NOTE:

L’OPERA DI PACIFICAZIONE DELL’ON. CRISPI!

A che cosa si ridusse l’opera di pacificazione dell’on. Crispi?

A un telegramma al sindaco di Lucca Sicula; ma fu tale misera cosa, che suscitò l’ilarità in alcuni, l’amara delusione o l’indignazione in altri.

In un sol caso si poteva pensare e supporre che l’annunzio dell’on. Crispi al potereda soloavrebbe potuto riuscire miracolosamente a produrre la pacificazione degli animi: in quello in cui il Presidente del Consiglio avesse davvero avuto parte diretta nell’eccitamento. E l’ipotesi calunniosa venne scartata.

Il corso degli avvenimenti, quindi, doveva continuare;e continuò, rimanendo immutata la enorme responsabilità del governo che in tutti i tempi e in tutti i modi li aveva preparati, determinati ed accelerati.

Disgraziatamente se mostrossi cieco, impreviggente chi dirigeva le sorti d’Italia in Roma, non si mostrarono più avvedute le classi dirigenti in Sicilia. Esse, che tanto avevano contribuito a creare la situazione anormale nel momento della crisi acuta, in generale—chè non mancarono le nobili e lodevoli eccezioni—furono liete dell’indirizzo preso dal governo; e derisero, denunziarono, angariarono iFascie i loro socî.

GRANDE COLPA DELLE CLASSI DIRIGENTI

Grande è la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, e dove esse contribuirono ad eccitare gli animi per i loro fini partigiani, si mostrarono di una fenomenale ignoranza sulle condizioni psicologiche delle folle, prodotte da quelle economiche ed intellettuali. Esse accesero l’incendio, ma non credevano che tanta materia vi fosse da farlo divampare terribilmente; si videro sorpassate nelle intenzioni e si spaventarono della lava che minacciava travolgere tutto e tutti. Ond’è che in più luoghi, nell’ora del pericolo, tornarono elementi diordine, si riconciliarono coi nemici della vigilia e si misero a disposizione del governo e abbandonarono gli alleati popolari, quando non li poterono più condurre a loro libito. Così a Lercara, ad esempio, i popolani che insistevano nelle dimostrazioni credendosi spalleggiati da una casa potente—che avrebbe saputo impedire l’uso della forza contro di loro—imprecarono ai vili, che li avevano traditi.

OGNI LORO SPERANZA È NEL GOVERNO

Nell’ora suprema l’ignoranza e l’egoismo delle classi dirigenti non furono uguagliati che dalla loro paura; ed esse non seppero neppur tentare di opporre una diga morale e materiale alla marea sormontante. Ogni speranza di salvezza riposero nel governo, da cui—come in più luoghi dimostra il generale Corsi—tutto attendevano e con questa assenza di ogni loro iniziativa si rivelarono indegne di un libero regime. Sicchè è forza convenire che la responsabilità enorme del governo negli avvenimenti di Sicilia non è pareggiata che da quella delle classi dirigenti.

NOTE:[51]Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella presente reazione, il governo—se non altro per illudere—ha mostrato la intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i quali richiamarono l’attenzione sua colle violenze, e prosegue a non curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti—ad esempio, da Petralia Soprana—mi si è scrittodeplorandodi esser rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com’è eloquente ed istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge![52]Non credo di andare errato affermando ch’era pronto il decreto, col quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.

[51]Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella presente reazione, il governo—se non altro per illudere—ha mostrato la intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i quali richiamarono l’attenzione sua colle violenze, e prosegue a non curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti—ad esempio, da Petralia Soprana—mi si è scrittodeplorandodi esser rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com’è eloquente ed istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!

[51]Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella presente reazione, il governo—se non altro per illudere—ha mostrato la intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i quali richiamarono l’attenzione sua colle violenze, e prosegue a non curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti—ad esempio, da Petralia Soprana—mi si è scrittodeplorandodi esser rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com’è eloquente ed istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!

[52]Non credo di andare errato affermando ch’era pronto il decreto, col quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.

[52]Non credo di andare errato affermando ch’era pronto il decreto, col quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.

Indice

Col gennaio del 1894 comincia la diretta e più grave responsabilità dell’on. Crispi, però che egli organizzò ed intese con tutte le sue forze ad esplicare la reazione. E invero i primi atti di essa, decisi e violenti, rispondono al carattere dell’inspiratore, il quale non mai seppe rifuggire dalle esagerazioni, nel male e nel bene, pur di riescire in quello ch’è il suo intento immediato.

Onde, come non titubò a esagerare, nel 1860, l’importanza delle notizie che venivano dalla Sicilia, per indurre più presto alla spedizione di Marsala il generale Garibaldi, così, ora—invecchiato di trentaquattro anni il suo difetto mentale—non ha esitato un istante ad esagerare, fino a potere considerarsi falsate, le condizioni della stessa Sicilia, quasi per poter fare a ritroso—spinto dall’accecamento abituale della sua sincera megalomania—la spedizione di Marsala.

Si comincia col reale decreto del 3 gennajo 1894, contro firmato dal Consiglio dei ministri col qualesi proclama lo Stato d’assedio in tutte le provincie della Sicilia; vi si nomina Regio Commissario straordinario con pieni poteri il tenente generale Morra di Lavriano e della Montà, comandante il XII Corpo di armata.

