GLI ERRORI DELL’EPISCOPATO
Se questi soli fossero gli errori dell’episcopato, sarebbero attribuibili esclusivamente al grado della loro coltura economica e non lo intaccherebbero dal lato morale. Esso, però, contraddicendo alle sue premesse mise la sua influenza—danneggiando se stesso più che giovando agli altri—a disposizione delle classi dirigenti e del governo, ripetendo in Sicilia l’attitudine serbata dal Papato in Irlanda, in Polonia, dovunque i doveri della religione cristiana gl’imponevano di dichiararsi pel popolo, pei deboli, pegli oppressi, contro i forti, contro gli oppressori, contro il governo. E perciò i vescovi di Sicilia scagliano unanimemente fulmini e invettive, talora volgari, contro il socialismo e i socialisti, contro iFascie i loro soci; attribuendo loro anche le colpe non commesse; ed è doloroso che ciò abbiano fatto quando gli accusati, anzi i calunniati, non avevano la possibilità della difesa, perchè a migliaia essi erano stati mandati in prigione e a domicilio coatto, e alla stampa era stato messo unferreo bavaglio, mentre gli accusatori erano protetti dal regime eccezionale dello Stato di assedio.
Questo contegno, sebbene temperatamente, assunse anche Monsignor Guttadauro—e me ne duole per l’uomo veramente rispettabile—che nella seconda pastorale del 7 febbraio parla di plebi fatalmente illuse da istigatori malvagi, di ree dottrine ecc., ed assume proporzioni di sconveniente diatriba, che potrebbe essere sottoscritta da Yves Guyot, nel Vescovo di Noto. Monsignor Blandini, confonde nientemeno socialismo e massoneria, e chiamando la secondaesercito di Satana, malvagia e ria setta, la quale ha scelto a suo grande architetto il diavolo, a gerofante il giudeoscende giù giù sino a voler rinchiuderecaritatevolmente—l’aggettivo è suo—nel manicomio i socialisti; a definirestoltizial’aspirazione a democratici ordinamenti e ad una più equa ripartizione dei beni della terra, in un momento in cui si corre il pericolo di vedere divenirehomo homini lupuse ad indignarsi—poco cristianamente—contro l’abnegazione e l’altruismo dei nihilisti russi e dei comunisti francesiperchè non appartengono mica alla classe dei diseredati. E dire che la temperanza del giudizio e del linguaggio era più che in altri da attendersi in monsignor Blandini che stoicamente aveva esclamato:è da sciocco lamentare la tristizia dei tempi, quando, al dire di Sant’Agostino,TEMPORA NOS SUMUS!
L’ARCIVESCOVO DI PALERMO
L’arcivescovo di Palermo, monsignor Celesia non volle esser da meno dei suoi inferiori e sferzò anche lui imestatori anarchici o socialisti—che per lui sono tutta una cosa!—e se la prese anche colla soppressaGiustizia sociale.
Di che il generale Morra di Lavriano e della Montà gli si mostrò riconoscente, e appena pubblicata la pastorale si recò al palazzo arcivescovile a ringraziarne l’autore mentre l’on. Crispi probabilmente incoraggiava qualche onoranza a Giordano Bruno.
I VESCOVI SICILIANI E I PRELATI STRANIERI
È strano che i vescovi siciliani—interpreti e seguaci di quelli del continente—abbiano tenuto un linguaggio ed una attitudine cotanto diversa da quella tenuta da illustri cattolici e da eminenti prelati stranieri—da monsignor Ketteler al canonico Maufang, dall’abate Hitzig al prete Mac Glynn, dal De Curtius e Lamoignon, a tutti gli scrittori, laici o ecclesiastici, dell’Association catholique.[46]
Di questa diversità è bene addurre alcune testimonianze scegliendole tra le più recenti. Così il Mac Glynn curato cattolico di New-York e seguace di Henry George, nel 1887 all’invito del suo vescovo di moderare la propaganda rivoluzionaria rispose: «ho sempre insegnato e insegnerò sempre nei miei discorsi e nei miei scritti, sino a quando vivrò, che la terra è di diritto laproprietà comunedel popolo e cheil diritto di proprietà individualesulsuoloè opposto alla giustizia naturale quantunque sanzionato da leggi civili e religiose. Vorrei subito, se lo potessi, far modificare le leggi del mondo intero in modo da confiscare la proprietà individuale senza alcuna indennità per i sedicenti proprietarî.»
Il cardinale Manning morì esclamando: «l’attualesocietà èselvaggiaed anti-cristiana e soltanto un socialismo cristiano può redimerla e salvarla.»
LA FEDE NELL’AVVENIRE DEMOCRATICO
MonsignorJohnS. Vaughan, arcivescovo di Westminster, perciò successore del Cardinale Manning, in un articolo (The social difficulty) pubblicato nella DublinReview(Febbrajo 1894) non esita a dichiararsi socialista convinto; monsignor Keane, Vescovo di Richmond riconosce che «avviene un rivolgimento radicale sia nel metodo dei governi degli uomini, sia nelle relazioni della vita. Queste mutazioni possono riassumersi in una parola: èl’era della democrazia, della sovranità dei poteri popolari, della preponderanza del quarto stato. Non è qui il luogo d’esaminare la ragione filosofica di questa rivoluzione; ci basta di stabilire e di accertare un fatto, che non si può mettere in discussione e di esprimere la convinzione, chequesto fatto non è opera del caso, nè del demonio,MA SI COMPIE PER DISEGNO DELLA DIVINA PROVVIDENZA.»
