Chapter 2

—Il Signore disse che tutti gli uomini sono fratelli. È a questo che pensate?—domandai timidamente.

—No—rispose mio cugino, senza adirarsi—penso che tutti dovrebberosalire la loro erta.

Egli aveva un modo di pronunciare certe parole come se fossero più grandi delle altre.

—Comprendo. Tutti devono lavorare nella misura dei loro mezzi.

—Credete di comprendermi, ma non mi comprendete ancora. Non è tutto questo.

La sua voce si faceva sempre più dolce e malinconica; anche il suo profilo aveva modificato qualche linea della abituale rigidezza. Le ombre addensandosi, oscuravano il suo volto che pur restando statuario sembrava perdersi nella vaporosità di un sogno antico.

Mai in vita mia avevo provato un sentimento di umiltà simile a quello che mi invadeva allora. Con un filo di voce e sporgendo la fronte al di sopra della fronte di mio figlio pregai:

—Parlatemi dei vostri ideali!

Non rispose subito. Io sentivo un bisogno ardente di attingere alla sua anima e nello stesso tempo una paura di turbarla, come se una mossa imprudente potesse distruggere il miraggio luminoso che la circondava. Sentivo che quegli istanti erano unici e solenni, che cadevano di secondo in secondo nella eternità e che io li perdevo. Non vedevo quasi più mio cugino.

Nella oscurità feci un movimento che portò i miei capelli a sfiorare i suoi. Egli si ritrasse vivamente. Io mi alzai.

Alessio, svegliandosi all'improvviso, mi chiamò con una intonazione di pianto, per cui lo tenni ancora fra le braccia cullandolo, mentre uscivo lentamente dal bosco.

—Addio—Egli disse quando fummo sul viale bianco battuto dalla luna.—Vi risponderò più tardi.

—Lasciate almeno che io segua da lontano il vostro pensiero.

—Oh! come lo potreste, così debole!

Mi parve che un sorriso d'incredulità passasse sulle sue labbra e me ne sentii ferita.

—Vedrete! Vedrete!—gli singhiozzai dietro mentre si allontanava—e poichè un'angoscia infinita mi serrava il cuore ebbi ancora la forza di gridare: Vedrete!

Egli si voltò, alto e ritto nel gran viale che sembrava d'argento.Fece un gesto di commiato e disse: Vedremo!

Il giorno dopo quasi alla stessa ora, eravamo ancora quasi allo stesso posto; ma più all'aperto, di contro alla luna che sorgeva dolcemente falcata. Percorrevamo il viale a passi così lenti, io e mio cugino che Alessio si divertiva a misurare quattro o cinque volte di corsa le piccole tappe della nostra passeggiata.

—Che cosa credete che sia—diceva mio cugino—la più alta missione della donna?

—Fare il bene?…

Egli si accorse della mia esitazione e soggiunse, incoraggiandomi:

—Sì, può darsi. Ma qual bene? l'elemosina che versate alla domenica nella cassetta della chiesa? Vi ho vista.

—Mi avete vista? Quando? Venite in chiesa voi?

—Ecco che invece di cercare qual'è il vero bene, la curiosità femminile prende il sopravento!

Il sorriso bonario che accompagnò queste parole valse a rassicurarmi sulla disposizione che aveva in quel giorno il suo spirito quantunque continuasse con una intonazione di leggieropersiflage.

—E vi piacerebbe che vi dicessi di qual colore era il vostro cappellino o quanto meno se si addiceva al pallore interessante del vostro volto. Non è così?

Mi finsi un po' sdegnata:

—Non è proprio così. Voi mi trattate sempre come fossi una bambina.Non vi risponderò più.

Egli incrociò le braccia dicendo:

—Lasciatemi meditare sulle conseguenze di questa orribile disgrazia.

Ignoro perchè questo scherzo mi piacesse tanto; per due o tre minuti sentii che il cuore mi balzava con una letizia infantile. Mi allontanai di qualche passo mostrando di voler raggiungere Alessio alla corsa, ma Egli mi richiamò.

—Parliamo dunque sul serio poichè lo volete. Non potete immaginarvi il bene che potrebbero fare le donne riconducendo la fede nel cuore degli scettici.

Improvvisamente, come mi succedeva tanto spesso con Lui, passai dalla gioia all'apprensione:

—Ah!—esclamai—deve essere ben difficile.

—Difficile, sì.

—Ma perchè gli uomini sono scettici? Io non capisco forse bene che voglia dir ciò, ma mi pare una brutta cosa. Di che dubitano alla fine?

—Delle donne.

—Vi pare giusto?

—E a voi?

—A me no.

Egli irruppe con impeto:

—Allora perchè trovate che è difficile convincerli?

Non seppi rispondergli subito e intanto che cercavo la parola, mio cugino soggiunse, con un accento basso, dolcissimo, pieno di una inenarrabile malinconia:

—Se le donne sapessero quali tesori racchiude il cuore di un giovane! Più siamo nobili e buoni e più elevato è il nostro sogno femminile. Noi allora non vediamo la donna, la inventiamo, la fabbrichiamo noi con quanto c'è di meglio nella nostra fantasia. L'animo nostro allora come un albero in fiore, mette tutti i giorni un germoglio nuovo e tutti insieme noi li raggruppiamo intorno al nostro fantasma ideale. Ma poi viene un momento…. basta, ho forse torto di parlarvi così.

Effettivamente io non comprendevo. Molte volte mi pareva che noi due ci somigliassimo appieno, che fossimo eguali di cuore e di mente; molte altre invece vedevo disegnarsi tra me e Lui grandi macchie ignote, sorgere ostacoli che non conoscevo, aleggiare pensieri che non avevo mai avuti, e sentivo la presenza di una quantità di forze che non sospettavo neppure, quasi un mondo dove Egli vivesse e che fosse per me chiuso.

Capisco bene che non riesco a spiegarmi ma mi è così difficile anche l'intendermi, poichè tutte le nostre sensazioni assumevano una forma vaga, indistinta e i nostri discorsi non li finivamo sempre, presi e soggiogati dal fascino di ciò che non si può dire a parole.

Dal canto suo credo che subisse le altalene del dubbio ed ora mi credeva degna delle sue confidenze, ora no. Ora mi apriva l'anima sua, generoso, ardente, ora si trincerava in una freddezza superba.

Però dopo gli ultimi frammenti di colloquio ci sentivamo più uniti, più vicini. Era, in me almeno, una vaga speranza di accordo del quale mi cresceva ad ogni istante il bisogno e fui beata quando lo vidi cedere al desiderio di venire tutti i giorni. Pregustavo lungamente la dolcezza della sua visita; la pregustavo nell'aprirsi delle finestre davanti al nuovo sole, nell'andirivieni dell'Orsola che spalancava il salotto e metteva a posto quella sedia che Egli avrebbe rimossa ancora, nelle occupazioni che intraprendevo seguendo il suo spirito di perfezionamento, per cui il piacere di pensare a lui assumeva davanti alla mia coscienza semplice e priva di esperienza la profonda soddisfazione di un dovere compiuto.

Vedevo anche volontieri l'affetto che Egli aveva saputo destare nel mio piccolo Alessio e i progressi che il bimbo faceva sotto di Lui. Solamente Orsola e Pietro, colla diffidenza che hanno i vecchi per ogni innovazione, erano rimasti un po' in disparte, ma a poco a poco si ammansavano. L'Orsola aveva pur dovuto convenire che quest'unico mio parente rappresentava bene la famiglia e Pietro approvando si era accontentato di soggiungere: Per quello che si può giudicare. Eravamo dunque tutti felici—io e il mio piccolo mondo.

Una domenica uscendo di chiesa con Orsola e con Alessio scorsi da lungi mio cugino che ci veniva incontro sorridendo.

—Che miracolo!—feci io.

—Era pur necessario che vi facessi una improvvisata perchè a vedermi sempre in un dato posto e in un dato luogo devo venirvi in uggia. Le donne amano la varietà.

—Mi piacerebbe che non mi confrontaste troppo colle altre donne. È poi vero che mi assomigliano? Faccio una vita troppo diversa dalla loro per non essere un po' diversa anch'io. Intanto vi dichiaro che di questa improvvisata la parte che preferisco è proprio quella che conoscevo già.

—Cugina, voi mi guastate.

Disse così, ma mi accorsi che il complimento gli avea fatto piacere. Quando era contento i suoi occhi brillavano in un modo affatto speciale e stringeva le labbra quasi stesse assaporando nell'aria una fuggente sensazione di voluttà.

—Sapete, poichè il guasto lavora ed io sento che sto per diventare importuno, che potreste farmela anche voi una bella improvvisata?

