NOTE:

L’ECCIDIO

La folla impavida, forte forse del talismano che portava, andò incontro ai soldati sempre con lo stesso grido:abbasso le tasse,...... Il sottotenente tenta invano di calmare i dimostranti i quali per l’avanzarsi di quelli che stavan dietro minacciavano di rompere il cordone della truppa.—Fu allora che il sottotenente esclamò: «Allontanatevi o sarò costretto a dare ordine di caricare le armi». I più vicini tornarono indietro, il presidente del Fascio alla contadina che portava il ritratto del re disse:Suruzza, jamuninni vasinnò nni sparanu(sorella, andiamo se no ci sparano). E quando tutto volgeva pel bene, una fucilata sinistramente risuonò. Fu questo il segno dell’eccidio, sparano i soldati, sparano i carabinieri e le grida disperate e i lamenti dei feriti, il pianto di tutti resero lo spettacolo selvaggio e commovente. Anche i poveri soldati spaventati corsero come forsennati per la campagna.

Allora, seminata la via di feriti, la folla uccide il messo comunale che, sogghignando, mostrava il suo compiacimento per tanti caduti.

Chi ordinò il fuoco? donde partì la prima fucilata? Le voci più disparate corsero in proposito, ma il mistero non fu svelato. Il generale Corsi che solo di questa strage fa cenno—forse perchè il suo animo mite rifugge dalle scene di orrore—narra seccamente: «Fu caso, fu disgrazia. Una massa di gente di unpacificopaesello, rumoreggiante, inebbriata della sua audacia medesima, si serra addosso ad un piccolo drappello di soldati, spinta da tergo da chi non vede il pericolo; nessuno comanda il fuoco; ma il fuoco scoppia perchè i soldatistanno per essere travolti. La stampa ne fa gran rumore in Sicilia, in tutta Italia; si scrive che la truppa ha tirato freddamente sopra un popolo festante; non si vuole vedervi altro che una strage d’innocenti. Il governo n’è spaventato.» (Sicilia, p. 322)[45].

I morti furono 11, dei 12 feriti portati all’ospedale di Palermo 9 furono dichiarati in pericolo di vita. 5 solamente furono colpiti con palle a mitraglia e gli altri da palle non tirate da militari, vi furono pure uomini feriti daquadretti e migliarini.

A Giardinello, precisamente come a Caltavuturo, le autorità non seppero trovare un colpevole tra coloro che spararono. Ne trovarono bensì a decine tra i poveri contadini che avevano partecipato alla dimostrazione e che si ebbero in pena dal Tribunale militare anni ed anni di reclusione!

LERCARA

Dopo Giardinello, Lercara. Anche qui c’è miseria grande derivante in gran parte dalla crisi zolfifera, anche qui ci sono odî inveterati e feroci tra alcune famiglie che si disputano con tutti i mezzi l’amministrazione comunale, qualcuna delle quali si afferma che abbia soffiato nel fuoco. E il fuoco divampò il 20 Dicembre in una dimostrazione coi ritratti del Re e della Regina al grido di:Abbasso le tasse! Abbasso il Sindaco!Si viene a colluttazionecolla forza e rimangono feriti o contusi alcuni uomini della forza, tra i quali il delegato di pubblica sicurezza ed un tenente delle truppe. Durante la notte e all’indomani arrivano altre truppe.—Il sotto prefetto di Termini-Imerese—che arringa il popolo da un balcone durante una nuova dimostrazione seguita da incendi dei posti daziari, da devastazioni e da saccheggi—è male accolto e costretto a scappare. Avviene un’altra colluttazione nella quale vengono uccisi undici cittadini e feriti molti altri! Contro isoldatila folla non adoperò che sassi e bastoni.

PIETRAPERZIA

A Pietraperzia il 1º gennajo 1894 si ripetono gli stessi fatti di Giardinello e di Lercara; le cause sono le stesse: la miseria e il malumore contro il municipio, per le tasse e specialmente pel fuocatico. I partiti locali che si combattono da anni con accanimento si accordarono soltanto nell’accusare i poveri contadini dei quali si osò negare la miseria!

In queste denegazioni fu audacissimo il sindaco Nicoletti, che innanzi al Tribunale militare affermò inesistenti le tasse odiose nel suo paese, e l’amministrazione esemplare, e provvida per i bisogni di tutti. «Sì!—gli rispose con amara ironia un difensore, il capitano Schioppo—tasse non ve ne sono, perchè il fuocatico e il dazio sulla farina non pesano sul popolo; e l’amministrazione comunale è tale modello, che a Pietraperzia si può credere, che si sia avverato il famoso motto di Enrico IV!»

Ivi, come dappertutto, i lavoratori si riuniscono e cominciano a gridare:Viva il Re! abbasso il Sindaco! abbasso le tasse!

Si dice che il Delegato di P. S. e il maresciallodei carabinieri abbiano invitato la folla a sciogliersi e che siano state fatte le regolari intimazioni, ma che la folla invece di sciogliersi abbia tirato delle fucilate contro i soldati, i quali per legittima difesa risposero facendo fuoco.

Da tutte le mie informazioni, però, mi risultano infondate o alterate tali asserzioni; se i contadiniavesserofatto fuoco, tra i soldati ci sarebbe stato qualche morto.