E monsignor Carini, da cui riporto le citate parole del Keane, esprime la stessa fede nello avvenire democratico di Europa e del mondo.
Oh! dite, Monsignor Blandini: manderetecaritatevolmenteal manicomio tanti altri vostri superiori o fratelli in Cristo, che vedono un’opera della divina provvidenza in ciò che voi considerate come l’opera di Satana?
SOCIALISMO E CRISTIANESIMO
Nè si dica che sono in errore i socialisti cattolici; perchè la dottrina socialista—senza che con ciò s’intenda darle nuovo vigore—è conforme alla dottrina di Cristo (che minacciava il terribile:Vae divitibus!), a tutti gl’insegnamenti dei primi e più eminenti padri della Chiesa. Il socialismo integra ilcristianesimo, per un certo verso, in quanto che cerca dargli la sanzione terrestre. Possono, adunque, i prelati che lo combattono rendere dei servizî al governo e alle classi dirigenti, non parlare nel nome del loro Dio!
E di questa rinnegata loro missione come italiani possiamo essere contenti, perchè se il clero cattolico di fronte al socialismo assumesse un contegno diverso, data la situazione politica e le pretese di restaurazione del potere temporale, esso costituirebbe un pericolo per la patria nostra!
NOTE:[46]Chi avesse vaghezza di conoscere il movimento del socialismo cattolico ricorra al bel libro che vi ha consacrato F. S. Nitti.
[46]Chi avesse vaghezza di conoscere il movimento del socialismo cattolico ricorra al bel libro che vi ha consacrato F. S. Nitti.
[46]Chi avesse vaghezza di conoscere il movimento del socialismo cattolico ricorra al bel libro che vi ha consacrato F. S. Nitti.
Indice
Coloro che hanno seguito le discussioni della stampa e della Camera dei Deputati, da un anno in qua, conoscono che prima l’on. Giolitti e poscia l’on. Crispi, pur non essendo d’accordo tra loro su certi punti, hanno fatto di tutto per riversare ogni responsabilità degli avvenimenti di Sicilia suiFasci, sul socialismo, suisobillatori. L’esame dei fatti dà a questa accusa una smentita altrettanto recisa quanto alla precedente, relativa all’azione del clero.
IL CRITERIO SPERIMENTALE
Questo giudizio è strettamente sperimentale e la enunciazione sua èa posteriori. Non a caso accenno al criterio sperimentale col giudizioa posteriori; ciò è indispensabile nel momento in cui tutti s’impancano a positivisti, pur facendo strazio del positivismo nelle applicazioni, o creandone uno di sana pianta per comodità dei governanti e delle classi dirigenti.
Si sa che Claudio Bernard dette il più chiaro concettodello sperimentalismo nelle scienze fisico-chimiche e nelle biologiche—per quanto tra queste ultime le induzioni siano assai meno rigorose ed esatte che tra le prime, perchè le condizioni dello sperimento sono assai più complesse e ne intervengono parecchie, che possono passare inosservate, quantunque alterino i risultati.
Nelle scienze politiche e sociali il criterio sperimentale si può applicare più difficilmente, o meglio quello che si applica è d’indole diversa, ma conserva sempre un grandissimo valore. Poichè, se sugli uomini e sulle umane società non si possono fare quelli esperimentiin corporee inanima vili, che si fanno nelle scienze fisiche, chimiche e biologiche, riproducendo artificialmente ed a beneplacito dello sperimentatore le condizioni volute, per vedere se sono seguite sempre da certi dati risultati,—sicchè tra le une e le altre si stabilisca con certezza il rapporto come tracausa ed effetto—pure, colla osservazione ripetuta di certe condizioni che si presentano spontaneamente nel corso della vita delle nazioni e degli aggregati umani e che producono o meglio sono seguiti quasi sempre da certi dati avvenimenti si può dire che anche nelle scienze politiche e sociali si applicano i criterî sperimentali. Nelle medesime, senza riprodurre qui tutte le distinzioni metodiche dello Stuart Mill—riprodotte e illustrate tra noi dal Gabaglio a preferenza di tanti altri—si può affermare che la storia e la statistica suppliscono i reagenti chimici, le pile elettriche, gli scalpelli anatomici, le iniezioni, le asportazioni di organi, ecc.
La convergenza dei risultati positivi e negativi nella osservazione dei fatti sociali vale, perciò, a fare ammettere sperimentalmente il rapporto come tra causa ed effetto tra certe condizioni—e sul proposito è noto che le induzioni hanno tanto maggior valore, quanto più numerose sono le condizioni identiche o rassomiglianti—e certi avvenimenti consecutivi.
Questo criterio sperimentale applicato ai casi di Sicilia esclude l’azione deiFasci, della propaganda socialista, dei sobillatori o la riduce alle sue vere proporzioni.