—Per esempio? (il cuore prese a battermi).

—Penso che una piccola diversione, venti minuti di cammino, vi condurrebbero alla Querciaia. Deve essere del tempo assai che non la vedete ed io sarei fiero di mostrarvene i miglioramenti.

Prima che io aprissi bocca, Alessio gridò:

—Sì! Sì! andiamo alla Querciaia.

—La visitai due o tre volte quando c'era vostra madre, ma siccome la cara donna era inferma non potei vedere nulla oltre il salottino dove ella stava abitualmente.

—E la sala vecchia?

—Non la conosco.

—E il giardino?

—Nemmeno.

—Oh! allora bisogna proprio venire. Orsola non avrà difficoltà ad accompagnarci, vero?

L'Orsola, direttamente interpellata, si credette in dovere di fare dei complimenti; disse che non era abbastanza ben vestita per mettersi insieme ai signori, che non meritava l'onore e tante altre belle cose, in seguito alle quali mio cugino toccò leggermente la frangia del suo scialletto e concluse:

—Benissimo, dunque siamo intesi, avanti.

Ritengo che ognuno di noi fosse intimamente contento di quella gita, ma la gioia di Alessio varcò tutti i confini. Aveva visto una sol volta la Querciaia e gli era rimasta impressa nella memoria per i suoi folti boschi pieni di uccelli. Egli però non credeva che si potessero prendere mettendo loro un granello di sale sulla coda, la qual cosa faceva dire a Pietro che i ragazzi del giorno d'oggi sono troppo furbi.

La casa che prendeva il nome dalle fitte quercie che la circondavano era un ammasso curioso di fabbricati di diverse epoche, sovrapposti od aggiunti di mano in mano dagli ultimi proprietari con una singolare indifferenza dello stile e dell'architettura che li aveva preceduti; ma quei tetti alti e bassi, quel campionario di finestre d'ogni grandezza e d'ogni forma, non presentandosi con pretese di palazzo disarmavano la critica; avevano l'aria di dire: siamo un po' buffi, ma abbiate pazienza, ci hanno fatti così.

Un piccolo domestico venne ad aprirci il cancello del cortile e un giovine cuoco pose fuori da una finestra il suo tondo viso incorniciato dal berretto bianco.

—Ecco la mia servitù, campione e merce—disse mio cugino additandomeli.

—Sono ben giovani.

—Voi avete la casa moderna coi servitori antichi; io ho la mia vecchia bicocca con questi due giovani merli a custodirla. Come si fa! La cameriera di mia madre che ci stava da ventidue anni è morta subito dopo la sua padrona e io dovetti prendere quello che potei trovare.

L'Orsola sembrava assai meravigliata che una casa senza donne potesse reggersi in piedi e furtivamente andava scrutando tutti gli angoli coi suoi occhietti esperti di massaia. La sorpresi anche a toccare con un dito la superficie dei mobili per assicurarsi che non c'era polvere.

Del resto l'aspetto generale dell'interno era in perfetta armonia colla facciata. Per andare da una camera all'altra c'erano quasi dappertutto gradini da salire o da scendere, ciò che formava la delizia di Alessio.

Mio cugino faceva gli onori con molto garbo; ad ogni tratto mi dava la mano e mi guidava nei passaggi difficili.

—Convengo—disse Egli con una modestia tra finta e vera—che non c'è qui gran che da vedere e devo chiedervi scusa se mi sono valso di una menzogna per procurarmi il piacere di una vostra visita.

Mio cugino non mi aveva abituata a troppi complimenti e compresi che se allora me ne faceva qualcuno era nella qualità di padrone di casa educato; pure gliene fui molto grata e lo ricambiai assicurandolo che la sua casa era interessante; nè mi parve di aggiunger nulla alla verità.

Una soddisfazione tutta intima l'avevo poi nel percorrere passo a passo le stanze che Egli abitava, che lo avevano visto nascere, che Egli doveva certamente amare. La vecchia sala mi parve assolutamente bella, colle sue dorature rimaste intatte accanto al broccatello stinto e col gran numero di ritratti che coprivano le pareti. Mi ricordai a questo proposito che l'ordinamento dei ritratti era stata una delle sue grandi occupazioni appena giunto alla Querciaia e volli che mi mostrasse la leggiadra bisavola alla quale i topi avevano portato via il fazzoletto.

—Oh! eccola, eccola—Egli disse tutto lieto—l'ho collocata al posto d'onore perchè veramente è la bellezza della famiglia. Procurate di trovarle qualche somiglianza con me… Ma non guardatela così da vicino, vi prego, non avete la luce giusta.

Mi prese dolcemente per un braccio e mi collocò nella visuale che gli sembrava più opportuna perchè il quadro potesse ottenere tutto il suo risalto e, tuttochè allentando la mano, Egli la tenne ancora sul mio braccio finchè mi ebbe spiegate le finezze del dipinto che mi parve veramente delizioso. Era, sopra un fondo giallo, una signora vestita di nero, col bel collo e colle braccia nude circondate da una trina vaporosa di una esecuzione e di un effetto sorprendenti. La testa acconciata atoupet, colla cipria, nascondeva il colore dei capelli, ma l'arco fino delle sopraciglia era nero e di un nero più pallido un po' dorato, gli occhi, pieni di una grazia altera. Un sorrisetto impercettibile errava tra le labbra serrate e nella posa di tutto il busto trapelava una leggera aria di sfida che le conferiva una seduzione acuta e rara. Le mani della bella creatura, attaccate al braccio con un polso di una delicatezza aristocratica si prolungavano sottili, quasi diafane, a sostenere una rosa carnicina.

—Vedete, lì c'era il famoso fazzoletto di trine che i topi si sono portato via ed io accomodai la rottura quasi in ginocchio, come un celebre frate del quattrocento dipingeva le sue Madonne. Ma accanto a quelle trine lì non mi arrischiai di metterne nessun'altra, capite, nevvero? E allora ricorsi ad una rosa.

—L'avete dipinta voi questa?

—Certo. Le rose sono tradizionali nella nostra famiglia, non lo sapete? Il nostro stemma porta una rosa al di sopra di due spade incrociate e mio nonno fece piantare i famosi rosai che coprono queste vecchie muraglie; li vedrete meglio quando scenderemo in giardino. Io amo molto le rose. Ma prima di staccarci da questo ritratto, osservate, vi prego, l'espressione interna che il pittore ha saputo rendere. Un bel profilo, una bella bocca, due begli occhi, due candide, sottili e rotonde braccia non sarebbero alla fine gran cosa se dietro e dentro a tutto ciò non si vedesse la molla segreta che agisce, l'anima. Ciò che forma il fascino di questo ritratto è la sua personalità. In quella vitina nera, noi vediamo rizzarsi una volontà imperiosa ed energica, vediamo la malizia intelligente di quel sorriso; quelle pupille brune che hanno del falco e della colomba insieme ci rivelano un temperamento di squisita e superiore femminilità. La donna che ha ispirato una simile tela doveva essere forte e soave. è per questo che io l'amo. Oh! ma dite se non è un dolore a pensare che quelle mani nate per guidare alla luce si sono disfatte sotterra in preda ai vermi!

—Non si saranno rinnovate esse?

Così mormorai timidamente—e poiche vidi lo sguardo di Lui fisso sulle mie mani mi sentii presa da un grande turbamento. Per qualche minuto non osservai più nulla di quello che seguì.

Attraversammo due o tre altre stanze, finchè, davanti a un uscio semichiuso, mio cugino disse:

—È la mia camera.

Intravidi confusamente il biancheggiare di un letto in mezzo a due alte librerie di stile severo. Lì accanto si apriva una specie di terrazzo coperto dove stavano riunite le memorie dei suoi viaggi: curiosità levantine, oggetti artistici dell'Italia, manifatture inglesi, gingilli francesi, armi spagnuole.

—Non vi riposerete un momento?—disse Lui.

Sedemmo in ampie e comode poltrone coperte di cuoio davanti a una tavola tutta ingombra di carte geografiche, di disegni, di atlanti. Egli prese un Album e aprendolo:

—Volete vedere i miei schizzi a matita?

Un centinaio di disegni sfilarono sotto i miei occhi colle linee vive dell'impressione côlta dal vero. Qualcuno sembrava appena abbozzato, qualche altro più attentamente condotto aveva finezze di artista.

—Siete stato in tutti questi luoghi?—domandai meravigliata e quasi invidiosa di tante memorie.—Quante cose sapete!

