DON FLAMINIO. Anzi vo' che crediate al fatto istesso non a me.
DON IGNAZIO. Ella è tanto onorata che la mia lingua s'onora del suo onore; e avendola ne resto io piú onorato. E voi, per farla da cavaliero, d'una gentildonna dovresti dirne bene ancorché fusse il falso, né dirne male ancorché fusse il vero.
DON FLAMINIO. Io non ho detto ciò perché sia mala lingua, ma perché sappiate il vero. Ma che non può la forza d'una gran veritá? Perciò non vorrei che correste con tanta furia in cosa ove bisogna maturo consiglio, e poi fatta non può piú guastarsi; e poi dal rimorso di voi stesso vi aveste a pentir d'una vana penitenza.
DON IGNAZIO. A me sta il crederlo.
DON FLAMINIO. A voi il credere, a me dir la veritá la qual m'apre la bocca e ministra le parole. Ma io, che tante volte v'ho fatto veder il falso leggiermente, or con tante ragioni non posso farvi creder il vero?
DON IGNAZIO. E però non vi credo nulla, perché solete dirmi le bugie e conosco i vostri artifici.
PANIMBOLO. (Oh come mal si conoscono i cuori!).
DON FLAMINIO. Ma se vogliamo adeguar il fatto, bisogna che ambodoi abbiamo pazienza, voi di ascoltare, io di parlare.
DON IGNAZIO. Dite suso.
DON FLAMINIO. Son piú di quattro mesi che me la godo a bell'aggio, né io son stato il primo o secondo; e vi fo sapere che non è tanto bella quanto voi la fate, ché, toltone quel poco di visuccio inbellettato e dipinto, sotto i panni è la piú sgarbata e lorda creatura che si veda.
DON IGNAZIO. Non basto a crederlo.
DON FLAMINIO. Né la sorella è men disonesta di lei; e un certo capitano ciarlone, che suol pratticar in casa, se la tiene a' suoi comodi. Or questo, che è il peggior uomo che si trovi, sará vostro cognato; e ci son altre cose da dire e da non dire.
DON IGNAZIO. Mi par impossibile.
DON FLAMINIO. Farò che ascoltiati da molti il medesimo.
DON IGNAZIO. Se non lo credo a voi, meno lo crederò agli altri.
PANIMBOLO. (Li è restata la lingua nella gola e non ne può uscir parola).
DON FLAMINIO. E se non lo credete, farò che lo veggiate con gli occhi vostri.
DON IGNAZIO. Che cosa?
DON FLAMINIO. Poiché volete sposarla dimani, vo' dormir seco la notte che viene: io sarò sposo notturno, voi diurno. State stupefatto?
DON IGNAZIO. Se mi fusse caduto un fulmine da presso, non starei cosí attonito.
DON FLAMINIO. Da un buon fratello come vi son io bisogna dirsi la veritá, poi in cose d'importanza e dove ci va l'onore.
PANIMBOLO. (O mondo traditore, tutto fizioni!).
DON IGNAZIO. Odo cose da voi non piú intese da altri.
DON FLAMINIO. Se vi fusse piú tempo, ve lo farei udir da mille lingue; ma perché viene la notte piú tosto che arei voluto, venete meco alle due ore, che andrò in casa sua: vi farò veder le sue vesti e i doni che l'avete mandati, e ce ne ritornaremo a casa insieme.
DON IGNAZIO. Se me fate veder questo, farò quel conto di lei che si deve far d'una sua pari.
DON FLAMINIO. Andiamo a cenare e verremo quando sará piú imbrunita la notte.
DON IGNAZIO. Andiamo.
DON FLAMINIO. Andate prima, ché verrò dopoi.
PANIMBOLO. Giá è gito via.
DON FLAMINIO. Panimbolo, a me par che la cosa riesca bene.
PANIMBOLO. Avete finto assai naturale. Mi son accorto che la gelosia li attaccò la lingua che non possea esprimere parola.
DON FLAMINIO. Io non mi dispero della vittoria.
PANIMBOLO. Andiamo al fratello, acciò non prenda suspetto di noi e gli ordini presi non si disordenino.
DON FLAMINIO. Andiamo.
EUFRANONE solo.
EUFRANONE. Giá ho dato la nuova a' parenti, agli amici e a tutta la cittá; e ciascuno ne ha infinito piacere e allegrezza, veggendo che la nostra casa anticamente cosí nobile e ricca per una disgrazia sia venuta in tanta miseria e povertade, e ora per una cosí insperata occasione risorga a quel primiero splendore e grandezza; e che la bellezza e onorati costumi di Carizia, che meritava questa e maggior cosa, abbino sortito cosí felice ventura per esserne le sue parti tali da farsi amar insin dalle pietre. Oh quanta sará la mia allegrezza dimani, quando vedrò la mia figliola sposar da cosí degno cavaliero con tanta grandezza e concorso di nobili, e gionta a quell'eccelso grado che merita la sua bontade! Dubito che non passará mai questa notte ché veggia quell'alba, per lo gran desiderio che ho di vederla. Ma perché trattengo me stesso in tante facende? andrò su, cenerò subito e andrò in letto, accioché dimani mi levi per tempo. Sommo Dio, appresso cui son riposte tutte le nostre speranze, fa' riuscir queste nozze felici per tua solita bontade, ché so ben che noi tanto non meritiamo!
MARTEBELLONIO solo.
MARTEBELLONIO. Credo che non sia minor virtute e grandezza ferir un corpo con la spada che un'anima con i sguardi: ben posso tenermi io fra tutti gli uomini glorioso, ché posso non men con l'una che con l'altra; ché non può starmi uomo, per gagliardo che sia, con la spada in mano innanzi, né men donna, per onesta e rigida, a' colpi de' sguardi miei; e se con la spada fo ferite che giungono insin al cuore, con gli occhi fo piaghe profondissime che giungono insin all'anima. Ecco Calidora che appena mi guardò una volta, che non sostenne il folgore del lampeggiante mio viso; onde ne restò sconquassata per sempre. Ma io con un generoso ardire non men uso misericordia a quei che prostrati in terra mi chiedeno la vita in dono, che a quelle meschinelle e povere donne che si muoiono per amor mio. Or io mi son mosso a darle soccorso ché non la vegga miseramente morire; ed è gran pezza che mi deve star aspettando. Ma io non veggio per qui Leccardo, come restammo d'appontamento.
DON FLAMINIO. Io sento genti in istrada, non so se potremo mandar ad effetto quanto desideriamo: dovevamo cenar prima.
DON IGNAZIO. A me non parea mai che venisse l'ora di veder un tanto impossibile, per poter dire liberamente poi che onore e castitá non si trova in femina; poiché costei, di cui si narrano tanti gran vanti della sua onestá, si trovi sí disonesta.
DON FLAMINIO. Cosí va il mondo, fratello: quella donna è tenuta piú casta che con piú secretezza fa i suoi fatti.
MARTEBELLONIO. Sento stradaioli. Olá, date la strada se non volete andar per fil di spada!
PANIMBOLO. Se non taci, poltronaccio, andrai per fil di bastone!
MARTEBELLONIO. (Costui par che sia indovino, ché son poltrone).
DON IGNAZIO. Chi è costui?
SIMBOLO. Quel capitan vantatore.
MARTEBELLONIO. (Vo' farmi conoscere, ché non m'uccidano in iscambio). O signori don Flaminio e don Ignazio, son il capitan Martebellonio! E dove cosí di notte senza la mia compagnia? ché è meglio aver me solo che una compagnia d'uomini d'arme.
DON FLAMINIO. E tu dove vai? a donne ah?
MARTEBELLONIO. L'hai indovinata, a fé di Marte!
DON FLAMINIO. A qualche puttana?
MARTEBELLONIO. Se non foste voi a' quai porto rispetto, vi farei parlar altrimente. Io a puttane, che ho le principali gentildonne della cittá e tutto il mondo che spasima del fatto mio? Vo ad una signora che è ridotta a pollo pesto per amor mio, e or la vo a soccorrere.
DON FLAMINIO. Signora di casa, fantesca eh?
MARTEBELLONIO. E pur lá! è Callidora, figlia d'Eufranone: conoscetela voi?
DON FLAMINIO. (Che ti dissi, fratello? cominci a scoprir paese). Noi la conosciamo molto bene; ma dove voi conosceste lei o sua sorella Carizia?
