Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da fardimenticare: unalberetto della libertà, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “Piccolo son, ma crescerò sull'Arno„[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo,segretarii di Stato, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122]il toscano un governo“assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delleamarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.Sotto quel cielo era permessopensareedagire: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e ilGabinettodel Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127]in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli dellaPergola, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131]dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132]la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone operestraniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.G. P. VIEUSSEUX(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134]— e amate il vostro paeseItalia...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135]che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136]con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università diPisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchioGiornale dei letterati: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Ioeravolonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137]— ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138]che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze delnord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139]che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, eLei vuol fare un giornale a Firenze?, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la suaRivista Enciclopedica, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinseall'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.***Con unacircolare[140]nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni dopo, unmanifestoindicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente siera, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo diAntologia; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppurqualche voltaavrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quelmanifestoaffermava, ch'ei non avessemaiavuta l'intenzione difare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.L'Antologia, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con unProemiodi otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori dellaRivista enciclopedica. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'Antologiadichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole,paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, ilDiscorsoall'Accademia francese, e leRiflessioniintorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147]su l'Italia di Castellan, e un carme[148]di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dallaRivista enciclopedica, traduceva[149]l'articolo su laRaccoltadi elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni ilDiscorso[150]del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151]su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini leLetteresu l'economia[152]di S. James, e i ragguagli bibliografici[153]dallaRivista enciclopedica. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione dellaMaria Stuardadello Schiller.[154]Come ben si vede, il fonte principale a cui l'Antologiaattingeva, era laRivistaparigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'Antologiaperché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornaleper via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la suaRivista enciclopedica; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la suaAntologia.***Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155]egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio dellaBiblioteca italiana[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che ilGabinetto letterarioera “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subitodopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava ilProemio, “di 9 (sic) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157]nellaBiblioteca: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'Antologia, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158]— e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me,io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159]— non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.***Nel secondo quaderno, dalGiornale d'educazionedi Francia l'Orlandini traduceva undiscorso[161]del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162]su lo Châteaubriand, dalleLettere normanne. Ma la parte maggiore era data allaRivista enciclopedica: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi unanotizia[163]su 'l signor di Volney; il Giovannini, unragguaglio[164]su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165]su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166]dal giornale tedescoKunstblatt, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, compostotutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167]al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale laRivista enciclopedica, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'Antologiavenisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168]al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva unavvertimento[169]non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'Antologia, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume dellaProposta; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171]che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.Cosí l'Antologialevava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172]su 'lViaggio in Italiadi G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174]egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articolioriginali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.L'Antologiapigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuniPensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175]ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177]su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178]su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179]non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo diEllenofilo, alcune considerazioni[180]su la lingua de' greci moderni.Né solo delle nostre produzioni l'Antologiagiudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolinidiceva franco il suo pensiero su'Rudimenti di filosofia moraledello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182]intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione allaStoria dei Francesi[183].Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'Antologias'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185]su laPropostadel Monti. “Io fui — scriveva[186]egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'Antologia, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de'lumi, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione,e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187]tra l'Ie l'O, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato dueerrata-corrigesopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188]degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi;ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190]il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome diAntologia, cui si aggiungerebbe quello digiornale italiano di lettere scienze ed arti, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192]non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193]facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194]— che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195]al Capponi: “La tuaAntologiami piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'Antologianon solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nellaRivista enciclopedicaera scritto[196]che l'Antologia, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197]che l'Antologiaconteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'Antologiagiungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198]al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della suaAntologia, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199]da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'Antologiacostava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosímale, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'Antologia; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201]addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202]— amico mio,voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'Antologiapersonificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'Antologia„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203]“io non vedo piú che l'Antologia, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.
Certo, Aurelio Puccini aveva qualche cosa da fardimenticare: unalberetto della libertà, presso la fonte della piazza non chiamata allora del granduca, da lui piantato nel 1798, con sopra scrittovi: “Piccolo son, ma crescerò sull'Arno„[120]: e di giacobino ardente convertitosi a' contrarî principî, eletto ministro di polizia, a quando a quando dava saggi del suo pentimento: ma non usava allora, né usò piú tardi, indebiti rigori; né mai diede ad alcuno inquietezze soverchie. Ministri, o, secondo il linguaggio del tempo,segretarii di Stato, erano Vittorio Fossombroni per gli affari esteri, per gl'interni don Neri Corsini, e Leonardo Frullani per le finanze. Sotto il rapporto economico, e per la divisione delle terre e per l'esercizio dell'industria e della concorrenza commerciale, essi avevano posto la Toscana al possesso di una legislazione piú liberale e piú ragionata di qualunque altro Stato; la libertà ristabilita in favor del commercio e dell'industria, l'uno e l'altra faceva prosperare; e prosperando, spandeva tra' cittadini modesta e diffusa ricchezza. Cosí che mentre in Napoli, nel Piemonte, in Lombardia, si abbandonavano a moti generosi, ma perché non preparati, incomposti come di un infermo nelle sue convulsioni; in mezzo a' rumori delle congiure e agli apparecchi della rivoluzione, tranquillo e fidente nel governo e nel principe il popolo toscano dormiva il suo sonno tranquillo.
