Cap. I.[4]Le origini dell'Antologia

Cap. I.[4]Le origini dell'AntologiaUn rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suoProgetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suoGabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri diNostra Signora: allora voi potrete mostrare con onorele vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. Oparacarriche fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminosesperanze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principiristoratori dell'ordine, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare comefigli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquistae di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11]di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere nonci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14]alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosabottegadi Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “Èdunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome diforestierechi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].***Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau laBiblioteca, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essereitaliana. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19]che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20]che se cosa desiderabile era che il giornalecombattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21]a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22]“letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23]— crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italiasfortunata, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24]al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26]che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene ilMonti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27]dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio didirettore: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venirein luce nella sua preclarissimaBiblioteca„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'Iliadedel Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nellaBiblioteca, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.Ritiratisi intanto dallaBiblioteca italiana, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34]s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo,se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo allaBiblioteca italiana„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35]che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36]il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37]il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, loSpettatore; e si poneva quasi di fronte allaBiblioteca. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38]compromettere i buoni successi dellaBiblioteca italiana. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutarea beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dallaBiblioteca, irato si proponeva[41]non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42]che loSpettatoregli era sempre parso “un mucchio di letame„.Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono ilfoglio azzurro. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43]all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male allaBiblioteca italiana, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori:era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44]che nellaBiblioteca italianaavevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'Amico d'Italiacomparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava unaNuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45]che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per dipiú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46]che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47]quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ lapatentein cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono ilGiornale Arcadico. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49]— sapete perché ho scelto quel titolo diArcadico? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50]di natura “pacifica, avversaria de' litigi„;e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51]che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori delGiornale Arcadicopoteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.***Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in unoStato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52]al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva laBiblioteca[53]di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e ilnuovodi Pisa ancora non era sorto.A unGiornale di letteratura e belle arti, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 unGiornale di scienze ed arti, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55]al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56]“frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58]forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornaleIl Saggiatore, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolinigli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostroSaggiatoresarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato ilParasitoo l'Assaggia minestre. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60]che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61]“orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, laBiblioteca italianapubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62]che non molto era dasperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato ilSaggiatore: e il Collini, dolente[63]che laBibliotecaavesse fatto menzione del suo manifesto con qualcheacerbità, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64]al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che laBiblioteca italianaavesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito dirinvoltarsi nella toga, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.Il suo manifesto però, che laBiblioteca italianachiamava “ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro giornaletto; e i compilatori[67]feceroal Collini il brutto servigio di pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava per nome ilRaccoglitore; e il primo numero compariva nel 31 di marzo del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto dantesco:tutte le raccoglie. Non sarà male fermarci su queste cose, che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e insieme morali, della Toscana. I compilatori delRaccoglitore, in unManifesto unicoche voglio in parte riferire, annunciavano al pubblico: “Saranno inserite nelRaccoglitoretutte le notizie mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi, come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti.... Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione popolare„.Incominciavano mordendo, in certo annuncio dilibri nuovi, il Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi avevatimore, ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68]se ilRaccoglitore“avesse a che fare colSaggiatore„; e se per chi scriveva vi fosse “nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone, si diceva[69]: “SignorRaccoglitore, ho sentito dire che voi siate un vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali...., m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„. A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori delRaccoglitorenon hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò delRaccoglitoresopra i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71]aver dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di compilare e di scrivere„!Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione del Cioni il primo numero delSaggiatorevenne al mondo con la data del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi;e il motto:Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic animum perspicuis cedere: doveva escire una volta per settimana, e i compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„. E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio; come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro nazionale.“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al cielo è nato ilSaggiatore— strideva lagranata[73]— Vero è che a chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue...., e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro ilSaggiatore), e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. IlRaccoglitoreera un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali privati„[74], senza risparmiareneppur le donne[75]: ma con tutti i propositi buoni, ilSaggiatoreera anch'esso ben misera cosa. Ne sono usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76]al Capponi, “l'uno peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo aver letto tutti i numeri delSaggiatore, diceva[77]che vi era qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.Vero è che ilSaggiatorerifuggiva dagli scandali, tanto che quei delRaccoglitoredicevano[78]ch'esso non stimava di sua convenienza “abbassarsi a ribattere i colpi dellagranata„; ma in difesa delSaggiatore(com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali nascituri: ilVagliatoree ilVolante. “Al primo — dicevano quei dellagranata[79]— daremo parte della nostra spazzatura....; al secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci mancherà una pertica per arrivarlo„. IlVolantemoriva prima ancora che aprisse gli occhi alla luce: ma ilVagliatoreuscí nel 30 di giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “ti conviene schiarar„.“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80]— di rispondere alRaccoglitoreillustrandone il bello e il buono...., non senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità della sua spazzatura„. Quei dellagranatapotevano tuttavia stimarsi felici; ché ilVagliatoresi agitava, con intenzioni tutt'altro che buone pe 'l poveroSaggiatore. “Ho letto ilSaggiatore— diceva[81]— e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo cuoco. Ho una servicciuola....„[82].Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'Uomo di paglia, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo:dare pondus idonea fumo. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva primo di vita ilRaccoglitore, che non aveva raccolto se non cattive satire delle cose utili; e l'Uomo di paglia, facendogli esequie degne del merito, lo diceva[83]morto per “fortissimagravezza di stomaco, e per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che, fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino ritrovato ilSaggiatore, “tra i piú difficili a digerirsi„.Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta, fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che aveva cancellato qualche frase, ilSaggiatoreveniva fuori ogni volta piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di fondare unClub; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno. Sperava tuttavia il Collini,[84]che il pentimento del cavaliere inglese non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già da qualche tempo comparire, quei dell'Uomo di pagliadicevano[85]il medico delSaggiatoreessere lo stesso che aveva curato ilRaccoglitore. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi totalmente opposti a quelli che si manifestarono nelRaccoglitore, e secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa ripienezza, il poveroSaggiatoresembra che voglia terminare i suoi giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.Dopo non molto finiva anche l'Uomo di paglia, senza maggior decoro; e con lui finivano i giornali, o piuttostolibelli, che dava allora Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non sisapevafare un giornale„[86].***Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse trauomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: eper l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suogabinetto; co 'l patto però non lo chiamasseAteneo: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome diGabinetto scientifico e letterario. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto ilGabinetto; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.Com'era stabilito, ilGabinettonel giorno 25 di gennaiofu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano ilCensoree laMinerva; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte delSaggiatore, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94]che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra laBiblioteca Italiana, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentivache nelSaggiatore, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre delSaggiatoreriunito alGabinetto; pieno l'anima di speranza, scriveva[95]che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che ilSaggiatorenon nacque mai piú.Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: laBiblioteca Italiana. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], ungovernatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98]che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.***Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99]gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100]ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101]“invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa,stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, laQuarterly Review, e meglio ancora, l'Edinburgh Review, ch'ei giudicava[102]il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suofratello, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.“Mi diverto — scriveva[103]a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna.Madeficiunt viresper molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quelParere sulla istituzione di un giornale letterario, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse laBiblioteca italiana: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga ilProgetto di giornalesteso dal Capponi, e ilPareredel Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e lacorrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster,e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.Alla stampa del giornale doveva provvedere lastamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suoGabinettoera cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108]al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era:Archivio di letteratura. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti:Letteratura;Scienze Naturali;Appendice o Parte bibliografica: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva laletteratura estera, l'italiana antica, lacontemporanea. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'anticavoleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandandoi filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parolaRomanticismodava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono ilParere, dato dal Foscolo: ma ilProgettodel Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú comeindividui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suoParere: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano:Patriae sit idoneus, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109]sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione delSaggiatore.***Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110]con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu credache io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora ilpiccolo uomonei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112]promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113]che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili eranoi tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di unsignore patriota(cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115]che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117]in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„.E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.Ciò che piúspaventavail Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119]né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, lapresidenza del Buon Governoaveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali daspaventareun animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suoProgetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suoGabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suoProgetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suoGabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri diNostra Signora: allora voi potrete mostrare con onorele vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. Oparacarriche fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminosesperanze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principiristoratori dell'ordine, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare comefigli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.

Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquistae di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.

L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11]di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.

Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere nonci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14]alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.

A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosabottegadi Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “Èdunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome diforestierechi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].

***

Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau laBiblioteca, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essereitaliana. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19]che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20]che se cosa desiderabile era che il giornalecombattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21]a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22]“letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23]— crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italiasfortunata, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24]al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.

In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26]che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene ilMonti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27]dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio didirettore: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venirein luce nella sua preclarissimaBiblioteca„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'Iliadedel Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nellaBiblioteca, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.

Ritiratisi intanto dallaBiblioteca italiana, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34]s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo,se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo allaBiblioteca italiana„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35]che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36]il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37]il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.

Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, loSpettatore; e si poneva quasi di fronte allaBiblioteca. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38]compromettere i buoni successi dellaBiblioteca italiana. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutarea beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dallaBiblioteca, irato si proponeva[41]non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42]che loSpettatoregli era sempre parso “un mucchio di letame„.

Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono ilfoglio azzurro. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43]all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male allaBiblioteca italiana, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori:era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44]che nellaBiblioteca italianaavevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.

Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'Amico d'Italiacomparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava unaNuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45]che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per dipiú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46]che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47]quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ lapatentein cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono ilGiornale Arcadico. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49]— sapete perché ho scelto quel titolo diArcadico? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50]di natura “pacifica, avversaria de' litigi„;e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51]che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori delGiornale Arcadicopoteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

***

Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in unoStato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52]al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva laBiblioteca[53]di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e ilnuovodi Pisa ancora non era sorto.A unGiornale di letteratura e belle arti, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 unGiornale di scienze ed arti, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55]al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56]“frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58]forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornaleIl Saggiatore, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolinigli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostroSaggiatoresarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato ilParasitoo l'Assaggia minestre. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60]che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61]“orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, laBiblioteca italianapubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62]che non molto era dasperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato ilSaggiatore: e il Collini, dolente[63]che laBibliotecaavesse fatto menzione del suo manifesto con qualcheacerbità, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64]al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che laBiblioteca italianaavesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito dirinvoltarsi nella toga, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.