MARTEBELLONIO. Gran tempo fa che l'una e l'altra è impazzita del fatto mio; ma a me piace Calidora per esser di ciglio piú rigido e piú severo. Mi ha chiesto in grazia che vada a dormir seco per questa notte: or vo ad attenderle la promessa. Ma s'apre la porta e veggio il parasito che viene per ritrovarmi: perdonatemi.
LECCARDO. Entrate, signora, in questa camera qui vicino.
CHIARETTA. T'obedisco.
LECCARDO. Serratevi dentro e aspettatemi un pochetto.—Capitano, sète voi?
MARTEBELLONIO. Pezzo d'asino, non mi conosci?
LECCARDO. Non vi conoscea, perché me diceste che venendo la vostra persona arei sentito il terremoto: son stato gran pezza attendendo se tremava la terra, però dubitavo se foste voi.
MARTEBELLONIO. Dite bene, e ti dirò la cagione. Poco anzi mi è venuta una lettera dall'altro mondo. Plutone mi si raccomanda e mi prega che non camini cosí gagliardo, che vada pian piano, ché tante sono le pietre e le montagne che cascono dagli altissimi vòlti della terra, che mancò poco che non abissasse il mondo e sotterrasse lui vivo con Proserpina sua mogliere. Gli l'ho promesso, e perciò non camino al mio solito.
LECCARDO. Entrate, ché Calidora vi sta aspettando.
DON FLAMINIO. Che dici, fratello? è vero quanto vi ho detto? Io farò il segno: fis, fis.
LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia vi prega a disagiarvi un poco, perché sta ragionando col padre.
DON FLAMINIO. Se ben è alquanto bellina, io non la teneva in tanto conto quanto voi.
DON IGNAZIO. Non vi ho io dimandato piú volte se in quel giorno della festa vi fusse piaciuta alcuna di quelle gentildonne, e mi dicesti di no?
DON FLAMINIO. Era cosí veramente; ma essendomi offerta costei con mio poco discomodo, me ce inchinai.
LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia v'aspetta agli usati piaceri, e che le perdoniate se vi ha fatto aspettar un poco.
DON FLAMINIO. Don Ignazio, non vi partite; forse vi porterò alcuni de' suoi abbigliamenti e de' doni mandati.
DON IGNAZIO. Aspettarò sin a domani.—Che dici, Simbolo, aresti tu creduto ciò mai?
SIMBOLO. Veramente delle donne se ne deve far quel conto che dell'erbe fetide e amare che serveno per le medicine, che cavatone quel succo giovevole si buttano nel letamaro: come l'uomo si ha cavato quel poco di diletto che s'ha da loro, nasconderle ché piú non appaiano.
DON IGNAZIO. Veramente la femina è un pessimo animale e da non fidarsene punto. Ahi, fortuna, quando pensava che fussero finite le pene e cominciar la felicitá, allor ne son piú lontano che mai!
DON FLAMINIO. Don Ignazio, dove sète? Conoscete voi questa sottana gialla che portò quel giorno? non è questo l'anello che l'avete mandato a donare, le catene e gli altri vezzi di donne?
DON IGNAZIO. Li conosco e mi rincresce conoscerli.
DON FLAMINIO. Vi lascio le sue cose in vece di lei per questo breve tempo che mi è concesso goderla.
DON IGNAZIO. Eccole, tornatele adietro.
DON FLAMINIO. Vi lascio la buona notte.
DON IGNAZIO. Anzi notte per me la piú acerba e d'infelice memoria che sia mai stata! O stelle nemiche d'ogni mio bene—ben posso io chiamarvi crudeli, poiché nel nascer mio v'armaste di cosí funesti e miserabili influssi,—deh, fuggite dal cielo, spengete il vostro lume e lasciate per me in oscure tenebre il mondo! O luna, oscura il tuo splendore e cuopra il tuo volto ecclisse orribile e spaventoso, e in tua vece veggansi orrende comete colle sanguigne chiome! O maledetto giorno ch'io nacqui e che la viddi e che tanto piacque agli occhi miei! Ahi, dolenti occhi miei, a che infelice spettacolo sète stati serbati insin ad ora! veder ch'altri goda di quella donna che mi era assai piú cara dell'anima istessa. Ahi, che sento stracciarmi il cuore dentro da mille orsi e da mille tigri, e la gelosia m'impiaga l'anima di ferite inmedicabili e immortali! Ahi, Carizia, cosí onori il tuo sposo? queste sono le parole che ho intese da te questa mattina? non avevi altri uomini con chi potevi ingannarmi, e lasciar mio fratello? e se mi dispiace l'atto, mi dispiace piú assai con chi l'hai tu adoperato.
SIMBOLO. Padrone, fate resistenza al male, ché non è maggior male che lasciarsi vincere dal male.
DON IGNAZIO. Ma io non sia quel che sono se non ne la farò pentire.
SIMBOLO. Dove andate?
DON IGNAZIO. A consigliarmi con la disperazione, con le furie infernali, ché non so quale in me maggior sia l'ardore, il dolore o la gelosia.
DON FLAMINIO. Panimbolo, son partiti?
DON IGNAZIO. Sí, sono.
LECCARDO. Don Flaminio, come sei stato servito da me?
DON FLAMINIO. Benissimo, meglio che s'io fussi stato nel tuo cuore o tu nel mio.
LECCARDO. Che dici del capitano, del suo non aspettato e fattoci beneficio?
DON FLAMINIO. La fortuna non ha ingannato punto il nostro desiderio.
LECCARDO. Mai mi son compiaciuto di me stesso come ora, tanto mi par d'aver fatto bene.
DON FLAMINIO. Te ne ho grande obligo.
LECCARDO. Ne avete cagione.
DON FLAMINIO. Panimbolo, par che siamo fuori di periglio.
PANIMBOLO. Anzi or siamo nel periglio; e poiché si è cominciato, bisogna finire, ché non facci a noi egli quel che pensiamo di far a lui.
LECCARDO. La fortuna scherza con noi, ché scambievolmente abbassa l'uno e inalza l'altro.
DON FLAMINIO. Patisca or egli quelle pene che ha fatto patir a me!Egli piange ed io rido.
LECCARDO. Ben sará se non s'appicca con le sue mani!
DON FLAMINIO. Questo bisogno sarebbe a punto per farmi felice!Andiamo.
LECCARDO. Ed io vo' entrar qui dentro e prendermi spasso di Chiaretta col capitano.
SIMBOLO. Padrone, vi è passata ancora quella rabbia?
DON IGNAZIO. Anzi me n'è sovraggionta dell'altra.
SIMBOLO. Stimava che, la notte come madre de' pensieri avendovi meglio consigliato, foste mutato di parere.
DON IGNAZIO. Piú mi ci son confirmato.
SIMBOLO. Frenate tanto sdegno che impedisce il dritto della raggione, ché le vostre parole potrebbono cagionar qualche gran scandolo.
DON IGNAZIO. Che vorresti dunque che facessi?
SIMBOLO. Ch'avendola a rifiutare, la rifiutaste con modi non tanto obbrobriosi.
DON IGNAZIO. Il fuoco d'amore è rivolto in fuoco di sdegno; e l'uno e l'altro m'hanno inperversato di sorte che mi parrebbe poco se la sbranassi con le mie mani.
SIMBOLO. Fareste cosa che ve ne pentireste.
DON IGNAZIO. Vo' che sia a parte della pena, poiché è stata a parte del diletto.
SIMBOLO. Or non potrebbe esser che quella notte vostro fratello v'avesse ingannato?
DON IGNAZIO. Non sai che dici.
SIMBOLO. Dico cose possibili e dubbiose ancora.
DON IGNAZIO. Non merita una sua pari le sia portato tanto rispetto.
SIMBOLO. Considerate che nella sua famiglia si raccoglie tutta la nobiltá di Salerno, e facendo ingiuria ad uno macchiate molti. Ecco il padre e i principali della cittá che vengono incontro per ricevervi con molt'amorevolezza; ma troveranno in voi tutto il contrario.
EUFRANONE. Caro signore, siate il benvenuto, per mille volte molto desiato dalla sposa e da' principali di Salerno!
DON IGNAZIO. Io vengo con voluntá assai diversa da quel che pensi: stimi che venghi a sposar tua figlia ed io vengo a rifiutarla.