Dicono che il governo, e il Fossombroni in ispecie, usassero del narcotico per fargli dormire quel sonno; anzi, che Neri Corsini pareva il sonno governante in persona[121]: e lo Stendhal chiamava[122]il toscano un governo“assoupissant„. Ma se Ferdinando III non concedeva tanta libertà quanta se ne sarebbe voluta, se non riformava, addolciva tuttavia ed era per natura e per arte indulgente: e se il governo faceva poco e non dava impulsi, agli altri però lasciava far tanto. Cosí la Toscana godeva di una prosperità pubblica e di beni superiori a quelli di ogni altro Stato, e di una libertà quale in nessun'altra parte poteva trovarsi o sperarsi, sotto il dominio dell'Austria.
Già l'Italia era in fiamme: i principi negavano, direi, la possibilità del muoversi; e per vincere la paura chiudevano gli occhi e le orecchie, chiamando Metternich in aiuto: e Metternich inviava soldati, e per ogni dove infierivano le persecuzioni e i supplizi. Napoli aveva il Canosa, Modena il Besini, Sanseverino e Rusconi lo Stato pontificio, il Piemonte il Tachini, il Salvotti la Lombardia; e fin Carlo Lodovico, in quel suo guscio di regno, osava motteggiando firmarsi “il piccolo tiranno di Lucca„[123]. Dall'una all'altra estremità della penisola il segreto epistolare violato e divenuto mezzo d'inquisizione; la polizia famelica accumulare arresti, senza por mente né a giovinezza né a sesso; molti fuggire atterriti; le carceri rigurgitare di prigionieri, tanto da richiedere forme di procedura piú brevi per dare giudizio; le condanne di morte vie piú spesseggiare; e in Napoli, peggio che a morte, i carbonari trascinati per via, a allo squillo di una tromba con rabbia furiosa martoriati con scudisci irti di chiodi, sí che la pelle vedeasi saltare con brandelli di carne, e in molte parti scoprirsi i tendini e i muscoli tra rivi di sangue[124].
Niuna di queste cose accadeva in Toscana. Venuto nel 1814 a prenderla in possesso a nome di Ferdinando III, il Rospigliosi avevala bensí potuta chiamare “patrimonio dell'Austria„; e tra l'Austria e la Toscana, nel giugno del '15, era pur stato in Vienna conchiuso un “trattato d'amicizia„[125]: ma Ferdinando troppo sentiva che nulla turbava la pace del suo regno, da abbandonarsi a rigori; e non voleva all'Austria obbedire e servire, egli che tedesco soleva a' Tedeschi dar l'epiteto di “legnosi„[126]. Giungeva il Ficquelmont in Firenze, con l'ordine di costringere il governo a maggiori rigori; ma né il granduca né i ministri gli diedero ascolto, né acconsentirono che presidio austriaco si ponesse in Toscana: la polizia arrestò qualcuno, ma piú che tutto raddoppiò le cautele; e pur investigando con solerzia e sottigliezza, non trovava per inveire ragioni fondate. Mentre l'Austria accusava e instigava al rigore, dando l'esempio nell'altre provincie di proscrizioni confische e supplizi; fra tanta dispersione di forze, di pensiero, d'ingegno, fra tanti rigori e vendette, il solo governo toscano, senza inquisizioni vessatorie e senza tribunali straordinarî, si limitava a far blande ammonizioni e avvertimenti che potevano dirsi paterni. Intorno intorno al granducato si levavano gemiti, e la terra era rossa di sangue: ma la Toscana, come la Spagna la Grecia l'Inghilterra e l'Elvezia, a' proscritti e a' fuggenti apriva le porte delle sue tranquille città, offrendo asilo ospitale; ed essi de' dolori patiti e delleamarezze dell'esilio si consolavano sotto il piú bel cielo d'Italia.
