La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il vesuvio di viola, e il sole ne lo splendentissimo cielo parevano assentire alla mia pazzia!A queste molte malinconie un'altra se ne aggiunse: mi venne cioè in mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando gli uomini saranno buoni — pensava — si svolgeranno di per sè in una forma di governo o di non governo, con leggi o senza leggi, come verrà loro fatto naturalmente.Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderannoi fiori il loro profumo, il frutto le sue sostanze benefiche?Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure anch'io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa missione era la scuola.In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e ritornai alla mia residenza e alla mia scuola.***Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde alla maniera di un castello di carta?È la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma io l'ho ben punita!Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera, ed io lo posso dire perchèla mia ragione vacillò al colpo, e per molti anni fui poi ricoverato in luogo di salute.Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passaggi del pensiero mi sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria, solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita materiale aveva la regolarità di un orario di collegio.Così passò l'autunno e parte dell'inverno.Una sera all'osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e bevvi.Dopo avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni dizitae si era bevuto ancora...; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non ricordo.L'oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le imposte. Allora io sentiiqualche cosa di molle che mi fuggì tra le gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro, dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò a strofinare il muso contro di me.— È vostra questa bestia? — domandai all'oste.— No...; non l'ho vista mai; io non tengo cani.— Sarà di qualcuno degli avventori — replicai io.— Sarà...; ma io non l'ho mai vista: è una bestia smarrita.— Tenetela voi — dissi — qui ci avrà da mangiare.— Se fosse maschio — rispose dopo essersi accostato e averla osservata — se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto fuori su la strada.— Allora la porto via io; e se si presenta il padrone sapete dove sto di casa.Fu così che uscii dall'osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai polpacci come avesse capito.Quando fui a casa al lume di una candela lavidi in attitudine di un ospite che è stato invitato e attende che gli si facciano i convenevoli dovuti.— Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo — dissi forte e la chiusi nell'anticamera.Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di voler entrare e non l'osava.— La tua cuccia è là — dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la misi in un angolo. — Giù e buona! — conclusi minacciandola.La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con l'allungare il collo di lambirmi le mani.Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donnacosì meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la conclusione e allora potei dormire.Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore doveva ridere di celestebeatitudine e invece piangeva come un marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io nonsaccio! pareva rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S. Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale.Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo stupido e feroce.«Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» dicevano in coro.Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.— Che cosa è? — domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e provai un rincrescimento disgustoso. — Avanti! — dissi a voce forte; e allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e come liberarmene.— Ma via! ma buona! ma giù!E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente, gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse dalla commozione.— Adesso come si fa a sbarazzarsene? — rimuginavo con gran rincrescimento.Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il mezzo migliore era di levarsi e vestirsi. Ma allora cominciò un nuovo genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e insudiciandomi gli abiti; e quando io l'allontanava a forza, e lei allora a balzar da una sedia all'altra, addentare le scarpe lucide, strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro come fosse stato un lamento o un compianto.Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide, libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l'ordinare tutte le mie cosuccie era per me divenuta un'abitudine; e leabitudini anche più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di soddisfazione perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando.Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava così felice, povera bestiola, di trovarsi con me! Anzi mi faceva compassione e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva anche su di me e diventava tristezza.In quella entrò la padrona di casa col caffè.— To' — disse fermandosi su la soglia — voi avete un cane?— L'ho trovato per la strada.— L'avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta nera! Andatevene via! — disse poi mentre quella le si accostava cautamente annusando — è tutta nera. Se l'avete trovata e sta una femmina, certo tiene il demonio.— Voi mi fate il piacere, non è vero, donnaCarmela, di darle un po' di zuppa nel latte? — domandai.— Per riguardo a voi — rispose dopo averci pensato un poco — lo farò; ma quell'animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per le stanze lo mando fuori.Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa.La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: — No — dissi con un'affettuosità che mi sorprese —, non ti abbandonerò, non ti scaccerò.E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto, continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava che cadesse giù; ma mipareva di venir meno alla mia dignità di maestro voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci presso di me:— La cagna del professore.Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non la finiva mai.Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di strabismo.Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea flautata e pastosa:— Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi credetti in dovere di sorridere.Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era priva di grazia, domandò.— Voi, professore, m'avete a cavare una curiosità che tutti mi domandano.— Dite pure — risposi.— Voi siete barone, siete marchese, nevvero?— Sì — dissi arrossendo mio malgrado — io sono conte.