La cagna neraQuando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.Ecco: era lassù, da tutte le strade del piano, anche da lontano lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targaportava sul quartiere un bel fiordaliso e il mottocrescet in aevum. Dietro v'era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.— Ma dissodatelo, signor conte — dicevano al babbo i buoni borghesi del villaggio — dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano.Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e:— Avete ragione, miei buoni amici — rispondeva — ci penserò su, ci penserò.Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla) il roseto non fu toccato.— Vecchie ubbìe di aristocratica — diceva la gente —, ci ha le ipoteche anche sui tetti e vuol conservare le rose!Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre; signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate; ed io lo ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive del colle. Era una meraviglia! Venivanoanche da lontano a visitarlo, il roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose: e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la loro parte.O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d'intorno, ben ne aveste adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste?Mi ricordo di maggio (allora c'era il maggio per me e c'era la primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse; si posava sui mobili sbiaditi di raso, sui quadri dalle cornici di legno tarsiato appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere come vinte dalla voluttà del loro profumo.Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto che essendo dalla parteopposta della via, le permetteva di non essere veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si faceva vedere a pena due o tre volte all'anno; e pure la messa la udiva in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nè meno volendo.Io mi sforzo di rievocarne l'imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell'allegra vitalità di mio padre e delle feste degli amici.Perchè mio padre era tutt'il contrario. Alto, con una superba barba rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un'esuberanza di vita piena di allegrezza e di ingenuità, avea sbagliato il secolo della sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni speronati alseguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo delle guerre e dei tornei.Garibaldino in sua gioventù, repubblicano e liberale a suo modo, avea portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo sangue patrizio.Per mala sorte ne gli ozi forzati della sua virilità gli venne o piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il palazzo era corte bandita. Ma il signor conte dovea riuscire deputato!Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto grande che forse non gli passò ne meno per la mente la frode.Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza, diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno ne le vivande, lo avrebbe fatto.Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato.— Si direbbe che consumi del tuo — diceva.— Peggio! io non ce n'ho; ma lei ha le mani bucate.Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:— E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah, tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!— Va là, va là, Beppo, che non è vero — rispondeva mio babbo col suo solito sorriso che non smentiva mai —, hai capito male.— Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le corna alla madonna!?— Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a persuaderlo.— Ah, povero il mio grigio! — diceva poi, e gli metteva la palma della mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a farlo sorridere.Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni audaci, ella si appartava con qualche pretesto.Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era un po' di tutto questo.La baraonda politica cessò per esaurimento unpo' per volta, cioè quando gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco restava da cogliere ancora.Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai discorsi del babbo, specie dopo pranzo.V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della campagna.La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita volubilità lieta e rumorosa.Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio d'anni. — Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè — diceva; — bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in affittouna ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci sono potuto riuscire, ci penserai tu — e si rivolgeva a me. — Ma bisogna studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu studierai, non è vero? — E mi posava la mano, una mano larga, ardente su la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze della povera mamma.Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico: due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e la rigida correttezza del costumeinglese, di prammatica in simile genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal terrazzo più alto della villa.Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua attività e della sua industria.I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi; le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia nuova, meno numerosa,ma non meno dissanguatrice di agenti, commissionari, sensali e simile genìa.Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno, le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista fragrante.Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò freddo, stecchito.Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, signor conte, che lo faccia star buono lei!» Emio babbo si avvicinò solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile sigaretta stretta ancora fra le labbra.***Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, efinirono per cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite, perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose.Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella, suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con me, entro di me.Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva risorgere; io doveva essere il salvatoreed il redentore della casa. Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo, sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latinocrescet in aevum.Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo trionfo in questo giorno felice!»Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era questo pensiero che lateneva in vita. Quando le scrivevo: — Mamma mia, ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo — lei rispondeva: — No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di cosa fatale.— Ma gli affari, mamma — io le riscrivevo — tu sei donna, hai bisogno di qualcuno che ti assista, che ti consigli.... — Ella rispondeva: — Tutto va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa solo a te e a farti una posizione.Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere relazioni nel granmondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di spenderli.Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di energia, pur lasciandomi la coscienzatranquilla di aver adempito al mio dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una possibile ruina. Quanto ad approfondirede visula cosa, non ci pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua stabilità.Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una spiegazione concreta.Chi sa? — pensava — forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gliaffari, che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così difficile meta.Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto, non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.***Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di rivederla.Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a grandi falde.Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave! Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti, amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei buonicostumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva allora. Giorni soavi!La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e l'ora.Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto in una superba pelliccia.Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la piccolastazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la carrozza, dico, non era più la nostra; era unfiacreda nolo di forme preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quelfiacreda zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democraticone avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi piansi a lungo.Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle, saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a vetri si aprì:mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più.Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano accartocciati in sè stessi accidiosamente.Mia madre non si accorgeva o fingeva di non avvedersi di nulla.Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo.— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. — Quanto avrei caro di vederla!Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e lasollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.— Via, via — disse poi — accostati alla finestra. Voglio vederti bene come sei — e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. — Oh, così! — disse scostandosi e vagheggiandomi. — Come sei bello, e che aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere forte, forte come tuo padre...! — e questa parola non ebbe altre che la seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.— Tuo babbo — disse con voce oramai pacatae come seguendo un pensiero dominante — era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere forte.Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.— Sai — mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta d'improvviso — non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia di tua mamma. Non è vero Beppo che è così?— Sì, signora contessa — rispose Beppo.Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e ripigliai sorridendo:— Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno!A questa mia interruzione respirò come sollevatadal timore che io insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue rose.— Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi troverai, la troverai la tua povera mamma!E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva; le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulaicon la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce.Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti che si sfacevano in cenere sul focolare.— Racconta, racconta, dimmi sempre di te — interrompeva ogni tanto.Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e lei approvava sempre con molta serietà.— Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna essere forte. D'altronde io — concludeva con convinzione triste e pacata — non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico sempre questo io, Beppo?— Sì, signora contessa — rispose il servo che passava per caso, ma con un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente esserequello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al vaniloquio di mia madre.Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e bianco.Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo che non feci alcuna opposizione.La solita berlina mi ricondusse alla stazione.Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:— Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di coscienza bisogna che le dica una cosa.Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:— Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene, non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol fare, così bisognerà chiamare anche i medici....E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano forte per vincere il pianto.Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi confusi, che arrossii,e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni costo. Borbottava con gran devozione:— Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore gli dia fortuna!Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato.Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo: inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona energica che sa quello che vuole, e ciò, nonso perchè, mi faceva piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***, così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi attanagliavano come artigli di avvoltoio,producendomi un senso di strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva dare un crollo per liberarmene.Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per me.Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere aver la volontà e la forza di quella macchina!Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a meditare sul da farsi.Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi impaurivano, quanto il pensierodi dovere contendere e combattere di accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e dice:— Signore, qui dovete scendere.Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio,mi chiuse questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera, fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani dentro.Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; efu certo per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove c'era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e anche questo che sembra un'inverosimiglianza quando si ha il fuoco della giovinezza, più tardi può diventare un'idealità; lo sfamarsi bene, dico.Mi rispose con l'affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi.— Ma chi sa — egli concludeva — che il dover lasciare quella tua esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere un posto ne l'insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono riuscitoa procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***. È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di questo di educare la gioventù non saprei nè potrei offrirti. Ritemprati dunque in questo lavoro, riconfortati ne lo studio degli antichi, e la loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come lo fu per altre nobili anime, per tutte le avversità della vita.Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città. Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l'idea di rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un po' a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!... Mi sovvenivo anche diuomini di grido e famosi, ne l'antichità come nei tempi moderni, che tennero fronte all'avversità facendo il maestro di scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l'idea di sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l'avvenire, io riempivo il non sperimentato e l'ignoto con felici vicende, e ne la facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravvedevo un mistico contrassegno di fortuna avvenire.Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana. Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso; solo dissi di avere ottenuto un onorevole ufficio dal governo; e perchè vi prestasse maggior fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la cittaduzza destinata per mia nuova residenza. E partii.