Sotto quel cielo era permessopensareedagire: vi si leggevano libri e giornali stranieri, anco piú che liberali; mentre negli altri luoghi erano proibiti, e punita la loro lettura; mentre in Napoli si dannava alle fiamme fino il catechismo che anni innanzi aveva il Governo stesso fatto compilare dalle opere del Bossuet: e ilGabinettodel Vieusseux vi prosperava, mentre il Giordani, che voleva instituirne uno simile, non riusciva[127]in Piacenza a vincere gli ostacoli e le calunnie di chi gridava disperatamente contro l'abominevole empietà di voler introdurre qualche gazzetta e qualche giornale scientifico. Per l'arte sottile con che le autorità sapevano ammorzare gli ordini viennesi, si lasciava e agli stranieri e a' Fiorentini una libertà che era grande, tenuto conto de' tempi; e discutere non solo degli spettacoli dellaPergola, ma di politica. Bastava non gridar troppo forte; ma con un po' di prudenza, si poteva dir tutto; tutto quello, ben inteso, che non si poteva in nessuna parte d'Italia.
Sarà stata libertà, se si vuole, come di cervi in un parco; ma era pure libertà: sarà stata la Toscana, come il Capponi diceva[128], un paradiso terrestre, senza però l'albero della scienza e senza l'albero della vita: ma in mezzo a tante sofferenze, a tanti martirî, era pur sempre un paradiso terrestre.
Ritorniamo al Capponi. Il gennaio del '21 era giunto, ma le vicende politiche avevano al giornale impedito l'uscita, che per quel mese era stata fissata: e già qualche tempo avanti si era sparsa la voce[129]ch'egli avesse rinunciato all'impresa; eppure non era vero. Quantunque lo stato politico dell'Italia assai poco di bene gli lasciasse sperare, e a quando a quando lo assalisse la nausea e la sfiducia d'ogni cosa, per fuggire la noia e piú per crearsi un mondo che meno gli dispiacesse, si dava tutto all'idea del giornale; incoraggiato bensí da' mezzi che nel metterlo insieme gli erano venuti crescendo, ma di sola una cosa veramente sicuro[130]: che meno male avrebbe vissuto, pensandoci. Scriveva intanto agli amici, discutendo ancora del modo piú opportuno con che regolarlo, o dimandando consigli: e i consigli erano varî sempre, non di rado contrarî. Pellegrino Rossi, benché avesse fatto giuramento di non mettere piú parola in nessun giornale italiano, tanto li vedeva pieni di fiele e di miserie municipali, rompendo il voto per quell'opera che doveva essere diretta da un Gino Capponi, gli scriveva[131]dicendo che per evitare al suo il primo peccato d'origine, comune agli altri giornali d'Italia, doveva ricompensare l'opera di tutti gli scrittori, e per nulla scostarsi dall'idea del pagamento. Per lui era questo “il perno dell'impresa„. Il Confalonieri, pur giudicando[132]la sua intrapresa “ottima, lodevole e fruttuosa„, non lasciava però di fargli un quadro fosco di tutte le “immense difficoltà„ che lo circondavano: mentre il Capponi pensava che solo “qualche volta„ di cose straniere potesse ingrossarsi il giornale, quegli, pur ammettendo che di ciò che avvenisse da un capo all'altro della penisola si desse notizia, lo consigliava tuttavia a dar “molti estratti di buone operestraniere„; amando meglio che il giornale fosse “un copioso magazzino di cose buone, che un mediocre produttore di parti indigeni„. “Rendiamo la penisola europea — gli scriveva — ed avrem fatto assai„.
G. P. VIEUSSEUX(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)
G. P. VIEUSSEUX(da un acquarello di qualche anno anteriore al 1850)
Non ostante questa diversità di pareri che, per dire il vero, ponevano in angustie il Capponi, in una cosa tutti erano concordi, benché dubitosi della riuscita: nel sentire il bisogno di un grande giornale: e tutti con ansia ne attendevano la pubblicazione. “Voglia il cielo — scrivevagli il Niccolini[133], quando il Capponi non era anche giunto in Firenze — voglia il cielo che possiamo riuscire nello scopo che vi siete prefisso, e che il giornale abbia luogo„. E Giuseppe Pucci, poi che lo seppe giunto, quasi timoroso che in Firenze il suo entusiasmo s'affreddasse, “occupatevi del giornale — gli diceva[134]— e amate il vostro paeseItalia...., e date mano a rendergli tutti quei servigi che sono in vostro potere„. Giovanni Arrivabene confessava[135]che si era deciso a scrivergli, spinto dal desiderio di sapere se pubblicavasi quel giornale, di cui da tanto tempo i buoni sospiravano l'uscita; assicurandolo che lo Scalvini e qualche altro amico erano disposti a lavorare qualche pietra per “l'Italiano edificio„. E il barone Friddani, promettendogli la cooperazione del Salfi, si doleva[136]con lui da Parigi che per gli avvenimenti politici avesse ritardato la pubblicazione, e lo incitava all'impresa.
