NOTE:

LA RESISTENZA DELLA LAND-LEAGUE

Infatti laLand-league, che ha la sua gerarchia, i suoi comitati, il suo bilancio, la sua cassa rifornita continuamente dalle generose contribuzioni degli Irlandesi degli Stati Uniti, organizza la resistenzamultiforme contro il governo e contro i grandi proprietari—iland-lords.

Iland-lordsnon possono più esercitare i diritti che l’attodel 1870 loro lasciava; essi non esigono più i fitti, sia perchè gli affittaiuoli non possono pagarli, sia perchè non lo vogliono sembrando loro esorbitante. Se i proprietari tentano procedere ad un sequestro o di fare eseguire un decreto di espulsione la popolazione si ribella ed occorre il concorso della fanteria e della cavalleria per proteggere le esecuzioni.

Quando la espulsione è stata effettuata e la terra rilasciata, laland-leagueimpedisce ad altri contadini di prenderla e tanto l’amministratore, che ha provocato l’espulsione quanto gli affittaiuoli che contravvengono alla proibizione dellaland-leaguevengonoboicottati, cioè trattati come gli scomunicati dei secoli scorsi, messi all’ostracismo: persino i bottegai negano loro di vendere le mercanzie e gli operai il lavoro.

Talvolta la vendetta popolare non si arresta a questo, ma perfino la notte vengono visitati da persone armate e mascherate; vengono minacciati con lettere anonime o a viva voce e così lo spavento si spande dappertutto perchè leminaccevengono seguite dai fatti: dall’incendio e dall’assassinio. In tempi ordinarî la giustizia colpisce i rei; ma è impossibile procedere contro una intera popolazione. Perciò in Irlanda o per amore o per timore i contadini diventano complici dei reati agrari; non si trovano testimoni a carico degli accusati e su 155 reati constatati non si poterono colpire che 32 persone. Cosìla giustizia criminale viene paralizzata in una alla civile per opera dellaland-league.

Un ultima osservazione per coloro che ignorano la storia dell’Irlanda: il socialismo in massima fu estraneo alla nascita di tutte le associazioni irlandesi, nelle quali predominò invece il sentimento di razza e l’antagonismo religioso: i cattolici irlandesi di origine celtica non si seppero mai rassegnare al giogo dei protestanti inglesi di razza anglosassone.

LE STESSE CAUSE DANNO GLI STESSI EFFETTI

Il parallelo tra l’Irlanda e la Sicilia potrebbe essere continuato e riuscirebbe oltremodo istruttivo nella parte politica; ma ciò mi pare che basti per dimostrare che senza il menomo intervento del socialismo le stesse cause hanno prodotto gli stessi effetti che in Sicilia. In Irlanda e in Sicilia riescono gliagitatoriperchè il terreno è adatto e fatalmente devono sorgere con qualunque nome e sotto qualunque bandiera.

A coloro che per ignoranza o per malafede non sanno scorgere nei tumultuosi fenomeni sociali che la mano di sobillatori ripeterò le parole dell’arguto Gian Luigi Courier:les vrais sèditieux sont ceux qui en trouvent partout.

GLI ECCITAMENTI NELLE RIVOLUZIONI

Questo mio modo di vedere è il prodotto della sincera convinzione che mi sono andato formando colla osservazione dei fatti; nè la enuncio ora per comodità di difesa di amici politici e di avvenimenti ad essi voluti intimamente connettere, ma la manifestai, ampiamente e in termini identici, dieci anni or sono quando ero ben lungi dal prevedere le dolorose contingenze odierne. Allora riportai un caratteristico brano del Montchretien—uno scrittorefrancese del secolo XVII—e nell’occuparmi dei rapporti tra rivoluzione ed evoluzione conchiusi con queste parole, che tornano più che mai opportune adesso: «Gli scoppi, icataclisminon avvengono per gli eccitamenti di coloro, che la rivoluzione predicano come una teoria, come unico mezzo di salute. Essi da soli, colla decisaintenzionedi provocarla, non approderebbero all’intento, quando anche fossero assai più numerosi di quel che sono, se altre condizioni determinanti non esistessero. Non si designino quindi alla pubblica esecrazione e non si rendano responsabili di avvenimenti, che si svolgono indipendentemente dalla loro volontà!»[50]

