta della famosa libertà del contratto.

Un brutto giorno dell’ottobre si va a denunziare al brigadiere dei carabinieri un curioso reato: un mucchio di concime, il cui valore non arrivava alle L. 20, di proprietà di un certo Cipolla, era stato sparso nelle sue stesse terre. Si premetta che il Cipolla era stato tra i pochi proprietarî di terre a Milocca—viveva altrove—che non era venuto a patti coi contadini delFascio; chi poteva, dunque, commettere quel grave reato per vendicarsi del proprietario renitente?

IlFascio! In forza di questa strana logica le autorità procedono all’arresto del Cannella, Presidente e di tutto il Consiglio direttivo del sodalizio e li sottomettono a processo per associazione a delinquere... E si parla misteriosamente di liste di proscrizione rinvenute presso i socî delFascio, dipugnali, di formule terribili di giuramento, di preparate spartizioni di terre....

UN’INSURREZIONE FEMMINILE

Le donne di quell’ameno villaggio, le quali non sono meno gagliarde degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza, insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia. Non un solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si deplorarono morti o feriti. Delle intenzioni delle donne, che non si seppero rassegnare a vedere arrestati ingiustamente i mariti e i figli se ne ha la prova in questa circostanza: ebbre di gioia per la liberazione dei prigionieri, s’impadronirono delle armi dei carabinieri, non per adoperarle, ma per condurle in trionfo; e in trionfo condussero sulle loro braccia, baciandolo in volto, un carabiniere che si era mostrato più umano e pietoso verso di loro.

Quando il De Rosa, degno strumento di qualsiasi governo ferocemente reazionario, seppe in Caltanissetta della terribile rivolta femminile, mandò sul luogo truppa, carabinieri, delegati e giudici. Si sparge in un baleno la notizia della imminente repressione: gli uomini a cavallo e armati di fucili prendono il largo decisi a vendere cara la loro libertà. Le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue donne, che traducono ammanettate—alcune gestanti, altre coi loro bimbi lattanti sulle braccia!—nelle carceri di Mussomeli.

OPERA PACIFICATRICE

Il Cannella, Presidente delFascio, intelligente ed energico quanto mai, vide tutta la desolazione delloabbandono delle case e tutto il pericolo di tanti uomini armati e risoluti, che avevano preso la campagna e conscio com’era della loro innocenza li consigliò a ridursi nel villaggio. Non fu ascoltato, perchè gli altri contadini volevano la promessa di qualcuno il quale avesse potuto difenderli all’occorrenza, che non sarebbero stati arrestati rientrando pacificamente nelle rispettive abitazioni. Pensarono che quella persona potevo essere io onde il Cannella accompagnato da altri tre venne in Castrogiovanni ad invitarmi perchè andassi a Milocca. Accettai e insieme al sig. E. Fontanazza, al signor Castiglione e al sig. Garofalo, Presidenti deiFascidi Castrogiovanni, di Grotte e di Siculiana, riuscii ad indurre i contadini, che a schiere si presentarono a me lungo la via da Grotte al villaggio, a rientrare nelle loro case e persuasi anche i liberati del giorno innanzi a costituirsi alle carceri. L’opera mia e dei miei amici e del Presidente delFasciodi Milocca fu da veri uomini di ordine, che mostravano fede nella magistratura; e ad onor del vero devo confessare, che in questa occasione essa meritò la fiducia.

BRUTALITÀ CAPRICCIOSA DI DUE CARABINIERI

Eravamo al 1º Novembre, giorno deiMorti, che si rispetta dai contadini e dagli zolfatari coll’astensione dal lavoro e ripartimmo nel meriggio da Milocca per Grotte per riprendere il treno, che doveva restituirci alle nostre case. I contadini di Milocca in massa, con l’avv. Vella presidente delFasciodi Racalmuto, ci accompagnano sino a mezza strada; dove per fare più presto ed arrivare in tempo a non mancare il treno si mutò itinerario ed invece che a Grotte c’indirizzammo a Racalmuto. Qualcunoper iscorciatoie scabrose, ci precorse ed avvisò la cittadinanza del nostro imminente arrivo; una imponente dimostrazione fu improvvisata che ci venne incontro preceduta del rosso gonfalone e dalla fanfara delFascio, e, percorso tranquillamente il paese per lungo e per largo, ci accompagnò alla stazione. Non un grido sovversivo fu emesso, non il menomo disordine fu deplorato, come poscia unanimemente deposero innanzi al Tribunale di Girgenti gl’impiegati ferroviarî e parecchi altri cittadini nèradicalinè socialisti; eppure nel momento in cui arriva il treno e ci scambiavamo affettuose strette di mano, senza intimazione, senza avvisi, senza il benchè menomo pretesto, un carabiniere ed un maresciallo si scagliano all’improvviso sul portabandiera e gli strappano il gonfalone. Il popolo sbalordito e indeciso per un istante, reagisce, riprende lo stendardo ch’è fatto in mille pezzi, mentre i carabinieri impugnano le rivoltelle e sono trattenuti dal tirare da molte braccia di nerboruti lavoratori.