I PRIMI ARRESTI

Il regio Commissario si pone subito all’opera e nello stesso giorno fa arrestare i membri del Comitato Centrale deiFasci: on. G. De Felice Giuffrida, Avv. G. Montalto, avv. Francesco De Luca, e Nicola Petrina.

Un membro del Comitato, l’avv. L. Leone, sfugge alle ricerche della polizia e ripara a Malta; Bosco, Barbato e Verro, vengono arrestati dopo qualche tempo, mentre cercavano riparare all’estero; ma quasi a compenso di queste prede mancate venne arrestato l’avv. F. Maniscalco, che del Comitato non faceva parte e ch’era semplicemente direttore dellaGiustizia sociale.

Per poter calcolare l’opportunità e la giustizia di questi primi arresti si deve notare che alla vigilia ilComitato Centrale dei Fascisi era riunito in Palermo e dopo una discussione lunghissima ed animata, con maggioranza diseicontrouno, aveva deciso di non promuovere la insurrezione, ma di lanciare un manifesto ai lavoratori.

UN MANIFESTO CRIMINOSO

Il quale potrà essere tutto, meno che criminoso e non potrà mai servire a mascherare le intenzioni di chi lo tolse a pretesto per fare arrestare coloro che lo redassero e lo sottoscrissero.

Il manifesto è il seguente:

Lavoratori della Sicilia!«La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati, immiseriti, hanno manifestato il loro malcontentocontro un sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e libertà.L’agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un ordine di cose inesorabilmente condannato, e mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi a repressioni brutali.In questo momento solenne, mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al governo:1º Abolizione del dazio sulle farine;2º Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta col concorso dei Fasci;3º Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista;4º Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;5º Costituzioni di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti, nonchè espropriazione forzata dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3% del valore dei terreni;6º Concessione di tutti i lavori, delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato, ai Fasci dei lavoratori senza obbligo di cauzione;7º Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e moralmente le condizioni dei lavoratori;8º Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i suddetti progetti; per acquistare strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali: per anticipare alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare nel bilancio dello Stato la somma di venti milioni di lire.Lavoratori!Seguitate intanto a organizzarvi, ma ritornate alla calma perchè coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi duraturi.Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.»

Lavoratori della Sicilia!

«La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati, immiseriti, hanno manifestato il loro malcontentocontro un sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e libertà.

L’agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un ordine di cose inesorabilmente condannato, e mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi a repressioni brutali.

In questo momento solenne, mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al governo:

1º Abolizione del dazio sulle farine;

2º Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta col concorso dei Fasci;

3º Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista;

4º Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;

5º Costituzioni di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti, nonchè espropriazione forzata dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3% del valore dei terreni;

6º Concessione di tutti i lavori, delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato, ai Fasci dei lavoratori senza obbligo di cauzione;

7º Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e moralmente le condizioni dei lavoratori;

8º Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i suddetti progetti; per acquistare strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali: per anticipare alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare nel bilancio dello Stato la somma di venti milioni di lire.

Lavoratori!

Seguitate intanto a organizzarvi, ma ritornate alla calma perchè coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi duraturi.

Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.»

Vi sarà forse agio a ritornare sul valore di questo manifesto; per ora basta osservare che ogni singolo articolo di questo programma d’immediata attuazione ch’è contenuto nel manifesto è stato sostenuto da ministri ed ex-ministri del regno d’Italia e da uomini temperatissimi, nessuno dei quali venne mai incriminato. Nello insieme il programma invocava il miglioramento della condizione economica dei lavoratori; ma non avrebbe potuto scandalizzarsene l’on. Crispi, che nel suo discorso di Palermo del 1886 aveva detto queste parole.

LE PAROLE DI CRISPI

«... Il Secolo XVIII ci diede l’emancipazione della borghesia; il secolo XIX ci darà l’emancipazione delle plebi... La borghesia non ha più nulla da chiedere e nulla da ottenere. Nell’ordine politico e amministrativo essa non ha rivali pel governo della nazione; nell’ordine economico ha un impero assoluto, perchè sua è la ricchezza del paese... Colla terra e col denaro tiene incontrastato il dominio economico che le assicura quello politico.

«Alle plebi manca tutto... Bisogna, infine, che gli operai siano redenti dalla schiavitù dell’ignoranza e dalla schiavitù del capitale.»

C’era forse una minaccia nelle ultime parole del manifesto del Comitato? Ma era sempre formulata in termini più blandi e meno rivoluzionarî di quelli adoperati dallo stesso on. Crispi in un telegramma del 1892 alle società popolari di Siracusa.

La gravità e la incriminabilità del manifesto risultavano dalle condizioni del momento in cui era stato lanciato e dalle persone cui era diretto? Maper fare effetto—e l’effetto che si desiderava era la calma—sopra popolazioni in fermento, tale linguaggio era il solo adatto perchè dava affidamento ad esse che la loro causa non sarebbe stata abbandonata e che le loro giuste rivendicazioni sarebbero state propugnate con energia.

Ad ogni modo il linguaggio di giovani ardenti e non trattenuti da alcun legame ufficiale era sincero, corrispondeva alla verità e fa uno strano contrasto con quello dell’on. Crispi, che nella relazione pel decreto sullo stato di assedio dice: i tumulti essere stati provocati da gentededita ad ogni sorta di delitti; saccheggi, incendî, assassinî, rapine essere stati commessiin quasi tutti i comuni dell’isola.