Il suo manifesto però, che laBiblioteca italianachiamava “ampolloso„, e il Niccolini, “ridicolo„[66], diede origine a un altro giornaletto; e i compilatori[67]feceroal Collini il brutto servigio di pubblicarlo qualche giorno prima che venisse alla luce il suo. Portava per nome ilRaccoglitore; e il primo numero compariva nel 31 di marzo del 1819, tronfio di una granata piantata nel mezzo, con sotto il motto dantesco:tutte le raccoglie. Non sarà male fermarci su queste cose, che assai bene dimostrano le condizioni della letteratura periodica, e insieme morali, della Toscana. I compilatori delRaccoglitore, in unManifesto unicoche voglio in parte riferire, annunciavano al pubblico: “Saranno inserite nelRaccoglitoretutte le notizie mattutine della piazza, cioè l'annunzio de' balsami, cerotti, segreti nuovi, e i piú bei ritrovati della medicina empirica.... Vi sarà l'annunzio della vendita di cani, gatti, asini e altre bestie sí indigene che esotiche.... Indicheremo i luoghi ove i commensali paganti sono meglio trattati, e a minor prezzo; e ciò metterà una maravigliosa emulazione tra gli osti bettolieri e bottegai.... Ci faremo un dovere di avvisare il pubblico dell'arrivo e della partenza dei famosi personaggi, come ballerini sulla corda o sui trampoli, ventriloqui, alchimisti.... Terremo dietro alle piú recenti e strepitose scoperte, come l'applicazione delle macchine a vapore per il vuotamento delle latrine.... Registreremo puntualmente nel nostro Giornale le estrazioni del lotto, con una cabaletta sempre nuova per trovare i numeri dell'estrazione seguente, dedotta dalle regole astrologiche piú sicure....„. Ed erano cosí spudorati da affermare essere il loro foglio quindicinale “destinato particolarmente all'utilità ed istruzione popolare„.

Incominciavano mordendo, in certo annuncio dilibri nuovi, il Serristori e in special modo il Niccolini, grossolanamente storpiando i nomi alle sue tragedie; ma il peggio è che, come questi avevatimore, ponevano fin dal primo numero in ridicolo la cucina del Lawley. In una letterina, firmata Stefanino, si dimandava[68]se ilRaccoglitore“avesse a che fare colSaggiatore„; e se per chi scriveva vi fosse “nessun premio„: nel secondo numero, in altra lettera firmata Gnatone, si diceva[69]: “SignorRaccoglitore, ho sentito dire che voi siate un vero buon uomo, e che abbiate, quello che piú valuto, un cuoco eccellente.... Confesso che possedete due grandi requisiti per intraprendere con lusinga d'ottimo successo un giornale. Se vorrete compiacervi di ammettermi nel numero dei vostri commensali...., m'impegno di somministrarvi una quantità di articoli graziosi e morali„. A queste lettere si rispondeva dicendo[70]: “gli editori delRaccoglitorenon hanno molto danaro, né grandi pretensioni, e però non possono dare ricchi premj: non ostante saranno decentemente ricompensate quelle persone che favoriranno degl'articoli.... I premj incomincieranno da una coppia d'uova fresche fino a un paio di capponi, e si riscuoteranno per mezzo di Boni emessi dal Burò delRaccoglitoresopra i principali Osti, Ristoratori e Bettolieri della città„. Non si risparmiava dunque nemmeno il Capponi: eppure, osavano dire[71]aver dato saggio piú che bastante della loro “delicata maniera di pensare, di compilare e di scrivere„!

Non ostante la guerra pettegola di questo giornale, sotto la direzione del Cioni il primo numero delSaggiatorevenne al mondo con la data del 3 aprile 1819. Portava per emblema una civetta, che reggeva nel becco una bilancia, fatta incidere dal Capponi in Parigi;e il motto:Necesse est, ut lancem in libra ponderibus impositis deprimi, sic animum perspicuis cedere: doveva escire una volta per settimana, e i compilatori si armavano di una bilancia “per saggiare e risaggiare[72]„. E proponevansi cose assai buone: prendere in esame i metodi seguíti nell'istruzione della gioventú presso le piú culte nazioni, e paragonarli tra loro; stabilire quali massime politiche e morali, quali leggi fossero a noi piú adatte; discutere de' mezzi opportuni per far risorgere le belle arti, e fin della moda. Né vi mancava il lato patrio; come difendere l'Italia dall'accusa di “essere rimasta indietro nell'arringo delle scienze e delle lettere„; e la creazione di un teatro nazionale.

“Che contentezza per il suo babbo! che giubilo per la famiglia! Lode al cielo è nato ilSaggiatore— strideva lagranata[73]— Vero è che a chi l'ha visto è parso un po' stentato e poco nutrito questo bambino, e dicono i medici che non porga speranza di lunga vita. Egli si è perciò nascosto sotto la figura d'un civettone con la bilancia in becco; ove si devon pesare l'istruzione pubblica e privata, le scuole, le lingue...., e persino i modi di alimentarsi (e qui è gran maestro ilSaggiatore), e altri oggetti tutti di morale, a forma de' manifesti del sig. C.„. IlRaccoglitoreera un libello pien di fiele, che assaliva la riputazione di Tizio e di Caio, tanto che piú d'una volta il censore Bernardini dovette sopprimere articoli che ponevano in piazza “scandali privati„[74], senza risparmiareneppur le donne[75]: ma con tutti i propositi buoni, ilSaggiatoreera anch'esso ben misera cosa. Ne sono usciti due fascicoli, scriveva il Niccolini[76]al Capponi, “l'uno peggiore dell'altro„; e co 'l Serristori e co 'l Cioni disertarono ben presto, lasciando nell'impiccio il Collini. Il Capponi stesso, che sebbene critico di sua natura era anche di sua natura indulgente, dopo aver letto tutti i numeri delSaggiatore, diceva[77]che vi era qualche cosa di buono, ma molto di pessimo.

