Appendice XIV, n. 2 (pag. 352).Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. Don Neri Corsini.“28 giugno 1833.Eccellenza: Io mi prendo di nuovo la libertà di venire ad importunare V. E. con inchiesta che non può non essereaccolta con quella fiducia, della quale ho ricevuto da lei onorevoli prove.Il letterario decoro della Toscana non indegnamente sostenuto da que' molti che si compiacquero di corrispondere alle passate mie cure; i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato, come tanti altri librarii stabilimenti di questo paese; le abitudini mie stesse, alle quali io non potrei senza dolore e senza danno rinunziare dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro; tutto si congiunge a rendere non immeritevole dell'attenzione di Lei la proposta ch'io fo d'una impresa, la quale, com'Ella ben vedrà, non somiglia a giornale veruno. La mia raccolta liberata dagl'intoppi delle opere periodiche, oltre all'essere innocua in sé, riescirebbe proficua agli scrittori, a molti libraj: e se col permetterla V. E. gioverebbe a me, io col promuoverla gioverei forse a non pochi, e, oso dirlo, anche alla Toscana letteratura.Ma il P. Mauro Bernardini, R. Censore, dice ed è nell'intenzione di non approvare ilManifesto, se prima non esamina gli scritti tutti che debbono comporre il mio primo volume. Se si trattasse di un opuscolo solo sarebbe ben facile il soddisfarlo; ma trenta fogli di stampa, per potergli ottenere dagli scrittori, per raccoglierli, per trascriverli solamente, chieggono spese di tempo e di denaro che antecipare io non posso.La mia impresa ha bisogno prima di tutto di assicurarsi di molti associati, e a ciò richiedesi un manifesto; e ogni dilazione diventa nello stato mio penosissima. Del resto, il manifesto già dice su quali materie verseranno gli opuscoli, ed io prometto che il modo di trattarle, o piuttosto di evitarne alcune, sarà quale permettono e vogliono i tempi. Poi a nulla gioverebbe un precetto atto solo a inceppare l'esercizio della mia industria, quando io non potrò mai stampar cosa che la Censura non rivegga ed approvi. Se qualche scritto verrà rigettato, se d'altri differita la stampa, mio sarà il danno, e mio sarà l'interesse che tali cose non seguano. In tale raccolta ciascuno scritto fa corpo da sé; ciascuno scritto può dunque essere separatamente approvato: il loro ravvicinamento non è che un atto materiale, di cui sarebbe alla Censura stessa, del pari che a me, tediosissimo il prendersi antecipatamente pensiero. Considerata dunque la comodità del Censore stesso, considerato il vero scopo della revisione censoria, considerata laevidente semplicità dell'impresa, e i miei deliberati propositi, e le mie circostanze, e il mio stesso interesse, io spero che V. E. non troverà inconveniente alcuno a permettere la pubblicazione dell'annesso progettato manifesto, e che la raccolta si faccia senza la necessità di presentar intera la materia del primo volume.Ho l'onoreG. P. Vieusseux„.Appendice XV(pag. 353).“Circolare ai varî corrispondenti.Firenze a dí 5 luglio 1833.G. P. Vieusseux, Proprietario e Direttore del Gabinetto Scientifico e Letterario.La soppressione dell'Antologianon mi aveva avvilito. Io confidava che il Governo, riconoscendo che in tutto questo disgraziatissimo affare io era vittima di un basso e maligno intrigo, non solo non mi avrebbe impedito di creare qualche altro mezzo di pubblicazione, atto a corrispondere ai bisogni letterari della Toscana, ma ben anche avrebbe veduto con piacere le mie premure per ottenere tale intento.Io m'ingannava.Progettai, in primo luogo unIndicatore Bibliografico Italiano, giornale di cui manca l'Italia, ad uso dei Tipografi, Librai e Bibliotecari, da pubblicarsi ogni 15 giorni. Mi fu risposto chenon mi si poteva permettere di fare un giornale. Eppure non si trattava che di un catalogo sistematico dei titoli, del prezzo e delle condizioni di associazione dell'opere che producono i torchi italiani! Vedendo chiaro che non si voleva cosa che avesse forma, e fosse nelle condizioni di un'opera periodica, pensai in ultimo luogo, dopo mature riflessioni, di proporre la pubblicazione di alcune serie diOpuscoli Scientifici-Letterarii, senza titolo, periodicità o vincolo di giornale, disposti in grossi volumi di 5 e 600 pagine, ed atti, per conseguente, ad ammettere non solo memorie che per loro natura non possono aver luogo nei giornali, ma anche operette di piú fogli e stampe; ed io avevo già, ed avrei raccolto in seguito, numerosi ed importanti materiali. Il qual progetto potendo ricevere prontae diligente esecuzione, io veniva a creare un deposito utilissimo per gli scrittori Italiani in particolare, prezioso per le scienze e le lettere in generale.Ma contro ogni mia aspettativa, e quella del pubblico fiorentino, anche questa impresa mi è vietata sotto pretesto che da taluni potrebbero venir considerati i miei volumi diOpuscolicome un succedaneo all'Antologia!Dopo tali due inutili ed infelici tentativi, il pubblico non mi accuserà, voglio sperarlo, di pigrizia e d'indifferenza per le cose patrie, se mi vedrà limitare le mie premure al miglior andamento del mio Gabinetto, e delGiornale Agrario, del quale ho conservato l'Amministrazione.Conviene ora rassegnarci d'aspettar tempi migliori. Frattanto non posso che rinnovare a tutti i miei amici i miei piú fervidi ringraziamenti per la fiducia dimostratami pel passato, e pregarli d'essere certi che quando il Governo Toscano tornasse a sentimenti piú benevoli a mio riguardo, e quando mi fosse concesso di occuparmi nuovamente in modo attivo di ciò che può interessare le Scienze e le Lettere Italiane, io mi vi dedicherei senza indugio, purché le mie forze corrispondessero al mio zelo; ed allora tornerei a pregare i miei buoni e rispettabili amici e corrispondenti di assistermi co' loro scritti, e co' loro consigli, e mi presenterei a loro con tale piano da conciliare sempre piú il decoro delle lettere col vantaggio degli scrittori Italiani„.Appendice XVI, N. 1 (pag. 356).Appunti di Gian Pietro Vieusseux.“Aprile 1834 e maggio.— Il progetto diRassegna trimestralefu presentato da me al Censore Padre Mauro Bernardini, ed ho la certezza ch'egli ne fece un rapporto favorevole. Portatomi il dí 8 di maggio a Palazzo Vecchio, il Corsini mi disse essere il mio progetto buono in sé; ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale. Replicai che laRassegna trimestrale, benché modestissima, sarebbe sempre stata cosa utilissima; ma che quando il Governo volesse permettermi di ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per me, piú utile per la Toscana, e nel tempostesso piú decorosa. Che dopo 18 mesi d'interruzione, durerei fatica a poter riannodare le mie antiche relazioni, ma che però mi dedicherei con energia alla creazione di un nuovo giornale. Mi fece, ma leggermente, qualche obiezione sul titolo diRassegna; ed aggiunse: “Rifletta, ponderi, veda ciò che potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola Censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare unaMemoriaal Gran Duca„. Ed io, ringraziando il Corsini per il suggerimento che mi dava liete speranze, promisi di occuparmi subito di un progetto e di una supplica„.Appendice XVI, N. 2 (pag. 358).Appunti di Gian Pietro Vieusseux.“10 giugno 1834.— Il dí 22 di maggio portai a S. E. Corsini la mia supplica per l'A. R. col progetto di giornale Rassegna italiana. Questa mattina sono andato all'udienza dal Corsini, chiedendogli nuove del mio affare.Il Ministro: Io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce.Io: Ma ho rinunziato al titolo diAntologia.Ministro: Ma lo spirito del nuovo giornale sarebbe l'istesso. Lo scopo dellaRassegnaè anche piú chiaramente annunziato. Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia, e ciò non si può permettere.Io: Chiedo perdono a V. E., ma non mi pare di aver manifestato l'intenzione di trattare politica e amministrazione.Ministro.Ma lei vuole considerare le scienze e le lettere principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità dei popoli, sulla loro amministrazione; e lei si spiega, a questo riguardo, con molta chiarezza.Io.Torno a domandare perdono a V. E.; il miomanifestonon allude punto alla politica ed all'amministrazione; ma rinunziando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad essere coerente con i miei antecedenti ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universaleche ai soli pedanti; ma tutto ciò può farsi decorosamente, senza entrare nella.....[1393]di governo o di pubblica amministrazione, senza dir nulla che possa offendere il Governo ed i suoi amici ed alleati.Ministro.Il Governo non è nemico delle scienze e delle lettere — anzi, presto si farà a Pisa un nuovo giornale di medicina, e poi un altro giornale.....[1394]ma il suo sembra occuparsi di troppe cose.Io.Dunque Firenze dovrà continuare ad essere priva di un giornale, e mentre ogni paese d'Italia va acquistando ogni giorno per questo verso, noi soli non potremo far nulla.Ministro.Non si può fare come ella intende. Non posso biasimare la schiettezza, anzi devo lodare il modo con cui ella si esprime, ma non posso proporre il risorgimento dell'Antologia, e laRassegnanon sarebbe altro che l'Antologiaperfezionata.Io.Dunque S. A. non sa nulla del mio progetto, non ha letto nulla.Ministro.Certo io non voglio si possa proporre simil cosa al Granduca.Io.Ma V. E. non si avrà per male se porto direttamente a Pitti il mio progetto e la mia supplica.Ministro.Lei è padrone di far ciò che vuole a questo riguardo.Io.Ma lei poi mi darà contro.(qui un semplice movimento di testa, che non dice, né sí né no).Io.Io dunque anderò a Pitti„.Appendice XVII(pag. 360).“Alla Voce della Verità.Protesta.I Redattori dellaVoce della Verità, nel n. 552 del loro giornale hanno inserito un articolo intitolatoPensieri di circostanza, che termina colle seguenti parole:“Un popolo veramente religioso non resterà mai preso nella sua totalità dalle illusioni politiche; egli non intenderàmai come la guerra e le sommosse sieno preferibili all'ordine e alla pace. Presso questo popolo vi avranno sempre piú savj politici, perché la prudenza, l'avvedutezza, l'imparzialità dei giudizi sono doti che la religione procaccia. Un libretto o un giornale, che difendano la Religione e i governi stabiliti, godranno maggiore popolarità, e faranno piú effetto sulla parte migliore di questo popolo,che tutti i Proclami del Sig. Vieusseux, e le usate lamentazioni patriottiche sulla parte deteriore di lui. Una voce di religione può sollevare migliaia di braccia in questo popolo, mentre il liberalismo non ne troverebbe due per sé, essendogli necessaria la guerra per sostenersi, e impossibile questa senza una levaantipaticaa tutti. Dopo tutto questo è chiaro perché il liberalismo faccia fortuna fra le classi immorali. Ci vuol altro per essere talenti politici che inventare o usare parole nuove, e saper gridare: progresso, indipendenza, diritti dell'uomo, eguaglianza, nei crocchi e in mezzo ai bagordi di quattro o cinque cittàultra-civili!E poi venitemi a dire chei talenti sono alleati della rivoluzione; sí, lo sono, come i pesci bruti sono alleati del pescatore che li piglia all'amo„.Sino a tanto che laVoce della Veritàsi limitava a pubblicare le sue critiche ed i suoi dubbj intorno a ciò che da me veniva e vien pubblicato, come editore, o diffuso e raccomandato per conto di altri editori, poco me ne curava, e non rispondeva che col silenzio del disprezzo, eziandio alle sue piú maligne e calunniose insinuazioni, perché facile era per tutte le persone di senno riscontrare in quelle istesse pubblicazioni, quegli articoli o quei passi da essa presi di mira. Ma allorquando laVoce della Verità, senza citar nulla che possa somministrar mezzi di riscontro, si fa lecito di supporre fatti che, se esistessero, diventerebbero un'accusa terribile contro di me, io devo a me medesimo di protestare, come altamente protesto, contro questa supposizione ch'io mandi fuori Proclami contrarj alla religione, al buon vivere e alla morale; e la dichiaroMenzogneraeCalunniosasotto tutti gli aspetti.Dichiaro inoltre, che non ho mai adoperato, né mai adoprerò mezzi simili di pubblicazioni; e confido che ognuno riconoscerà che ilProgressocome l'intendo, non è quello che può essere ambito dagli uomini immorali ed irreligiosi, a qualsiasi partito appartengano. Dichiaro infine che dopo la presente solenneProtesta, io non prenderò piú la pennaper difendermi contro gli attacchi di chi mi vuol del male, appellandomi fin d'ora, di ogni nuova accusa calunniosa, al buon senso del pubblico, ed alla giustizia degli uomini dabbene.Firenze, 5 marzo 1835G. P. VieusseuxProprietario e Direttoredel “Gabinetto scientifico-letterario„.Dalla tipografia Galileiana„.Appendice XVIII(pag. 362).Difesa del Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.