EUFRANONE. (Veramente chi ha una picciola villa non fa patir di fame la sua famigliola. Di qua s'hanno erbicine per l'insalate e per le minestre, legna per lo fuoco e vino, che se non basta per tutto, almeno a soffrir piú leggiermente il peso della misera povertá. O me infelice se, fra l'altre robbe che mi tolse il rigor della rubellione, mi avesse tolta ancor questa! Mi ho còlto una insalatuccia; ché «chi mangia una insalata, non va a letto senza cena»).
DON IGNAZIO. Eufranone carissimo, Dio vi dia ogni bene!
EUFRANONE. Questa speranza ho in lui.
DON IGNAZIO. Come state?
EUFRANONE. Non posso star bene essendo cosí povero come sono.
DON IGNAZIO. Servitivi della mia robba, ché è il maggior servigio che far mi possiate. Copritevi.
EUFRANONE. È mio debito star cosí.
DON IGNAZIO. Usate meco troppe cerimonie.
EUFRANONE. Perché mi sète signore.
DON IGNAZIO. Vi priego che trattiamo alla libera.
EUFRANONE. Orsú, per obedirvi. (Non so che voglia costui da me: mi fa entrar in sospetto).
DON IGNAZIO. Or veniva a trovarvi.
EUFRANONE. Potevate mandar a chiamarmi, ché serei venuto volando.
DON IGNAZIO. Son molti giorni che desio esservi parente; e son venuto a farmevi conoscere per tale, ché veramente sète assai onorato e da bene.
EUFRANONE. Tutto ciò per vostra grazia.
DON IGNAZIO. Anzi per vostro merito.
EUFRANONE. Non mi conosco di tanto preggio che sia degno di tanta cortesia.
DON IGNAZIO. Siete degno di maggior cosa: io vi chieggio la vostra figliola con molta affezione.
EUFRANONE. Stimate forsi, signore, ch'essendo io povero gentiluomo venda l'onore de mia figliuola? Veramente non merito tanta ingiuria da voi.
DON IGNAZIO. Non ho detto per farvi ingiuria, ché non conviene ad un mio pari né voi la meritate: ve la chiedo per legittima moglie, se conoscete che ne sia degno.
EUFRANONE. Essendo voi cosí ricco e di gran legnaggio, non convien burlar un povero gentiluomo e vostro servidore.
DON IGNAZIO. Mi nieghi Dio ogni contento se non ve la chiedo con la bocca del core, ch'io non torrò altra sposa in mia vita che Carizia. E in pegno dell'amore ecco la fede: accoppiamo gli animi come il parentado.
EUFRANONE. Signor mio caro, io so ben quanto gli animi giovenili sieno volubili e leggieri e piú pieni di furore che di consiglio; e che subbito che gli montino i capricci in testa, si vogliono scapricciare, e passato quell'umore restano come si di ciò mai non ne fusse stata parola; e in un medesimo tempo amano e disamano una cosa medesima. Non vorrei che si spargesse fama per Salerno che m'avete chiesto mia figlia: ché come in Salerno si parla una volta di nozze, dicono:—Son fatte, son fatte!—e poi se per qualche disgrazia non si accapassero, restasse la mia figliola oltraggiata nell'onore—stimando esser rifiutata per alcun suo mancamento—e mi toglieste quello che non potete piú restituirmi. Ed io vorrei morir mille volte prima che ciò m'accadesse. Voi altri signori ricchi stimate poco l'onor de' poveri; e noi poveri gentiluomini, non avendomo altro che l'onore, lo stimiamo piú che la vita. Però lo priego ad ammogliarsi con le sue pari e lasciar che noi apparentiamo fra' nostri.
DON IGNAZIO. Eufranone mio carissimo, Dio sa con quanto dolore or ascolto le vostre parole e se mi pungano sul vivo del cuore! Io non merito da voi esser tacciato di vizio di leggierezza, nascendo il mio amore da un risoluto e invecchiato affetto dell'anima mia: ch'avendo fatto l'ultimo mio forzo di resistere al suo amore, dopo lunghissimo combattimento le sue bellezze son restate vincitrici d'ogni mia voglia.
EUFRANONE. Vi priego a pensarvi su sei mesi prima; e se pur dura la voglia, allor me la potrete chiedere: ed io vi do la mia fede serbarla per voi insin a quel tempo.
DON IGNAZIO. Sei mesi star senza Carizia? piú tosto potrei vivere senza la vita: e ben sapete che l'amante non ha maggior nemico che l'indugio.
EUFRANONE. A questo conosco l'impeto giovenile, che quanto con maggior violenza assale tanto piú tosto s'intepidisce.
DON IGNAZIO. Ogni parola che vi esce di bocca mi è un can rabbioso che mi straccia il petto. Il mio amore è immortale, e la mia fé, che or stimate leggiera, la conoscerete fermissima agli effetti.
EUFRANONE. È contento vostro zio e fratello del matrimonio?
DON IGNAZIO. Farò che si contentino.
EUFRANONE. Fate che si contentino prima, e poi affettuaremo il matrimonio.
DON IGNAZIO. L'amar mio non può patir tanto indugio; anzi mi maraviglio che dal giorno della festa come sia potuto restar vivo senza lei.
EUFRANONE. Lo dico ad effetto, ché forsi, non contentandosi del matrimonio, inventassero qualche modo per disturbarlo, onde venissi a perdere quel poco di onor che mi è rimasto.
DON IGNAZIO. O Dio, quanta téma e quanto sospetto!
EUFRANONE. «Chi poco ha, molto stima e molto teme». Ma voi sète informato dell'infortunio che ho patito nella robba, che non solo non ho da poter dar dote ad un par vostro ma né meno ad un povero mio pari?
DON IGNAZIO. Ho inteso che per aver voluto seguir le parti sanseverinesche siate caduto in tanta disgrazia; ma io ho stimato sempre d'animi bassi e vili coloro che s'han voluto arricchire con le doti delle mogli. Io prendo la vostra destra e non la lascierò mai se non la mi prometteti.
EUFRANONE. Temo prometterlavi: non so che nuvolo mi sta dinanzi al core.
DON IGNAZIO. Eufranone, mio padre, vi prego a darlami con vostro consenso, ché non mi fate far qualche pazzia. Non mi sforzate a far quello per forza che me si deve per debito d'amore. A pena posso contenermi ne' termini dell'onestá: son risoluto averla per moglie, ancorché fusse sicuro perder la robba, la vita e l'onore, per non dir piú.
EUFRANONE. Signore, perdonatemi se mi fo vincere dalla vostra ostinata cortesia: ecco la mano in segno d'amicizia e di parentado, avertendovi di nuovo che non ho dote da darvi.
DON IGNAZIO. E ancorché me la voleste dare, non la vorrei: conosco non meritar tanta dote quanta ne porta seco. Vo' che si facci festa bandita, si conviti tutta la nobiltá di Salerno, adornisi la sala di razzi, faccisi un solenne banchetto, adornisi la sposa di gioie, perle e di drappi d'oro, e non si lasci adietro cosa per dimostrar l'interno contento dell'animo mio.
EUFRANONE. V'ho detto quanto sia mal agiato di far questo.
DON IGNAZIO. A tutto provederò ben io: mandarò il mio cameriera ché proveda quanto fia di mestiero.
EUFRANONE. Quando verrete a sposarla?
DON IGNAZIO. Vorrei venir prima che partirmi da voi. Ma perché l'ora è tarda, verrò domani all'alba: ponete il tutto in ponto per quell'ora.
EUFRANONE. Si fará quanto comandate.
DON IGNAZIO. lo non vo' trattener piú voi né me stesso: andrò a mandarvi quanto ho promesso.