Grandi certo erano le difficoltà, e si aggiungeva in quel tempo l'ostacolo che i professori dell'Università diPisa, co 'l titolo di Nuovo ridavano la vita al vecchioGiornale dei letterati: eppure, il conforto e l'aiuto de' buoni avrebbero dovuto spianare la via! Ma Gino Capponi, quasi direi, soverchiato dal continuo ponderare in sé stesso le cose, troppo era dubbioso nel deliberare e irresoluto nell'eseguire: a lui, cui la natura etrusca aveva sorriso con tutti i suoi doni, mancava la potenza che conchiude, la virtú che traduce in atto la idea, “Ioeravolonteroso, quanto incapace„ — scriveva molti anni dopo[137]— ma “venne poi felicemente il Vieusseux a cavar me d'impiccio„: tutto sé stesso egli dipingeva candidamente in queste parole; ed era assai piú nel vero di quel che il Vieusseux, quando questi pubblicamente e modestamente affermava[138]che per sua buona ventura un “insigne personaggio„, aveva voluto soccorrerlo, anzi che farsi suo competitore; e rinunciando nobilmente al suo pensiero, gli aveva fatto schivare una “pericolosa concorrenza„. Gino Capponi, poco atto alla pratica, in quel mercante che non aveva aspetto né modi né anima mercantile, trovava un pratico di genio che pareva quasi fatto per completarlo; trovava quella potenza, quella virtú che non sentiva in sé stesso, trovava in somma l'istrumento piú adatto a dar corpo a quegl'ideali di operosità letteraria e civile che da gran tempo gli ondeggiavano in mente.
Era nel Vieusseux un felice equilibrio di tutte le facoltà: e per questo equilibrio pareva che in lui in armonia si riunissero l'entusiasmo e l'imaginazione viva che induce a sperare, che è carattere piú proprio alle razze latine, e la volontà tenace e la energia calma, che è carattere piú proprio alle razze delnord. Non aveva grandi studî su libri; ma aveva studiato il mondo, che è pure un gran libro: le fortunose vicende politiche alle quali aveva assistito, i disastri della sua famiglia e della sua casa di commercio, i lunghi viaggi in nazioni diverse tra uomini diversi, gli avevano dato esperienza; e l'esperienza l'aveva reso cauto, non però diffidente, l'aveva temprato, senza però toglier nulla al fuoco della sua anima generosa ed avida di bene. E spirito di sacrificio e fuoco d'amore erano davvero necessarî per sobbarcarsi a tale impresa. Raccontano[139]che il Cioni, accolto il Vieusseux stando a letto, al sentire del giornale ideato si levò a un tratto a sedere su 'l letto, eLei vuol fare un giornale a Firenze?, esclamò tra sbigottito e pietoso dell'incauto proposito. E il ripensare la miseria de' tempi, e che con sole e poche forze toscane (ché dall'altre terre d'Italia non anche eran giunti quelli esuli che furon d'aiuto), con sole e poche forze toscane doveva iniziarsi l'impresa, giustifica e legittima, non che scusare, quella pietà sbigottita.
Quando Marcantonio Jullien, su 'l tipo delle riviste inglesi e tedesche, creava la suaRivista Enciclopedica, qualche difficoltà pure a lui senza dubbio impediva la via; ma Parigi era una tra le capitali europee dove per istruirsi esisteva maggior copia di mezzi; grande e libera e rapida la circolazione delle opere nazionali e straniere da un lato, e uomini dall'altro, cultori delle lettere e delle scienze, accolti quasi tutti in un centro. Egli quindi presso di sé trovava tutti gli elementi necessarî per mandare ad effetto il suo disegno; non aveva se non da riunirli, disporli in ordine, e metterli in azione. Ma quando il Vieusseux si accinseall'opera sua, quante prevenzioni trovava da soffocare, quanti pregiudizi da combattere, quante rivalità da far tacere! Dibattevasi, e con uno zelo non dissimile alla rabbia, la questione della lingua e del romanticismo; e sotto le dispute letterarie grammaticali e filologiche mal si celavano gli antichi rancori, e le meschine rivalità di campanile, e le piccole borie municipali. Lente le comunicazioni e inceppate; e la libertà del pensiero, fuor che tra 'l Tevere e l'Arno, oppressa per ogni parte. Bisognava far tacere le vecchie animosità e i nemici animi conciliare; bisognava radunare gl'ingegni dispersi, scuotere la dormigliosa Toscana, e ciò che era men facile assai, vincere l'indifferenza de' piú. Eppure egli solo bastò a tutto questo.