UN PRIMO RISULTATO DELL’OSSERVAZIONE
Il primo risultato che si ha dalla osservazione dei fatti è significativo: nella provincia di Messina ed in alcune parti della provincia di Catania dove predomina una mezzadria meno adulterata e forme di contratti agrarî relativamente eque, dove i rapporti tra le varie classi sociali sono improntati ad una certa umanità, dove il benessere economico dei lavoratori della terra è maggiore, nei centri agricoli o non sorgono iFasci, o vi si mantengono in minuscole proporzioni: e quando vi sorgono e vi attecchiscono nè trasmodano, nè ricorrono a manifestazioni che possano dare occasione alle osservazioni dei loro avversarî e pretesti di accuse e calunnie alle autorità zelanti e alle permalose classi dirigenti. Questa osservazione recente va a completare—e nel contempo ne riceve maggior luce—l’altra fatta da me stesso circa dieci anni or sono sui rapporti tra la delinquenza e le condizioni sociali. Allora scrissi che nella provincia di Messina la maggiore divisione della proprietà, la maggiore quantità di terreni coltivati intensivamente ad agrumeti,a vigneti, ad uliveti con maggiore partecipazione dei lavoratori ai prodotti della terra assicurava alle medesime condizioni morali migliori che nel resto dell’isola. (La delinquenza della Siciliaecc., p. 53 a 57).
Parimenti dove iFascisono bene organizzati e consolidati nella loro compagine da una vita più lunga; dove c’è una certa coltura e vi prevalgono e vi sono ascoltati gli elementi schiettamente socialisti—Catania, Palermo, Messina, Marsala, Trapani, Corleone, Piana dei Greci ecc., la calma non manca, l’ordine non viene turbato, la disciplina viene rispettata, la parola dei capi viene religiosamente ascoltata.
L’ORDINE E L’ELEMENTO SOCIALISTA
Si può costatare positivamente l’azione moderatrice deiFascie dei socialisti in più luoghi; ad essi si deve se si riesce a mantenere l’ordine a Salemi, a Salaparuta, a Castrogiovanni, a Villarosa, a Riesi, in tutta la provincia di Catania, per molto tempo o durante tutto il periodo dell’agitazione e dei tumulti, anche nell’assenza delle truppe, colla impotenza, colla inettitudine e non ostante le provocazioni delle autorità politiche e delle classi dirigenti.
A Marsala il Presidente delFasciosig. Ruggieri è coadiuvato nella bisogna dal prof. Pipitone; il presidente delFasciodi Pioppo si coopera col pretore e col comandante il distaccamento delle truppe a ristabilire l’ordine in Monreale. A S. Ninfa avviene di meglio: in seguito a precedenti tumulti, che minacciavano di rinnovarsi, molti soci delFasciosi mettono a guardia del municipio e impediscono che i tumultuanti vi penetrino. E se più di frequentila parola dei Presidenti e dei socî più autorevoli delFascioe di altri socialisti non venne ascoltata, ciò si deve all’invincibile malcontento per la miseria e per le ingiustizie subite da lunghi anni dai lavoratori, che avevano esaurito la loro pazienza e li avevano resi increduli ad ogni promessa di prossime riparazioni. Perciò rimasero del tutto inefficaci gli scongiuri del povero Presidente delFasciodi Gibellina, contro ai disordini; della quale sua opera tutti fanno fede.
UNA RICONOSCENZA SUI GENERIS
Rimarrà poi a perenne memoria di questo triste periodo la riconoscenzasui generisriserbata dalle autorità politiche grandi e piccole verso coloro, che si cooperarono anche con favorevoli risultati, a mantenere l’ordine e la calma. Di questa riconoscenza ebbero prova luminosa il prof. Curatolo da Trapani, il Vivona da Castelvetrano, il D.r Crescimone da Niscemi, il Salerno-Vinciguerra e l’Aldisio-Sammitto da Terranova, l’avv. G. Rao da Canicattì, e parecchi altri che dopo essere stati ringraziati calorosamente, e talora per lettera da Prefetti e da Sotto-prefetti, da Delegati di P. S. e da Carabinieri per la efficace opera prestata nel periodo che si può chiamare dellaforza minima,—in cui le autorità avevano addirittura perduta la testa, perchè non avevano abbastanza soldati per farsi rispettare—non appena la Sicilia fu invasa da fanteria, cavalleria, quanta ne occorrerebbe per iniziare una guerra contro un potente nemico, esse si sentirono forti e la forza vollero fare palese con atti di solenne ingratitudine facendo arrestare quelli che avevano prima encomiati. Per molti l’arresto fu talmente iniquo e ingiustificabile, che dopo qualche mese non fupiù mantenuto; per pochi—il Curatolo e il Vivona—fu seguito da processo e da condanna a diecine di anni di reclusione. Del Vivona, farmacista in Castelvetrano e nemico irreconciliabile dei Saporito, i quali nel processo si vendicarono senza un ritegno, è da ricordare che egli venne precisamente accusato per un discorso tenuto ai tumultuanti, onde evitare maggiori eccessi, a preghiera caldissima e quasi per imposizione delle autorità politiche e militari del luogo.
DOPO I RINGRAZIAMENTI....
Il Rao venne arrestato in Canicattì al ritorno da Castrogiovanni dove era venuto insieme al Sindaco Avv. Falcone per prendere accordi e consigli da me sulla condotta da seguire per iscongiurare i tumulti temuti e di cui c’erano i prodromi.... In questi casi non si sa se maggiormente si debba flagellare la vigliaccheria o la ingratitudine di coloro che ringraziarono prima e poco dopo ordinarono gli arresti.[47]
Questi dati positivi sulla vera indole dell’azione spiegata daiFascie dai più noti socialisti vengono completati da altri dati e da altre considerazioni.
Un significantissimo elemento sulla minima partecipazione deiFasciai tumulti si rinviene in un documento ufficiale di singolare importanza.