GLI ECCESSI DOPO LA STRAGE

Invece otto contadini rimasero uccisi e quindici gravemente feriti. Compiuta la strage, i soldati si rinchiusero nella Chiesa di Santa Maria e il popolo esasperato si dette agli incendi e alla devastazione del Casino dei Galantuomini, del municipio e di altri uffizî pubblici. Questi eccessi della folla, è bene rilevarlo, seguirono e non precedettero la strage.

Il Consiglio, nella massima parte inviso, si dimise. Non mancarono i soliti numerosi arresti. Si afferma che a Pietraperzia ilFascio, di recente formazione e composto di analfabeti, abbia preso parte attiva ai tumulti; ma la verità non si può sapere facilmente perchè non si potè sinora sentire che una sola campana, quella dei più ricchi proprietari. Non ha sonato ancora quella dei lavoratori. Il terrore regnò per parecchio tempo a Pietraperzia e non fu possibile avere esatte notizie.

Settantatre disgraziati furono trascinati al Tribunale militare di Caltanissetta e di essi soli 20 furono assolti; gli altri furono condannati a pene che variano dai 3 ai 21 anni di reclusione. La sentenza fece dolorosissima impressione e fu notato che un colonnello dell’esercito dava pietosamente paroledi conforto alle desolate famiglie dei condannati.

GIBELLINA

Il giorno 2 gennaio è la volta dell’eccidio di Gibellina. Ha qualche cosa di specialmente lugubre; e di esso si avvalsero gli uomini del governo per denigrare il popolo, che in un momento di furore cieco uccise il pretore Casapinta. Ma perchè? quando?

Narriamo. Gibellina conta circa 10,000 abitanti ed è dedita esclusivamente all’agricoltura. Si afferma da molti che vera miseria non vi sia e che vi siano numerosi i piccoli proprietarî—di quella categoria però, che l’on. Damiani paragonò ai proletarî perchè la proprietà di una catapecchia o di un campicello non basta a sfamare. Certo è che la emigrazione vi si accrebbe notevolmente negli ultimi anni; e questo è indizio sicuro di malessere economico. È certo del pari che le tasse comunali, specialmente quella sugli animali e il focatico, vi erano pesanti ed invise e che era grande il risentimento contro le autorità politiche—rappresentate dal delegato di P. S.—per i fatti del 4 novembre narrati avanti. Vi sono i soliti partiti locali, i cui caporioni si odiano reciprocamente; quello al potere, protetto dalla Prefettura di Trapani, qualificato addirittura tirannico, si dice abbia considerato la cassa comunale come lo sfamatoio della propria famiglia e dei propri adepti. Gli oppositori, ricchissimi, si vuole che abbiano soffiato nel fuoco; regalarono una bandiera alFascio—essi che in fondo sono conservatori—e si rimproverò loro—stranissimo rimprovero!—che dessero agli operai un salario più elevato degli altri.

Questo l’ambiente dove si svolsero i fatti del 2 gennaio.

Da parecchi giorni si buccinava che si doveva fare una dimostrazione contro il municipio: corsero trattative di conciliazione tra i partiti; si cercò dare soddisfazione alla opinione pubblica dal sindaco, accettando alcune delle proposte messe avanti dalFascio, il cui presidente sig. Palermo si cooperò sempre per mantenere la calma e l’ordine; a quasi tutte le trattative presero parte attiva il capitano Macchi del 37º fanteria, e il pretore Casapinta e la loro fu azione lodevole. Ma ciò che chiedevasi con maggiore insistenza erano le dimissioni del sindaco e del consiglio; cosa che non potevasi ottenere, come disse il capitano, perchè il sindaco di dimissioni non voleva assolutamente saperne!

L’ECCIDIO

Nel giorno dell’eccidio il municipio era occupato militarmente e il capitano trovavasi nella sala del Consiglio, mentre la folla appressavasi gridando come sempre:Abbasso il Sindaco! abbasso le tasse! abbasso il consiglio comunale!Erano circa tre mila persone con alla testa la bandiera delFascio, che fu issata al balcone della casa municipale dov’erano riuniti il Capitano Macchi, il sindaco e molti altri che discutevano sui provvedimenti da prendere.

Ad un tratto comincia il fuoco contro la popolazione inerme: quattordici caddero morti immediatamente. Non vi furono squilli di tromba e i soldati spararono sulla folla a bruciapelo. Il numero dei feriti fu grandissimo e non potè esser mai esattamente constatato perchè tutti si nascosero, sapendosi che anche i feriti gravi venivano arrestati e condotti a Trapani: ad un certo Tramonte fu amputato il braccio nelle prigioni di Trapani e gli si negò di poter rimanere a casa guardato a vista.

Compiuta la strage i soldati—per ordine del Capitano Macchi, che rapidamente discese dalla casa comunale appena sentì le fucilate—si ritirarono, e Gibellina rimase in balía del popolo giustamente esasperato. Fu allora che venne ucciso a sassate ed a bastonate il povero pretore Casapinta, ch’era stimato da tutti e che si era cooperato ad impedire la catastrofe; ma ciò avvenne per isbaglio, gli addebitarono il comando del fuoco, essendo stato scambiato pel delegato di Pubblica Sicurezza, Vincenzo Trani, che alle antiche aveva aggiunto nuove ragioni di odio contro di sè.

Costui fu generosamente ricoverato da un farmacista, e si salvò, fuggendo travestito, dall’ira di quel popolo il quale contro di lui sarebbe forse stato implacabile.