— Oh! — fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio.— E allora perchè fate il mastro di scuola? — domandò — Al vostro paese i baroni fanno i mastri di scuola?Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c'erano molti sentimenti fra cui non poca pietà e molto disgusto, e se n'andò crollando il capo in modo che pareva dire:— Si capisce che voi siete un miserabile come noi!***Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai panni.Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina, che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono canzonatorio:— Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! — oppure: — Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato.Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?» e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita savia e per l'adempimento de' miei doveri!Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di me.Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia che non so come sbarazzarmene».Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e timorosa. Questopensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non lo potevo staccare dalla mente.Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po' di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: — Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è vero?Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a pensarci su.Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera bestiola!Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi.Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei polpacci;piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le costole.Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la barba incolta e come senza colore.Ma dove era fuggita la mia giovinezza?La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole; uno di quei soli folgoranticome sono laggiù nel meridionale, specie quando sta per tornare il buon tempo.Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che fui passato mi colpì come una voce di scherno: — il professore e la sua cagna! — detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava inai, che non capii; ma tutti si misero a ridere.Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai feroce contro coloro mapiù contro di me e contro quella mia bestia; feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: — contro di me? va contro quegl'altri!Era vero: contro quegl'altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in dietro e domandare ragione dell'oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto: la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo? e allora? e allora che riparazione chiedere? A quell'ira momentanea successe una prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero tagliati. Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c'era gente, dove non c'era nessuno ne le vie polverose battute dal sole.Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli; e tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange.Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè non mi raggiungessero. V'era qualche cosa che mi correva dietro.Era unchar-a-banc, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore mi rimase ne gli orecchi.Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano dei cavalli apocalittici, maceri come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il trotto, e coi zoccoli battevano su la strada sonora e polverosa con cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che camminavo lungo una bella riviera, dove l'acqua, fra le verdi sponde, correva lene e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, perchè era domenica,giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra le agave smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero stato appunto lo scorso anno, e mi stava ne la memoria l'impressione lieta e riposata d'allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a fare alcune spiegazioni e girando per quei fori, in mezzo a quei ruderi giganteschi, aveva suscitato alla loro fantasia molte e belle immagini di uomini virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo asciolvere in un'osteriuccia di campagna, sotto una pergola; e fra quei visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un desiderio di far bene, di far sempre di più.Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La mente correva per un'altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il foro grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si davabuon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e come te dolorose, ma ombre liete fummo!» e vidi isnelle bellezze dietèregreche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle terme, per gli splendenti mosaici, vedeva gente intenta a godersi la vita.***La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva udita e che terminava inai.C'era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in mattoni, uomo sui cinquant'anni, ma esuberante di rozza e spavalda vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivobene e spesso. Ma lui se mi incontrava col carrettino voleva che salissi; se era al caffè mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita che non c'era verso di pagare.— Voi altri professori — diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo cadere dall'alto i soldi sul vassoio — sarete fior di letterati, ma avete una bolletta santissima!Io sino allora non ci aveva fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi parevano segno di animo un po' rozzo ma affettuoso; e ne la mia equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto.Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo zigaro in bocca e posandomi la mano su la spalla:— Be', come staPatirai?— Chi èPatirai? — chiesi sorpreso.— Bella! — fece lui — se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia?Patiraiè il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così.— E perchè? — domandai arrossendo.— Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con te.— E perchè?— Cosa vuoi; scusa, non te ne avere a male, ma ti vedono andare in pensione in un'osteria di secondo ordine a quarantacinque lire al mese, dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste....— Sì, ma ci va anche il vice pretore — obbiettai io perchè non mi sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera.— Bravo! — replicò — Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in testa; ma non capisci le cose.Aveva preso un tono serio e seguitò:— Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati bisogna dare molto fumo ne gli occhi. Se no...., se no, ti montano sui piedi.— Ma io faccio il mio dovere — dissi con un tono di voce che non era privo di dignità.Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E — queste sono parole, caro il mio ragazzo — disse con dispregio — e se ci credi, peggio per te. Bisogna darla a bere, non la capisci? Fai il professore,fai il pizzicagnolo, fai il medico, l'oste, ma bisogna sempre darla a bere.Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente; e butta a mare quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna? E poi — aggiunse sorridendo — tienti un po' su, vestiti meglio e comincia a far la corte alle donne. Non vorrai mica aspettare quando sarai vecchio?Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato dei buoni consigli; io rimasi confuso con quella mia bestia da presso, e peggio fu poi, chè meditando su le sue parole, m'avvidi che esse contenevano molto di vero.Fu una ben triste sorpresa!— Ma e allora? — esclamai esterrefatto — allora che era di me? Quella virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un tempo.Pensai a lungo così quel giorno, andando sempredove non c'era gente, lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l'onda sonante e frangentesi a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false opinioni, di idealità sconfinate, perchè l'hai nel sangue la maledetta eredità della gentilezza e del bene, come io seguito a percuotere questo lido, come il sole s'annoia nel suo giro, e me lo dice ne' misteriosi colloqui sopra il deserto dell'oceano, come la tua cagna vien dietro ai tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono quello che sono.Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda.Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare col suo bagliore di cobalto ardente.Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto, verdi, erte, trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.— Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu, sorella bianca? — dicevano l'una all'altra movendomi in contro. — Quegli è un matto! Egli era nato in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società — mi domandavano — non ce n'erano più di marchese vecchie con la prurigine della lussuria; non c'erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano sul tappeto verde del tuoclubbuoni da mille da guadagnare? No! Egli si è voluto attentare inerme e nudo contro l'immane battaglia della vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni? Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l'isola della Utopia l'accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte, lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo un bacile da barbiere.Così parevano schernirmi le onde.Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera, perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero trovare la via del ritorno.Quando fui a casa, m'accorsi che la cagna non c'era più: evidentemente si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n'era andato.Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza risentirmi.Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di udirla raspare alla porta. Nulla!Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora chePatirainon c'era più. Perchè v'era quel brutto nome diPatirai, quello schernevole nome diPatiraiche non misi voleva staccare dal cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome diPatirai: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione della mente.Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione divoler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare.Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la fede.Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con gran forzagonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano unkolbackborbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l'azione pedantesca dellechiose che vi fanno quei poveri compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti aggiungono tuba estiphelius, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavolungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che egli pure come voi aveva.O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, dianno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.***Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, irrefrenabile.—Patirai!Patirai!— gridavano l'uno e l'altro — la cagna del professore!Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare contro con un urlo angoscioso e feroce.Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo diPatirai!Patirai!Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?— No — dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo ronzare attorno — no a casa...: portatela via, liberatemene!— Allora lasci fare a me — disse colui con un tono di voce come si fosse aspettato questa risposta —, e vedrà — aggiunse con triste sorriso — che non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare in sonno.Mi stava poi alla mente quella poverina diPatirai!(già la chiamavo così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei undebole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi allontanava il sonno.Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto ed uscii.Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa addormentata.Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico, lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e squilli di risa infantili.Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per i campi.Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare de visu la perfetta inutilità del suo metodo.Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi davano fuoco aPatirai; all'imbelle, alla lamentevolePatirai.La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandavaun fetore insopportabile; pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, con la zampina rattrappita.Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli occhi.— Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa — dissi come se avesse dovuto intendere — e tu starai buona, è vero? e farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo bel cuscino.Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma eratroppo sfigurata e deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto tempo e chi l'avesse conciata a quel modo.Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura diPatirai; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea.Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito al solito posto.— La minestra è stracotta — disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera e levando il piatto che ne conservava il calore. — Colpa vostra; siete venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù il cibo; allora bevviin due bicchieri tutto il mezzo litro di vino perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un tremito di convulso che mi scoteva tutto.Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e mi chiese inarcando le ciglia:— Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide perchè mi domandò con premura:— Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva notizia?Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro; finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma della mano, domandai convoce che cercavo sonasse tranquilla e come indifferente:— Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se urla, tutti si mettono a ridere....Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a significare: «Spiegatevi più chiaramente.»Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza:— Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una cagnolina....A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un silenzio completo.Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della cucina e con un tondo in mano.Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui.— Eh, per Dio — ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio —, per una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda?— No, che non è per la cagnaccia rognosa! — ribattei io, prendendo coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a quell'idea che mi ribolliva dentro. — Legatele un sasso al collo, buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo naturale dihomo sapiens! È questo che io voglio dire! Voi risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo: dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su cui si regge la storia. O poveraPatirai! Se tu fossi stata un feroce mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti avrebbero dato il pane e ceduta la destra!Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria; illuminare la nottecome il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso. E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi ricordo un esempio cheho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule insanguinato, li scacciò....A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai parlare così di seguito e con tanta violenza.Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di commiserazione per me. La solitatimidezza mi vinse, mi sedetti, che mi era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste cose:homo homini lupuslo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto....— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, comedi uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e ritornò lentamente in cucina.A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così martoriata.La barbara scena non mi si staccava dalla vista:«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa! Cercava di me e non aveva nessunoche la difendesse.... e loro la flagellavano, la lapidavano.»Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!» Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai in fretta e mossi fuori dell'osteria.Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e non aver nessuno che la difendesse!»Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.— Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto — dissi riponendovela.Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi. Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A pocoa poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza.— O, perdonami! perdonami! — mormorai supplicando quasi ella mi avesse potuto rispondere e consolare con le sue carezze.Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta e il giglio rifiorirà sul quartiere.***Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale,un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di gentilezza e di bontà.Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della demenza.***Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e l'avvenire della vita.E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene; l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella, poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà.***Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po' timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere — a me pareva di rispondere — io vi darò voti assoluti e con lode, perchè il triplice ignorante sono io.»«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno, all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della perversità per poter vivere fra i suoi simili.«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza d'insensibilità e di ferociache vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola. Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei entusiasmi e le mie sentenze di virtù.«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtùanzi in certi casi è obbligatoria come ilfrakper i camerieri.«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.***Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.Un giorno che si era a spasso assieme, il direttoreabbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell'intenzione:— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto asciutto.— Sarà per lo meglio — e raddrizzatosi e compostosi della figura, sciorinò ilPopolo Romanoe cominciò con molti: veda! capisce! eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui lo distoglievano i saluti ricevuti e resi daimaggiorenti della città e il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare.Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, voltava la faccia inorridita ed esclamava:—Schoking! for shame! for shame!— perchè era stata istruita in un pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara, correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia.Anzi mi disse spiccio:— Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia pure a meno di venir fuori con noi.Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa idea: mutar vita! Vivere cioèin modo positivo, come vivono tutti quelli che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie pel capo.Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè elezioni nè processioni.Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al foglio filigranato della cambiale.Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da Platone allo Spencer!Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo.***Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre, avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le inutili prove tentate.Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le, confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società.E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile,questo non importava, ma tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.
La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il vesuvio di viola, e il sole ne lo splendentissimo cielo parevano assentire alla mia pazzia!
A queste molte malinconie un'altra se ne aggiunse: mi venne cioè in mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando gli uomini saranno buoni — pensava — si svolgeranno di per sè in una forma di governo o di non governo, con leggi o senza leggi, come verrà loro fatto naturalmente.
Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderannoi fiori il loro profumo, il frutto le sue sostanze benefiche?
Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure anch'io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa missione era la scuola.
In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e ritornai alla mia residenza e alla mia scuola.
***
Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde alla maniera di un castello di carta?
È la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma io l'ho ben punita!
Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera, ed io lo posso dire perchèla mia ragione vacillò al colpo, e per molti anni fui poi ricoverato in luogo di salute.
Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passaggi del pensiero mi sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria, solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita materiale aveva la regolarità di un orario di collegio.
Così passò l'autunno e parte dell'inverno.
Una sera all'osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e bevvi.
Dopo avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni dizitae si era bevuto ancora...; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non ricordo.
L'oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le imposte. Allora io sentiiqualche cosa di molle che mi fuggì tra le gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro, dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò a strofinare il muso contro di me.
— È vostra questa bestia? — domandai all'oste.
— No...; non l'ho vista mai; io non tengo cani.
— Sarà di qualcuno degli avventori — replicai io.
— Sarà...; ma io non l'ho mai vista: è una bestia smarrita.
— Tenetela voi — dissi — qui ci avrà da mangiare.
— Se fosse maschio — rispose dopo essersi accostato e averla osservata — se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto fuori su la strada.
— Allora la porto via io; e se si presenta il padrone sapete dove sto di casa.
Fu così che uscii dall'osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai polpacci come avesse capito.
Quando fui a casa al lume di una candela lavidi in attitudine di un ospite che è stato invitato e attende che gli si facciano i convenevoli dovuti.
— Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo — dissi forte e la chiusi nell'anticamera.
Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di voler entrare e non l'osava.
— La tua cuccia è là — dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la misi in un angolo. — Giù e buona! — conclusi minacciandola.
La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con l'allungare il collo di lambirmi le mani.
Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donnacosì meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la conclusione e allora potei dormire.
Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore doveva ridere di celestebeatitudine e invece piangeva come un marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io nonsaccio! pareva rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S. Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale.
Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo stupido e feroce.«Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» dicevano in coro.
Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.
— Che cosa è? — domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e provai un rincrescimento disgustoso. — Avanti! — dissi a voce forte; e allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e come liberarmene.
— Ma via! ma buona! ma giù!
E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente, gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse dalla commozione.
— Adesso come si fa a sbarazzarsene? — rimuginavo con gran rincrescimento.
Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il mezzo migliore era di levarsi e vestirsi. Ma allora cominciò un nuovo genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e insudiciandomi gli abiti; e quando io l'allontanava a forza, e lei allora a balzar da una sedia all'altra, addentare le scarpe lucide, strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro come fosse stato un lamento o un compianto.
Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide, libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l'ordinare tutte le mie cosuccie era per me divenuta un'abitudine; e leabitudini anche più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di soddisfazione perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando.
Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava così felice, povera bestiola, di trovarsi con me! Anzi mi faceva compassione e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva anche su di me e diventava tristezza.
In quella entrò la padrona di casa col caffè.
— To' — disse fermandosi su la soglia — voi avete un cane?
— L'ho trovato per la strada.
— L'avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta nera! Andatevene via! — disse poi mentre quella le si accostava cautamente annusando — è tutta nera. Se l'avete trovata e sta una femmina, certo tiene il demonio.
— Voi mi fate il piacere, non è vero, donnaCarmela, di darle un po' di zuppa nel latte? — domandai.
— Per riguardo a voi — rispose dopo averci pensato un poco — lo farò; ma quell'animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per le stanze lo mando fuori.
Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa.
La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: — No — dissi con un'affettuosità che mi sorprese —, non ti abbandonerò, non ti scaccerò.
E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto, continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava che cadesse giù; ma mipareva di venir meno alla mia dignità di maestro voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci presso di me:
— La cagna del professore.
Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.
Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non la finiva mai.
Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di strabismo.
Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea flautata e pastosa:
— Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?
La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi credetti in dovere di sorridere.
Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era priva di grazia, domandò.
— Voi, professore, m'avete a cavare una curiosità che tutti mi domandano.