***
Con unacircolare[140]nel giorno 10 settembre del 1820 il Vieusseux, ottenuta licenza dal Presidente del Buon Governo[141], annunciava ch'egli voleva fare una raccolta in lingua italiana de' piú interessanti articoli d'ogni genere che si leggevano ne' giornali oltramontani; raccolta mensile, di dieci fogli almeno, che avrebbe avuto per titolo:Antologia, ossia Scelta d'opuscoli d'ogni letteratura tradotti in italiano. E pochi giorni dopo, unmanifestoindicava la natura e lo scopo dell'impresa. Non portava firma nessuna, ma era scrittura del Cioni, che finanziariamente siera, con un contratto[142], fatto socio al Vieusseux: vi si diceva che questi piú d'ogni altro, pe' suoi molti giornali, trovavasi in condizioni migliori per eseguire il suo progetto; che non aveva mai avuto l'intenzione di fondare un'opera periodica che rivaleggiasse con le altre pubblicate nella penisola: e che solo intendeva trasportarvi, senza prima averle sottoposte alla critica italiana, le produzioni letterarie straniere d'ogni genere, per far conoscere tanto il modo con che gli scrittori d'oltr'alpe si giudicavano scambievolmente, quanto quello con che consideravano le nostre produzioni: ponendo cosí gl'Italiani in grado di paragonare, nell'arte della critica, il metodo degli oltramontani con quello del loro paese.
Forse pe 'l significato delle parole che lo compongono dava il Vieusseux al suo giornale il titolo diAntologia; forse non gli era ignoto che, co 'l titolo istesso, aveva campato in Roma dal 1744 al 1788 un altro giornale ch'era un estratto di altri giornali, dove solevasi inserire un elogio breve de' letterati defunti. A ogni modo, come si vede, il progetto del Capponi, passando per le mani del Vieusseux ch'era strumento intelligente d'esecuzione, si era quasi per ogni parte trasformato: lo stesso mutamento del nome accenna alla sostanza mutata. L'uno traduzioni non voleva se non “qualche volta„, e per ingrossare il giornale; l'altro questo giornale si accingeva a comporre di sole traduzioni, senza accennare che neppurqualche voltaavrebbe accolto articoli indigeni originali. Non che egli e ne' letterati e nella letteratura d'Italia poco fidasse: e nemmeno, come il Cioni in quelmanifestoaffermava, ch'ei non avessemaiavuta l'intenzione difare un giornale il quale, rivaleggiando con gli altri, desse una propria opinione su ciò che in Italia e fuori venivasi pubblicando (che anzi, fin d'allora, riserbavasi mutare il suo primo disegno); ma a cominciare in quel modo lo spingeva dignitosa e onesta prudenza. Egli voleva innanzi assicurata la cooperazione de' letterati e la fiducia del pubblico: e appunto perché il pubblico — come scrisse piú tardi —[143]avesse sicurtà ch'ei non gli prometteva piú di quanto le forze potevano permettergli mantenere, amava, per il momento, ristringersi a raccogliere semplici traduzioni d'estratti di libri e di giornali stranieri.
L'Antologia, pubblicata dalla stamperia Pezzati, venne in luce con unProemiodi otto pagine; firmate G. le prime quattro, P. le restanti[144]. Il dottore Giuseppe Giusti intendeva abbozzare lo svolgersi del pensiero umano, e insieme della scienza, dalle piú remote alle età piú vicine; il Cioni, dopo accennato novamente allo scopo del giornale, diceva che limitandosi alla qualità di semplici traduttori, senza arrogarsi altra libertà che quella di aggiungere qualche nota con che temperare o correggere qualche asserto d'autore straniero, i compilatori, nello scegliere le materie, avrebbero sempre tenuto gli stessi principî da' quali erano diretti gli scrittori dellaRivista enciclopedica. E come questi avevano esposto nell'introduzione al loro giornale[145], que' dell'Antologiadichiaravano preferire quelli scritti che trattassero le scienze e le lettere in modo piú generale, per indicare agli uomini che vorrebbero, avvicinandole,paragonarle tra loro, in che consistessero i progressi reali dello spirito umano.