EUFRANONE. Andate in buon'ora.—O Dio, che ventura è questa! Desidero communicar una mia tanta allegrezza con alcuno. Ma veggio Polisena, la mia moglie, che vien a tempo per ricever da me cosí insperato contento.
POLISENA moglie, EUFRANONE.
POLISENA. (Veggio il mio marito su l'uscio, piú del solito allegro).Gentil compagno mio, che ci è di nuovo?
EUFRANONE. Buone novelle.
POLISENA. Ma non per noi.
EUFRANONE. Perché no?
POLISENA. Perché siamo cosí avezzi alle sciagure che, volendoci favorir la fortuna, non trovarebbe la via.
EUFRANONE. Abbiam maritata Carizia.
POLISENA. Eh, e con chi? con quel dottor della necessitá, nostro vicino?
EUFRANONE. Con un meglior del dottore.
POLISENA. Con quel capitan Martebellonio bugiardo vantatore?
EUFRANONE Con un gentiluomo.
POLISENA. Quel gentiluomo poverello che ce la chiese l'altro giorno? E che val nobiltá senza denari? avete l'esempio in noi.
EUFRANONE. Non l'indovinaresti mai.
POLISENA. Dimmelo, marito mio, di grazia: non mi far cosí struggere di desiderio.
EUFRANONE. Non vo' farti piú penare. Con don Ignazio di Mendozza.
POLISENA. Quel nipote del viceré della provincia, che combatté quel giorno con i tori?
EUFRANONE. Con quell'istesso.
POLISENA. Egli è possibile, marito mio, che tu vogli cosí beffarmi e rallegrarmi con false allegrezze? Il caldo del piacere, che giá mi scorrea per tutte le vene, mi s'è raffreddato e gelato.
EUFRANONE. Giuro per la tua vita, cosí a me cara come la mia, che lo dico da senno.
POLISENA. E chi ha trattato tal matrimonio?
EUFRANONE. Egli istesso; né ha voluto partirsi da me se non gli la prometteva.
POLISENA. Quando egli la vidde mai?
EUFRANONE. Quel giorno che fu la festa in Palazzo.
POLISENA. O somma bontá di Dio, quanto sei grande! e quanto sono secreti i termini per i quali camini, quando ti piace favorir i tuoi devoti! Tu sai, marito mio, che Carizia appena va fuor di casa il natale e la pasqua, cosí per l'incommoditá delle vesti come che è di sua natura malinconica; e se quei giorni che si preparava la festa, le venne un disio che mai riposava la notte e il giorno, pregandomi che vi la conducessi; e ributtandola io che non avea vesti e abbegliamenti da comparir tra tante gentildonne sue pari, se disse che le volea tôrre in presto dalle sue conoscenti, da chi una cosa e da chi un'altra. Ce lo promisi, tenendo per fermo che a lei fusse impossibile tanta manifattura: s'affaticò tanto con le sue amiche che accommodò sé e Callidora. Or io, non potendo resistere a tanti prieghi, chiesi licenza a voi e ve la condussi. Or chi arebbe potuto pensare che indi avea a nascere la sua ventura?
EUFRANONE. Chi può penetrar gli occulti segreti di Dio?
POLISENA. O Iddio, che mai vien meno a chi pone in te solo le sue speranze? Ella si è sempre raccomandata a te, e tu li hai esaudite le sue preghiere, rimunerata la sua bontá e l'ubidienza estraordinaria che porta al suo padre e sua madre.
EUFRANONE. Ho tanto giubilo al core che mi trae di me stesso.
POLISENA. Se ben i padri s'attristano al nascer delle femine, con dir che seco portano cattivo augurio di certa povertá e di poco onore; pur son state molte che hanno inalzato il suo parentado, come speriamo di costei.
EUFRANONE. Ella è una gran donna; e non m'accieca la benda del soverchio amore. Mai si vide tanta saviezza e bontá in una fanciulla.
POLISENA. Vorrei dir molto delle sue buone qualitá che voi non sapete; ma le lacrime di tenerezza non me lo lasciano esprimere.
EUFRANONE. Va' e poni lei e la casa in ordine.
POLISENA. E con che la ponemo in ordine?
EUFRANONE. Ecco genti cariche di robbe. Ho per fermo che le mandi donIgnazio: conosco il suo cameriero.
SIMBOLO. Signor Eufranone, il mio signor don Ignazio vi manda questi drappi di seta e d'oro per le vesti di Carizia e della sorella e di vostra moglie: ecco i maestri che faticheranno tutta la notte ché sieno finite per domani all'alba; ecco i razzi per la sala e camere; in questa scatola son collane, maniglie d'oro, perle, gioie e altri abbegliamenti necessari. Questo sacchetto di scudi per lo banchetto e altri bisogni: che spendiate largamente in fargli onore, ch'egli supplirá al tutto, che in sí poco tempo non ha potuto far piú e che andrá sopplendo di passo in passo.
EUFRANONE. Tutto stimo sia piú tosto soverchio che manchevole; e so che ci onora non secondo il nostro picciolo merito ma secondo le sue gran qualitadi.
SIMBOLO. Dice che, se bene son immeritevoli di tanta sposa, col tempo fará conoscere la sua amorevolezza; e se comandate altro.
EUFRANONE. Che ci ha onorato piú del dovere; e bisognando, gli lo faremo intendere.
SIMBOLO. Adio, signori.
EUFRANONE. Ecco, o moglie, che non ho mentito punto di quanto t'ho detto.
POLISENA. A Dio solo si dia la gloria, ché noi non siamo meritevoli di tanti favori per li nostri peccati.
EUFRANONE. Moglie, va' e fa' quanto t'ho detto, ché io andrò a convitar per domani tutti i parenti e la nobiltá di Salerno.
DON FLAMINIO. Io vo' far prima ogni sforzo se posso indurla ad amarmi; e quando non mi riuscirá, non mancará ricercarla per moglie. Lo vo' lassar per l'ultimo, ché son risoluto non viver senz'ella o sua sorella.
PANIMBOLO. Voi trattando per via del parasito e con lettere e per modi cosí disconvenevoli, in cambio d'amarvi vibrará contro voi fiamme di sdegno, perché stimará esser oltraggiata da voi ne' fatti dell'onore.
DON FLAMINIO. Non vedi Leccardo come sta allegro?
PANIMBOLO. Averá bevuto soverchio e sta ubbriaco.
LECCARDO. O Dio, dove andrò per trovare don Flaminio?
DON FLAMINIO. (Cerca me).
LECCARDO. (Corri, volta, trotta, galoppa e dágli cosí felice novella).
DON FLAMINIO. (Se ben lo veggio allegro, mi sento un discontento nel core; e se ben ho voglia d'intenderlo, li vo innanzi contro mia voglia).
LECCARDO. O signor don Flaminio, buona nuova! la mia lingua non t'apporta piú male novelle.
DON FLAMINIO. E la mia ti apporterá grande utile.
LECCARDO. Non sapete il successo?
DON FLAMINIO. Non io.
LECCARDO. Come nol sai, se il sa tutto Salerno?
DON FLAMINIO. Nol so, ti dico.
LECCARDO. O nieghi o fingi per burlarmi.
DON FLAMINIO. In cosa ch'importa non si deve burlare.
LECCARDO. Io penso che tu vogli burlar me.
DON FLAMINIO. La burla insino adesso l'ho ricevuta in piacere, ma or mi dá noia.
LECCARDO. Lasciarò le burle e dirò da dovero. DON FLAMINIO. Or di', in nome di Dio, e non mi tener piú in bilancia: parla.
LECCARDO. Ho tanto corso che non posso parlare: non ho fiato.
DON FLAMINIO. Prendi fiato; se non, che farai perdere il fiato a me.
LECCARDO. Per la soverchia stanchezza mi sento morire.
DON FLAMINIO. Dammi la nuova prima e mori quando ti piace.