Mio cugino, poi che Alessio e Orsola si estasiavano innanzi a un gruppo di ouistiti impagliati, prese a voltarmi i fogli dell'Album attirando la mia attenzione sui punti che lo avevano maggiormente interessato, facendomi passare dal Bosforo al Tamigi, da Pompei a Trianon, da Saragozza a Norimberga. A un tratto disse:

—Questa è una vecchia strada di Parigi.

—Parigi!—esclamò Alessio correndo verso di noi—dove sta il babbo.

Anche l'Orsola colpita da quel nome, volle venire a guardare dietro la spalliera della mia poltrona e la udii che mormorava tornando al gruppo degli ouistiti: "Non vale proprio la pena di lasciare il proprio paese." Io arrossii lievemente ponendo la mano distesa sotto la fronte a schermo degli occhi. Egli vide e con grande delicatezza cambiò la corrente delle idee, sorvolando sul mio imbarazzo sì che l'antica tristezza, per un momento risorta, tornava a quietarsi nell'onda di letizia che mio cugino sapeva diffondere intorno a sè; una letizia profonda e serena di spirito superiore, di chi sa elevarsi al disopra di ogni miseria umana e dominarla. Era precisamente questa impressione di sentirmi sorretta e portata che mi faceva stare tanto bene accanto a Lui, che mi metteva nel cuore una fiducia più dolce di qualsiasi sentimento, che mi faceva trovare qualche cosa della indulgenza di un maestro buono anche nelle sue violenze. E là nella sua casa, nella casa piena di Lui, sentivo l'orgoglio e la soavità insieme d'essergli parente.

Una scaletta esterna mascherata sotto le rose ci condusse nel giardino ampio e riccamente ombreggiato.

—Dovete dimenticare—disse mio cugino—il viale così ben tenuto della vostra villa per trovare qualche vaghezza in questa boscaglia.

Non ero di tale opinione. Qualsiasi altro giardino non avrebbe vestito meglio la casa bizzarra alle cui muraglie nere salivano i tralci dei rosai con una violenza di fioritura che nessun artificio frenava. Era un irrompere di rose di tutti i toni, di tutti i colori, bianche, scarlatte, gialle, che si aggrovigliavano in libera scelta, ottenendo effetti impreveduti di contrasto e sinfonie armoniche che l'arte più sottile non avrebbe neppure immaginato e dietro a queste rose le alte querce si profilavano sulla trasparenza del ciclo, solenni e austere.

La mia ammirazione restava muta, mentre l'Orsola si diffondeva in esclamazioni e Alessio faceva dieci domande ad ogni minuto. Mi scendeva sopratutto intimo e inebbriante al cuore il piacere che trapelava dagli occhi e dalla voce di mio cugino; quantunque Egli non abbandonasse il contegno riserbato che era in lui duplice effetto di educazione e di natura, sentivo nella mia dolcezza la dolcezza sua. Non so fino a quando sarebbe durata l'estasi di quella visita se l'orologio suonando non ci avesse ammoniti che il tempo passava.

—Signore Iddio—fece Orsola—come è tardi!

Ci accomiatammo sorridendo, un po' trasognati, come presi da un incanto. Prima di uscire dal giardino Egli si accostò a un cespo di rose carnicine e staccandone un fiore me lo porse.

—È la rosa della mia bisavola—disse.

Non vidi la strada del ritorno. Pietro ci aspettava dieci passi fuori della porta, guardando ora a destra ed ora a sinistra con una mano sul fianco, perchè non era mai capitato un ritardo simile. Quando ci vide tutti e tre, mise fuori un gran sospiro di sollievo.

—Di che cosa temevi, buon Pietro? l'orco non c'è più.

—Temere bisogna sempre.

Così rispose Pietro che rappresentava in casa mia il senno e la prudenza e forse per non lasciar svanire l'effetto del consiglio, durante gli ozî del pomeriggio festivo, raccontò ad Alessio la favola del lupo che si era messo una pelle di pecora per poter penetrare nell'ovile.

—Pietro—gli dissi ridendo—tu sei pessimista. A udirti bisognerebbe diffidare del mondo intero.

—Gli uomini sono cattivi, signora.

—Tutti?

—Tutti un poco e a certe ore.

Mi affrettai a togliere dalla testina di Alessio questa affermazione recisa dicendogli che gli uomini sono sempre buoni purchè il vogliano. Io ne ero tanto persuasa! Parlai, giuocai e risi con Alessio durante il resto del giorno. Verso sera caddero quattro goccioline di pioggia che ci impedirono di scendere in giardino. Alessio allora andò in cucina dove l'Orsola stava preparando certe conserve di suo gusto ed io mi posi al cembalo. Da quanto tempo non me ne occupavo più! Le cartelle di musica si trovavano in un grande disordine. Non sono mai stata una esecutrice di molto valore, avendo piuttosto disposizione per il canto che per la musica, ma conoscevo abbastanza bene gli spartiti di Porpora e di Scarlatti. Cercando così in mezzo alla vecchia musica, trovai una canzone che avevo dimenticata e mi venne voglia di provarla. Mi posi a leggerla con tanto ardore che non udii il passo di mio cugino; quando me ne accorsi smisi subito.

—Perchè?—Egli disse—ve ne prego, continuate.

—Oh! non merito un pubblico.

—Vi ho consigliato altre volte di non abusare della modestia, è una virtù deprimente. Scommetto che avete fra le mani un gioiello; lasciatemi almeno vedere.

—È una canzone antica.

—Che fa? Sono spesso così graziose queste canzoni. Incominciamo a leggerla.

"Un grido sconsolato "cade del mondo ai piè; "l'Amore s'è involato, "l'Amor, l'Amor dov'è?"

—Ebbene, dove volete trovare una spontaneità più fresca e più giovanile?

"Spente son le tede, "Solo nascosto egli è… "cercatelo con fede, "l'Amor, l'Amore c'è!

"Chiuso nel breve volo"è forse d'un pensier"o in uno sguardo solo"o in un lungo tacer.

"o nella stretta altera "d'una mano di gel, "o dentro una chimera "o in un sogno di ciel.

"o nell'odio o nell'ira "o nella cieca fè… "Se ride o se sospira "s'anche è nascosto c'è!"

—Non è bella? non è bella? Ah! possibile!

Trasse una sedia accanto e si pose a cercare le note. Io allora lo aiutai, meravigliata dell'accento che Egli dava alla sua interpretazione.

—Anche musicista siete?

—Sicuro, sicuro. Tutto. Ma sapete che è carina la canzone? Via, fatemela sentire colla vostra bella voce. È appunto per soprano.

Non c'era garbo a rifiutare e cantai. Egli mi ascoltò con quella passione interna colla quale faceva ogni cosa, tenendo gli occhi non su di me e non abbassati a terra ma fissi innanzi nel vuoto dove certo vi era un mondo visibile per Lui solo: ma egli doveva pure vedermi in quel mondo e tale pensiero mi metteva un calore nelle vene di cui la mia voce doveva risentirsi.

Quando ebbi finito non disse brava, ma vidi che stringeva le labbra in quel modo che io conoscevo e me ne venne al cuore una improvvisa onda di dolcezza. Allora anche, non so come nè perchè, una ignota voce d'istinto mi suggerì: Fuggi! Ma in qual maniera avrei potuto fuggire? E dove? Senza mostrare di accorgersi del mio turbamento, Egli riprese la canzone alla terza strofa:

"Chiuso nel breve volo "è forse d'un pensier, "o in uno sguardo solo "o in un lungo tacer."

Quelle parole dette da Lui, mi producevano un turbamento nuovo che io credetti di poter dissimulare andandomi a sedere lontano e prendendo fra le mani un lavoro.

Il giorno dopo, quando Egli mi disse: Non vorreste cantare oggi?—risposi di no ed Egli non insistette; tuttavia il motivo di quella canzone risuonava intorno a noi così morbido ed insistente e tacitamente inteso che pareva una carezza sospesa nell'aria. E ancora nelle sere seguenti, nè io cantai nè Egli me ne richiese, ma la canzone stava in mezzo a noi calda e palpitante come persona viva.

Intanto si era giunti all'agosto; la temperatura continuava a crescere, benchè le giornate fossero più brevi e il malessere prodotto dall'afa sembrava giustificare una sensazione di languore che mi prendeva spesso in mezzo alla gioia rinascente della mia vita.

Passavano i giorni e le settimane in una grevezza di piombo fuso; io perdevo ogni energia. L'Orsola scrutando il cielo sentenziava: Questo tempo non cambia fino alla luna nuova.