EUFRANONE. Non sperava sentir tal nuova da voi! Ma in che ha peccato mia figlia che meriti tal rifiuto?
DON IGNAZIO. D'impudicizia e disonestá.
EUFRANONE. Onesta è stata sempre mia figlia e cosí stimata da tutti, e non so per qual cagione sia impudica appresso voi solo.
DON IGNAZIO. Tal è come dico.
EUFRANONE. Or non vi pregai io, allor che tanto ansiosamente m'era chiesta dalla vostra leggierezza, che ci aveste pensato prima; e al fin vinto dalla vostra ostinazione ve la concessi? Ché il cuor mi presaggiva quanto ora m'accade, che passati quei furori vi pentireste; e per mostrar giuste cagioni del rifiuto, offendete me, lei e tutta la cittade. Bastava mandare a dire ch'eravate pentito, ché io contentandomi d'ogni vostro contento mi sarei chetato, senza svergognarmi in tal modo.
DON IGNAZIO. Io non spinto da giovenil leggierezza ciò dico, ma da giustissime cagioni.
EUFRANONE. Dunque dite che mia figlia è infame?
DON IGNAZIO. Ce lo dicono l'opre.
EUFRANONE. Se non foste quel che sète e men di tempo, io vi risponderei come si converrebbe. Ma che cose infami avete udite di lei?
DON IGNAZIO. Quelle che non arei mai credute.
EUFRANONE. Nelle cose degne e onorate si trapone sempre mordace lingua.
DON IGNAZIO. Qui non mordace lingua ma gli occhi stessi furon testimoni del tutto.
EUFRANONE. Né in cosa cosí lontana dall'esser di mia figliuola dovrebbe un par vostro creder agli occhi suoi, che ben spesso s'ingannano.
DON IGNAZIO. Che un uomo possi ingannar un altro è facil cosa ma se stesso è difficile: ché quel che vidi, molto chiaramente il viddi, e per non averlo veduto arei voluto esser nato senz'occhi.
EUFRANONE. Lo vedeste voi a lume chiaro?
DON IGNAZIO. Anzi a sí nimico spettacolo rimasi senza lume!
EUFRANONE. Gran cose ascolto!
DON IGNAZIO. Or ditele da mia parte che desiava lei per isposa stimandola onesta e onorata; ma avendone veduto tutto il contrario, si goda per sposo chi la passata notte goduto s'ave.
EUFRANONE, Farò la vostra ambasciata e farò che le penetri ben nel cuore. Ahi, misero padre d'infame figlia, e quanto son dolente d'averti generata!
SIMBOLO. Non v'ho detto, padrone, che il vostro parlare arebbe cagionato qualche ruina? ch'essendo egli molto superbo né punto avezzo a sopportar ingiurie, con che rabbiosa pacienza ascoltava; e con gli occhi lampeggianti di un subbito sdegno, ripieno di un feroce dolore, die' di mano al pugnale e se n'è gita su dove fará qualche scompiglio. L'onda, che batte ne' scogli, si fa schiuma, sfoga e finisce il furore; ma se non fa né rumor né schiuma, s'ingorga in se stessa, si gonfia e fa crudelissima tempesta. Dal ferro delle vostre parole, come da una spada, ha rinchiuso il dolor dentro: sentirete la tempesta. Sento tutta la casa piena di gridi e di romore. Andiamocene, se non volete ancor rallegrar gli occhi vostri del suo sangue; ché se foste constretto vederlo, dovreste serrar gli occhi per non mirarlo.
MARTEBELLONIO. Or mira che bizzari incontri vengon al mio fantastico cervello, ché pensando far correre un poco il mio cane dietro una bella fiera, s'è incontrato con una pessima fiera.
CHIARETTA. Buon can per certo, che, per aver avuto tutta notte la caccia tra' piedi, è stato sí sonnacchioso che non ha voluto mai alzar la testa né in drizzarsi alla via per seguitarla.
MARTEBELLONIO. Il mio can ha piú cervello che non ho io, che conosce all'odor la fiera, ché né per stuzzicarlo né per sferzarlo si volse mai spinger innanzi.
CHIARETTA. Va' e fa' altre arti, ché di caccia di donne tu non te n'intendi.
MARTEBELLONIO. Troppo gran bocca avevi tu aperta, che aresti ingiottito il cane e il padrone intiero intiero.
CHIARETTA. Non bisognava altrimenti, avendo a combatter con can debole di schiena.
MARTEBELLONIO. Io non so punger cosí con la spada come tu pungi con la lingua; ma ti scampa ché sei ignobil feminella, che vorrei con una stoccata passarti da un canto all'altro.
CHIARETTA. Non temo le tue stoccate, ché la tua spada si piega in punta.
MARTEBELLONIO. O Dio, se non temessi che, cavando la spada fuori, la furia dell'aria conquassata movesse qualche tempesta, vorrei che la provassi! Ma me la pagherá quel furfante di Leccardo.
LECCARDO. Menti per la gola, ché son meglio uomo di te!
MARTEBELLONIO. Dove sei, o tu che parli e non ti lassi vedere?
LECCARDO. Non mi vedi perché non ti piace vedermi: eccomi qui!
MARTEBELLONIO. Mi farai sverginar oggi la mia spada nel sangue di poltroni.
LECCARDO. E tu mi farai sverginar un legno che non ha fatto peccato ancora.
MARTEBELLONIO. Sei salito sul tetto ché non ti possa giungere: come ti arò in mano, te squarterò come una ricotta.
LECCARDO. E tu sei posto in piazza per aver molte strade da scampare, ché dubbiti che non voglia spolverizzarti la schena.
MARTEBELLONIO. Se m'incappi nelle mani…
LECCARDO. Se mi scappi dalle mani.
MARTEBELLONIO…. ti sbodellerò!
LECCARDO. Tu non sai sbudellar se non borse.
MARTEBELLONIO. Ah, poltronaccio, ti farò conoscer chi son io!
LECCARDO. Ti conosco molto tempo fa, che fosti facchino, aiutante del boia, birro, sensale, ruffiano.
MARTEBELLONIO. Ah, mondo traditore, ciel torchino, stelle nemiche! fai del bravo perché non posso salir su dove sei.
LECCARDO. E tu fai del bravo perché non posso calar giú dove tu sei.
MARTEBELLONIO. Cala qua giú e pigliati cinquanta scudi.
LECCARDO. Sali qua tu e pigliatene cento.
MARTEBELLONIO. Cala qua giú, traditore, e pigliati mille scudi.
LECCARDO. Sali qua tu, forfante, e pigliatene dumila.
MARTEBELLONIO. O Dio, che tutto mi rodo per aver in man quel traditore!
LECCARDO. O Dio, che tutto ardo per non poter castigar un matto!
MARTEBELLONIO. Con un salto verrò dove tu sei, se ben la casa fusse piú alta di Mongibello.
LECCARDO. Con un salto calarò giú, se la casa fusse piú alta della torre di Babilonia.
MARTEBELLONIO. Tu sai che ti feci e che ti ho fatto e che ti soglio fare, né cesserò di far finché non t'abbi fatto e disfatto a mio modo.
LECCARDO. Non potendo far altro tirerò una pietra dove sei: ti vo' acciaccare i pidocchi su la testa.
MARTEBELLONIO. O Dio, che montagna è questa!
LECCARDO. È la montagna di Mauritania, che è caduta dal cielo, che ti manda Marte tuo padre, messer Cacamerdonio.
MARTEBELLONIO. (Questo incontro alle genti di Marte! San Stefano, scampami!). Mi partirò, t'incontrerò e ti gastigherò all'ordinario come soglio.
LECCARDO. Ed io con bastonate estraordinarie come soglio.
MARTEBELLONIO. (In somma bisogna l'uomo serbar la sua dignitá! che onor posso guadagnar con costui? Alla smenticata e alla muta, incontrandolo al buio, li darò la penitenza delle parole e della burla che m'ha fatto).
LECCARDO. (Io ho avuto a crepar della risa della battaglia fatta all'oscuro con Chiaretta! Vo' andar a raccontarla a don Flaminio; ma andrò prima a casa a veder che si faccia).
DON FLAMINIO. Finalmente è pur stato vinto colui che era cosí malagevole a vincere, e preso chi pensava prender altri. Il volpone è caduto nella trappola e poco l'ha giovato la sua astuzia, ché ha trovato chi ha saputo piú di lui.