Il Procuratore del Re di Palermo nel domandarealla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro l’on. De Felice aveva tutto l’interesse a magnificare l’intervento nei tumulti deiFascie del loroComitato Centrale, senza di che non ci sarebbe stato motivo a procedere contro l’on. De Felice e contro ilComitato; or bene, in tale domanda, per impressionare i deputati e indurli ad accordare la chiesta autorizzazione non si può fare menzione dello intervento chiaro e diretto d’altri Fasci che quelli di Terrasini, di Giardinello e di Belmonte, tre microscopici comunelli.
I FASCI NEI TUMULTI
Di quali altriFasci, in tutti i processi, si riscontra la traccia nei tumulti? degli altri di Pietraperzia, di Lercara, di Santa Caterina Villarmosa, tutti senza capi, sciolti o in via di dissoluzione.
Allo scopo evidente di meglio colpire le vittime designate, in Parlamento e nel processo si ingigantì la forza deiFascipel loro numero e pel numero di socî, che li componevano. Ma è da discutere forse sul serio la possibilità di un moto ordinato da 160 sodalizî,—che hanno un organo centrale e dispongono di oltre trecentomila socî—e che si rivela in modo così tumultuario, veramente anarchico e con manifestazioni tali che escludono l’intesa e la premeditazione, la direzione, che avrebbe potuto e dovuto dare un organismo poderoso, vittoriosamente, allorquando tutte le forze di resistenza mancavano, quando le città erano sguernite di truppa e la poca che c’era figurava come le comparse teatrali, ora quà ora là, e stanche, abbattute, demoralizzate? Se l’intesa, la premeditazione, la direzione deiFascici fossero state, come spiegare la constatata azione moderatrice deiFascimeglio organizzati e deicapi più stimati e più intelligenti? Ma che non ci sia stata si rileva alla evidenza dalle stesse relazioni della polizia, che rappresentano tutti o almeno i principali documenti dell’accusa. È il questore Lucchese,il deus ex machinadei processi, che narra la discussione,—durata otto ore!—tra i membri delComitato Centrale, sei dei quali insistevano perchè si facesse un manifesto per raccomandare la calma, ed uno solo, il De Felice, propendeva per l’azione rivoluzionaria. E il Procuratore del Re nella citata domanda di autorizzazione a procedere per aggravare la responsabilità del De Felice, si vale della narrazione del questore Lucchese. Dalla quale dunque, emerge all’evidenza, che sino al momento dell’arresto dei membri delComitatoe dello inizio della reazione si deve escludere nei tumulti di Sicilia la responsabilità collettiva deiFasci dei lavoratori, per un moto voluto e coordinato.
ASSOLUTA MANCANZA D’INTESA
Da tutti i processi e da tutti i documenti risulta, infine, che nei movimenti mancarono le armi, mancò il denaro, mancò l’accordo, mancò l’impronta di un capo, di una qualsiasi direzione...
Tutte queste osservazioni vengono meglio illuminate e corroborate dallo studio delle cause dirette e immediate, e del sorgere deiFasci, e delle tumultuose dimostrazioni dei contadini; lo studio è stato fatto nei suoi particolari dagli avversarî deiFasci, da coloro anche ch’erano preposti ufficialmente a reprimerne le manifestazioni più o meno legali.
LA FAME LEGALE
È l’on. Marchese Di San Giuliano che scrive: «Coloro, che sostengono non essere il disagio economico la causa precipua dei disordini in Sicilia, osservano che finora i più gravi sono accaduti nelleprovincie di Trapani e di Palermo, che non sono tra le più povere e le più colpite dalla crisi; ammetto che per questo o quel comune, possano aver prevalso altre cause locali, ma per la provincia di Palermo è bene notare che essa ha dato nel 1892 un contigente di 5929 persone all’emigrazione permanente e di 1585 all’emigrazione temporanea, mentre che non l’aveva dato che di 870 all’una e di 138 all’altra nel 1885, il che autorizza a conchiudere che anche in quella provincia sia avvenuto un notevole peggioramento economico. In Provincia di Trapani l’emigrazione permanente, nel 1892, fu di sole 337 persone, ma di queste 105 appartengono al Comune di Gibellina, dove i disordini sono stati tra i più gravi: ed è stato ucciso il pretore.»[48]A questo mi permetto aggiungere che anche Caltavuturo dette un grande contigente all’emigrazione, che la condizione economica della provincia di Palermo e di Trapani poteva considerarsi buona prima della crisi vinicola ed agrumaria; e che la emigrazione—come diceva R. Cobden, a proposito di quella Irlandese: «quando deriva dalla necessità di fuggire lafame legale—cioè quella che deriva dalle leggi e dallaorganizzazionesociale e non dalla naturale sterilità del suolo—non è emigrazione, ma deportazione.»
E in modo ancora più conclusivo in favore delloassunto propostomi, lo stesso Di San Giuliano aggiunge: «i Fasci non sono causa, ma effetto della grave situazione della Sicilia!»
NON CE N’È FORSE ABBASTANZA?...
Sarebbe errore, però, il ritenere che solo il dissesto economico abbia prodotto la esplosione del 1893 e del principio del 1894; moltissimo, forse di più come spinta diretta e immediata, vi contribuirono la esasperazione per la iniquità delle amministrazioni comunali e le gare vivacissime tra i partiti locali. Esaminando l’insieme di queste cause il Cavalieri esclama: «Non ce n’è forse abbastanza per spiegarsi il movimento deiFasci?»