L'alba del 26 agosto mi schiuse le palpebre dopo una notte agitata e piena di sogni. Mi alzai rapidamente e assicuratami che Alessio dormiva tranquillo scesi in giardino e mi posi a passeggiare; ma ben presto il giardino mi parve angusto, escii nella campagna, presi i viottoli, costeggiai i ruscelli, entrai nei boschi, respirando con delizia l'aria del mattino ed esponendo il volto alla carezza dei rami che mi sprizzavano sulle gote accese una pioggerella di rugiada. Pei meandri intricati della selva i miei capelli si sciolsero e piovvero su di essi fogliuzze di robinie e profumati fiori di calicanto. Nell'erba umida le mie scarpe leggere perdettero ogni consistenza ed io sentivo il terreno molle sotto le piante dei piedi. Mi avanzavo nella luce del sole nascente, nell'umidore dei prati e i calici bianchi dei convolvoli e gli occhi azzurri delle pervinche si aprivano intorno a me come mani tese di amici, come sguardi di sorelle. Tutti i rumori del bosco erano canzoni, i pigolii dei nidi erano tutte preghiere ed io pure cadendo in ginocchio pregai in mezzo alla natura in festa come dinanzi all'altare di Dio.

…………………………………………………………..

Quando feci ritorno nella mia camera Alessio si svegliava allora chiamando mamma.

Il resto della mattina dovetti impiegarlo nel regolare con Pietro i conti di casa; poi venne il dottore a visitare l'Orsola che aveva la tosse e più tardi due suore della carità a cercare l'elemosina per i fanciulli abbandonati. Le ore terribilmente lunghe del pomeriggio le passai coricata sul divano del salotto dove dormii e sognai di essere sospesa sopra un'onda in mezzo a un mare burrascoso e quanto più cresceva la burrasca l'onda si alzava portandomi in alto. Prima di pranzo scrissi una lettera d'affari e lessi per una mezz'ora Pascal, ma mi parve freddo. Il suo ritratto sul frontispizio del libro allontanava la mia simpatia; non è così che m'immagino un pensatore, un uomo fatto per trascinare le anime. Non dovrebbe egli avere una gran luce negli occhi?

Verso il tramonto l'afa crebbe a dismisura, il cielo andava coprendosi di nubi; io ero spossata fino all'esaurimento. Quando venne mio cugino mi trovò seduta sotto i rosai accanto alla casa, non avendo nemmeno avuto lena di percorrere il sentiero.

Era forse un po' prima dell'ora solita. Insensibilmente Egli allungava il tempo di stare con me; eravamo entrambi sempre più desiderosi di vicinanza, di comunione, ed era in entrambi una gran voglia di dirci tutto, tutto, fino i pensieri fuggevoli di un istante. Da me a Lui le più semplici parole si vestivano di un fascino misterioso che subivamo insieme, sì che eravamo giunti a intenderci con uno sguardo, con un piccolo movimento del capo. Qualche volta si diceva nello stesso tempo la medesima cosa.

—Soffrite?—domandò prendendomi il polso.

—Siete anche medico?—domandai alla mia volta sorridendo e senza aspettare la sua risposta soggiunsi—No, sto bene.

Stavo in quel momento veramente bene, con una dolcezza che mi allacciava tutta, per cui anche lo spossamento prodotto dal caldo si mutava in un simpatico languore.

—Che cosa avete fatto oggi? tornò a chiedere Egli, riconducendo delicatamente il mio polso sovra i miei ginocchi.

Dovetti rispondere anche questa volta, come tante altre,nulla, quantunque fosse così vivo in me il desiderio di potergli raccontare cose grandi e belle. E cademmo nel silenzio, strano silenzio che sembrava crescere in proporzione del desiderio di parlare ma che era tanto dolce, dolce come non saprei dire.

In quello stesso posto, accanto ai rosai, vedevo sorgere lentamente la mia immagine piccoletta in un giorno in cui me ne stavo fra il babbo e la mamma, tutta festosa per un abitino che portavo per la prima volta, chiaro, a piccoli mazzi di ciliegie. Cogliele! cogliele! mi diceva Pietro che passava innanzi e indietro annacquando i fiori. Se mio cugino mi avesse vista allora! E se mi avesse vista quando caddi nel serbatoio dell'acqua per pigliare una farfalla che vi si era posata sopra! E quando trovandomi accanto al cancello col grembialino pieno di nocciuole le diedi tutte a un vecchio mendicante che aveva fame e che intascò le nocciole gettandovi sopra uno sguardo desolato! Il giardino conosceva la mia vita, anno per anno, giorno per giorno, mi aveva vista a ridere, mi aveva vista a piangere, mi vedeva ora immersa in quei pensieri; poveri pensieri senza dubbio, pensieri di donna…. Voltai la faccia per vedere che cosa faceva intanto mio cugino. Egli aveva preso un velo bianco che mi ero levata dal collo nei momenti della maggior caldura e lo teneva fra le mani brancicandolo, mi parve, con una nervosità insolita.

Temetti di averlo annoiato col mio silenzio e gli rivolsi la parola. Egli non mi rispose che con un monosillabo inconcludente. Allora, poichè una corrente fresca aveva rotto improvvisamente l'aria, volli riprendere il mio velo ed Egli me lo cedette a stento, sempre senza parlare, con uno sguardo smarrito che non gli avevo mai visto. L'aria doveva essere molto mutata se, annodandomi intorno al collo il piccolo velo avvertii una sensazione assolutamente piacevole, tanto che lo strinsi e strinsi vieppiù per sentirmelo meglio contro la pelle.

—Il tempo muta, dissi poi, incominciando a provare l'inquietudine di un silenzio troppo prolungato.

Mio cugino sollevò gli occhi, guardò il cielo qua e là, rispose: Può darsi. E per quanto io cercassi alcuna cosa da aggiungere non trovai altro.

Sorgevano intanto i lievi rumori della sera, gli insetti che si ritiravano nelle loro tane, qualche cane che abbaiava in lontananza, qualche foglia che cadeva nella grevezza dell'ora quasi gemendo di avere resistito tutto il giorno invano. Nella casa, il lume portato a mano dall'Orsola vagolava di camera in camera presiedendo i preparativi per la notte.

—Mamma—gridò Alessio dalla soglia dove era stato fino allora a trastullarsi con Pietro—ho sonno.

—Vengo, amor mio.

—Non allontanatevi—disse Lui; e la sua voce era di chi abituato a comandare, prega a fatica.

—Ma è l'ora.

—No, non è l'ora.

—Guardate come è buio.

—È il temporale che si prepara.

—è vero. Che cielo minaccioso!

Restammo cosi qualche istante, incerti, quasi cercando una parola suprema per spiegare una sensazione ignota. Alessio tornò a gridare: Mamma, ho sonno!

—Addio—pronunciai rapidamente levandomi in piedi.

Egli ripetè con una dolcezza penetrante:

—Non allontanatevi.

—Il bimbo ha sonno, siate ragionevole, amico mio.

Dissiamico mio, come non dicevo mai, perchè mi parve che in quel momento Egli avesse bisogno di una parola gentile.

Rispose rassegnato: Addio. Io raggiunsi la scala senza voltarmi indietro, seguendo Pietro che portava il piccino già mezzo addormentato.

Quando Alessio fu disteso nel suo lettuccio, quando l'ebbi baciato e ribaciato, tornai in anticamera a domandare a Pietro se aveva accompagnato mio cugino per fargli lume in quella sera tanto buia. Il mio domestico rispose che il signore era già partito e che egli era arrivato appena in tempo a chiudere il cancello.

—Bene—gli risposi—andate pure a coricarvi.

Era veramente ancora presto, non avevo sonno. Pensai di finire la serata leggendo quietamente, ma non trovai subito il libro che cercavo e mi indugiai un poco intorno alla musica, decisa tuttavia a non suonare per non svegliare Alessio. Volli continuare il mio ricamo ma sul gomitolo non c'era quasi più seta. Allora rimasi a lungo ritta nel mezzo della stanza, colle dita intrecciate dietro il dorso, immobile. Non so se mi parve solamente o se davvero qualche cosa di lieve battè intanto contro i vetri. Mi avvicinai alla finestra e l'apersi. Il tempo era sempre minaccioso; mi sporsi fuori sul davanzale guardando giù nel giardino. Dovessi vivere mille anni non dimenticherò mai più la voce che intesi:

—Myriam, sono io, ho bisogno di parlarvi.

—Quale follia—dissi procurando di conservare un tono basso e calmo—che cosa fate ancora lì? Chiamo Pietro; egli non s'è accorto che eravate in casa.

—Non chiamate alcuno; ho bisogno di parlarvi, ve l'ho detto.

Accorgendosi che esitavo, imbarazzata, Egli soggiunse:

—Apritemi, ve ne prego.