Per alcuni giorni Gibellina rimase assolutamente senza forza e senza autorità; eppure non vennero molestati coloro, che erano considerati come i veri promotori dell’eccidio!

LA RESPONSABILITÀ

A Gibellina si sa almeno su chi fare ricadere la colpa immediata della catastrofe. Il capitano Macchi allontanò da sè la responsabilità dell’accaduto; e non gliene spetta, poichè è voce generale da nessuno sinora smentita, che il fuoco venne ordinato del delegato di P. S. affacciatosi dal balcone del Municipio. Il luogotenente che in piazza trovavasi alla testa dei 35 soldati credendo che l’ordine fosse partito del capitano comandò il fuoco. Per colmo di odiosità le guardie campestri, ligie al sindaco, nascoste in un campanile vicino—ciò che farebbe supporre una certa premeditazione—tirarono ripetutamente sulla folla.

Quando le autorità governative ripresero possessodel disgraziato paese dove regnava lo squallore, si fecero arresti in massa e si vuole che la maggior parte degli arresti avvenissero nelle file dell’opposizione e su di una lista compilata dal partito che stava al potere.

Dopo tali disgraziati avvenimenti, l’odio e la diffidenza dei contadini controli cappeddasi sono accresciuti in modo terribile; tanto che essi sfuggirono come un leproso un inviato da un comitato di Palermo, che v’era andato a fare un’inchiesta per poter distribuire dei soccorsi alle vittime.

BELMONTE-MEZZAGNO—MARINEO

I tumulti di Belmonte-Mezzagno vanno ricordati perchè con un colpo di rivoltella vi venne ferito un soldato, che poco dopo morì, lo Sculli. A questa povera vittima furono fatte solenni onoranze; ma furono consacrati all’infamia i contadini uccisi dai soldati.

Peggio ancora avvenne all’indomani del funesto principio del 1894, a Marineo.

Anche lì avvengono le solite dimostrazioni con leggere colluttazioni con la forza, in una delle quali c’è un solo ferito di baionetta; ma il giorno 3 si ripetono le dimostrazioni e poi che la folla rifiuta di sciogliersi, dopo le intimazioni di legge ed una scarica in aria, la truppa fa fuoco e vengono uccise otto persone sul colpo e dieci muoiono poco dopo per le ferite ricevute. Il numero dei feriti non si può precisare, perchè i più si nascosero: ma dev’essere stato considerevole se proporzionato al numero dei morti.

Il giorno 4 viene proclamato in Sicilia lo stato di assedio: il generale Morra di Lavriano e della Montà assume formalmente i poteri di Regio Commissariostraordinario del Re, ch’esercitava di fatto sin dal suo arrivo in Sicilia. Nel manifesto con cui il Regio Commissario straordinario annunziò l’avvenimento, in ultimo era detto che ai contravventori sarebbero stati applicati gli articoli dal 246 al 251 del Codice penale militare. Perchè si possa giudicare della opportunità dell’applicazione è bene si sappia che tali articoli considerano i casi in cui... il territorio del regno è invaso datruppe nemiche!

L’ULTIMO MASSACRO

All’indomani della proclamazione dello stato di assedio si chiude la serie dei massacri con quello di Santa Caterina Villarmosa.

Ivi, tra i due partiti municipali da gran tempo non c’era buon sangue; la miseria tra i contadini,—il paese è essenzialmente agricolo—era grande; un Fascio vi si era costituito, nel quale per dissidi tra coloro che lo dirigevano, al momento della catastrofe nessuno esercitava una influenza, perchè erano dimissionari da parecchi giorni il segretario e il vice-presidente, ed era assente da tempo il presidente; ilFasciorappresentava un vero corpo senza capo. E la catastrofe avvenne terribile e inattesa, come m’assicurarono il sindaco e il capo del partito contrario.

SANTA CATERINA VILLARMOSA

Il giorno cinque è certo che ancora non era stata annunziata ai cittadini di Santa Caterina Villarmosa la proclamazione dello stato di assedio; nè c’è da meravigliarsene perchè poche ore si può dire ch’erano trascorse dalla comunicazione. Fu lo stesso Comando dei Carabinieri, che dichiarò chenessunoaveva visto il manifesto; ciò risultò anche dal processo svoltosi innanzi al Tribunale militare di Caltanissetta. Se fosse stata annunziata e spiegata bene ai povericontadini la misura, probabilmente essi avrebbero tenuto diverso contegno. Ma quantunque essi tutto ignorassero non si creda che abbiano trasceso, come in tanti altri punti. Tutt’altro. Il giorno 5, infatti, non si trattò che di questo: una folla enorme percorreva il paese—con una bandiera sormontata dai ritratti del Re, della Regina e da un crocefisso,—gridando:viva il Re! abbasso le tasse!Non ci furono incendi, non ci furono devastazioni nè in uffici pubblici, nè in case e magazzini privati; non si assaltò il municipio e molto meno si potevano assaltare i casotti del dazio—come annunziarono telegrammi uffiziali con impudente menzogna—i quali non esistevano! Le autorità che avevano avuto sentore della dimostrazione avevano chiesto ed ottenuto rinforzi da Caltanissetta, otto soldati ed un tenente dei carabinieri, che uniti ai quattro carabinieri ch’erano di stazione formarono un totale ditrediciuomini!