LECCARDO. Quanto ho piú voglia di dire, manco posso.
DON FLAMINIO. Dimmelo in una parola.
LECCARDO. Non si può, perché è cosa troppo lunga né si può esprimere in una parola; e la stanchezza m'ha tolto il vigor del parlare.
DON FLAMINIO. Mentre hai detto questo, aresti detto la metá.
LECCARDO. La vostra Ca… Cari… Carizia…
DON FLAMINIO. La mia Carizia…. O buon principio! spediscela, di grazia.
LECCARDO…. sará vo… vostra:…
DON FLAMINIO. Leccardo mio, parla presto, non mi far cosí morire: come sará mia?
LECCARDO. Manda a tôr diece caraffe di vino per inumidir il palato e la gola, che stanno cosí secchi che non ne può uscir la parola.
DON FLAMINIO. Arai quanto vorrai, e venti e trenta; ma parla presto.
LECCARDO…. la vostra Carizia è maritata….
DON FLAMINIO. Maritata? Tu sia il malvenuto con questa nuova! E questa è l'allegrezza che mi portavi?
LECCARDO. Io non penso che possa esser migliore.
DON FLAMINIO. E dove la fondi?
LECCARDO…. Non mi avete voi detto che non la desiate per moglie? Come il marito scassa la porta la prima volta, ella resta aperta per sempre; e ben sapete che le donne la custodiscono insino a quel punto: poi ci ponno passar quanti vogliono, ché non si conosce né vi si fa danno. Ecco, la goderete e io non sarò il malvenuto.
DON FLAMINIO. Veder la mia Carizia in poter d'altri per un sol ponto, ancorché fusse pur certo possederla per sempre, non mi comportarebbe l'animo di soffrirlo. E con chi è maritata?
LECCARDO. Bisogna che cominci da capo.
DON FLAMINIO. O da capo o da piedi, purché la spedischi tosto.
LECCARDO. Entrando in casa viddi che si facea un grande apparecchio d'un banchetto, e tutto ciò con real magnificenza. Io adocchiai certe testoline di capretto, le rubai e me le mangiai in un tratto; or mi gridano in corpo:Beee beee! Ascoltate? e le vorrei castigare….
DON FLAMINIO. Tu castighi or me, ché i tuoi trattenimenti mi son lanciate nel cuore.
LECCARDO…. Ivi eran mandre di vitelle, some di capponi impastati, monti di cacio parmigiano, il vino uh! a diluvio….
DON FLAMINIO. Vorrei saper con chi è maritata.
LECCARDO. Bisogna vi si dica il tutto per ordine.—… Lascio i pastoni, i pasticci, i galli d'India….
DON FLAMINIO. Piccioni e simili: basta su.
LECCARDO. Non vi erano piccioni altrimenti.
DON FLAMINIO. O che vi fussero o che non vi fussero, poco importa.
LECCARDO. Dico che non vi erano; e dicean che son caldi per natura e che arebbono fatto male al fegato.
DON FLAMINIO. Vorrei che ragionassi del fatto mio.
LECCARDO. E del vostro fatto si ragiona: a voi tocca. Ché si vi fusser stati piccioni, non arei mangiato teste di capretti.
DON FLAMINIO. O Dio, che sorte di crucifiggere è questo! Lassa le baie: di' quel ch'importa.
LECCARDO. Non è cosa che piú importi ad un banchetto che non vi manchi cosa alcuna, anzi sia abbondantissimo di robbe ben apparecchiate e condite e poste a tempo e con ordine a tavola.
DON FLAMINIO. Tu ti trattieni in questo ed io sudo sudor di morte.
LECCARDO. Eccovi il mantello: fatevi vento, rinfrescatevi.
DON FLAMINIO. Sará ancor finito tanto apparecchio?
LECCARDO. Non è finito ancora.
DON FLAMINIO. Almen s'è detto assai: torniamo a noi.
LECCARDO…. Quando io viddi i cuochi occupati in partire e distribuire le robbe, fingendo aiutarli mi trametto e ne trabalzo le teste di capretti….
DON FLAMINIO. Orsú te le mangiasti, l'hai detto prima.
LECCARDO. Come dunque volea mangiarmele crude? bisognava che fussero prima cotte. Se volete indovinar, indovinate a voi stesso quanto desiate saper da me.
DON FLAMINIO. Il malanno che Dio dia a te e alle tue chiacchiare!
LECCARDO. Se non lasciate parlar a me prima, come volete che parli io?
DON FLAMINIO. Parla in tua malora e finiscila presto!
LECCARDO. Se non mi lasciate parlare, non finirò mai.
DON FLAMINIO. Sto per accommodarmi la cappa sotto e sedermi in terra per ascoltare con maggior agio.
LECCARDO. Tacete mentre parlo.
DON FLAMINIO. Comincia presto, che fai? Sto attaccato alla corda, non sentii mai in mia vita la maggior pena.
LECCARDO. Voi state malcontento, e se non vi vedo allegro non posso parlare.
DON FLAMINIO. Che cagion ho io di star allegro?
LECCARDO. Dunque taccio poiché non ascoltate con allegrezza.
DON FLAMINIO. Se non con allegrezza, almeno con pacienza: di' su.
LECCARDO…. Io mi accorgo che bugliva una gran caldaia d'acqua per ispiumar i pollami e spelar gli animali; fingendo stuzzicar il fuoco, vi butto dentro le testoline….
DON FLAMINIO. Or lasciamo dentro la caldaia il ragionamento di ciò.Cotte che fûro te le mangiasti, buon pro ti faccia: finimola presto.
LECCARDO…. Venne un altro cuoco e s'accorge ch'avea buttato le testoline dentro la caldaia….
DON FLAMINIO. Oimè, ci è gionta un'altra persona: e se il parlar di uno era cosí lungo, or che vi è gionta un'altra persona, sará altro tanto.
LECCARDO…. Oh oh, che m'era smenticato il meglio! Prima che venisse quel cuoco….
DON FLAMINIO. Quando pensava che fusse alla metá dell'istoria, ci avevi lasciato il principio; e or al principio bisogna dar un altro principio.
LECCARDO. Se non volete ascoltar, io taccio.
DON FLAMINIO. Eh, parla col diavolo!
LECCARDO. Non parlo col diavolo io.
DON FLAMINIO. E tu parla con Dio.
LECCARDO. Or questo sí,in nomine Domini.
DON FLAMINIO.Amen.
LECCARDO. Voi dite «amen» come fosse al fine e non sète ancora al principio.
DON FLAMINIO. Spediscimi, per amor di Dio!
LECCARDO. Sei bello e spedito. Carizia è maritata con un parente del viceré della provincia.
DON FLAMINIO. Se tu dici da senno, m'uccidi; se da burla, dove ci va la vita mi ferisci troppo acerbamente. Sai tu il nome del marito?
LECCARDO. Sí bene; ma non me ne ricordo, perché era troppo intricato.
DON FLAMINIO. Ricordati bene.
LECCARDO. Spedazio…, Pignatazio…. Il nome s'assomigliava al spede o pignato, e però me ne ricordo.
DON FLAMINIO. Fosse don Ignazio?
LECCARDO. Sí sí, don Ignazio,… Spedazio.
DON FLAMINIO. M'hai ucciso, m'hai morto: le tue parole mi sono spiedi e spade che m'hanno mortalmente trafitto il cuore. Or sí che m'hai portato la morte nella lingua.
LECCARDO. Dubito averla portata a me stesso, ché per la mala novella non serò piú medicato come oggi.
DON FLAMINIO. Da questo principio posso indovinar la mia sciagura: piú dolente uomo di me non vive sopra la terra!
LECCARDO. Al fin, il mal bisogna sapersi ché si possa rimediar a tempo. E dicevano che le nozze si facevano domani all'alba.