NOTE:[47]Mi consta con sicurezza che iniziato il periodo della reazione le autorità militari dell’isola volevano ad ogni costo farmi arrestare. Devo la libertà a qualche eminente magistrato; ed io che ho sentito e sentirò il dovere di biasimare la magistratura in più occasioni, sento per questo l’obbligo di manifestare pubblica e sincera riconoscenza.[48]Le condizioniecc., p. 80. Erra di gran lunga il Di San Giuliano quando afferma che le condizioni della provincia di Catania sono le più tristi, poichè assai peggiori sono quelle del resto della Sicilia.[49]Abolirono tasse locali, le ridussero, soppressero alcune spese facoltative nei primi di Gennaio 1894 i municipî di Marsala, Trapani, Canicattì, Gibellina, Misilmeri, Termini-Imerese, Cefalù-Diana, Castrofilippo, Gratteri, Ravanusa, Casteltermini, Montevago, Aragona, Menfi, Cinisi, Bisacquino, Vita, S. Biagio-Platani, Piazza-Armerina, Carini, Santa Ninfa, Castellammare, Ribera, Sambuca-Zabut, Aidone, Modica, Chiaromonte-Gulfi, Francofonte, Francavilla, S. Giovanni-Gemini, Calatafimi, Villarosa, Licata, Caltanissetta, Resuttano, Alimena, Collesano. Villafrati, Lercara, Malvagna, Ciminna, Baucina, S. Mauro-Castelverde, Valledolmo. La lista è tutt’altro che completa e sarebbe assai istruttivo che lo fosse e fossero note le concessioni fatte in seguito ai tumulti.Avverto che in generale la stampa di tutta Italia non si è ingannata sulle cause che generarono i tumulti siciliani. A Roma ilFanfulla,l’Opinione,il Dirittole esposero sommariamente ed esattamente. Vanno poi specialmente ricordati per onestà e precisione d’informazioni:Il Secoloe ilCorriere della seradi Milano,Il Resto del Carlinodi Bologna,La Tribuna, ilMessaggeroeIl Popolo Romanodi Roma. A questi giornali, ai loro direttori e corrispondenti va data una sincera parola di lode.Il La Loggia ha fatto una diligente statistica delle cause che determinarono le principali dimostrazioni e i tumulti da gennajo 1893 a gennajo 1894, che mi pare importante riprodurre dalGiornale degli Economisti(marzo 1894): divisione demanii comunali 1, cause politiche 2, tasse locali48, patti agrarî 7, patti minerarî 1, prepotenze amministrative 2, prepotenze di autorità politiche 4, mancanza di lavoro 1, contratto di lavoro 1.[50]N. Colajanni:Il socialismo. Catania 1884—p. 350 a 352 e 393.

[47]Mi consta con sicurezza che iniziato il periodo della reazione le autorità militari dell’isola volevano ad ogni costo farmi arrestare. Devo la libertà a qualche eminente magistrato; ed io che ho sentito e sentirò il dovere di biasimare la magistratura in più occasioni, sento per questo l’obbligo di manifestare pubblica e sincera riconoscenza.

[47]Mi consta con sicurezza che iniziato il periodo della reazione le autorità militari dell’isola volevano ad ogni costo farmi arrestare. Devo la libertà a qualche eminente magistrato; ed io che ho sentito e sentirò il dovere di biasimare la magistratura in più occasioni, sento per questo l’obbligo di manifestare pubblica e sincera riconoscenza.

[48]Le condizioniecc., p. 80. Erra di gran lunga il Di San Giuliano quando afferma che le condizioni della provincia di Catania sono le più tristi, poichè assai peggiori sono quelle del resto della Sicilia.

[48]Le condizioniecc., p. 80. Erra di gran lunga il Di San Giuliano quando afferma che le condizioni della provincia di Catania sono le più tristi, poichè assai peggiori sono quelle del resto della Sicilia.

[49]Abolirono tasse locali, le ridussero, soppressero alcune spese facoltative nei primi di Gennaio 1894 i municipî di Marsala, Trapani, Canicattì, Gibellina, Misilmeri, Termini-Imerese, Cefalù-Diana, Castrofilippo, Gratteri, Ravanusa, Casteltermini, Montevago, Aragona, Menfi, Cinisi, Bisacquino, Vita, S. Biagio-Platani, Piazza-Armerina, Carini, Santa Ninfa, Castellammare, Ribera, Sambuca-Zabut, Aidone, Modica, Chiaromonte-Gulfi, Francofonte, Francavilla, S. Giovanni-Gemini, Calatafimi, Villarosa, Licata, Caltanissetta, Resuttano, Alimena, Collesano. Villafrati, Lercara, Malvagna, Ciminna, Baucina, S. Mauro-Castelverde, Valledolmo. La lista è tutt’altro che completa e sarebbe assai istruttivo che lo fosse e fossero note le concessioni fatte in seguito ai tumulti.Avverto che in generale la stampa di tutta Italia non si è ingannata sulle cause che generarono i tumulti siciliani. A Roma ilFanfulla,l’Opinione,il Dirittole esposero sommariamente ed esattamente. Vanno poi specialmente ricordati per onestà e precisione d’informazioni:Il Secoloe ilCorriere della seradi Milano,Il Resto del Carlinodi Bologna,La Tribuna, ilMessaggeroeIl Popolo Romanodi Roma. A questi giornali, ai loro direttori e corrispondenti va data una sincera parola di lode.Il La Loggia ha fatto una diligente statistica delle cause che determinarono le principali dimostrazioni e i tumulti da gennajo 1893 a gennajo 1894, che mi pare importante riprodurre dalGiornale degli Economisti(marzo 1894): divisione demanii comunali 1, cause politiche 2, tasse locali48, patti agrarî 7, patti minerarî 1, prepotenze amministrative 2, prepotenze di autorità politiche 4, mancanza di lavoro 1, contratto di lavoro 1.

[49]Abolirono tasse locali, le ridussero, soppressero alcune spese facoltative nei primi di Gennaio 1894 i municipî di Marsala, Trapani, Canicattì, Gibellina, Misilmeri, Termini-Imerese, Cefalù-Diana, Castrofilippo, Gratteri, Ravanusa, Casteltermini, Montevago, Aragona, Menfi, Cinisi, Bisacquino, Vita, S. Biagio-Platani, Piazza-Armerina, Carini, Santa Ninfa, Castellammare, Ribera, Sambuca-Zabut, Aidone, Modica, Chiaromonte-Gulfi, Francofonte, Francavilla, S. Giovanni-Gemini, Calatafimi, Villarosa, Licata, Caltanissetta, Resuttano, Alimena, Collesano. Villafrati, Lercara, Malvagna, Ciminna, Baucina, S. Mauro-Castelverde, Valledolmo. La lista è tutt’altro che completa e sarebbe assai istruttivo che lo fosse e fossero note le concessioni fatte in seguito ai tumulti.