UNA ESAGERAZIONE PARADOSSALE

Tutto ciò, quando non lo si voglia dire... assolutamente falso, bisogna qualificarlo esagerato in modo superlativo. Ed è evidente che l’esagerazione paradossale, aveva l’ufficio di mascherare la reazione.

Di fronte alla reazione, che si avanzava a grandi passi, sicura di vincere, perchè sorretta dai grossi battaglioni, dai cannoni, dalla cavalleria, dalle navi, dalla polizia, dalle insidie, dalle calunnie, dallo spionaggio, dal concorso di buona parte delle così dette classi dirigenti; sicura di vincere perchè doveva combattere contro elementi inermi, disorganizzati, senza programma vero di rivoluzione, senza mezzi di resistenza, senza sicurezza di vedere secondati i proprî conati dalle provincie del continente le quali lasciavansi tranquillamente sguernire di truppe, inviate in Sicilia a reprimere severamente e rapidamente moti ch’erano incomposti ed a-politici, ma che pure potevano trasformarsi da sommossa inrivoluzione, divenne scabrosissima la situazione di quanti parteggiavano per la causa popolare ed erano dichiaratamente repubblicani e socialisti. A loro s’imponeva il prendere una vigorosa decisione ed assumerne piena ed intera la responsabilità.

LA CONDOTTA DEI SOCIALISTI

La presero e la manifestarono nel modo migliore ch’era loro consentito, colla maggiore rapidità possibile per iscongiurare nuovisalassial popolo, che tornavano graditissimi in alto; per impedire che venisse del tutto distrutta una organizzazione che poteva essere feconda di bene; per evitare che la reazione trovasse nella continuazione dei tumulti nuovi pretesti perfarla finitacolla parte popolare. Perciò nella sera del giorno 5 dopo l’arresto dell’intero Comitato centrale deiFascie di altri egregi cittadini, dopo la proclamazione dello Stato di assedio, dopo l’arrivo continuo e incontrastato dal continente di nuovi reggimenti, repubblicani e socialisti, che non erano nelle prigioni, si riunirono e decisero dopo seria ma rapida discussione, di rivolgere un appello ai lavoratori dell’isola, diramarlo per mezzo del telegrafo nelle Provincie e farlo pubblicare dai giornali di Palermo.[53]Per fare tutto ciò vi era un ostacolo: il generale Morra di Lavriano. Egli in forza dei poteri eccezionali che gli erano stati accordati poteva trattenere i telegrammi e sequestrare o sopprimere i giornali; e siccome ad ogni costo si voleva raggiungere lo scopo nel più breve tempo possibile si pensò di mandare ad avvertire il Regio Commissario straordinario di quanto s’intendeva difare. A me ch’ero stato chiamato a Palermo telegraficamente nello stesso giorno fu affidato tale incarico, che nel modo che potei migliore disimpegnai nella stessa sera del giorno 5 verso ventitrè ore.

Trovai nel Generale Morra di Lavriano persona squisitissima nella forma, ma irremovibile nella sostanza di negare il permesso alla trasmissione telegrafica dell’appello a firma di molti repubblicani e socialisti. Ma siccome si sarebbe messo sfacciatamente dal lato del torto impedendo che ai lavoratori si trasmettesse una parola che poteva essere ascoltata e che consigliava la calma e la cessazione dei tumulti, così ricorse all’espediente di consentire l’appello purchè esso portasse la mia sola firma.

UNA CIRCOLARE AI LAVORATORI DI SICILIA

Esposi agli amici, che attendevano ansiosi l’esito del colloquio, tutti gl’inconvenienti della soluzione proposta e dichiarai la mia grande avversione ad assumere la responsabilità di un atto, che per gli uni doveva crearmi un titolo di onore, che non mi spettava, e per gli altri un grave demerito non meritato del pari. Ma gli amici m’imposero di sobbarcarmi a tutto ed alla fine acconsentii a firmare l’appello, purchè nei giornali di Palermo contemporaneamente alla sua pubblicazione venisse detto perchè e come era stato da me solo sottoscritto. Ciò fu fatto in Palermo: e ciò venne inoltre telegrafato dai rispettivi corrispondenti ai principali giornali del continente (Secolo,Tribuna,Resto del Carlino,Roma,Messaggero,Corriere della sera, ecc. ecc.)[54].

UN MANIFESTO NEL CONTINENTE

Poco dopo che in nome dei repubblicani e socialisti di Sicilia venne diramato il telegramma-circolare, che raccomandava la calma, un manifesto che riusciva alla identica conclusione venne pubblicato nel continente a firma del gruppo parlamentare del Partito italiano dei lavoratori. Non ci fu intesa tra l’uno e l’altro ed è notevole perciò la concordanza degli intendimenti manifestati, come indizio sicuro che essi rispondevano alle esigenze del momento.

INSINUAZIONE VOLGARE

Quale sia stata l’influenza delle parole e dei consigli del partito repubblicano e socialista non è il momento di esaminare; nè potrei essere adatto a farlo. Mi sarà consentito, però, di notare che in Italia fece una eccellente impressione e che l’opera di tale partito venne giudicata come una vittoria morale sul Regio Commissario straordinario ed una condanna della inerzia di altri uomini politici, specialmente siciliani, che avrebbero dovuto farsi vivi in momenti di pericolo. Tale impressione fu tanto viva, che a smorzarla qualche pietoso giornale governativo annunziò seccamente edingenuamentecheil telegramma era stato formulato di accordo tra me... e il generale Morra di Lavriano. La insinuazione volgare da nessuno potrà meglio essere stigmatizzata quanto dallo stesso Regio Commissario straordinario.