PANIMBOLO. Or drizzisi un trofeo all'inganno, un mausoleo alla fraude, un arco trionfale alla bugia, un colosso alla falsitá, poiché per lor mezo avete conseguito il sommo de' desidèri.
DON FLAMINIO. Petto mio, se ben per l'addietro sei stato bersaglio di tanti affanni, ricetto di tante pene, respira e scaccia da te tanta amaritudine. Or andiamo a tôr il possesso di Carizia, non temiamo piú il fratello. Gran maraviglia ch'essendo gionto a quel segno ove solo aspirava il cor mio, non sento quell'allegrezza che devrei; né ho passata notte piú fastidiosa da che nacqui. Avendo gli occhi rivolti alle prime passioni, non l'ho mai chiusi né verso l'alba riposai molto: sogni, ombre, larve e turbolenze m'avean inquietato l'animo, e tutti i sogni son stati travagli di Carizia. Mi destava per non conportargli, e pur dormendo sognava travagli. Veramente i travagli son ladri del sonno.
PANIMBOLO. Don Ignazio è di spiriti ardenti: non ará indugiato fin adesso farli intendere che piú non l'accetta per isposa.
DON FLAMINIO. L'animo mio teme e spera: spera nel timore e teme nella speranza. Se ben desio Leccardo ché mi porti felici novelle, pur temo qualche sinistro successo: vorrei venisse presto, ché ogni indugio mi potrebbe apportar danno.
PANIMBOLO. Ecco s'apre la porta e ne vien fuori.
LECCARDO. (Se mi fussero stati posti innanzi galli d'India cotti senza esser impillottati, caponi duri, brodo macro e freddo, non arei potuto aver maggior dispetto di quel che ho avuto quando viddi morta Carizia. Oh come intesi darmi colpi mortali allo stomaco e alla gola! Veggio don Flaminio molto gioioso; ma diverrá subbito doglioso come saprá quanto sia per dirgli).
DON FLAMINIO. Leccardo mio, i segni di mestizia che porti scolpiti nel fronte mi dán segno d'infelice novella: parla con la possibil brevitá. Oimè, tu taci e par che col tuo silenzio vogli significar qualche sinistro accidente!
LECCARDO. (Desia saper quello che li dispiacerá d'averlo saputo; ma va' meno amareggiarlo al possibile).
DON FLAMINIO. Deh, comincia presto!
LECCARDO. Di grazia, portami al monte di Somma, dove nasce quella benedetta lacrima che bevendola ti fa lacrimare, acciò bevendone assai possa lacrimar tanto che basti, ché or mi stanno gli occhi asciutti come un corno.
DON FLAMINIO. (Col tardar piú m'accresce il sospetto).
LECCARDO. Oimè, quella faccia piú bianca d'una ricotta, quelle guancie piú vermiglie di vin cerasolo, quei labrucci piú cremesin d'un presciutto, quella…, ahi! che mi scoppia il core,…
DON FLAMINIO. Che cosa? sta male?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. Ecci pericolo della vita?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. È morta?
LECCARDO. Peggio!
DON FLAMINIO. Che cosa piú peggio della morte?
LECCARDO…. è morta, e morta disonorata!
DON FLAMINIO. O Dio, che nuova è questa che tu mi dái?
LECCARDO. E mi dispiace darvela: e non vorrei sentiste da me quello che sète per intendere; ma avendolo a sapere, fate buon animo. Don Ignazio non so che ingiuriose parole disse ad Eufranone. Il quale, vinto in quel punto dal furore e inasprito dall'ira, con la schiuma in bocca com'un cignale, venne su e caricando la figlia di villanie correa col pugnale in mano per infilzarla come un tordo al spedo. A questo la moglie se le fe' incontro e lo risospinse adietro. Instupedí la povera figlia e aiutata dalla sua innocenza diceva:—Padre mio, ascolta le mie ragioni; se conosci che ho fallato, ti porgerò il petto ché mi ammazzi!—Egli, come un vitello che cerca di scappar di mano di coloro che lo conducono al macello, cercava scappar da man di quelli che il tenevano. Carizia cercava parlare, ma le lacrime l'impedivano; poi disse a fatica:—La conscienza mia pura mi liberará dall'obbrobrio della calunnia, ché questa sola ha lassato Iddio per consolazion degl'innocenti!—Queste ultime parole morîr fra le labra, ché appena fûr udite; e morí prima della ferita. S'affoltavan i parenti per sovenirla; ma—Lasciate lasciate—gridava Eufranone—che l'uccida il dolore prima che l'abbi ad uccider il ferro, e che prevenga la violenza la voluntaria morte; e questo volerla far vivere è piú tosto opra di crudeltá che di pietá!—Cosí morí com'un agnello, e rimase con la bocca un poco aperta com'un porchetto che s'arroste al foco. Ancor morta par bella e t'innamora, perché è morta senza offesa della sua bellezza….
DON FLAMINIO. Ahi, padre troppo austero e troppo nemico del suo sangue!
LECCARDO…. Gli occhi miei, che mai piansero, piansero allora. Eufranone la fe' subbito inchiudere in un'arca e fecela sotterrar nella chiesa vicina per la porta di dietro, per non poner a romor la cittade.
DON FLAMINIO. Dunque è pur vero che l'anima mia sia morta, e seco morto ogni mio bene; e sepolta ancora, e con tanta bellezza sepolta ogni mia gioia e me sepolto in un infinito dolore! Gli occhi, che avanzavan il sol di splendore, son chiusi in eterno sonno, e la bella bocca in perpetuo silenzio. Ahi, non fia vero giá ch'essendo tu morta, io voglia restar in vita. È morta la sposa nel piú bello delle speranze! Oh com'invan s'affatica chi vuol contrastar col cielo, il qual è piú possente d'ogni umano consiglio! Ho dato la morte da chi sperava la vita; ed io, che di tanto mal son caggione, vivo e ardisco spirar quest'aria? Ho nociuto a me stesso e patisco il mal che ho fatto a me medesimo. Che m'ha giovato aver travagliato tanti anni nella guerra, esposto il petto a mille perigli, imitar tanti esempi onorati per segnalarmi cavalier d'eterna lode, e or per un sensual appetito son stato nocevol cagione della morte d'una innocente? tradito un fratello, infamato lei e il padre, e disonorato il parentado? Ecco oscurata la gloria di tanti anni e di tante fatiche, e divenuto non cavalier d'onore ma d'infamia, non di pietá ma d'impietade. Dove mi nasconderò che non sia visto da uomo vivente? dove andrò, dove mi nasconderò ché fugga e mi nasconda a me stesso? ché la coscienza afflige piú di quanti tormenti può dar uomo vivente. Orsú, come cagione di tanto male, bisogna che pigli vendetta di me medesimo, che con un laccio mi toglia da tanto vituperio. Ahi, Panimbolo, tu fosti autor del malvaggio e da me mal preso consiglio; ed io piú isconsigliato che lo presi, ché da sí cattivo principio non poteva aspettar altro che l'infame e doloroso fine.
PANIMBOLO. Padrone, non è stato cosí mal il mio consiglio come la mala fortuna, ché l'una è sovraggionta all'altra, e noi per ischivarne una siamo incorsi in una peggiore: e da un error ne vengono mille, e ogni cosa è riuscita in nostro danno, e il mal sempre è andato crescendo di mal in peggio; né la fortuna istessa arebbe potuto rimediar a tanti infortuni. E quando la mala fortuna vuol rovinar alcuno, fa possibile l'impossibile.
DON FLAMINIO. Non è stata tanto la mala fortuna quanto il tuo cattivo consiglio; né in cose disconvenevoli dovevi tu prestarmi consiglio né agiuto.
PANIMBOLO. Voi che mi avete sforzato con tanti comandi m'accusate contro ragione. Ma chi può gir contro il cielo? Ed essendo il mondo cosí sregolato e insconsigliato, con che ragione o consiglio potete regolarvi con lui? Non conoscete, come umana creatura, che tutte le cose son instabili e incerte e che il mondo inchina or ad una e or ad un'altra parte? E l'uomo accorto nella necessitá de' pericoli deve accomodar l'animo suo alla prudenza; ma la nobiltá del vostro sangue dovrebbe destar in voi l'ardire e farvi caminar nel termine della modestia, soffrir e conservar voi stesso a piú liete speranze.