Avverto che in generale la stampa di tutta Italia non si è ingannata sulle cause che generarono i tumulti siciliani. A Roma ilFanfulla,l’Opinione,il Dirittole esposero sommariamente ed esattamente. Vanno poi specialmente ricordati per onestà e precisione d’informazioni:Il Secoloe ilCorriere della seradi Milano,Il Resto del Carlinodi Bologna,La Tribuna, ilMessaggeroeIl Popolo Romanodi Roma. A questi giornali, ai loro direttori e corrispondenti va data una sincera parola di lode.

Il La Loggia ha fatto una diligente statistica delle cause che determinarono le principali dimostrazioni e i tumulti da gennajo 1893 a gennajo 1894, che mi pare importante riprodurre dalGiornale degli Economisti(marzo 1894): divisione demanii comunali 1, cause politiche 2, tasse locali48, patti agrarî 7, patti minerarî 1, prepotenze amministrative 2, prepotenze di autorità politiche 4, mancanza di lavoro 1, contratto di lavoro 1.

[50]N. Colajanni:Il socialismo. Catania 1884—p. 350 a 352 e 393.

[50]N. Colajanni:Il socialismo. Catania 1884—p. 350 a 352 e 393.

Indice

Al generale Corsi, che paragonò la Sicilia a una mina già preparata da secoli alla quale iFascie gli agitatori socialisti diedero fuoco, si può rispondere, che più veramente la parte di miccia la fece proprio il governo.

Infatti, la responsabilità del governo è immensa; antica e recente; diretta e indiretta; positiva e negativa. Su quella, antichissima, che si deve considerare come vera opera di preparazione, non ritornerò, risguardando essa la formazione dell’insieme di quelle condizioni sociali descritte avanti; nè ripeterò ciò che venne esposto relativamente alla provocazione, la quale rappresenta una fase più recente.

I RAPPRESENTANTI DEL GOVERNO

Il governo è responsabile per la sua azione diretta e che fa capo a Roma, e ancora di più per quella dei suoi rappresentanti locali, ora disonesti ora inetti—partigiani sempre—contro ai qualigli uomini più eletti dell’isola protestarono in ogni tempo invocandoli migliori. Di quanto fecero i prefetti e la polizia risponde il governo centrale, non solo per le ragioni che derivano dallo stesso regime parlamentare, ma ancora di più per la impunità che quello ha voluto sempre concedere ai suoi subalterni, e per l’incoraggiamento dato al malfare coi premi e le promozioni in ragione diretta della audacia mostrata nella violazione delle leggi e di quei principi fondamentali, che—anche se non regolati esplicitamente da leggi speciali, come vorrebbe lo Statuto, e come sarebbe il caso quanto al diritto di associazione e di riunione—dovrebbero pure far parte del diritto pubblico di un paese, che creda di vivere sotto il libero regime rappresentativo.

L’IMPUNITÀ DELLE CLASSI DIRIGENTI

La responsabilità di questa ultima fase di esplosione che ricade sul governo per l’inettitudine e per l’imprudenza dei suoi agenti potrei io dimostrare con molti esempi. Mi limito solo ad accennare a quel tal delegato di Racalmuto, il quale medita stupidamente ed eseguisce una aggressione illegale contro una folla di un migliaio di cittadini, avendodue solicarabinieri e ch’è premiato, di poi, per essersi ecclissato nel momento critico del pericolo; e al delegato di Valguarnera che ordina ad altri due carabinieri di far fuoco contro un assembramento di parecchie migliaia di persone già eccitate; e faccio anche menzione di quel Prefetto di Trapani, che perdette del tutto la bussola appena ebbe notizia dei primi tumulti, rimanendo in balia degli eventi come fece il suo collega di Napoli nell’agosto del 1893: e di tanti altri funzionarî di polizia—specialmentedella provincia di Caltanissetta—che si sono chiariti di una inettitudine superlativa nella ricerca di delinquenti e nella repressione del delitto, ma audacissimi nel denunziare comepericolosii più onesti e pacifici cittadini, e che pur sono stati premiati più volte nonostante il contrario avviso della magistratura.

Infine, il governo è responsabile quale organo delle classi dirigenti per quello che fece e per quello che lasciò sempre fare ad esse impunemente; responsabilità grande, che viene riassunta dal generale Corsi con questo tratto breve ed efficace: «i più moderati dei sommovitorinon potevano fare a meno di pensare: il governo e i gaudentipromettono e dormono; bisogna scuoterli, costringerli col coltello alla gola.» (p. 371). E davvero, come non scorgere tutta la efficienza che doveva venire dalla radicata e ben fondata convinzione che nulla c’era da sperare colle buone e colle vie legali dal governo e dalle classi dirigenti?[51]

L’ALTO SENNO DELL’ON. GIOLITTI

Quando si perviene alla vigilia della esplosioneed entra in iscena maggiormente l’on. Giolitti, corre il debito di dichiarare, che la situazione in Sicilia era assai cattiva; ma egli, che doveva risuscitare la bandiera sfatata dellasinistracon tutte le sue colpe e con tutti i suoi errori, ebbe il merito speciale di renderla addirittura pessima con tutto quel periodo di provocazione.