Se il partito repubblicano-socialista fece il dover suo consigliando la calma nella speranza d’infrenare la reazione togliendole ogni pretesto ad infierire, non fu, però, fortunato perchè la reazione non si arrestò; sopratutto—stando ad alcune voci accreditate,—per opera di alcuni noti uomini politici, che circuivano a Palermo il generale Morra di Lavriano ed a Roma l’on. Crispi[55].

A me che avvertii il Presidente del Consiglio, che i suoi funzionari lo disonoravano facendosi strumento di iniqua reazione rispose, assoluto ed altezzoso come sempre,che sotto il suo governo non sarebbe possibile la reazione.

I fatti si dettero la briga di smentirlo brutalmente, come si potrà rilevare dalla loro rapida rassegna.

Il primo sintomo delle tendenze reazionarie si ebbe colla proclamazione dello Stato d’assedio nelle città tutte che avevano mantenuto un ordine esemplare e in quattro provincie che si erano tenute perfettamente calme. Si volle loro arrecare un grave turbamento economico e si vollero sottrarre alle garanzie costituzionali soltanto per avere mano libera negli arresti e nelle violenze. Proclamando lo statod’assedio in provincie tranquille, osserva un illustre giurista, si falsa il concetto fondamentale dei poteri eccezionali, i quali traggono la loro legittimità soltanto dalla necessità di reprimere la rivolta, non di prevenirla, perocchè alla prevenzione bastano da soli gli ordini normali. (Brusa:Della giustizia penale eccezionale. Torino 1894. p. 13).

LA REAZIONE IN SICILIA E IL TERRORE BIANCO

A chi rassomigliò la reazione inauguratasi in Sicilia col 1894, alterrore biancoche infierì nel mezzogiorno della Francia all’indomani della restaurazione borbonica, si credette poter rispondere trionfalmente, che diterrorenon poteva parlarsi dove mancarono le fucilazioni.

La risposta costituisce la migliore dimostrazione della perdita del senso politico e morale in certe sfere che non sanno valutare la differenza delle cause che avevano generato le due reazioni del 1815 e del 1894. Si ebbero già abbastanza massacri ingiustificabili di contadini inermi e le fucilazioni dove e quando manca ogni accenno di resistenza, ogni e qualsiasi pretesto non avrebbero potuto rappresentare che il capriccio di una tirannide assolutamente inconcepibile in questa fine di secolo nel centro dell’Europa civile. Se mancarono, però, le fucilazioni, abbondarono tutti gli altri atti e violazioni di leggi e dello Statuto fondamentale, che possono contraddistinguere la peggiore delle reazioni.

IL SISTEMA DEGLI ARRESTI IN MASSA

La rubrica degli arresti, delle deportazioni arbitrarie è tra le più eloquenti a confermare tale asserto.

Iniziata con l’arresto dell’on. De Felice Giuffrida, che implica violazione dello articolo 45 dello Statuto, e commentata coll’impedito sbarco in Palermoagli on. Prampolini e Agnini si è poscia continuata in proporzioni inaudite.

Se l’arresto dell’on. De Felice, di Bosco, di Montalto, ecc., ha richiamato l’attenzione pubblica perchè riguardava individui conosciuti in Sicilia e fuori, vi sono stati gli arresti in massa di contadini e di lavoratori ignoti, le cui conseguenze economiche e morali non sono calcolabili e che rappresentano perciò un atto di scelleratezza raffinata. Talvolta si circondò da un reggimento o da un battaglione un povero paese e si procedette ad arresti di più centinaia d’individui! Con quali criterî, dietro quali indicazioni? È questo un mistero per lo più; e quando i moventi sono noti, sono talmente laidi che destano ribrezzo. In tale forma poco prima e poco dopo che si proclamasse lo stato di assedio si procedette agli arresti in massa a Valguarnera, a Gibellina, a Lercara, a Mazzara, a Castelvetrano, a Pietraperzia, a Santa Caterina e spesso si arrestarono i disgraziati feriti e per la rabbia di non poter arrestare i morti, tal’altra si condussero in prigione i loro congiunti; e si può altamente disapprovare come inumano e sopratutto impolitico questo sistema degli arresti in massa, nei paesi nei quali avvennero gravi disordini, ma almeno lo si spiega, quando della libertà dei cittadini dispongono i militari che delle libertà non hanno un adeguato concetto.

