The Project Gutenberg eBook ofL'Amuleto

The Project Gutenberg eBook ofL'AmuletoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: L'AmuletoAuthor: NeeraRelease date: March 17, 2006 [eBook #18008]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMULETO ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: L'AmuletoAuthor: NeeraRelease date: March 17, 2006 [eBook #18008]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)

Title: L'Amuleto

Author: Neera

Author: Neera

Release date: March 17, 2006 [eBook #18008]

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)

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Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)

MILANOL. F. COGLIATI, Editore1897.

Tip. Editr, L. F. CogliatiSezione nel Pio Istituto pei Figli della ProvvidenzaPiazza Filangieri, 3.

Diritti di traduzione riservati all'autore

Quando morì carico d'anni e d'onori il generale Maurizio di Rocca Tournion, un piemontese di vecchia razza che aveva fatte le sue prime armi in Crimea e diventò poi tanto celebre nelle guerre fortunose della nostra indipendenza, i suoi eredi che erano parenti lontani, si divisero le suppellettili del suo piccolo appartamento da scapolo. Ad uno di essi toccò fra le altre cose un astuccio di una forma bizzarra in cuoio lavorato, evidente provenienza di qualche bazar di Oriente. L'astuccio era largo poco più di un palmo, chiuso con un cordoncino di seta stinta ed emanava un profumo misto di essenza di rosa e di tabacco fino. In un angolo dove gli arabeschi del cuoio avevano lasciato un breve spazio, erano state impresse a secco due spade incrociate sormontate da una rosa. Fra il raso della fodera c'era un manoscritto, un centinaio di foglietti di carta sottile, resistente, coperti con una di quelle calligrafie nervose non larghe nè alte come porta oggi la moda, ma spezzate, minute, eppure non prive di una intima eleganza che noi dobbiamo cercare, per farcene una idea, nelle lettere delle nostre bisavole. Il testo era in francese. Poche note a matita traversavano i margini—scritte queste dalla mano pesante del generale. Del generale era pure un foglio congiunto al manoscritto a guisa di prefazione e di schiarimento; prova che il defunto ci teneva e che se avesse pensato a fare testamento, il misterioso manoscritto avrebbe avuto probabilmente una destinazione diversa che non quella di cadere sotto gli occhi del pubblico.

Ma ecco senz'altro le parole del generale. "Avevo vent'anni. Sotto le mura di Sebastopoli la vita andava con un treno d'inferno: guerra, gioco e vino. Ci si coricava senza sapere se al domani si avrebbe potuto fare lo stesso, incerti d'ogni ora, d'ogni minuto, avendo la morte sulla soglia e bivaccando nelle nostre tende con una spensieratezza fatalistica per cui qualcuno di noi perdeva in una notte metà della sua sostanza. Nessuno pensava all'avvenire. La punta delle nostre baionette, la bocca dei nostri cannoni, tutto era lì. Il mio capitano salutava sempre l'alba con queste parole: Buon giorno, madama Morte, è oggi che mi prendi?

"Io non ricordo nella mia vita un tempo più pazzo e più eroico di quello.

"Un giorno, in un periodo di tregua, il pranzo che ci accolse tutti insieme per festeggiare l'onomastico del nostro colonnello prese, dalla solennità della circostanza e dal momentaneo riposo, un carattere di ricevimento mondano che fece penetrare sotto la tenda un soffio della patria lontana, delle nostre famiglie, delle abitudini care e signorili della nostra infanzia. C'era un mazzo di fiori sulla tavola, se non mi sbaglio; ma quello di cui sono sicuro, è che un sottotenente lesse dei versi. Avendo perduto la sera prima fino al mio ultimo soldo mi trovavo nella migliore disposizione per fare dei brindisi e non a parole soltanto.

"Col crescere dell'allegria i discorsi si portarono sulle donne. Io, avendo già molto brindato alla salute del colonnello, mi trovavo sprovvisto di argomenti sentimentali e inforcai lì per lì un tema sulla inferiorità della donna sostenendo che non sa amare se non in un modo meschino, gretto e privo di poesia. Lanciai anche con molta energia e discreta fortuna alcuni aforismi di questo genere: L'amore della donna è come la spuma dello sciampagna, se non si beve subito ricade sul piede del calice. La donna non ama che per vanità, per trovare una conferma della sua bellezza. La donna ecc. ecc.

"Ero all'apice de' miei trionfi oratori, quando mi accorsi di un personaggio che non avevo visto prima; me ne accorsi per la profonda tenacia dello sguardo che teneva fisso su di me, con una espressione inquietante, dove si poteva leggere tanto la disapprovazione quanto una non celata simpatia. E veniva quello sguardo dagli strani occhi bizantini, pieni di mistero, nerissimi, di un vecchio aitante nella persona, altero nel portamento, con una occulta sovranità di pensiero che si tradiva nel gesto regale, nella maestà tranquilla degli atti, nel corruscare delle pupille.

"Domandai al mio vicino chi fosse quell'ignoto commensale, ma non me lo seppe dire o lo dimenticai. In realtà dimenticai molte altre cose di quel pranzo memorabile. Dopo il cognac noi giovani formammo un gruppo a parte e quando mi mossi non vidi più al suo posto il vecchio dagli occhi nerissimi; tuttavia, forse per una allucinazione della mia mente esaltata, mi pareva che qualche cosa di luminoso fosse rimasto al di sopra del suo posto vuoto.

"Il giorno dopo stavo fuori della tenda, non ancora perfettamente snebbiato dai fumi della sera prima ed ero malinconico. Pensavo a mia madre; mi pareva di vederla nella sua poltrona di velluto verde, così bella ancora e così interessante nel suo pallore di donna delicata, volti il cuore e la mente all'unico figlio che adorava e che si trovava tanto lontano. Per la prima volta la morte mi si presentò sotto il suo terribile aspetto di divisione eterna. Potevo morire senz'aver riveduto mia madre, e lasciarla sola nel mondo, sola a piangermi! Tenevo il gomito appoggiato sul ginocchio e la fronte sulla mano, per cui non Lo vidi avvicinarsi, ma Egli mi raggiunse, e mi toccò sulla spalla—Egli, il vecchio.

"La stessa espressione di rimprovero triste e dolce stava sul suo volto. Mi alzai di botto, quasi obbligato a mettermi in una attitudine di rispetto davanti a quell'uomo singolare.

"—Fanciullo—Egli disse con voce tenera e grave—ieri voi avete bestemmiato.

"—È vero,—risposi, chinando la testa perchè nel ricordare i discorsi del giorno prima sentivo salirmi una vampa di rossore.

"Il vecchio sempre tenero e grave, senza mostrare di accorgersi del mio turbamento, soggiunse:

"—Siete così giovane!

"Queste erano le parole di mia madre. Sì; ella pronunciava spesso le identiche parole passandomi nei capelli la sua mano sottile. In quel momento, già disposto dai pensieri precedenti, ebbi un brivido. Non ho vergogna a confessarlo; ero commosso, come preso nella rete di un fascino sopranaturale.

"—Pensate a vostra madre?—soggiunse Egli con una penetrazione che già non mi meravigliava più.—È in suo nome che vi prego di accettare questo ricordo. Nei nostri paesi si crede ancora alla virtù degli amuleti.

"Mi porse il piccolo astuccio di cuoio contenente il piccolo manoscritto; e siccome io guardavo dubbioso ora il dono ed ora il donatore, disse:

"—La storia che leggerete in questo manoscritto è assolutamente vera. Non mi chiedete il nome dei personaggi, nè il luogo, nè il tempo; questo non vi occorre. Occorre a voi sapere che in tal modo amò una donna.

"Pronunciate queste ultime parole si allontanò così rapidamente che non potei soggiungere nulla e rimasi col curioso amuleto tra le mani, ricordo materiale di una avventura che altrimenti mi sarebbe parsa un sogno. Aspettai invano di rivedere il misterioso vecchio. Il giorno seguente si riprese l'attacco della fortezza e non pensai più a lui, cacciando l'astuccio di cuoio in fondo al bagaglio.