DON FLAMINIO. Tanto men spazio di tempo è dato alla mia vita. Una tempesta di pungenti pensieri m'ha ferito il core, una nuvola di malinconia m'ha circondato l'anima, giá la gelosia ha preso possesso del mio core: non posso fingermi piú ragioni contro me stesso per trasviarla. Ahi! che da quel giorno maledetto che la viddi, ho portato sempre questo sospetto attraversato nell'alma: e come il condennato a morte ogni romor che sente, ogni uscio che s'apre, gli par il boia che venghi e gli adatti il capestro al collo; cosí ogni parola, ogni motivo di mio fratello mi parea che mi la togliesse! Ahi, che mai l'ho desiata come adesso! ché «mai si conosce il bene se non quando si perde». Io non basto né posso vivere: se non m'ucciderá il dolore, m'ucciderò con le mie mani.
PANIMBOLO. Padrone, voi sète bene avezzo a' casi dell'una e l'altra fortuna. Reggetevi con maturo consiglio: bisogna dar fine all'ostinazione; e nelle cose impossibili far buon cuore e abbandonar l'impresa, e prender una risoluzione tanto onorata quanto necessaria.
DON FLAMINIO. Panimbolo, se sei cosí di vile animo, non avilir e spaventar l'animo mio: se pensi rimovermi da sí bella impresa, ammazzami prima. Io non vo' andar incontro alla fortuna, né restar cosí vinto alla prima battaglia né lasciar cosa intentata fin alla morte.
PANIMBOLO. Orsú, facciasi tutto il possibile, ch'avendo a morire, quando s'è fatto quanto umanamente può farsi, si muor piú contento. Andiamo in Palazzo, informiamoci del fatto. Leccardo, trattienti da qua intorno, ch'avendo bisogno di te non abbiamo a cercarti. Va' e vieni.
LECCARDO. Andrò e verrò.
DON FLAMINIO. Battuto da cosí crudel tempesta di contraria fortuna, la qual mi spinge addosso onde sopra onde, l'anima mia stordita dalla paura ondeggia in una gran tempesta e sta turbata di sorte che non credo viva al mondo oggi uomo che sia aggirato da vari pensieri come io. Temo di molte cose e fra tanto timore non so in che risolvermi. Una sola forza nascosa mi toglie ogni espedito consiglio: temo il genio del mio fratello che sempre suol dominarmi. E se bene son abbandonato dalla fortuna, non abbandonarmi ancor tu: fa' che se non posso vincere, almen non resti vinto da lui. Tu sei il mio timone e la mia stella; gli occhi miei non mirano se non in te solo; non patir che facci naufragio.
PANIMBOLO. Questa tempesta che minaccia naufragio, questa istessa vi condurrá in porto.
DON FLAMINIO. Non posso soffrir che mio fratello abbi saputo far meglio di me.
PANIMBOLO. S'egli ha saputo fare, voi saperete disfare.
DON FLAMINIO. Io molte volte dalli tuoi astuti inganni d'invecchiata prudenzia ho conseguito molti disegni, de' quali t'ho grande obligo.
PANIMBOLO. Io non ho mai fatto cosa in vostro servigio che non avesse avuto desio di farne altro tanto.
DON FLAMINIO. Io ho voluto rammemorargli e ringraziarti, acciò conoschi con che memoria gli serbo e che voglia ho di remeritargli. Fa' conto che se per te schivo questa ruina che mi sta sopra, da te ricevo la sposa, la vita e l'onore insieme, ché perdendo lei perderò il tutto miseramente: renderai me stesso a me stesso e mi torrai dalle mani della morte. Se sei stato mio servidore, d'oggi innanzi sarai mio fratello; e dal guiderdone che riceverai da me, conoscerai che so conoscere e guiderdonare i servigi.
PANIMBOLO. Padron caro, allor sarò conosciuto e guiderdonato da voi quando conoscerete quanto i vostri servigi mi sieno a caro.
DON FLAMINIO. Il fatto è passato molto innanzi, le nozze son vicine, il tempo breve, i rimedi scarsi: temo dell'impossibile.
PANIMBOLO. Non può l'uomo oprar bene, il quale si avvilisce nell'impossibile. Quando non ci valerá ragione, bontá e giustizia, poneremo mano agl'inganni e furfanterie, ché queste vincono e superano tutte le cose; e poiché egli cerca con inganni tôrvi l'amata, sará bene che con i medesmi inganni gli respondiamo e facciamo cader l'inganno sopra l'ingannatore. E che val l'uomo che non sa far bene e male? ben a' buoni e mal a' cattivi? Or mentre ho lingua e ingegno state sicuro.
DON FLAMINIO. Comincio a respirare.
PANIMBOLO. Ma mentre parlo rivocate voi stesso in voi stesso.
DON FLAMINIO. O dolor o rabbia che tu sei, fa' tanta tregua con me fin che ordisca qualche garbuglio, e poi tormentami e uccidimi come a te piace.—Ma dimmi, hai pensato alcuna cosa?
PANIMBOLO. Cose belle a dire e grate all'orecchie ma non riuscibili; e nelle riuscibili non vorrei valermi di mezi cosí pericolosi.
DON FLAMINIO. Mai si vinse periglio senza periglio. Ma perché corremo per perduti e per me è morta ogni speranza e non spero se non nella disperazione, prima che muoia vo' tentar ogni cosa per difficile e perigliosa che sia, e morendo io vo' che tutto il mondo perisca meco. Ma tu imagina qualche cosa: fa' che veggia i fiori della mia felicitade.
PANIMBOLO. Farò come il fico che prima ti dará i frutti che ti mostri i fiori.
DON FLAMINIO. Presto: come la guadagnaremo?
PANIMBOLO. Ancora non avemo cominciato ad ordire, e volete la tela tessuta! né qui bisogna tanta fretta, ché la fretta è ruina de' negozi e le subbite resoluzioni son madri de' lunghi pentimenti. Sappiate che non è piú facil cosa che guastar un matrimonio prima che sia contratto: uno solo sospetto scompiglia il tutto. Diremo che molto tempo prima voi ci avete fatto l'amore e godutala.
DON FLAMINIO. La sua fama ci è contraria, perché è tenuta la piú onesta e onorata giovane che sia in Salerno.
PANIMBOLO. Un poco di vero mescolato con la bugia fa creder tutta la bugia. Aggiungeremo che la povertá sia stata cagione della sua disonestá.
DON FLAMINIO. Non lo crederá mio fratello ancorché lo vedesse con gli occhi suoi.
PANIMBOLO. E bisognando, faremo che lo veggia: come fargli veder di notte che alcuno entri in casa sua, mostrargli veste sue, gioie che portò quel giorno della festa o de' doni propri mandati; e per mezzo della notte agevolmente si può far veder una cosa per un'altra.
DON FLAMINIO. E ciò come farassi?
PANIMBOLO. Il parasito potrá aiutarvi, che è portinaio della casa, in farvi entrar e uscire e prestarvi alcune delle sue robbe.
DON FLAMINIO. Intendo ch'il padre, se ben per altro riguardevole, è molto iracondo e tenace del suo onore e buona riputazione: ci ponemo in pericolo d'un irreparabil danno e ne ponno accader molti disordini.
PANIMBOLO. A questi disordini rimediaremo con molti ordini. Come vostro fratello rifiuterá la sposa, vi appresentarete col prete e la sposarete.
DON FLAMINIO. Carizia che or ama don Ignazio, che l'ha legitimamente chiesta per isposa e complito con molti presenti, come s'accorgerá che per i nostri poco fedeli uffici riceverá questa macchia nel suo onore, non m'accetterá per isposo.
PANIMBOLO. Gli animi delle donne sono volubili: con nuovi benefici cancellaremo la vecchia ingiuria.