Che iFascinon avessero torto nelle loro domande e che i metodi adoperati non fossero biasimevoli, almeno in un primo tempo, risulta da testimonianze irrefragabili.
In quanto ai metodi vi sono le sentenze dei tribunali di Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo per varî processi istruiti sui fatti di Acquaviva, di Casteltermini, di Milocca, di Siculiana, di Gibellina, di Piana dei Greci ecc. ecc., le quali assolvendo quasi tutti gli accusati o ritenendoli colpevoli di lievi contravvenzioni danno la prova della leggerezza e del malanimo delle autorità politiche, che denunziavano i pretesi reati. E quanto non contribuirono queste persecuzioni a fare uscire i lavoratori dalle vie della legalità?
In quanto alla sostanza delle loro domande, che provocarono le agitazioni e i tumulti si hanno testimonianze non meno autorevoli, che le dimostrano giuste e ragionevoli.
Per la parte economica il Cavalieri giudica che anche senza appartenere alla scuola comunistao Marxista, come questo o quello deiFasci, si può pensare che il lavoro, nella distribuzione dei prodotti, non abbia la parte che gli spetta.
L’on. Sonnino aveva giustificato tali domande preventivamente colla pubblicazione del libro del 1876 e più tardi, alla vigilia di divenire ministro, colla presentazione del suo disegno di legge sulla mezzadria, dà ragione del Congresso di Corleone, che tanto illegale gli parve da volerne tenere conto e da mettersi in relazione diretta col suo autore principale, Bernardino Verro. E divenuto ministro le sue viscere continuarono a commuoversi e nella esposizione finanziaria, trovò modo di stigmatizzare la iniquità dei dazî di consumo in Sicilia e la necessità e il dovere di provvedere.
DISAGIO E ANGHERIE
I RECLAMI
Le amministrazioni comunali, infine, vennero condannate—e perciò giustificati iFascie le agitazioni—dalle circolari dell’on. Crispi e del generale Morra di Lavriano ai Prefetti della Sicilia nelle quali s’inculcava d’invitare i sindaci a mettere ogni cura nella compilazione dei ruoli delle tasse municipali, nel ripartirle più equamente e senza violare le leggi, nell’evitare il fiscalismo e le angherie nella esazione, nel sorvegliare la compilazione dei bilanci, ecc., ecc. E i prefetti e le Giunte amministrative, ch’erano stati sordi e ciechi per tanti anni provvidero spesso—per rimangiarsi i provvedimenti dopo—esagerarono anche chiedendo l’abolizione totale dei dazî di consumo, imponendola contro legge, con lesione dei diritti dei terzi e mettendo le amministrazioni nella impossibilità di provvedere alle spese obbligatorie più indispensabili. E moltissimi municipî sordi e ciechi anche essi, non meno e per non minor tempo deiprefetti e delle Giunte amministrative, si destarono e accolsero i reclami delle popolazioni stremate ed angariate ed abolirono tasse inique e accennarono di volere rientrare nell’orbita della legalità, se non della giustizia.[49]
Questi, esclusivamente questi e non altri furonoi fattori d’indole economica, politica e sociale, che determinarono i moti di Sicilia e che furono favoriti da altre particolari circostanze, alle quali si accennò vagamente altrove, ma che giova esporre ordinatamente in questo punto.
LA TRADIZIONE RIVOLUZIONARIA
Anzitutto, in Sicilia e sopratutto in quei luoghi che costituiscono, secondo l’on. Crispi di oggi, la corona di spine della città di Palermo, vi sono tradizioni rivoluzionarie nel popolo, che gli danno una energia ed una fiducia nelle proprie forze, che mancano altrove. Queste tradizioni hanno creato uno speciale punto di onore—anormale quanto può esser quello che induce duegentiluominia battersi in duello per una inezia—e tale da indurre i contadini di un luogo a ritenersi menomati nella stima pubblica quando non avessero ripetuto ciò che gli altri avevano fatto. Li ho sentiti io rispondere ai consigli di calma:che cosa si dirà di noi se non facciamo nulla quando gli altri si muovono? Qui c’è anche uno speciale spirito di solidarietà di cui bisogna tener conto. Lo straordinario accentramento della popolazione e la coesistenza negli stessi abitati degli elementi rurali e degli elementi urbani, inoltre, fa sì che i malumori più rapidamente si diffondano e che l’azione di contatto, che tali diversi elementi esercitano gli uni sugli altri, agisca come lo strofinio su quei corpi dai quali si sprigiona la scintilla elettrica. Nè m’indugio ad applicare gl’insegnamenti della psicologia popolare per ricordare quanto più poderosa sia l’azione di certi fattori sulle folle numerose anzichè sui gruppi sparsi e poco considerevoli; nè quanto sia facile l’intesa tra gente che soffre degli stessi mali, che si sente forte eche difficilmente può essere rattenuta e sorvegliata dalle autorità governative.
LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE
L’influenza esercitata in ogni tempo sui moti di Sicilia dalla speciale distribuzione della popolazione (caratterizzata dalla mancanza dei piccoli e numerosi centri rurali, mentre i suoi abitanti in grandissima maggioranza sono dediti all’agricoltura) mi pare che per lo passato non sia stata abbastanza avvertita.