Accesi un lume e discesi. Nello schiudere la porta un soffio di vento mi spense la candela così che non potei frenare un piccolo grido. Egli tirò il catenaccio perchè l'imposta non sbattesse e prendendomi la mano mi trasse sulla scala semibuia senza pronunciare una sola parola, guidandosi al raggio della lucerna che usciva dal salotto. Non avevo paura, non potevo aver paura di Lui e tuttavia tremavo. Appena giunti nel salotto mi lasciai cadere sopra una sedia e gli chiesi angosciosamente:

—Che cosa volete?

Oh! ma come avrebbe potuto rispondere? Era pallido, di un pallore azzurrognolo, e i suoi occhi avevano una tale espressione di smarrimento che indietreggiai sbigottita. Egli si pose in ginocchio e nascondendo il volto nel mio abito vi soffocò una parola che non intesi.

Mi sentivo diventar di gelo, colla sensazione di una sofferenza diffusa in tutto il mio essere e poichè la sua testa stava sempre sui miei ginocchi e le sue braccia si alzavano verso di me implorando, mi gettai indietro col busto, irrigidita dal terrore, cercando di sfuggire il suo contatto.

—Vi ispiro tanta ripulsione?—mormorò ancora la sua voce stranamente alterata.

—No, no, ma lasciatemi!—gridai in un impeto di paura, di dolore, di avvilimento.

—Myriam, vi amo.

—Non è vero.

Pronunciai queste parole con una amarezza che lo colpì. Si rizzò in piedi, col volto disfatto, cogli occhi torvi.

—Badate, quest'ora era vostra. Non mi avrete mai più così, mai più!

Chinai il capo sotto la misteriosa minaccia, stringendomi le braccia contro la vita con dei brividi di freddo; nè so quanto tempo passasse. Un lampo venne d'improvviso a rischiarare il buio vano della finestra; allora lo pregai dolcemente di andare a casa.

Ritto e fiero nel mezzo della stanza, sembrava che Egli combattesse internamente una dura battaglia e già piegava ancora verso di me, già aveva una supplica negli occhi.

—Andate, andate, andate.

Io ridissi questa preghiera, cercando l'accento più persuasivo, più fermo e più dolce insieme.

Uscì senza far motto. Lo seguii fino ai piedi della scala, disfatta, reggendomi a stento, udendo con terrore la pioggia che incominciava a cadere.

Aperse la porta mentre uno scoppio di tuono scosse tutta la casa; la sua alta persona balenò per un istante sulla soglia, si curvò, disparve. Io mi accosciai a terra, singhiozzando, in preda a una convulsione di lagrime.

L'uragano intanto si avanzava con una furia terribile, rombava nell'aria, muggiva nelle gole dei camini, ululava svettando gli alberi, schiantandone i rami con lunghi gemiti che parevano di persona viva.—Mio Dio, mio Dio—mormorai colla faccia contro il suolo—abbiate pietà di Lui!

L'acqua scrosciava violentissima; per le fessure della porta entrava un vento gelato; i lampi e i tuoni si seguivano con una frequenza spaventosa. Uno specialmente fu così fragoroso che credetti ne sprofondasse la terra. Oh! dov'era Lui?… solo, nelle tenebre, fra l'imperversare della bufera…. A questo pensiero il freddo che mi rattrappiva le membra divenne fuoco ardente. Per un istante intravidi la folle tentazione di correre sui suoi passi, di chiamarlo…. Mi alzai, ricaddi, posi la mia testa infuocata sul gradino della scala, invocai Dio, invocai la morte…. poi non seppi più nulla finchè mi trovai fra le braccia di Pietro e di Orsola che mi ricondussero di sopra, inerte e docile come una bambina e mi posero a letto.

Essi svegliandosi nella furia dell'uragano erano discesi per vedere se tutti i vetri fossero assicurati e trovandomi svenuta ai piedi della scala immaginarono che fossi discesa per lo stesso motivo, e che un malore m'avesse côlta…. Poveri vecchietti cari! Poveri vecchi che mi volevano tanto bene!

* * *

Tutta notte vegliai prestando l'orecchio al vento che non ebbe mai posa tutta notte—e sempre con quella impressione di dolore, di colpo portato in pieno petto. Avevo un bisogno irresistibile di piangere e non potevo. L'incanto era rotto. Sei mesi di dolcezza, quasi di felicità, erano dileguati, non sarebbero tornati più, distrutti da un istante così breve. Avevo pianto tanto quando erano morti mio padre e mia madre, eppure sapevo che dovevano morire;ma Lui perchè aveva fatto questo?Ecco, pronunciavo anch'io parole più grandi delle altre, come certe parole che Lui pronunciava, dandomi la visione di un mondo superiore. Egli non mi aveva creduta degna di seguirlo per quella via. Non mi aveva amata; ah! sopratutto non mi aveva amata mentre io fidavo tanto in lui!

A questa considerazione un fuoco violento mi salì alle guancie e un desiderio di batterlo, di umiliarlo, di dirgli che era stato vile. Alcune storie udite qua e là, certi apprezzamenti dei quali nella mia assoluta ignoranza della vita non avevo compreso la portata, mi tornavano in mente tumultuosi, maturando con una precipitazione dolorosa tutto ciò che era rimasto incompleto nella mia piccola esperienza di donna solitaria. È dunque così che le donne cadono ed è di questo che insuperbiscono gli uomini? Ed Egli pure! Egli pure!!…

Strisce arroventate mi solcavano la fronte, il collo, il petto; le tempie mi battevano disordinatamente. L'uragano era oramai una cosa sola con me stessa; il vento che flagellava gli alberi flagellava pure le mie membra ardenti di febbre; udivo nello scrosciare della pioggia le mie stesse lagrime, le lagrime avare che gli occhi non volevano darmi. Ecco, si aprivano una strada attraverso le cateratte del cielo, scorrevano nella valle, sui monti, nelle foreste, sulle case dei placidi dormienti, nel sonno ininterrotto dei rudi lavoratori, nella veglia attenta e amorosa delle madri, nelle visioni alate dei bimbi, forse in qualche insonnia pensosa di un vecchio prossimo alla tomba.—Scorrevano le lagrime brucianti del mio cuore, insieme alle lagrime di tutto il mondo in quell'imperversare di tutti gli elementi…. Orrida notte durante la quale agonizzò l'anima mia fino all'ultima resistenza del soffrire.

Neppure verso l'alba mi chetai. Orsola che non aveva voluto abbandonarmi e che si era addormentata sopra una poltrona, venne a toccarmi la fronte.

—Hai la febbre Myriam, bisogna chiamare il medico.

Non mi opposi e non dissi di sì, indifferente. Orsola andò subito a svegliare Pietro perchè potesse trovare il dottore in casa prima delle sue visite del mattino. Poi tornò al mio capezzale, mi diede da bere, mi baciò due o tre volte le mani con una passione muta e concentrata.

—E Alessio?—disse improvvisamente—il caro piccino non s'è accorto di nulla. Guarda come dorme!

Sollevò leggermente il velo sulla culla di mio figlio e me lo mostrò tutto roseo nel sonno. Provai allora un impeto tale di tenerezza che balzando fuori dal letto corsi alla culla e mi lasciai cadere in ginocchio lagrimando. Orsola, spaventata, temeva che fossi in preda al delirio della febbre. Per tranquillizzarla tornai a coricarmi, lasciandomi rinvoltare da lei nelle coperte con quella docilità che le faceva tanto piacere, e mettendomi colla faccia verso il muro continuai a piangere adagio adagio.

Quando venne il dottore non mi trovò una vera febbre, ma solo uno stato di grande eccitamento per il quale mi consigliò il riposo.

Non durai fatica a stare a letto tutto il giorno perchè ero desiderosa di solitudine, di silenzio, di una libertà piena e completa che mi permettesse di ritrovarmi colla mia coscienza. Volevo indagare la folla di pensieri contradditori che mi agitavano commisti a irritazione, a sdegno, a tristezza e a non so quale recondita oscura soddisfazione che non sapevo decifrare.

Anche una curiosità mi venne e insieme un timore. Quale contegno avrebbe Egli tenuto d'ora in avanti? Mi avrebbe chiesto scusa? Questo lo giudicavo indispensabile. Egli aveva mancato verso di me in tutti i modi, abusando della mia inesperienza, della mia solitudine e della mia fiducia in Lui. Era stato vile, era stato vile. Ma dovendo riconoscere questa terribile verità vedevo aprirmisi davanti un abisso. A chi avrei creduto d'ora in poi? Pensavo la mia umiltà ardente e mi vergognavo di averlo ammirato tanto, di averlo collocato nel mio pensiero al di sopra degli altri uomini. Era forse Egli niente più che un ipocrita?