Il tenente dei carabinieri, Colleoni, pensò che l’autorità doveva rimanere alla forza e fece mostra di tutte le sue attitudini strategiche impostando i suoi dodici uomini nella strada che fronteggiava la grande piazza Garibaldi, d’onde dovevano passare i pacifici dimostranti. Quando questi pervennero nella piazza e vi si pigiarono in modo da non potersi muovere, il tenente dei carabinieri intimò alla folla di sciogliersi e fece suonare i tre squilli. Fra il secondo e il terzo, un maestro di scuola, il Capra, esortò il popolo a sciogliersi; ma il popolo credendo di non violare alcuna legge protestando contro i balzelli, e incorato con particolarità da alcune donne ardite, non si mosse se non dopo che il terreno fu seminato di morti edi feriti in seguito alleripetutescariche ordinate dal tenente dei carabinieri. Quando la piazza venne sgombrata, per molte ore rimasero abbandonati al suolo gliundicimorti e i più gravemente feriti—donne, uomini, vecchi e bambini—in mezzo alle pozze di sangue!

MENZOGNE SPUDORATE

E adesso poche altre osservazioni. Come i telegrammi ufficiali mentirono nel dare i particolari della dimostrazione cui attribuirono atti non commessi, così evidentemente mentirono nel dare alcune notizie che volevano lasciar comprendere esservi stata da parte del popolo prima l’aggressione e poi la resistenza, fosse anche una larva. Si parlò di un colpo di rivoltella tirata contro il maresciallo dei carabinieri, ma il colpofortunatamentenon partì; e separtì, quantunque abruciapelo,... non ferì; si parlò di una coltellata contro un soldato, mafortunatamentela lama non arrivò alle carni; si parlò di sassi scagliati contro la truppa, mafortunatamentenon un soldato venne colpito!...

Troppa fortuna davvero!

E poi, la rivoltella non fu trovata; i carabinieri sequestrarono solo un’accetta... senza padrone.

Cose queste, che furono anche constatate dai corrispondenti dellaTribunae delResto del Carlino, andati sul luogo.

La narrazione fatta dal tenente Colleoni innanzi al Tribunale militare esclude tutte le calunniose notizieufficialidivulgate sul contegno dei poveri contadini di Santa Caterina. Egli, a domanda del Presidente Colonnello Orsini rispose: «avere ordinato il fuoco perchè aveva acquistato il concetto preciso dell’aggressione che voleva fare la folla dalle paroledi un certo Manzoni e dalle armiintravistesotto i vestiti dei dimostranti...»

Non mettiamo in dubbio la vista lincea di quell’ufficiale, ma è giusto riferire le parole di fuoco del Manzoni; questi disse al Colleoni:fate ritirare la truppa e la folla colle buone si disperderà.

Lo stesso Colleoni confessò che prima che la truppa facesse fuoco non ci furononè pietrate, nè colluttazioni... Se qualche sasso fosse volato dopo le ripetute scariche, quando il suolo era seminato di morti e di feriti, chi oserebbe maravigliarsene e condannare?

Ancora: nel processo, come capo temibile della sommossa venne designato il contadino La Placa, cui si rivolse la particolare accusa di avere strappato la baionetta al Maresciallo dei Carabinieri in una colluttazione corpo a corpo. Ebbene il terribile ribelle ricevette due ferite allespallein quella colluttazione; sicchè riferendosi alla topografia di tali ferite e al momento in cui il maresciallo asseriva avergliele inferte, il La Placa ingenuamente osservava:Le braccia l’uomo le ha davanti o di dietro?

LA LOGICA DE’ CONTADINI

La folla aveva tante intenzioni ostili—ed era composta da migliaia di persone!—che dette tempo al suddetto maresciallo di ricaricare la rivoltella per freddare il contadino che a bruciapelo gli aveva tirato un colpo di pistola... Oh! con quanto rigore di logica semplice e irresistibile a chi parlava di fucilate tirate dal popolo, un contadino dalla gabbia esclamò:signor Presidente, i nostri fucili ammazzano!E non uno deitredicisoldati fu ammazzato...

LA FEROCIA DEL POPOLO

E della ferocia e delle cattive intenzioni del popolo si ebbe altra prova luminosa. Il marescialloquando non ebbe più cartucce, credette bene di ricoverarsi in una casa che vide aperta; ivi una trentina di contadini eransi ricoverati per isfuggire al massacro. Lo ebbero in mano inerme, trenta contro uno, e non gli torsero un capello e l’accolsero!

A Benedetto Salemi, che all’indomani della strage lo interrogò su questo particolare, il maresciallo rispose:Erano tanto impauriti!

«Fosse stato anche vero, osservò il Salemi, che una trentina di uomini pravi, feroci (come venivano designati) avessero avuto paura di uno disarmato..., ma era quella la risposta di un soldato italiano? dire vili a degli onesti, che virilmente gli avevano regalato la vita!»

Il Salemi, nelSiciliano, de’ 9 e 10 gennaio 1894, fece un’esatta e commovente descrizione dei casi di Santa Caterina. Dalla quale, mi piace di riportare il luogo seguente, dove egli narra la sua visita al cimitero.

AL CIMITERO

«Si va al cimitero per una via che sale leggermente ad un colle.

«Nel piccolo campo dei morti, a sinistra, stavano schierate le casse che serrano i poveri uccisi. Ce n’era una, grande: una vecchia barella tinta di grigio con due larghe fasce di nero che s’incrociavano.

«Il custode, levato una grossa pietra da su il coperchio, lo sollevò.