I tumulti scoppiano nei grossi centri rurali anzichè nelle città; nelle file dei contadini piuttosto che in quelle degli operai e dei zolfatari, che sebbene analfabeti hanno intelligenza più svegliata—lo constata la Jessie White Mario—pei contatti frequenti colle classi colte; tra gli elementi più incolti di preferenza che non tra coloro che posseggono una istruzione qualsiasi, fosse anche appena rudimentale e limitata al più elementare alfabetismo. L’ignoranza delle leggi, dei pericoli, delle conseguenze di certi atti, l’ignoranza completa in tutto e per tutto fu il vero, il grande fattore dei casi di Sicilia; di tale e tanta ignoranza se ne ha la prova lampante nella ingenua e unanime confessione dei feriti e degli arrestati, che affermavano sentirsi al sicuro contro l’azione delle truppe solo perchè le loro dimostrazioni avvenivano al grido:Viva il Re!e procedevano sotto l’egida dei ritratti del Re e della Regina, ai quali non poche volte veniva riunito un Crocefisso.
Ma chi èveramenteresponsabile di tanta ignoranza, la quale non può non destare una profonda commiserazione? Il governo italiano e le classi dirigenti, che in trentatre anni di così detto regime di libertà nulla fecero per eliminarla, per attenuarla;proprio nulla! E dire che gli elementi che nei primi tempi malamente rappresentarono il governo in Sicilia, dopo averne sprezzantemente constatata labarbarie, fecero intendere di volere assumere la missione d’incivilirla!
Se dall’analisi fatta risulta che nei tumulti mancò l’azione collettiva deiFascie si ridusse a poca cosa quella dei singoliFasci—i meno ordinati, i rurali e i più recenti—ci vuol poco a dimostrare che non è maggiore la responsabilità dei cosidetti sobillatori e della propaganda socialista sia pel sorgere degli stessiFasci, sia per le esplosioni dell’ira popolare.
IFasci, dice il generale Corsi, in moltissimi punti non erano che le anticheSocietà operaie, che cambiavano nome. Col cambiamento del nome mutava forse per miracolo il contenuto antico?
LE GARE MUNICIPALI E I FASCI
«E qui cade acconcio—continua lo stesso generale—il rammentare come le gare più acerbe e costanti in questi paesi siano le municipali, poichè quasi non v’è Comune che non sia scisso in due o più partiti non solo avversi, ma apertamente e accanitamente nemici tra loro, i quali si contendono per ogni modo il primato, edanche il beneficio, nell’amministrazione municipale. Ora, con questa presente agitazione è avvenuto che questo o quel partito di Comune ha trovato molto opportuno di giovarsi dello appoggio potente delFasciolocale, il quale a sua volta s’è gettato spontaneo, e dopo lieve spinta, nella gara municipale, e così s’è fatto in più luoghi un imbroglio diFascioe municipio e partito, e taluni possidenti, non dei maggiori bensì (e i Di Lorenzo di Gibellina?), si sono messi alla testa delFascio, o visono scivolati dentro. Infatti i maggiorenti di quelle Società non fanno mistero della loro intenzione divalersene nelle lotte municipali, dicendo, forse persuasissimi, che lo fanno e lo faranno pel meglio del paese e quindi dei lavoratori. Intanto anche per questo verso, ilFasciodiventa arena di ambizioni ed interessi locali, digalantuominiforse più che dipicciuotti....»
Dov’è, dunque, il socialismo come causa efficiente, diretta e immediata dei moti di Sicilia, secondo il Comandante del XII Corpo di armata, che del socialismo non è punto tenero? E minore ancora la sua responsabilità risulterà uscendo dalle affermazioni vaghe e generiche e mettendo i punti sugliicome suol dirsi, cioè indicando i nomi dei capi-partito dei paesi dove avvennero agitazioni e tumulti: ciò che oggi può farsi senza commettere alcuna indiscrezione e senza nuocere a chicchessia perchè i fatti sono noti e sono stati discussi innanzi ai Tribunali militari di guerra.
IL SOCIALISMO NON C’ENTRA
Ora i fatti dimostrano che il socialismo non ci aveva che vedere nei diversiFascidi Monreale, e che quello ostentato dal sindaco Cav. Balsano in un suo discorso, era socialismo di occasione suggeritogli dal timore di perdere ogni popolarità e di vedersi sopravvanzato dagli avversari. Il socialismo entrava come i cavoli a merenda a Santa Caterina Villarmosa, e lo dichiarò il farmacista Bruno ad un capitano dei carabinieri prima del 5 gennaio e lo ripetè il sindaco Fiandaca, suo avversario, innanzi al tribunale militare di Caltanisetta.
E non era affatto socialista, ma un monarchico convinto ed amico intimo dell’on. Damiani, il Vivona,avversario antico e irreconciliabile dei Saporito a Castelvetrano; ed è assolutamente irresponsabile il socialismo del fiero antagonismo tra i Di Loronzo e i Gerardi in Gibellina, tra i Lafranca-Gallo e i Lafranca-Massena in Partinico, tra i Nicolosi e i Sartorio in Lercara, tra gli Sparti e gli Scozzari in Misilmeri, tra i Bruno e i Gallina in Santa Caterina Villarmosa...
LA MINA ERA CARICA
In risposta a chi potrebbe accusarmi di mala fede perchè dalle pagine del generale Corsi e di altri avversarî del socialismo cito soltanto quelle che mi fanno comodo, riconoscerò che il primo assegna una parte di responsabilità aisobillatoricolla propaganda socialista; e questa parte viene determinata con precisione in questo periodo: «il paese era nel 1892 preparato allo scoppio come una mina carica, che aspetta la miccia. Ora questa fu apprestata da un pugno di socialisti, giovani, arditi, abili, agitatori di vaglia sin dal primo momento.»