— Dite pure — risposi.
— Voi siete barone, siete marchese, nevvero?
— Sì — dissi arrossendo mio malgrado — io sono conte.
— Oh! — fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio.
— E allora perchè fate il mastro di scuola? — domandò — Al vostro paese i baroni fanno i mastri di scuola?
Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c'erano molti sentimenti fra cui non poca pietà e molto disgusto, e se n'andò crollando il capo in modo che pareva dire:
— Si capisce che voi siete un miserabile come noi!
***
Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai panni.
Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina, che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono canzonatorio:
— Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! — oppure: — Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato.
Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.
Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?» e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita savia e per l'adempimento de' miei doveri!
Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di me.
Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia che non so come sbarazzarmene».
Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e timorosa. Questopensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non lo potevo staccare dalla mente.
Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po' di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: — Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è vero?
Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a pensarci su.
Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera bestiola!
Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi.
Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei polpacci;piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le costole.
Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la barba incolta e come senza colore.
Ma dove era fuggita la mia giovinezza?
La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.
Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole; uno di quei soli folgoranticome sono laggiù nel meridionale, specie quando sta per tornare il buon tempo.
Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.
Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che fui passato mi colpì come una voce di scherno: — il professore e la sua cagna! — detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava inai, che non capii; ma tutti si misero a ridere.
Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai feroce contro coloro mapiù contro di me e contro quella mia bestia; feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: — contro di me? va contro quegl'altri!
Era vero: contro quegl'altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in dietro e domandare ragione dell'oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto: la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo? e allora? e allora che riparazione chiedere? A quell'ira momentanea successe una prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero tagliati. Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c'era gente, dove non c'era nessuno ne le vie polverose battute dal sole.
Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli; e tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange.
Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè non mi raggiungessero. V'era qualche cosa che mi correva dietro.
Era unchar-a-banc, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore mi rimase ne gli orecchi.
Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano dei cavalli apocalittici, maceri come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il trotto, e coi zoccoli battevano su la strada sonora e polverosa con cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che camminavo lungo una bella riviera, dove l'acqua, fra le verdi sponde, correva lene e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, perchè era domenica,giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra le agave smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero stato appunto lo scorso anno, e mi stava ne la memoria l'impressione lieta e riposata d'allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a fare alcune spiegazioni e girando per quei fori, in mezzo a quei ruderi giganteschi, aveva suscitato alla loro fantasia molte e belle immagini di uomini virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo asciolvere in un'osteriuccia di campagna, sotto una pergola; e fra quei visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un desiderio di far bene, di far sempre di più.
Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La mente correva per un'altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il foro grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si davabuon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e come te dolorose, ma ombre liete fummo!» e vidi isnelle bellezze dietèregreche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle terme, per gli splendenti mosaici, vedeva gente intenta a godersi la vita.
***
La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva udita e che terminava inai.
C'era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in mattoni, uomo sui cinquant'anni, ma esuberante di rozza e spavalda vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivobene e spesso. Ma lui se mi incontrava col carrettino voleva che salissi; se era al caffè mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita che non c'era verso di pagare.
— Voi altri professori — diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo cadere dall'alto i soldi sul vassoio — sarete fior di letterati, ma avete una bolletta santissima!
Io sino allora non ci aveva fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi parevano segno di animo un po' rozzo ma affettuoso; e ne la mia equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto.
Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo zigaro in bocca e posandomi la mano su la spalla:
— Be', come staPatirai?
— Chi èPatirai? — chiesi sorpreso.
— Bella! — fece lui — se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia?Patiraiè il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così.
— E perchè? — domandai arrossendo.
— Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con te.
— E perchè?
— Cosa vuoi; scusa, non te ne avere a male, ma ti vedono andare in pensione in un'osteria di secondo ordine a quarantacinque lire al mese, dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste....
— Sì, ma ci va anche il vice pretore — obbiettai io perchè non mi sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera.