DON FLAMINIO. Io non temo piú i colpi della fortuna, ché è morta ogni fortuna per me: non bisogna piú ordir fraudi e inganni; non ho piú sospetto di niuno, poiché è morta la cagion di tutte queste cose. Ahi, che pena converrebbe al mio fallo? Mi conosco degno di maggior pena che la morte: bisognaria che morisse d'una morte che mai finisse. Ma prima che morisse, desiderarei restituir l'onor che l'ho tolto, e scoprir l'inganno che l'ho fatto.
PANIMBOLO. Ecco il vostro fratello che viene a voi.
DON IGNAZIO. (Veggio don Flaminio assai doloroso).
DON FLAMINIO. Don Ignazio—ché al tradimento che v'ho fatto, non son degno d'esservi né di chiamarvi fratello,—vengo a voi ad accusar il mio fallo: io son quello iniquo che avanzo d'iniquitá tutti gli uomini.
DON IGNAZIO. Fratello, che aspetto pallido è il vostro! che pianto, che parole son queste che intendo da voi!
DON FLAMINIO. Io son quello che a torto ho accusato appo voi quella donna celeste, il cui corpo fu tanto bello che non si vidde mai cosa tale.
DON IGNAZIO. Io non so ancora di che cosa parliate.
DON FLAMINIO. Io son quello che v'ho ingannato e tradito, e con quelle false illusioni di notte ho fatto veder che Carizia fusse inonesta.
DON IGNAZIO. O estremo dolor, cessa alquanto fin ch'intenda da costui come il fatto è seguito.
DON FLAMINIO. Io, essendo innamorato di Carizia da quell'infelice giorno che fu la festa de' tori, nascondei l'amor mio verso lei a voi quanto potei. Poi avendo inteso quanto voi piú degnamente avevate operato di me, accecato da una nebbia di gelosia, vi feci veder quell'apparenza di notte, nella quale il parasito e la serva di casa sua mi fûr ministri. E fu il mio intento che, voi ricusandola, io col prezzo del tradimento mi avesse comprato le sue nozze; ma il mio pensiero ha sortito contrario fine, perché è morta.
DON IGNAZIO. O Dio, quante mutazioni in un tempo sente l'anima mia! intenso dolor della sua morte, pena della sua infamia e innocenza, gelosia dell'inganno, rabbia dell'offesa che hai fatta al padre! Ed è possibil che si trovi un cuore, non dico di cavaliero, ma cosí barbaro e inumano in cui abbia potuto cadere cosí mostruosa invenzione? In qual anima nata sotto le piú maligne stelle del cielo, in qual spirito uscito dalle piú cupe parti dell'inferno, vestito d'umana carne, ha potuto capire sceleraggine come questa?
DON FLAMINIO. Eccomi, buttato in terra, abbraccio le tue ginocchia, ti porgo il pugnale: la crudeltá che ho usata contra voi, usate voi contro me. Qua si tratta del vostro onore: io son quello che t'ho tradito, infamato e tolta la sposa. Tu sei infame di doppia infamia se non te ne vendichi. Vorrei trovar le piú pungenti parole che si ponno, per provocarti ad un giustissimo sdegno.
DON IGNAZIO. O tu che non vo' dir mio fratello, fatti indietro, non mi toccare, allontana da me le tue mani profane, ché non macchino il mio corpo! Patirò che mi tocchino quelle mani che m'han ucciso la sposa? Non contaminar le mie orecchie con le tue accuse; gli occhi miei rivolgono lo sguardo altrove, perché schivano di mirarti. Sgombra da questa terra, purga l'aria e il cielo infetto dal tuo abominevole spirito, porta fuora del mondo anima cosí scelerata e traditrice, e come hai saputo machinar tante fraudi, cosí machina un modo da fuggir dal mondo. Tu non morrai dalle mie mani: lascio che la tua vita sia la tua vendetta, vo' che sopravivi al tuo biasmevole e infame atto, vo' che venghi in odio a te stesso. Ma qual spirito dell'inferno ti spinse a tanta sceleraggine?
DON FLAMINIO. Le fiamme de' suoi begli occhi, ch'accesero te dell'amore suo, accesero ancor me; e come la desiavate voi, la desiava pur io; e quel tradimento che v'ho fatto per possederla, m'imaginava che voi l'aveste fatto a me. Ma il caso, che maneggia tutte le cose, ha fatto succedere il tutto contro il mio pensiero. Ramentati quella infinita bellezza, e secondo quella giudica l'error mio. Qua ha peccato la sorte non la voluntá; e quando l'effetto che succede è contrario alla voluntá, purga il biasmo di chi il commette.
DON IGNAZIO. O falsa defension di vera accusa! Te accesero fiamme amorose de' suoi begli occhi? Tesifone tenne l'esca, Aletto il focile, Megera percosse la pietra e ne scagliò fuori faville tartaree accese nel piú basso baratro dell'inferno. O notte, che fosti tanto cieca che non scernesti l'inganno, t'ingrossasti di folte tenebre, ti copristi di scuro manto per occultar fatto sí abominevole: vergognandoti di te stessa ti nascondesti in te medesima! Te nascondesti nella tua notte, o luna, che con disugual splendore facevi incerto lume: la nefanditá ti fe' nascondere la tua faccia, perché ti turbò e ti spense il lume! O cielo, gira al contrario e conturba le stagioni; e il sole non dia splendore a questo secolo infame, poiché un fratello non è sicuro dall'insidie dell'altro fratello! Non so che nome potrá aguagliar l'opre tue, sí inumano, barbaro, traditore senza vergogna e senza timor di Dio: il mondo non ha nome con che possa chiamarti.
DON FLAMINIO. Supplice e lacrimoso ti sta dinanzi a' piedi la cagion del tuo affanno: non chiede né perdono né vita, perché non la merita e non l'accetta—ché quando l'uomo ha fatto quel che non deve, non deve piú vivere per non vivere vita pessima e infame,—ma chiede vendetta. E se in te è rimasta qualche scintilla di fraterna pietá, uccidimi. Non invidiarmi morte cosí desiata; anzi per rimedio delle mie pene non chiedo morte ordinaria, non assegno luoco alle ferite: ferite dove volete, trovate voi nuove sorti di morti com'io ho trovate nuove sorti di tradimenti.
DON IGNAZIO. La vendetta facciala Eufranone suo padre, a cui hai uccisa la figlia, e che figlia! quella ch'amava piú che l'anima sua, a cui se è pesata la morte, assai piú pesará il modo della sua morte.
DON FLAMINIO. Andrò ratto a lui; forsi troverò in lui quella pietá che non ho potuto trovar in voi, e li restituirò la fama come posso.
DON IGNAZIO. Ecco che giunge. Fuggirò il suo aspetto, ch'avendoli cosí a torto ingiuriato la figlia, non ho piú animo di comparirgli innanzi.
EUFRANONE. (Veggio il fratello di don Ignazio che vien verso me. Che voglion costoro? forsi uccidermi la rimasta figliuola?).
DON FLAMINIO. Onoratissimo Eufranone, ve si appresenta innanzi il reo di tanti mali, accioché con moltiplicato supplicio lo castighiate. Io essendo ardentemente innamorato della bellezza ma assai piú dell'onestá di Carizia, e veggendo che mio fratello m'avea prevenuto a tôrsela per moglie, l'invidia, l'amor, la gelosia facendono lor ultimo sforzo in me, l'infamai appresso lui, accioché, egli rifiutandola per onorar la sua fama, me la togliesse io per moglie. E Leccardo, vostro servo di casa, m'aperse la porta di notte;…
EUFRANONE. O Dio, a che sorte d'uomini ho dato in guardia la casa mia!
DON FLAMINIO…. non pensandomi che la vostra iracondia avesse a terminar in atto sí sanguinoso. Tu, giusto monarca del cielo, a cui solo è concesso di penetrar gli occulti seni del cuore, tu mi sia testimone come non fu mai mia intenzione offender voi né d'infamar lei, ma sol ch'ei la lasciasse per tôrmela io per moglie; e tu mi sia ancor testimone come non fu mai donna di piú candido onore né mai macchiato di picciol neo di bruttezza. Prego la vostra bontá, ché sovra di me pigliate la vendetta della morte di vostra figliuola e dell'offesa dell'onor vostro.