Vero è che ilSaggiatorerifuggiva dagli scandali, tanto che quei delRaccoglitoredicevano[78]ch'esso non stimava di sua convenienza “abbassarsi a ribattere i colpi dellagranata„; ma in difesa delSaggiatore(com'essi almeno credevano), si bisbigliava di due giornali nascituri: ilVagliatoree ilVolante. “Al primo — dicevano quei dellagranata[79]— daremo parte della nostra spazzatura....; al secondo rivolteremo la nostra granata all'insú, e al bisogno non ci mancherà una pertica per arrivarlo„. IlVolantemoriva prima ancora che aprisse gli occhi alla luce: ma ilVagliatoreuscí nel 30 di giugno del '19; pesante di un gran vaglio, che aveva adottato per emblema, e anch'esso co 'l motto (dove mai andava a finir Dante!) “ti conviene schiarar„.

“Noi ci siamo presi l'assunto — dicevano i compilatori[80]— di rispondere alRaccoglitoreillustrandone il bello e il buono...., non senza aggiungere ciò che può essere ad esso sfuggito fra la quantità della sua spazzatura„. Quei dellagranatapotevano tuttavia stimarsi felici; ché ilVagliatoresi agitava, con intenzioni tutt'altro che buone pe 'l poveroSaggiatore. “Ho letto ilSaggiatore— diceva[81]— e per verità mi aspettavo assai piú da quelle teste! Chi mai sia stato il ritrovatore del titolo....? Per bacco! La sapeva lunga; ed il titolo è benissimo adattato ai tempi presenti, giacché in oggi i nostri letterati danno la loro scienza a saggio!„. E alludendo anch'esso, non meno malignamente, alla cucina famosa: “prevengo che non potrò dare verun premio, né tampoco un pranzo, perché sono un povero uomo, né tengo cuoco. Ho una servicciuola....„[82].

Ma per il peso, forse troppo grande, del vaglio, esciti appena pochi numeri, mutava non di sostanza ma di nome: il nuovo titolo fu: l'Uomo di paglia, con sotto un uomo fasciato di paglia; il motto nuovo:dare pondus idonea fumo. Il nome però mutato non lo salvò dalla morte; non cosí presto tuttavia, che non vedesse quella de' suoi fratelli. Usciva primo di vita ilRaccoglitore, che non aveva raccolto se non cattive satire delle cose utili; e l'Uomo di paglia, facendogli esequie degne del merito, lo diceva[83]morto per “fortissimagravezza di stomaco, e per non poter tramandare per nessuna delle solite vie se non una piccolissima porzione di materia, in proporzione di quella moltissima della quale sentivasi.... aggravato ed oppresso„; e dava notizia che, fattagli l'autopsia, tra' corpi estranei gli era stato nell'intestino ritrovato ilSaggiatore, “tra i piú difficili a digerirsi„.

Co 'l ritirarsi del Niccolini, del Cioni e del Serristori era venuta, fin dal principio, a mancare al Collini quella cooperazione che piú d'ogni altra sarebbe stata efficace: e un po' per la pigrizia di chi avrebbe dovuto tirarlo innanzi, un po' pe 'l timore della censura che aveva cancellato qualche frase, ilSaggiatoreveniva fuori ogni volta piú stentato. Il cav. Lawley si ritirò pur egli, spinto dal pensiero di fondare unClub; e co 'l suo ritirarsi quasi interamente mancati i fondi, fu deciso sospendere la pubblicazione co 'l finire dell'anno. Sperava tuttavia il Collini,[84]che il pentimento del cavaliere inglese non uccidesse quel giornale, che aveva meritata “la protezione del signor Gino„, e potesse un'altra volta rinascere: ma non vedendolo già da qualche tempo comparire, quei dell'Uomo di pagliadicevano[85]il medico delSaggiatoreessere lo stesso che aveva curato ilRaccoglitore. “La di lui malattia — continuavano — presenta sintomi totalmente opposti a quelli che si manifestarono nelRaccoglitore, e secondo tutte le apparenze, ove quell'infelice crepò per troppa ripienezza, il poveroSaggiatoresembra che voglia terminare i suoi giorni per mancanza di nutrimento„. E cosí fu difatti.

Dopo non molto finiva anche l'Uomo di paglia, senza maggior decoro; e con lui finivano i giornali, o piuttostolibelli, che dava allora Firenze. Erano tutti tentativi falliti, che non avevano forme, né ali per elevarsi; giornali nati morti, perché nessuno sapeva loro soffiar per entro l'alito della vita. E il modo con che erano scritti e condotti, tra il molto male di cui era causa, non aveva se non sola una virtú, anch'essa negativa: quella cioè di mostrare che “non sisapevafare un giornale„[86].

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Fin dall'aprile del 1814 un mercante ginevrino, Gian Pietro Vieusseux, scriveva al Sismondi (ché lo storico delle italiane repubbliche a lui mercante era amico, come gli antichi mercanti di Firenze erano amici a persone da piú che il Sismondi) scriveva[87]: “Oh, signore, io sono ben disgustato del mio mestiere! io non sono mai stato felice. I miei gusti, la mia natura, mi porterebbero a fare un genere di vita piú filosofico di quello che permettono le condizioni in che sono stato allevato; e tutti i giorni ne soffro, e da piú anni„. Tuttavia, intorno quel tempo, intraprendeva il gran viaggio attraverso la Francia, il Belgio, l'Olanda e la Russia.

Cinque anni dopo, nel luglio del '19, quello stesso mercante giungeva in Firenze, dal suo parente Francesco Senn di Livorno raccomandato al Collini. Giungeva stanco de' lunghi viaggi in nazioni diverse trauomini diversi, delle fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, de' disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio: e fermava in Firenze l'animo e la dimora, non per cercarvi riposo ma per mutar di lavoro.