"La prima persona che lesse l'anonima storia raccolta in questi fogli fu mia madre. Io la posi sul suo grembo il giorno del mio ritorno ed ella mi disse poi che ne era rimasta molto colpita e commossa. Si fecero insieme delle induzioni, ma senza poter stabilire precisamente nulla, nè sulle persone, nè sui luoghi, nè sul tempo. Dopo tutto il vecchio aveva ragione. Che cosa importa?"

Il Manoscritto

So il mese—era febbraio—e la giornata:—una giornata splendida—e l'ora. Era l'ora in cui il mio salotto divampa così stranamente colle sue cortine di seta rossa di contro al sole e i mobili cupi, quasi austeri, sembrano animarsi di un occulto ardore in quella atmosfera di fiamma.

Mi trovavo in piedi accomodando dei fiori in un vaso; il mio piccolo Alessio, seduto sul tappeto cantarellava colla sua vocetta tanto commovente:

M'alzo col sole della mattina,mando una prece dal core a Dio.

—Alessio—gli dissi—sta zitto un momento; mi sembra di aver udito dei passi.

—Sarà Pietro.

—No, non credo che sia Pietro. Aspetto nostro cugino, sai, il signore della Querciaia. Sarai gentile con lui, nevvero?

—Mi piace la Querciaia—riprese il mio bambino—perchè vi sono tanti uccelletti sulle piante.

In quel momento Pietro sollevò la portiera e Lo introdusse.

Questo mio parente non lo avevo mai veduto. Egli era stato prima in collegio, poi all'estero; ricordavo sua madre morta l'anno prima e che era una angelica creatura, ma di lui non avevo mai visto neppure un ritratto. Solo mi era giunta la fama del suo ingegno ed era questo che mi preoccupava un poco. Abituata ad una esistenza meschina, sempre sola col mio bimbo, con Pietro e colla vecchia Orsola, lontana da qualsiasi centro intellettuale, da qualsiasi parvenza di società, che cosa avrei detto a questo giovane culto e distinto?

Per fortuna, siccome mi trovavo già in piedi a mezzo del salotto, non fui molto impacciata nello stendergli la mano e Alessio che si alzò subito e venne a nascondersi fra le mie gonne mi fornì l'argomento del discorso.

Così di primo acchito non posso dire che mi fosse riuscito nè simpatico nè antipatico, ma certo mi parve non comune e guardandolo bene lo trovai bello di una bellezza fiera e delicata insieme.

Egli pure mi guardò senza spavalderia con un'attenzione minuziosa e seria.

Di mio marito non disse una sola parola. Sapeva senza dubbio che egli viveva quasi sempre lontano da me, ma avrebbe potuto chiedermi sue notizie; almeno mi parve che dovesse farlo. Mi domandò invece come passavo il mio tempo e se leggevo. Leggere? Ciò mi sorprese un poco. In realtà guardandomi attorno, non vedevo alcun libro nel mio salotto. Mio marito aveva dei libri nella sua camera, ma non mi ero mai interessata di sapere che cosa fossero. Gli dissi che Alessio mi occupava molto, che cucivo tutti i suoi abiti e coltivavo anche discretamente i fiori del mio giardino; poi facevo i conti di casa con Pietro e ripassavo la guardaroba insieme all'Orsola.

—Tutta la vostra vita è qui?—chiese Egli con un accento che mi parve racchiudesse un recondito disprezzo.

—Ho anche i miei poveri.

—Ah!

Dopo questa esclamazione fatta in tono reciso e freddo comprese forse di aver sbagliato, perchè si affrettò a dirmi qualche cosa di gentile, chinandosi ad accarezzare il mio bambino.

—Vicini non ne abbiamo, nevvero?

—No. I soli vicini siamo noi due.

Sorrisi dicendo così ed Egli pure sorrise rivelandomi una espressione nuova del suo volto e della sua anima. In quel momento non sentii più soggezione e mi sembrò allora che egli fosse proprio mio parente.

—Siamo i soli vicini di campagna, e siamo anche i soli nella famiglia. Ci deve ben essere qualcun'altro, uno zio, credo?…

—Sì, che ha fatto un cattivo matrimonio. Sua moglie si è comportata molto male con noi. È una donna ambiziosa e invidiosa; fa apposta a venire nella nostra chiesa alla domenica per umiliarci e per costringerci a cederle il banco che….

—Di grazia, lasciamo queste volgarità. Cara cugina, nè a me nè a voi non devono interessare affatto. Vi pare?

Arrossii a queste parole, rammentando quante volte avevo tenuto quel discorso con Orsola. Egli ebbe il buon gusto di non accorgersene e gliene fui immensamente grata.

Poi incominciò a parlare de' suoi viaggi. Siccome io ne presi occasione per deplorare la mia vita solitaria dicendo che nei viaggi si imparano molte cose, Egli soggiunse:

—Le sole cose necessarie a sapersi si possono imparare in qualunque solitudine. I viaggi aggiungono certamente qualche dote allo spirito ma non è l'importante. L'importante è sempre dentro di noi.

Anche questo mi sorprese. Io non mi sarei mai immaginata che un uomo della buona società osasse contraddire così apertamente una signora alla sua prima visita.

—Resterete per un po' di tempo alla Querciaia?

—Per molto tempo. Potrò anche stabilirmivi se per esempio trovassi una donna ideale, una moglie degna di me.

Spalancai gli occhi senza dir nulla, ed Egli soggiunse con quel suo sorriso che rendeva dolce qualsiasi parola, come se vi gettasse sopra una luce:

—Vi sembro orgoglioso? ma bisogna essere orgogliosi, è il principio di tutte le virtù.

—Ho sempre inteso dire il contrario. È l'umiltà che è virtù.

—Errore, errore.

Si accorse di avermi scandalizzata e disse subito:

—Noi dobbiamo almeno conoscere le nostre forze, di questo converrete; sopratutto quando si tratta di scegliere il compagno o la compagna della intera vita. Vi sembra bella l'umiltà che ci fa accettare un essere indegno di noi, nostro inferiore, che ci darà dei figli dei quali forse dovremo arrossire?

Guardai con angoscia il mio Alessio, tanto bello e tanto buono. Il piccolo amore, essendosi accorto del mio sguardo pieno di tenerezza e di terrore, mi tese i suoi braccini ed io me lo strinsi al seno con un impeto straordinario.

—È carino questo fanciullo—disse Egli posandogli una mano sulla testa—ma ecco che i vostri occhi scintillano di orgoglio materno; cara cugina, non avete paura di far peccato?

Avevo voglia di ridere e di piangere insieme. Mi sentivo un gruppo alla gola e un formicolio nelle vene, come se vi si fosse infiltrato un licore nuovo.

—Del resto—mormorò crollando il capo, quasi rispondendo a un invisibile interlocutore—è naturale che sia così.

—Voi dovete giudicarmi molto sciocca e molto semplice.

—Semplice sì, sciocca no.

Come mai questa asserzione che non conteneva il più lontano complimento, che era appena educata e niente più, mi riempì di uno strano giubilo? Avevo forse bisogno che venisse lui ad assicurarmi che non ero sciocca? A buon conto ripresi:

—Ma le persone semplici non vi devono piacere molto.

—Avete ragione, non molto.

—Grazie.

—Non c'è di che. Vi ho voluto dimostrare i pericoli della semplicità. Potete immaginarvi che io mi lasci sfuggire nessuna occasione per insegnare quel poco che so alle persone che mi interessano?

—Ma io—risposi prontamente—mi rifiuto a ispirarvi il benchè minimo interesse.

—Ciò non sta in voi.

—E perchè?

—Perchè la simpatia è affatto libera. Vi è permesso di chiudermi la vostra porta (mi darete anzi a questo proposito i vostri ordini formali) ma non potete impedirmi di pensare a voi e di adoperarmi per il vostro bene.

—Mi sembrate un originale.

—E sia. Vedete che non mi offendo. È già un buon principio per restare amici.

—Io, se dovessi avere un amico vorrei che fosse principalmente buono e poi affezionato, devoto e compiacente anche, disposto a sopportare i miei difetti—perchè non è questo il maggior pregio dell'amicizia: compatirci reciprocamente?

