Chapter 4

Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse allo sfacelo della mia ragione.***La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si vedono passare grossilandaua due e anche a tre cavalli con sonagliere e postiglioni.Sono per lo più ricchi stranieri che percorronoquella via così celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade, io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in qualche cosa di pratico.La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e lasciavano vuoto il cervello.E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti che ebbero un'idea felice, la misero inatto e in poco tempo riuscirono ad aggiogare la fortuna al loro carro?Ma era una vana impresa!La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno, dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo di piacere quasi infantile.Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li sentivo più. Ero liberoperchè ero lontano dalle cose vere: ma dove? Fuor di dubbio nel paese dei sogni.Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine timida e dispettosa.PerchèPatiraimi fissava con quelle pupille immobili, con quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la mia coscienza.Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano segnata l'espressione di unagran pietà per me. Era proprio così: quelle pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne facevano ricordare.V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola. Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche quell'affetto!***Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio.Io camminavo per quella via ePatirai, l'indivisibile amica, veniva dietro di me. La campagnaera silenziosa e poche vele segnavano l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando unlandaufra un nugolo di polvere.Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva beata in quell'abbandono.La carrozza si allontanò ePatiraila rincorse furiosamente che parve una palla nera fra quella polvere della strada.La carrozza passò portando con sè una visionedi felicità. Felicità? Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. Avrei potuto anch'io essere felice così!Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la bianca strada stavaPatirai, piantata su le quattro zampe, ansante, e la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato per lasciar posto al veicolo.Patiraiscodinzolava e cominciò ad abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: «hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi ha prodotto altro che dolore.Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne ride e non ha torto.E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, ha le sue felicità;e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane utopie.Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è corruzione di vizio che maceri più terribilmente.Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe mature, e i mietitori le falciavano.Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei lavoratori.Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.La schiera dei mietitori mi passò davanti edora la scorgevo da tergo, curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo brullo ed irto degli steli recisi.Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo. Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le falci caddero.In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul terreno, fatto è che mi addormentai.Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e vivace.Erano risa di donne.Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capellineri arruffati come un cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, epiù non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente abbacinata.Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura didonna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.***Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.Io sono proteiforme, e pure sono una.Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mioeterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.»***E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, l'imagine e la voce svanì.Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra ePatiraiera di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava.«È inutile — meditai —, il problema della vita non l'ho capito: un compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!»«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.In quel puntoPatiraiaveva mandato un lieve guaito che lacerò l'incombente silenzio delle cose.«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmie di annientare tutto. Ricordo che io presiPatiraiche mi amava e che io amava, e la scagliai giù nel mare.La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento, ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò.Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con l'occhio fisso in giù.Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa di pauroso e di infausto.Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o pensiero si andavaaffievolendo in una stupidità generale, come le ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere emesso il primo suono.Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea minacciava di rovesciarla.La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà.Non un lampo di ferocia o di odio vi passò;le labbra non si sollevarono a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà per me.Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta la notte.Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue tenebre.

Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.

E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse allo sfacelo della mia ragione.

***

La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si vedono passare grossilandaua due e anche a tre cavalli con sonagliere e postiglioni.

Sono per lo più ricchi stranieri che percorronoquella via così celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.

Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade, io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in qualche cosa di pratico.

La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e lasciavano vuoto il cervello.

E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti che ebbero un'idea felice, la misero inatto e in poco tempo riuscirono ad aggiogare la fortuna al loro carro?

Ma era una vana impresa!

La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno, dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo di piacere quasi infantile.

Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.

Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li sentivo più. Ero liberoperchè ero lontano dalle cose vere: ma dove? Fuor di dubbio nel paese dei sogni.

Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine timida e dispettosa.

PerchèPatiraimi fissava con quelle pupille immobili, con quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la mia coscienza.

Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano segnata l'espressione di unagran pietà per me. Era proprio così: quelle pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne facevano ricordare.

V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola. Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche quell'affetto!

***

Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio.

Io camminavo per quella via ePatirai, l'indivisibile amica, veniva dietro di me. La campagnaera silenziosa e poche vele segnavano l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando unlandaufra un nugolo di polvere.

Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.

Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva beata in quell'abbandono.

La carrozza si allontanò ePatiraila rincorse furiosamente che parve una palla nera fra quella polvere della strada.

La carrozza passò portando con sè una visionedi felicità. Felicità? Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. Avrei potuto anch'io essere felice così!

Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la bianca strada stavaPatirai, piantata su le quattro zampe, ansante, e la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato per lasciar posto al veicolo.Patiraiscodinzolava e cominciò ad abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: «hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»

Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.

Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.

Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi ha prodotto altro che dolore.

Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne ride e non ha torto.

E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, ha le sue felicità;e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane utopie.

Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è corruzione di vizio che maceri più terribilmente.

Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe mature, e i mietitori le falciavano.

Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei lavoratori.

Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.

La schiera dei mietitori mi passò davanti edora la scorgevo da tergo, curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo brullo ed irto degli steli recisi.

Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo. Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le falci caddero.

In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.

Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul terreno, fatto è che mi addormentai.

Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.

La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.

Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e vivace.

Erano risa di donne.

Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.

Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.

L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capellineri arruffati come un cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.

Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.

Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.

La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, epiù non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.

Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.

E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!

Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente abbacinata.

Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.

Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.

E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura didonna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.

Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.

***

Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.

Io sono proteiforme, e pure sono una.

Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.

Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.

Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mioeterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.

V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.

E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.»

***

E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, l'imagine e la voce svanì.

Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra ePatiraiera di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava.

«È inutile — meditai —, il problema della vita non l'ho capito: un compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!»

«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.

In quel puntoPatiraiaveva mandato un lieve guaito che lacerò l'incombente silenzio delle cose.

«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.

Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmie di annientare tutto. Ricordo che io presiPatiraiche mi amava e che io amava, e la scagliai giù nel mare.

La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.

Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento, ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò.

Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con l'occhio fisso in giù.

Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa di pauroso e di infausto.

Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o pensiero si andavaaffievolendo in una stupidità generale, come le ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere emesso il primo suono.

Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea minacciava di rovesciarla.

La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà.

Non un lampo di ferocia o di odio vi passò;le labbra non si sollevarono a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà per me.

Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta la notte.

Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue tenebre.


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