Il giornale doveva essere diviso in tre parti principali, delle quali la prima conterrebbe analisi ed estratti di opere, opuscoli, lettere: la seconda, ragguagli bibliografici; la terza, ragguagli scientifici e letterarî. Nel primo quaderno comparivano[146], tradotti da Michele Leoni, ilDiscorsoall'Accademia francese, e leRiflessioniintorno all'andamento e alle relazioni delle scienze con la società, del Cuvier; alcune lettere[147]su l'Italia di Castellan, e un carme[148]di Alfonso De Lamartine a lord Byron. Il Niccolini, dallaRivista enciclopedica, traduceva[149]l'articolo su laRaccoltadi elogi storici dal Cuvier detti nell'Istituto di Francia; e Gaetano Cioni ilDiscorso[150]del prof. Pictet alla società elvetica delle scienze naturali. Da un giornale tedesco Antonio Benci una lettera[151]su l'isola di Ceylan: Ferdinando Orlandini leLetteresu l'economia[152]di S. James, e i ragguagli bibliografici[153]dallaRivista enciclopedica. E dalla stessa rivista, Francesco Benedetti l'articolo su la traduzione dellaMaria Stuardadello Schiller.[154]
Come ben si vede, il fonte principale a cui l'Antologiaattingeva, era laRivistaparigina: fin la distribuzione e divisione delle sue varie parti erano in tutto le stesse; fuor che la prima, mancante nell'Antologiaperché comprendeva gli articoli originali. Anche in questo dunque il Vieusseux avviava il giornaleper via diversa da quella tracciata dal Capponi: questi l'aveva tutta pensata su modelli inglesi; quegli la atteggiò su 'l tipo de' giornali di Francia. Cosí, come le migliori tedesche e inglesi, aggiungendovi tutto ciò che è proprio alla natura francese, furono guida a Marcantonio Jullien per fondare la suaRivista enciclopedica; questa, a sua volta venuta in fama, il Vieusseux tolse a modello per fondare la suaAntologia.
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Se egli per carattere fosse stato piú italianamente facile agli entusiasmi e agli scoraggiamenti, e meno svizzeramente temprato, sarebbe bastata pur l'accoglienza fatta al primo quaderno per fargli abbandonare il pensiero del giornale. Rammentava piú tardi[155]egli stesso, e non con orgoglio, chi gli aveva vaticinato non potere il suo nuovo giornale giungere alla quinta dispensa: né davvero piú confortante era il giudizio dellaBiblioteca italiana[156]. Dopo avere affermato che in Toscana, “paese felicissimo sotto tanti altri rapporti„, non ancora aveva potuto allignare un giornale che promettesse lunga vita, benché niuna città potesse quanto Firenze offrire all'Italia un giornale utile ed esteso, massime in cose straniere; Paride Zajotti, garbatamente maligno, diceva bensí che ilGabinetto letterarioera “il piú ricco.... in ogni genere di giornali di tutte le nazioni,„ anzi, “veramente una meraviglia„; e che il Vieusseux, “uomo di eccellente carattere e pieno di buon senso„, aveva avuto, nell'intraprendere un giornale che si occupasse di cose straniere, un “pensiero ottimo„: “ma convien dire — subitodopo aggiungeva — o che manchino in Toscana le persone capaci di eseguirlo a dovere, o ch'egli non abbia saputo trovarle„. (Come si vede, il “buon senso„ di cui il Vieusseux era “pieno„, se non del tutto negato, veniva cosí ridotto a ben meschine proporzioni). In una nota poi biasimava ilProemio, “di 9 (sic) meschine pagine„; e che si fosse dato “per novità„ il discorso accademico del Cuvier, già dal 1816 tradotto[157]nellaBiblioteca: “l'autore di cosí bella scelta — diceva — mostra d'aver per lo meno dormito questi ultimi cinque anni„.
Certo potevasi scegliere qualche cosa di meglio; ma il dire che quel discorso era stato offerto “come novità„ era del pari asserzione maligna; ché, fin dal principio, il Leoni l'aveva chiamato “non recentissimo„. E tra l'altre cortesie di questo genere, tutte del resto nello stile del tempo, l'Acerbi terminava profetando, come agli altri giornali piccoletti sorti in quel tempo, cosí anche all'Antologia, sebbene non ne faceva il nome, “una vita breve ed incerta„.
Anche il Capponi però era ricordato dall'Acerbi. Diceva (e questo può mostrare con che rapidità ed esattezza si sapevano le cose d'Italia tra provincia e provincia), diceva che “un dotto e ricco patrizio toscano, di casato gloriosamente celebre negli annali della sua patria„, stava anch'egli combinando gli elementi di un nuovo giornale; che essi facevano plauso al disegno generoso, ma (secondo il solito) temevano per molte ragioni che l'esito delle sue liberali premure non fosse per essere quello a cui mirava.