“La Voce della Verità.Una gazzetta alla quale era serbato superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione e ad ogni piú venerabile autorità; una gazzetta alla quale fu inspiratore degno l'autore deiPifferi di Montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; una gazzetta il cui nome è nome di scherno, le cui dottrine meritarono la riprovazione del governo austriaco il quale ne interdisse la pubblica lettura nelle provincie lombarde, in quelle provincie dove l'Antologiadi Firenze aveva liberi soscrittori e lettori moltissimi, e lodi solenni, fiorente e caduta, ne' giornali e ne' libri; laVoce della Verità, dopo aver toccato in certi suoi pensieri, come Ella con l'eleganza usata li chiamadi circostanza, toccato diguerra, disommosse, digoverni stabilitie direligione, accennava quasi come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di guerre e di sommosse iproclamidi Gian Pietro Vieusseux; e soggiungeva non so che della partedeterioredel popolo italiano, delle classiimmorali, o deibagordidelle cittàultra-civili: né a confermazione della accusa recava ella, laVoce della Verità, cosiffatti proclami; né dimostrava perché G. P. Vieusseux dovesse essere relegato nella parte deteriore del popolo italiano, e come entrass'egli ne' bagordi delle città piú che civili, né quali vincolistringessero lui alle classiimmorali, né come si possano senza menzogna servile chiamareimmoralileintere classidi un popolo per depravato ch'e' sia. E perché G. P. Vieusseux con l'assenso del governo toscano chiamava bugiarda e calunniatrice laVoce della Verità, già colpevole d'altre calunnie e d'altre bugie, (delle quali profanò fino i sacrarii delle tombe, crudele agli uomini, ed empia contro la misericordia di Dio) in difesa della sua stoltizia quellaVocemedesima rispondeva nuove stoltizie e menzogne; doversi l'Antologiagiudicare secondo i giudizî di chi non ne fu mai parte, e mal la conobbe; secondo l'autore di certe addizioni ad un libro di Silvio Pellico, al quale la censura d'un principe amico al duca di Modena concesse l'uscire nella pubblica luce: essere quell'autoresquarciator dei veli carbonici; e, perch'egli disse l'Antologiadi Firenze sorella alConciliatordi Milano, e congiura ilConciliatore, essere l'Antologiapretta congiura,carboneriapretta, e non proclami ma congiure doversi chiamare gli scritti dal Vieusseux pubblicati. E perché l'Antologianon credette necessario confutare un libro stampato fuori d'Italia, e da pochi italiani letto, e da nessuno tenuto per autorevole; tanto piú che sufficiente confutazione a quel detto era l'Antologiastessa; di qui laVoce della Veritàcon ingegnosa carità di cristiano conchiude che l'Antologianon è proclama, è congiura. E ciò vuol dire che contro la religione erano congiurati tanti uomini virtuosi e dotti che nell'Antologiascrissero, e non sola una volta, l'Ab. Zannoni, l'Ab. Follini, l'Ab. Rigoli, l'Ab. Missirini, il Padre Inghirami, Cesare Lucchesini e tanti onorevoli magistrati e scrittori di tutte le parti d'Italia e d'oltremonte, il Cibrario, il Nota, lo Sclopis, il Manno, il Balbo, il Grassi, il Rosellini, il Carmignani, e l'Hammer ed il Mustoxidi. E ciò vuol dire che contro i governi stabiliti congiurarono il governo Toscano che l'Antologiapermetteva, il governo papale che tanti esemplari ne riceveva nelle sue città: e ciò vuol dire che eccitatori di guerre e di sommosse, e collegati alleparti deteriorisono Ferdinando e Francesco e Ferdinando di Napoli, Carlo Alberto e Carlo Felice di Sardegna, Francesco d'Austria, il duca di Modena. E notate che l'ultimo quaderno stesso dell'Antologia, nel quale la censura toscana non trovò alcun delitto, nel quale non trovò alcun delitto il ministro di stato che co' suoi proprî occhi lo esaminò lungamente, e dal quale trasse laVocedi Modena avvelenatrice, occasione di scandalo, (onde, non giàper colpa commessa, ma per evitare delazioni tediose e querele, il toscano governo credette dovere all'Antologiatroncare la vita), quello stesso quaderno, io dicevo, in altre parti d'Italia fu accolto, senza che igoverni stabilitivedessero ivi entrosommosse. E se taluno degli scritti nell'Antologiacontenuti accennava a dottrine che allaVocedi Modena fanno paura, basti che non facessero paura al duca di Modena, al Papa, e alla toscana censura.Or di che mai laVocedi Modena non sente terrore o nol finge? Chi venisse, e dicesse: non temete, o povero gregge, che al padre vostro è piaciuto dotarvi del regno[1395]: ogni valle innalzata e sarà umiliato ogni monte[1396]: noi aspettiamo la consolazione d'Israello[1397]: laVoce della Veritàgriderebbe che cotesti sono proclami e congiure. Non già ch'io voglia porre comparazioni tra le umane cose e le divine: ma intendo accennare quanto antico vezzo sia questo zelo calunnioso, che crea coll'interpretazione i delitti, ch'esaspera le ire, che sull'innocente indifeso vilmente s'avventa, e un colpo solo non basta alla paurosa sua rabbia, e una feroce necessità gli comanda sopraggiungere all'ingiustizia l'oltraggio, e mescere all'impudenza del bugiardo la viltà dell'ipocrita. Or che disse alla donna convinta di fallo il re mansueto? S'altri non ti condanna, né io vorrò condannarti[1398]. E questi zelanti, a colui che da nessuno è accusato, a colui che da' principi vigilanti ed amici dell'autorità propria ha protezione e rispetto, che dicono? Se nessuno ti condanna, e io ad accusare son pronto, pronto ad imaginare la colpa, a provocare la pena, ad aggravarla di nuove provocazioni e di scherni. E costoro di religione ci parlano! E vogliono pace! E tacciano d'immoralitàordini interi di cittadini! E sprezzanola parte deteriore del popolo; essi, volgo dei pensanti, e sentina del cristianesimo, e feccia di fiele!Questa Voce che a Dio s'immedesima, perché Dio solo è verità[1399], rinnovella le calunnie dei nemici al nome cristiano che dicevano concitatori della città[1400]gli uomini alvero devoti, e vociferavano, e gettavan polvere in aria[1401]gridando vendetta. QuestaVoce di Veritàosa asseverare che G. Pietro Vieusseux prestavai suoi tipiad uno sciocco, come lo chiamarono, bullettino escito nel marzo dell'anno che l'Antologiafu soppressa: e non sa che G. P. Vieusseux non ebbe maitipi suoi, non sa che le indagini in Toscana fatte a scoprire l'autore di quella stupida impertinenza non osarono pur rivolgersi al direttore dell'Antologia; non vede che tra quel bullettino e laVoce della Veritàla fratellanza della goffaggine è tanta da dovere ogni uomo di senno sospettar piuttosto essere cotesto scritto modenese fattura che fiorentina.Nessuna cosa è nascosta che non debba essere rivelata[1402]: e verrà giorno che le mene segrete, e le sozze vie per le quali ai vostri fini v'ingegnate di giungere, saranno palesi al mondo, o bugiardi: e sarà chiaro allora quali sono i nemici veri de'governi, quali le illusionipolitiche, e quali coloro che asostenersi credono necessaria la guerra.Ora ecco nuove congiure tramate da G. P. Vieusseux.Egli diffonde per Italia ilProgresso, giornale di Napoli, dalla censura napoletana approvato; lo diffonde in paesi soggetti a censura; diffonde un giornale al quale il nuovo direttore fu scelto dal governo di Napoli stesso; diffonde un giornale in cui scrivono il Liberatore, direttor d'altri annali, cosa in tutto regia, e il Iannelli e il Tenore e il Galluppi e l'Avellino e il Capocci e il Delle Chiaje e il Galanti e il Gräberg e l'Ab. Iorio ed il Muzzarelli prelato romano. Egli diffonde (e le sue lettere, spaventevole audacia! lo dicono in istampa) diffonde un giornale agrario, un dizionario geografico, e alcuni libri d'educazione che sono già nel commercio di tutta Italia: tra' quali è un manuale di Ferrante Aporti, sacerdote, che primo in Italia fondò le scuole infantili, e al santo ministero consacrò l'ingegno e la vita; e n'ebbe dal governo austriaco lode e ringraziamenti e sussidî. Ma il governo austriaco, secondo la Voce di Modena, è nemico de' governi stabiliti, amico alleleve antipatiche. E perché il sacerdote Aporti istituí certe scuole della Domenica nelle quali non insegnare opera servile (come sarebbe le magnifiche imbandigioni de' ricchi cui molti servi lavorano nelle feste solenni; o quale l'opera del cocchiereche nei dí delle feste solenni conduce i ricchi alla chiesa di Dio), ma ad insegnare i principî teorici di certe arti ai giovanetti che, dopo le pratiche della religione, rimangono il resto della giornata oziosi; per questo un altro giornale s'arma contro il buon sacerdote di zelo farisaico, e parla come scriba non com'uomo che di ciò fare abbia potestà[1403], e mentisce alla parola di Cristo: non l'uomo per il sabbato, ma il sabbato è fatto per l'uomo[1404]. Chi è della terra, parla linguaggio di terra[1405]: chi d'odio si pasce odio riceve. Cristo comanda: non dite falsa testimonianza: e costoro mentono. Cristo: amate i nemici, e costoro le inimicizie fomentano, accattano, creano. Cristo e i suoi promettono parole di vita[1406], e costoro gioire nelle imagini di prigioni e di morte; e il pensiero d'un uomo che soffre, rasserena la torba anima loro, li fa faceti.Pieni di malizia, di contenzione, di dolo, di malignità, sussurroni, detrattori, lanciatori di contumelie, superbi, inventori del male, senza misericordia, senz'affetto.E a costoro io volgo sí dure parole, perché costoro dello scandalo esultano, e gridano col preside iniquo: non sai tu ch'io ho potestà di farti del male?[1407]A costoro io volgo dure parole, perché il servo spietato al conservo suo, Dio punisce d'inesorabile pena; perché Gesú non contr'altri che contro i falsi zelatori alzò sdegnoso la voce.[1408]Io parlo con indegno e senz'ira, con fiducia e senza terrore la parola del vero: e dico a quei dellaVoceche in sí misero modo infamaron se stessi: voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi. Dico: voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi. Dico: siete empi perché rinnegate la carità. Sia permesso a G. P. Vieusseux (e sarà, spero, dalla equità del governo Toscano) dichiarare nel suo rinato giornale le opinioni proprie e degli amici suoi, dire i suoi desiderî, come onesti, come sacri ad ogni innocua verità; sia permesso smentire co' fatti le vostre fallacie. Allora parlate, allora fatevi censori della censura italiana, insultatori di tutti i governi italici, allora infangatevi di delazione, e di bile abbeveratevi a piacer vostro.E queste cose io scrivo lontano da G. P. Vieusseux, e di mio libero moto, professando apertamente ch'io l'amo; ma che non l'affetto, sí l'amore della giustizia mi fa parlare. E la mia parola è credibile; perch'ha in sé il suggello della sua verità. E voi, se siete cristiani, fate echeggiare questa mia parola allaVocevostra, echeggiar tutta del primo all'ultimo accento. Poi rispondete: e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio.Parigi, nell'aprile del 1835.N. Tommaséo.Dai tipi di Pihan Delaforest(Morinval)„.Appendice XIX(pag. 364).Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a Niccolò Tommaséo.“13 maggio 1835.Ricevo le copie del vostro scritto allaVoce della Verità. Mio buon amico, io vi ringrazio quanto piú so e posso per il sentimento di vera amicizia e di dignità che ha dettato quell'eloquente discorso. A pena l'ho avuto letto sono andato alla Presidenza del Buon Governo ove ne ho lasciata una copia pel Presidente Bologna. Un'altra ho portata al P. Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare colla stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi, e come sempliceristampa. Egli la trasmetterà a Palazzo Vecchio.Il va sans direche la mia domanda non sarà accolta con favore, ma pure è opportuna perché prova ch'io sono sempre coerente con me medesimo, ed il medesimo Segretario Fabbroni m'ha detto:a questo scritto non si risponde. Un'altra copia assicurata in una stecca, resta in lettura alGabinetto. Suppongo che a Modena l'avete mandata direttamente. Ora sentiremo ciò che diranno quei furfanti: immensa sarà la loro rabbia, ma impotente. Del resto, tutto considerato, il Governo toscano vi fa buona figura: voglio sperare che questo scritto verrà letto da S. A.; ma non mi lusingo che possa impegnarlo a lasciarmi ricominciare un giornale — anzi, ho molte cose che mi provano che piú che mai non si vuole ch'io ne faccia uno; tra le altre cose so positivamente che si cerca uno che voglia intraprenderlo; potreianche nominar la persona che dovrebbe dirigerlo. Brav'uomo, ma senza energia, senza quella cognizione e sopra tutto quell'esperienza degli uomini e delle cose, senza della quale non si fa un giornale in nessun paese del mondo, e particolarmente in Italia„.Appendice XX(pag. 364).Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò Tommaséo.“Nota.19 maggio 1835.Osservazioni rispettose dettatami dalla lettura.G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato inquella Capitale. È questa una filippica contro la gazzetta di ModenaLa Voce della Verità, che morse già acremente l'editore della soppressaAntologia, ed è per lui l'orazionepro domo sua. Vieusseux mi è parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi dellaVoce della Verità, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè coll'istessa data di Parigi. Ma se laVoce della Veritàha (ed è pur troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la rettitudine delle intenzioni del già editore dellaAntologiae mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia. Perquesto si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto mi pare perciò affatto riprovevole.Bernardini„.Appendice XXI(pag. 365).Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti.“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte. Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a costoro come chiamareinfernaleogni cosa che loro non paia lodevole, sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia stoltezza ancor piú che fallo: dica che lacerta scienzaepazienza(come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di cristiano: dica che chiamare congiura l'Antologia, foss'anco rea delle colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che ilpuzzo, ilfetore, lasozzura, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono l'Antologiache laVoce: dica chenon curarsi di saperede' fatti che possono scolpare l'uom piú reo dellaterra, è indegno d'accusatori, proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità, inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua coscienza: dica da ultimo che se laVocenella sua rabbia persiste avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che portan l'odio nel nome di Dio.[1409]Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.Parigi, 4 giugno 1835.Tommaséo„.Appendice XXII(pag. 367).“Addì 20 maggio 1835.Il Bali Cosimo Andrea SanminiatelliAl SignorNiccolò Tommaséodimorante in Parigi, o altrove.Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa etc. etc. etc.è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?Cosí voi, volgo nondei pensantima della canaglia settaria, sentina nondel Cristianesimoma del Sansimonianismo, e feccia nondel fielema delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta dell'Italia centrale —La Voce della Verità— didi cui avete rimessi a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre, (politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete denominato il vostro pazzo libello —La Voce della Verità!!!—In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene a senso nostro, non lieve difetto praticata con un'(sic)automa qual siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di Canosa perun villano, e perun uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; quello che di piú, senza provocazione ha osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta —La Voce della Verità— unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenzabattesimalepretesa, non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo.Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali (sebbene insultati di persona pure nelle villanievomitate controLa Voce della Verità, essendo noi, da anni della medesima, continui, dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore, dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore dellaVoce della Verità, che non importerebbe prendere le difese di un esimio Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti, noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa.I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta —La Voce della Verità— l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza politica e governativa; le di lui opere molteplicine costituiranno le prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime. Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî: che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo legloriose giornate francesi Lugliatiche. Lo spirito pubblico legittimista languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i giornali venduti allaPropagandaed alla esiziale, cosí detta,giovine Italialanciavano frequentemente, con audacia demagogicafuribonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolicaPropaganda, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti? Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona fede; è dovuto al giornale dellaVoce della Verità, suscitato a di lui pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò d'eguale spirito e dottrina, comeLa Voce della Ragioneetc. etc., giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc. etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile rivoluzionaria.Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa (appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo laimportanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice senso comune, non si può essere nemicipoliticamentedel Principe di Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità, non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta —La Voce della Verità— per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva concedere —Barbarus his ego sum.Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc.Senza timore né di veleni né di stiliIl Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli„.Appendice XXIII(pag. 368).Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.La Voce della Verità.II.Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove: né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del governo toscano.Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P. Vieusseux. Mentitori, perché alleparti deterioridel popolo italiano lo aggregarono e alleclassi immorali. Mentitori, perché lo immischiavano a non so che sognatibagordi. Ed eglino, per rispondere a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certeesequie riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché l'Antologiadenunziarono come congiura, l'Antologiaalla qual tanti uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono, nell'Antologianon volle mai né seppe discernere quella congiura tanto evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo: intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce di scherno.Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono. Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro diffamazioni, e scusan poi non so chi d'allungarequel libro; e allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie. Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini contro il Vieusseux) rispondono:non ne sappiam nulla, e non ce n'importa.E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dicorispettati, e sappiaLa Vocedi Modenache i buoni governi rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verboallungare. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un centro ditenebrose mene; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e le altre che già noverai.Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno dell'Antologiale parole delJournal des Savantsche le rimproverales doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps: e chi conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione cantarono e a que' delGloboche la spiritual natura dell'anima difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo ed ipocrita, tacciano l'interna malvagitàdegli avversarî loro, e leteorie degne del capestroe lemalizie lambiccate in inferno: ed eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e nelle pene, eglin trovano nella mia rispostasoggetto di pianto; e voglionoforzare all'ozio(all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e chi loro non garba paragonano alladro, altagliaborse, all'assassino; e gli danno lostilo, ilcoltello, ilpugnale, ilnappo del tossico, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli veggono in frontemacchie di sangue; e lo chiamanoa partecipanza(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza)a partecipanzalo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'esserevituperato, e parla dipantanoe disozzurae dimondezzaio, ha nome Cesare Carlo Galvani.I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro, e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure oppresso, e carità dell'Italia.N. Tommaséo.29 maggio 1835, Parigi.Dai tipi di Pihan Delaforest(Morinval)Appendice XXIV(pag. 376).Circolare del Vieusseux, del 20 gennaio 1848.“..... Allorché, dando ascolto a un sentimento mio proprio e agli amorevoli incitamenti de' miei amici, io mandai in pubblico il manifesto dellaFenice, sperava che l'annuncio della resurrezione dell'Antologiasarebbe giunto gradito all'universale. Né m'ingannai; imperciocchè buon numero di sottoscrittori, e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, vennero subito a confortarmi nel nuovo disegno. Ma allora io non poteva misurare per quanto spazio si sarebbe esteso il magnifico movimento politico, del quale Pio IX e Leopoldo II, colla legge sulla stampa, avevano dato il segnale; ed ancor meno poteva prevedere i gagliardi effetti che ne sarebbero con sí mirabile sollecitudine seguitati.Ma non sí tosto nel regno Lombardo Veneto fu conosciuto il mioManifesto, che contro laFenicefu bandito il decreto di proibizione. Da ciò presi certezza che il mio giornale non sarebbe stato ammesso neppure a Napoli, a Parma, a Modena. D'altronde, la stampa politica, e soprattutto la quotidiana, prese in poco tempo tale importanza, e attrasse talmente l'attenzione del pubblico, che ogni giorno s'affacciavano a me nuovi ostacoli da superare. Quindi mi nacquero dubbi sulla opportunità del mio progetto: e anzi che metter subito mano all'opera, stimai prudente consiglio aspettare il mese d'ottobre. Venuto l'ottobre, i miei dubbi invece di scemare s'accrebbero. Mi restava però qualche speranza che laFeniceavrebbe potuto aver principio col gennaio del 1848. Ma erano illusioni... Ognor piú gli spiriti van rivolgendosi alla politica; ed un giornale mensile, come dovrebb'essere laFenice, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non troverebbe che scarso numero d'associati, e non potrebbe sostenersi che mediante rilevanti sacrifizi pecuniari.Per tali ragioni, non senza provar vivissimo dispiacere, debbo rinunziare (almeno per ora) a mandare ad effetto il mio disegno, ed aspettare a riprenderlo tempi piú propizî ad imprese siffatte.....„.
Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a S. E. Don Neri Corsini.
“28 giugno 1833.
Eccellenza: Io mi prendo di nuovo la libertà di venire ad importunare V. E. con inchiesta che non può non essereaccolta con quella fiducia, della quale ho ricevuto da lei onorevoli prove.
Il letterario decoro della Toscana non indegnamente sostenuto da que' molti che si compiacquero di corrispondere alle passate mie cure; i bisogni della stamperia Pezzati, ridotta a deplorabile stato, come tanti altri librarii stabilimenti di questo paese; le abitudini mie stesse, alle quali io non potrei senza dolore e senza danno rinunziare dopo dieci anni di penoso, dispendioso, infaticabile e non inonorato lavoro; tutto si congiunge a rendere non immeritevole dell'attenzione di Lei la proposta ch'io fo d'una impresa, la quale, com'Ella ben vedrà, non somiglia a giornale veruno. La mia raccolta liberata dagl'intoppi delle opere periodiche, oltre all'essere innocua in sé, riescirebbe proficua agli scrittori, a molti libraj: e se col permetterla V. E. gioverebbe a me, io col promuoverla gioverei forse a non pochi, e, oso dirlo, anche alla Toscana letteratura.
Ma il P. Mauro Bernardini, R. Censore, dice ed è nell'intenzione di non approvare ilManifesto, se prima non esamina gli scritti tutti che debbono comporre il mio primo volume. Se si trattasse di un opuscolo solo sarebbe ben facile il soddisfarlo; ma trenta fogli di stampa, per potergli ottenere dagli scrittori, per raccoglierli, per trascriverli solamente, chieggono spese di tempo e di denaro che antecipare io non posso.
La mia impresa ha bisogno prima di tutto di assicurarsi di molti associati, e a ciò richiedesi un manifesto; e ogni dilazione diventa nello stato mio penosissima. Del resto, il manifesto già dice su quali materie verseranno gli opuscoli, ed io prometto che il modo di trattarle, o piuttosto di evitarne alcune, sarà quale permettono e vogliono i tempi. Poi a nulla gioverebbe un precetto atto solo a inceppare l'esercizio della mia industria, quando io non potrò mai stampar cosa che la Censura non rivegga ed approvi. Se qualche scritto verrà rigettato, se d'altri differita la stampa, mio sarà il danno, e mio sarà l'interesse che tali cose non seguano. In tale raccolta ciascuno scritto fa corpo da sé; ciascuno scritto può dunque essere separatamente approvato: il loro ravvicinamento non è che un atto materiale, di cui sarebbe alla Censura stessa, del pari che a me, tediosissimo il prendersi antecipatamente pensiero. Considerata dunque la comodità del Censore stesso, considerato il vero scopo della revisione censoria, considerata laevidente semplicità dell'impresa, e i miei deliberati propositi, e le mie circostanze, e il mio stesso interesse, io spero che V. E. non troverà inconveniente alcuno a permettere la pubblicazione dell'annesso progettato manifesto, e che la raccolta si faccia senza la necessità di presentar intera la materia del primo volume.
Ho l'onore
G. P. Vieusseux„.
“Circolare ai varî corrispondenti.
Firenze a dí 5 luglio 1833.
G. P. Vieusseux, Proprietario e Direttore del Gabinetto Scientifico e Letterario.
La soppressione dell'Antologianon mi aveva avvilito. Io confidava che il Governo, riconoscendo che in tutto questo disgraziatissimo affare io era vittima di un basso e maligno intrigo, non solo non mi avrebbe impedito di creare qualche altro mezzo di pubblicazione, atto a corrispondere ai bisogni letterari della Toscana, ma ben anche avrebbe veduto con piacere le mie premure per ottenere tale intento.
Io m'ingannava.
Progettai, in primo luogo unIndicatore Bibliografico Italiano, giornale di cui manca l'Italia, ad uso dei Tipografi, Librai e Bibliotecari, da pubblicarsi ogni 15 giorni. Mi fu risposto chenon mi si poteva permettere di fare un giornale. Eppure non si trattava che di un catalogo sistematico dei titoli, del prezzo e delle condizioni di associazione dell'opere che producono i torchi italiani! Vedendo chiaro che non si voleva cosa che avesse forma, e fosse nelle condizioni di un'opera periodica, pensai in ultimo luogo, dopo mature riflessioni, di proporre la pubblicazione di alcune serie diOpuscoli Scientifici-Letterarii, senza titolo, periodicità o vincolo di giornale, disposti in grossi volumi di 5 e 600 pagine, ed atti, per conseguente, ad ammettere non solo memorie che per loro natura non possono aver luogo nei giornali, ma anche operette di piú fogli e stampe; ed io avevo già, ed avrei raccolto in seguito, numerosi ed importanti materiali. Il qual progetto potendo ricevere prontae diligente esecuzione, io veniva a creare un deposito utilissimo per gli scrittori Italiani in particolare, prezioso per le scienze e le lettere in generale.
Ma contro ogni mia aspettativa, e quella del pubblico fiorentino, anche questa impresa mi è vietata sotto pretesto che da taluni potrebbero venir considerati i miei volumi diOpuscolicome un succedaneo all'Antologia!
Dopo tali due inutili ed infelici tentativi, il pubblico non mi accuserà, voglio sperarlo, di pigrizia e d'indifferenza per le cose patrie, se mi vedrà limitare le mie premure al miglior andamento del mio Gabinetto, e delGiornale Agrario, del quale ho conservato l'Amministrazione.
Conviene ora rassegnarci d'aspettar tempi migliori. Frattanto non posso che rinnovare a tutti i miei amici i miei piú fervidi ringraziamenti per la fiducia dimostratami pel passato, e pregarli d'essere certi che quando il Governo Toscano tornasse a sentimenti piú benevoli a mio riguardo, e quando mi fosse concesso di occuparmi nuovamente in modo attivo di ciò che può interessare le Scienze e le Lettere Italiane, io mi vi dedicherei senza indugio, purché le mie forze corrispondessero al mio zelo; ed allora tornerei a pregare i miei buoni e rispettabili amici e corrispondenti di assistermi co' loro scritti, e co' loro consigli, e mi presenterei a loro con tale piano da conciliare sempre piú il decoro delle lettere col vantaggio degli scrittori Italiani„.
Appunti di Gian Pietro Vieusseux.
“Aprile 1834 e maggio.— Il progetto diRassegna trimestralefu presentato da me al Censore Padre Mauro Bernardini, ed ho la certezza ch'egli ne fece un rapporto favorevole. Portatomi il dí 8 di maggio a Palazzo Vecchio, il Corsini mi disse essere il mio progetto buono in sé; ma che non sarebbe cosa decorosa per la Toscana il non fare un giornale che a spese degli altri, e che si direbbe i Toscani non sapere piú fare un articolo originale. Replicai che laRassegna trimestrale, benché modestissima, sarebbe sempre stata cosa utilissima; ma che quando il Governo volesse permettermi di ricominciare un giornale originale, sarebbe cosa lusinghiera per me, piú utile per la Toscana, e nel tempostesso piú decorosa. Che dopo 18 mesi d'interruzione, durerei fatica a poter riannodare le mie antiche relazioni, ma che però mi dedicherei con energia alla creazione di un nuovo giornale. Mi fece, ma leggermente, qualche obiezione sul titolo diRassegna; ed aggiunse: “Rifletta, ponderi, veda ciò che potrebbe fare. Ma poiché, dopo l'accaduto, un giornale nelle sue mani non dipende dalla sola Censura, e sarebbe un affare di Governo, bisogna fare unaMemoriaal Gran Duca„. Ed io, ringraziando il Corsini per il suggerimento che mi dava liete speranze, promisi di occuparmi subito di un progetto e di una supplica„.
Appunti di Gian Pietro Vieusseux.
“10 giugno 1834.— Il dí 22 di maggio portai a S. E. Corsini la mia supplica per l'A. R. col progetto di giornale Rassegna italiana. Questa mattina sono andato all'udienza dal Corsini, chiedendogli nuove del mio affare.
Il Ministro: Io non posso proporre al Granduca di lasciar risorgere l'Antologia. Il Governo avendo soppresso questo giornale, non può permettere ch'egli ricomparisca alla luce.
Io: Ma ho rinunziato al titolo diAntologia.
Ministro: Ma lo spirito del nuovo giornale sarebbe l'istesso. Lo scopo dellaRassegnaè anche piú chiaramente annunziato. Ella vuole trattare di politica e dell'amministrazione di tutti i paesi d'Italia, e ciò non si può permettere.
Io: Chiedo perdono a V. E., ma non mi pare di aver manifestato l'intenzione di trattare politica e amministrazione.
Ministro.Ma lei vuole considerare le scienze e le lettere principalmente per l'influenza che possono avere sul benessere e la felicità dei popoli, sulla loro amministrazione; e lei si spiega, a questo riguardo, con molta chiarezza.
Io.Torno a domandare perdono a V. E.; il miomanifestonon allude punto alla politica ed all'amministrazione; ma rinunziando a riprendere il titolo del mio antico giornale, non rinuncio per ciò ad essere coerente con i miei antecedenti ed a far sempre un giornale filosofico, un giornale dedicato al progresso, un giornale piú dedicato all'universaleche ai soli pedanti; ma tutto ciò può farsi decorosamente, senza entrare nella.....[1393]di governo o di pubblica amministrazione, senza dir nulla che possa offendere il Governo ed i suoi amici ed alleati.
Ministro.Il Governo non è nemico delle scienze e delle lettere — anzi, presto si farà a Pisa un nuovo giornale di medicina, e poi un altro giornale.....[1394]ma il suo sembra occuparsi di troppe cose.
Io.Dunque Firenze dovrà continuare ad essere priva di un giornale, e mentre ogni paese d'Italia va acquistando ogni giorno per questo verso, noi soli non potremo far nulla.
Ministro.Non si può fare come ella intende. Non posso biasimare la schiettezza, anzi devo lodare il modo con cui ella si esprime, ma non posso proporre il risorgimento dell'Antologia, e laRassegnanon sarebbe altro che l'Antologiaperfezionata.
Io.Dunque S. A. non sa nulla del mio progetto, non ha letto nulla.