—Ho il dispiacere di dovervi contraddire ancora. Direte che la colpa è mia, ma ciò non mi impedirà di pensare che è vostra. Cara cugina, avete delle idee orribilmente tarlate. Pare impossibile che una così graziosa testolina racchiuda un simile museo di ferravecchi.

—Come? La bontà, la devozione, la fedeltà, la tolleranza, la compiacenza…

—…la gentilezza, la pazienza e aggiungiamone pure ancora una mezza dozzina, delle vostre virtù, vedete che le conosco; ebbene non sono queste le qualità della vostra cameriera (come si chiama? Brigida, mettiamo) e di quell'ottimo Pietro che venne ad aprirmi l'uscio e che si ricorda di avermi visto piccino?

—Orsola e Pietro—esclamai quasi ferita da quella punta di ironia che sembrava colpire queste mie vecchie affezioni—sono certamente le migliori persone che io conosca.

—Ve l'ho forse negato? Piacciavi rammentare che sono stato precisamente io a caricarli di tutta quella corona di virtù, è vero o no?

—E allora?

—Allora torniamo all'argomento. Voi desiderate nell'amico le stesse qualità dei vostri servitori?

—Le qualità appartengono indistintamente a tutti.

—Abbiate pazienza e rispondetemi categoricamente. Desiderate nell'amico le qualità di Orsola e di Pietro?

—Perchè no?

—Dunque sì?

—Ebbene sì.

—Ebbene no, no, no! Comprendo, badate, comprendo benissimo che la devozione, la bontà, la tolleranza possano essere il maggior risultato nei rapporti tra servitori e padroni; che ad ogni modo questi ultimi debbano apprezzarli assai, ma io chiedo ben altro al sentimento che riunisce due esseri eguali, senza scopo di lucro nè di interesse. Dove sarebbe l'idealità dell'amicizia se questa si limitasse a una dolce tolleranza e ad una amabilità benevola? Questo è ciò che si fa nel mondo, lo so bene e voi pure ve ne accontentereste. Quattro chiacchiere, una passeggiata, una colazione fatta insieme, la scelta dello stesso sarto e il gusto per la stessa musica, ecco secondo voi l'amicizia! Ci vuole altro vi dico, altro, altro. Che me ne farei di un amico che non dovesse contribuire al mio miglioramento, al mio innalzamento? All'amico, pensate, dobbiamo dare qualche parte dell'anima nostra, aprirgli questo sacrario immacolato e farlo riposare nel nostro cuore. L'amicizia è metà dell'amore, è qualche volta tutto l'amore:una cosa grande!

Pronunciò queste ultime parole con un accento profondo che mi diede un brivido. Seguì un lungo silenzio.

—Dunque devo tornare?—disse mio cugino alzandosi lentamente.

Mentre stavo per rispondergli, interruppe:

—Vi prevengo che sono poco tollerante, mediocremente buono, gentile a scatti e che non mi impegno per la fedeltà.

—Allora farete quello che vi aggrada—gli risposi, sforzandomi di sorridere.

—Grazie del permesso.

Si inchinò molto ossequiosamente ed era sul punto di allontanarsi quando Alessio inciampando nel tappeto cadde a terra battendosi la fronte. Gli strilli del mio bambino lo fecero tornare indietro e un poco forse le mie esclamazioni di dolore e i forti baci e le tenerezze che gli prodigavo per acchetarlo.

—Che cosa è successo?—chiese con voce calma, gettando una rapida occhiata al piccino.—Perchè piangi? Un uomo non deve piangere.

Il mio bambino tacque subito e si pose a guardarlo cogli occhioni larghi ancora bagnati. Egli sorrise e voltandosi verso di me, disse:

—Non commovetevi troppo cugina se volete restare forte.

Pochi momenti dopo io e Alessio, sollevando le cortine di seta rossa, lo vedemmo allontanarsi lungo il viale e Pietro che entrava allora per annunciarci che il desinare era pronto disse:

—Che uomo s'è fatto!

—Tu lo hai conosciuto, Pietro?

—Oh! sì molto. Quando era ancora un ragazzetto veniva da queste parti. Egli aveva una singolare predilezione per il boschetto di acacie, in fondo al giardino; stava là delle ore intiere a scrivere versi e il padrone diceva che quel ragazzo aveva molto ingegno.

—Come va che io non lo ricordo?

—La signora era troppo bimba allora; lo avrà visto ma non se ne rammenta. D'altronde egli entrava poco in casa; avendone avuto il permesso dal padrone passava il suo tempo nel boschetto delle acacie.

La visita di mio cugino mi lasciò un'impressione che nei successivi giorni di silenzio e di solitudine crebbe anzi che scemare. Egli avea suscitato nella mia mente un tumulto di idee affatto nuove e quasi risvegliato un senso nascosto, qualche cosa che dormiva in me, che sembrava morto, che sarebbe forse realmente morto senza quella potente evocazione.

Alla domenica, in chiesa, Orsola che veniva sempre con me, mi mostrò la mia cattiva parente sussurrando:

—Veda che aria di sfida ha quella goffa!

Ed io risposi, rischiarata da una luce superiore:

—Non occupiamocene, Orsola.

Nel ritorno dalla chiesa—era la fine di febbraio—mi parve di non avere mai visto tanto limpido sole, nè così lieti gruppi di casolari lungo la via e—questo fu senza dubbio un effetto della mia immaginazione—prima assai del tempo inturgidivano i rami dei mandorli dentro gli orti.

—Orsola—dissi con uno slancio che mi veniva dal fondo del cuore—non ti pare che la vita sia bella?

—La vita, mia buona signora, non è nè bella nè brutta. È la vita.

Avrei voluto che Orsola continuasse il suo discorso sviluppando il suo pensiero, ma ella invece soggiunse scuotendo il fazzoletto sulle sue scarpe nuove:

—Quanta polvere!

Tornata a casa la giornata non mi sembrò più splendente come prima. Forse il sole si era nascosto; le cortine rosse del mio salotto non ardevano di quel dolce colore di fiamma che gli dànno l'aspetto di un tempio preparato per misteriosi riti. Anche qualche altra cosa mancava al mio salotto. Io solevo passare le domeniche d'inverno giuocando con Alessio, chiacchierando con Orsola e con Pietro finchè non fosse giunta la stagione di raddrizzare i rosai e di preparare le sementi nuove; ma quella domenica mi parve interminabile.

—Pietro—dicevo di tanto in tanto—credo che abbiano suonato il campanello.—Va a vedere.

Pietro andava a vedere e riferiva:

—Nessuno, signora.

Raccontai ad Alessio una lunga favola; la favola del principe che era stato trasformato in bestia e che doveva rimanere bestia finchè la più bella fanciulla non si fosse innamorata di lui.

—Questo è impossibile—diceva Alessio.

Ed io:—perchè impossibile?—Se per esempio la fanciulla avesse capito che sotto le forme bestiali c'era il principe?

Ma Alessio non si interessava a questo problema. Io invece lo trovavo di una bellezza che non m'era apparsa mai prima di allora. Quanto dolore in quell'essere nobile oppresso da un destino inumano e quanta gioia nell'istante della liberazione! Come egli doveva amare veramente chi lo aveva così veramente amato!

Prima di andare a tavola Orsola, tutta turbata, venne a dirmi che la conserva di pere aveva preso la muffa. Ora mi ricordo benissimo che in altre circostanze consimili io avevo diviso le pene di Orsola, ma quella volta non mi fu possibile; cercai anzi di persuaderla che era una disgrazia ben meschina.

—Che daremo al piccino quando mangia alla sera il suo pezzetto di pane?

Così brontolava l'Orsola girando fra le mani il barattolo della conserva.

—Potremo ben dargli un po' di miele, non ti pare, Orsola? E se mancasse il miele credi che non basterebbe un po' di burro sul pane?

—Dio benedica la signora—esclamò Orsola—oggi trova tutto bello e tutto buono!