EUFRANONE. Oimè, che le vostre parole m'hanno passato l'anima: voi avete ucciso lei, me e la madre in un colpo, e uccisi nel corpo e nell'onore! Oimè, che or ora m'uccidi la mia figliuola! ché allora pensando al mancamento ch'avea fatto all'onor suo, mosso dalla disonestá del fatto, il desio della vendetta non mi facea sentir la doglia. O sfortunata fanciulla, o anima innocentissima, o figlia viva e morta unicamente amata da me, tu sola eri l'occhio, mente, mano e piede del tuo padre infelice: con teco compartiva gli affanni della mia povertá e come un comun peso la sopportavamo insieme; la tua compagnia non mi faceva sentir i difetti del tempo e mi faceva cara la vita. O invano nata bella e onorata: o nocente bellezza! o dannoso e mortale dono di natura, misera e infelice onestá! dunque per esser tu nata bella e onorata hai voluto perder l'onor e la tua vita? Deh! qual prima piangerò delle tue morti, quella del corpo o quella dell'onore? di quella del corpo non devo pianger molto, ch'essendo nata mortale e figlia d'uomo mortale, non ti potea mancare il morire; ma piangerò la morte della tua fama, ch'essendo nata figlia di padre onorato, coll'innocente tua morte hai infamato te e il tuo parentado.
DON FLAMINIO. Il reo pentito del suo errore ti porge il pugnale, ché vendichi con la tua mano il torto che ti ha fatto.
EUFRANONE. A che mi giova il vostro pentimento e la vendetta che cercate da me? mi restituirá forsi viva e onorata la mia figliuola? Infelice e sconsolato conforto! Ahi, figlia, ahi, cara figlia, essendo io falsamente informato che tu avessi fatto torto all'onor tuo, fu tanto l'impeto dell'ira ch'estinse l'affetto paterno e ti corsi col pugnale adosso. Tu pur volevi dir le tue ragioni, e la furia non me le fece ascoltare. Oh che bei doni maritali che ti portai! un pugnale. Oh che bel letto che ti apparecchiai! l'arca e la sepultura. Figlia d'infelice e sfortunato padre, chi t'ha prodotto al mondo t'ave uccisa: aresti trovato piú pietá in un barbaro che in tuo padre! O dolore insopportabile, o calamitá mondane! e perché vivo? perché non m'uccido con le mie mani? Ahi! che tu con un leggerissimo sonno se' passata da questa vita e sei uscita di travagli, son finiti i tuoi dolori; ma a me che resto in vita resteranno perpetuamente impressi nel cuore i tuoi costumi, la tua bontá, la tua onestá e la riverenza che mi portavi. M'hai lasciato orbo, afflitto e pieno di pentimento: oh fossi morto in tua vece, vecchio canuto e stanco dal lungo vivere!
DON FLAMINIO. Eufranone, ascoltate di grazia.
EUFRANONE. Non voglio ascoltar piú, ché quanto piú apro e apparecchio l'orecchie al vostro dire, piú apro e apparecchio gli occhi al pianto. Ma perché i cavalieri d'onore sogliono difendere e non opprimere gli onori delle donne, vi priego, se le ragioni divine e umane vi muovono punto, fate che quella bocca che l'ave accusata, quella l'escusi. Usate questa pietosa gratitudine: andate in Palazzo dinanzi al viceré vostro zio, raccontate la veritá, accioché, divolgatosi il fatto per sí autorevoli bocche, le restituiate l'onore e si toglia tanto cicalamento dal volgo.
DON FLAMINIO. Poiché non posso giovarle col spender la robba, la vita e l'onore, le giovarò con la lingua: onorerò lei, infamerò me stesso; e son tenuto farlo per obligo di cavaliero. Andiamo insieme innanzi al mio zio, accioché di quello che farò ne siate buon testimone.
LECCARDO. (Aspettar che si mangi in casa è opra disperata. Tutti stanno colerichi: intrighi di amori, di morti, di cavalieri, e cacasangui che venghino a quanti sono! Al fuoco non son pignate né spedi su le brage: i cuochi e guattari son scampati. La casa di don Flaminio deve star peggio: il budello maggior mi gorgogliacro cro, la bocca mi sta asciutta, la lingua mi si è attaccata al palato, il collo è fatto stretto e lungo; e che peggio mi potrebbe far un capestro? e si temo d'esser appiccato, cosí mi par d'esser appiccato due volte).
BIRRI. (Ci incontra a tempo: costui è desso).
LECCARDO. (Veggio birri e devono cercar me. Chi si arrischia a molti perigli, sempre ne trova alcuno che lo fa pericolare: ho scampato la furia di un legno, non so come scamperò quella de' tre legni).
BIRRI. Prendetelo e cercatelo bene…. Ha molti scudi; questi son nostri.
LECCARDO. (O dinari rubati, ve ne tornate al vostro paese: oh quanto poco avete dimorato meco!).
BIRRI. Camina camina!
LECCARDO. Dove mi strascinate?
BIRRI. Al boia!
LECCARDO. Nuova di beveraggio: che vuol il signor boia da me?
BIRRI. Accomodarti un poco la lattuchiglia della camiscia intorno al collo con le scarpe che non stanno bene accomodate.
LECCARDO. Il ringrazio del buon animo: mi contento che stiano come stanno; e volendole accomodare me l'accomodarò con le mani mie.
BIRRI. Presto presto!
LECCARDO. Ché tanta fretta?
BIRRI. Ti vol appicar caldo caldo.
LECCARDO. Che l'importa che sia freddo freddo?
BIRRI. Le cose fatte calde calde son buone.
LECCARDO. Che son io piatto di maccheroni che bisogna che sia caldo caldo? Ma io vo' morir appiccato per non morir sempre di fame; ma se volete appicarmi, fatemi mangiar prima, ché non muoia di doppia morte, e della fune e della fame.
BIRRI. Camina!
LECCARDO. Son debole e non posso caminare.
BIRRI. Le buon'opre tue ti fan meritevole d'una forca.
LECCARDO. Per vostra grazia, non per mio merito: ed io ne fo un dono alle Signorie Vostre come piú meritevoli di me.
BIRRI. La tua gola ti ha fatto incappare.
LECCARDO. I topi golosi incappano al laccio.
BIRRI. Sei stato cagione che sia morta la piú degna gentildonna di questa cittá per la tua golaccia.
LECCARDO. E se non lo faceva per la mia gola, per chi l'aveva io a fare?
BIRRI. Ma tu troppo ti trattieni.
LECCARDO. Avendo a morir strangolato, ponetemi di grazia un fegatello in gola, ché quando il capestro mi stringerá il collo di fuori, la gola mi stringerá il fegadello di dentro, e il succo che calerá giú mi confortará lo stomaco e lo polmone, e quello che ascenderá su mi confortará la bocca e il cervello: cosí morendo non mi parrá morire.
BIRRI. Se non camini presto, ti darrò delle pugna.
LECCARDO. Almanco dite a' confrati, che m'hanno a ricordar l'anima, che portino seco scatole di confezioni e vernaccia fina che mi confortino di passo in passo.
BIRRI. Non dubbitar, ché andrai su un asino con una mitra in testa, con trombe e gran compagnia; e il boia ti sollicitará con un buon staffile.
LECCARDO. O pergole di salciccioni alla lombarda, o provature, morrò io senza gustarvi? o caneva, non assaggiarò piú i tuoi vini? Prego Iddio che coloro, che t'hanno a godere, sieno uomini di giudizio e non sciagurati che ti assassinino! Adio, galli d'India, caponi, galline e polli, non vi goderò piú mai!
BIRRI. Presto, finimola.
LECCARDO. Fratelli, di grazia, dopo che sarò morto sepellitemi in un magazin di vino, ché a quell'odore risusciterò ogni momento.
BIRRI. Camina, forfante leccardo!
LECCARDO. Forfante no, Leccardo sí.
DON RODORIGO viceré della provincia, EUFRANONE, DON FLAMINIO.
DON RODORIGO. Dunque mi sará forza, per non mancar ad una giustissima causa, incrudelir nel mio sangue? che la prima giustizia ch'abbia a fare in Salerno sia contro il mio nipote, qual amo come proprio mio figliuolo?
EUFRANONE. Signor viceré, chi non sa reggere e comandare a' suoi affetti lasci di reggere e comandar agli altri, né si deve prepor la natura alle leggi: però non dovete far torto a me perché costoro sieno a voi congionti di sangue e di amore.