Ministro.Certo io non voglio si possa proporre simil cosa al Granduca.
Io.Ma V. E. non si avrà per male se porto direttamente a Pitti il mio progetto e la mia supplica.
Ministro.Lei è padrone di far ciò che vuole a questo riguardo.
Io.Ma lei poi mi darà contro.
(qui un semplice movimento di testa, che non dice, né sí né no).
Io.Io dunque anderò a Pitti„.
“Alla Voce della Verità.
Protesta.
I Redattori dellaVoce della Verità, nel n. 552 del loro giornale hanno inserito un articolo intitolatoPensieri di circostanza, che termina colle seguenti parole:
“Un popolo veramente religioso non resterà mai preso nella sua totalità dalle illusioni politiche; egli non intenderàmai come la guerra e le sommosse sieno preferibili all'ordine e alla pace. Presso questo popolo vi avranno sempre piú savj politici, perché la prudenza, l'avvedutezza, l'imparzialità dei giudizi sono doti che la religione procaccia. Un libretto o un giornale, che difendano la Religione e i governi stabiliti, godranno maggiore popolarità, e faranno piú effetto sulla parte migliore di questo popolo,che tutti i Proclami del Sig. Vieusseux, e le usate lamentazioni patriottiche sulla parte deteriore di lui. Una voce di religione può sollevare migliaia di braccia in questo popolo, mentre il liberalismo non ne troverebbe due per sé, essendogli necessaria la guerra per sostenersi, e impossibile questa senza una levaantipaticaa tutti. Dopo tutto questo è chiaro perché il liberalismo faccia fortuna fra le classi immorali. Ci vuol altro per essere talenti politici che inventare o usare parole nuove, e saper gridare: progresso, indipendenza, diritti dell'uomo, eguaglianza, nei crocchi e in mezzo ai bagordi di quattro o cinque cittàultra-civili!E poi venitemi a dire chei talenti sono alleati della rivoluzione; sí, lo sono, come i pesci bruti sono alleati del pescatore che li piglia all'amo„.
Sino a tanto che laVoce della Veritàsi limitava a pubblicare le sue critiche ed i suoi dubbj intorno a ciò che da me veniva e vien pubblicato, come editore, o diffuso e raccomandato per conto di altri editori, poco me ne curava, e non rispondeva che col silenzio del disprezzo, eziandio alle sue piú maligne e calunniose insinuazioni, perché facile era per tutte le persone di senno riscontrare in quelle istesse pubblicazioni, quegli articoli o quei passi da essa presi di mira. Ma allorquando laVoce della Verità, senza citar nulla che possa somministrar mezzi di riscontro, si fa lecito di supporre fatti che, se esistessero, diventerebbero un'accusa terribile contro di me, io devo a me medesimo di protestare, come altamente protesto, contro questa supposizione ch'io mandi fuori Proclami contrarj alla religione, al buon vivere e alla morale; e la dichiaroMenzogneraeCalunniosasotto tutti gli aspetti.
Dichiaro inoltre, che non ho mai adoperato, né mai adoprerò mezzi simili di pubblicazioni; e confido che ognuno riconoscerà che ilProgressocome l'intendo, non è quello che può essere ambito dagli uomini immorali ed irreligiosi, a qualsiasi partito appartengano. Dichiaro infine che dopo la presente solenneProtesta, io non prenderò piú la pennaper difendermi contro gli attacchi di chi mi vuol del male, appellandomi fin d'ora, di ogni nuova accusa calunniosa, al buon senso del pubblico, ed alla giustizia degli uomini dabbene.
Firenze, 5 marzo 1835
G. P. VieusseuxProprietario e Direttoredel “Gabinetto scientifico-letterario„.
Dalla tipografia Galileiana„.
Difesa del Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.
“La Voce della Verità.
Una gazzetta alla quale era serbato superare in barbarie di stile, in goffaggine di concetti, in viltà di delazioni calunniose, in amarezza d'odii spregevoli e di contumelie impotenti, quanti mai scritti conosce l'Europa avversi ad ogni religione e ad ogni piú venerabile autorità; una gazzetta alla quale fu inspiratore degno l'autore deiPifferi di Montagna, il villan di Canosa cacciato di Napoli e della Toscana com'uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; una gazzetta il cui nome è nome di scherno, le cui dottrine meritarono la riprovazione del governo austriaco il quale ne interdisse la pubblica lettura nelle provincie lombarde, in quelle provincie dove l'Antologiadi Firenze aveva liberi soscrittori e lettori moltissimi, e lodi solenni, fiorente e caduta, ne' giornali e ne' libri; laVoce della Verità, dopo aver toccato in certi suoi pensieri, come Ella con l'eleganza usata li chiamadi circostanza, toccato diguerra, disommosse, digoverni stabilitie direligione, accennava quasi come nemici della religione e de' governi stabiliti, suscitatori di guerre e di sommosse iproclamidi Gian Pietro Vieusseux; e soggiungeva non so che della partedeterioredel popolo italiano, delle classiimmorali, o deibagordidelle cittàultra-civili: né a confermazione della accusa recava ella, laVoce della Verità, cosiffatti proclami; né dimostrava perché G. P. Vieusseux dovesse essere relegato nella parte deteriore del popolo italiano, e come entrass'egli ne' bagordi delle città piú che civili, né quali vincolistringessero lui alle classiimmorali, né come si possano senza menzogna servile chiamareimmoralileintere classidi un popolo per depravato ch'e' sia. E perché G. P. Vieusseux con l'assenso del governo toscano chiamava bugiarda e calunniatrice laVoce della Verità, già colpevole d'altre calunnie e d'altre bugie, (delle quali profanò fino i sacrarii delle tombe, crudele agli uomini, ed empia contro la misericordia di Dio) in difesa della sua stoltizia quellaVocemedesima rispondeva nuove stoltizie e menzogne; doversi l'Antologiagiudicare secondo i giudizî di chi non ne fu mai parte, e mal la conobbe; secondo l'autore di certe addizioni ad un libro di Silvio Pellico, al quale la censura d'un principe amico al duca di Modena concesse l'uscire nella pubblica luce: essere quell'autoresquarciator dei veli carbonici; e, perch'egli disse l'Antologiadi Firenze sorella alConciliatordi Milano, e congiura ilConciliatore, essere l'Antologiapretta congiura,carboneriapretta, e non proclami ma congiure doversi chiamare gli scritti dal Vieusseux pubblicati. E perché l'Antologianon credette necessario confutare un libro stampato fuori d'Italia, e da pochi italiani letto, e da nessuno tenuto per autorevole; tanto piú che sufficiente confutazione a quel detto era l'Antologiastessa; di qui laVoce della Veritàcon ingegnosa carità di cristiano conchiude che l'Antologianon è proclama, è congiura. E ciò vuol dire che contro la religione erano congiurati tanti uomini virtuosi e dotti che nell'Antologiascrissero, e non sola una volta, l'Ab. Zannoni, l'Ab. Follini, l'Ab. Rigoli, l'Ab. Missirini, il Padre Inghirami, Cesare Lucchesini e tanti onorevoli magistrati e scrittori di tutte le parti d'Italia e d'oltremonte, il Cibrario, il Nota, lo Sclopis, il Manno, il Balbo, il Grassi, il Rosellini, il Carmignani, e l'Hammer ed il Mustoxidi. E ciò vuol dire che contro i governi stabiliti congiurarono il governo Toscano che l'Antologiapermetteva, il governo papale che tanti esemplari ne riceveva nelle sue città: e ciò vuol dire che eccitatori di guerre e di sommosse, e collegati alleparti deteriorisono Ferdinando e Francesco e Ferdinando di Napoli, Carlo Alberto e Carlo Felice di Sardegna, Francesco d'Austria, il duca di Modena. E notate che l'ultimo quaderno stesso dell'Antologia, nel quale la censura toscana non trovò alcun delitto, nel quale non trovò alcun delitto il ministro di stato che co' suoi proprî occhi lo esaminò lungamente, e dal quale trasse laVocedi Modena avvelenatrice, occasione di scandalo, (onde, non giàper colpa commessa, ma per evitare delazioni tediose e querele, il toscano governo credette dovere all'Antologiatroncare la vita), quello stesso quaderno, io dicevo, in altre parti d'Italia fu accolto, senza che igoverni stabilitivedessero ivi entrosommosse. E se taluno degli scritti nell'Antologiacontenuti accennava a dottrine che allaVocedi Modena fanno paura, basti che non facessero paura al duca di Modena, al Papa, e alla toscana censura.
Or di che mai laVocedi Modena non sente terrore o nol finge? Chi venisse, e dicesse: non temete, o povero gregge, che al padre vostro è piaciuto dotarvi del regno[1395]: ogni valle innalzata e sarà umiliato ogni monte[1396]: noi aspettiamo la consolazione d'Israello[1397]: laVoce della Veritàgriderebbe che cotesti sono proclami e congiure. Non già ch'io voglia porre comparazioni tra le umane cose e le divine: ma intendo accennare quanto antico vezzo sia questo zelo calunnioso, che crea coll'interpretazione i delitti, ch'esaspera le ire, che sull'innocente indifeso vilmente s'avventa, e un colpo solo non basta alla paurosa sua rabbia, e una feroce necessità gli comanda sopraggiungere all'ingiustizia l'oltraggio, e mescere all'impudenza del bugiardo la viltà dell'ipocrita. Or che disse alla donna convinta di fallo il re mansueto? S'altri non ti condanna, né io vorrò condannarti[1398]. E questi zelanti, a colui che da nessuno è accusato, a colui che da' principi vigilanti ed amici dell'autorità propria ha protezione e rispetto, che dicono? Se nessuno ti condanna, e io ad accusare son pronto, pronto ad imaginare la colpa, a provocare la pena, ad aggravarla di nuove provocazioni e di scherni. E costoro di religione ci parlano! E vogliono pace! E tacciano d'immoralitàordini interi di cittadini! E sprezzanola parte deteriore del popolo; essi, volgo dei pensanti, e sentina del cristianesimo, e feccia di fiele!
Questa Voce che a Dio s'immedesima, perché Dio solo è verità[1399], rinnovella le calunnie dei nemici al nome cristiano che dicevano concitatori della città[1400]gli uomini alvero devoti, e vociferavano, e gettavan polvere in aria[1401]gridando vendetta. QuestaVoce di Veritàosa asseverare che G. Pietro Vieusseux prestavai suoi tipiad uno sciocco, come lo chiamarono, bullettino escito nel marzo dell'anno che l'Antologiafu soppressa: e non sa che G. P. Vieusseux non ebbe maitipi suoi, non sa che le indagini in Toscana fatte a scoprire l'autore di quella stupida impertinenza non osarono pur rivolgersi al direttore dell'Antologia; non vede che tra quel bullettino e laVoce della Veritàla fratellanza della goffaggine è tanta da dovere ogni uomo di senno sospettar piuttosto essere cotesto scritto modenese fattura che fiorentina.