Egli peggiorò tutti i cattivi metodi di governo mettendo a disposizione dei deputati—divenuti tanti proconsoli in cinquantesimo—prefetti, delegati, ed anche magistrati! ed ottenendo, però, un risultato insperato e insperabile per altri titoli: una fedeltà, cioè, a tutta prova nei rappresentanti dell’isola, che coprirono e legittimarono ogni loro voto di fiducia in nome della sacrosanta ricostituzione dei partiti e della risurrezione dellasinistra... fatta da uomini che erano stati i promotori e i campioni deltrasformismo.

Avvenuta poi la tragedia di Caltavuturo, la cecità e la persistenza del governo negli antichi metodi, e la mancanza completa di opportuni provvedimenti divennero assolutamente criminose.

Ciò che c’era da temere, ciò che poteva verificarsi si era veduto coi fatti: Caltavuturo non fu che un primo sintomo di uno stato generale.

Era urgente provvedere allora e riparare; mostrarne almeno l’intenzione. Finalmente, gli avvisi, gli allarmi, le grida di gioia degli uni e di paura degli altri rompono l’alto sonno dell’on. Giolitti; ed ecco il governo cominciò ad accorgersi che in Sicilia c’era del fuoco serpeggiante che minacciava di propagarsi—assurgendo alle proporzioni di un grande incendio—e si avvide che questa ipotesidel fuoco sotto la neve non era un’immagine poetica, cui si prestava l’Etna maestosa e fumante, ma una realtà. Ma pure allora il Presidente del Consiglio non si svegliò del tutto: sbadigliò, e sbadigliò da vero ministro di polizia dei passati regimi, non sapendo vedere al di là della superficie e credendo che con semplici brutali repressioni la si potesse fare finita.

UNA INSANA CONFUSIONE

In Sicilia c’era una quistione di malandrinaggio di cui s’era occupato ripetutamente il Parlamento e la stampa; c’era la quistione sociale di cui iFascierano una fioritura parziale; e l’una e l’altra preoccupavano i grandi proprietarî e le classi dirigenti. L’on. Giolitti credette dare un colpo da maestro confondendole e giudicando che iFascinon fossero che una speciale manifestazione del malandrinaggio e nella sua alta sapienza commise di studiare la quistione sociale al direttore generale della Pubblica Sicurezza. Così facendo—confondendo il moto sociale colla manifestazione criminosa—credette d’infangare il primo per discreditarlo, senza però d’altra parte nutrire la speranza di fare scomparire la seconda, che dalla insana confusione non poteva che ricevere incremento.

E per giudicare insana tale misura mi appello all’on. Di San Giuliano, che pur avendo fatto parte del gabinetto dell’on. Giolitti onestamente riconobbe: «che il peggioramento delle condizioni della pubblica sicurezza non è un effetto della propaganda, cui si devono iFasci, ma tanto il successo di questa propaganda e i disordini che ne conseguono, quanto l’aumento dei furti e delle grassazionisono effetti simultanei del disagio economico.» (op. cit. p. 14).

Il generale Corsi alla sua volta fece questa speciale e preziosa osservazione: «del moto deiFascirimasero quasi affatto immuni i circondarî di Cefalù e Mistretta,quelli appunto ch’erano in maggior sospetto di malandrinaggio.» (p. 366).

LA MISSIONE DEL SENATORE SENSALES

Il senatore Sensales, pei suoiprecedentie pel posto che occupava, era certo il meno adatto di tutti a conoscere i mali e a suggerire confacenti rimedî.

Del resto, il direttore generale della Pubblica Sicurezza non mostrò alcuna intenzione di studiare e conoscere; percorse rapidamente l’isola da Palermo a Messina, sentì i prefetti, si fece ossequiare alle stazioni ferroviarieper un minutodai delegati suoi dipendenti, non chiamò notabili, non chiamò e non volle sentire gli oppressi. A Corleone soltanto—forte della coscienza del proprio retto operato—il Presidente delFascio, B. Verro, si presentò da sè al Sensales per sottoporgli le doglianze e le ragioni, vericahiers, dei lavoratori della propria regione. Onde il Direttore della pubblica sicurezza nulla vide, nulla apprese, che non avesse potuto sapere dai rapporti dei suoi dipendenti.

Quale fu, dunque, la sua missione; quale la sua opera?

Eccola: in una delle brevi soste del suo rapido e trionfale viaggio, a Girgenti—siamo già in ottobre, proprio alla vigilia dello scoppio—egli scopre «che alla fin fine miseria ce n’è stata sempre e ce n’è dappertutto; che iFascinon raggiungerebbero lo scopo politico-sociale cui miravano e sarebberostati sciolti con mezzi che non poteva rivelare.»

Non rivelò i mezzi arcani, ma li lasciò intravvedere ai suoi intimi o almeno parlò loro un linguaggio così equivoco da farlo interpretare in questo modo:

Persecuzione agli elementi migliori deiFasciin modo che questi si sciogliessero spontaneamente, risparmiando al governo l’odiosa illegalità di scioglierli esso stesso. E la parola d’ordine data, pare che sia stata altrettanto semplice:arrestare in qualunque occasione e per qualunque pretesto!

E se non fu data in questa forma brutale la istruzione draconiana, i subordinati così ebbero ad intenderla e così la eseguirono.

N’È DERIVATO...

Vi furono funzionari onesti e vergognosi dell’opera che compivano, i quali da me rimproverati aspramente, mi confessarono con sincerità che essi eseguivano gli ordini dei superioriarrestando ad ogni minima occasione, processando con ogni pretesto! E ciò l’indomani del viaggio dell’on. Sensales. Il quale viaggio viene annunziato dal generale Corsi così: «l’infelice governo centrale mandòun alto funzionario(siciliano) a vedere come stessero le cose.N’è derivato....» (p. 336).