Lo spingeva l'idea di fondare un gabinetto letterario nella piú grande città di Toscana; idea che forse prima avrebbe mandato ad effetto, se le molte e gravi occupazioni di commercio non ne l'avessero distolto; ma della quale i primi germi erano certo in quel suo meravigliarsi d'aver trovato anni addietro in Firenze, per gabinetto letterario, una “miserabile bottega che non riceveva se non due gazzette, e aveva inscritti dodici soli associati„[88]. Non era però facil cosa dar vita a quel germe, e far sí che prosperasse in un terreno del quale abbiamo già vista la natura: vi si opponevano la lentezza delle comunicazioni, che con gran danno avrebbe ritardato la sua corrispondenza con tutti i librai; la trascuranza de' librai stessi nel diffondere le cose stampate; il numero piú che esiguo de' lettori; la naturale indifferenza toscana. Ma il Vieusseux era uno di quegli uomini che negli ostacoli ritemprano il proprio vigore: egli aveva costanza, aveva speranza; e la speranza e la costanza sono frutto in germoglio.

Lorenzo Collini, a cui piaceva ogni cosa buona, non solo fece plauso al progetto, ma conosciuta la prudente energia e la calma ardimentosa dell'uomo, vide che questi soltanto avrebbe potuto e saputo ridare la vita al suo giornale, quando ne avesse a lui ceduta l'amministrazione, ritenendo per sé la direzione[89]: eper l'una cosa e per l'altra si strinse a lui. Il dí primo di ottobre del 1819, il governo I. e R. concedeva al Vieusseux il permesso di aprire il suogabinetto; co 'l patto però non lo chiamasseAteneo: ma il Vieusseux, che piú che al nome mirava alla cosa, per non perdere la cosa rinunciò al nome; e in uno de' quartieri piú frequentati, nel centro quasi di tutti gli alberghi d'allora, prendeva in affitto dalla marchesa Feroni l'antico palazzo de' Buondelmonti. Il 9 di decembre dell'anno stesso, pubblicò un primo manifesto[90]; ma benché portava il suo nome, era scrittura del dottor Coppi: vi si diceva — dopo aver ricordato, non senza un po' di retorica, la “classica terra„ “ch'Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe„ — vi si diceva che G. P. Vieusseux, persuaso che uno stabilimento il quale riunisse gli scritti periodici piú interessanti, tanto d'Italia che d'oltre mare e d'oltre monte, sarebbe riescito utile e dilettevole; aveva chiesta e ottenuta facoltà d'instituirne uno, al quale poneva nome diGabinetto scientifico e letterario. E poco di poi, con un Avviso, annunciava che nel giorno 25 di gennaio, dalle ore otto del mattino alle undici della sera, si sarebbe aperto ilGabinetto; con una sala destinata per la conversazione, e tre per la lettura di “tutti gli scritti periodici, giornali, gazzette„ che venivano pubblicati nelle città principali d'Italia, e delle riviste e fogli periodici piú rinomati inglesi, tedeschi e francesi. Quarantadue giornali in tutto, tra italiani e stranieri; e carte geografiche, e altri libri di consultazione.

Com'era stabilito, ilGabinettonel giorno 25 di gennaiofu aperto al pubblico; e quattro giorni dopo il Vieusseux poteva su 'l suo libro scrivere il nome di 75 associati[91]. I segretari delle Legazioni d'Austria e di Russia vi leggevano ilCensoree laMinerva; ma Firenze non si moveva[92]. Dodici soli i fiorentini, tra que' 75 associati; gli altri, russi inglesi specialmente. Il Vieusseux aveva ben pagato que' molti giornali, quelle carte, que' libri; fornito di mobili decenti il palazzo, e speso pe 'l fitto 2100 lire: certo, per altri non vi sarebbe stata speranza di onesto guadagno; ma quell'impresa non era mercantile speculazione, e a ben altra cosa che a lucro aveva l'animo Gian Pietro Vieusseux.

Intanto il Collini piú e piú s'era stretto a lui, e già gli aveva proposto la continuazione del suo giornale; ben sapendo che le cause della morte delSaggiatore, com'ei diceva[93], non erano nell'infante ma nelle balie. Accettava l'offerta il Vieusseux, non senza però dire innanzi che voleva certezza che i migliori d'Italia si farebbero cooperatori al nuovo giornale: sollecitava quindi egli stesso per articoli il Sismondi; e per invito del Collini anche il Monti (sebbene diceva[94]che, dopo lo sporco adulterio della p.... sua figliastra laBiblioteca Italiana, egli non aveva piú voluto saper di giornali); anche il Monti assentivache nelSaggiatore, sotto quello del Niccolini e del Collini, si scrivesse il suo nome. Erano buoni gli auspicî: il Collini già stava per annunciare al pubblico la distribuzione del secondo semestre delSaggiatoreriunito alGabinetto; pieno l'anima di speranza, scriveva[95]che il suo infante “nutrito dalla sedulità e attenzione svizzera di monsieur Vieusseux„ avrebbe, vincendo ogni ostacolo, raggiunta una valida vecchiezza: ma in questo tempo il Capponi gli scriveva di Londra lettere che gli parlavano di certi suoi grandi disegni, del suo ritorno che, al dire del Collini, doveva essere “una nuova epoca„[96]; parve meglio l'attendere, e quell'attesa fu tanta che ilSaggiatorenon nacque mai piú.