Effettivamente mi pareva che fosse zampillata dentro di me una fontanella, una fontanella di gioventù e di vita; me la sentivo sorgere dal cuore, precipitare sui polsi, dilagare sotto la pelle. Mi venivano in mente cose alle quali non avevo mai pensato; mi sorprendevo ad ascoltare nell'aria voci arcane e giulive, quasi un coro di ore felici che mi venisse incontro; ed era tale la mia compenetrazione col mondo invisibile che avevo qualche volta la sensazione di sentirmi crescere dei fiori nelle mani, dei fiori sui capelli.

Un giorno stando alla finestra vidi passare mio cugino. Egli alzò il capo e mi salutò molto garbatamente; l'indomani venne a farmi visita.

—Come avete tardato!—gli dissi.

—Avevo bisogno di vedervi per essere sicuro di non riuscire molesto; per questo passai e ripassai ieri sotto le vostre finestre. La facciata della vostra casa misura quaranta passi e il fianco trentadue. Il palazzo della Bella nel bosco non era forse così vasto.

Egli aveva un modo di parlare naturale e diceva le cose più sublimi come le più umili semplicemente, collo stesso accento convinto e persuasivo. Si guardò attorno e chiese:

—Dov'è l'omino?

Alessio sbucò di sotto una poltrona con un pulcinella in mano e le guancie tinte di melassa.

—Che faccia curiosa ha questo bimbo!

—Orsola dice che assomiglia a suo padre e Pietro dice che assomiglia a me.

—Ecco una prova dell'acume dei vostri consiglieri.

Pensai (pulivo nel frattempo la faccia di Alessio) che quando egli nacque suo padre era a Parigi, secondo il solito; che alle mie ardenti preghiere di ritorno aveva risposto che gli affari lo trattenevano—quali affari, mio Dio?—che poi aveva visto una sola volta suo figlio e che da due mesi mancavo di sue notizie.

—Mi sembrate triste.

—La solitudine è triste.

—Come mai, in compagnia di Pietro e di Orsola?

Oh che cattiveria! Sì, questa mi sembrò una cattiveria e una mancanza di cuore. Presi dal tavolino il mio ricamo e infilai l'ago senza rispondere. Io avevo forse desiderato la visita di mio cugino ed ecco che la speranza tanto rosea si mutava in un'aspra realtà. Ero decisa a non aprire più bocca; fu Lui che prendendo un gomitolo di seta celeste e palleggiandolo nelle mani, disse:

—Ho trovato alla Querciaia un disordine orribile. Mi piace esteticamente quella vecchia fabbrica che ha i muri di una fortezza e sui muri tante rose arrampicanti, e poi io sono sentimentale, sento delle voci arcane in tutti gli angoli della casa dove i miei vecchi sono nati e sono morti; ma, francamente, vi sono troppe ragnatele, troppi topi e troppi usci che non chiudono. Ho impiegato sei giorni, tanti quanti ce ne vollero per la creazione del mondo, a ordinare i libri negli scaffali. I quadri sul solaio mi daranno un da fare grandissimo; io non sapevo di avere tanti antenati alloggiati così male. Mi sento sopratutto mortificato in riguardo di una leggiadra bisavola bella come un amore, con certe maniche corte sopra un braccio idealmente bianco e certe mani… così, come le vostre. Un topo le ha portato via il fazzoletto ch'ella reggeva con due dita; oh come metterei volontieri a quel posto il mio cuore,

Al posto di una trinaUn cuore sanguinante….

I versi non sarebbero cattivi, ma sono falsi, il che è peggio. Il mio cuore non sanguina affatto; è giovane, forte e gaio. Farò mettere la mia bisavola, dopo accurati restauri, nel salotto e questo mi pare tutto ciò che si può pretendere da un nipote.

—Un nipote poeta—dissi, avendo potuto durante la sua divagazione rimettermi un poco.—Anche il boschetto di acacie che sta in fondo al mio giardino sa che siete poeta.

—E voi come lo sapete?—chiese sorridendo.

—Non vi è noto che le piante parlano?

—Ah! sì è vero! La quercia disse una volta alla canna: perchè ti pieghi così facilmente al soffio del vento? La canna abbassò la testa mortificata; ma venne un forte uragano, la canna si piegò a tempo e la quercia investita dal fulmine fu gettata a terra.

—Perchè era stata superba!—esclamò Alessio trionfalmente.

—Vedo che la mia favola non è nuova.

—Racconto sempre delle favole al piccino.

—Fate bene. Questi grandi insegnamenti in forma umile si imprimono nella mente e appena che il terreno sia propizio dànno frutti insperati. Quando io avrò dei figli li alleverò con un sistema affatto semplice e patriarcale, tuttochè ispirato ad una moderna libertà di concetti. Molti complicano l'educazione con una infinità di pratiche inutili, spesso nocive, mentre sarebbe così facile educare nel sentimento del bello e del vero.

—Io prenderò presto un buon precettore per Alessio.

—Ma dove lo prenderete? Una buona madre è rara, un buon padre più raro ancora, un buon precettore quasi introvabile. Vi consiglierei di stare al minor danno.

—Che in questo caso sono io?…

—Appunto; oh! ma un danno così minimo….

Egli pronunciò queste parole con una dolcezza che mi commosse.

—Sono troppo ignorante, è vero.

—Non occorre neanche una grande cultura per allevare un fanciullo e farne un uomo. Quando si ha un'anima come la vostra si arriva a tutto per sola forza d'amore.

Aveva detto:un'anima come la vostra. Conosceva Egli la mia anima? Questo dubbio mi turbò, ma per un solo istante: la confidenza rinacque subito al suono della sua voce leale, al contatto delle sue idee elevate sempre, anche quando non erano gentili.

—Dovreste leggere un po'.

—Oh! sì, volontieri!—esclamai con impeto.

Egli stette in silenzio, meditando, con un baffo chiuso fra l'indice e il pollice. Sembrava aver dimenticato dove si trovasse ed io mi guardavo bene dal disturbarlo perchè sentivo che anche senza parole la sua compagnia era preziosa.

Finalmente disse:

—Vi porterò io qualche libro.

Si alzò per partire.

—Non state più tanto tempo senza lasciarvi vedere, ve ne prego.

—Dipenderà dal caos in cui mi sono cacciato. Vi immaginate voi ch'io possa fare le cose a mezzo? La Querciaia è da rifare e bisogna rifarla. In questi paesi non si hanno gli operai che si vogliono e in molte faccende conviene ingegnarsi da sè. Conoscete un buon falegname, per esempio?

Discorrendo lo avevo accompagnato fino all'uscio. Una ondata di sole entrò dalla porta aperta e Alessio si pose a battere le mani.

—La primavera è venuta—disse Lui—non fiorisce ancora il vostro giardino?

—Oh! appena qualche giacinto. Andiamo a vedere.

Discendemmo lo scalone tutti e tre e quando fummo nel viale mio cugino si fermò a guardare il giardino ancora brullo ma colle aiuole già smosse, preparate per la seminagione.

—Sapete che è una posizione magnifica questa?

—Non c'è male, abbiamo fin troppo sole.

—Fra quindici giorni tutto sarà sbocciato qui; la Querciaia invece è in ritardo. Ah! ecco il boschetto chiaccherino che divulga i segreti….

Eravamo presso alle acacie e ci mettemmo a ridere discretamente, con un intimo accordo che era tutto una dolcezza.

—Quando i rami saranno verdi tornerete qui ad ispirarvi.

—Non ho più tempo ora di fare versi.

—Ma di essere poeta sì? Ho sempre pensato che si può essere poeti senza scrivere versi.

Egli mi guardò in un modo intenso e scrutatore, contento e quasi un po' sorpreso di quello che avevo detto, come se superassi in quel momento una sua segreta speranza. E l'aria intorno era divina, rotta da lievi ondate di profumo che venivano dai giacinti.

Alessio correva innanzi e indietro per il viale.

—Alessio! non correre tanto, ti farà male.

—Credete davvero che gli possa far male—disse mio cugino—o non subìte voi pure l'impressione di tutte le donne, le quali sentono istintivamente il dovere di occuparsi dei loro figli ma non avendo lena di cercare ciò che potrebbe essere il loro vero vantaggio, si appigliano alla lezione più comoda e più vicina?