***Incipit vita nova.Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è svanita, e solo intravvedo un'oppressione di cose e gente nuove e confuse.Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente, senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato qualche gradevole sorpresa.Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da presso.Qualche cosa come un'insegna e una scrittapendevano da una porta un po' più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, nè mi era sbagliato.Un uomo che stava in uno stambugio, intento a legare dei libri (era il custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza, mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero, levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un po' meraviglia e un po' rimprovero perchè, come mi disse poi, mi attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio.Un'altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì.Quando fummo soli, quel signore cominciò senz'altro a darmi moltissime informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui non percepivo che il suono; però mi scossi dolorosamente quando disse:—.... io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto ancheconto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone l'obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi nel più breve tempo possibile l'abilitazione che si richiede....Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito.— Ma come si fa a viverci? — domandai con dolorosa sorpresa perchè quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, non dissi nulla.— Eh, signor mio — rispose lui sorridendo e posando con indiscreta curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito — certo è che bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a quindici lire al mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio per ciò che è vestiario e minuti piaceri....Io non risposi; so che mi sentiva come unfreddo di avvilimento a quelle parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo; mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto. Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non ne avea la più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri?—.... E che dovrebbero poi dire — proseguiva lui — quelli che sono carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui mentre ella è entrato, ha cinque figli....— È un professore quello lì? — domandai meravigliato.— Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua scuola....Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far complimenti ed io lo seguii.Un corridoio girava tutto attorno ad un porticatoe in mezzo vi era un cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e:— Ecco la sua scuola — disse —, piccola ma una delle migliori.Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con un:— A domani, dunque; alle ore otto.Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore che fosse.— Suvvia, finiamola! — dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne la valigia i pochi arnesi ditoiletteche avevo tirato fuori, riprendere il treno, ritornare a F***. — Ma e poi, che cosa faccio? — Questa fu la dolorosa domanda.Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere per forza a mia madree con quale animo, sapendo che ella non poteva più mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo; così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul da farsi.Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso giocattolo.— Oh mio Dio! — esclamai fra me — dove mi sono andato a cacciare! Se mi vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese....Carlo B*** ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: «Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.— Come si chiama lei? — domandai.— Weiss! — e scattò in piedi come un fantoccino a molla.— È tedesco?— Io no, mio babbo sì....— È quello che ha l'Hôtel des Etrangersai Cappuccini.... — saltò su a dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette vergognoso e confuso.— Bene, mio caro Weiss — ripigliai — sentiamo un po' lei....Si fece un silenzio assoluto; e l'interpellato arcuò la mente per richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi.— Bene — ripetei posandogli la mano su la spalla — bene, lei ama sua mamma e suo babbo?— Oh sì, tanto!.... — rispose arrossendo e traendo un sospiro di sollievo.Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile.— Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è?— Del re! — rispose più d'uno a gara.— E il re che cosa rappresenta?La domanda era difficile. Anche l'alunno Weiss si mordeva le labbra inutilmente.— Il re — dissi io allora — rappresenta la nostra patria, l'Italia; e, sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la religione.... — e su questo tema conversando, finii per distrarmi dall'oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che dicevano:— Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie ci ha raccontato?Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l'impressione di brava gente; solo il tratto mi parve un po' rozzo; ma forse erano anche impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacchè dal modo con cui mi guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è capitato? non ha mica l'aria d'essere dei nostri!»***Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l'occhio e l'abitudine. Tutte le cose mi facevano l'effetto di essere fantasmagorie di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e allora finii con l'abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna ero obbligato a studiare per far lezione e un po' i libri e sopra tutto la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a quei scolaretti. Ve n'erano alcuni così graziosi, così vivaci, così buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica, correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al direttore di fermarmi una qualche mezz'oretta di più.— Ella possiede il vero senso del dovere — mi disse una volta costui con molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene.Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo. Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la scuola. «Veda — mi diceva confidenzialmente — quando gravi pensieri o forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole; e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile gioventù che noi abbiamo l'alto ufficio di educare ed istruire, mi consola subito».E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene nell'adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la mano, ma un po' per volta e superando non lievi difficoltà, perchè avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano gente tutto scuola e tutto casa: niente spassi, niente teatri, niente svaghi. Ve n'erano di quelli che da sei e più anni eranolì a C***, e non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni.Brava gente, insomma, modesta e senza pretese.— Adesso anche voi vi accasate — mi dicevano —; trovate una che vi porti dei buoni ducati e vivete come un principe.Altre volte dicevano al direttore ponendomi la mano su la spalla: — Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto!— Così io spero — rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro —, così io spero, se l'avvenire non mente e se in alto sapranno, come non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito.V'era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che era lei che faceva fare al marito tutto quello chevoleva, e metteva il naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione.Era una donnetta rossiccia sui quarant'anni, ma che pretendeva ancora a certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il marito era duro e tutto d'un pezzo. Ne le sue molte peregrinazioni su e giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare unragùsquisito per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanta fare una polentina bergamasca con contorno di uccelletti; pregi non comuni, coi quali consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito indiscutibile e assai raro ne le mogli degli impiegati girovaghi, cioè teneva la sua casa come uno specchio.Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia voglia se ne faceva un gran ragionare ne le frequenti passeggiate dopo scuola.— Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così — diceva.— Ma a un professore — correggeva il marito con lieve sorriso e con grave intenzione — non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non son questi i paesi dove si possa... o si trovi.....— Ah, no? — rispondeva lei vivacemente — Provi un po' — mi diceva tirandomi il bottone del soprabito — provi un po' a far la corte alla moglie del professore di prima e vedrà se si trova.....— Geltrude! — esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all'arco frontale. —... Ma Geltrude!— Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto — proseguiva rivolta a me — lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest'estate un abito disurahche io nonmi sognerei nè meno e di andare ai veglioni a Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!...Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare col marito di grammatica. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. — Quanto siete noiosi col vostro latino! — diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi accomiatava. — Non vi basta la scuola?Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera; e di fatto io mi era messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera andava in casa sua a lavorare.***Così trascorse l'anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non era più quello di una volta. Mia madre invece era un po' meglio in salute e più riposata di spirito.Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural durante l'usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario.— La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! — mi diceva con profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si appartava per non recarmi disturbo, quasi che inquelle pagine fossero stampati i segreti della fortuna.Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più veniva a tirare il campanello del portone e il procaccio non avea più lettera da consegnare. Anche nel parco le rose non più curate dal giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne si distendevano.— Curiosa! — diceva spesso mia madre — da che tu hai lasciato F***, nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! nè meno un biglietto da visita. Mi credono forse morta? — domandava sorridendo — e non sanno che finchè vivi tu e finchè ti so felice io non morirò? Quando le rivedrai dillo che si ricordino di me!...Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio dell'estiva campagna.Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che lerondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai laggiù, fra quei scolaretti.Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con piacere.Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche.— Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio — ripeteva ogni tanto.— Eh — interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto — bisognerebbe mettere sul libro anche il nome di lui....Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della latinità in cui era immerso: — Invero tu hai ragione, e certo il prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e due ricadevamo ne lapiù profonda latinità lasciando la signora lavorare all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.— In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così — diceva la signora mescendoci —; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero che è fatto bene? È una mia specialità.Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro.Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi nè pure.Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo: il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, lescarpe messe in fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa a studiare.La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non domandava altro.La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è profumata.Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente.Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse sorridendo:— Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! — e additava i giovani — questa l'opera nostra più meritevole e veramente eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e l'avvenire ci guardano.Egli pronunciò queste parole con voce piana;eppure esse fecero su di me una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci profumavano all'intorno.Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.— È proprio così — io concludeva. — Che cosa c'è ne la vita di vero, di serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le pratiche del bene sta il segreto della vita.E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su e ci costruivo di gran cose.Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo, solocon quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al paese della pazzia.A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: «Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la Banca d'Italia», e si immaginache quei fogli si mutino in tanti bei scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come falde di neve.E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere le passioni, purificarsi e purificare.Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco fa del suo bozzolo.Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel piatto.La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva visione di verità.Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a fine più vero e maggiore.Plutarco, Platone, S. Paolo, Tolstoi, Renan, Schelling, Carlyle formavano le mie letture preferite.Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di dogma io non ne faceva, e d'altronde la mia mente poco educata agli studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne; ma di questa mia insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così lontani nel tempo, assorbiva solo unaidea semplice e smisurata: il bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere, diventare buoni, essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non avevano più confine, gli uomini non avevano più patria nè differenza di lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi più tosto che un'altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa; col bene tutto era possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne.Era una specie di eroismo stoico che mi difendeva come un'armatura medioevale; e così chiuso in me stesso, mi pareva di essere invincibile. Finalmente io era forte!Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante che mi fluttuava d'intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di essere se non rinnovata e purificata.O essere così o non essere.
Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.
Ecco: era lassù, da tutte le strade del piano, anche da lontano lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targaportava sul quartiere un bel fiordaliso e il mottocrescet in aevum. Dietro v'era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.
— Ma dissodatelo, signor conte — dicevano al babbo i buoni borghesi del villaggio — dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano.
Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e:
— Avete ragione, miei buoni amici — rispondeva — ci penserò su, ci penserò.
Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla) il roseto non fu toccato.
— Vecchie ubbìe di aristocratica — diceva la gente —, ci ha le ipoteche anche sui tetti e vuol conservare le rose!
Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre; signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate; ed io lo ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive del colle. Era una meraviglia! Venivanoanche da lontano a visitarlo, il roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose: e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la loro parte.
O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d'intorno, ben ne aveste adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste?
Mi ricordo di maggio (allora c'era il maggio per me e c'era la primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse; si posava sui mobili sbiaditi di raso, sui quadri dalle cornici di legno tarsiato appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere come vinte dalla voluttà del loro profumo.
Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto che essendo dalla parteopposta della via, le permetteva di non essere veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si faceva vedere a pena due o tre volte all'anno; e pure la messa la udiva in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nè meno volendo.
Io mi sforzo di rievocarne l'imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell'allegra vitalità di mio padre e delle feste degli amici.
Perchè mio padre era tutt'il contrario. Alto, con una superba barba rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un'esuberanza di vita piena di allegrezza e di ingenuità, avea sbagliato il secolo della sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni speronati alseguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo delle guerre e dei tornei.
Garibaldino in sua gioventù, repubblicano e liberale a suo modo, avea portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo sangue patrizio.
Per mala sorte ne gli ozi forzati della sua virilità gli venne o piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il palazzo era corte bandita. Ma il signor conte dovea riuscire deputato!
Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto grande che forse non gli passò ne meno per la mente la frode.
Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza, diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno ne le vivande, lo avrebbe fatto.
Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato.
— Si direbbe che consumi del tuo — diceva.
— Peggio! io non ce n'ho; ma lei ha le mani bucate.
Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:
— E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah, tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!
— Va là, va là, Beppo, che non è vero — rispondeva mio babbo col suo solito sorriso che non smentiva mai —, hai capito male.
— Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le corna alla madonna!?
— Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.
Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a persuaderlo.
— Ah, povero il mio grigio! — diceva poi, e gli metteva la palma della mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a farlo sorridere.
Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni audaci, ella si appartava con qualche pretesto.
Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era un po' di tutto questo.
La baraonda politica cessò per esaurimento unpo' per volta, cioè quando gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco restava da cogliere ancora.
Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai discorsi del babbo, specie dopo pranzo.
V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della campagna.
La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita volubilità lieta e rumorosa.
Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio d'anni. — Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè — diceva; — bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in affittouna ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci sono potuto riuscire, ci penserai tu — e si rivolgeva a me. — Ma bisogna studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu studierai, non è vero? — E mi posava la mano, una mano larga, ardente su la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze della povera mamma.
Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico: due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e la rigida correttezza del costumeinglese, di prammatica in simile genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal terrazzo più alto della villa.
Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua attività e della sua industria.
I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi; le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.
All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia nuova, meno numerosa,ma non meno dissanguatrice di agenti, commissionari, sensali e simile genìa.
Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno, le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista fragrante.
Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò freddo, stecchito.
Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, signor conte, che lo faccia star buono lei!» Emio babbo si avvicinò solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile sigaretta stretta ancora fra le labbra.
***
Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, efinirono per cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite, perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose.
Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella, suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con me, entro di me.
Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva risorgere; io doveva essere il salvatoreed il redentore della casa. Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo, sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latinocrescet in aevum.
Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo trionfo in questo giorno felice!»
Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era questo pensiero che lateneva in vita. Quando le scrivevo: — Mamma mia, ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo — lei rispondeva: — No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.
Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di cosa fatale.
— Ma gli affari, mamma — io le riscrivevo — tu sei donna, hai bisogno di qualcuno che ti assista, che ti consigli.... — Ella rispondeva: — Tutto va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa solo a te e a farti una posizione.
Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere relazioni nel granmondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di spenderli.
Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di energia, pur lasciandomi la coscienzatranquilla di aver adempito al mio dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una possibile ruina. Quanto ad approfondirede visula cosa, non ci pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua stabilità.
Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una spiegazione concreta.
Chi sa? — pensava — forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gliaffari, che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così difficile meta.
Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto, non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.
***
Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.
Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di rivederla.
Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a grandi falde.
Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave! Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti, amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei buonicostumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva allora. Giorni soavi!
La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e l'ora.
Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto in una superba pelliccia.
Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la piccolastazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la carrozza, dico, non era più la nostra; era unfiacreda nolo di forme preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quelfiacreda zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democraticone avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.
La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi piansi a lungo.
Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle, saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a vetri si aprì:mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più.
Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.
Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano accartocciati in sè stessi accidiosamente.Mia madre non si accorgeva o fingeva di non avvedersi di nulla.
Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo.
— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. — Quanto avrei caro di vederla!
Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e lasollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.
— Via, via — disse poi — accostati alla finestra. Voglio vederti bene come sei — e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. — Oh, così! — disse scostandosi e vagheggiandomi. — Come sei bello, e che aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere forte, forte come tuo padre...! — e questa parola non ebbe altre che la seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.
Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.
— Tuo babbo — disse con voce oramai pacatae come seguendo un pensiero dominante — era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere forte.
Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.
— Sai — mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta d'improvviso — non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia di tua mamma. Non è vero Beppo che è così?
— Sì, signora contessa — rispose Beppo.
Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e ripigliai sorridendo:
— Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno!
A questa mia interruzione respirò come sollevatadal timore che io insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue rose.
— Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi troverai, la troverai la tua povera mamma!
E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.
Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva; le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulaicon la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce.
Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti che si sfacevano in cenere sul focolare.
— Racconta, racconta, dimmi sempre di te — interrompeva ogni tanto.
Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e lei approvava sempre con molta serietà.
— Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna essere forte. D'altronde io — concludeva con convinzione triste e pacata — non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico sempre questo io, Beppo?
— Sì, signora contessa — rispose il servo che passava per caso, ma con un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente esserequello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al vaniloquio di mia madre.
Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e bianco.
Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo che non feci alcuna opposizione.
La solita berlina mi ricondusse alla stazione.
Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!
Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:
— Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di coscienza bisogna che le dica una cosa.
Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:
— Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene, non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol fare, così bisognerà chiamare anche i medici....
E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano forte per vincere il pianto.
Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi confusi, che arrossii,e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.
Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni costo. Borbottava con gran devozione:
— Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore gli dia fortuna!
Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato.
Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo: inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona energica che sa quello che vuole, e ciò, nonso perchè, mi faceva piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***, così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.
Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi attanagliavano come artigli di avvoltoio,producendomi un senso di strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva dare un crollo per liberarmene.
Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per me.
Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere aver la volontà e la forza di quella macchina!
Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a meditare sul da farsi.
Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi impaurivano, quanto il pensierodi dovere contendere e combattere di accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e dice:
— Signore, qui dovete scendere.
Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.
Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio,mi chiuse questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera, fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani dentro.
Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; efu certo per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.
Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove c'era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e anche questo che sembra un'inverosimiglianza quando si ha il fuoco della giovinezza, più tardi può diventare un'idealità; lo sfamarsi bene, dico.
Mi rispose con l'affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi.
— Ma chi sa — egli concludeva — che il dover lasciare quella tua esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere un posto ne l'insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono riuscitoa procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***. È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di questo di educare la gioventù non saprei nè potrei offrirti. Ritemprati dunque in questo lavoro, riconfortati ne lo studio degli antichi, e la loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come lo fu per altre nobili anime, per tutte le avversità della vita.
Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città. Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l'idea di rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un po' a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!... Mi sovvenivo anche diuomini di grido e famosi, ne l'antichità come nei tempi moderni, che tennero fronte all'avversità facendo il maestro di scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l'idea di sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l'avvenire, io riempivo il non sperimentato e l'ignoto con felici vicende, e ne la facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravvedevo un mistico contrassegno di fortuna avvenire.
Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana. Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso; solo dissi di avere ottenuto un onorevole ufficio dal governo; e perchè vi prestasse maggior fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la cittaduzza destinata per mia nuova residenza. E partii.
***
Incipit vita nova.Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è svanita, e solo intravvedo un'oppressione di cose e gente nuove e confuse.
Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente, senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato qualche gradevole sorpresa.
Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da presso.
Qualche cosa come un'insegna e una scrittapendevano da una porta un po' più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, nè mi era sbagliato.
Un uomo che stava in uno stambugio, intento a legare dei libri (era il custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza, mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero, levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un po' meraviglia e un po' rimprovero perchè, come mi disse poi, mi attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio.
Un'altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì.