«Nella vecchia barella avevano messo due cadaveri: uno su l’altro: uno con la faccia sotto i piedi dell’altro! Sopra, stava un ragazzo; era morto dopo una lunga agonia e aveva gli occhi a pena socchiusi, e sul viso profilato ancora un’espressione diangoscia. L’altro era un uomo, con un po’ di barba sotto il mento. Aveva i grandi occhi neri sbarrati: era morto nel vigor della vita, fulminato, e quegli occhi vitrei che dal corpo supino guardavano il cielo, pareva invocassero, ancora morti, il Cielo: pareva che quello sguardo, con una serenità lunga di eroe, dicesse: «O Signore, Signore! vedete....»

«Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce n’era una, piccola, foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata.

«Io volli vedere l’innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno gridato! e pregai il custode di schiodare la cassa.

«La bambina era grande per i suoi nove anni. Giaceva, con la testina un po’ volta da un lato e le braccia distese lungo i fianchi. Non aveva ancora la rigidità della morte e la sua faccia era rossa, e sulla bocca, coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che gorgogliava ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.

«—Ma è viva!—esclamai.

«Il custode sorrise.

«—Viva?...—e ripose il coperchio.

«Oh era morta davvero, povera bimba ricciuta! Era morta davvero, misera madre derelitta, ora! povera madre straziata che nella disperazione della sua pena ebbe pure la forza di rivestire il cadavere della sua creatura; di chiudere gli occhi alla sua bimba morta; di foderare di roba celeste la cassa nella quale dovevano chiudere, per sempre, la figlia sua uccisa; nella quale dovevano portarle via, per sempre, la figlia sua perduta!»

All’indomani della strage, come dappertutto, la forza arrivò numerosa, si procedette a centinaia di arresti, altre centinaia di contadini presero il largo e la simpatica cittadina rimase squallida e terrorizzata.

Ed ora riassumiamo. Durante il 1893 e i primi giorni del 1894, nei tumulti e nelle dimostrazioni di Sicilia cadde—ucciso dal popolo—un solo soldato: lo Sculli.

Caddero—uccisi dai soldati:

in tutto furono uccisi novantadue liberi cittadini per un solo soldato.

EPILOGO TRISTE

Questo lugubre riassunto dev’essere completato da altri tristi episodî. Il governo italiano che non seppe prevenire, che non si dette il menomo pensiero di una situazione tragica, dispiegò tutta la sua sapienza nel ricompensare i disgraziati—voglio essere benevolo nel qualificarli—protagonisti della repressione. Premiò il delegato di Pubblica Sicurezza che fece uccidere in Serradifalco due operai che invocavano il rispetto della legge elettorale; premiò il delegato di P. S. di Racalmuto per laprudenzamostrata nel nascondersi il 1. novembre; premiò il delegato di P. S. di Gibellina! per la splendida attitudineai travestimenti rivelata nei sottrarsi ai pericoli creati per colpa sua; premiò il tenente Colleoni—e lo lasciò per sei lunghi mesi sul luogo delle sue gesta eroiche—per la vista lincea mercè la qualeintravidele armi sotto i vestiti dei contadini di Santa Caterina Villarmosa!

Di fronte a tali e tante ricompense come non esser compresi di ammirazione per Matteo Imbriani, che in un momento di santa indignazione si sente disonorato dalle medaglie guadagnatesi in battaglia contro gli austriaci, e in piena Camera dichiara di volerle buttare in faccia al governo italiano?

Egli dovette certo, in quel momento, ricordarsi che Roma negò il trionfo a Pompeo, vincitore di Spartaco, perchè i ribelli non erano nemici stranieri.

QUEL CHE USCÌ DI BOCCA AL GENERALE MORRA

E tutto quello non basta; il giorno 8 Febbraio il generale Morra di Lavriano riunì le truppe di Palermo in Piazza Ucciardone e rivolse loro un discorso in cui: rammenta da prima con grande compiacimento alcuni degli ultimi tumulti, specialmente Valguarnera, Belmonte e Santa Caterina, rilevando cheda per tutto la folla assalì le truppe e sparò su di esse, (!?)esalta i soldati premiati per gli ultimi avvenimenti e ricorda con onore ilvalore (!?)dimostrato dai soldati a Santa Caterina; fa l’apoteosi del povero soldato Sculli ucciso a Marineo e glorifica l’opera dei subalternimirabilmente guidati dai capi dovunque contro di loro si addensava la rivolta!

GLI CHASSEPOTS E I FUCILI VITALI

Il generale Morra di Lavriano terminò la suaeloquente, patriottica e veritieraconcione facendo un parallelo tra le vittorie ottenute in Sicilia dai soldati italiani e quella, allora recentissima, ottenuta in Africa ad Agordat, non senza esprimere il rammaricoche essi dovevano provare combattendo contro uomini che parlano la stessa loro lingua... E dopo il solito volo lirico all’unitàed aCasa Savoia, al suono della marcia reale, le truppe sfilarono dinanzi al generale ed ai premiati, che erano il Tenente Serra del 27º Fanteria, il caporale Puttini dello stesso reggimento e il carabiniere Profita.

Non mi permetterò alcun commento sulla opportunità politica del parallelo tra le vittorie ottenute in Africa e... in Sicilia; nè sulla convenienza di premiare ivalorosiche uccidono inermi italiani.

NOTE:[45]L’on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava alle truppe di non usare mai armi,contro nessuno e in nessuna occasione. Se questa circolare è vera farebbe fede dell’animo mite dell’antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli eccidî non furono premeditati.