— Bravo! — replicò — Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in testa; ma non capisci le cose.
Aveva preso un tono serio e seguitò:
— Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati bisogna dare molto fumo ne gli occhi. Se no...., se no, ti montano sui piedi.
— Ma io faccio il mio dovere — dissi con un tono di voce che non era privo di dignità.
Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E — queste sono parole, caro il mio ragazzo — disse con dispregio — e se ci credi, peggio per te. Bisogna darla a bere, non la capisci? Fai il professore,fai il pizzicagnolo, fai il medico, l'oste, ma bisogna sempre darla a bere.
Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente; e butta a mare quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna? E poi — aggiunse sorridendo — tienti un po' su, vestiti meglio e comincia a far la corte alle donne. Non vorrai mica aspettare quando sarai vecchio?
Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato dei buoni consigli; io rimasi confuso con quella mia bestia da presso, e peggio fu poi, chè meditando su le sue parole, m'avvidi che esse contenevano molto di vero.
Fu una ben triste sorpresa!
— Ma e allora? — esclamai esterrefatto — allora che era di me? Quella virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un tempo.
Pensai a lungo così quel giorno, andando sempredove non c'era gente, lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l'onda sonante e frangentesi a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false opinioni, di idealità sconfinate, perchè l'hai nel sangue la maledetta eredità della gentilezza e del bene, come io seguito a percuotere questo lido, come il sole s'annoia nel suo giro, e me lo dice ne' misteriosi colloqui sopra il deserto dell'oceano, come la tua cagna vien dietro ai tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono quello che sono.
Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda.
Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare col suo bagliore di cobalto ardente.
Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto, verdi, erte, trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.
— Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu, sorella bianca? — dicevano l'una all'altra movendomi in contro. — Quegli è un matto! Egli era nato in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società — mi domandavano — non ce n'erano più di marchese vecchie con la prurigine della lussuria; non c'erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano sul tappeto verde del tuoclubbuoni da mille da guadagnare? No! Egli si è voluto attentare inerme e nudo contro l'immane battaglia della vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni? Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l'isola della Utopia l'accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte, lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo un bacile da barbiere.
Così parevano schernirmi le onde.
Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera, perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero trovare la via del ritorno.
Quando fui a casa, m'accorsi che la cagna non c'era più: evidentemente si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n'era andato.
Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza risentirmi.
Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di udirla raspare alla porta. Nulla!
Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora chePatirainon c'era più. Perchè v'era quel brutto nome diPatirai, quello schernevole nome diPatiraiche non misi voleva staccare dal cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome diPatirai: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione della mente.
Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.
Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione divoler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare.
Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la fede.
Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con gran forzagonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano unkolbackborbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.
E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l'azione pedantesca dellechiose che vi fanno quei poveri compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!
O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!
E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti aggiungono tuba estiphelius, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?
E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!
Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavolungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che egli pure come voi aveva.
O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, dianno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.
***
Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.
Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, irrefrenabile.
—Patirai!Patirai!— gridavano l'uno e l'altro — la cagna del professore!
Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare contro con un urlo angoscioso e feroce.
Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo diPatirai!Patirai!
Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.
Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.
Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.
Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?
— No — dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo ronzare attorno — no a casa...: portatela via, liberatemene!
— Allora lasci fare a me — disse colui con un tono di voce come si fosse aspettato questa risposta —, e vedrà — aggiunse con triste sorriso — che non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.
Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare in sonno.
Mi stava poi alla mente quella poverina diPatirai!(già la chiamavo così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei undebole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi allontanava il sonno.
Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto ed uscii.
Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.
Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.
Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa addormentata.
Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico, lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e squilli di risa infantili.
Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per i campi.
Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare de visu la perfetta inutilità del suo metodo.
Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi davano fuoco aPatirai; all'imbelle, alla lamentevolePatirai.
La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.
Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandavaun fetore insopportabile; pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.
Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, con la zampina rattrappita.
Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli occhi.
— Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa — dissi come se avesse dovuto intendere — e tu starai buona, è vero? e farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo bel cuscino.
Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma eratroppo sfigurata e deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto tempo e chi l'avesse conciata a quel modo.
Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura diPatirai; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.
Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea.
Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito al solito posto.
— La minestra è stracotta — disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera e levando il piatto che ne conservava il calore. — Colpa vostra; siete venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.
Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù il cibo; allora bevviin due bicchieri tutto il mezzo litro di vino perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un tremito di convulso che mi scoteva tutto.
Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e mi chiese inarcando le ciglia:
— Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!
Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide perchè mi domandò con premura:
— Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva notizia?
Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro; finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma della mano, domandai convoce che cercavo sonasse tranquilla e come indifferente:
— Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se urla, tutti si mettono a ridere....
Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a significare: «Spiegatevi più chiaramente.»
Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza:
— Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una cagnolina....
A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un silenzio completo.
Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della cucina e con un tondo in mano.
Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui.
— Eh, per Dio — ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio —, per una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda?
— No, che non è per la cagnaccia rognosa! — ribattei io, prendendo coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a quell'idea che mi ribolliva dentro. — Legatele un sasso al collo, buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo naturale dihomo sapiens! È questo che io voglio dire! Voi risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo: dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su cui si regge la storia. O poveraPatirai! Se tu fossi stata un feroce mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti avrebbero dato il pane e ceduta la destra!
Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria; illuminare la nottecome il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso. E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi ricordo un esempio cheho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule insanguinato, li scacciò....
A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai parlare così di seguito e con tanta violenza.
Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di commiserazione per me. La solitatimidezza mi vinse, mi sedetti, che mi era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.
Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:
— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....
— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste cose:homo homini lupuslo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto....
— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?
— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.
— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.
— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, comedi uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.
Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.
— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e ritornò lentamente in cucina.
A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così martoriata.
La barbara scena non mi si staccava dalla vista:
«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa! Cercava di me e non aveva nessunoche la difendesse.... e loro la flagellavano, la lapidavano.»
Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!» Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai in fretta e mossi fuori dell'osteria.
Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e non aver nessuno che la difendesse!»
Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.
— Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto — dissi riponendovela.
Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi. Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A pocoa poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza.
— O, perdonami! perdonami! — mormorai supplicando quasi ella mi avesse potuto rispondere e consolare con le sue carezze.
Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta e il giglio rifiorirà sul quartiere.
***
Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.
Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.
Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.
Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.
Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.
Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale,un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.
Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.
Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di gentilezza e di bontà.
Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della demenza.
***
Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e l'avvenire della vita.
E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene; l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella, poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà.
***
Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po' timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere — a me pareva di rispondere — io vi darò voti assoluti e con lode, perchè il triplice ignorante sono io.»
«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno, all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della perversità per poter vivere fra i suoi simili.
«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza d'insensibilità e di ferociache vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola. Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.
«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei entusiasmi e le mie sentenze di virtù.
«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtùanzi in certi casi è obbligatoria come ilfrakper i camerieri.
«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.
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Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.
Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.
Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.
Un giorno che si era a spasso assieme, il direttoreabbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell'intenzione:
— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.
— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto asciutto.
— Sarà per lo meglio — e raddrizzatosi e compostosi della figura, sciorinò ilPopolo Romanoe cominciò con molti: veda! capisce! eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui lo distoglievano i saluti ricevuti e resi daimaggiorenti della città e il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare.
Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, voltava la faccia inorridita ed esclamava:
—Schoking! for shame! for shame!— perchè era stata istruita in un pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara, correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia.
Anzi mi disse spiccio:
— Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia pure a meno di venir fuori con noi.
Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.
La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa idea: mutar vita! Vivere cioèin modo positivo, come vivono tutti quelli che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie pel capo.
Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.
Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè elezioni nè processioni.
Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al foglio filigranato della cambiale.
Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.
Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da Platone allo Spencer!
Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!
Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo.
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Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre, avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le inutili prove tentate.
Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le, confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società.
E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.
Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile,questo non importava, ma tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.