DON RODORIGO. In me non può tanto la passione che mi torca dal dritto della giustizia, né mi muove rispetto d'altri né proprio affetto, ché quanto mi sento vincer dall'amore tanto mi fo raffrenar dalla raggione.
DON FLAMINIO. Giudice, non zio, io vengo ad accusar me stesso: ho infamata e uccisa l'amante mia! Non chiedo pietá né perdono: usate meco le vostre raggioni, datemi tanti supplici quanti ne può soffrir un reo. Vuo' con presta e vergognosa morte purgar gli errori che per me son avvenuti, ché i fatti dell'onore ricercano testimonio d'un chiaro sole. Toglietemi questo avanzo di vita, toglietemi da tanta miseria: qua non lenti consigli di vecchi ma uno espedito decreto ché muoia; e voi sète reo giudice e inumano, se non volete che con la morte finisca la mia miseria. E perdonatemi se non uso con voi quelle parole rispettevoli che a voi si devon per ogni ragione.
DON RODORIGO. Non si deve condennar a morte chi sommamente desia di morire, ché la morte gli sarebbe premio, non castigo. Egli desiando la vostra figliuola per isposa fece l'errore, e l'error fu piú tosto dell'etá che suo, ché non gionge ancora a diciotto anni.
EUFRANONE. E voi con la giustizia vincete gli animi; né un error fatto per poca etá deve privare un padre di sua figlia. E voi sète giudice e non avvocato che debbiate escusarlo.
DON RODORIGO. Perché gli innamorati han l'animo infermo d'amore e la ragione annebbiata da furori, i loro errori son piú degni di scusa che di pena, e la giustizia ha gran riguardo ne' casi d'amore.
EUFRANONE. Se l'amor bastasse ad escusar un delitto, tutti gli errori si direbbono esser fatti da innamorati e l'amor si comprarebbe a denari contanti.
DON RODORIGO. Perché le sète padre, la soverchia passion non vi fa conoscer il giusto; e un cor turbato e agitato dall'ira non ascolta ragione.
EUFRANONE. Fui padre d'una e, se mi è lecito dir, onestissima figlia; e i vostri nepoti per particulari interessi me l'han uccisa e infamata.
DON RODORIGO. Quando il reo è di gran merito si procede alla sentenza con piú riguardo.
EUFRANONE. La morte e innocenza di mia figlia gridano dinanzi al tribunal di Dio giustizia contro i vostri nepoti, ché non restino invendicate.
DON RODORIGO. Dio sa quanto desio uscir da questo intrigo con onor mio, e volentieri mi contenterei spender una parte del mio proprio corpo, e mi parrebbe come nulla mi levassi, anzi mi parrebbe esser intiero e perfetto. Eufranone mio, poniam caso che don Flaminio morisse publicamente: resuscitará per questo la tua figliuola?
EUFRANONE. No, ma da un publico supplicio vien a verificarsi la sua innocenza.
DON RODORIGO. Anzi questo garbuglio ha nobilitato la fama della sua pudicizia, perché Leccardo è giá preso e, menato dinanzi al giudice, ha confessato che il tutto sia successo con non men scelerato che infelice suo aiuto; e come caggion del tutto è stato condennato a morire, se il capestro non gli fa grazia della vita. Ma ditemi, fratello: non ci è altro modo di restituir l'onore alle donne che far morire il reo publicamente?
EUFRANONE. Ditelo voi che reggete.
DON RODORIGO. Ne dirò uno, e credo che ne restarete sodisfatto, se sète cosí galante uomo come sète predicato da tutti. Voi avete un'altra figliuola chiamata Callidora, non men bella e onorata che Carizia: facciamo che don Flaminio sposi costei, accioché le genti che hanno inteso il caso della sorella non sospettino piú cosa contraria all'onor suo. Voi con la sua ricchezza vi ristorerete in parte del danno avvenuto; e se la vostra famiglia Della Porta è famosa per antica gloria d'uomini illustri, or si rischiara con i titoli di questo nuovo parentado, per esser la casa di Mendozza delle piú chiare d'Ispagna; e a lui poi per penitenza del suo fallo gli resti un perpetuo obligo di servitú e di amore verso la vostra dilettissima figlia. Il viceré non vuol mancar alla giustizia, ma don Rodorigo vi priega che questo viceré non sia constretto a farla; e voi, se sète prudente e savio, dovreste prevenirmi con i prieghi di quello che or priego voi.
EUFRANONE. Signor viceré, se ho parlato cosí senza rispetto, ne è cagion il dolor acerbo della morte della mia figliuola, non il desio della morte di vostro nipote. Purché venghi reintegrato nell'onor pristino, facciasi quanto ordinate.
DON FLAMINIO. O zio, non di minor osservanza e di amor di colui che mi ha generato, che piú onorata giustizia, piú santa vendetta non arei saputo desiderare. Io ben conosceva che la mia morte non toglieva la macchia impressa nell'onestá di donna, né per morte fineva l'amor mio. Desiava servir e riverir Callidora sotto l'imagine della morta sorella; d'accettarla per moglie indignissimo mi conosco: l'accetto per mia signora col tributo impostomi d'averla a servir sempre, e mentre duri la vita duri l'obligo. A voi, mio suocero Eufranone, m'inchino, con ogni umiltá che devo, a ricevermi per servo: la vostra dote saranno i suoi meriti, le mie facultá communi a tutto il parentado.
EUFRANONE. Ed io per genero vi accetto e per figliuolo.
DON FLAMINIO. Concedetemi che vi baci la mano se ne son degno; se non, i piedi.
EUFRANONE. Alzatevi, signor don Flaminio, ché la vostra soverchia creanza non facci me malcreato: ardisco abbracciarvi perché me lo comandate.
DON IGNAZIO. Intendo, signor don Rodorico, che per accomodar il fallo di don Flaminio l'avete ammogliato con l'altra sorella.
DON RODORICO. Io per non partirmi dalle leggi del giusto e per non veder la disperazion di tuo fratello, mi è paruto accomodarlo in tal modo.
DON IGNAZIO. Ma non vuol la legge del giusto che per accomodar uno si scomodi un altro.
DON RODORICO. A chi ho fatto pregiudizio io?
DON IGNAZIO. A me, a cui la rimasta sorella si convenia per piú legittime ragioni.
DON RODORICO. Per che ragioni?
DON IGNAZIO. Prima, avendo io ingiuriato Eufranone, a me tocca la sodisfazione togliendo io la rimasta sorella, ed egli allor sará reintegrato nel suo onore. Appresso, restando io offeso da' suoi inganni e vituperevoli frodi, a me tocca disacerbarmi il dolore con le nozze dell'altra sorella; ché niuna bastarebbe a farmi partir dal cuore la bellezza, onestá, maniere e tante maravigliose parti di Carizia, che sua sorella. Egli, che con tanta sceleratezza ha turbato il tutto, sará rimunerato; ed io verrò offeso, che ho operato bene. Né convien ad un occisor della sorella che divenghi marito dell'altra; e avendomi tolto la prima moglie, non è convenevole che mi toglia la seconda; e tante e tante altre raggioni, che se volessi dirle tutte non si verrebbe mai a capo.
DON RODORICO. Caro figliuolo, non sapevo l'animo vostro: ho avuto pietá della sua vita come una imagine della vostra; e stimava che a questo vostro fratello, ancorché fusse vostra moglie, per compiacergli glie l'avessi concessa.
DON IGNAZIO. Il voler tôr a sé e dar ad altri mi par cosa fuor de' termini dell'onesto.
DON FLAMINIO. Ella è mia moglie; e non comporterò mi sia tolto quello con violenza che mi ho procacciato per l'affezion del mio zio e acquistato con ragioni dal padre e con la fede. Fatto il contratto, volete voi rompere le leggi del matrimonio?
DON IGNAZIO. Io non rompo le leggi del matrimonio, ma difendo le mie ragioni con un'altra legge. Ed io non patirò che un frettoloso decreto sia fatto con infame pregiudizio dell'onor mio; e ti conseglio che lasci tal impresa, perché verremo a cattivo termine insieme.
DON FLAMINIO. Pazzo è colui che accetta consigli dal suo nemico: e meco venghisi a qualsivoglia termine, ché con l'armi son per difendere quel che la mia sorte m'ha donato; e te lo giuro da quel che sono.