—O vicino o lontano ciò che interessa i nostri figli non è sempre il nostro dovere?

—Soave Mentore, mi inchino alla vostra saggezza, ma non abbiate paura della corsa. Essa è una preparazione alla vita.

Si levò il cappello per salutarmi e siccome io andava cercando qualche altra parola prima di decidermi a quella di congedo, vedevo la sua testa scoperta nel nimbo della luce e i suoi capelli che la brezza sollevava con una morbidezza di mano amante. Non so perchè, ma trovavo una soavità rara nel vedermelo davanti in quella attitudine di rispetto, sì che la prolungai, dando forse anche a lui una sensazione indefinita di piacere che mi parve di scorgere riflessa ne' suoi occhi.

E ancora, come la prima volta, la sua visita mi lasciò uno strascico di gioia, una pienezza di idee, di orizzonti nuovi. Qualche cosa di simile lo avevo provato nella mia primissima gioventù, risanando da una grave malattia. Era, come allora, un risveglio di tutta la mia sensibilità, un accorrere di forze e di desiderî verso una vita nuova, o precisamente un incominciare a vivere.

Per quanto volessi indagare nelle mie più lontane memorie non avevo mai conosciuto nessuna persona che somigliasse a mio cugino; nessuno mi aveva mai parlato nel modo che parlava lui.

Veramente chi avevo io mai conosciuto oltre il mio povero padre quasi infermo, i nostri contadini, qualche amico visto ben di rado, il dottore, il curato e mio marito?

Lontanamente nella mia infanzia si delineava il ricordo di un vecchio signore che veniva qualche volta in casa nostra e che mio padre chiamava un uomo superiore. Mi restò in mente questa parola per aver udito mio padre che diceva alla mamma, in seguito ad una contesa di parenti: "Ascoltiamo i consigli di*** che è un uomo superiore." Da allora in poi mi misi a considerarlo attentamente tutte le volte che veniva e mi restò impresso, più che il suo volto, l'espressione di esso: certi movimenti di sdegno, certi altri di pietà, sopratutto una attitudine costante di slancio e di distacco dalla terra.

Non potrei dire che mio cugino somigliasse al signor***, molto più che mio cugino era giovane e bello e il signor*** aveva i capelli bianchi e le guancie infossate, ma pure se c'era un paragone possibile io dovevo risalire fino a lui e ricordarmi la profondità di quegli occhi, la luce di quel sorriso. Tutti gli altri uomini e donne, entrando in una casa chiedono: Come va la salute? Poi discorrono del tempo, del caro dei viveri, della epidemia dominante, dei fatti dei vicini e dell'ultimo morto.

In collegio mi avevano parlato, è vero, degli eroi greci e romani e in chiesa dei nostri santi martiri; avevo anche letto in una Antologia classica gli squarci dei migliori poeti, ma tutta questa gente era così lontana da me che io non la potei mai rivestire di carne e di ossa, nè pensare mai che fossero miei simili.

Quando mi presentarono l'uomo che dovevo sposare mi parve, nella limitazione de' miei confronti, quasi perfetto. A me, povera fanciulla ignara, la sua disinvoltura di giovinotto elegante fece molta impressione e poichè mi faceva regolarmente la sua corte credetti che mi amasse. Forse, chi lo sa! mi avrà amata allora—quantunque io abbia compreso di poi che quello non poteva essere il vero amore. Nemmeno un anno egli stette con me; si annoiava della mia compagnia e della solitudine campestre e appena ebbe la certezza del bambino che doveva nascere tornò alle sue abitudini di società mondana e di viaggi. Mi aveva promesso di darmi un appartamento in città per passare assieme almeno l'inverno, ma se ne schermì sempre o con una scusa o coll'altra; così senza scissure e senza ragioni il nostro matrimonio si era quasi sciolto. Sulle prime avevo pianto assai e assai pregato; mi ero umiliata a confessargli che non potevo vivere a quel modo, ma poi non so come, la calma era venuta.

La mia salute molto delicata (uno dei pretesti che egli accampava per non condurmi in città) mi fece quasi trovare una felicità in quello stato di rinuncia e mi ero fossilizzata così senza rimpianti e senza desiderî. Mio figlio e i due vecchi domestici formavano tutta la mia famiglia. Quante sere d'inverno ho passate con Alessio addormentato in grembo e l'Orsola che mi raccontava per la centesima volta le nozze de' miei genitori! Anche Pietro mi ridiceva gli aneddoti del tempo passato; uno de' suoi favoriti era quello dei miei cinque anni, quando egli mi aveva persuasa che si prendono i passeri ponendo loro un granello di sale sulla coda ed io uscivo in giardino colle tasche piene di sale. E rideva, rideva ancora il buon uomo!

Dicendo a mio cugino che vicino a noi non c'era nessuno avevo dimenticato le due figlie del defunto dottore, zitelle di quarant'anni che non essendosi mai allontanate l'una dall'altra venivano insieme qualche volta a trovarmi. Mi tendevano la mano, senza staccare il gomito dall'anca, così tutte chiuse e raccolte nella loro persona che mi davano l'aspetto di cartocci vuotati per un misterioso processo senza essere stati aperti. Parlavano pure sempre insieme, a mezza frase ciascuna, quasi sorreggendosi scambievolmente. Erano brutte, povere, non avevano mai avuto una gioia nella vita, ma essendo stata la loro madre bella ed elegante vivevano all'ombra della sua memoria non senza un certo orgoglio. Si parlava di cintura sottile:come la mamma:diceva l'una; e l'altra:ne abbiamo ancora la misura in un corpetto di raso.E la prima:bianco.A cui la seconda soggiungeva:fu quando la dichiararono regina della festa.E sorridevano tutte e due beatamente, stringendo le braccia esili contro la vita grossa.

Ma poi non c'era proprio altro per dieci miglia intorno.

Aspettavo dunque con impazienza la terza visita di mio cugino.

Egli non venne così subito e mi fece avere invece un pacco di libri con un biglietto "Vi mando i pensieri che io amo." Non diceva altro quel biglietto eppure mi pareva che contenesse tante cose.

Usciva da esso la sua voce sonora, imperiosa, il suo sguardo scrutatore, la sua anima così fuori dal comune. Non c'era in quella breve riga una sola parola gentile, non un accenno affettuoso, ma era tutta una gentilezza di concetto o tale mi parve, pensando che le idee elevate erano ciò che Egli amava più che tutto al mondo e facendone parte a me così umile ed oscura, mi dava la maggior prova di simpatia ch'io avessi mai ricevuta. Compresi allora più che mai la vacuità delle solite frasi, dei complimenti superficiali e sentii l'umiliazione di essermene qualche volta compiaciuta.

Una grande gioia calma e serena mi innondava il cuore. Quale oscuro destino o quale Dio veggente mi inviava la consolazione? Perchè veramente ciò che provavo era questo: una consolazione. Sorgeva in me lentamente un'altra me stessa, una parte di me che avevo dimenticata e che veniva a completarmi, quasi una persona creduta morta che ci gridasse un giorno aalle spalle: sono qui.

Come avevo potuto fino allora vivere di nulla al pari di una farfalla? Mi sembrava ora che il mondo fosse pieno di tante idee, di tante bellezze ignorate, di tante gioie austere e forti ed anche di sorrisi più intensi, più alati, più profondamente dolci di quelli a cui ero avvezza. Che cosa mi avevano annunciato tutti gli aprili della mia vita se non il ritorno dei fiori? Ed ecco che questo aprile novo mi recava un tributo di ricchezze spirituali non mai sognate.

Mi posi subito a leggere i libri di mio cugino, dapprima con qualche difficoltà, poi meravigliata di comprendere e di gustare anche problemi che una volta mi sarebbero parsi ardui e privi di interesse. Erano pagine di poeti, di pensatori, di anime calde ed elevate. Erano, strano a dirsi, rivelazioni di idee che avevano tratto tratto gettato un baleno nel mio spirito, come raggi che passano davanti e dileguano, come astri intraveduti in un lontano cielo ai quali non si crederebbe possibile di arrivare. Ed erano amici, amici nuovi e sicuri che mi si mettevano a lato, ora facendomi sorridere, ora facendomi riflettere, pungendomi, spronandomi, sempre con quella deliziosa sensazione di completamento, di linfa saliente su per i rami, che colma e che matura.