DON FLAMINIO. L'atto è pieno di speranza e di paura: non so a qual appigliarmi. Perché essendomi forzato mentre son vissuto di non macchiar la mia vita con alcuna poco men che onesta azione, or facendo un cosí gran tradimento, con che faccia comparirò piú mai fra cavalieri onorati? Mio fratello arderá di sdegno contro di me e ci uccideremo insieme.
PANIMBOLO. Noi lo battezaremo piú tosto un generoso inganno che vituperoso tradimento. Ad un amante è lecito usar ogni atto indegno di cavaliero contro qualsivoglia, purché rivale, per acquistarsi la donna amata: e negli amori non si ha rispetto né ad amicizia né a strettezza di sangue, e ogni inganno e tradimento per vincere è riputato ingegno e grande onore. Non si prendono molte cittá e castelli per tradimenti? e pur non «tradimenti» ma «stratagemmi militari» si chiamano. E quando si combatte per vincere, non si fa mostra per ferir nell'occhio e si percuote nel cuore? Voi per diverse vie aspirate alle nozze di Carizia: ella è posta nel mezo a chi per valore o per ingegno la sa guadagnare. Or ditemi, non ha egli usato a voi tradimento? mentre occultamente trattava averla per isposa, vi facea trattar matrimonio con la figlia del conte. Egli cerca ingannar voi: será ben che inganniate lui. Poi fatto il sponsalizio, accioché si vergogni, gli improverarete che, non trattando con voi alla libera, l'avete fatto conoscere che, facendo professione di strasavio e d'esser vostro maestro, non è buono ad imparar da voi; e poi fatto l'errore, si trapongono gli uomini da bene e frati e preti, anzi il vostro zio, a por accordi fra voi. E al fin bisogna che si cheti: ché se ben v'uccidesse, non per questo otterrebbe il suo intento.
DON FLAMINIO. E non riuscendo quest'apparenza di notte, non so come andarebbe la cosa.
PANIMBOLO. Perché addur tante téme o perigli contro voi stesso? chi molto considera non vuol fare: lontani da' pericoli, lontani dalle lodi della sperata vittoria: né valoroso né degno uomo può esser quello che schiva i pericoli, che aprono la via all'onore: temendo i pericoli, si guastano i desegni.
DON FLAMINIO. Chi non teme con ragione, incorre spesso in disordine; e la téma fa riuscire i consigli vani.
PANIMBOLO. Quei, che col nome di «prudenza» cuoprono il natural timore, non fanno mai cosa buona. Quando mai facessimo altro, poneremo il tutto in disordine e confusione; e chi scampa un punto ne scampa cento.
DON FLAMINIO. Se ben è ardito ma pericoloso il consiglio e da spaventare ogni gran cuore, essendo disposto o di posseder Carizia o di morire, esseguiamolo: né vo' per una ignobil paura mancar a me stesso.
PANIMBOLO. Sète risoluto?
DON FLAMINIO. Risolutissimo. Oh come con gli occhi del pensiero la veggio riuscir bella e netta! e mentre sto in questo pensiero, sento un secreto spirito nel cuore che mi conforta e spinge ad esseguirlo. Resta solo si parli al parasito se vuol aiutarci.
PANIMBOLO. Bisogna far presto, ché don Ignazio è d'ingegno destro e vigilante: se non si previene con prestezza, si torrá Carizia. «Chi non fa conto del tempo perde le fatiche e le speranze dell'effetto».
DON FLAMINIO. Or mi par ogni indugio una gran lunghezza di tempo: s'avesse le podagre, saria venuto.
PANIMBOLO. Se menasse cosí i piedi nel caminare come le mani ne' piatti o le mascelle quando mangia, che l'alza in su e giú come un ballone, sarebbe venuto prima.
DON FLAMINIO. Eccolo, ma con una ciera annunziatrice di cattive novelle.
LECCARDO. (O Dio, che disgusto darò a don Flaminio recandoli cosí cattive novelle!).
DON FLAMINIO. Leccardo, benvenuto!
LECCARDO. Non son Leccardo né mai fui Leccardo, ché non mai mi toccò leccar a mio modo.
DON FLAMINIO. Sempre sul mangiare!
LECCARDO. Sempre su gli amori!
DON FLAMINIO. Se ti scaldasse quel fuoco che scalda me, diresti altrimenti.
LECCARDO. Io credo che l'amor delle femine scaldi; ma l'amor del vino scalda piú forte assai.
DON FLAMINIO. Che novelle?
LECCARDO. Dispiacevolissime. Don Ignazio avendo trattato col padre, ave ottenuto Carizia. Ha mandato presenti sontuosissimi; or s'apparecchia un banchetto di rari che s'han fatti al mondo. Le principali gentildonne addobbano Carizia; e se negletta parea cosí bella, or che fiammeggia fra quelli ori e quelle gioie par di bellezza indicibile.
DON FLAMINIO. Non mi recar piú noia con le tue parole che mi reca la presente materia.
LECCARDO. Mi dispiace che per mia cagione non sia vostra sposa, ché la vostra tavola mi sarebbe stata sempre apparecchiata. Or temo il contrario: ché come vostro fratello saprá che son stato dalla vostra parte, mi ará adosso un odio mortale, e sarò in capo della lista di coloro che saranno sbanditi dalla sua casa.
DON FLAMINIO. Io non son cosí abbandonato dalla fortuna che, aiutandomi, Carizia non possa divenir mia moglie. E se darò ad intendere a don Ignazio che abbi goduto prima di Carizia, con manifesta speranza mi guadagnarò le sue nozze. Onde vorrei che la notte che viene mi aprissi la porta di sua casa e mi facessi entrare, e mi prestassi una di quelle vesti che portò il giorno della festa e alcuni doni mandati da lui.
LECCARDO. Cacasangue! questa è una solenne ribaldaria, e discoprendosi io sarei il primo a patire la penitenza, e non vorrei ch'avendomi io vivo mangiati molti uccelli cotti in mia vita, che or le cornacchie e corbi vivi se avessero a mangiare me morto sovra una forca.
DON FLAMINIO. Tu sai che mio zio è viceré di Salerno: scoprendosi il fatto, saprá che il tutto arai operato per mia cagione e non offenderá te per non offender me.
LECCARDO. No no, la forca è fatta per i disgraziati. La giusticia è come i ragnateli: le moschette piccole com'io ci incappano e ci restano morte, i signori come voi sono gli uccelli grandi che la stracciano e portano via.
DON FLAMINIO. Io sarei il piú ingrato uomo del mondo se, tu incappando per amor mio, non spendessi quant'ho per liberarti.
LECCARDO. De' poveretti prima si fa giustizia, poi si forma il processo e si dá la sentenza.
DON FLAMINIO. Non temer quello che non sará per avvenir mai.
LECCARDO. Anzi sempre vien quello che manco si teme.
DON FLAMINIO. Dái impedimento ad un gran disegno, ché non lo possiamo metter in atto e nel felice corso della vittoria si rompe: mi distruggi in erba e in spica le giá concette e mature speranze.
LECCARDO. Voi volete che i buoni bocconi, che ho mangiato in casa vostra, mi costino come il cascio a' topi quando incappano alla trappola.
DON FLAMINIO. Dunque non vòi aiutarmi?
LECCARDO. Credo io ben di no.
DON FLAMINIO. Dunque non vòi?
LECCARDO. Non voglio e non posso: pigliatevi quale volete di queste due.
DON FLAMINIO. Troppo disamorevole risposta.
LECCARDO. Troppo sfacciata proposta.
DON FLAMINIO. Leccardo, sai che vorrei?
LECCARDO. Che fussi appiccato!