Il maresciallo mira su di me replicatamente e mi costringe a gettarmi nella mischia per legittima difesa e per contribuire a disarmare quei due forsennati. Riusciamo nell’intento e si restituiscono le rivoltelle al carabiniere e al maresciallo entro la stanza del capo stazione dopo avere ottenuto promessa formale che non le avrebbero più adoperate; raccomando calorosamente ai lavoratori di sciogliersi e di evitare ogni possibile pretesto a nuovi abusi della forza, e ripartiamo.

Perchè si comprenda quanta sia stata la capricciosa brutalità dei due carabinieri che mostraronoun coraggio grandissimo, malamente speso, devo aggiungere che il gonfalone rosso non solo era stato portato liberamente per le strade in quella occasione e in cento altre in tutta la provincia, ma che poche ore dopo un’altra dimostrazione ci venne incontro a Canicattì, preceduta dal gonfalone rosso delFascioalla presenza dei carabinieri e del delegato di pubblica sicurezza, senza che le autorità avessero fatto la benchè menoma osservazione.

OTTANTA VITTIME D’UNA PROVOCAZIONE

Ciò che avvenne in Racalmuto la notte successiva—proprio durante la notte!—per opera del delegato—che si era vilmente ecclissato durante il tafferuglio—e dei carabinieri, ricorda i fasti peggiori della polizia austriaca e borbonica. Ma non è mio intendimento narrarli quali elementi comprovanti la provocazione; questa in tutta la sua brutalità risulta dal seguente dato: per un mucchio di concime non rubato, ma sparso nelle terre del padrone si arrestano cinque cittadini sotto l’accusa diassociazione a delinquere; questo arresto determina la sollevazione delle donne di Milocca seguita dall’arresto di altri 39 individui, tra i quali 32 donne, coi loro bambini; e quest’altro fatto alla sua volta genera il tafferuglio di Racalmuto che dette luogo ad un’altra quarantina di arresti. Si vuol sapere ciò che c’era di vero nel reato primitivo, che costò la prigione da quattro ad otto mesi adottantacittadini del regno? Il tribunale di Caltanissetta—che va lodato per parecchie oneste sentenze emesse anche durante lo stato di assedio, tra le quali quella cui mi riferisco qui—mandò assolti imalfattoriperchè il Pubblico ministero all’udienza e in seguito alle risultanze del processo orale ritirò l’accusa perinesistenzadi reato. E lo stesso brigadiere dei carabinieri confessò che lo spargimento del concime fu denunziato dai proprietarî, senza che fosse avvenuto, nello intendimento di nuocere ai capi delFascioe di sbarazzarsene facendoli arrestare! Non si ha ragione, dunque, di esclamare che questa prodezza degli agenti del Prefetto De Rosa costituisce la più enorme e imprudente provocazione?

Io che a Milocca mi ero informato della verità con una rapida inchiesta, interrogando il delegato del sindaco di Sutera—cui è aggregato Milocca—il brigadiere dei carabinieri e il luogotenente che comandava il distaccamento di fanteria, indignato scrissi e telegrafai in quella occasione allaTribuna, che l’on. Giolitti in Sicilia faceva più male della banda maurina.

QUARANTOTTO VITTIME D’UNA CALUNNIOSA DENUNZIA

A Gibellina pigliando pretesto da una pacifica dimostrazione, il delegato entrò violentemente nella società agricola, e ne scacciò i soci, arrestandone alcuni; furono strappate violentemente le bandiere e furono sparati diversi colpi in aria dai carabinieri. L’intromissione di alcuni influenti cittadini del luogo e dell’avv. Scaminaci di Santa Margherita evitò scene di sangue, che, date le provocazioni e le violenze della forza pubblica, sembravano imminenti; il delegato ebbe salva la vita per uno stratagemma dello Scaminaci, il quale—sempre in punizione dell’opera pacificatrice—dopo qualche giorno, allo arrivo della forza, venne arrestato, ammanettato, tradotto nelle carceri di Trapani, processato e condannato. Si noti: oltre lo Scaminaci, benquarantottopersone furono arrestate e processate dietro una calunniosa denunzia del funzionante da Sindaco; ma vennerotutte assolte dal Tribunale e la condotta del denunziatore venne severamente stigmatizzata dal Regio Procuratore. A Gibellina non c’eraFascio dei Lavoratori: ma si costituì subito come reazione contro la condotta dell’autorità di pubblica sicurezza e vi s’inscrissero tutti gli uomini validi. Ivi erano vivissime le gare amministrative. I fatti di novembre lasciarono una profonda agitazione ch’ebbe più tardi un sanguinoso epilogo.