[45]L’on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava alle truppe di non usare mai armi,contro nessuno e in nessuna occasione. Se questa circolare è vera farebbe fede dell’animo mite dell’antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli eccidî non furono premeditati.

[45]L’on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava alle truppe di non usare mai armi,contro nessuno e in nessuna occasione. Se questa circolare è vera farebbe fede dell’animo mite dell’antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli eccidî non furono premeditati.

Indice

Esposti gli avvenimenti siciliani dell’anno 1893 e del principio del 1894 si devono esporre le responsabilità degli attori: del clero—cui si volle attribuire un’azione, che non ha esercitato e che è stata diversa da quella, che gli venne attribuita—del popolo, e del governo principalmente.

Comincio dal clero.

Sin da quando l’attenzione pubblica sul continente si fermò sulle cose di Sicilia, prima ancora che si arrivasse al periodo acuto dei mesi di dicembre 1893 e gennaio 1894, da una certa stampa con soverchia insistenza s’insinuò che il clero soffiava nel fuoco. L’insinuazione era abile, perchè mirava a discreditare il movimento ed a renderlo inviso alla maggioranza liberale del popolo italiano, che beve grosso e si lascia facilmente ingannare da un patriottismo quarantottesco, ogni volta che gli si parla delnemicoche si annida nel Vaticano. Giovavaricorrervi, perchè era riuscita pei moti del 1866 ed era servita come comoda arma alla polizia, poco dopo, nell’imbastire i grotteschi processi politici ricordati dall’on. Tajani nel famoso discorso pronunziato nella Camera dei deputati nella tornata dell’11 giugno 1875; ma era iniqua, calunniosa, poichè era del tutto falso che il clero si fosse immischiato nei moti di Sicilia; e quando su di essi disse la sua parola, fu tale, che ad esso fa torto sicuramente, però lo rivela ligio allacausa dell’ordine—dell’ordine, dico, quale lo intendono il governo e le classi dirigenti.

UN’ACCUSA DESTITUITA DI FONDAMENTO

L’accusa contro il clero di Sicilia è siffattamente destituita di fondamento, che non varrebbe la pena di occuparsene se non l’avesse fatta sua una donna illustre,—la vedova di Alberto Mario—che ama sinceramente l’Italia e l’isola nostra in ispecie e se non vi avesse accennato lo stesso Presidente del Consiglio, che ripetendo un favorito ritornello—sempre apportatore di applausi in Parlamento e fuori—il 28 febbraio, dopo aver fatto l’apologia della borghesia, le rimproverò solo di avere abbandonato leplebialle sette ed aipreti.

Meglio avvisato, perchè non dominato da alcun preconcetto, il sig. Adolfo Rossi nelle sue corrispondenze allaTribuna, nel mese di ottobre 1893 aveva notato che il clericalismo non ci aveva che vedere nel movimento deiFascie che anzi in molti di questi c’era una spiccata tendenza anticlericale.

Padre Lorenzo,—il frate eremita che la fa da cappellano nella Chiesa della Madonna del Balzo di Bisacquino,—soprannominatoil Socialista, costituisce una rara eccezione e del linguaggio da lui tenuto al valorosoreporterdel giornale di Roma si argomentagià da qual parte stiano isuperiori.—«Eh! se non fosse per i superiori, diceva fra’ Lorenzo, io andrei a predicare il socialismo così, con la mia tonaca». Egli rispetto al movimento sociale avrebbe fatto ciò che Ugo Bassi e Pantaleo fecero pel moto politico.

IL CLERO MERITÒ LE DIFFIDENZE DEI LAVORATORI

Dopo, altri giornalisti venati in Sicilia riconobbero la insussistenza dell’accusa e più esplicitamente ancora l’on. Comandini, nella Camera dei Deputati, osservò che «parlando in Sicilia con prelati degnissimi e colti, con sacerdoti professori, con sacerdoti di culto greco e con sacerdoti di culto latino, io ho domandato quale poteva essere stata la parte presa dal clero nelle agitazioni siciliane, e mi sono sentito rispondere che il clero aveva trovato nella classe dei lavoratori le più profonde diffidenze, perchè questi erano convinti che essi stessero dalla parte dei proprietarî e dei borghesi.» (Tornata del 2 marzo 1894). E queste dichiarazioni collimano perfettamente colla deposizione del Cabiati,—maggiore dei Bersaglieri—nel processo De Felice (Udienza del 21 marzo).

Il clero meritò le diffidenze dei lavoratori!

IL CLERO E I CASI DI SICILIA

Vennero i processi dinanzi aiTribunali di guerrae dileguaronsi i più lontani sospetti. Prete D’Urso fu arrestato per quarantottesco capriccio del senatore Sensales; e dell’arresto ho motivo di pensare che non fu contento lo stesso on. Crispi. Fu assolto da ogni accusa. Non pertanto lo stesso on. Presidente del Consiglio, cui giovava nella discussione sui casi di Sicilia evocare lo spettro del clericalismo per aggravare la mano sugli arrestati e impressionare meglio la Camera in proprio favore e farsiconsiderare come il difensore dell’idea italica, asserì che i capi del movimento socialista (alludeva al De Felice) si erano messi in relazione coi clericali del continente. Ma neppure sul continente dove nel Benzi si era andato a scovare un complice, si potè colpire un clericale o un prete e in tanta libidine di arresti e di processi non si arrestò e non si processò quell’avv. D’Agata, da Catania, che—secondo la polizia—era servito da pericoloso intermediario tra il De Felice e i clericali del continente! Nei processi, adunque, non si trovò e non rimase traccia dell’azione dei preti e del clericalismo nei moti di Sicilia. Quando la polizia accenna a sospetti su qualche prete, come sul Di Lorenzo di Gibellina, in essi vede uomini senza il menomo colore politico ed impegolati sino alle ciglia nelle ire e nelle contese dei partiti locali. E se qualche prete viene innanzi i tribunali militari, come l’Evola di Balestrate nel processo De Felice, depone contro iFasci.