DON FLAMINIO. Che quel c'hai a fare lo facessi tosto, ché il giorno va via e la sera se ne viene, e il beneficio consiste in questo momento di occasione. Usarò teco poche parole, ché la brevitá del tempo non me ne concede piú. Mi par soverchio ricordarti le cortesie che ti ho fatte; e il volerti far pregar con tanta instanza diminuisce l'obligo che mi tieni. Vorrei che mi facessi piacere pari alla cortesia, e questo servigio sarebbe il condimento di tutti gli altri.
LECCARDO. L'impresa che mi proponi è di farmi essere appiccato.
DON FLAMINIO. Fai gran danno non aiutandomi.
LECCARDO. Maggior danno fo a me aiutandovi.
DON FLAMINIO. Leccardo, to', prendi questi danari.
LECCARDO. Ho steso la mano.
DON FLAMINIO. Togli questo argento.
LECCARDO. L'argento mi comanda.
DON FLAMINIO. Togli quest'oro.
LECCARDO. L'oro mi sforza. Oh come son belli e lampanti! par che buttino fuoco: fanno bel suono e bel vedere.
DON FLAMINIO. Sai che ho degli altri, che posso sodisfare alla tua ingordigia; e tu potrai taglieggiarmi a tuo modo.
LECCARDO. Vorrei tornarteli, ma non posso distaccarmegli dalle mani.
DON FLAMINIO. Non sai quella pergola di presciutti, quei salsiccioni alla lombarda, quei formaggi e provature; non sai le compagnie di polli, gli esserciti di galline, quei squadroni di galli d'India, le cantine piene d'eccellentissimi vini che ho in casa? Ti chiuderò ivi dentro e non ti farò uscir se non arai divorato e digesto il tutto; sederai sempre a tavola mia con maestá cesarea e ti saranno posti innanzi piatti di maccheroni di polpe di capponi, d'un pasto l'uno, sempre bocconi da svogliati.
LECCARDO. Panimbolo, che mi consigliaresti per non esser appiccato?
PANIMBOLO. Farti tagliar il collo prima.
LECCARDO. Il malan che Dio ti dia!
PANIMBOLO. A te ho detto quanto bisogna far per non esser appiccato.
LECCARDO. A tutti doi voi io lo posso insegnare.
DON FLAMINIO. Che dici eh, Leccardo mio?
LECCARDO. Che volete che dica? tanti presenti, tante carezze, tante promesse farebbono pormi ad altro pericolo di questo; ma lassami retirar in consiglio secreto.—Leccardo, consiglia un poco te stesso: sei in un gran passo. Dall'una parte sta la fame e dall'altra la forca; e l'una e l'altra mi spaventano e mi minacciano. La fame uccide subbito, la forca ci vuol tempo a venire: la forca è una mala cosa, mi strangolará che non mangiarò piú mai; alla fame darò un perpetuo bando e mi prometto dovizia di tutte le cose. Ahi, infingardo e senza core! i soldati per tre ducati il mese vanno a rischio di spade, di picche, di archibuggi e di artegliarie; ed io per sí gran prezzo non posso contrastar con la forca? Meglio è morir una volta che sempre mal vivere. Ho passati tanti pericoli, cosí passerò quest'altro. Cancaro! si mangiano molte nespole mature, poi un'acerba t'ingozza: «è di errore antico penitenza nuova».
DON FLAMINIO. Risoluzione? ché l'indugio è pericoloso e il pericolo sovrasta.
LECCARDO. Son risoluto servirvi piú volentieri che non sapresti commandarmi, e avvengane quello che si voglia: sète mio benefattore.
DON FLAMINIO. Avèrti che avendomi a fidar di te tu sia di fede intiera.
LECCARDO. Interissima: non mai l'ho rotta perché non mai l'adoprai.
DON FLAMINIO. In che cosa mi serverai e in che modo?
LECCARDO. Del modo non posso deliberare se non parlo prima con Chiaretta, ch'ella tien le chiavi delle sue casse. È gran tempo ch'ella cerca far l'amor con me.
DON FLAMINIO. Bisogna far l'amor con lei e dargli sodisfazione.
LECCARDO. Piú tosto m'appiccherei. Mai feci l'amor se non con porchette e vitelle; ed è il peggio, ch'è una simia e pretende esser bellissima.
DON FLAMINIO. Bisogna tôr la medicina per una volta.
LECCARDO. Quando la menerò a casa, fingerò por la mano alla chiave per aprir la porta. Basta: l'ingannerò di modo che mi aiuterá.
DON FLAMINIO. Lodo il consiglio: mandalo in essecuzione.
LECCARDO. Fra poco saperete la risposta.
DON FLAMINIO. Non vo' risposta ché non ci è tempo: gli effetti rispondino per te.
LECCARDO. La notte viene: non mi trattenete, ché è vostro danno; io vo con buona fortuna.
DON FLAMINIO. A rivederci.
LECCARDO. A riparlarci.
MARTEBELLONIO. Non ho lasciato fornai, salcicciai, macellari, osterie e piscatori che non abbia cerco per trovar Leccardo, e non ho avuto ventura di ritrovarlo!…
LECCARDO. (Ecco il ballon da vento! oh come gionge a tempo! Muterò parere e farò disegni piú a proposito, ché, per esser ignorantissimo, gli potrò dar ad intendere ciò che voglio).
MARTEBELLONIO…. Certo sará imbriacato, e ficcatosi in qualche stalla si sará disfidato con la paglia a chi piú dorme. M'è salito capriccio in testa di Calidora e vorrei sborrar fantasia.
LECCARDO. (Oh come servirò ben l'amico!). Ben venghi il bellissimo e innamoratissimo capitano!
MARTEBELLONIO. O Leccardo, ti son ito cercando tutt'oggi.
LECCARDO. Se foste venuto dov'era, m'areste ritrovato al sicuro.
MARTEBELLONIO. Perché m'hai detto «bellissimo»?
LECCARDO. Perché fate morir le principalissime gentildonne della cittá, e fra tutte Callidora, la mia padrona, che quando le muovo ragionamenti di voi fa atti da spiritata.
MARTEBELLONIO. Vorrei che la finissimo una volta, ché io non facessi penar lei né ella me; vorrei che le facessi un'ambasciata da mia parte.
LECCARDO. Farò quanto m'imponete.
MARTEBELLONIO. Dille che non è picciol favore che un mio pari s'inchini ad amar lei, ché son amato dalle piú grandi donne del mondo.
LECCARDO. Andrò a dirglielo.
MARTEBELLONIO. Ma non con certe parole umili che cagionino disprezzo, ma con un certo modo altiero che cagioni verso me onore e riverenza.
LECCARDO. Le dirò che se non vi ama, con un soffio la farete volar per aria o, con un fúlgore degli occhi vostri mirandola, l'abrusciarete.
MARTEBELLONIO. Dille ciò che tu vuoi, ché le cortesi parole d'un mio pari minacciano tacitamente.
LECCARDO. Ella spasima per voi.
MARTEBELLONIO. Poiché è cosí, dimmi: quando? come? Non m'intendi?
LECCARDO. V'intendo bene; ma non so che dite.
MARTEBELLONIO. Mi porrai con lei da solo a solo?
LECCARDO. Questa notte.
MARTEBELLONIO. Or sí che puoi comandarmi: sono assai amico delle preste risoluzioni, e per tal cagione nelle guerre ho conseguito grandissime vittorie. Ma venghiamo all'ora piú commoda a lei.
LECCARDO. Quando dorme la vicinanza, alle due ore, la farò venir in questa casa terrena e vi sollazzarete con lei tutta la notte. Ma che segni mi darete quando venite di notte ché vi conosca?
MARTEBELLONIO. Quando sentirai tremar la casa e la terra come se fusse un terremoto, son io che camino.
LECCARDO. Andrò ad ordinar con lei l'ora che possa venir senza saputa di suo padre. Venite sicuramente.
MARTEBELLONIO. Andrò a cenare e sarò qui ad un tratto.