Nessuna cosa è nascosta che non debba essere rivelata[1402]: e verrà giorno che le mene segrete, e le sozze vie per le quali ai vostri fini v'ingegnate di giungere, saranno palesi al mondo, o bugiardi: e sarà chiaro allora quali sono i nemici veri de'governi, quali le illusionipolitiche, e quali coloro che asostenersi credono necessaria la guerra.
Ora ecco nuove congiure tramate da G. P. Vieusseux.
Egli diffonde per Italia ilProgresso, giornale di Napoli, dalla censura napoletana approvato; lo diffonde in paesi soggetti a censura; diffonde un giornale al quale il nuovo direttore fu scelto dal governo di Napoli stesso; diffonde un giornale in cui scrivono il Liberatore, direttor d'altri annali, cosa in tutto regia, e il Iannelli e il Tenore e il Galluppi e l'Avellino e il Capocci e il Delle Chiaje e il Galanti e il Gräberg e l'Ab. Iorio ed il Muzzarelli prelato romano. Egli diffonde (e le sue lettere, spaventevole audacia! lo dicono in istampa) diffonde un giornale agrario, un dizionario geografico, e alcuni libri d'educazione che sono già nel commercio di tutta Italia: tra' quali è un manuale di Ferrante Aporti, sacerdote, che primo in Italia fondò le scuole infantili, e al santo ministero consacrò l'ingegno e la vita; e n'ebbe dal governo austriaco lode e ringraziamenti e sussidî. Ma il governo austriaco, secondo la Voce di Modena, è nemico de' governi stabiliti, amico alleleve antipatiche. E perché il sacerdote Aporti istituí certe scuole della Domenica nelle quali non insegnare opera servile (come sarebbe le magnifiche imbandigioni de' ricchi cui molti servi lavorano nelle feste solenni; o quale l'opera del cocchiereche nei dí delle feste solenni conduce i ricchi alla chiesa di Dio), ma ad insegnare i principî teorici di certe arti ai giovanetti che, dopo le pratiche della religione, rimangono il resto della giornata oziosi; per questo un altro giornale s'arma contro il buon sacerdote di zelo farisaico, e parla come scriba non com'uomo che di ciò fare abbia potestà[1403], e mentisce alla parola di Cristo: non l'uomo per il sabbato, ma il sabbato è fatto per l'uomo[1404]. Chi è della terra, parla linguaggio di terra[1405]: chi d'odio si pasce odio riceve. Cristo comanda: non dite falsa testimonianza: e costoro mentono. Cristo: amate i nemici, e costoro le inimicizie fomentano, accattano, creano. Cristo e i suoi promettono parole di vita[1406], e costoro gioire nelle imagini di prigioni e di morte; e il pensiero d'un uomo che soffre, rasserena la torba anima loro, li fa faceti.Pieni di malizia, di contenzione, di dolo, di malignità, sussurroni, detrattori, lanciatori di contumelie, superbi, inventori del male, senza misericordia, senz'affetto.
E a costoro io volgo sí dure parole, perché costoro dello scandalo esultano, e gridano col preside iniquo: non sai tu ch'io ho potestà di farti del male?[1407]A costoro io volgo dure parole, perché il servo spietato al conservo suo, Dio punisce d'inesorabile pena; perché Gesú non contr'altri che contro i falsi zelatori alzò sdegnoso la voce.[1408]Io parlo con indegno e senz'ira, con fiducia e senza terrore la parola del vero: e dico a quei dellaVoceche in sí misero modo infamaron se stessi: voi siete bugiardi, e stoltamente bugiardi. Dico: voi siete vili, perché vi scagliate contro chi non può ad arme eguale rispondervi. Dico: siete empi perché rinnegate la carità. Sia permesso a G. P. Vieusseux (e sarà, spero, dalla equità del governo Toscano) dichiarare nel suo rinato giornale le opinioni proprie e degli amici suoi, dire i suoi desiderî, come onesti, come sacri ad ogni innocua verità; sia permesso smentire co' fatti le vostre fallacie. Allora parlate, allora fatevi censori della censura italiana, insultatori di tutti i governi italici, allora infangatevi di delazione, e di bile abbeveratevi a piacer vostro.
E queste cose io scrivo lontano da G. P. Vieusseux, e di mio libero moto, professando apertamente ch'io l'amo; ma che non l'affetto, sí l'amore della giustizia mi fa parlare. E la mia parola è credibile; perch'ha in sé il suggello della sua verità. E voi, se siete cristiani, fate echeggiare questa mia parola allaVocevostra, echeggiar tutta del primo all'ultimo accento. Poi rispondete: e sotto allo scritto ponete il nome vostro. I' pongo il mio.
Parigi, nell'aprile del 1835.
N. Tommaséo.
Dai tipi di Pihan Delaforest(Morinval)„.
Minuta di lettera di Gian Pietro Vieusseux a Niccolò Tommaséo.
“13 maggio 1835.
Ricevo le copie del vostro scritto allaVoce della Verità. Mio buon amico, io vi ringrazio quanto piú so e posso per il sentimento di vera amicizia e di dignità che ha dettato quell'eloquente discorso. A pena l'ho avuto letto sono andato alla Presidenza del Buon Governo ove ne ho lasciata una copia pel Presidente Bologna. Un'altra ho portata al P. Mauro, chiedendo di poterla moltiplicare colla stampa fiorentina, ma sotto data di Parigi, e come sempliceristampa. Egli la trasmetterà a Palazzo Vecchio.Il va sans direche la mia domanda non sarà accolta con favore, ma pure è opportuna perché prova ch'io sono sempre coerente con me medesimo, ed il medesimo Segretario Fabbroni m'ha detto:a questo scritto non si risponde. Un'altra copia assicurata in una stecca, resta in lettura alGabinetto. Suppongo che a Modena l'avete mandata direttamente. Ora sentiremo ciò che diranno quei furfanti: immensa sarà la loro rabbia, ma impotente. Del resto, tutto considerato, il Governo toscano vi fa buona figura: voglio sperare che questo scritto verrà letto da S. A.; ma non mi lusingo che possa impegnarlo a lasciarmi ricominciare un giornale — anzi, ho molte cose che mi provano che piú che mai non si vuole ch'io ne faccia uno; tra le altre cose so positivamente che si cerca uno che voglia intraprenderlo; potreianche nominar la persona che dovrebbe dirigerlo. Brav'uomo, ma senza energia, senza quella cognizione e sopra tutto quell'esperienza degli uomini e delle cose, senza della quale non si fa un giornale in nessun paese del mondo, e particolarmente in Italia„.
Giudizio del R. Censore Padre Mauro Bernardini su l'opuscolo di Niccolò Tommaséo.
“Nota.19 maggio 1835.Osservazioni rispettose dettatami dalla lettura.
G. P. Vieusseux si è presentato al Dipartimento per rassegnare al Signor Presidente l'inserto esemplare, uno dei pochi che ha detto essergli pervenuti da Parigi, di uno scritto del Tommaséo stampato inquella Capitale. È questa una filippica contro la gazzetta di ModenaLa Voce della Verità, che morse già acremente l'editore della soppressaAntologia, ed è per lui l'orazionepro domo sua. Vieusseux mi è parso, e si è tale mostrato, vago assai di questo scritto, col quale sente propugnata e difesa la sua causa dagli attacchi dellaVoce della Verità, e nel sentimento della sodisfazione, che ne prova, ha espresso il desiderio e l'idea di farne fare una ristampa con data estera, cioè coll'istessa data di Parigi. Ma se laVoce della Veritàha (ed è pur troppo vero) cosí pochi riguardi per gli individui e per i Governi talvolta, se a mano rovescia taglia e fiede, è vero ancora che qualche volta dà nel segno, e impreca contro reputazioni e contro nomi già in discredito presso la massa dei buoni, e dei non malignanti, ed il suo scopo è quello in sostanza di disingannare i sedotti, e di preservare dall'inganno delle dominanti avvelenatrici dottrine gli innocenti, e i meno accorti. Lo scritto che cade sott'occhio, è foggiato con modi di prestigio e di seduzione, e mentre con esso vuole sostenersi la rettitudine delle intenzioni del già editore dellaAntologiae mettersi nel medesimo disprezzo la Gazzetta Modenese, parmi (almeno per l'impressione che ora ne provo se la meschinità del mio giudizio non mi fa travedere) che indirettamente si trova la difesa del Vieusseux ad offesa e condanna del Governo che volle soppressa l'Antologia. Perquesto si citano dei nomi rispettabili, e parte dei quali invulnerati presso qualunque opinione, i cui scritti figurano già nel Giornale. Può essere che io erri, ma lo scritto del Tommaséo, nome da inspirare gran diffidenza per le conosciute sue massime novatrici in fatto di politica e di Religione, è da tenersi per periglioso, e quindi da vietarne la circolazione. È un abuso poi insopportabile quello che egli si permette delle Dottrine Evangeliche e dei tratti presi dai libri santi, e il vedersi citati gli Apostoli, e gli Evangelisti al pari degli scrittori profani, lo che spiega se non altro la minore venerazione religiosa dei banditori della Rivelazione Divina presi alla pari delli scrittori di politica, e dei filosofi. Come entrano le Verità auguste del Vangelo e degli Atti Apostolici in queste diatribe pseudo-morali fatte a sfogo di bile liberalesca, in uno scritto di domma ridondante di contumelie e di sarcasmi? La cosa è indegna, come è indegno non meno l'abuso che vi si fa dei nomi di molti dai sovrani Regnanti ed alcuni defunti. Lo scritto mi pare perciò affatto riprovevole.
Bernardini„.
Lettera di Niccolò Tommaséo a Marcantonio Parenti.
“A Lei, moderato e onest'uomo, invio questo scritto nel quale s'accennano le menzogne di gente divorata da zelo crudele; e non tutte. Di chi sieno i vituperî, gli uomini probi diranno. Ella, prego, dica a costoro come chiamareinfernaleogni cosa che loro non paia lodevole, sia peggio che farisaica arroganza; come ripetere menzogna smentita, sia stoltezza ancor piú che fallo: dica che lacerta scienzaepazienza(come goffamente il Galvani dice) del Vieusseux nelle ciancie del Maroncelli è bugia: dica che i modi usati da costui per accennare ad un uom carcerato, foss'ancora parricida, son modi di boia e non di cristiano: dica che chiamare congiura l'Antologia, foss'anco rea delle colpe appostele, è abuso di nomi ridicolo: dica che ilpuzzo, ilfetore, lasozzura, modi in cui quel Galvani s'avvoltola, mostrano chi egli sia: dica che piú illustri nomi e piú gravi onorarono l'Antologiache laVoce: dica chenon curarsi di saperede' fatti che possono scolpare l'uom piú reo dellaterra, è indegno d'accusatori, proprio di delatori: dica che gridare perché altri diffonde scritti in Italia permessi, e denunziarlo, e tremare di lui, è imbecillità, inumanità, codardia: dica che a quel miserabile io non ho dato diritto di stimar falsa la mia fede in Dio e in G. Cristo: dica che a parte alcuna i' non servo, alcuna parte non temo; che per la religione e per la verità saprò vincere e patire e morire: ch'io cito il Galvani non al giudizio di Dio (non sono tanto santo né tanto malvagio da invocare sul capo d'uomo nessuno la divina vendetta), lo cito innanzi alla sua coscienza: dica da ultimo che se laVocenella sua rabbia persiste avrà in me non un nemico ma un giudice che in capo all'anno, al semestre, al trimestre, saprà mostrare all'Italia chi son costoro che portan l'odio nel nome di Dio.[1409]
Queste parole a lei rivolgo, Signore, perché la stimo; perché credo l'autorità sua valevole a mettere vergogna in costoro; perché il loro stato mi fa non paura e non ira, ma compassione e ribrezzo.