UNA VERA MANIA

Non può trovare parola di scusa il sistema quando si applica in paesi che si mantennero sempre calmi e che ebbero dimostrazioni ultrapacifiche. Di questi arresti ne avvennero prima dello Stato di assedio; ma dopo assunsero proporzioni da fare supporre che coloro che li ordinavano erano invasi da unavera mania. Io non ho una statistica delle persone che furono private della libertà dal 1º di Gennaio in poi; ma spigolando nella collezione delGiornale di Siciliasolamente dal 15 al 31 Gennaio, si arrestarono i cittadini a decine e a centinaia per ogni luogo: a Racalmuto, Favara, Menfi, Raffadali, Terranova, Mazzara, Niscemi, Camporeale, Caltanisetta, Salemi, Palermo, Cattolica, Calatafimi, Castelvetrano, Castrogiovanni, Palma-Montechiaro, Marsala, Mazzarino, Castellammare, Santa Ninfa, Mussomeli, Bronte, Ciminna, Baucina, Marianopoli, Riesi, Lentini, Montallegro, Castelbuono, Sommatino, Villarosa, Centuripe, Aidone, Pedara, Sciacca, Bisacquino, Francofonte, Campofelice, Paternò, Belmonte-Mezzagno, Monterosso-Almo, Gangi, Poggioreale, Prizzi, Contessa Entellina, San Mauro, Noto, Ragusa, Modica, Trapani, Adernò, Riposto, Leonforte, Assoro, Agira, Catania, Militello, Vizzini, Scordia, Gratteri, Mascalucia, Gerace-Siculo, Giuliana, Acireale, Acicatena, Viagrande, Licodia-Eubea, Regalbuto, Messina, Misilmeri, Sperlinga, Nicosia, Randazzo, ecc., ecc.

Questi enumerati, sono oltre settanta paesi dove si procedette ad arresti in quindici giorni; sono quelli dove ilGiornale di Siciliaha corrispondenti, che lo hanno avvisato di ciò che avveniva; tenendo conto, quindi, degli altri dei quali nessuno si curò di scriverne al giornale e di quelli nei quali gli arresti si verificarono prima o dopo il periodo compreso tra il 15 e il 31 Gennaio; si può essere sicuri che non vi è stato piccolo o grande comune di Sicilia che non abbia dato il proprio contingente, piccolo grande, alle prigioni dello Stato. E i carceratidevono essere stati a migliaia e forse si è dovuto pensare che c’era un modo di risolvere la questione sociale in Sicilia: quello di mantenere gli affamati a spese dello Stato nelle prigioni.

A DOMICILIO COATTO

Per molti l’arresto è stato seguito dall’invio a domicilio coatto! Oltremille, infatti si crede che siano i cittadini inviati nelle isole senza alcun processo.

IlGiornale di Siciliaè temperatissimo e i suoi corrispondenti sono reclutati in grandissima maggioranza tra le file delle persone tranquille e che non hanno fisime in testa da poterle far qualificare come sovversive; pure quasi tutti scrivono al giornale (che è devotissimo all’on. Crispi), nel dare conto degli arresti di ricchi e di poveri, di proletarî e di proprietarî, di studenti, e di operai, di consiglieri, maestri e segretari comunali, di donne, di vecchi ed anche di fanciulli, scrivono, ripeto: che il paese è sorpreso e indignato degli arresti e che gli arrestati spesso lasciano le famiglie nella più squallida miseria e che la loro partenza, essendo ammanettati e di ordinario tra due file di soldati, ha dato luogo a scene drammatiche e strazianti. Il terrore ha soggiogato tutti, e tutti temendo di essere ghermiti dagli agenti del Regio Commissario straordinario si danno alla fuga e rimangono abbandonate le case o abitate da povere ed isolate donne; e rimangono deserte le campagne ed abbandonati i lavori agricoli!

UNA MENZOGNA SPUDORATA

Quando gli arresti non si possono giustificare e spiegare col pretesto della cospirazione e del relativo processo si afferma dalle competenti autorità che sono stati colpiti i malviventi, i pregiudicati, gli ammoniti. Menzogna spudorata! E che sia menzognalo prova lo arresto di alcuni la cui notoria rettitudine pubblica e privata è al disopra di ogni sospetto, la cui reputazione non può essere mai insozzata dalla bava dei poliziotti, dei delatori, dei miserabili che hanno colto la favorevole occasione per fare le loro private vendette. Tale è il caso di Mario Aldisio Sammitto, ricco, coltissimo e mite pensatore, di Salerno-Vinciguerra da Terranuova, di Amato-Cotogno, e del D.rSalvati, di Cortese Pinnavaja da Caltanissetta, di Ballerini, Colnago e Crimaudo da Palermo, dei Di Lorenzo, milionarî, da Gibellina, del D.rCrescimone da Niscemi, di Agesilao Porrello da Villarosa, di Lo Sardo, studente, da Naso, di Bruno da Milazzo, dell’avv. Rao da Canicattì e di cento altri di cui adesso non mi viene alla memoria il nome. Alcuni sono stati tra i più energici e più fortunati nel mantenere l’ordine nel periodo dei tumulti: tra questi merita specialissimamenzionel’avv. Gaetano Rao. Altri sono stati rimessi in libertà: Amato, Salvati, Crescimone, Porrello; ma vi sono stati quelli, che come volgari malfattori sono stati deportati all’isola di Favignana, di Tremiti, ecc. Tale sorte durissima toccò allo studente Lo Sardo di Naso, al Pinnavaja di Caltanisetta. Nessuno ha osato formulare un accusa contro il primo: l’università di Messina—studenti e professori—ha levato sdegnata la voce; e in quanto al Pinnavaja, che conosco personalmente da molti anni assicuro e garantisco sul mio onore e sulla mia coscienza, che mentisce e calunnia chiunque osa dipingerlo come malvivente o pregiudicato e sinancocome politicamente pericoloso, poichè egli ha l’animo mite di una fanciulla![56]

Mentre scrivo—luglio 1894—sette mesi sono trascorsi dal giorno della proclamazione dello Stato di assedio, l’ordine non è stato menomamente turbato e le prigioni d’Italia rigurgitano ancora di prigionieri siciliani, e a Favignana, Pantelleria, Lampedusa, Ponza, Ustica, Lipari, Tremiti, Porto Ercole, ecc., si contano a centinaia i cittadini condannati a domicilio coatto senza alcun processo e spessissimo senza che mai per lo passato abbiano avuto da fare colla giustizia e colla polizia.