LECCARDO. Oh com'è stata la venuta di costui a proposito! dalla cattiva via m'ha posto nella buona. Quando la fortuna vuol aiutare trova certe vie che non le trovarebbono cento consigli. Da Chiaretta non era possibile averne alcun piacere senza venir a' ferri, dove pensandovi sudava sudor di morte; l'accoppiarò con costui di modo che l'uno non s'accorgerá dell'altro, e l'altro sará contento e ingannato. Veggio Chiaretta che toglie i ragnateli dalla porta dalla casa.
CHIARETTA fantesca, LECCARDO.
CHIARETTA. Ho tanta allegrezza che Carizia, la mia padrona, sia maritata che pare ch'ancora io sia a parte delle sue dolcezze.
LECCARDO. Maggior dolcezza aresti, se gustassi quello che gustará ella quando staranno abbracciati insieme.
CHIARETTA. E se fusse a quei piaceri, ne gusterei ancor io com'ella: che pensi che non sia di carne e d'ossa come lei? o le membra mie non siano fatte come le sue?
LECCARDO. Ci è qua uomo che ti fará gustare le medesime dolcezze.
CHIARETTA. Sei tu forsi quello?
LECCARDO. Cosí Dio m'aiuti!
CHIARETTA. Tengo per fermo che non ti aiuteria, ché tu hai piú a caro un bicchier di vino che quante donne son al mondo.
LECCARDO. Dici il vero, ma tu sei tanto graziosa che faresti innamorar i sassi.
CHIARETTA. S'io facessi innamorar i sassi, starei sicura che farei innamorar te che sei peggio d'un sasso.
LECCARDO. Son risoluto esser tuo innamorato.
CHIARETTA. Che ti ho ciera di vitella o di porca, che ti vòi innamorar di me?
LECCARDO. T'apponesti. Hai certi labruzzi scarlatini come un prosciutto, una bocchina uscita in fuori com'un porchetto, gli occhi lucenti come una capra, le poppe grassette come una vitella, le groppe grosse e ritonde come un cappone impastato: in somma non hai cosa che non mi muova l'appetito; ebbe torto la natura non farti una capra.
CHIARETTA. E tu che vòi esser mio marito, un becco.
LECCARDO. E quando starò abbracciato con te, mi parrá di gustare il sapor di tutti quest'animali, o mia vacca, o mio porchetto, o mia agnella, o mia capra!
CHIARETTA. Starò dunque mal appresso te, che non mi mangi. Ma arei caro darti martello.
LECCARDO. Sei piú atta a riceverlo che a darlo.—Oh come par bellaCarizia or che pompeggia fra quelle vesti.
CHIARETTA. Altro che tovaglia bianca ci vuol a tavola, altro che vesti ci vuole a far bella una donna: gli innamorati non amano le vesti ma quello che sta sotto le vesti. Bisogna aver buone carni, sode, grasse e lisce, come abbiamo noi fantesche che sempre fatichiamo; le gentildonne, che sempre stanno a spasso, l'hanno cosí flaccide e molli che paiono vessiche sgonfiate.
LECCARDO. Mi piace quanto dici.
CHIARETTA. E le lor facce son tanto imbellettate che paiono maschere; e portano tal volta sul volto una bottega intiera di biacche, di solimati, di litargiri, di verzini e altre porcherie. Oibò, se le vedessi la mattina quando s'alzano da letto, diresti altrimente. Ma noi misere e poverelle abbiamo carestia d'acqua per lavarci la faccia: triste noi se non ci aiutasse la natura!
LECCARDO. Veramente come una donna si parte da un buon naturale e il piglia artificiale, non può parer bella. Ma tu m'hai fatto risentir tutto: ti vorrei cercare un piacere.
CHIARETTA. Che piacere?
LECCARDO. Che mi presti una cosa.
CHIARETTA. Che cosa?
LECCARDO. Per un'ora, anzi mezza, anzi per un quarto; e te la ritorno come me la prestasti.
CHIARETTA. Dimmi, che vorresti?
LECCARDO. Vorrei….
CHIARETTA. Che vorresti?
LECCARDO. Dubito non me la presterai.
CHIARETTA. Ti presterò quanto ho per un'ora, per un quarto, per quanto tu vuoi: a me piú tosto manca l'occasione che la voluntá di far piacere; e se non basta in presto, te la dono.
LECCARDO. So che sei d'una naturaccia larga e liberale, che ciò che ti è cercato in presto tu doni.
CHIARETTA. Su, di' presto, che vuoi?
LECCARDO. Che mi presti la….
CHIARETTA. La che?
LECCARDO. La…, mi vergogno di dire.
CHIARETTA. Se ti vergogni dirmelo di giorno e in piazza, dimmelo all'oscuro in casa.
LECCARDO. Vorrei che mi prestassi la gonna di Carizia.
CHIARETTA. Il malan che Dio ti dia! non vòi altro di questo?
LECCARDO. E che pensavi? qualche cosa trista?
CHIARETTA. Che vuoi farne?
LECCARDO. Vestirla a te. E alcuna di quelle cose che l'ha mandato don Ignazio, o di quelle che portò quel giorno della festa; ché s'ella si vuole sposar dimani, noi ci sposaremo questa notte. Tu sarai Carizia, io don Ignazio.
CHIARETTA. Tu mi burli.
LECCARDO. Se ti burlo, facci Dio che mai gusti vino che mi piaccia!
CHIARETTA. A questo giuramento ti credo. A che ora?
LECCARDO. Alle due, in questa casetta terrena.
CHIARETTA. Perché non in casa nostra?
LECCARDO. Ché facendo romore non siamo sconci: ne parlaremo piú a lungo in casa.
CHIARETTA. Bene.
LECCARDO. Non mancarmi della tua promessa.
CHIARETTA. Né tu della tua.
DON FLAMINIO. Ecco il veggiamo a punto. Leccardo, hai appontato con la fantesca?
LECCARDO. No.
DON FLAMINIO. Perché?
LECCARDO. L'aco era spuntato e avea la testa rotta.
DON FLAMINIO. Hai scherzato a bastanza: non piú scherzi.
LECCARDO. Non abbiamo fatto cosa veruna.
DON FLAMINIO. Fortuna traditora, se tu volgi le spalle una volta, non volgi piú la faccia.
LECCARDO. Anzi la fortuna s'è incontrata con te senza saper chi fussi, e tu senza conoscerla ti sei incontrato con lei.
DON FLAMINIO. Che m'apporti?
LECCARDO. Le vesti, le gioie e l'istessa Carizia: piú di quel che m'hai chiesto e sapresti desiderare.
DON FLAMINIO. Perché dicivi di no?
LECCARDO. Per farvi saper la nuova piú saporita; ché si t'avessi detto cosí il tutto alla prima, non ti sarebbe piaciuta. Non solo aremo da Chiaretta quanto vogliamo; ma m'è venuto fra' piedi quel capitano balordo, innamorato di Calidora, il qual ci servirá molto a proposito, di modo che ci si trovará gentilmente beffato e vostro fratello tradito.
DON FLAMINIO. Da cosí buona fortuna fo argumento che la cosa riuscirá assai netta. Conosco il capitano; ma come si sentirá beffato da te, ti fará una furia di bravate.
LECCARDO. Ed io una furia di bastonate.
DON FLAMINIO. Leccardo mio, come arò per tuo mezo conseguito il mio bene, arai sempre la gola piena e ornata di catene d'oro.
LECCARDO. Purché non rieschino in qualche capestro!
DON FLAMINIO. Che resta a far, Panimbolo?
PANIMBOLO. Come il fratello vi dará la nuova, mostrate non sapere nulla. Dilli che sia disonesta. Tu, Leccardo, tieni in piedi la prattica della fantesca, ché noi ti avisaremo di passo in passo quanto è da farsi.