LO STATUTO MUTATO IN TRANELLO

Le provocazioni e i fatti analoghi furono a centinaia ed ebbero sempre risultati identici. Dal gennaio 1893 al gennajo 1894 le dimostrazioni pacifiche, gli scioperi legali si seguono e si ripetono in ogni angolo dell’isola e si alternano e provocano violenze e abusi della polizia; e non di rado queste violenze e questi abusi precedono e provocano le dimostrazioni, che in molti punti si ripetono e si alternano con quelle provocate dall’esorbitare dei dazî comunali. L’esercizio dei diritti consentiti dallo Statuto parve tramutato in un tranello teso alla buona fede dei cittadini che finiva sempre colla violazione di tutte le leggi da parte delle autorità. Gli arbitrî e le violenze sono di ogni genere e vengono perpetrati nei momenti acuti e in quelli di calma col proposito deliberato di scompaginare e dissolvere quelle forze popolari che per la prima volta si erano seriamente organizzate in Sicilia, col fine di conseguire il proprio miglioramento economico.

LE VIOLENZE DELLA POLIZIA

E la polizia strappa le bandiere, abbatte porte e finestre per violare il domicilio deiFascie dei singoli soci, li arresta, li processa, li ammonisce, li manda a domicilio coatto. Questa stessa polizia—forte delle sue pessime tradizioni, della impunitàed anche degli incoraggiamenti dei poteri superiori—sin dal primo accenno al moto sociale deiFascimostrò aperta la intenzione di avversarlo in tutti i modi. Esplicazione generale di questa intenzione furono innumerevoli ed arbitrarie perquisizioni domiciliari, inviti altrettanto arbitrarî a cittadini egregi di portarsi in questura o negli uffici della pubblica sicurezza per sentire consigli non richiesti e intemerate villane; contravvenzioni continuate, legali forse, perchè la reazionaria legge di pubblica sicurezza somministra il pretesto per renderle sempre angariche ed odiose; ritiri capricciosi di licenze di minuta vendita; partigiane denegazioni del permesso di portare armi, anche a chi per proprio ufficio non può farne a meno; richieste insistenti e tentativi per avere gli elenchi dei soci deiFasci, per intraprendere il minuto lavorio di disgregamento mercè le lusinghe, le promesse, le minacce, tra le quali quella efficacissima e terribile dell’ammonizione.[42]

I RISULTATI

I risultati di questi procedimenti sono dappertutto uguali e di doppio ordine: da un lato la gagliarda fibra isolana, reagisce, come sempre, e rende simpatici iFascianche a coloro che primitivamente li avversavano, li fa moltiplicare e consolidare; dall’altro le notizie di tante prodezze poliziesche si sparge dappertutto e distrugge l’ultimo avanzo di fiducia che si aveva nelle autorità, infondendo in tutti la convinzione che era vano sperare giustizia da coloro ch’erano preposti a renderla[43].

E quando la magistratura rendeva i suoi verdetti questi non servivano che a rinforzare l’abborrimento contro il governo, le cui male arti erano state bollate dalle autorità competenti. Furono infatti numerose le assoluzioni in particolare presso i tribunali penali di Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo ecc., nei tanti processi capricciosamente promossi dalla polizia (Milocca, Acquaviva, Gibellina,Siculiana, Piana dei Greci ecc. ecc.), tanto che il Generale Corsi malinconicamente osserva:

«Col Codice penale alla mano (?), le autorità politiche facevano arrestare gl’istigatori allo sciopero o i colpevoli delle violenze che avvenivano; ma in base allo stesso Codice ed a criterî, come dicono, o ragioni di giustizia od altre, che non istarò ad esaminare, i Tribunali ne mandavano la maggior parte colla piena assoluzione o colla dichiarazione delnon farsi luogo a procedere. E questi se ne tornavano al loro paese a ridere in faccia a chi si era preso l’incomodo di arrestarli.» (Sicilia, p. 334).

Chiunque conosce un po’ da vicino la nostra magistratura sa che se una colpa grave le si può rimproverare è la soverchia deferenza, se non voglia chiamarsi abbietto servilismo, verso le autorità politiche; se essa assolveva, adunque, è segno certo che il diritto era palesamente dal lato dei cittadini e che non era possibile salvare i rappresentanti del governo dal biasimo, che su loro ricadeva da quelle sentenze assolutorie.