I reticenti puntini sono del generale Corsi, che interrompe bruscamente i propri commenti e che lascia comprendere chiaramente che a proposito della missione del senatore Sensales e dei suoi risultati molte cose brutte sa e vorrebbe dire, ma non può.

Perchè si giudichi dell’effetto morale che poteva fare il contegno equivoco e misterioso del senatore Sensales bisogna esporre questi tratti del caratteredei siciliani quali li riferisce lo stesso generale Corsi: «Il siciliano ha bisogno di espansione, di franchezza, di verità.—Andategli a viso aperto colla verità, ed egli, foss’essa anche una condanna, vi si sottomette. Fategli comprendere l’inesorabilità di certe cose, e a lui basta questa sincerità.—Insomma coi Siciliani non bisogna adoperare sotterfugi, scappavie o che so io;—no, bisogna dir tutto e mantenere sia in bene che in male..... Se potete accordate; se non potete non andate per le lunghe, ma dite chiara e tonda la ragione.» (pag. 273).

La sapienza di governo dell’on. Giolitti non si limitò all’invio del senatore Sensales, che serbò il contegno meno adatto ad inspirare fiducia agli isolani; andò oltre, e continuando nell’applicazione del criterio che tutto dovesse ridursi a reprimere brutalmente il malandrinaggio creò lezoneesotto-zonemilitari.

IL REGNO DELLA SCIABOLA

L’impressione di quest’altro provvedimento fu penosa; ci fu la delusione in coloro che giustamente attendevano misure economiche e riparazioni politiche e amministrative; ci fu la paura in quanti ricordavano i fasti militari di altri tempi—paura, che si accrebbe quando corse la voce che sarebbe stato mandato il generale Baldissera a domare ed incivilire l’isola—certo,more Livraghi—ci fu in tutti lo accasciamento per la ribadita convinzione che il governo era e voleva continuare a mantenersi su di una falsa strada. Che la impressione fatta da tale provvedimento sia stata realmente penosa sulla generalità si rileva dalla cura del generale Corsi nel volerla dileguare e nel trovarla ingiustificata. Eglinarra, all’uopo, episodî e giudizi, che mirano a provare che ilregno della sciabolanon è così terribile e temibile come si crede e che molte volte fece savia opera di pace: ed io che del militarismo sono avversario irreconciliabile sento il dovere di dichiarare che in molte occasioni ho trovato le autorità militari di gran lunga superiori, per tatto e per cuore, alle autorità civili; ma ciò non ostante, a torto o ragione, l’impressione non fu buona per quella misura del governo, che senza distrurre il malandrinaggio, accrebbe le diffidenze, le antipatie, i malumori.

L’ATTITUDINE DEL GOVERNO

La insipienza e la malevolenza del governo non risultava soltanto dai provvedimenti succennati, che avrebbero potuto essere spiegati in senso favorevole se accompagnati da buoni propositi, ma dalla sua attitudine di fronte all’azione deiFasci, durante tutto il 1893: e di fronte ai municipi, dall’ottobre al dicembre dello stesso anno: poichè se verso i primi si chiariva schiettamente reazionario, la debolezza unita all’arbitrio verso i secondi non poteva servire che d’incoraggiamento al tumulto, alla violazione della legge dal basso contemporaneamente alle violazioni dall’alto.

Invero l’indole dei reati attribuiti dalle autorità ai così detti sobillatori e aiFasci, e i pretesti che dettero occasione allo sfogo della loro libidine di arbitrî durante il periodo della provocazione, furono tali che giustificano l’avere considerato la loro azione come essenzialmente provocatrice ed iniquamente partigiana.

Si esagerarono a bella posta alcuni fatti, e della esagerazione dà la prova il Generale Corsi, chescrive: «in sostanza l’Infernoa cui s’è ridotta la Sicilia è un inferno assai tollerabile, a vederlo da presso,senza paura e senz’odio, senza il maledetto spirito di parte. Nè tutto il male che si poteva e si voleva fare dagli scioperanti fu fatto; gl’incendî delle pagliaie e dei fienili non furono molti, non moltissimi gli abigeati, i guasti ai colti non frequenti nè grandi; gli armenti non furono abbandonati alla campagna dai pastori, come si diceva che sarebbe avvenuto; dei campieri non fu fatta strage; i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietari non furono costretti a cessare il lavoro...» (Sicilia, p. 337 e 338).

LO SCIOPERO PRETESTO DI ARBITRII

Il pretesto più ordinario agli arresti e agli arbitrî innumerevoli perpetrati sotto il ministero Giolitti,—o contro iFascicollettivamente o contro i singoli membri—venne somministrato dallo sciopero e dai suoi naturali inconvenienti. Questi inconvenienti, che ogni giorno si constatano ancora e in maggior misura in Inghilterra, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, dove agiscono masse di operai colti, educati alla vita pubblica e che hanno da lungo tempo adoperato questo mezzo—riconosciuto legittimo da conservatori e da economisti liberisti—per migliorare la propria condizione economica col rialzo dei salari, dovevano esser guardati con benevolenza dalle autorità perchè si sperimentavano nell’agitazione legale intrapresa per la prima volta dai lavoratori della Sicilia, incalzati dal bisogno assoluto ed urgente di migliorare la propria condizione.