Appena tale sospetto si venne formando dentro di me, appena il suono delle sillabe mormorate a fior di labbro si ripercossero contro le pareti del mio cervello, un urto di protesta mi scosse il petto, come se qualcuno conscio e vigile avesse gridato: No!—E per un po' di tempo ogni idea mi rimase sospesa, paralizzata.

La furia dell'uragano erasi intanto domata, non vinta interamente. Io vedevo il cielo e un lembo di collina attraverso le tende di velo della mia finestra. Il vento soffiava ancora ma meno impetuoso, gli alberi resistevano, alcuni sprazzi di azzurro apparivano qua e là vincendo la collera delle nubi.

Alessio era venuto allora a salutarmi; avevo nelle mani la freschezza delle sue manine e sulle guancie il suo bacio un po' umido odorante di uva spina. Nel seguire cogli occhi la sua piccola persona che si allontanava pensai: Ecco un uomo! Così le idee ritornavano a pulsare nel mio cervello e mi parve di vedere mio cugino fanciulletto, a correre su e giù per le stanze della Querciaia.

No!—disse ancora la voce dentro di me.

Prendendo a esaminare la condotta di mio cugino da quel luminoso giorno di febbraio in cui mi venne davanti (lo rammentavo nella luce vampante delle cortine rosse) che cosa potevo io rimproverargli? Non era stato leale sempre? Sincero sempre? Per sei mesi continui Egli aveva portato l'elevazione nella mia anima. Sei mesi potevano bene bilanciare un'ora. Un sentimento nuovo, quasi di compassione tenera e materna sorgeva in me per quel torbido istinto maschile che fa vacillare i più forti—e insieme una gioia di essergli stata accanto nella prova, di sentire che potevo perdonargli. Innanzi a questo pensiero sbolliva l'ira.

Ciò che vi era di generoso nella mia risoluzione mi rialzò a' miei propri occhi e non dubitai che avrebbe ottenuto presso di Lui lo stesso effetto.

Le mie lagrime rincominciarono a scorrere, ma così dolci! Intravedevo già la sua confusione, il suo pentimento e la soavità di quell'istante in cui tutto sarebbe stato cancellato. Mi fermai a questo pensiero, perchè la mia piccola testa non reggeva a un lavorio così nuovo per essa. Avendo trovato un punto di sostegno e di consolazione mi vi abbandonai riposando per un po' di tempo in una specie di torpore benefico che somigliava al sonno.

Apersi gli occhi che già le ombre della sera invadevano la camera e mi prese il terrore che Egli venendo mi trovasse a letto. Saltai giù, mi vestii rapidamente, passai appena il pettine nei capelli, entrai nel salotto.

—Signore Iddio!—fece l'Orsola.

Alessio tutto contento corse ad abbracciarmi; Pietro udendo la mia voce, venne a darmi il buon giorno. Io li persuasi tutti che mi sentivo bene, che dal momento che non avevo febbre era inutile stare a letto. Volli pranzare e fui molto allegra, di un'allegria artificiale, come se avessi bevuto dello sciampagna. Però via via che il tempo passava, mi cadevano le parole. Ad ogni stridere di ghiaia in giardino, al più piccolo rumore indistinto trasalivo e mi prendeva una inquietudine che non mi fu possibile nascondere a lungo.

—Penso, signora (l'Orsola in presenza di altri, fosse pure solamenteAlessio, non usava mai il tu) che avrebbe fatto meglio a non muoversi.

—Forse hai ragione.

—Vuol tornare a letto?

—Aspettiamo ancora un momento…

Tenevo Alessio contro i miei ginocchi mostrandogli le figure di un libro di storia naturale, ma ero agitata per modo che non riuscivo a voltare i fogli: a un tratto dissi:

—Deve essere ben tardi!

—Sicuro che è tardi—replicò la mia buona Orsola, insistendo nella sua idea—appunto per questo deve coricarsi.

Mi alzai, inquieta, senza rispondere e andai ad appoggiarmi al davanzale della finestra dalla quale si scorgeva il viale in tutta la sua lunghezza e le aiuole del giardino peste e malconce.

—Poveri alberi, poveri fiori, come sono ridotti!—esclamai compassionando essi e il mio cuore insieme.

—Il temporale di questa notte è stato una rovina. Due alberi furono sradicati a poca distanza di qui e il figlio dello scaccino che si trovava in istrada venne buttato a terra dalla furia del vento.

Queste notizie non erano fatte per calmarmi. Egli pure si trovava in istrada sotto la bufera; io stessa ve lo avevo cacciato! Una specie di rimorso si aggiunse alla mia inquietudine e rimasi cogli occhi fissi sul viale, incantata da una nuova visione di dolore.

Entrò Pietro colla lucerna accesa. Io dissi ancora:

—Ma è dunque ben tardi!

Dietro l'inquietudine, dietro il rimorso, ecco sorgere una malinconia acuta che mi dava al cuore delle strette di morsa. Perchè non veniva?… Vi fu un momento in cui Alessio seguì l'Orsola in cucina ed io tornai a precipitarmi col busto fuori della finestra come se avessi potuto attirarlo col desiderio. Perchè non veniva?

Il cielo era buio con poche stelle. Un'aria purissima, frizzante, tutta imbevuta dei fiori e dei rami recisi palpitava al di sopra degli alberi, sembrava il respiro stesso della notte adagiata ne' suoi umidi veli. Dopo tanti giorni di caldura opprimente quella freschezza appariva una benedizione. Ma perchè Egli non veniva?

A un tratto l'Orsola si presentò sulla soglia colla determinatezza di una risoluzione invincibile:

—Cara signora il letto è pronto.

Risposi opponendo una fiacca resistenza, mormorando: Sì, sì…. E mi indugiai a guardare i quadri appesi alle pareti, a raddrizzare un fiore nella giardiniera, a stendere sulle poltrone un ricamo gualcito.

Feci una sosta esterefatta innanzi alla pendola del caminetto; la sfera segnava nove ore. Nessuna illusione era più possibile.

—Andiamo—sospirai con un accento così debole che Orsola dovette indovinarlo più che sentirlo.

Poco dopo tutta la casa era buia, tutti gli usci e le finestre chiuse, il silenzio profondo. Cogli occhi sbarrati nella oscurità io mi domandavo ancora: Perchè non è venuto? e di tutti i sentimenti provati in quelle ventiquattr'ore; lo sdegno, la vergogna, la pietà, il perdono, il rimorso, la tristezza, quest'ultima sola rimase dilagante, sconfinata.

Che cosa era dunque accaduto che io non potevo indovinare? e d'onde mi veniva tanto dolore per un fatto che avrebbe dovuto offendermi anzi che rattristarmi? Avevo paura de' miei pensieri, avevo paura d'indagarli. Volli dormire ma non vi riuscii, quantunque il sonno mi gravasse le palpebre. Un'idea mi stava fissa nel cervello tormentandolo: Ieri a quest'ora Egli era qui!

Con una incoscienza di sonnambula scivolai fuori dal letto, riaccesi il lume, tornai nel salotto. Là mi fermai immobile. Quello era il posto, quella l'ora. La medesima sedia sulla quale ero stata seduta quando Egli mi si inginocchiò davanti era ancora vicino alla tavola, un po' di traverso, come aspettando. Che ansia mi prese nel rifare a memoria il piccolo colpo che mi era parso di udire contro i vetri…. Non osai aprirli, non osai! Mi posi sulla sedia e mi sembrò che ardesse. Una allucinazione strana mi faceva sentire il calore del suo respiro, la sua testa appoggiata a' miei ginocchi, le sue mani alzate a implorarmi—e non era più una sensazione di spavento, era una sensazione di ebbrezza…. Dio! Dio! ma dunque lo amavo!

Quale nuovo abisso di pensieri e di dolore! Mi chiusi la fronte coll'istintivo bisogno di sfuggire a tutto quello che mi circondava, a me stessa se avessi potuto. Pensare non era più possibile; nessuna idea, nessun concetto, nessuna parola riusciva a rompere la pesantezza del mio cervello che avrei potuto credere paralizzato se una specie di chiodo martellante sul cranio non mi avesse dato colla sensazione di una orribile sofferenza anche quella della vita.

Chi sa quanto tempo rimasi là, sola! La candela si accorciava a poco a poco e le ombre crescevano nella stanza disegnando sul pavimento delle lunghe striscie mobili che mi facevano trasalire. Un gran freddo che mi prese prima alle braccia e poi in tutto il corpo mi ricondusse nel mio letto, dove appena giunta spensi il lume e mi gettai colla faccia in giù, sprofondata, annientata.