DON IGNAZIO. D'ingannatore e di traditore!
DON FLAMINIO. Don Ignazio, se, mentre siamo vissuti insieme, t'ho fatto altro inganno e tradimento fuor di questo, veramente son un ingannatore e traditore; se questo, che ho fatto per amore, si ha da chiamar «tradimento», diffiniamolo con l'armi.
DON RODORICO. Don Flaminio, tu parli troppo liberamente e fuor de' termini.
DON IGNAZIO. Zio, voi ne sète cagione, ché la vergogna degli errori commessi, quando vi si trapone autoritá d'uomo degno, diventa audacia. Si è fatto superbo per la mia viltá, ché se per l'offesa fattami l'avesse dato il dovuto castigo, non saria tale. Ma ella sará mia, o che tu voglia o non voglia; e diffiniamolo con l'armi. E ti ricordo che alla vecchia tu aggiungi nuova offesa.
DON FLAMINIO. Chi m'ha da tôr Callidora me la torrá per la punta della spada!
DON IGNAZIO. Grida come se fusse ingiuriato e non avesse ingiuriato altri. Ma se m'hai vinto con le forfantarie, non mi vincerai con l'armi; e vedremo se saprai cosí menar le mani come ordir tradimenti.
DON RODORICO. (Cercando accomodar uno, ne ho sconcio doi). Fermatevi, fermatevi! questo è il rispetto che mi portate? questo cambio rendete a chi ve ha allevati e nodriti come padre? non vi son io padre in etá e maggiormente in amore? cosí abusate la mia amorevolezza?
DON IGNAZIO. Zio, chi può soffrir le stoccate delle sue parole, che pungeno piú della punta della sua spada? Ma io sarò giusto punitore dell'ingiuste sue azioni.
DON RODORIGO. Ferma, don Ignazio! ferma, don Flaminio! Oh che confusione di sdegno e di furore, oh che misero spettacolo d'un abbattimento di doi fratelli!
POLISENA. Fermate, cavalieri! fermate, fratelli! e non fate che lo sdegno passi insin al sangue.
DON IGNAZIO. Di grazia, madre, toglietevi di mezzo, accioché, mentre cerchiamo offenderci l'un l'altro, non offendessimo voi e facessimo error peggior del primo.
POLISENA. Se le figliole mie sono cagione delle vostre risse, offendendo la madre loro offendete il ventre che l'ha prodotte: questo ventre sia bersaglio de' vostri colpi!
DON IGNAZIO. Di grazia appartatevi, madre, ché per téma d'offender voi non posso offender il mio nemico.
POLISENA. O figlie nate sotto fiero tenor d'iniqua stella, poiché in cambio di doti apportate a' vostri sposi scandalo e sangue! E a che sposi, a che fratelli poi! a' piú chiari e valorosi che vivono a' nostri secoli. Non son le mie figlie di tanto merito che le lor nozze siano comprate col prezzo del sangue di sí onorati cavalieri. Cari miei figliuoli, se amate le mie figliuole, è debito di ragione che amiate ancora la lor madre, la qual vi priega che lasciate il furor e l'armi e ascoltiate quello che son per dirvi.
DON IGNAZIO. Io non lasciarò la mia spada s'egli prima non lascia la sua.
DON FLAMINIO. E s'egli prima non lascia la sua io non lasciarò la mia.
POLISENA. Io sto in mezzo ad ambidoi, e l'uno non può ferir l'altro se non ferisce prima me, e la spada passando per lo mio corpo facci strada all'altrui sangue. Ma a chi prima di voi mi volgerò, carissimi miei generi, carissimi miei figliuoli? Mi volgerò a voi primo, don Ignazio: voi prima mi chiedesti amorevolmente la mia figliola per isposa. Se non è in tutto in voi spenta la memoria dell'amor suo, s'ella vi fu mai cara, mostratelo in questo: che siate il primo a lasciar l'armi. Com'io posso stringervi la destra, se sta nella spada? come posso abbracciarvi, se spirate per tutto odio e veleno?
DON IGNAZIO. Non mi comandar questo, cara madre; ché costui, solito a far tradimenti, veggendomi disarmato, che non mi tradisca di nuovo.
DON FLAMINIO. Tien mano alla lingua se vòi ch'io tenghi le mani all'armi.
POLISENA. Ed è possibile che possa tanto la rabbia in voi che pur sète stati in un istesso ventre? rabbia piú convenevole a' barbari che a' vostri pari?
DON IGNAZIO. Noi non siamo piú fratelli ma crudelissimi nemici. Sono rotte le leggi fra noi della natura e del convenevole: un fratello che offende non è differente dal nemico.
POLISENA. Non fate vostre le colpe che son della fortuna. Questa sola ha peccato nell'opere vostre, questa sola ha conspirato ne' vostri danni: l'un fratello vuol uccider l'altro fratello! Cercáti una vittoria nella quale è meglio restar vinto che vincere. Per acquistar una moglie perdernosi duo mariti: volete che le vostre spose siano prima vedove che spose? volete che coloro, ch'eran venuti per onorar le vostre nozze, onorino le vostre esequie?
DON IGNAZIO. Dite presto, madre, che sète per dire.
POLISENA. Che voce potrá formar la mia lingua tutta piena d'orrore e di spavento, veggendovi con l'armi in mano e che state di ponto in ponto per ferirvi? Almeno ponete le punte in terra, e colui che sará primo a inclinar la spada dará primo testimonio dell'amor che mi porta.
DON IGNAZIO. Ecco ch'io v'obedisco.
DON FLAMINIO. Ed io pur voglio obedirvi.
POLISENA. Don Ignazio, di che cosa vi dolete del fratello?
DON IGNAZIO. Egli, senza averlo giamai offeso, tradendomi, mi ha tolto il mio core che era la Carizia; la qual essendo morta, son certo che mai morirá nel mio core quella imagine che prima Amor vi scolpí di sua mano, né spero vederla piú in questo mondo se non vestita di bella luce innanzi a Dio. Per non morirmi di passione avea pensato tôrmi la sorella per isposa, la qual sempre che avesse veduta avrei veduto in lei l'imagine sua e gustato l'odor del sangue e del suo spirito. Or ei, cagion di tanto male, mi vuol tôr la seconda: io che ho oprato bene ricevo male, ed egli che ha oprato male sará guiderdonato.
DON FLAMINIO. Egli cerca tôr a me Calidora concessami dal padre e dal mio zio, della qual sono acceso talmente che sarò piú tosto per lasciar la vita che lei. L'amor mio non è degli ordinari, ma insopportabile, inmedicabile, non vuol ragione.
POLISENA. Se amavate Carizia, com'or amate Calidora?
DON FLAMINIO. Non potendo amar quella che è morta, l'anima mia si è nuovamente invaghita di costei.
POLISENA. Or poiché l'amate tanto, vostra sia; e farò che don Ignazio ve la conceda.
DON FLAMINIO. Con una medicina mi sanarete due infermitá, di amore e di gelosia; e vi arò sempre obligo delle due vite che mi donate.
DON IGNAZIO. O madre, non vi promettete tanto di me, ché ancorch'io volessi non potrei.
POLISENA. Ben potreste, sí.
DON IGNAZIO. E s'avesse il potere non avrei il volere.
POLISENA. Vi darò rimedio: che avrete Carizia.
DON IGNAZIO. La morte sola saria il rimedio, ché cavandomi dal mondo, il spirito mio s'unisse col suo.
POLISENA. Vo' che senza morir godiate la vostra Carizia: sperate bene.
DON IGNAZIO. Come può sperar bene un afflitto dalla fortuna?
POLISENA. Carizia ancor vive per voi.
DON IGNAZIO. So che lo dite accioché fra noi cessino l'ire e li sdegni; ma con queste speranze piú m'inacerbite le piaghe.
POLISENA. Dico che è viva.
DON IGNAZIO. O Dio, sognando ascolto o sogno ascoltando?
POLISENA. Dico che vegilando ascoltate il vero.
DON IGNAZIO. Il mio cuore non è capace di tanta allegrezza, e s'io non muoio per allegrezza è segno che nol crede. Non sapete che l'innamorati appena credeno agli occhi loro? ma se è vero, fa' che veggia colei da cui dipende la vita mia.