Quando fummo soli, quel signore cominciò senz'altro a darmi moltissime informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui non percepivo che il suono; però mi scossi dolorosamente quando disse:
—.... io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto ancheconto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone l'obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi nel più breve tempo possibile l'abilitazione che si richiede....
Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito.
— Ma come si fa a viverci? — domandai con dolorosa sorpresa perchè quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, non dissi nulla.
— Eh, signor mio — rispose lui sorridendo e posando con indiscreta curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito — certo è che bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a quindici lire al mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio per ciò che è vestiario e minuti piaceri....
Io non risposi; so che mi sentiva come unfreddo di avvilimento a quelle parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo; mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto. Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non ne avea la più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri?
—.... E che dovrebbero poi dire — proseguiva lui — quelli che sono carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui mentre ella è entrato, ha cinque figli....
— È un professore quello lì? — domandai meravigliato.
— Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua scuola....
Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far complimenti ed io lo seguii.
Un corridoio girava tutto attorno ad un porticatoe in mezzo vi era un cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e:
— Ecco la sua scuola — disse —, piccola ma una delle migliori.
Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con un:
— A domani, dunque; alle ore otto.
Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore che fosse.
— Suvvia, finiamola! — dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne la valigia i pochi arnesi ditoiletteche avevo tirato fuori, riprendere il treno, ritornare a F***. — Ma e poi, che cosa faccio? — Questa fu la dolorosa domanda.
Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere per forza a mia madree con quale animo, sapendo che ella non poteva più mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?
E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo; così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul da farsi.
Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso giocattolo.
— Oh mio Dio! — esclamai fra me — dove mi sono andato a cacciare! Se mi vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese....Carlo B*** ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.
A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: «Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!
V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.
— Come si chiama lei? — domandai.
— Weiss! — e scattò in piedi come un fantoccino a molla.
— È tedesco?
— Io no, mio babbo sì....
— È quello che ha l'Hôtel des Etrangersai Cappuccini.... — saltò su a dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette vergognoso e confuso.
— Bene, mio caro Weiss — ripigliai — sentiamo un po' lei....
Si fece un silenzio assoluto; e l'interpellato arcuò la mente per richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi.
— Bene — ripetei posandogli la mano su la spalla — bene, lei ama sua mamma e suo babbo?
— Oh sì, tanto!.... — rispose arrossendo e traendo un sospiro di sollievo.
Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile.
— Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è?
— Del re! — rispose più d'uno a gara.
— E il re che cosa rappresenta?
La domanda era difficile. Anche l'alunno Weiss si mordeva le labbra inutilmente.
— Il re — dissi io allora — rappresenta la nostra patria, l'Italia; e, sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la religione.... — e su questo tema conversando, finii per distrarmi dall'oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che dicevano:
— Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie ci ha raccontato?
Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l'impressione di brava gente; solo il tratto mi parve un po' rozzo; ma forse erano anche impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacchè dal modo con cui mi guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è capitato? non ha mica l'aria d'essere dei nostri!»
***
Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l'occhio e l'abitudine. Tutte le cose mi facevano l'effetto di essere fantasmagorie di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e allora finii con l'abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna ero obbligato a studiare per far lezione e un po' i libri e sopra tutto la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a quei scolaretti. Ve n'erano alcuni così graziosi, così vivaci, così buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica, correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al direttore di fermarmi una qualche mezz'oretta di più.
— Ella possiede il vero senso del dovere — mi disse una volta costui con molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene.
Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo. Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la scuola. «Veda — mi diceva confidenzialmente — quando gravi pensieri o forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole; e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile gioventù che noi abbiamo l'alto ufficio di educare ed istruire, mi consola subito».
E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene nell'adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la mano, ma un po' per volta e superando non lievi difficoltà, perchè avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano gente tutto scuola e tutto casa: niente spassi, niente teatri, niente svaghi. Ve n'erano di quelli che da sei e più anni eranolì a C***, e non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni.
Brava gente, insomma, modesta e senza pretese.
— Adesso anche voi vi accasate — mi dicevano —; trovate una che vi porti dei buoni ducati e vivete come un principe.
Altre volte dicevano al direttore ponendomi la mano su la spalla: — Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto!
— Così io spero — rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro —, così io spero, se l'avvenire non mente e se in alto sapranno, come non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito.
V'era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che era lei che faceva fare al marito tutto quello chevoleva, e metteva il naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione.