Parigi, 4 giugno 1835.
Tommaséo„.
“Addì 20 maggio 1835.
Il Bali Cosimo Andrea SanminiatelliAl SignorNiccolò Tommaséodimorante in Parigi, o altrove.
Dunque, bestialissimo, barbarissimo, bugiardissimo villanissimo signor Niccolò Tommaséo, il Principe Don Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa etc. etc. etc.è un villano, cacciato da Napoli e dalla Toscana come uomo stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?Cosí voi, volgo nondei pensantima della canaglia settaria, sentina nondel Cristianesimoma del Sansimonianismo, e feccia nondel fielema delle cloache tutte dell'universo mondo, la qualificate in una vostra delirantissima ed infernalissima stampa contro l'immortal Gazzetta dell'Italia centrale —La Voce della Verità— didi cui avete rimessi a Modena alcuni esemplari, nel corrente mese, al meritissimo e zelantissimo Direttore della medesima. E piú, con un'impudenza e sfacciataggine consentanea all'indole degli epiteti, con cui ci gloriamo di segnalarvi nella presente lettera, avete domandato al detto ottimo Direttore di pubblicare il vostro infamissimo libello nell'onorato energico foglio che esso dirige, e che voi sí bestialmente ed assurdamente attaccate di fronte, e di cui tentate inoltre, (politicamente sacrilego) di profanarne l'intitolazione, quando avete denominato il vostro pazzo libello —La Voce della Verità!!!—
In quanto alla gazzetta adunque da voi lacerata e vilipesa (se pure le vostre parole, che valutiamo meno dei beli del somaro e del porco, possono offendere) noi non abbiamo che ad applaudire, e di tutto cuore dividere le note responsive che ha apposte nel numero 591 della ridetta Gazzetta del sabato 16 maggio 1835 sotto la vostra stampa imbecille, con sua firma a faccia scoperta, il prelodato Direttore Cesare Carlo Galvani nostro pregiatissimo padrone, ed intrinseco amico. Il difetto che riscontriamo in queste sapienti note consiste nell'estrema moderazione e riserva che usa seco voi, virtú che se è pregiabile in sé stessa, e degna della cortesia, urbanità e gentilezza che lo distinguono, diviene a senso nostro, non lieve difetto praticata con un'(sic)automa qual siete voi stesso. Difatti se voi, o altri vostri complici e compagni ci domandassero con qual giustizia noi azzardiamo segnalarvi con epiteti sí espressivi e caratteristici, noi che godiamo la fortuna di non avervi mai conosciuto personalmente, risponderemmo che non può non essere che un uomo di tal calibro quello che ha ardito qualificare il Principe di Canosa perun villano, e perun uomo stolidamente torbido e vituperevolmente irrequieto; quello che di piú, senza provocazione ha osato lacerare la fama ed i principî della Gazzetta —La Voce della Verità— unico giornale che polemicamente conservi, ed intrinsecamente difenda, vendichi e tuteli l'onore d'Italia presso le presenti e future generazioni; quello che si dichiara il protettore e propugnatore del pestifero, farisaico, buffonesco giornale dell'Antologia di Firenze, di quella Antologia, che attraverso la sua innocenzabattesimalepretesa, non poté non eccitare per la soppressione, le provvide illuminate determinazioni del Governo Toscano, sebbene indulgentissimo.
Esposta dunque la congruità dei nostri epiteti, ed i motivi pei quali (sebbene insultati di persona pure nelle villanievomitate controLa Voce della Verità, essendo noi, da anni della medesima, continui, dichiarati con firma, e zelanti collaboratori) ci asteniamo nondimeno da aggiungere e da rincarare sulla difesa fattane dall'ottimo Direttore, dichiariamo, Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo, che l'oggetto speciale della presente lettera, che soffriamo il vituperio di dirigervi, riguarda la persona eccelsa del Principe di Canosa che da quindici anni conosciamo con intrinsichezza, e veneriamo come l'uomo sommo in Italia dei tempi moderni, l'unico e degno esemplare dei difensori dell'Altare e del Trono, dell'ordine e della giustizia, del grande e dell'utile, del giusto del vero e dell'onesto. Verissimo, come ha osservato nelle sue citate note l'ottimo Direttore dellaVoce della Verità, che non importerebbe prendere le difese di un esimio Personaggio, il quale sa abbastanza difendersi da se medesimo, ed alle di cui molteplici luminose opere non si è trovato dalla malignità piú diabolica altro argomento di confutazione che dell'ingiurie villane e sconnesse; nonostante, seguendo noi l'esempio del nostro eccelso amico il Principe di Canosa stesso, che ha sempre ribattuti, colla sua penna maestra, i libelli imbecillissimi contro di lui comparsi dei tartufi liberaleschi settarî, noi caldissimi d'attaccamento per lui, non resteremo in silenzio, ed il poco che diremo sarà il lampo del molto e del fortissimo che egli da se stesso scriverà appena verrà in cognizione delle brutali villanie di voi signor Tommaséo bestialissimo. Noi adunque mostreremo alcuni dei suoi insigni pregi e meriti consacrati nel santuario della verità, e tanto piú insigni e chiari, se esso non ne ha goduto la ricompensa, e se i soli posteri saranno quelli che gliene tributeranno omaggio e gratitudine. Nell'esporre simili pregi e meriti, noi intendiamo di ribattere, con arme proporzionata, le villanie del Tommaséo contenute nella sua recente orridissima stampa.
I Pifferi di Montagna grandi e piccoli dovrebbero in primo luogo avervi dimostrato, signor Tommaséo bestialissimo, quanto voi siate bugiardo e somaro nello scrivere ed asserire che il Principe di Canosa sia stato cacciato da Napoli, e dalla Toscana. Ecco in qual senso voi dovevate apprezzare e considerare per inspiratore della Gazzetta —La Voce della Verità— l'autore dei Pifferi di Montagna. Ciò premesso, noi esclameremo, che le gesta del Principe di Canosa sono note all'Italia ed all'Europa, e l'istoria imparziale le registrerà nei fatti sacri all'onore patrizio e cavalleresco, negli annali della vera scienza politica e governativa; le di lui opere molteplicine costituiranno le prove, e collocandolo a lato degli uomini insigni che ammiriamo, lo vendicheranno delle amarezze ed ingratitudini pregnanti che soffre ed ha sofferte. Infatti, Signor Tommaséo bestialissimo, voi avreste dovuto sapere che la prepotente onnipotenza di Napoleone non potè scuotere l'imperturbabile fermezza, coraggio e vigore di Canosa, e che i di lui satelliti intronizzati a Napoli trovarono nel medesimo un avversario che sconcertò e piú volte distrusse le inique loro manovre vilissime. Avreste dovuto sapere che quando la reale dinastia dei Borboni trovavasi vincolata in Sicilia, ove piú vegetativa che governativa la vita menava sotto le coazioni del gravoso protettorato inglese, i buoni sudditi e cittadini fisse teneano le pupille sopra Canosa; lui solo riputavano capace di parlare la verità al suo re, di non transigere cogli stranieri dominanti; e di fatti sempre degno di mantenere, anzi ogni dí meritò maggiormente simile lusinghiera immacolata opinione. In tal modo il partito legittimista per Lui aumentavasi ed invigorivasi, di guisaché molteplici sforzi operare dovevano i ministri settarî, che il regno di Napoli e Sicilia dopo la restaurazione diressero per menomarlo ed avvilirlo, né mai però coi loro diabolici conati pervennero ad onninamente distruggerlo. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che il Principe di Canosa nelle sue prolungate militari fazioni di Ponsa etc., e nei suoi due periodi di ministro d'alta polizia in Napoli, non ha errato in un solo vaticinio, né altro caldo agitava né agita la sua testa che quello di realizzare il vero segreto e specifico per deprimere in eterno i bollori delle rivoluzioni e dei rivoluzionarî: che sempre propose ed indicò soggetti da impiegarsi con tatto pronto e sicuro: che se i di lui consigli fossero stati seguiti, la giustizia distributiva e commutativa non avrebbe sofferto tante enormi lesioni, ed i governi non si troverebbero nella posizione umiliante difficilissima e spaventevole di non scorgere altro scampo e rifugio che le baionette ed i cannoni. Avreste dovuto sapere, Signor Tommaséo bestialissimo, che i meriti del Principe di Canosa andarono aumentando dopo legloriose giornate francesi Lugliatiche. Lo spirito pubblico legittimista languiva maggiormente nell'Italia centrale nel 1831 prostrato dai parosismi della rivoluzione. Tanti e tanti ottimi sudditi della legittimità avviliti, timidi, in ispecie in Romagna, soffrivano le rampogne i motteggi e le oltraggianti calunnie che i settarî e i giornali venduti allaPropagandaed alla esiziale, cosí detta,giovine Italialanciavano frequentemente, con audacia demagogicafuribonda, contro i migliori Sovrani della nostra penisola, contro il Clero secolare e regolare, ed in particolar modo, contro la celebre e benemerita Compagnia gesuitica, e persino oh! raccapriccio! contro lo stesso Vicario di Gesú Cristo!!! In questa crisi di apatia, di paura, di scoraggiamento nei buoni, chi si alzò animoso a difendere i depressi, a confortare gli spiriti avviliti, a porre un argine, in una parola, al torrente rivoluzionario straripato e impetuoso? Fu il Principe di Canosa, Signor Tommaséo bestialissimo. Chi se non il Principe di Canosa imperterrito, mentre altri legittimisti palpitavano del pugnale liberalesco e delle future minacciate vendette dalla diabolicaPropaganda, impugnò il brando, uscí solo avanti a tutti per porsi alla testa della nuova crociata dei difensori dell'Altare e del Trono? Chi infuse il novello coraggio al legittimismo italiano, onde osarono i buoni dichiararsi, a visiera alzata, per veri ed intrepidi legittimisti? Questo vigore legittimista, quest'unico, sovrabbondante riparo alle devastazioni liberalesche settarie, tutto è dovuto al Principe di Canosa; è dovuto al diluvio dei suoi opuscoli che disingannarono infiniti sedotti, ed arrossire fecero e ricredere i Liberali in buona fede; è dovuto al giornale dellaVoce della Verità, suscitato a di lui pensiero, premure ed istanze, giornale che esso illustrò con intrepidissimi e dottissimi articoli, giornale che altri ne svegliò d'eguale spirito e dottrina, comeLa Voce della Ragioneetc. etc., giornale che esaltò i vantaggi religiosi e politici delle missioni Apostoliche, quali riportarono e riportano frutti ubertissimi che fanno e fecero schiantare di rabbia i corifei balbuzienti delle odierne infernali dottrine e teorie, giornale infine che presagí, consolidò e commendò l'istituzione preziosissima in Italia dei Militi volontarî etc. etc. etc., giornale che suscita ed ogni dí aumenta la vostra bile rivoluzionaria.