E sia! Ma con ciò non rimane sempre minima, storicamente e moralmente incalcolabile la loro responsabilità? Certo; e la certezza risulta indiscutibile dalla larghissima sperimentazione sociale, la quale ammaestra, che dovunque esistono le condizioni generatrici di un fenomeno, il fenomeno presto o tardi si presenta illudendo solo gli ignoranti o i malevoli sulla parte che rappresental’ultima causa occasionale, la scintilla. Così, in Sicilia, nel continente italiano, in Irlanda sempre e dovunque esistano le condizioni analoghe a quelle che generarono le ultime manifestazioni dell’isola, le manifestazioni non mancherannocon, senza, o contro i Fasci; con, senza o controil socialismo.
Non c’erano iFascie non era neppur nota la parolasocialismo, eppure nel 1848 in Burgio si ebbero tumulti analoghi a quelli del 1893.
SPERIMENTALISMO SOCIALE
Non c’erano iFascie non era neppur nota la parolasocialismo, eppure nel 1860 in mezzo all’entusiasmo e agli slanci generosi della riscossa nazionale avvennero le cruente sollevazioni di Pace, di Collesano, di Bronte, di Nissoria sempre al grido:morte ai galantuomini! abbasso li cappedda!E senzaFascie senza socialismo avvennero i disordini di Canicattini nel 1865, le preparazioni dei contadini a Villalba ed a Valledolmo, la rivolta di Grammichele nel 1876, nella quale si dette l’assalto alCasino dei galantuomini, che furono presi a fucilate e più tardi la ribellione di Calatabiano al grido di:abbasso il municipio! abbasso le tasse! Viva il Re!sanguinosamente repressa dellasinistrariparatrice. E senzaFascie senza la menoma conoscenza di socialismo tumultuano i lavoratori di Favara nel 1890, e insorgono i contadini e i zolfatari di Floresta, di Valguarnera...
L’esistenza delle condizioni opportune per esplosioniviolentenon era sfuggita a nessuno, e Sidney Sonnino, prima che sorgessero iFascie senza che sospettasse la influenza della propaganda socialista, ne aveva previsto la ripetizione. E Abele Damiani, non aveva mancato di avvertire: «Non dimentichiamo che in tempo di rivoluzione furono specialmente i contadini, i quali assalirono i possidenti nelle persone e ne danneggiarono le possidenze: il 1848 e il 1860 segnano due epoche terribili di manifestazioni popolari; in alcuni comuni dell’isola si ebbero a deplorarefatti di sangue, vendette,incendî di archivi pubblicida parte di una moltitudine oppressa, ubbriaca, nell’intento di vendicarel’onta della miseria patita a causa dell’odiata classe dei proprietarî.»
Ah! perchè l’on. rappresentante per Marsala non ha ricordato questa pagina da lui scritta all’amico suo intimissimo ed antico, Francesco Crispi, quando con violenza e con leggerezza indegna di un uomo di Stato egli volle accusare e calunniare i socialisti, sobillatori?
Oltrepassiamo lo stretto. Le provincie del continente napoletano presentano il terreno adatto per questaindaginedi sperimentalismo sociale; nè riferendomi a tali regioni intendo ricordare i contemporanei moti di Ruvo, di Corato, ecc. che si può supporre essere stati determinati da contagio psichico il quale pure non è efficace se non dove esistono le favorevoli opportune condizioni. Mi riporterò invece alle diverse fasi delbrigantaggioed alle altre esplosioni dell’odio di classe, che hanno preceduto le siciliane e che riconoscono cause perfettamente identiche.
DAL ’48 AL ’93
Furono iFascie la propaganda socialista, che li determinarono? Ma il socialismo non era ancora nato e nel secolo scorso—si può apprenderlo dalle opere insigni di Winspeare e di Nicola Santamaria sulfeudalismo—nel campo stesso dove si svolse il brigantaggio si ebbero scene e manifestazioni perfettamente analoghe a quelle ricordate per la Sicilia dal 1848 al 1893.
LE PAROLE DEI MODERATI
Credo di avere già citato sulle cause e sul significato del brigantaggio dal 1860 in poi i discorsi di Giuseppe Ferrari, i quali, mutati i nomi, si crederebberopronunziati pei moti di Sicilia, devo aggiungere che tutte le discussioni parlamentari del 1863 e 1864 e particolarmente la relazione e un discorso del Massari e un altro del Castagnola riescono alla stessa conclusione: «il brigantaggio è la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie.» Sono parole del moderatissimo Massari e pronunziate quando della sincerità di certe oneste dichiarazioni deimoderatinon si poteva dubitare, perchè essi erano al potere e non avevano bisogno di ostentare sensi umanitarî o democratici per fare la critica degli avversarî.
Pasquale Villari nelle sue splendideLettere Meridionali, riassunse coll’usata sua acutezza tali discussioni, che deve rileggere chiunque voglia ora giudicare rettamente su i casi di Sicilia e apprendere pure di quanto gli uomini di ordine e di governo di allora fossero superiori a quelli di oggi.
Posteriormente c’è stato un altro scrittore, che è ritornato sullo stesso argomento ed ha raggruppato i fatti e le considerazioni in guisa tale che meravigliosamente si adattano agli ultimi avvenimenti della perla del Mediterraneo.