LO STRAZIO DELLA LIBERTÀ

CONTRO IL DIRITTO DI RIUNIONE

Lo strazio fatto della libertà individuale—il più prezioso dei diritti—è stato completato da quello della libertà di riunione e di associazione. Quando la reazione stende le unghie adunche per violare il diritto di riunione e di associazione lo spettacolo, ora si fa grottesco, ora volge al serio ed al doloroso.I Fasci dei Lavoratoriin generale non aspettarono le ingiunzioni del generale Morra di Lavriano per isciogliersi; quando fiutarono per l’aria ciò che si apparecchiava contro di loro, spontaneamente si sciolsero e divisero la modesta mobiglia tra i socî o la regalarono ad istituti pii; fecero in pezzi i gonfaloni e li conservarono come un caro ricordo e colla speranza di poterli riunire in un non lontano e meno tristeavvenire; bruciarono gli elenchi dei socî e divisero ai poveri lo scarso peculio, dove c’era. Ma i rappresentanti delle autorità non sapevano darsi pace di queste auto-dissoluzioni, volevano darsi il gusto di perquisire, di frugare, di sequestrare; nell’auto-dissoluzione scorgevano un tranello ed una futura e immediata ricostituzione: e frugavano nelle stanze vuote che furono sede deiFasci, e quando nulla potevano ghermire, acchiappavano chi per un meschino stipendio—senza la menoma pretensione politica—aveva fatto da custode. In un punto si sequestra con grande ardore la tabella di legno sulla quale era scritto:Fascio dei Lavoratori, mentre l’economo ex-Presidente la faceva staccare per condurla a casa e far cuocere la minestra; in un altro, un bravo e buon delegato di Pubblica Sicurezza prega che gli si faccia trovare nei locali un oggetto purchessia, che appartenne alFascio, per far contento il suo prefetto e promette in contraccambio di mostrarsi moderatissimo negli arresti..... Nè il furore si sfoga soltanto contro iFasci, ma si sciolgono pure le innocue società di mutuo soccorso, che non sono se non onesti ritrovi serali pei lavoratori non dediti all’ubriachezza; e si colpiscono le associazioni sfegatatamente monarchiche, denominate:Regina Margherita, Principe di Napoli, Francesco Crispi...Si dirà, che dichiarata la guerra al diritto di riunione e di associazione la guerra si fa con lealtà e trattando tutti alla stessa stregua? Nossignori, poichè vengono rispettati e tenuti aperti iclubs, i cosidettiCasini dei civili, costituiti e frequentati dall’aristocrazia e dalla borghesia. I maligni hanno interpretato l’eccezione come un odioso stratagemmaper aizzare viemaggiormente l’odio tra le diverse classi sociali, per rendere sempre più invisili cappeddaai popolani; e questo stratagemma sarebbe più efficace degli articoli di certi giornali settimanali che il Pubblico Ministero sequestra con tanta rabbiosa premura.[57]

Quando si arriva al sequestro dei telegrammi da e pel continente, e dei giornali di tutti i colori l’arbitrio suscita, a seconda dei temperamenti, il riso o la indignazione.

CONTRO LA STAMPA

Il generale Morra di Lavriano non permise mai che venissero divulgati in Sicilia i più innocenti commenti e le notizie più esatte che circolavano liberamente da Susa a Reggio Calabria; nè che per telegrammi si conoscesse nel continente la verità sulle condizioni dell’isola. Vero è che egli dovette sentire gran rammarico perchè si sentì impotente a sopprimere le corrispondenze epistolari; però di tale impotenza si vendica sequestrando i giornali invisi. E sequestra di preferenza ilSecolo, ilMessaggero, ilDon Chisciotte, ilRoma, ilCorriere della Sera, financo l’ufficiosaTribuna, e sequestra... l’Illustrazione Italianaper certe figure sospette di contadini, che il corrispondente Ximenes aveva riprodotte. L’Austria fu sorpassata, poichè a Trieste sua eccellenza Rinaldini, nei peggiori tempi della guerra all’irredentismo, non dette la caccia ai giornali italiani come sua eccellenza Morra di Lavriano la dette in Palermo. E dico in Palermo, poichè se i giornali arrivavanoper la via dello stretto nel resto dell’isola potevano circolare liberamente.