DUREZZA DELLE CLASSI DIRIGENTI

L’opera nefasta del governo centrale e dei suoi rappresentanti locali venne compiuta ed aggravata dalleclassi dirigenti. «I possidenti—dice il generale Corsi—stettero duri al loro interesse e lo vollero intatto nella loro pienezza, come lo intendono loro, cioè col maggiore possibile profitto per essi, conservando ciò che è, respingendo le novazioni... I possidenti e gli affittatori avevano visto avvicinarsi la procella, ne avevano presentito gli effetti. In quelle situazioni in cui si trovavano per consuetudine antica di fronte ai lavoratori, piùche sorpresi o stupiti, n’erano stati impauriti o irritati...» Un accordo avrebbe potuto e dovuto tentarsi; «ma le difficoltà da una parte edall’altraavevano troppo profonde radici: lo stacco era troppo grande e durava da tempi immemorabili; e da un lato vi era odio, dall’altro paura. I signori dunque credettero del loro interesse e della loro dignità di nondipartirsidallo antico costume, divenuto connaturale in loro: stettero fermi o si ritrassero o fecero appena un piccolo passo avanti secondo i luoghi, secondo gli umori, e, direttamente o per mezzo dei loro accoliti, accesero la stampa, assediarono i Prefetti, gridando minacciato gravissimamente l’ordine pubblico, peggiorate enormemente le condizioni della pubblica sicurezza, dando per flagrante tutto il male possibile, e chiedendo, come l’affamato il pane, carabinieri e soldati. A conto fatto, non sarebbe bastato tutto l’esercito italiano—nel periodo della forza minima—per rassicurarli tutti. Molti municipî erano a capo di questa che dobbiamo direreazione, quelli, s’intende, nei quali prevalevano i proprietarî.» (Sicilia, p. 328, 331, 332).

L’INTROMISSIONE DEGLI UFFICIALI

In qualche punto questi accordi desiderati e invocati sono tentati e specialmente per opera dei comandanti dei distaccamenti di truppa; e se si vuol sapere con quanta sincerità ed onestà erano condotte le trattative si può apprenderlo dallo stesso generale Corsi, a cui un Comandante fa una lunga narrazione di tali accordi tentati e condotti a buon punto in un paese e conchiude così: «La situazione lasciava quindi sperare la tranquillità la più assoluta ed il ristabilimento della calma negli animidi tutti, quando ieri sera... alle 11 giunge al Vice ispettore un espresso da... coll’ingiunzione di procedere all’arresto di cinque fra i capi del Fascio, compreso il Presidente.» (p. 340).

LA POLIZIA MUTA LE TRATTATIVE IN INGANNO

Non continuo nella riproduzione delle relazioni di quel Comandante ch’è un osservatore diligente, nè commento il fatto, perchè esso è di una eloquenza irresistibile; avverto solo che i fatti consimili sono innumerevoli; le trattative quasi sempre non hanno che uno scopo: scongiurare una dimostrazione in attesa di rinforzi e arrivati questi si procede all’arresto di coloro ai quali si strinse la mano con effusione e si promisero concessioni eque, ragionevoli.

Questo non è tutto. È grande la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, per l’ostinata persistenza nell’antica usura, pel disprezzo verso i lavoratori e verso le idee nuove, per lo stolto proponimento di farsi arma in certi luoghi degli uni e delle altre—che presero a favoreggiare inopinatamente emore Rabagas—onde sfogarsi contro i nemici ch’erano al potere; e per tutto questo non esito a dire che la responsabilità loro non è minore di quella del governo.

Esse, in generale—che non mancarono le nobili e lodevoli eccezioni—furono fortunate dell’indirizzo preso dal governo; ed angariarono, denunziarono, derisero iFascie i loro socî. In qualche punto si organizzò un veroboicotaggioalla rovescia; non si dette lavoro o lo si retribuì di meno, ai soci de’Fasci. Fecero di peggio: misero in circolazione, specialmente nella provincia di Girgenti, delle petizioni al Sensales ed al Presidente della Camera,—redattein termini calunniosi, infami contro i sodalizî e le classi popolari,—colle quali s’invocavano leggi eccezionali, repressione energica e pronta per ispegnere quello che essi chiamavano il moto sovversivo!

I LAVORATORI DISPERANO DELLA GIUSTIZIA

Si può immaginare piuttosto che descrivere la irritazione e il risentimento che si destò negli animi dei lavoratori per l’attitudine del governo e delle classi dirigenti. I lavoratori intuirono che essi erano le vittime designate di una imminente repressione, stata annunziata e minacciata tutti i giorni e in tutti i luoghi e che doveva essere iniziata col generale scioglimento deiFasci, onde l’odio di classe ch’era vivo ingigantì; e ad ingigantirlo contribuivano le notizie trasmesse oralmente o per mezzo dei giornali da paese a paese, talora false, tal’altra esagerate, inesatte sempre; ed ingigantì sopratutto pel fatto non mai abbastanza deplorato che giammai si vide un prepotente ed un violatore della legge punito; sicchè negli animi dei popolani si ribadì incrollabilmente la credenza, che non si poteva e non si doveva sperare giustizia dal governo.

E in questo stato di animi, che costituiva una vera anarchia politica e morale, si pervenne al mese di dicembre, quando tutto ciò che si era seminato dette i suoi frutti; quando la passione prese il sopravvento; quando la paura del peggio, la speranza di miglioramenti, la sicurezza di ottenerli mostrando i denti fecero confondere tutti i criteri, fecero adoperare i mezzi leciti e quelli illegali. Ma tutto questo avveniva con tanta incoscienza, con tanto insensibile passaggio dal giusto all’ingiusto, con tanto fatale concatenamento di episodî, di provocazionie direazioni, che poca colpa vera si può dare allaparte popolare anche là dove trascese, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Valguarnera, ecc. ecc.