Riassumendo a questo punto, in poche parole, ciò che a grandi linee sono venuto dicendo della letteratura periodica avanti il '21, questo si può affermare: non mancava certo in Italia, e soprattutto in Milano, il moto per dare vita a giornali, ma era moto non governato da energia di volere né da scienza né da esperienza; come di sonnambuli, ne' quali benché le membra son deste l'anima dorme. Cosí, tra que' giornali innocenti nelle intenzioni ma condotti male e peggio scritti, e quelli che nella vita breve di un giorno erano l'espressione di basse vendette e di odî meschini; solo un giornale si levava (anch'esso, per vero, non sempre immune da queste colpe) degno tuttavia di questo nome: laBiblioteca Italiana. Ma quel giornale, che in ogni parte quasi d'Italia giungeva ed anco passava le Alpi; quell'unico giornale, che per molti aspetti poteasi dir buono, non era cosa italiana: lo aveva fondato, e ne era in sostanza signore[97], ungovernatore austriaco che all'Austria obbediva. Cosí che non aveva davvero torto il Giordani, quando scriveva[98]che mentre la Francia assai ne aveva di buoni, non c'era in Italia un giornale leggibile.

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Quali erano i grandi disegni di cui il Capponi aveva parlato al Collini? È qui necessario si ritorni un po' addietro. Fin dall'aprile del 1819 il Capponi era giunto in Londra, stanco un poco della babilonia di Parigi, di quel grande caleidoscopio, com'ei diceva, che non stava mai fermo: e in Londra il Foscolo l'aveva subito accolto da amico, e poco dopo si erano entrambi amati da fratelli. Quel paese pieno di virili propositi e di operosità seria, ove trovava piú moralità forse che in alcun'altra nazione, ben presto gl'infiammò il cuore; e come il Foscolo giudicava[99]gl'Inglesi superiori a tutti gli altri popoli d'Europa, cosí egli per molti rispetti li trovò[100]ammirabili su tutte le nazioni antiche e moderne. Con occhio di studioso innamorato vide dunque l'Inghilterra e la Scozia, e comperò libri inglesi, e a tanto giunse quello ch'egli stesso piú tardi chiamava[101]“invasamento d'anglomania,„ che di fabbrica inglese volle fin gli scaffali che dovevano contenerli. Ma ciò che piú importa,stringeva relazioni co' piú grandi scrittori ed editori di Edimburgo e di Londra, e ordiva con essi una corrispondenza che aveva per fondamento lo scambio di libri e di giornali tra l'Inghilterra e l'Italia: era egli sicuro, che in quello scambio avrebbe ricavato maggior profitto non certo la prima. Le riviste specialmente, quelle grandi riviste in sí mirabil modo condotte, che erano a capo del moto letterario inglese, nelle quali gli uomini piú grandi scrivevano, gli empirono l'anima di ammirazione; ma di ammirazione mista a dolore: sotto il cielo grigio di Londra egli pensava all'Italia, e in ripensando, arrossiva per la sua patria che di sí lungo tratto nell'arte di far giornali restava addietro. Gl'Inglesi avevano, tra l'altre, laQuarterly Review, e meglio ancora, l'Edinburgh Review, ch'ei giudicava[102]il piú bel giornale che fosse mai stato fatto; noi nulla da contrapporre con decoro: ed egli, su que' modelli, ebbe il pensiero di dare un grande giornale all'Italia. Il Foscolo plaudiva al disegno del suofratello, e con la sua anima ardente attizzava quella fiamma: non dico ch'egli primo l'accendesse; dico soltanto che il Capponi la sentí viva nel cuore dopo che in Londra ebbe conosciuto il Foscolo.

“Mi diverto — scriveva[103]a G. B. Zannoni, antiquario dotto e suo caro maestro — mi diverto, trottando sul cielo delle carrozze di diligenza, a far progetti per un Giornale da pubblicarsi in Firenze; e quando son fermo raccolgo materiali, i quali mi rappresento che possano poi servire a porre in esecuzione quest'idea, la quale intanto mi rallegra e m'impegna.Madeficiunt viresper molte parti„. Guardiamo un poco a questi materiali che, incominciati a raccogliere in Londra, tennero per molti mesi occupato il Capponi. Aveva egli ottenuto, o per meglio dire, “tolto di mano a Ugo Foscolo„[104], quelParere sulla istituzione di un giornale letterario, da lui, fin dal febbraio del '15, apprestato in servigio del generale Ficquelmont, avanti che un conte governatore fondasse laBiblioteca italiana: e lo studiò e fece suoi que' pensieri per modo, che chi legga ilProgetto di giornalesteso dal Capponi, e ilPareredel Foscolo, non può non accorgersi subito (fuor che negli accenni a questioni nuove, sorte co' nuovi tempi) della simiglianza, nell'ossatura generale e fin nelle piccole parti, grandissima[105]. A ogni modo, la raccolta dei materiali e lacorrispondenza dovevano essere in questo modo regolate: il Foscolo da Londra, da Edimburgo il Brewster,e varî librai da Parigi, Francoforte, Ginevra e Bruxelles, avevano l'incarico dell'invio regolare de' libri e giornali piú importanti: il Niccolini doveva essere consultato regolarmente, e il Ridolfi dirigere la parte che si sarebbe data alle scienze[106]. I buoni scrittori italiani tutti avrebbero cooperato, valendosi però del giornale come di un deposito delle loro comunicazioni letterarie, non delle loro animosità e de' loro pettegolezzi: per cui, fin dal principio, come cosa tra le piú importanti il Capponi scriveva: “Non saranno mai pubblicati articoli.... che si allontanino nelle contese letterarie da quella nobile urbanità la quale si trova cosí di rado nelle pubblicazioni periodiche dei nostri giorni. Perciò saranno bandite tutte le personalità, cosí d'ingiuria come di lode. Il giornale deve considerare de' viventi gli scritti e non le persone„. La piaga era antica ne' letterati d'Italia; e il Capponi, che ben la conosceva, studiavasi porvi ristoro.