Ebbi veramente la febbre, così che rimasi alcuni giorni in preda a un torpore continuo. Solamente verso sera mi prendeva un po' di inquietudine e spiavo i rumori di fuori, ma nessuno e nulla entrò dalla porta invincibilmente muta; non una persona, non una lettera. L'agonia della aspettativa si prolungava nel modo più straziante; io non avrei mai creduto che il silenzio potesse torturare con tanta raffinatezza.

Una sera, sentendomi un po' meglio, Alessio giuocava seduto sul mio letto. A un tratto esclamò:

—Ma perchè nostro cugino non viene più?

Chinai il capo con una confusione di colpevole e Pietro che era entrato colle medicine mi disse di aver visto il suo servitore e saputo da esso che il signore si trovava assente. Fu un momentaneo sollievo; Pietro soggiunse di avergli a sua volta comunicato la notizia della mia malattia e questo mi turbò. Che cosa ne avrebbe pensato Egli? E dove si trovava? E perchè era partito? E quando sarebbe ritornato?

Nuovi pensieri, nuove congetture, nuovi dubbi e terrori; nuova angosciosa aspettativa.

Altri eterni giorni passarono ancora. Mi ero ristabilita in salute, ma vagavo per la casa come un'anima in pena, o piuttosto come un corpo che ha perduta la sua anima. Una mattina l'Orsola venendo in camera a portarmi il caffè disse che c'era stato un uomo della Querciaia a domandare mie notizie in nome del suo padrone che era ritornato. Mi balzò il cuore per la gran gioia. In tutti quei giorni di sofferenze avevo quasi dimenticata l'offesa, solo sentivo il vuoto della sua lontananza. E ricominciai ad aspettare un giorno, due giorni….

Mi trovavo con mio figlio presso il cancello del giardino—era un bel pomeriggio di settembre—Alessio stava scuotendo un alberello di piccole mele rosse quando si pose a gridare battendo le mani:

—Eccolo, eccolo!

Come può reggere il cuore a simili commozioni? il fragile cuore che si spezza così facilmente, che per un lieve urto sospende tante volte per sempre il suo battito? È una cosa che non ho mai potuto capire. Il mio cuore in quel momento parve voler scoppiare e subito dopo, quando Lo vidi ritto innanzi al cancello, si strinse improvvisamente, impietrò. Sentivo che una maschera di gelo copriva la mia faccia.

Alessio che aperse il cancello e gli corse fra i ginocchi tempestandolo di domande mi lasciò il tempo di trovare un contegno indifferente, il solo dietro cui potessi riparare in quel subito assalto.

Veniva Egli coll'intenzione di farmi visita, o passava per caso e per curiosità? Non lo seppi mai.

Egli ad onta della grande disinvoltura, evitò nei primi momenti di parlarmi direttamente e dopo di avermi salutata si rifece con Alessio rispondendo con una certa agitazione alle sue domande infantili. Solo più tardi mi chiese:

—E la vostra salute?

—Io sto benissimo, sono sempre stata bene; sapete, i miei vecchi mi amano tanto che trasformano in una malattia ogni mia emicrania.

Mentii così, con piacere, per un bisogno pudico di nascondergli le mie sofferenze. Egli mi prese alla lettera, sbozzò un sorriso e raccattato un sasso sul viale invitò Alessio a una sfida di tiro contro un punto lontano. Chiacchierò poi del più e del meno con volubilità, senza approfondire nessun argomento. Mezz'ora prima del pranzo prese commiato.

Questa visita mi lasciò un lungo strascico di amarezza, un malcontento, una inquietudine. Tornò due giorni dopo alla stessa ora, col medesimo contegno distratto e superficiale. Alla terza o alla quarta visita compresi che la spiegazione non sarebbe più venuta. Tutto era finito nel modo più impreveduto e più volgare.

Ma se tutto era finito esternamente, le dolci sere passate insieme, i lunghi colloquii, le confidenze, le trepide attese e la irrompente gioia di sentirmi vicina un'anima come la sua, non era finita, no, la trasformazione della mia anima.

Egli mi aveva presa su di un piccolo romito sentiero e sollevandomi in alto colle sue ali poderose mi aveva mostrato gli orizzonti della vita. Ora toccava a me a salire colle mie proprie ali. Era il momento di mostrarmi degna di Lui.

Io avevo bene letto (poichè leggevo ora) che si inghirlandano i battelli e le leggere navicelle prima di lanciarli sulle onde in preda ai turbini e alle tempeste. Avevo avuta io pure la mia ghirlanda, basta. Può un fiore durare più di un fiore?

Ma mentre mi rendevo così ragione di tutto non ritrovavo la calma. L'amo! l'amo! l'amo! Questo grido disperato echeggiava per tutti gli angoli della mia casa, nel salotto austero che prendeva sotto il sole un ardore di fiamma, nel giardino tante volte percorso insieme, nel bosco delle acacie dove una sera mi ero sentita invasa dai suoi ideali, alla finestra che sembrava aver ritenuto l'eco della sua voce prorompente nel silenzio della notte, sul guanciale in cui avevo soffocati i primi singulti del mio amore. Strana e dolorosa ironia, finchè Egli mi era vicino e fedele non mi ero accorta di amarlo; ora, ora divampava l'incendio, ora che lo perdevo!

Un acuto martirio diventarono da allora in poi i nostri colloqui, dove al simpatico abbandono subentrava la diffidenza e l'osservazione continua. Il non venir più alla sera, in quell'ora che sembra stringere più dolcemente gli affetti, mi dava una vera e profonda malinconia. Sembrava una tacita conferma della sua minaccia:Non mi avrete mai più così, mai più!

Soffrivo e non volevo mostrarglielo; piangevo in segreto e mi presentavo a Lui sorridente e gaia; ma a tutto il mio lavorio di indifferenza Egli ne opponeva un altro egualmente tenace di durezza, quasi di sprezzo. Il maggior punto della sua difesa in questo senso era di non intrattenermi più de' suoi pensieri, de' suoi progetti, de' suoi sogni. Se tentavo di ricondurlo su questa via, se gli chiedevo di Lui, rispondeva: "Oh! che volete mai che vi dica!" e vi era tutto un sottinteso di allontanamento e di freddezza che mi feriva nel più profondo del cuore.

A volte la sua crudeltà mi suggeriva una fiera ribellione. Avrei voluto dirgli che se uno di noi era l'offeso, uno di noi l'ingannato, uno solo era anche in diritto di freddezza e di sprezzo e quell'uno era io. Ma appena queste parole sorgevano dall'intimo mio sdegno al varco delle labbra un gran rossore mi invadeva tutta; mi pareva che avrei sopportato qualunque cosa piuttosto che ritornare io stessa alla memoria di quella terribile sera. E ancora dicevami la voce intima della coscienza: Sei tu sicura che Egli sia il solo colpevole? Questo amore così tardi rivelato al tuo debole spirito non s'era già tradito agli sguardi veggenti di Lui? Puoi giurare che un gesto, un motto, un improvviso colorirsi e scolorirsi del volto, una stretta di mano più intensa, un solo lungo attendere della pupilla non gli abbiano fatto palese ciò che tu ignoravi? Non ha tremato la tua mano in quella sera stessa prendendo da Lui il piccolo velo che doveva avvolgerti il collo? E allora, e allora, perchè accusarlo solo? È Egli il solo colpevole?

Alla fine di queste lotte violenti con me stessa chiedevo: Che cosa farò? Cessare di amarlo mi pareva impossibile. Il resto era mistero.

Pensavo qualche volta alle persone saggie che in ogni circostanza della vita si tracciano una linea di condotta; per parte mia non riuscivo nemmeno a capire che cosa possa essere una linea di condotta. Volevo fare ciò che è bene e compiere il mio dovere sempre, ma quale era in quel momento il bene e quale il mio dovere? La mia coscienza era troppo vicina al mio cuore forse, e non mi trovavo altri consiglieri accanto. Nel caos di queste idee una sola emergeva chiara e sicura: la necessità di nascondere a Lui lo stato dell'anima mia e non saprei nemmeno se tale sicurezza mi veniva direttamente dal mio dovere o se molta parte vi avessero l'orgoglio, la dignità e il desiderio di vincerlo in questa battaglia.

Passò in tal modo tutto settembre; venne l'ottobre co' suoi cieli di madreperla. Il viale del mio giardino si coperse di foglie rosse e gialle: le acacie si facevano esili di giorno in giorno rarificando il bosco, quasi tutte le rose erano morte. Compresi per la prima volta e penetrai a fondo la grande tristezza dell'autunno.—E tuttavia—pensavo—rifioriranno le rose, il bosco rinverdirà—io sola non avrò più nè fronde nè fiori!