VALGUARNERA

E mi fermo alle scene di Valguarnera, perchè furono caratteristiche. Ivi non c’eraFascio; chi si era adoperato a farlo sorgere aveva dovuto rinunziarvi per mancanza assoluta di elementi adatti, per illealismomonarchico ed anche conservatore di cui facevano mostra a gara i partiti amministrativi in aspro antagonismo tra loro.

Il malessere economico, però, per la crisi zolfifera ed agraria vi era profondo e generale; il fermento nel popolo e la indignazione contro le autorità raggiunsero le proporzioni più alte per la inettitudine, per la imprudenza e per la prepotenza mostrata dal locale delegato di Pubblica sicurezza il giorno 4 dicembre nella miniera di Grottacalda, in occasione della festa di Santa Barbara organizzata dalla amministrazione—composta da persone temperatissime—e alla quale avevano preso parte parecchie migliaia di pacifici lavoratori di Piazza Armerina, di Castrogiovanni e di Valguarnera.

LA SOMMOSSA

In questo stato di animi e con tali autorità il giorno 25 un zolfataro, un certo Di Dio—sopranominatoCottonaro—assai malvisto, comincia ad arringare il popolo esponendo propositi sovversivi, come li qualificarono gli avversari. Il delegato, che non aveva ai suoi ordini se non due carabinieri volle arrestare l’improvvisato tribuno in mezzo ad una folla di alcune migliaia di persone. Non solo: quando la folla ne chiede la liberazione, un carabiniere spara un colpo di rivoltella. Allora si scatena il furore dei dimostranti...

DENUNZIE E FUGHE

Il delegato ed il sindaco scappano e si nascondono; i carabinieri si chiudono nella caserma e i tumultanti rimangono padroni del campo: interrompono le comunicazioni telegrafiche, liberano i detenuti, devastano e incendiano la casa del sindaco, la pretura, gli uffizî pubblici, saccheggiano diverse case e negozî. I danni prodotti sorpassano il milione di lire—ma credo che la cifra sia stata molto esagerata. Nei tumulti di Valguarnera si ebbero a deplorare parecchie rapine che—sia detto ad onore del popolo—non si ripeterono in nessun altro luogo. Spesso anzi ci fu fanatismo nel mostrarsi onesti; e nella stessa Valguarnera, quasi a compenso, si ricorda che i tumultanti posero in cimento la propria vita per salvare alcuni fanciulli in una casa cui avevano appiccato l’incendio. Le rapine si spiegano col fatto che passato il primo momento non restarono a spadroneggiare se non una trentina di malviventi, che non miravano ad altro se non a rubare. Non ci furono morti; e ci fu un solo ferito per un colpo tirato da un carabiniere. All’indomani, all’arrivo della forza e del Prefetto si fecero circa 300 arresti, tra cui molte donne; la massima parte dei liberati dal carcere andarono a costituirsi. Non si riuscì, però, a riprendere il Cottonaro, promotore primo dei disordini; solo dopo parecchi mesi esso si presentò spontaneamente e si afferma da un altro canto, che molti che furono maggiormente responsabili delle rapine e degli incendî si assicurarono la impunità facendola da delatori e mettendosi ai servigî delle autorità politiche e amministrative, denunziando cittadini onestissimi, facendoli arrestareo costringendoli a fuggire. E i latitanti, infatti, furono a centinaia.

Valguarnera rappresenta il prodotto di una serie di cause molteplici, di una lenta preparazione, e della scintilla data dalla provocazione poliziesca.[44]