Prima assai del tempo—come aveva detto Lui—i rosai del mio giardino spuntarono tutti. La festa dei colori e dei profumi era intensa. Io e Alessio non potevamo più stare rinchiusi. L'Orsola, sofferente di reumi, mi ammoniva talvolta ma io non avevo più una fede cieca nella sua sapienza e correvo alla voce della primavera che mi chiamava all'aperto.

Alessio era felice al pari di me. Ruzzolandosi nella sabbia formava una cosa sola col palpito della terra, colle piccole vite dei bruchi e dei moscerini, coll'erba che cresceva, col gattino suo compagno di corse e di capitomboli, e sostando finalmente nella breve ombra dei rosai intuonava la sua canzone "M'alzo col sole" alla quale mi univo io pure con una voce trillante che faceva dire all'Orsola: Badi, si piglierà una raucedine.

Mio cugino mi sorprese un mattino della seconda metà di aprile inginocchiata nel mezzo di una aiuola, con un grembiale bianco, le mani coperte di vecchi guanti, intenta a spogliare i rosai dai bruchi che minacciavano di devastarli. Diventai molto rossa quando lo vidi e sorgendo lesta in piedi volli scusarmi per la volgarità di quella occupazione.

—Non trovo che sia una occupazione così volgare; lo è molto meno del chiacchierare senza scopo.

Mi venne allora la persuasione che egli avesse un po' di quello spirito ribelle che si piace a contraddire; volevo vedere tuttavia come avrebbe sostenuto il suo asserto.

—È ideale forse questo mucchio di bestioline che si contorcono l'una sopra l'altra?

Scossi intanto per terra la lama del vecchio coltello che mi aveva servito a raccogliere i bruchi, non senza nascondere un intimo ribrezzo.

—Qualunque azione è ideale se ha per scopo l'ideale. Chi ha maggior diritto di vivere secondo voi, il bruco o la rosa?

Esitai un istante, levandomi i guanti brutti di terra, poi dissi:

—L'uno e l'altra.

Egli ebbe un movimento di impazienza e soggiunse precipitando le parole:

—Allora perchè distruggete i bruchi?

—Perchè mi distruggono le rose.

—Dunque? Sì, il silenzio vi sta bene colla testa leggermente piegata e lo sguardo pensoso che indovino di sotto le palpebre, ma vi prego di rispondere a questo quesito importantissimo: Chi ha maggior diritto di vivere?

—Io vorrei che i bruchi non distruggessero le rose per poterli salvare anch'essi. Ecco.

—Io vorrei! Io vorrei! Bel modo di rispondere a un interrogativo così preciso con un condizionale così vago. E pretendete di ragionare!

Il suo accento era canzonatorio, ma non troppo. Risposi in tono conciliante:

—Capisco, voi volete dire che dal momento che bisogna scegliere conviene scegliere il meglio. Ma chi mi assicura che in tal caso il meglio sia la rosa? Non è forse il mio egoismo che me lo suggerisce?

—Vedete un po' che razza di filosofo mi sbuca fuori da queste gonnelle!—esclamò Lui con una specie di allegrezza della quale mi sfuggiva il significato ma che trovavo assai dolce.—Tenete bene a mente che la rosa ha per sè la sua ragione di trionfo perchè la rosa è la bellezza.

Avendo in quel medesimo istante spiccato un bocciolo me lo battè scherzosamente sulla spalla. Io mi rizzai e fingendo un tono di offesa dissi, scandendo le sillabe:

—Nemmeno con un fiore!

Egli afferrò subito l'allusione, rise, e poichè la frase citata trovavasi in uno dei volumi che mi aveva mandato, questo ci servì di passaggio a un altro ordine di idee.

Improvvisamente dissi (mi ero giurata di tacerlo, e non so come mi sfuggì):

—Perchè siete stato tanto tempo senza lasciarvi vedere? La Querciaia è ancora in disordine? Avete trovato il falegname?

—Il falegname!—fece Lui come uno che cade dalle nuvole.

—Sì—risposi umilmente, già pentita—me ne avevate chiesto uno.

—Ah! E voi credete che io doni il mio tempo a simili cose?

—Mi diceste pure che il riordinamento della Querciaia vi occupava assai.

—E mi occupò. Ma posso occuparmi più di dieci o dodici giorni di mobili, di muri e di travi maestre?

Seguì un lungo silenzio.

—In questi giorni—Egli disse, dopo una leggera esitazione—io pensai dei poemi!

Una grande soggezione mi prese ancora, come la prima volta che lo avevo veduto, e temendo sopratutto di dire una sciocchezza tacqui. Egli parve per un po' di tempo non accorgersi neppure della mia presenza. Sfogliava distratto la rosa che aveva côlta dianzi disseminandone i petali sulla sabbia, così lontano da me che me ne sentii quasi ferita. Alla fine, per quella delicata abitudine di uomo a modo che stringeva dappresso la sua natura indipendente e selvaggia fece con uno sforzo ritorno alla conversazione.

—Cavalcate voi qualche volta?

—No, mai.

—Io ripresi questo esercizio da che sono tornato; mi piace immensamente, mi riposa.

—?

—Ve ne meravigliate? Capisco anche questo, ma vi assicuro che per me è un riposo. Sono stato ieri al campo delle croci.

—Fin là!

—Prendendo la via più malagevole.

—Ma perchè?

—Per amore delle difficoltà. Figuratevi che giunto al Passo del cervo trovai il ponte rotto e piuttosto che retrocedere, saltai….

—….il Passo del cervo??

—Sì.

Un gran grido di orrore fu la mia risposta alla confessione di una simile temerità. Il Passo del cervo è il punto più difficile delle nostre montagne, un burrone spaventevole, un abisso senza fondo.

—Sapete che nessuno lo ha mai fatto, nessuno?

—E questa la bellezza.

Egli disse ciò con una gioia tranquilla e profonda, collo stesso accento semplice col quale pochi istanti prima aveva proclamato che "la rosa ha in se stessa la sua ragione di trionfo perchè la rosa è la bellezza."

Che cosa intendeva Egli dunque per bellezza? Quale significato misterioso racchiudeva per Lui questa parola comune? Io vedevo bene che non c'era ombra di vanteria ne' suoi discorsi, che tutto ciò che Egli faceva e diceva, se pure aveva rispondenza con una intima nota di orgoglio, non era affatto da confondersi colla volgare superbia e colla vanità impotente. Gli dissi:

—Voi disprezzate la vita?

—Tutt'altro! pensate, è il nostro maggior bene; o per lo meno è il mezzo indispensabile per raggiungerlo. Ma si devono fare tutte le cose che sisentono.

—Anche un pazzo può sentire il desiderio di precipitare da una finestra—esclamai.

Ed Egli molto pacatamente:

—Si capisce. Seguirebbe con ciò la sua vocazione pazzesca e si ucciderebbe, la qual cosa, non potete negarlo, sarebbe un bene per lui e per la società. Ma io non mi sono ucciso ed è questa la mia ragione.

Siccome tenevo la testa bassa, poco convinta, Egli mi prese la punta delle dita con somma dolcezza e continuò evidentemente felice di dovermi combattere su quell'argomento:

—Cugina, cugina, sempre le vostre idee tarlate. Anzitutto voi pensate che io possa morire. È possibile?—(sorrise tanto leggiadramente intanto che non lo credei possibile neppure io).—E poi, ammettiamo l'assurdo, se io fossi caduto in fondo al Passo del cervo con quale diritto mi si sarebbe compianto? Io sono solo, libero, non amo, non sono amato, la mia vita mi appartiene e chi sa, chi può indovinare, chi si arrischierebbe a dire che l'istante di ebbrezza da me provato nel varcare l'abisso non valesse più di venti o trent'anni spesi a rialzare le spalliere del mio giardino? Credete che il valore di una esistenza sia raccolto nella sua lunghezza? E se io non potessi dare più nulla al mondo, se l'anima mia avesse esaurita la sua forza, se l'ideale a me concesso fosse già stato raggiunto, non è ancor meglio precipitare dalla cima di un monte piuttostochè morire per un cancro o per una risipola?