Il tempo piovoso mi tenne chiusa in seguito nel mio appartamento dove lessi molto. Chiesi a mio cugino se non avesse altri libri da darmi ed Egli rispose che non credeva averne diaddatti per me. Un sorriso ironico accompagnò queste parole. Andavo abituandomi a quella ostentazione di disprezzo; non era, non poteva essere sincera e avendo coscienza di non meritarla restavo impassibile sotto i colpi, gemendo nel mio interno e struggendomi in una malinconia senza nome. Egli avrebbe forse desiderato di vedermela questa malinconia, sul volto, ma la nascondevo invece come il mio più geloso segreto.

Una volta restammo soli. Cadeva il giorno abbreviato da una nebbia umida e densa. Non reggendo più a ricamare nella luce incerta della finestra mi alzai per mettere a posto il lavoro e trovandomi accanto al cembalo mi posi a riordinare la musica, così, automaticamente, forse per sfuggire un'intima sensazione di imbarazzo. Egli aveva certo un progetto nella sua mente perchè mi si avvicinò col volto torbido e chiuso.

Ponevo allora la mano sulla canzone antica. I ricordi della sera felice in cui l'avevo cantata per Lui mi diedero una stretta al cuore così violenta che sentii il bisogno di padroneggiarmi. Feci scorrere le dita sulla tastiera e ne trassi il motivo più allegro e più comune, insistendovi, colla tenacia aperta di chi vuole ubbriacarsi a qualunque costo. Colla coda dell'occhio vedevo il suo volto contrariato e pensavo:—Oh! se parlasse adesso! Ma nello stesso tempo ero presa da un terrore folle che mi faceva precipitare le note in una ridda vertiginosa di un effetto violento. Aveva Egli detto qualche cosa? mi pareva poichè per un istante il suo respiro era venuto verso di me recando un suono; ma che cosa aveva detto? Temevo troppo di saperlo. No, no, quello non era il momento. Lo avevo aspettato per tanto tempo; ora non più. Non ero preparata… non ne avevo la forza.—Lo… lo… ma la fatale parola che echeggiava tutto intorno a me non dovevo nemmeno in quel momento pensarla. Ah! Se invece di parlare Lui, avessi parlato io? aah! aah!… se mi avesse indovinato? mai, mai, questo mai!

Rovesciai la testa indietro come trascinata dalla musica, presa da un accesso di ilarità convulsa e prolungata. Egli stava in piedi e teneva fra le mani un piccolo regolo che aveva levato in quel momento dal tavolino. I nostri occhi si incontrarono con un incrociamento acuto, quasi feroce da parte sua. "Vi batterei" disse. Se non fosse stato quello sguardo avrei potuto credere che si trattasse di uno scherzo, ma in quello sguardo avevo veramente sentita la percossa.

………………………………………………………….

Una donna d'ingegno od anche solo esperta della vita e del cuore umano avrebbe saputo trovare la parola efficace nel momento opportuno per finire una situazione equivoca e penosa. Io no. Riconoscevo la mia pochezza, la mia assoluta inettitudine. Amare e soffrire; non potevo far altro. Era forse per questo che Egli mi disprezzava? Non sapeva dunque che cosa vuol dire amare? Le altezze sublimi del suo spirito non lo avevano ancora portato su quella vetta dove l'universo scompare, dove senza pompa e senza riti si compie nel mistero della natura l'olocausto di un essere a un altro essere. Egli che aveva creduto di vincermi in un amore piccolo e volgare non sapeva di quale fiamma ardevo io. Non sapeva, non sapeva, Lui che sapeva pure tanto della vita!

Questo pensiero era il mio unico conforto, il mio rifugio, il mio orgoglio.

Ma il contegno di mio cugino doveva mutare ancora. Non più iroso nè sdegnoso, non più l'intenzione visibile di offendermi che era pure un modo di occuparsi di me; egli trovò un sistema di spensieratezza, di giocondità impudente che mi feriva molto di più e che mi disorientava. C'era in esso questo sottinteso: Povera donnicciuola che ti lusingasti per un istante di avermi allettato colla tua giovinezza appassita, la tua triste casa, il tuo piccolo cuore—vedi il volo della mia forte gioventù e fatti da parte. Nulla abbiamo di comune, io non mi curo di te.

Così ad ogni nuovo colloquio, contrariamente ai primi che tanta gioia e tanta ricchezza mi portavano, mi sentivo sempre più povera e meschina. L'evidente suo desiderio di ritogliermi tutto quello che mi aveva dato di simpatia, di stima, di confidenza, di devozione, di elevazione sembrava veramente farmi il vuoto d'intorno. Il filo che ci teneva uniti si assottigliava di volta in volta spaventosamente e il timore che si spezzasse mi faceva trascorrere fra un'ansia indicibile i giorni in cui non si lasciava vedere. Io volevo riconquistarlo a qualunque costo.

Oh! le malinconiche serate dell'inverno, con Alessio che si annoiava sui suoi libri dipinti, con Orsola e Pietro che mi guardavano in silenzio dal fondo dei loro occhi semplici e buoni, forse indovinando! Che tenerezza mi prendeva per quei cari vecchi il cui affetto si chiamava vita!

Ero, in certi istanti, vile. Quando l'angoscia mi stringeva più terribile mi veniva la pazza tentazione di domandargli una tregua, di muoverlo a pietà per il mio cuore che sanguinava. Mi pareva che gli avrei io chiesto scusa pur di rivedere il suo bel sorriso di un tempo e sentirmelo vicino con quella muta palpitazione delle fibre che tradisce la simpatia. Pure, quando Egli veniva a trovarmi, appena il suo passo ne rivelava la presenza anticipandomela, ogni sogno folle precipitava in fondo al cuore. Lo salutavo senza una alterazione nella voce, gli porgevo una mano di marmo; la mia freddezza sembrava crescere per una violenta reazione quanto più lo avevo desiderato e invocato, ma non era forse qualche volta eccessiva?

Un giorno temetti di essermi rivelata. Egli era entrato ilare e giulivo secondo il solito, forse con una punta di cattiveria nelle pupille della quale non mi accorsi che più tardi ripensandovi. Dopo i primi discorsi superficiali esclamò:

—Finalmente non sono più solo alla Querciaia. Rammentate il padiglioncino a destra, quello che fece fabbricare mio padre per disporvi le sue raccolte botaniche? Ebbene, l'ho affittato a due signore, madre e figlia, che avendo subìto dei rovesci di fortuna dovettero ritirarsi in campagna. È una buona notizia, nevvero? molto più che la figlia è un angelo di bellezza.

Centinaia di lucciole mi passarono davanti agli occhi. Egli mi domandò: "Vi sentite male?" con un tale accento che se avessi dubitato delle sue intenzioni me ne doveva rendere certa. Risposi che soffrivo da qualche tempo di capogiri, che li attribuivo alla mia vita troppo rinchiusa. Ardevo di chiedergli dei particolari su quelle signore, ma me ne guardai bene. Egli che aveva tanto desiderio di darmeli quanto io di saperli me li lasciò cadere dall'alto con preziosità ostentata. Disse che la signora era vedova di un colonnello, che era molto distinta, che sembrava assai delicata di salute; che la figlia le usava i più teneri riguardi, che era un piacere vederle insieme strette dal più soave degli affetti e così dignitose nella loro solitudine.

Feci subito la riflessione che amavo tanto anch'io il mio piccolo Alessio, che eravamo noi pure ben soli, peggio ancora che soli, abbandonati: e un gruppo di lagrime mi costrinse a sbattere le palpebre, tossendo, soffiando forte come presa da una infreddatura.

Di lì a poco, mentre si parlava d'altro, mio cugino soggiunse improvvisamente che la fanciulla era molto alta di statura, elegante e che somigliava un poco al ritratto della sua leggiadra bisavola. Oh! questo poi! Perchè doveva somigliare alla sua bisavola, proprio lei! La strana affermazione prendendomi alla sprovvista non mi permise di trattenere una esclamazione di protesta assai vivace.

—Ebbene, che c'è? Perchè vi riscaldate?

—Non è possibile!

—Perchè non è possibile? Credete che il volto di Elena abbia beato solamente i suoi contemporanei? Tutto si rinnova nella natura.

Qualche idea se non assolutamente simile certo molto vicina, era già stata scambiata fra noi in occasione della mia visita alla Querciaia. Ero stata io a parlarne per la prima, ed Egli aveva allora guardate le mie mani e gli era sembrato forse che somigliassero a quelle della sua bisavola….


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