NOTE:[41]Avvertii sempre e raccomandai con tutte le mie forze e in tutte le occasioni la istruzione agli operai. Questi miei sforzi ha riconosciuto il generale Corsi (Siciliap. 298) e gliene sono grato come del migliore elogio che poteva farmi.[42]Conosco aneddoti piccanti su questa richiesta dello elenco dei soci deiFasci. Eccone uno: il sotto prefetto di X... voleva ad ogni costo quello di un paese del suo circondario. Il presidente del Fascio lo negò al delegato di P. S. e questi per non fare cattiva figura presso il superiore ne creò uno di sana pianta comprendendovi molti avversari delFascio! In quanto ad esattezza d’informazioni su persone sospette il colmo del ridicolo e dell’infamia nello stesso tempo si ha avuto dopo l’attentato del Lega contro l’on. Crispi. Il ministero ha chiesto alle autorità locali la biografia e la fotografia degli anarchici e dei socialistipericolosi; e nello elenco di questi individuipericolosila maggioranza è rappresentata da persone non solo onestissime, ma che non sono nè anarchiche, nè socialiste, nè repubblicane, ma semplicemente invise per ragioni personali ai sindaci, ai delegati di pubblica sicurezza ed ai prefetti. Gli elenchi della provincia di Caltanisetta, compilati dal famigerato Prefetto De Rosa sono un capolavoro d’infamia.[43]A proposito della resistenza energica opposta sempre alle prepotenze governative mi sembrano opportune queste parole pronunziate da Cordova nel 1863: «I Siciliani sono avvezzi da lungo tempo a considerare il Governo come tenuto a rispettare la legge, ed anche quando essi per avventura non la rispettano, pretendono che il governo la rispetti. È un’abitudine acquistata dalle loro antiche istituzioni e consacrata dal patto del 1812, in cui un articolo esplicito diceva:Ogni cittadino ha il diritto di far resistenza all’autorità pubblica, se questa non opera in conseguenza della legge.» Questo ricordo vale se non altro a dimostrare come certe costituzioni consacrassero in Italia sul cominciare del secolo principi assai più liberali di quelli contenuti nello Statuto delmagnanimoCarlo Alberto.»[44]I luoghi nei quali durante il 1893 avvennero provocazioni, dimostrazioni e abusi di ogni sorta sono numerosi. Dai giornali sono riuscito a comporre questo elenco ch’è incompleto:Palermo, Serradifalco, Campobello di Licata, Prizzi, S. Giuseppe Jato, Piana di Greci, Floridia, Borgetto, Scicli, Ravanusa, Mazzara del Vallo, Catenanuova, Partinico, Bisacquino, Corleone, Sancipirrello, Chiusa Sclafani, Sommatino, Villafranca, Termini Imerese, Canicattì, Terranova di Sicilia, Santa Croce Camerina, Naro, Grotte, San Cataldo, Campofiorito, Mezzomonreale, Campofranco, Pioppo, Palazzo Adriano, Lentini, Milocca, Belmonte-Mezzagno, Parco, Acquaviva Platani, Sutera, Lercara, Siracusa, Casteltermini, Villafrati, Siculiana, Casale Floresta, Montelepre, Cattolica Eraclea, Villarosa, Aragona, Caltabellotta, Paceco, Contessa Entellina, Montemaggiore Belsito, Alcamo, Valledolmo, S. Ninfa, Castronovo, Bambina, Ciminna, Mezzojuso, Cerda, Cefalù, Rosolini, Castelvetrano, Racalmuto, Santa Caterina Villarmosa, Balestrate, Trappeto, Caltanissetta, Spaccaforno, Modica, Francofonte, Piazza Armerina, Gibellina, Lucca Sicula, Butera, Bivona, Burgio, Roccadifalco, Pietragliata, Rocca, Petralia Soprana, Comitini, Terrasini, Misilmeri, Ragusa, Partanna, Salemi, Salaparuta, Trapani, Camporeale, ecc., ecc.

[41]Avvertii sempre e raccomandai con tutte le mie forze e in tutte le occasioni la istruzione agli operai. Questi miei sforzi ha riconosciuto il generale Corsi (Siciliap. 298) e gliene sono grato come del migliore elogio che poteva farmi.

[41]Avvertii sempre e raccomandai con tutte le mie forze e in tutte le occasioni la istruzione agli operai. Questi miei sforzi ha riconosciuto il generale Corsi (Siciliap. 298) e gliene sono grato come del migliore elogio che poteva farmi.

[42]Conosco aneddoti piccanti su questa richiesta dello elenco dei soci deiFasci. Eccone uno: il sotto prefetto di X... voleva ad ogni costo quello di un paese del suo circondario. Il presidente del Fascio lo negò al delegato di P. S. e questi per non fare cattiva figura presso il superiore ne creò uno di sana pianta comprendendovi molti avversari delFascio! In quanto ad esattezza d’informazioni su persone sospette il colmo del ridicolo e dell’infamia nello stesso tempo si ha avuto dopo l’attentato del Lega contro l’on. Crispi. Il ministero ha chiesto alle autorità locali la biografia e la fotografia degli anarchici e dei socialistipericolosi; e nello elenco di questi individuipericolosila maggioranza è rappresentata da persone non solo onestissime, ma che non sono nè anarchiche, nè socialiste, nè repubblicane, ma semplicemente invise per ragioni personali ai sindaci, ai delegati di pubblica sicurezza ed ai prefetti. Gli elenchi della provincia di Caltanisetta, compilati dal famigerato Prefetto De Rosa sono un capolavoro d’infamia.

[42]Conosco aneddoti piccanti su questa richiesta dello elenco dei soci deiFasci. Eccone uno: il sotto prefetto di X... voleva ad ogni costo quello di un paese del suo circondario. Il presidente del Fascio lo negò al delegato di P. S. e questi per non fare cattiva figura presso il superiore ne creò uno di sana pianta comprendendovi molti avversari delFascio! In quanto ad esattezza d’informazioni su persone sospette il colmo del ridicolo e dell’infamia nello stesso tempo si ha avuto dopo l’attentato del Lega contro l’on. Crispi. Il ministero ha chiesto alle autorità locali la biografia e la fotografia degli anarchici e dei socialistipericolosi; e nello elenco di questi individuipericolosila maggioranza è rappresentata da persone non solo onestissime, ma che non sono nè anarchiche, nè socialiste, nè repubblicane, ma semplicemente invise per ragioni personali ai sindaci, ai delegati di pubblica sicurezza ed ai prefetti. Gli elenchi della provincia di Caltanisetta, compilati dal famigerato Prefetto De Rosa sono un capolavoro d’infamia.