—Basta, basta—implorai—mi fate male.

E mentre Egli mormorava a fior di labbro:—Ecco come sono le donne!—io, più che al pericolo corso, pensavo adesso alle parole:non amo, non sono amato:che mi avevano dato un tuffo nel sangue e non so quale ignoto ardore, come un misterioso bisogno di colmare quella solitudine superba, di obbligarlo a scendere da quei regni inaccessibili del suo pensiero e mescersi cogli altri uomini ed essere uomo.

Come più vivo sentii quel giorno il vuoto della sua partenza! Lo sentii con una acuta nostalgia di tutto il mio essere, con un sentimento crescente del nulla in cui vivevo, in cui ero sempre vissuta. Senza padre, senza marito, senza fratelli, il mio cuore riposava nell'amore per il mio piccino; ma accanto a questo amore fatto di protezione e di rinuncia, quali nuovi diritti si ergevano imperiosi a domandare la loro parte? Una aspirazione di vita superiore mi dominava come sola meta degna, quasi il perchè di una esistenza che avevo fino allora sciupata meschinamente senz'alcun frutto. Il desiderio di essere come Lui, di somigliargli almeno, divenne in breve il bisogno più ardente della mia anima.

Nello stesso tempo un dubbio mi rodeva, sottile. Quale opinione aveva Egli di me? Come mi trovava in confronto delle tante donne che aveva dovuto conoscere? Ripensavo ad una ad una le sue frasi, le sue parole, e per una parte mi confortavo, per l'altra mi pareva che egli mi tenesse a distanza, che diffidasse; d'onde un affannoso desiderio in me di rivelarmi, di fargli sapere quali tesori di ammirazione e di affetto conteneva il mio cuore e come Egli avrebbe potuto disporne per crescere una seguace al suo ideale.

In quei giorni ricevetti una lettera di mio marito. Pietro nel consegnarmela, disse: Oggi la signora sarà contenta. Io ero difatti contenta quando mi giungeva una di queste lettere perchè speravo ogni volta di trovarvi l'annuncio della felicità. Questa volta invece rimasi fredda; capii perfettamente che mio marito era uno straniero, uno straniero passato attraverso la mia casa, attraverso il mio cuore. Un sentimento nuovo di dignità mi faceva vergognare di essermi data con tanta leggerezza a un uomo che non conoscevo.

Ora, se i miei sogni d'amore erano caduti per sempre, non avrei potuto fabbricarmi una felicità sollevando a più alta cima i miei affetti? Escire dal mio piccolo io e comprendere ed amare le cose superiori non era ancora una salvezza, un porto in vista? Tanti anni sciupati in una vita meschina e senza scopo si potevano alla fine redimere. è sopratutto la fine (avevo letto in uno dei libri di mio cugino) che nobilita una esistenza, come la conclusione dà il valore di un'opera.

Adoperandomi a migliorare me stessa preparavo senza dubbio un bene per mio figlio. Senz'ombra di rimprovero, ma con una certa tristezza pensavo al modo col quale ero stata allevata io. I miei genitori erano pur buoni; mi avevano amata, si erano presa cura della mia salute; da piccina mi sorvegliavano perchè non avessi a cadere e fatta grandicella consultavano attentamente il colorito delle mie guancie, mi pesavano e conchiudevano che crescevo come un melo. Ma avevano mai posto mente, le care creature che non vorrei offendere neppure con un sospetto, allo svolgersi della mia piccola anima? Ero buona come loro e tanto bastava a quelle coscienze semplici. Comprendevo adesso che i genitori devono fare di più e questo compito riguardo al mio Alessio mi spronava, dandomi un ardore e una forza che non supponevo di avere.

Come fanno le persone che non cambiano mai, che sono ancora a cinquanta e a sessant'anni quel che erano a venti e a trenta? Io conosco un mercante girovago che quando viene ad offrirmi la sua mercanzia la svolge tutt'ad un tratto, sì che con una semplice occhiata si fa il giro della sua cassetta; e un altro ne conosco che slega i suoi batufoli gradatamente, apre ad uno ad uno i suoi cartocci e quando si crede che abbia finito tira fuori ancora qualche sorpresa.

Non riesco a trovare un paragone più nobile; in fondo però non arrossisco di eguagliarmi a così umili creature e questo confronto coi merciaioli mi fa sorridere. È uno strascico delle mie abitudini semplici, de' miei gusti modesti che non intendo di cambiare, anche ora che la mia mente si affaccia ad orizzonti più vasti. Ho trovato in me un'altra donna, è vero, ma questa non rinnega la donna primitiva. Noi andiamo a pari, da buone sorelle.

Il mutamento o meglio l'accrescimento della mia anima avvenne per gradi. Mi ricordo benissimo; io andavo aggiungendo tutti i giorni qualche trama a' miei sentimenti e nuove scoperte facevo sempre; ora dei punti oscuri che si illuminavano poco a poco, ora dei piccoli pertugi che si allargavano sopra vedute impreviste, ora un debole filo di luce che si faceva intenso, a cui si aggiungevano altri fili e diventava un fascio di raggi.

Mio cugino veniva regolarmente a trovarmi, sereno, calmo; mi portava i suoi libri, li discuteva con me, voleva assolutamente che gliene dicessi il mio parere. Io sbagliavo spesso ed Egli si accingeva a correggere le mie idee con pazienza, con una tenacia amorevole di uomo convinto, penetrato della sua missione. Nei giorni migliori, quando lo capivo bene, gli si manifestava in volto una gran gioia e una luce spirituale raggiava nel sorriso che si schiudeva sulla sua bocca come un fiore al sole.

Avanzandosi la bella stagione eravamo sempre fuori; o in giardino accanto ai rosai, o sotto le acacie, o nei piccoli sentieri adiacenti dove Alessio correva con una reticella in mano a caccia di farfalle.

—Avete cacciato anche voi le farfalle nella vostra infanzia?—chiesi una volta a mio cugino.

—Come no? L'uomo nasce con questo istinto e le farfalle, i coleotteri, i cervi volanti sono le sue prime vittime.

—Non le sole?

—Certo, non le sole. Che cos'è la vita se non un continuo avvicendarsi di vincitori e di vinti?

Ecco, ci succedeva così. Non si tenevano sempre dei lunghi discorsi o delle dissertazioni, ma Egli gettava là una di queste frasi incisive ed io la raccoglievo ed Egli lo sapeva; e tutto ciò fluttuava intorno a noi quasi il filo misterioso di una tela che si stesse ordendo, come pagliuzze che posate a caso fra due rami si venissero a restringere poco a poco formando un nido. Sentivo del nido la protezione, l'appoggio ed anche il tepore dolcemente soffuso, che prendeva in certi momenti una strana consistenza di realtà.

Questo lo osservavo principalmente quando Egli mi guardava, con quei suoi occhi profondi e seri ove l'anima saliva con un ardore di fiamma compressa. Mi sentivo allora vicina aqualcuno, ad uno più forte di me, padre e fratello insieme.

E questo padre, questo fratello, questo maestro saggio e severo di cui ammiravo il sapere e l'alta intelligenza era allegro come un bambino, era semplice, era ingenuo quando rincorreva Alessio per i viali e il suo riso fresco e sonoro si mesceva al riso di mio figlio. La vita entrava finalmente nella vecchia casa abbandonata!

* * *

—Sei molto mutata bambina, molto mutata.

Quando eravamo sole l'Orsola mi dava ancora del tu; e quel giorno eravamo sole nella mia camera davanti alla finestra aperta, lei con una spugna in mano imbevuta d'acqua e sapone, io coi capelli sciolti al sole di luglio.

—Perchè dici che sono cambiata? In che cosa ti pare che lo sia?—diedi intanto un'occhiata allo specchio e l'Orsola si affrettò a soggiungere:

—Oh! non nel volto, no, Dio ti benedica, mi pare che abbi ancora diciotto anni. Sei più giovane adesso di qualche mese fa. Io dico dentro di te.