Vale la pena di arricchire questa collezione di documenti con i seguenti brani del Turiello: «Il feudalismo lasciò più viva che altrove nell’Italia meridionale la differenzafra la plebe.... Il bilanciarsi più o meno velato dell’autorità regia, tra la plebe e la borghesia, rimane la chiave dei rivolgimenti napoletani dituttoil periodo corso dal 1806 al 1861, quando il brigante Crocco a Menfi, seguito damigliaia di villani per l’ultima volta tentò la restaurazione borbonica!......
LA LOTTA TRA LE CLASSI
«Alle rumorose sollevazioni sociali in veste politica, che seguirono dal 1806 in poi, sotto nome di brigantaggio, bisognerebbe aggiungere, per intendere la condizione reale dellaopposizione dei due cetiin molte delle nostre campagne, la ricerca e l’enumerazione minutad’infiniti casi di sollevazioni locali di contadini, a fin di dividersi terre controverse, in ogni periodo in cui parve meno vigorosa in queste provincie l’autorità dello Stato.»
«Il grossobrigantaggiotra il 1864 e il 1866 venne meno.Ma le cagioni della lotta feroce non iscemarono di poi, se non qua e colà dove scemarono con i popoli gli odî delle campagne per la cresciuta emigrazione.... E, installato un nuovo ordine di cose, il voluto regime di libertà, il feudalismo dinomefu abolito nelle provincie meridionali, ma non di fatto. Le condizioni dei lavoratori pessime e vivissimala lotta apertaol’antagonismo latente tra le classi.
«Nè mancaronomanifestazioni delittuose collettivenegli ultimi tempi, quando non esisteva più il vero brigantaggio.—Incendî numerosi ed estesi, uccisioni di boviavvennero nel 1877 negli Abruzzi e nel Salernitano, in odioa ricchi proprietarispesso usurpatori di terreni comunali... Altrove, come in un comune di Basilicata, i contadini si sono confederati in setta di mutuo soccorso per false testimonianze, sempre benevole al proprio ceto in caso di liti coi possidenti, per offese private o per quistioni demaniali....»
E perchè ciò? Perdio, come dice il Franchetti,gli abbienti delle Calabrie e della Basilicatasono oppressori disonesti senza averne coscienza...
UN PARALLELO CON L’IRLANDA
C’è di meglio ancora; c’è un isola che più volte si è paragonata alla Sicilia: l’Irlanda. Nell’isola verde la lotta dura da un secolo; le dimostrazioni, i tumulti, le intimidazioni da un secolo vi si alternano colle repressioniviolentee colle leggi eccezionali: lo stato di assedio vi fu proclamatocinquanta voltein novantanni circa e sempre inutilmente!
Perchè ciò? Riassumo un lato delle condizioni dell’Irlanda colle parole di un conservatore: del Fournier. I contadini vi sono miserabilissimi, irregolarmente impiegati e male pagati dai fittaiuoli..., le loro abitazioni consistono in un sol vano, che serve al tempo stesso per preparare gli alimenti e per dormire—come in Sicilia. Molti dividono l’abitazione colle bestie da soma, col porco, col pollame—come in Sicilia. Tali abitazioni sono appena chiuse; qualche volta non hanno vetri alle finestre; un foro nel tetto lascia passare il fumo—come in Sicilia. Sono malvestiti e male forniti in quanto a letto e ad utensili domestici—come in Sicilia. Le relazioni dei fittaiuoli coi contadini sono molto tese e i primi si mostrano più arroganti dei membri dell’aristocrazia—come in Sicilia: sempre!
Il Fournier continua: «Il contadino irlandese sa ch’egli è il più male alloggiato, il più mal vestito, il più mal nutrito dell’Europa occidentale ed insorge contro questa situazione.... Su questo popolo eccitato dalla miseria e dalle privazioni, dal timore e dalla collera gliagitatorihanno buon giuoco....»—come in Sicilia.
LE PROTESTE
E come in Sicilia i tumulti si succedono con vertiginosa rapidità e vi si formano associazioni ora legali ora segrete e criminose, che spesso si sostituiscono al governo e dal governo sono più temute e più rispettate. Sorgono perciò ifanciulli bianchi, il ribbonismo, i molly-maguyr, i feniani, laLand league. Alcune di queste associazioni, specialmente quella deimolly-maguyr, per gli statuti, pei principi, per la esplicazione criminosa della loro azione si rassomigliano maravigliosamente allamafia.
Vediamo che cosa fa la più legale e la più celebre di quelle associazioni: LaLand-leaguecol suo Re senza corona, Parnell.
Siamo nell’autunno del 1880. Tutte le domeniche in sette o otto punti dell’Irlanda, le popolazioni si affollano attorno ad un palco improvvisato; ogni villaggio arriva preceduto da un corpo di musica e da bandiere, sulle quali stanno gli emblemi dell’Isola Verde. Chi in questo non riconosce le passeggiate dei Fasci coi gonfaloni e colle fanfare da un paese all’altro?
A chi quella folla attorno un palco non richiama alla memoria i discorsi che hanno suscitato tanta ira e tanta indignazione nei conservatori e nei progressisti d’Italia?
Sin qui la rassomiglianza; ma ad un certo punto laLand-leaguesi spinge ad atti collettivi e continuati, cui non giunsero iFasci.