Era una donnetta rossiccia sui quarant'anni, ma che pretendeva ancora a certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il marito era duro e tutto d'un pezzo. Ne le sue molte peregrinazioni su e giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare unragùsquisito per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanta fare una polentina bergamasca con contorno di uccelletti; pregi non comuni, coi quali consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito indiscutibile e assai raro ne le mogli degli impiegati girovaghi, cioè teneva la sua casa come uno specchio.
Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia voglia se ne faceva un gran ragionare ne le frequenti passeggiate dopo scuola.
— Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così — diceva.
— Ma a un professore — correggeva il marito con lieve sorriso e con grave intenzione — non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non son questi i paesi dove si possa... o si trovi.....
— Ah, no? — rispondeva lei vivacemente — Provi un po' — mi diceva tirandomi il bottone del soprabito — provi un po' a far la corte alla moglie del professore di prima e vedrà se si trova.....
— Geltrude! — esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all'arco frontale. —... Ma Geltrude!
— Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto — proseguiva rivolta a me — lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest'estate un abito disurahche io nonmi sognerei nè meno e di andare ai veglioni a Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!...
Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare col marito di grammatica. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. — Quanto siete noiosi col vostro latino! — diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi accomiatava. — Non vi basta la scuola?
Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera; e di fatto io mi era messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera andava in casa sua a lavorare.
***
Così trascorse l'anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non era più quello di una volta. Mia madre invece era un po' meglio in salute e più riposata di spirito.
Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural durante l'usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario.
— La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! — mi diceva con profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si appartava per non recarmi disturbo, quasi che inquelle pagine fossero stampati i segreti della fortuna.
Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più veniva a tirare il campanello del portone e il procaccio non avea più lettera da consegnare. Anche nel parco le rose non più curate dal giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne si distendevano.
— Curiosa! — diceva spesso mia madre — da che tu hai lasciato F***, nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! nè meno un biglietto da visita. Mi credono forse morta? — domandava sorridendo — e non sanno che finchè vivi tu e finchè ti so felice io non morirò? Quando le rivedrai dillo che si ricordino di me!...
Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio dell'estiva campagna.
Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che lerondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai laggiù, fra quei scolaretti.
Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con piacere.
Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche.
— Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio — ripeteva ogni tanto.
— Eh — interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto — bisognerebbe mettere sul libro anche il nome di lui....
Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della latinità in cui era immerso: — Invero tu hai ragione, e certo il prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.
Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e due ricadevamo ne lapiù profonda latinità lasciando la signora lavorare all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.
— In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così — diceva la signora mescendoci —; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero che è fatto bene? È una mia specialità.
Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro.
Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi nè pure.
Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo: il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, lescarpe messe in fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa a studiare.
La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.
Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non domandava altro.
La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è profumata.
Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.
Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente.
Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse sorridendo:
— Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! — e additava i giovani — questa l'opera nostra più meritevole e veramente eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e l'avvenire ci guardano.
Egli pronunciò queste parole con voce piana;eppure esse fecero su di me una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci profumavano all'intorno.
Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.
— È proprio così — io concludeva. — Che cosa c'è ne la vita di vero, di serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le pratiche del bene sta il segreto della vita.
E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su e ci costruivo di gran cose.
Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo, solocon quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al paese della pazzia.
A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.
E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: «Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la Banca d'Italia», e si immaginache quei fogli si mutino in tanti bei scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come falde di neve.
E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere le passioni, purificarsi e purificare.
Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco fa del suo bozzolo.
Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel piatto.
La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva visione di verità.
Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a fine più vero e maggiore.
Plutarco, Platone, S. Paolo, Tolstoi, Renan, Schelling, Carlyle formavano le mie letture preferite.
Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di dogma io non ne faceva, e d'altronde la mia mente poco educata agli studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne; ma di questa mia insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così lontani nel tempo, assorbiva solo unaidea semplice e smisurata: il bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere, diventare buoni, essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non avevano più confine, gli uomini non avevano più patria nè differenza di lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi più tosto che un'altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa; col bene tutto era possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne.
Era una specie di eroismo stoico che mi difendeva come un'armatura medioevale; e così chiuso in me stesso, mi pareva di essere invincibile. Finalmente io era forte!
Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante che mi fluttuava d'intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di essere se non rinnovata e purificata.
O essere così o non essere.