Con questa ultima e decisiva constatazione si potrebbe por termine ad ogni discorso sull’azione e sulla responsabilità del clero. Il clero, però, manifestò apertamente il proprio pensiero sui casi di Sicilia e giova in questa occasione e in questo punto, esaminarlo per una doppia ragione. Una è particolare: per vedere ciò che esso dice sulle condizioni dei lavoratori dell’isola e sulle cause che l’indussero a tumultuare; l’altra è generale: per conoscere quali sono le sue vedute sul socialismo e se esso segue l’indirizzo, che altri sacerdoti cattolici e protestanti hanno preso in altri paesi di Europa e di America.

Tra le manifestazioni pubbliche del basso clerosiciliano non ho conoscenza, che di una sola, dell’opuscolo di un modesto prete di Contessa Entellina, già citato, il Genovese (La quistione agraria in Sicilia). Nel suo breve scritto c’è equità e c’è conoscenza esatta delle condizioni economiche delle varie classi dell’isola; ma non c’è pretensione alcuna, non assurge a considerazioni di ordine generale, nè si lascia trascinare ad inveire contro i vinti.

L’ATTITUDINE DELL’EPISCOPATO SICILIANO

Lodo sinceramente, e constato che il sacerdote Genovese è una eccezione. Ben diversa è l’attitudine dell’episcopato siciliano e di quei prelati, che delle cose di Sicilia si sono occupati, non escluso Monsignor Isidoro Carini, l’illustre bibliotecario della Vaticana, il cui scritto per altro (La quistione sociale in Sicilia.Roma 1894) è pregevole per tanti motivi ed è inspirato da sincero amore per l’isola natía.

Anzitutto cosa dicono i Vescovi nelle pastorali rivolte ai loro fedeli sulle condizioni dei lavoratori e sulle cause che determinarono gli ultimi tumulti? Cosa ne pensa Monsignor Carini, il cui giudizio ha tanta importanza perchè è quello di un siciliano di cuore e di mente e che occupa un posto così elevato nelle regioni del Vaticano?

UNA PASTORALE DEL VESCOVO DI CALTANISETTA

Comincio da Monsignor Guttadauro, vescovo di Caltanisetta, che parlò il primo e per la prima volta in ottobre 1893. Si può dire che meglio degli altri e conformemente ai suoi eccellenti precedenti parafrasò la celebre enciclica di Leone XIII,De conditione opificum, applicandola agli avvenimenti dell’isola. Nella sua prima pastorale constata che le «ragioni del malumore esistono e non si possono dissimulare. Il ricco per lo più abusa della necessità del povero, che viene costretto a vivere di fatica,di stento, di disinganno... Consiglia i reverendi parroci, naturali protettori dei poveri, a reclamare presso i proprietari ed igabelloti, che si ristabilisca la giustizia e l’equità nei contratti, che si cessi dall’usura manifesta o palliata... che si ristabilisca l’equa proporzione tra il lavoro del contadino ed il capitale apprestato daigabelloti, sicchè il raccolto risulti diviso giustamente...; che si mettano di accordo proprietarî e gabelloti e con equa transazione contentino le non ingiuste pretese dei lavoratori per impedire il desolante spettacolo della continua emigrazione dei poveri contadini, che vanno a cercar pane nelle lontane Americhe, ove raro è che trovino quel che desiderano... I reverendi parroci e predicatori ricordino in ogni occasione ai padroni e capitalisti l’insegnamento della Chiesa, che grida altamente, per bocca del sommo Pontefice, esser loro dovere:non tenere gli operai in conto di schiavi; rispettare in essi la dignità dell’umana persona, del carattere cristiano; non imporre lavori sproporzionati alle forze o mal confacenti con l’età o col sesso. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede, determinarla secondo giustizia, enon trafficare sul bisogno dei poveri infelici.»

CIÒ CHE DICONO ALTRI VESCOVI

Monsignor Blandini, vescovo di Noto, e Monsignor Gerbino, vescovo di Caltagirone, su per giù fanno le stesse confessioni sulla miseria dei lavoratori, sulla ingordigia e sull’usura dei ricchi, dei proprietarî, dei gabellotti. Del secondo è notevole questa frase: «Fra la ricchezza e la povertà dipendente da tutto e da tuttiquale libertà vi può essere? Non è forse accettare o morir di fame?»

I rapporti tra proprietario e proletario sulla base dellalibertàdella economia ortodossa non potrebbero essere meglio espressi; nè i socialisti diversamente li formulano.

Monsignor Carini più esplicito riconosce che la Sicilia oggi è il paese che presenta maggiori riscontri coll’Irlanda; che nella divisione dei prodotti gabellotti e proprietarî fanno la parte del leone; che la miseria è grande; che la crisi non è transitoria e che infine ai miseri si è tolto il cielo e non si è data loro la terra, sicchè non c’è da maravigliarsi se la miseria leva il suo immenso vessillo nero e se ciò che dianzi era la sofferenza oggi diventa la disperazione.