“L'Acerbi ha fatto grazia di parlar del giornale, — scriveva indignato il Capponi[158]— e per quanto egli abbia avuto l'apparenza di farlo onorevolmente per me,io mi dolgo anche piú di essere nominato da quella sporca bocca, che delle malignità che egli ha mescolate nel suo annunzio„. Il Capponi s'adirava e pativa: al Vieusseux, invece, gli ostacoli — com'egli stesso diceva[159]— non facevano se non accrescere la sua energia; e ciò che avrebbe potuto sconfortare altri, per lui invece, a sua confessione[160], era sprone a far sí che non riuscissero veri i sinistri presagi. Questo solo basterebbe per mostrare la natura in que' due uomini profondamente diversa.
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Nel secondo quaderno, dalGiornale d'educazionedi Francia l'Orlandini traduceva undiscorso[161]del duca di Doudeauville su l'istruzione elementare; e Antonio Renzi un giudizio[162]su lo Châteaubriand, dalleLettere normanne. Ma la parte maggiore era data allaRivista enciclopedica: ne traduceva in fatti lo stesso Renzi unanotizia[163]su 'l signor di Volney; il Giovannini, unragguaglio[164]su la Grecia: e Filippo Cicognani, un ditirambo[165]su l'Egitto. Il secondo fascicolo esciva dunque con le stesse impronte del primo: vero è che una parte nuova e importante vi era aggiunta: l'artistica, per opera del Benci che incominciava tradurre[166]dal giornale tedescoKunstblatt, di recente fondato dal dottor Schorn; ma era anch'esso, come il primo, compostotutto di traduzioni, e le traduzioni attinte alle stesse fonti.
Ricevuti i primi due numeri, Pellegrino Rossi scriveva[167]al Capponi dicendogli che l'opera in sé non gli pareva cattiva, ma credeva impossibile facesse fortuna fuor d'Italia, ripresentando articoli tutti già noti: tanto piú essendo sua fonte principale laRivista enciclopedica, giornale notissimo. E consigliava servirsi principalmente de' giornali inglesi, tedeschi, americani. Per dire il vero, non il Rossi solo era di tale avviso: già prima che l'Antologiavenisse in luce, discutendo del modo di comporla, il Sismondi scriveva[168]al Vieusseux raccomandandogli soprattutto tradurre dal tedesco, dall'inglese, anche dallo spagnolo, piuttosto che dal francese, intelligibile a tutti in Italia; “ma io suppongo — continuava — che voi mirerete piú ancora a pubblicare articoli originali„. E tale era veramente il pensiero del Vieusseux. Al terzo quaderno infatti precedeva unavvertimento[169]non firmato (scritto però dal Niccolini), nel quale era detto che, per desiderio di molti e le offerte di alcuni zelanti della gloria patria, si era il Vieusseux indotto a modificare la massima adottata in su 'l nascere dell'Antologia, e a dar luogo anche ad articoli originali meritevoli della curiosità de' lettori: “incominciamo pertanto — diceva — colla seguente scrittura anonima, pervenutaci da una città di questo granducato„.
La città del granducato era Firenze; la scrittura anonima, di Michele Leoni: egli prendeva in esame l'opera del Perticari, che forma il quarto volume dellaProposta; e pur notando che il libro era “sparso di paradossi e contradizioni„, lo giudicava “benissimo ordinato„; e a chi dimandasse se era “un cattivo libro„, e se le lodi con che era stato accolto, “adulatorie insensate„; rispondeva[170]: “no: né il suo libro si può dire generalmente cattivo, né generalmente mal meritate le lodi„. Ma ciò che piú importa, diceva che le sue osservazioni di critico potevano forse essere scritte con qualche vivezza di espressione, ma “senza veleno„; e terminava con l'affermare[171]che se il sostenere la causa del popolo toscano a lui procurasse contumelie o strapazzi, questi sarebbero stati in tutto efficaci, “fuori che nell'indurlo a ricambiarli„.
Cosí l'Antologialevava la prima voce in una controversia tanto agitata; e tra' vituperî e gli urli e gli schiamazzi da tutte le parti irrompenti, era voce dignitosa e serena.