LECCARDO. Raccomando alla fortuna la vostra audacia.
PANIMBOLO. Abbi cura spiar se don Ignazio prepara alcuna cosa.
DON IGNAZIO. Talché noi abbiamo gentilmente burlato il fratello, il quale si pensava burlar me.
SIMBOLO. Se non era il mio consiglio, ti saresti trovato in un gran garbuglio.
AVANZINO. Padrone, datemi la mancia, ché me l'ho guadagnata davero.
DON IGNAZIO. E di che cosa?
AVANZINO. Non la dico, se prima non me la prometteti.
DON IGNAZIO. Ti prometto quanto saprai tu dimandarmi.
AVANZINO. Quando voi mi mandaste a casa del conte per veder se vi fusse, non so che mi fe' far la via della porta della cittá che va a Tricarico….
DON IGNAZIO. E ben?
AVANZINO…. Trovai il conte il quale, perché se gli era sferrato il cavallo di tre piedi, s'era fermato a farlo ferrare, e li feci l'ambasciata da vostra parte….
DON IGNAZIO. E che ambasciata?
AVANZINO…. Come vostro fratello avea concluso il matrimonio per questa sera; e che voi non potevate aspettar fin alla sera, che volevate passar i capitoli allora allora e venire a casa….
DON IGNAZIO. Il conte che disse?
AVANZINO…. Se ne rallegrò molto; e cavalcato se n'andò alla via di Palazzo a vostro zio, e credo che adesso adesso será spedito il negozio.
DON IGNAZIO. Chi t'ha ordinato che gli facessi quell'ambasciata?
AVANZINO. S'io vedeva che voi vi attristavate per quell'indugio, io per levarvi da quella tristezza ho pregato il conte da vostra parte ch'avesse differito l'andare a Tricarico per quel giorno.
DON IGNAZIO. Ah traditore, assassino!
AVANZINO. In che vi ho offeso io?
DON IGNAZIO. Non so perché non ti spezzi la testa in mille parti, come m'hai rovinato dal fondo e spezzatomi il cuore in mille parti!
AVANZINO. Queste sono le grazie che mi rendete del piacer che vi ho fatto?
DON IGNAZIO. Un simile piacere sia fatto a te dal boia, gaglioffo!
SIMBOLO. Padrone, non bisogna irarvi contro costui.
DON IGNAZIO. Egli m'ha rovinato della vita e scompigliato il negozio.
SIMBOLO. Per questo non deve mai il padrone trattare i suoi fatti dinanzi a' servi, i quali, quando non vi nocciono per malignitá, almeno vi nocciono per ignoranza.
DON IGNAZIO. Non so che farmi, son rovinato del tutto; m'ha posto in un garbuglio che non so come distaccarmene: andrá il conte al mio zio, dirá che l'ha trattato don Flaminio e che io ne sia contentissimo, effettuará il negozio.
SIMBOLO. Il caso è da temerne; ma i consigli de' vecchi son tardi ché non si muovono con tanta fretta, e poi egli ha desio maritarvi in Ispagna.
DON IGNAZIO. Or conosco la mia sciocchezza a lasciarmi persuadere da te di accettar il partito di mio fratello: con non men infelice che ignobil consiglio tu mi hai posto in tanti travagli.
SIMBOLO. Chi arebbe potuto imaginar tanta ignoranza d'uomo a far di sua testa quel che non gli era stato ordinato?
DON IGNAZIO. Fa' che mai tu comparischi ove io mi sia; se non, che farò pentirtene.
AVANZINO. Questi sono i premi d'aver dieci anni fidelmente servito: esser cacciato di casa.
SIMBOLO. Taci e non parlar piú in collera. Ecco vostro fratello.
DON IGNAZIO. Don Flaminio, son andato gran pezzo ricercandovi: voi siate il benvenuto!
DON FLAMINIO. E voi ben trovato! Che buona nuova, poiché mostrate tanta allegrezza nel volto?…
PANIMBOLO. (Oh quanto il cuore è differente dal volto!).
DON FLAMINIO…. che cosa avete degna di tanta fretta e di tanta fatica?
DON IGNAZIO. Per farvi partecipe d'una mia allegrezza; ché so che ve ne rallegrarete come me ne rallegro io, amandoci cosí reciprocamente come ci amiamo.
PANIMBOLO. (Mentite per la gola ambodoi!).
DON FLAMINIO. Rallegratemi presto, di grazia.
DON IGNAZIO. Perché, partito che fui da voi, andai in casa del conte e mi dissero ch'era andato a Tricarico e che trattava con altri dar la sua figlia, io mi ho tolto un'altra per moglie secondo il mio contento.
DON FLAMINIO. Non credo sia maggior contento nella vita che aver moglie a suo gusto e suo intento. Quella signora d'Ispagna che trattava don Rodrigo nostro zio?
DON IGNAZIO. Ho tolto una gentildonna povera ben sí ma nobilissima; ma la sua nobiltá è avanzata di gran lunga dalla sua somma bellezza, e l'un'e l'altra dalla onestá e dagli onorati costumi.
DON FLAMINIO. Ditelami di grazia, accioché mi rallegri anche io della vostra allegrezza; ché per aver ricusata una figlia de grandi d'Ispagna, dev'esser oltremodo bella e onorata.
DON IGNAZIO. È Carizia.
DON FLAMINIO. Chi Carizia? non l'ho intesa mai nominare.
PANIMBOLO. (Ah, lingua mendace, non la conosci?).
DON IGNAZIO. Carizia, figlia di Eufranone.
DON FLAMINIO. Forsi volete dire una giovenetta che nella festa de' tori comparve fra quelle gentildonne con una sottana gialla?
DON IGNAZIO. Quella istessa.
DON FLAMINIO. E questa è quella tanto onesta e onorata?
DON IGNAZIO. Quell'istessa.
DON FLAMINIO. Or veramente le cose non sono com'elle sono, ma come l'estima chi le possiede.
DON IGNAZIO. Che volete dir per questo?
DON FLAMINIO. Che non è tanta l'onestá e il suo merito quanto voi dite.
DON IGNAZIO. Dite cose da non credere.
DON FLAMINIO. Ma piene di veritá. Ma dove nasce in voi tanta meraviglia?
DON IGNAZIO. Anzi io non posso tanto meravigliarmi che basti.
DON FLAMINIO. Avete fatto molto male.
DON IGNAZIO. Si ho fatto bene o male non l'ho da riporre nel vostro giudizio.
DON FLAMINIO. Or non sapete voi ch'ella col far di sé copia ad altri dá da viver alla sua casa, la qual è piú povera di quante ne sono in Salerno e che senza la sua mercanzia non potrebbe sostenersi?
PANIMBOLO. (Oh come i colori della morte escono ed entrano nel suo volto!).
DON IGNAZIO. Si fusse altro che voi, ch'ardisse dirme questo, lo mentirei per la gola.
DON FLAMINIO. Perdonatemi si son forzato passar i termini della modestia con voi, ché quanto ve dico tutto è per l'affezione che vi porto.
PANIMBOLO. (Ah, lingua traditora!).
DON FLAMINIO. Dico che fate malamente, ché per sodisfare ad un vostro momentaneo appetito, e d'una finta bellezza di una donnicciola, non stimate una vergogna che sia per risultar al vostro parentado; ché ben sapete che una picciola macchia nella fama di una donna apporta vituperio e infamia a tutti.
PANIMBOLO. (L'ammonisce per caritá fraterna: che Dio lo benedica!).
DON IGNAZIO. Io per diligente informazione, che per molti giorni n'ho presa da molte onoratissime persone, ne ho inteso tutto il contrario.
DON FLAMINIO. Dovete credere piú a me che a niuno.
DON IGNAZIO. Credo a voi non al fatto.