Alla stampa del giornale doveva provvedere lastamperia Fiesolana, diretta da Francesco Inghirami; e il Vieusseux alla vendita. Per spiegarsi quest'ultima scelta, è qui necessario dire che il suoGabinettoera cosí ben riuscito, che da Ginevra lo richiedevano di consigli e d'aiuti per farne uno simile[107]; e il Collini scriveva[108]al Capponi, che quello stabilimento eccellente, ricco e stimato da tutti, acquistava ogni giorno piú lode affluenza e celebrità. Cosí che al Capponi parve maggior diffusione avrebbe avuto il giornale, se per la vendita affidato al Vieusseux, che tante relazioni aveva co' librai esteri e nazionali. Il primo numero di saggio doveva pubblicarsi nell'ottobre del '20; indi, ogni tre mesi; e il titolo era:Archivio di letteratura. Ogni volume doveva essere diviso in tre parti:Letteratura;Scienze Naturali;Appendice o Parte bibliografica: la prima, suddivisa in tre parti, comprendeva laletteratura estera, l'italiana antica, lacontemporanea. Poco per vero stimava si dovesse ragionare di quest'ultima; e versi non voleva se non del sommo coro: perciò, tolte quell'opere che potevasi credere rimarrebbero, dell'altre pensava fosse provveder bene all'educazione degl'Italiani lasciandole nell'oscurità. L'anticavoleva studiata senza pedanteria; mirando principalmente a far noti gli autori nella vita, nel carattere e in quelle circostanze che ne' loro scritti lasciarono traccia: soprattutto mirava alla prosa, a quella prosa “sbranata in mezzo a due contrarie fazioni„, ch'egli voleva una buona volta fissare, rettificando l'andamento logico e la grammatica e la scelta delle parole; “deridendo i parolai, e raccomandandoi filosofi„. Per la parte che toccava della letteratura estera, voleva si tenesse gran conto di tutte le bellezze, e si rendesse giustizia agli scrittori di genio, “i quali appartengono a tutte le nazioni ed a tutti i tempi„: e ponendosi con sguardo sicuro in mezzo a' contendenti, tra quelli che in nome d'Italia volevano schiavo il pensiero all'antico, e quelli che in nome della libertà degenerata in licenza lo volevano schiavo al nuovo; alla parolaRomanticismodava “bando perpetuo dal Giornale„, ma le lettere italiane voleva con l'infusione di qualche nuovo elemento ringiovanire, facendo proprietà nostra del bello, in qualunque luogo potesse trovarsi.

Nella prima parte doveva anco entrare lo studio della storia, della filosofia morale e dell'educazione: ma perché non sperava che sempre potesse empirsi il giornale di articoli buoni originali, concedeva che “qualche volta„ potesse ingrossarsi con traduzioni dalle riviste straniere, arricchite di note e adattate a' nostri bisogni.

La parte seconda e la terza assai piú da vicino seguono ilParere, dato dal Foscolo: ma ilProgettodel Capponi, non ostante la simiglianza de' concetti e in molti luoghi fin delle frasi, con maggiore ampiezza e con senno non minore accenna a questioni di somma importanza; e in molte cose, per la novità delle vedute o degli argomenti trattati, è pieno di acume e bello di originalità generosa. Un affetto caldo della patria, e un pensiero insistente di volgere ogni parte del giornale all'utile dell'Italia, vi circola per tutto, come spirito animatore: ringiovanire in letteratura i buoni antichi germi corrotti, e soprattutto pacificare gli animi e unirli: sferzare i costumi, parlando di educazione, e bandire dagl'Italiani l'indolenza, cioè l'egoismo, avvezzandoli a non riguardarsi piú comeindividui isolati in mezzo alla società: trattare di scienza, ma in sola quella parte che fosse utile a' piú; la storia studiare, ma “per addrizzare le menti e poi scaldare il cuore degli Italiani„: e fin dell'arti belle parlare in modo, non da “consolar l'ozio e la servitú„, ma da “innalzare le menti e consacrar sentimenti di patria„. Tutto questo era diverso, anzi, era la negazione di ciò che il Foscolo pensava, quando scriveva nel suoParere: “Ogni governo regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo„. Il motto stesso del giornale capponiano:Patriae sit idoneus, bene indicava la natura e lo scopo dell'impresa; ed era come un riflesso dell'anima generosa che lo aveva pensato.

Cosí disposto il piano del giornale, il Capponi ne parlava in Londra co 'l Pucci, che anch'egli plaudiva, e ne scriveva agli amici lontani per dar notizia della cosa e insieme sollecitare il loro aiuto. E appunto allora il Collini, promettendogli[109]sostenere, o almeno non abbandonare, un'impresa sí degna, sospendeva, come s'è visto, la pubblicazione delSaggiatore.