[43]A proposito della resistenza energica opposta sempre alle prepotenze governative mi sembrano opportune queste parole pronunziate da Cordova nel 1863: «I Siciliani sono avvezzi da lungo tempo a considerare il Governo come tenuto a rispettare la legge, ed anche quando essi per avventura non la rispettano, pretendono che il governo la rispetti. È un’abitudine acquistata dalle loro antiche istituzioni e consacrata dal patto del 1812, in cui un articolo esplicito diceva:Ogni cittadino ha il diritto di far resistenza all’autorità pubblica, se questa non opera in conseguenza della legge.» Questo ricordo vale se non altro a dimostrare come certe costituzioni consacrassero in Italia sul cominciare del secolo principi assai più liberali di quelli contenuti nello Statuto delmagnanimoCarlo Alberto.»

[43]A proposito della resistenza energica opposta sempre alle prepotenze governative mi sembrano opportune queste parole pronunziate da Cordova nel 1863: «I Siciliani sono avvezzi da lungo tempo a considerare il Governo come tenuto a rispettare la legge, ed anche quando essi per avventura non la rispettano, pretendono che il governo la rispetti. È un’abitudine acquistata dalle loro antiche istituzioni e consacrata dal patto del 1812, in cui un articolo esplicito diceva:Ogni cittadino ha il diritto di far resistenza all’autorità pubblica, se questa non opera in conseguenza della legge.» Questo ricordo vale se non altro a dimostrare come certe costituzioni consacrassero in Italia sul cominciare del secolo principi assai più liberali di quelli contenuti nello Statuto delmagnanimoCarlo Alberto.»

[44]I luoghi nei quali durante il 1893 avvennero provocazioni, dimostrazioni e abusi di ogni sorta sono numerosi. Dai giornali sono riuscito a comporre questo elenco ch’è incompleto:Palermo, Serradifalco, Campobello di Licata, Prizzi, S. Giuseppe Jato, Piana di Greci, Floridia, Borgetto, Scicli, Ravanusa, Mazzara del Vallo, Catenanuova, Partinico, Bisacquino, Corleone, Sancipirrello, Chiusa Sclafani, Sommatino, Villafranca, Termini Imerese, Canicattì, Terranova di Sicilia, Santa Croce Camerina, Naro, Grotte, San Cataldo, Campofiorito, Mezzomonreale, Campofranco, Pioppo, Palazzo Adriano, Lentini, Milocca, Belmonte-Mezzagno, Parco, Acquaviva Platani, Sutera, Lercara, Siracusa, Casteltermini, Villafrati, Siculiana, Casale Floresta, Montelepre, Cattolica Eraclea, Villarosa, Aragona, Caltabellotta, Paceco, Contessa Entellina, Montemaggiore Belsito, Alcamo, Valledolmo, S. Ninfa, Castronovo, Bambina, Ciminna, Mezzojuso, Cerda, Cefalù, Rosolini, Castelvetrano, Racalmuto, Santa Caterina Villarmosa, Balestrate, Trappeto, Caltanissetta, Spaccaforno, Modica, Francofonte, Piazza Armerina, Gibellina, Lucca Sicula, Butera, Bivona, Burgio, Roccadifalco, Pietragliata, Rocca, Petralia Soprana, Comitini, Terrasini, Misilmeri, Ragusa, Partanna, Salemi, Salaparuta, Trapani, Camporeale, ecc., ecc.

[44]I luoghi nei quali durante il 1893 avvennero provocazioni, dimostrazioni e abusi di ogni sorta sono numerosi. Dai giornali sono riuscito a comporre questo elenco ch’è incompleto:

Palermo, Serradifalco, Campobello di Licata, Prizzi, S. Giuseppe Jato, Piana di Greci, Floridia, Borgetto, Scicli, Ravanusa, Mazzara del Vallo, Catenanuova, Partinico, Bisacquino, Corleone, Sancipirrello, Chiusa Sclafani, Sommatino, Villafranca, Termini Imerese, Canicattì, Terranova di Sicilia, Santa Croce Camerina, Naro, Grotte, San Cataldo, Campofiorito, Mezzomonreale, Campofranco, Pioppo, Palazzo Adriano, Lentini, Milocca, Belmonte-Mezzagno, Parco, Acquaviva Platani, Sutera, Lercara, Siracusa, Casteltermini, Villafrati, Siculiana, Casale Floresta, Montelepre, Cattolica Eraclea, Villarosa, Aragona, Caltabellotta, Paceco, Contessa Entellina, Montemaggiore Belsito, Alcamo, Valledolmo, S. Ninfa, Castronovo, Bambina, Ciminna, Mezzojuso, Cerda, Cefalù, Rosolini, Castelvetrano, Racalmuto, Santa Caterina Villarmosa, Balestrate, Trappeto, Caltanissetta, Spaccaforno, Modica, Francofonte, Piazza Armerina, Gibellina, Lucca Sicula, Butera, Bivona, Burgio, Roccadifalco, Pietragliata, Rocca, Petralia Soprana, Comitini, Terrasini, Misilmeri, Ragusa, Partanna, Salemi, Salaparuta, Trapani, Camporeale, ecc., ecc.