IL SEQUESTRO DEI TELEGRAMMI

Pochi esempî per dare un’idea di questa libidine di sequestri di telegrammi. Sequestra il telegramma da Palermo allaTribunae alSecolo, che riproduce un brano del discorso inaugurale dell’anno giuridico del Procuratore generale Sighele; sequestra il sunto telegrafico, trasmesso da Roma alGiornale di Siciliadi un articolo dellaRiforma, di cui è proprietario l’on. Palamenghi-Crispi; sequestra parte di un telegramma da Girgenti alSecoloin cui era detto che era stata ascoltata attentamente una mia deposizione innanzi al Tribunale penale; sequestra un telegramma da Catanzaro alGiornale di Sicilia, in cui si dava conto di una seduta tempestosa del Consiglio Comunale e nella quale si era protestato contro un telegramma del sindaco, apologetico pel questore Lucchese e di smentita ad una testimonianza dell’on. Altobelli innanzi al Tribunale di Guerra in Palermo; sequestra il telegramma con cui il corrispondente romano delGiornale di Siciliariferiva lo svolgimento della interrogazione alla Camera dei Deputati sul precedente sequestro; sequestra un telegramma da Palermo allaTribuna, in cui si accennava alla deficienza... di ospedali; e quando è stanco di sequestrare telegrammi e giornali S. E. il Generale Morra di Lavriano fa sequestrare in Messina i pericolosissimi garofani rossi...

Questa mania di sequestri fu forse il prodotto dell’eccitamento morboso, e della paura dei primi momenti quando da per tutto si vedevano cospiratori e bande armate? Oibò: il sequestro del telegramma per la deficienza degli ospedali di Palermoè della metà di luglio. Sicuramente a tanto non sarebbe arrivato Maniscalco, ch’era ai servizî di un governo assoluto ed agiva conformemente; ma quello era una persona seria.[58]

LA CENSURA PREVENTIVA

Pari intelligenza e pari liberalismo ed equanimità si mise nello esercizio della censura preventiva, poichè è bene sapere che per un certo tempo le bozze di stampa dei giornali erano esaminate e non potevano pubblicarsi senza il permesso dei superiori. Si vede che il generale Morra di Lavriano volle far godere ai Siciliani lo spettacolo della risurezione frammentaria del regime pontificio, per far loro meglio apprezzare i benefizî del regime costituzionale italiano sotto il quale semplicemente si sequestra. E per siffatta censura preventiva i giornali spesso si ponevano in vendita con delle intere colonne in un bianco candidissimo, che rappresentavano gli articoli pei quali non era stato accordato il sabaudo:imprimatur!

Dopo la censura, si ha la soppressione pura e semplice.

LA SOPPRESSIONE DEL “SICILIANO„

Fu soppressa l’Unionedi Catania: soppressi ilRiscatto, ilVespro, iPagliaccidi Messina; e soppresso in Palermo fu l’Amico del popolo, giornale monarchico che si pubblicava da trentatrè anni, e soppresso fu ilSiciliano.Quest’ultimasoppressionemerita qualche parola di più del semplice annunzio del fatto. IlSiciliano, giornale repubblicano socialista, durante lo stato di assedio sbalordì per la sua temperanza; esso, senza rinunziare ai propri ideali, tenne un linguaggio che anche ai tempi di Maniscalco, di borbonica memoria, sarebbe stato trovato correttissimo. Ma al generale Morra di Lavriano erano le idee propugnate con sincerità che non piacevano, quale che ne fosse la forma: non per nulla egli rispecchiava le tendenze reazionarie di coloro che lo circondavano! Perciòcôute que côutene giurò la morte. E siccome voleva evitare lo scandalo di una soppressione, per nessuna ragione giustificabile, cominciò coll’arrestare il redattore-capo, avv. Crimaudo, e il collaboratore assiduo, barone Colnago; al direttore, principe di Cutò, si era dato lo sfratto da Palermo sin dai primi giorni dello Stato di assedio. S’ingannò il generale sui risultati dei suoi soldateschi procedimenti e ilSiciliano, ad opera di giovani valorosi e coraggiosi—Benedetto Salemi[59]Enrico La Loggia, Aurelio Drago—continuò a pubblicarsi. Corse voce di un indegnissimo ricatto: cioè, si sarebbero posti in libertà Colnago e Crimaudo purchè ilSicilianoavesse cessato le sue pubblicazioni.

Questa voce fu poi smentita da un avvocato—che si diceva essere stato intermediario nelle trattative—con una lettera sibillina, ma certo è che delle proposte di quel genere ci furono, sebbene io mi rifiutia credere che siano partite dal Regio Commissario straordinario ed è probabilissimo invece che ne sia autore qualche basso arnese di questura. Certo è che quella proposta venne sdegnosamente respinta dai redattori, sicuri d’interpretare la volontà dei compagni imprigionati.

Onde, visto che erano inefficaci gli arresti, visto che non approdava la censura, visto che si respingevano sdegnosamente le proposte disonorevoli, fu decisa ed eseguita la soppressione delSiciliano. Ci fu un pretesto per la soppressione? Questa avvenne dopo la pubblicazione del Nº del 9 Febbraio per un capo-cronaca intitolato:Onore ai fucilatori!nel quale senza alcun commento si riferiscono alcuni brani dell’allocuzione del generale Morra di Lavriano di cui già si fece parola.

IL “GIORNALE DI SICILIA„ IN PERICOLO

E di soppressione fu minacciato lo stessoGiornale di Siciliaper averecompostosoltanto la deliberazione della giunta comunale di Castelbuono. Il Regio Commissario seppe che il giornale dovea pubblicare tale deliberazione e poco prima che fosse posto in vendita mandò un sempliceaut aut: se la deliberazione sarà pubblicata il giornale verrà soppresso.