Ed un Personaggio di questa portata, martire, quasi diremo, della legittimità e della fedeltà, deve qualificarsi di villano, di stolidamente torbido, e vituperevolmente irrequieto?!!! Di Villano, un Personaggio che, anche per chiarezza ed antichità di natali, per gesta gloriose e celebri di antenati, non la cede che alle dinastie regnanti d'Europa?!!! Ah! Signor Niccolò Tommaséo, voi siete piú che bestialissimo, e noi siamo assai discreti a caratterizzarvi come vi abbiamo epitetato!!! Sí, voi piú che bestialissimo, e noi piú che discretissimi! Senonché, questi meriti sommi del Principe di Canosa (appena in parte annunziati e nemmeno esornati, se consideriamo laimportanza dei medesimi, e l'intero corso della sua vita non giovine ripieno di classiche gesta) per Voi, signor Tommaséo bestialissimo, non sono meriti, ma colpe e delitti enormissimi. Se, diretti dal semplice senso comune, non si può essere nemicipoliticamentedel Principe di Canosa (come abbiamo asserito in altro nostro scritto) o senza una completa aberrazione di idee, o sivvero senza esserlo al tempo stesso della causa augusta della religiosa e politica legittimità; Voi al certo, Signor Tommaséo, o siete un matto frenetico da esser subito rinchiuso, o il nemico piú acerrimo, sebbene miserabile ed impotente, di Iddio e degli uomini. Talché noi nel terminare la presente lettera, alla quale desideriamo da voi pronta risposta ed ogni maggiore pubblicità, non sapremmo rinvenire frase piú opportuna e categorica di complimento da dirigersi a voi ed ai vostri complici e compagni, che quella citata nella sua prima nota del predetto ottimo Direttore della Gazzetta —La Voce della Verità— per cui lo scrittore romano nel Ponto doveva concedere —Barbarus his ego sum.
Di Voi Signor Niccolò Tommaséo bestialissimo etc. etc. etc.
Senza timore né di veleni né di stiliIl Bali Cosimo Andrea Sanminiatelli„.
Seconda difesa di Gian Pietro Vieusseux fatta da Niccolò Tommaséo.
La Voce della Verità.
II.
Alle prime menzogne il giornale di Modena sopraggiunge menzogne nuove: né io le degnerei di risposta se alla pace d'un onest'uomo e caro a me non fosse insidiato da costoro, e fatto oltraggio alla equità del governo toscano.
Io li chiamai mentitori perché di sommosse parlando accennarono a G. P. Vieusseux. Mentitori, perché alleparti deterioridel popolo italiano lo aggregarono e alleclassi immorali. Mentitori, perché lo immischiavano a non so che sognatibagordi. Ed eglino, per rispondere a tali accuse, domandano tempo. Mentitori li chiamai perché profanarono con calunnia i sacrarii delle tombe, e dissero che certeesequie riescirono in profani sollazzi: ed eglino afferman ora che le lor parole non furono mai potute smentire. Mentitori li chiamai perché l'Antologiadenunziarono come congiura, l'Antologiaalla qual tanti uomini onorati da' governi italiani ebbero parte. Ed eglino danno in risposta un frammento di lettera inedita (smentito dai fatti, poiché se il Lucchesini credeva pericoloso quel giornale, l'avrebbe dimostrato altrimenti); citano la sentenza d'un dotto archeologo, dalla qual si conchiude che lo Zannoni, uomo avveduto del par che buono, nell'Antologianon volle mai né seppe discernere quella congiura tanto evidentemente scellerata: e degli altri da me nominati, uomini non men pii e non men probi, si tacciono. Mentitori li chiamai perché da' tipi di G. P. Vieusseux dissero escito uno scritto ancor piú stolto che reo: intanto che G. P. Vieusseux non ebbe mai tipi suoi. Ed eglino stupidamente ripetono la menzogna confessando l'inganno. Mentitori perché tacciarono di menzognero il governo toscano la cui censura permise al Vieusseux di chiamarli calunniatori e bugiardi. Mentitori perché, di zelo ammantati, la carità del Vangelo rinnegano, spargon l'odio, il sospetto, lo scherno. Ed eglino confessano la loro esser voce di scherno.
Ed ora mentitori li chiamo perché nelle menzogne invereconde persistono. Mentitori perché sull'autorità di libro non autorevole fondan le loro diffamazioni, e scusan poi non so chi d'allungarequel libro; e allungare nel lor cosacco linguaggio vale diffondere. Mentitori perché non solo a G. P. Vieusseux recano dello scritto accennato la stampa, ma gli antologisti ne fanno affissori ai canti delle pubbliche vie. Mentitori perché ad un fatto da me rammentato e solo valevole a dileguare ogni accusa (non aver mai il governo toscano volte le indagini contro il Vieusseux) rispondono:non ne sappiam nulla, e non ce n'importa.E a loro la verità non importa, e in cose che non sanno fondano la delazione, i delatori abiettissimi; e il governo toscano che le sa, vengono provocando e alla sua giustizia insultando. Mentitori perché s'ingegnano versar la calunnia sul buon prete e caro al governo austriaco, l'Aporti. Mentitori perché d'un giornale approvato dal governo di Napoli voglion fare un delitto, e spargere sul nuovo direttore il velen de' sospetti. Mentitori perché negano collaboratori a quel giornale uomini probi e credenti, e dall'autorità rispettati: dicorispettati, e sappiaLa Vocedi Modenache i buoni governi rispettano gli uomini rispettabili; e s'ella non intende il senso di questa parola lo cerchi in quel dizionario dov'è registrato il verboallungare. Mentitori perché del gabinetto di G. P. Vieusseux fanno un centro ditenebrose mene; e tali chiamano le opere da lui diffuse, il dizionario geografico dal Granduca di Toscana generosamente premiato; e le altre che già noverai.
Stoltamente mentitori li chiamo, perché con risposta lunga quasi tre volte piú dello scritto mio, pur uno de' miei argomenti ribattere davvero non sanno. Stoltamente mentitori, perché mentre si fingono alla potestà devoti, incolpano i principi tutti d'imbecille o colpevole connivenza. Stoltamente mentitori, perché citano a danno dell'Antologiale parole delJournal des Savantsche le rimproverales doctrines philosophiques et littéraires des derniers temps: e chi conosce quel giornale ben sa che le dottrine a lui piú care son le dottrine dell'età di Voltaire, lo sa nemico ai romantici che religione cantarono e a que' delGloboche la spiritual natura dell'anima difendevano. Stoltamente mentitori perché, da me tacciati di falso zelo ed ipocrita, tacciano l'interna malvagitàdegli avversarî loro, e leteorie degne del capestroe lemalizie lambiccate in inferno: ed eglino che si confessan voce di scherno, ch'esultano negli scandali e nelle pene, eglin trovano nella mia rispostasoggetto di pianto; e voglionoforzare all'ozio(all'ozio, intendete?) chi loro non garba; e chi loro non garba paragonano alladro, altagliaborse, all'assassino; e gli danno lostilo, ilcoltello, ilpugnale, ilnappo del tossico, e lo assomigliano ai crocifissori di Cristo; e gli veggono in frontemacchie di sangue; e lo chiamanoa partecipanza(nuove voci bisognano alla nuova stoltezza)a partecipanzalo chiamano di non so che rimorsi e delitti. E chi queste cose scrive, e si lagna d'esserevituperato, e parla dipantanoe disozzurae dimondezzaio, ha nome Cesare Carlo Galvani.
I' lo compiango, non l'odio. Né (dimostrato una volta chi sien costoro, e condannatili a ristampare la propria sentenza) scenderò piú, se non mosso da dovere urgente, a risposta. Mel vieta e l'animo da altre cure oppresso, e carità dell'Italia.
N. Tommaséo.
29 maggio 1835, Parigi.
Dai tipi di Pihan Delaforest(Morinval)
Circolare del Vieusseux, del 20 gennaio 1848.
“..... Allorché, dando ascolto a un sentimento mio proprio e agli amorevoli incitamenti de' miei amici, io mandai in pubblico il manifesto dellaFenice, sperava che l'annuncio della resurrezione dell'Antologiasarebbe giunto gradito all'universale. Né m'ingannai; imperciocchè buon numero di sottoscrittori, e promesse di collaborazione da tutte le Provincie d'Italia, vennero subito a confortarmi nel nuovo disegno. Ma allora io non poteva misurare per quanto spazio si sarebbe esteso il magnifico movimento politico, del quale Pio IX e Leopoldo II, colla legge sulla stampa, avevano dato il segnale; ed ancor meno poteva prevedere i gagliardi effetti che ne sarebbero con sí mirabile sollecitudine seguitati.
Ma non sí tosto nel regno Lombardo Veneto fu conosciuto il mioManifesto, che contro laFenicefu bandito il decreto di proibizione. Da ciò presi certezza che il mio giornale non sarebbe stato ammesso neppure a Napoli, a Parma, a Modena. D'altronde, la stampa politica, e soprattutto la quotidiana, prese in poco tempo tale importanza, e attrasse talmente l'attenzione del pubblico, che ogni giorno s'affacciavano a me nuovi ostacoli da superare. Quindi mi nacquero dubbi sulla opportunità del mio progetto: e anzi che metter subito mano all'opera, stimai prudente consiglio aspettare il mese d'ottobre. Venuto l'ottobre, i miei dubbi invece di scemare s'accrebbero. Mi restava però qualche speranza che laFeniceavrebbe potuto aver principio col gennaio del 1848. Ma erano illusioni... Ognor piú gli spiriti van rivolgendosi alla politica; ed un giornale mensile, come dovrebb'essere laFenice, essenzialmente filosofico, scientifico e letterario, non troverebbe che scarso numero d'associati, e non potrebbe sostenersi che mediante rilevanti sacrifizi pecuniari.
Per tali ragioni, non senza provar vivissimo dispiacere, debbo rinunziare (almeno per ora) a mandare ad effetto il mio disegno, ed aspettare a riprenderlo tempi piú propizî ad imprese siffatte.....„.