Indice

La serie interminabile delle provocazioni e delle dimostrazioni, illuminata qua e là dal sinistro bagliore degli incendî, ebbe i suoi episodî sanguinosi che meritano una speciale trattazione. Questi episodî rappresentano l’epilogo di una situazione tesa e scabrosa e l’inizio di una repressione, che, a dire il vero, fu quasi sempre incosciente e non preparata direttamente, ma che scattò improvvisa e spontanea, quale risultanza però delle istruzioni generali date, della imprevidenza nello eseguirle, dello eccitamento degli animi di tutti, della paura di essere sopraffatti negli uni, della coscienza del proprio diritto negli altri.

Sangue, e in che misura! era stato versato a Caltavuturo in principio del 1893; sangue si continuò a versare a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo; ma dopo alcuni mesi di sosta nello svolgersi della triste cronaca, nessuno si attendeva che si dovesse ricominciarla e continuarla più luttuosa che pel passato!

LA CRONACA TRISTE CONTINUA

Ricomincia a Giardinello. Giardinello è un piccolo paese di 800 abitanti. Sul conto dell’amministrazione comunale e del sindaco Caruso le più contraddittorie notizie corsero. Io sento il dovere di dire che persona degna di fede a me assicurò che il Caruso amministrasse paternamente; ed egli stesso in una lettera al Direttore dellaTribunasi scagionò con apparenza di verità di molte accuse lanciate contro di lui.

D’altra parte persona non sospetta di tenerezze per la causa dei lavoratori rivelò allo stesso corrispondente dellaTribunache il municipio di Giardinello era una vera e propriaMarcita,—termine lombardo adoperato dall’interlocutore—un feudo del Sindaco. IlFascio, presieduto dal sig. Piazza, aveva chiesto da tempo delle riduzioni di tasse: sul focatico, sulle vetture, sui dazî di consumo; il sindaco aveva promesso di provvedere almeno in parte, ma invece nei nuovi ruoli vi fu maggior rigore e minore equità che nei primi.

La stessa lettera del Sindaco, del resto, suggerisce al temperatissimo Cavalieri osservazioni che suonano biasimo aperto pei criterî amministrativi che si seguono in Sicilia e che vengono addotti a difesa propria dal Sindaco di Giardinello (IFasciecc., pagine 30 e 31). Quali che siano le ragioni dell’una parte e dell’altra, la catastrofe, che ne seguì e che commosse l’Italia rimane ingiustificabile ed è tuttora inesplicata.

I TUMULTI DI GIARDINELLO

Il giorno 10 dicembre, domenica, all’uscire dalla messa, nella piazza della chiesa si formò una dimostrazione al grido:Abbasso le tasse e il Municipio, quindi alcuni socî del Fascio andarono dal sindaco per cercare di comporre la faccenda e lo trovarono dinanzila porta di casa sua; alla richiesta dei dimostranti egli rispose che nonci avevo colpa, che se ne lavava le mani,che la colpa era tutta dei consiglierie chepotevano fare il diavolo a quattro, lui non si sarebbe disturbato per questo.

E dopo avere così consigliato la calma ed evitato un grave pericolo, il sindaco montò le scale che conducevano nel suo studio, e vi rimase lungamente. I dimostranti seguitavano a gridare sotto i balconi del sindaco, il quale a calmare glispiriti bollentiapplicò loro una cura idroterapica buttando molta acqua e fresca su tutte quelle teste riscaldate.

L’effetto della cura fu immediato: la folla non si ribella al brutale trattamento e corre invece—trascinata certo da qualche mestatore—al palazzo municipale, dove, eccitata certo da chi aveva interesse che documenti compromettenti fossero distrutti, comincia la devastazione, l’incendio; e tutti gli armadi, le sedie, i registri sono posti l’uno su l’altro e le fiamme avide, distruggono ogni cosa.

Dopo, i tumultuanti continuarono a percorrere le vie del paese seguendo una donna che portava in alto il ritratto del Re e della Regina.

Appena cominciati i primi disordini, un carabiniere partì per Montelepre a chiamare dei rinforzi ed è falso che contro costui siano stati tirati quattro colpi di fucile andati a vuoto.

Conosciutasi la notizia a Montelepre partivano 5 o 6 carabinieri e 22 bersaglieri comandati dal sottotenente Cimino, alla volta di Giardinello e quivi giunti si disposero a traverso la strada principale tra la casa del sindaco e il Municipio.


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