Com’è naturale la pubblicazione non avvenne; ma gl’italiani devono conoscere questo caratteristico documento, che riporto integralmente:

UN DOCUMENTO PREZIOSO

«La Giunta Comunale di Castelbuono, presieduta dal sindaco funzionante P. Barreca, vivamente impressionata protesta contro gli atti abusivi commessi dalla squadra volante di pubblica sicurezza capitanata dal delegato Breda, la quale nei giorni 8 e 9 percorrendo la strada che da questa città conduce ai due comuni finitimi di San Mauro e Geraci, a duekm. dal paese, commetteva delle ferocie degne di altri tempi, bastonando senza ragione e senza riguardo di età tutte le persone che incontrava, riducendo non pochi onesti cittadini nell’impossibilità di lavorare. Ciò per la sciocca pretesa di aver notizie della banda maurina.

«Tal fatto ha non solo commosso, ma sdegnato gravemente il paese che vede della povera gente malconcia a tal punto, da giacersi in un letto di dolore e nella dura necessità di non poter provvedere ai bisogni della famiglia.

«Gli offesi da un tanto briaco furore han fatto appello a questa Giunta per una riparazione e la rappresentanza sottoscritta, a tutela dei diritti dei propri amministrati che in quella barbarie vede tutti quanti crudelmente violati, sente alto il suo dovere d’informare l’illustrissimo comandante la zona militare qui di stanza, maggiore cav. Merli, per gli opportuni provvedimenti.

«E qui a giusta lode del sullodato cav. Merli, la Giunta adempie parimente l’obbligo di elogiare la condotta irreprensibile e cavalleresca della 3ª compagnia del 38º fanteria comandata del bravo capitano Abatino, degli ufficiali tutti e dei carabinieri e suoi ufficiali e di questo delegato signor Gherghi, che, pur mai venendo meno al loro compito, seppero acquistarsi l’affetto dell’intero paese.

«Gl’individui più maltrattati sono: Failla Giuseppe fu Onofrio di anni 37 muratore, Fiasconaro Rosario fu Antonio d’anni 62, Lipira Antonino fu Leonardo d’anni 53; Gennaro Vincenzo fu Pietro d’anni 52, Ricotta Santi fu Pietro di anni 50, tutti pastori.»

Seguono le firme degli assessori e del funzionante sindaco.

LE PRODEZZE DELLA POLIZIA

Non aveva ragione da vendere il Regio Commissario straordinario nel volere impedire che il pubblico avesse conoscenza delle prodezze dei suoi agenti? E con queste misure—tanto abbiette, quanto i nani degli uomini che governano l’Italia—si crede di arrestare la marcia di un’idea![60].

L’ultima soppressione, però non definitiva perchè fu revocata in seguito ad interrogazione presentata alla Camera dei Deputati dall’on. Picardi e da me, avvenne alla fine del mese di Maggio e colpì, il giornaleImparzialedi Messina. È notevole pei criterii, che la determinarono: fu la espressione del più schietto risentimento personale, perchè fu motivata dalla riproduzione di un articolo ironico delMattinodi Napoli contro il generale Morra, che da sè stesso si considerò, modestamente, sacro e inviolabile.

IL DISARMO

Sul disarmo c’è poco a dire. Esso sarebbe una misura capricciosa e ridicola se non costituisse un indizio delle paure della reazione trionfante. Nessunaragione lo consigliava, una volta che in tutti i tumulti di Siciliai massacrati giammai fecero uso di armi da taglio o da fuoco; la qual cosa era tanto conosciuta, che il Tribunale di Guerra di Palermo stabilì che si potessero fare le rivoluzioni.... senza armi! ma la reazione ha pensato che ciò che non avvenne ieri potrà avvenire domani: dunque, essa disse, bisogna disarmare tutti!

Con qual risultato? I malviventi non hanno consegnato alcun’arma; molta gente per bene non le ha consegnate neppure perchè così ha inteso protestare contro l’arbitrio inaudito; delle armi si sono privati soltanto i più timidi e scrupolosi osservatori della legge, colla speranza di averle restituite a breve scadenza. Ciò che, ad onore del vero, in parte e secondo i capricci delle autorità locali, è avvenuto. Allo Stato è rimasta una splendida collezione di vecchi ed arrugginiti fucili della guardia nazionale: ma gli rimane sulla coscienza una conseguenza più grave e più dolorosa: oltre un migliaio di contravvenzioni, che dai tribunali militari furono punite complessivamente colla bellezza di 800 anni di prigione in parte scontati, quando sopraggiunse—in luglio—l’amnistia riparatrice.

La insana misura, che non ebbe l’approvazione dei reazionarî, chè in molti punti non sfuggirono ai soprusi, alle vessazioni di una polizia tanto inetta quanto prepotente—a Caltanissetta si perquisì il domicilio di un Consigliere di Prefettura ed a Piazza Armerina quello delpericolosissimoon. Lavaccara, provocando la più schietta ilarità di mezza Italia!—ebbe un’altra triste conseguenza, prevista in Parlamento nella discussione di febbraio e verificatasiesattamente: l’incremento inaudito del malandrinaggio.

A rendere meno incompleto il quadro dei fasti della reazione trionfante dovrei ora occuparmi della istituzione dei Tribunali militari; ma questo grande argomento merita una trattazione a parte; qui trova posto invece una parola sul contegno conservato dalleclassi dirigentiin questo sinistro periodo di ecclissamento di ogni concetto di giustizia e di legalità.


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