QUEL CHE SI FECE IN INGHILTERRA

Quando si pensa ai tumulti, che caratterizzarono il periodo delluddismoin Inghilterra—durante il quale si devastarono e incendiarono fabbriche emacchine in considerevole quantità—mentre infieriva la reazione dell’ultra-torismosotto la influenza dellaSanta Alleanza, che facevasi sentire anche al di là della Manica; quando si riflette alla violenza delle dimostrazioni delcartismonella stessa Inghilterra e agli eccessi, alla intolleranza, alle persecuzioni, alboicottaggiodelleTrade Unionscontro i lavoratori che non ne facevano parte e non le seguivano nelle lotte contro i padroni e contro il capitalismo; quando si pensa ai cosidettidelitti di Sheffielde agli altri, che vennero in luce col processo di Manchester; quando si pensa alla violenza ed ai mezzi brutali, adoperati dagli unionisti contro gli operai non associati, che dai primi vengono chiamati sprezzantementeblacklegsescabese di cui si ebbero numerosi esempi, dopo il 1889, negli scioperi di Londra, di Liverpool, di Cardiff, di Southampton, di Manchester ecc., quando si pensa infine che gli operai inglesi delleUnioni—in un loro congresso a Liverpool nel 1890—hanno sinanco chiesto che venisse loro riconosciuto come undirittoil cosidettoPicketing, cioè l’organizzazione di pattuglie destinate a prevenire ed arrestare gli operai, che si portano al lavoro in tempo di sciopero! e si paragona tutto ciò alle poche violenze commesse dai poveri lavoratori della Sicilia si può comprendere la differenza enorme tra il governo inglese e il governo italiano a tutto danno e disonore del secondo, la cui condotta non può e non deve considerarsi conforme ad un libero regime.

NEGLI STATI UNITI

Se il paragone tra l’attitudine del governo inglese di fronte a violenze delleTrade Unions—cento volte superiori a quelle deiFasci—e quella del governoitaliano riesce disonorevole pel secondo, lo stesso paragone non può nemmeno porsi con quello degli Stati Uniti dove rimasero celebri le violenze di Pittsburg—che sono contemporanee perchè ci sia bisogno di ricordarle—e gli eccessi e i pericoli della marcia dei disoccupati di Coxey sopra Washington, i diversi scioperi deiCavalieri del lavoroe l’ultimo veramente gigantesco dei ferrovieri di Chicago, dell’Illinois e di gran parte della California. Nè si dica, che anche il governo della grande repubblica americana ha dovuto ricorrere alla repressione, perchè le cagioni e i limiti della medesima non hanno affatto che vedere con ciò che avvenne in Sicilia. Al Coxey—che mette in pericolo lo Stato e marcia con migliaja di uomini, che assaltano i negozî e i treni ferroviarî e all’occorrenza incendiano e distruggono—quando arriva a Washington, non viene contestato il diritto di dimostrare nei modi cennati, e questi modi non gli vengono addebitati come reati, ma viene processato per una contravvenzione ridicola e condannato a...quindici giornidi carcere. Bernardino Verro per fatti di importanza infinitamente minori e nei quali non ci fu la sua partecipazione nè diretta, nè immediata perchè si svolsero in Lercara, nella sua assenza, venne condannato asedici annidi reclusione. Debbs, l’organizzatore dell’ultimo sciopero ferroviario—che ha prodotto danni per molti milioni e le cui schiere si sono abbandonate a violenze inaudite venne processato ed arrestato, ma immediatamente rilasciato in libertà sotto cauzione, ai sensi di legge. Ai disgraziati contadini di Milocca, accusati d’avere sparso un mucchio di concime—un atto che nemmenocostituisce reato e che fu dichiarato inesistente—si nega la libertà provvisoria e sono costretti a godersi molti mesi di carcere preventivo. E così potrebbe dirsi di cento altri casi.

A chi volesse sostenere che i lavoratori di Sicilia i quali si posero in isciopero, commisero violenze, si può contrapporre la testimonianza del generale Corsi, che in tutto il suo libro si mostra avversario dello sciopero—non avendone un concetto giuridico esatto—ma che pure le constatateviolenze contro la libertà del lavoro(p. 312) da leale soldato è costretto a ridurre alle loro giuste proporzioni, ed afferma, come s’è visto, che «i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietarî non furono costretti a cessare il lavoro.» (p. 338).

QUEL CHE FECE IL GOVERNO ITALIANO

Il contegno, adunque, del governo rispetto all’azione principale deiFascifu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella famosa libertà nel contratto di lavoro, che in sè stessa, quando è rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione economica contro un’altra ch’era debole sotto tutti gli aspetti.

Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.

Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva essere energicoe previdente nel senso di ordinare subito un esame per vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure con altrettanta energia—se non pari equità—imporre il rispetto della lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in pace ed erano perciò con loro solidali.

QUEL CHE AVREBBE DOVUTO FARE

Non l’uno, nè l’altro atteggiamento seppe assumere l’on. Giolitti, ma invece si limitò a cedere ed a concedere—con manifeste violazioni della legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo—ogni qual volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di partiti.

Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l’azione del governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e amministrative.

Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte allespese obbligatoriel’ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilitàin cui si sarebbe trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che l’appaltatore avrebbe intentato al Comune, nè volendo assumersi l’odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni.»

PRESSIONI IN VISTA DEI TUMULTI

Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.

Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l’iniziativa di questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle, dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si distruggono arredi e mobili, si tenta d’incendiare gli archivi. Sedato il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta. La vittoria rimane ai tumultuanti.

IL FATTO PIÙ CONTAGIOSO

Ma i fatti ch’ebbero maggiori conseguenze e che furono straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con violenza crescente. Si conceda pure che l’amministrazione fosse cattiva, gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali maggiormentesi lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte; certo è, però, che l’amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto, nè i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e durante l’anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell’una cosa e dell’altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora interviene unconsiglieredi Prefettura che va ad assumere i lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.

La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia—o quella che tale si ritiene—e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti da tempo e che vedevano finalmente spuntare l’ora delle rivendicazioni. Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai tumultuanti, c’è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le amministrazioni comunali? c’è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido diViva il Re!lo salvava dall’ira del governo e che i ritratti del Re e della Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c’è dasorprendersi se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?

Francamente, ci vuole molta ingenuità—o molta malignità—per meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse avvenuto altrimenti. Il governo dell’on. Giolitti, dunque sia che provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare, promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità quest’azione del governo doveva venire ribadita dall’opera della magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi servizî al governo.

Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e le violenze dall’altro, tutti i conflitti si risolvevano in incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul governo, in tutti i modi.

DOPO IL 23 NOVEMBRE ’93

Se la condotta dell’on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può immaginare quello che divenne all’indomani del 23 novembre, quando pel colpo assestatogli dalComitato dei settefu costretto più che alle dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell’on. di Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata colla formazione del gabinetto presieduto dall’on. Crispi.

ANARCHIA DI GOVERNO

In questo intervallo, la fase dei tumulti divenneacutissima ed era il momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon governo erano stati deficienti nell’on. Giolitti quando era sorretto dal concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello, inspirazione dal proprio cuore; e l’anarchia, manco a dirlo, fu tutta a benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano la rivincita.

Di questa anarchia fu data una spiegazione malevola da coloro i quali affermarono che l’on. Giolitti la favorì coscientemente per lasciare al successore una tristissima eredità; come a mio giudizio malignarono—e la malignità accortamente fe’ capolino nella discussione parlamentare—quanti pensarono e dissero che l’on. Crispi avesse soffiato nel fuocoper rendersi necessario al potere. Nei precedenti, nel temperamento dei due ministri vanno ricercate le cause naturali della loro condotta.

L’ON. CRISPI

Finalmente dopo l’intermezzo comico del ministero Zanardelli, annunziato e disfatto nello stesso momento, l’on. Crispi succede all’on. Giolitti.

Chi avvicinò l’on. Crispi sul finire di dicembre 1893—ed a me toccò questo non ricercato onore—rimase impressionato della conoscenza precisa che egli aveva degli uomini e delle cose di Sicilia, delle cause vere che avevano preparato da gran tempo gli avvenimenti dolorosi dell’anno che moriva. Le intenzioni che mostrava, per riparare ai gravi mali, per rimuoverne le cause erano ispirate a patriottismo dell’antica lega—e non della nuova di cui vergognosamente si abusa a Montecitorio, rendendo ridicola o invisa la parolapatriottismo.—In lui sembrava rivivere l’antico promotore e organizzatore della spedizione dei Mille della cui risurrezione s’era avuto un barlume nel discorso di Palermo.

L’on. Presidente del Consiglio non si nascondeva le grandi difficoltà della situazione; era giustamente convinto che in quanto a provvedimenti d’indole economica e sociale l’imbarazzo era grande, ma riconosceva che bisognavano misure radicali e non rifuggiva dall’accennare a censimenti obbligatori dei latifondi e ad altri rimedî che dalle anime timide e grette avrebbero potuto essere considerati rivoluzionarî e sovvertitori degli ordinamenti economici e politici vigenti. Superfluo aggiungere che per realizzare un vasto piano di riforma sociale era indispensabile il concorso del Parlamento ed uncerto tempo per prepararlo, discuterlo e farlo accettare; che sarebbe stato necessario appellarsene al paese, se la Camera attuale, com’era temibile, non avesse voluto seguirlo.

Nessuno poteva disconvenire su tali apprezzamenti della situazione; e quanti sentirono i suoi propositi non potevano che approvarlo e lodarlo, non esitando anche di fargli comprendere, che il compimento di tale opera avrebbe potuto chiudere splendidamente la sua vita politica, ed acquistargli benemerenze maggiori di quelle che gli vennero dallo sbarco di Marsala.

SUA CONOSCENZA DELLA SITUAZIONE

Ma la grave situazione del momento imponeva provvedimenti immediati che dovevano essere presi piuttosto oggi, che domani. Ed egli non poteva prenderne da solo e immediatamente che sul terreno politico-amministrativo; e annunziò che li avrebbe presi. Egli avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all’uso delle armi bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il bisogno d’inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere energicamente e prontamente. Per quanto il contatto tra soldati e cittadini eccitati sia riuscito sempre pericoloso, pure è duopo convenire che lo spiegamento di grandi forze di fronte alle popolazioni in fermento riesce meno dannoso dello invio di piccoli distaccamenti, che—per paura di vedersi sopraffatti dal numero stragrande dei cittadini anche inermi—si sentono trascinati, quasi da legittima difesa, a far fuoco. E fu questo proprio il caso a Caltavuturo,a Giardinello, a Pietraperzia, a Gibellina, a Santa-Caterina Villarmosa, dove chi comandava i soldati credette di salvare la propria vita colle scariche micidiali contro le inermi popolazioni.