—E che cosa vedi dentro di me?

—Tante cose che non capisco.

—Ti sembrano belle o brutte queste cose?

Orsola tacque.

—Non ti voglio più bene forse?

—No, non è questo.

—Dimentico qualcuno de' miei doveri di padrona di casa?

—Non è questo.

—Non sono una buona mamma?

—Non è questo, non è questo.

—Oh! se vuoi farmi giuocare a mosca cieca è passato il tempo.

—Ecco!—fece l'Orsola con profondo sconforto—l'hai detto.

Mi voltai tutta d'un pezzo a guardare la mia vecchia domestica.

—Mi pare—ella continuò con una specie di allarme:—che mentre il volto ti è rimasto giovane il tuo cuore abbia maturato assai. Non ridi più come una volta alle facezie di Pietro e quando io ti narro quello che so, fingi di ascoltarmi ma io vedo bene che non t'interessa. Appena l'anno scorso, guarda, avresti giuocato ancora a mosca cieca!

—Cara Orsola, dobbiamo restare bambini tutta la vita?

—E perchè no, Myriam?

La buona vecchia aveva pronunciate queste parole e il mio nome con una così ingenua convinzione che mi posi a ridere e la calmai con una carezza. Guardandola, pensai ch'ella doveva essere vicina ai settant'anni e per la prima volta mi posi a misurare la distanza che ci separava. Povera Orsola! La sua persona secca ed attillata di vecchietta pulita era scossa da un lieve tremito, il capo grigio si inclinava quasi a indagare la terra che fra non molto doveva accoglierla, la luce smorta delle pupille sembrava ritirarsi poco a poco nel mistero dove si decompongono le vite.

—Orsola—le dissi—tu però credi che vi è in me qualche cosa che non cambierà mai?

Ella sollevò lo sguardo tremulo e mi fissò intensamente. Molte parole non sarebbero riuscite ad allacciare i nostri pensieri; quello sguardo sì. Mi prese la mano e la baciò mentre io le rendevo il bacio sui suoi capelli grigi.

In quel mese di luglio, mio cugino si lasciò vedere poco, ma la casa restava anche in sua assenza piena di lui. Per il solo fatto di esserci stato Egli vi era. Me lo sentivo vicino, gli rivolgevo la parola quasi avesse potuto rispondermi. Mi piaceva a immaginarmi le sue contraddizioni e a trovare le risposte più atte a calmarlo. Questa ginnastica del pensiero della quale Egli era l'unico perno occupava le mie ore d'ozio, mi era compagna nelle lievi occupazioni della giornata, mi seguiva dovunque come un profumo penetrante e nascosto.

Quando venne finalmente mi parve preoccupato. Io dissi che faceva caldo—poi dissi che il personaggio di Sita nel Ramayana indiano mi sembrava un simbolo—dissi pure che la rosa bianca, la rosa gialla, la rosa carnicina, non possono temere il confronto colla rosa purpurea—ed Egli non trovò da contraddirmi in nulla. Tratto, tratto mi guardava con una immobilità scrutatrice e m'aspettavo da un momento all'altro che parlasse, ma non parlò quasi mai in tutto il tempo della visita da lui occupata ad aprire ed a chiudere quindici scatolette giapponesi di graduata ampiezza che Alessio aveva dimenticate sul tappeto.

A un certo momento gli chiesi se quel balocco lo interessava.

—Moltissimo—mi rispose premurosamente.—Non potete credere come sia rapida in me la successione delle idee. Io penso ora ad una quantità di cose alle quali voi non avete mai pensato. Vi sono delle catene d'amore tristi e terribili, dolorosi avvicendamenti di passione e di sdegno, di fiamma e di gelo. Mi pare qualche volta di vedervi un occulto giudizio, un castigo che si riverbera di persona in persona per qualche colpa comune che tutti debbono scontare. È un fenomeno strano ed inquietante. Si potrebbe stabilire una specie di dinamica materiale sopra tali rapporti. Non sarebbe difficile di riunire in proposito un certo numero di leggi che riuscirebbe interessante riscontrare nella pratica. Non mi capite, nevvero?

—Poco, lo confesso.

—Me lo aspettavo. Appena che si esce fuori dal solito giro di pensieri, le donne non capiscono nulla. Eppure si tratta dell'amore, un sentimento del quale a sentir voi avete il monopolio.

Non lo avevo mai visto così cattivo. I suoi occhi erano torbidi come cielo che si rannuvola profondamente.

—Per conto mio—risposi—conosco così poco l'amore che non saprei parlarne.

—Neppure per intuizione?

—Mi pare che voi cercavate dei ragionamenti.

—Inutile, inutile!—fece lui e buttando da parte le scatole giapponesi si diede a passeggiare per la sala in lungo ed in largo.

Di lì a poco Alessio si attaccò alle sue mani e lo trasse in giardino. Li seguii turbata e a malincuore per i viali che imbrunivano nell'ora crepuscolare. Li vidi entrare nel boschetto delle acacie, dove sedettero sopra una panchina; entrai io pure e presi posto accanto a mio figlio.

Era una serata meravigliosa, come ne abbiamo nei nostri paesi certo a compenso dell'eccessivo calore dei giorni estivi. Sentire la natura, sentire la vita era in quel momento una tale delizia che nessuno di noi provava il bisogno di parlare. Nella dolcezza incombente sembrava fondersi a poco a poco anche la gravità di mio cugino. Egli ascoltava tranquillo il fremito misterioso che in mezzo agli alberi innalzavasi dal mondo invisibile degli insetti e dei piccoli uccelli e poichè Alessio fece l'atto di gettare dei sassi in un cespuglio gli disse:

—Sta cheto, disturbi la toeletta notturna delle farfalle.

Alessio—non compiva ancora sette anni—rise molto all'idea di quella toeletta; forse si immaginava di vedere le farfalle col lungo camicione da notte simile a quello che aveva lui.—E sorrisi anch'io, dominata da un improvviso bisogno di letizia, prendendo le sue manine e ponendomele in grembo.

Era molto chiaro ancora, ma sotto le acacie l'ombra cresceva di minuto in minuto; la testa di Alessio appoggiata contro il mio braccio, restava al buio; quella di mio cugino invece prendeva luce da una radura dei rami ed era così immobile e bianca nel riflesso lunare che sembrava una statua. Aveva il profilo duro, l'occhiaia profonda, il mento fortemente disegnato degli uomini in cui predomina la volontà. Io non so quanto tempo passasse nel più assoluto silenzio. Alessio si era addormentato colle sue manine nelle mie. Un rumore di carri trascinati a stento sulla ripa vicina, le zampe dei cavalli scalpitanti, gli urli e le grida dei carrettieri non lo svegliarono.

—Ecco che questi uomini durano fatica a guidare i loro carri sulla montagna, viaggeranno tutta notte e faranno viaggiare le loro bestie a furia di urli e di eccitamenti per portare il carico dall'uno all'altro paese. È il loro mestiere, non ne conoscono altri; lavorano volonterosi e domani quando torneranno alle loro case calcoleranno minuziosamente quanto hanno guadagnato, per riprendere il giorno dopo la stessa cosa.

Mio cugino fece queste riflessioni a mezza voce senza muovere la testa, continuando a darmi colla sua immobilità l'illusione di una statua. Ma tuttavia avendo io mormorato un leggerissimosìcontinuò:

—E chi acquisterà la mercanzia saranno altri uomini che si credono superiori perchè invece di faticare alla notte sulle ripe sassose, dormono in buoni letti, tenendosi accanto le loro borse di cuoio piene di monete.

A questo punto lo scalpitare dei cavalli, gli urli e le bestemmie presero un tono così alto che le manine di Alessio trasalirono nelle mie. Temendo che si spaventasse nel sonno, mi chinai su di lui e lo baciai in fronte. Intanto i carrettieri avevano raggiunto il culmine della salita e discendevano dall'altra parte; il silenzio riprendeva il suo impero alto e solenne.


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