Se nella diagnosi episcopale c’è unità e giustezza di vedute, non manca la concordia, almeno tra alcuni, nel predicare la rassegnazione, perchè alla fin fine i poveri ci sono stati e ci saranno sempre:semper pauperibus habetis vobiscum, esclama monsignor Gerbino con San Matteo.

E monsignor Blandini non sa capacitarsi perchè le miserie che ci sono state sempre, solo ora debbano riuscire a pericolosi ed imbarazzanti esplosioni. Qui monsignore, sebbene persona assai colta, solo per comodità di polemica—perchè la sua pastorale non è che polemica, anche nel titolo:Il socialismo—ha potuto dimenticare la storia che gl’insegna il contrario e che gli dice altresì, che la protesta odierna assume forme diverse per la coscienza dei diritti e della forza, che viene dalla istruzione e pel maggiore desiderio di eguaglianza economica, che venne acuita dalla uguaglianza politica ed un poco anche dalla religiosa. Che male c’è che gli uomini sianouguali in terra se dovranno esserlo in cielo, dove anzi i primi saranno gli ultimi e viceversa?

I vescovi siciliani, che consigliano la rassegnazione, si capisce che nella cura dei mali si debbano in prevalenza affidare al misticismo e debbano vedere la salvezza nel trionfo della religione e per essa nella restaurazione del potere temporale del papa. Monsignore Blandini—sia detto a suo onore—non manca però di avvertire, che certi sistemi curativi sono troppo pericolosi:

«Chi si affida nel ferro di ferro perirà, egli osserva saviamente; e l’esagerato militarismo dell’odierna Europa, quando meno vi si pensi e si tema, potrà accelerare la conflagrazione all’estero, la guerra civile all’interno.Che vale rimettere in moto la ghigliottina e mozzare qualche testa?»

UN’ILLUSIONE DELL’ARCIVESCOVO DI MESSINA

Monsignor Guarino, arcivescovo di Messina, non ha pubblicato alcuna pastorale, perchè la ritenne inefficace ma secondo un rapporto spedito al Vaticano ne ha diramate una ai preti suoi dipendenti, nella quale raccomanda rimedî pratici e lavia di fattoper mezzo del mutuo soccorso organizzato delle congregazioni religiose della sua arcidiocesi. (R. De Cesare:Il vaticano e le presenti condizioni d’Italia. Nuova Antologia.1º Marzo 1894). Lo lascio nella dolce illusione di credere che sia stato il mutuo soccorso organizzato da lui a mantenere la calma nelle sua arci-diocesi—e non le diverse e note condizioni economiche della provincia di Messina—e constato la lodevole tendenza non mistica, ma terrena, nella cura dei mali.

IL PROGRAMMA DI MONSIGNOR CARINI

Monsignor Carini rende il necessario omaggio alle tendenze reazionarie riproducendo un brano del discorsotenuto dal Sommo Pontefice nella Basilica vaticana il 28 gennaio 1894 e il cui succo sta nel consiglio dirifare il cammino a ritroso; però in lui lo spirito moderno e il sentimento di umanità prendono il sopravvento nei particolari e suggerisce rimedî terrestri quali potrebbero esser dati da un accorto politico: non affidarsi alla libertà—libertà funesta e che spesso è solo la libertà nel più forte di opprimere il più debole—nel regolare i rapporti tra contadini, proprietarî e gabellotti; abolire ilTruck-system, frenare l’usura, anzi estirparla dalle radici, risuscitare i monti frumentari; distribuire il credito con discernimento; combattere la funesta piaga dell’assenteismo; indurre i proprietarî a migliore coltura delle terre; dare istruzione più pratica e che non produca spostati; estendere all’agricoltura la giuria deiprobi-viri; intraprendere una certa quantità di opere pubbliche per conto dello Stato per dare lavoro immediatamente agli operai disoccupati; temperare le asprezze dei tributi; correggere le amministrazioni comunali; regolare il lavoro e i salarî delle miniere, ecc., ecc. Questo è tutto un programma, che potrebbe sottoscrivere qualunque socialista di Stato. Si dirà, dunque, che l’episcopato siciliano segue, sebbene timidamente, quel socialismo cattolico, che ha tanti illustri ed eminenti cultori fuori d’Italia?

Così forse potrebbe essere se il clero italiano in generale e quello siciliano in ispecie non fosse di una deficienza deplorevole in fatto di studî economici; deficienza tale, che fa considerare lo sciopero da monsignor Gerbino come unmonopolioingiusto del lavoro contro il capitale—dopo aver parlato dellalibertàcome sappiamo—che fa inculcare ai miseriil risparmio. È tale la deficienza in simili discipline, e la mancanza di conoscenza del movimento contemporaneo, che lo stesso Monsignor Carini, mente tanto superiore a quella degli altri suoi colleghi, se da un lato afferma che le società di resistenza inglesi o americane non hanno mai preso alcun colore politico o socialista—e l’affermazione è dimostrata inesatta dalla storia deiCavalieri del lavoroin America e delnuovo unionismoin Inghilterra—dall’altro vorrebbe attuare tutta la serie delle riforme suenunciatepur non attentando menomamente all’antica rigidità del diritto quiritario.


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