Le date dolorose di Pietraperzia, di Gibellina, di Santa-Caterina ecc. avvertono che disgraziatamente sotto l’on. Crispi si continuò nella pericolosa condotta di mandare piccolissimi distaccamenti ad imporsi ad interi comuni tumultuanti e che se ne ebbero gli stessi disastrosi risultati ottenuti sotto l’onorevole Giolitti; mentre per altro verso ciò che successe a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Monreale, ecc., dimostra, che, quando si volle e si seppe, si poterono evitare gli eccidî.

INTENZIONI

L’on. Crispi, che conosceva la inettitudine o la malvagità di molti prefetti, di molti questori, di molti magistrati—ed in questa conoscenza e nella valutazione delle persone si mostrava di una meravigliosa chiaroveggenza—sentiva il bisogno di un verorepulisti, di un mutamento rapido, fulmineo. A chi gli osservò, che si cominciava male mandando un militare a reggere la prefettura di Palermo—ed aveva buon giuoco ricordando a lui, che li conosceva appieno, i fasti della prefettura militare del Generale Medici, che riuscì ad elevare a metodo di governo i procedimenti dellamafia—egli rispondeva che Winspeare ed altri pochissimi buoni prefetti, che ha l’Italia, si erano rifiutati di andare a Palermo; che Morra di Lavriano si era mostrato mite e conciliante, poco soldatesco a Napoli nelle dimostrazioni di Agosto; che a correggere la impressione sinistra che poteva fare l’annunzio della reggenza della prefettura di Palermo affidata ad ungenerale, intendeva immediatamente farla seguire dalla nomina di un distinto magistrato a questore di quella città.[52]

PROPOSITI

L’on. Crispi, infine, che conosceva il mal governo fatto della cosa pubblica da moltissime amministrazioni comunali e la giustezza dei risentimenti del popolo annunziava che molte ne avrebbe sciolte, che avrebbe fatto riesaminare i bilanci e i ruoli delle più odiose imposte, che avrebbe fatto raddrizzare i torti e preparato la ricostituzione delle amministrazioni locali, prendendo come mezzo la massima libertà e come fine la giustizia, sbandendone tutte quelle preoccupazioni politiche e partigiane che sogliono ordinariamente presiedere alle elezioni amministrative sotto la ispirazione preponderante e trionfante dei Regi Commissarî straordinarî.

Tutto questo qui si ricorda non per trovare attenuanti a coloro i quali ingenuamente poterono credere che l’on. Crispi risolutamente pensasse a risolvere il ponderoso problema della Sicilia coi principi di equità e di libertà; ma solamente per mostrare che egli aveva conoscenza piena ed intera dei termini del problema e per poterne stabilire la responsabilità completa nel caso che i fatti che esamineremo non corrispondano ai principî che si avrebbe dovuto far prevalere. In questo caso egli non può dire:ignoravo la situazione reale, non conoscevo gli uomini e le cose!

I FATTI!

E disgraziatamente l’on. Crispi subito dopo aver manifestato tanti propositi belli cominciò ad agire come avrebbe potuto fare chiunque avesse ignorato le vere condizioni della Sicilia. L’on. Giolitti non aveva saputo escogitare in prò dell’isola che la istituzione delle zone e sotto zone militari; l’on Crispi, mutando subitamente pensiero, con lo Stato di assedio annunziato e proclamato il 4 Gennaio, pose la Sicilia sotto il comando assoluto e incontrollabile del generale Morra, conte di Lavriano e della Montà.

A giustificare il proprio operato il Presidente del Consiglio dei ministri addusse la circostanza, che i torbidi della fine di dicembre continuarono e si estesero. Ma perchè la giustificazione avesse valore bisognerebbe dimostrare che qualche cosa si era fatto per impedire che continuassero...

La continuazione dei tumulti si doveva prevedere, poichè nessuna delle cause che li avevano determinati era stata rimossa; non era stato preso alcun provvedimento che avesse potuto modificare la situazione, incutendo timore, suscitando speranze, ispirando fiducia.

Rimanevano dunque intatte le cause antiche ed intatta rimaneva la contagiosa sovraeccitazione dei mesi di novembre e di dicembre: sovraeccitazione che non poteva scomparire ad un tratto, al semplice annunzio dell’arrivo al potere dell’on. Crispi, non seguito neppure da uno di quei proclami ad effetto, che avrebbero potuto impressionare il cervello dei meridionali.

Un atto c’era, che avrebbe potuto esercitare una immediata azione sedatrice: una amnistia pronta e intera, ch’era attesa e invocata da tutti come caparradi una nuova êra riparatrice, che andava ad iniziarsi. Della convenienza del provvedimento rispondente al desiderio generale mi feci interprete alla Camera dei deputati alla presentazione del nuovo ministero; ma non potei ottenere niuna dichiarazione seriamente incoraggiante. E dare l’amnistia più che savia misura di governo era opera doverosa per chi era convinto che in fondo le popolazioni avevano ragione, e che potevano soltanto biasimarsi i mezzi adoperati per farla prevalere.

Non si potevano attendere gli sperati risultati dal ritiro della squadra, che stava a minaccia di Palermo. L’atto avrebbe solo potuto lusingare la città delle barricate, che non si era mai mossa e che non aveva menomamente accennato a dimostrazioni e tumulti, e che perciò rimase del tutto indifferente all’arrivo e alla partenza delle navi di guerra, dalla cui presenza poteva sperare qualche vantaggio economico, non temere offese.


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