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Nel giorno 26 di dicembre del 1819 il Capponi partiva di Londra, diretto a Parigi: il Foscolo gli prometteva lettere di raccomandazione per Francoforte e la Svizzera, utili al giornale, e versi suoi con una prosa da unirsi a' versi; e in un biglietto lo salutava[110]con lacrime. Da Parigi il Capponi, rammentandogli la promessa delle lettere di raccomandazione, tra serio e scherzoso gli scriveva[111]: “Né voglio che tu credache io abbia abbandonato il pensiero di mettere al mondo questo giornale, o che l'abbia abortito nel passar la Manica. Ma guizza per ora ilpiccolo uomonei genitali paterni. E poi balzerà fuori ad un tratto, e nascerà grande e venerando, specialmente se accanto ai tuoi versi (i quali, rileggendoli, mi paiono sempre piú degni di Foscolo) avrà la prosa promessa, la quale renda ragione de' versi, e insegni, nel tempo stesso, come si abbiano a fare le prose per un giornale il quale non paia un giornale italiano„. E il Foscolo rispondeva[112]promettendogli ancora le lettere, e la prosa entro il settembre, e qualche altro articolo.

Certo il Capponi non aveva abbandonato il pensiero di mettere al mondo il giornale; ma, per dire il vero, a quando a quando il dubbio della riuscita lo tormentava, e le difficoltà contro cui sapeva avrebbe dovuto lottare per dar vita a quell'idolo della sua mente, gli mettevano nell'anima lo sconforto. Gli era giunta notizia[113]che i provvedimenti di rigore erano tanto rinforzati in Lombardia, che le opere di Voltaire non potevano entrarvi; e, senza volerlo, non lo incoraggiava davvero il Niccolini, quando gli parlava de' grandi litigi intorno alle questioni di letteratura e di lingua, e gli diceva[114]: “sarebbe veramente vantaggioso il giornale che voi meditate: ma giudicate voi se nelle attuali circostanze ne sia possibile l'esecuzione„. Le guerre tra' letterati erano allora al massimo punto: le polizie aumentavano di sorveglianza e di rigori, e su 'l cielo d'Italia già si addensava rumoreggiando la tempesta del '21. Assai difficili eranoi tempi, e bisognava una gran forza di speranza per non lasciarsi vincere dallo scoraggiamento: anche lady Morgan, lasciata appena l'Italia, avuto sentore che un nuovo giornale doveva sorgere in Firenze per opera di unsignore patriota(cosí chiamava il Capponi), e che quel giornale aveva lo scopo di rimettere Firenze al livello del resto d'Europa, scriveva[115]che lo spirito del governo vi si sarebbe opposto.

Dopo non breve dimora in Parigi, partiva il Capponi alla volta dell'Olanda: e nel suo cuore con la fede e la speranza lottavano molti dubbi e timori. Diceva il Foscolo[116], che al Capponi in Olanda le facce de' mercanti, pe' quali non aveva mai sentito grande amore, avevano inspirato un'antipatia invincibile per tutte le facce mercantili dell'universo: e certo non il Foscolo allora, né lo stesso Capponi, potevano prevedere che un mercante verrebbe in suo aiuto, ed egli per quel mercante non simpatia sentirebbe, ma amore. A ogni modo, quelle paludi, quel cielo grigio d'Olanda, quel paese mercantile, gli empirono viepiú l'anima di amarezza: quasi pareva che tanto piú sminuisse in lui la speranza e crescesse il timore, quanto maggiormente sentivasi lontano dall'Inghilterra, e sapeva vicino il ritorno in Italia, che pure amava. “Non mi rallegra punto l'idea di tornare in patria — scriveva[117]in un istante di accorato dolore — perché patria non l'abbiamo, per ispirare i sentimenti che dovrebbero andare uniti a questo nome. E mi rattrista il pensiero di ricader sotto l'unghie dei tedeschi e dei preti, e di una massa di volgo, degno degli uni e degli altri„.E rimpiangendo l'Inghilterra, che tanto e in ogni cosa doveva al paragone sembrargli migliore; “invidio il Pucci — esclamava — che è fatto abitator di Bond-Street. Oh! beato Bond-Street!„.

Ciò che piúspaventavail Capponi era, a sua confessione[118], “il Puccini„: e quando lasciata l'Olanda e, dopo breve soggiorno, la Svizzera, ripose piede in Firenze, nell'“Atene d'Italia„ ove aveva avuta “l'onesta debolezza di ritornare„; il mal umore cosí lo assalse e lo vinse che gli parve[119]né anco poter piú pensare al giornale; tanto trovava mutata la situazion delle cose! Certo, lapresidenza del Buon Governoaveva allora, ed ebbe per lungo tempo, importanza grandissima: oltre le attribuzioni proprie di polizia investigatrice giudiciaria e penale, aveva anche la sorveglianza de' forestieri, la direzione delle carceri, la soprintendenza agli spettacoli; e ciò che è peggio, potere illimitato su la stampa: cosí che il granduca di Toscana, piú che Ferdinando III, era di fatto il Presidente del Buon Governo. E Aurelio Puccini appena entrato in carica aveva, per dire il vero, suggerita l'abolizione del sistema giudiciario francese, la soppressione della gendarmeria e il ristabilimento del bargello con tutta la rispettabil corte de' birri. Tuttavia i timori del Capponi, che per natura troppo si rivelava in ogni cosa ragionatore, non poco erano esagerati; e le condizioni della Toscana in quel tempo, per ciò che riguarda la politica, non erano davvero tali daspaventareun animo che meno del Capponi fosse stato dubitoso e sottile.


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