Né soltanto la scrittura del Leoni in quel fascicolo era originale: le facevano bella compagnia un articolo del Benci[172]su 'lViaggio in Italiadi G. A. Galiffe; e uno studio di Giuseppe Gazzeri[173], in cui non con la forza d'attrazione, ma co 'l “fluido etereo„ spiegava tutti i fenomeni luminosi, calorifici, elettrici e magnetici. Le traduzioni però occupavano ancora gran parte del giornale: co 'l quarto numero il Vieusseux vi portava un mutamento sostanziale. Annunciava[174]egli a' lettori (ma la scrittura era del Niccolini), che il giornale assumeva aspetto quasi nuovo e si rivolgeva “a piú nobile scopo„; perché era pensiero di lui comporlo, per quanto gli sarebbe possibile, di articolioriginali; e solo in mancanza di questi, di traduzioni non da' giornali di Francia, ma da' tedeschi ed inglesi. Né gli falliva il pensiero; ché dall'aprile al giugno tre sole infatti erano le traduzioni dal francese.
L'Antologiapigliava ardire: simile in questo all'infante che già sentendo le sue piccole forze, lascia la pia mano che lo sorregge e cammina; dubitoso, è pur vero, e barcollante, ma solo. Il marchese Cosimo Ridolfi, con alcuniPensieri intorno ai fenomeni elettromagnetici, combatteva l'ipotesi del Gazzeri, trovando cause nuove per ispiegare l'azione della corrente elettrica su l'ago magnetico; e ne sorgeva tra i due una contesa[175]ch'era davvero, come disse il Capponi[176], un bello esempio d'una “maniera nobile di disputare„. Michele Leoni vi pubblicava giudizi[177]su la musica del Rossini: il dottore Giuseppe Giusti certi pensieri[178]su la legislazione criminale: il Benci varie lettere[179]non senza grazia su le cose notabili, specialmente d'arte, del Casentino e della valle Tiberina; e il Mayer, giovine assai, con lo pseudonimo diEllenofilo, alcune considerazioni[180]su la lingua de' greci moderni.
Né solo delle nostre produzioni l'Antologiagiudicava, ma già delle straniere: in un articolo[181], il Niccolinidiceva franco il suo pensiero su'Rudimenti di filosofia moraledello Stewart, né favorevole sempre all'autore; e qualche straniero incominciava a mandare qualche cosa al nuovo giornale. Il barone Rumohr, tedesco, una scrittura italiana[182]intorno le belle arti in Toscana; e del Sismondi compariva, tradotta dal Renzi, l'introduzione allaStoria dei Francesi[183].
Il Capponi specialmente aiutava non poco: né forse il giornale del Vieusseux cosí fino dal principio sarebbe riescito, senza gli aiuti morali di lui che procurò l'opera di molti uomini valenti, i quali dalla giovinezza gli erano amici. Certo per le sue insistenti premure l'Antologias'abbelliva, tra le altre cose, del terzo canto dell'Iliade tradotto dal Foscolo[184]; e di un discorso del Gazzeri[185]su laPropostadel Monti. “Io fui — scriveva[186]egli stesso — che volli da lui quell'articolo per inserirlo nell'Antologia, tanto piacere mi fece al sentirlo leggere. Al che si aggiunga che io credo quello solo il vero ed esemplarissimo modo di combattere il Monti... E vi assicuro in coscienza che io credo che il Monti vada combattuto con tutte le forze, e frustato; purché si faccia con quei modi e con quelli argomenti„.
La questione della lingua molta parte prendeva allora del giornale; ed era cosa ben naturale, date le condizioni de' tempi. Non voleva il Vieusseux, per prudenza, fin dal principio cimentarsi a dar luogo a scritti d'indole diversa, che trattassero di politica, di educazione e diffusione de'lumi, prima che il suo giornale godesse generalmente di buona riputazione,e soprattutto, si fosse guadagnata la fiducia de' governanti: ed era prudenza di saggio pilota che scandaglia il mare, prima di avventurarsi tra bassifondi e scogliere.
Cosí gli articoli su cose filologiche, ne' quali, anche volendo, sarebbe riuscito assai difficile far penetrare idee che destassero sospetto, erano in paragone degli altri, d'altre materie, in numero grande. Vi compariva, tra l'altre cose, un dialogo[187]tra l'Ie l'O, leggiadramente imaginato dal Benci per determinare quali voci dovessero nel plurale raddoppiare l'i della desinenza singolare io: e Urbano Lampredi, in una lettera al Monti, che gli aveva indirizzato dueerrata-corrigesopr'un testo di lingua pubblicato dall'abate Rigoli, si levava difensore[188]degli accademici della Crusca, che morti e vivi il Monti aveva assaliti con “acerbità di rampogna„ e vituperati; e gli accademici della Crusca difendeva ancora in un dialogo[189], ch'egli imaginava, co 'l Monti.
Certo, il giornale non era allora assai bello di cose varie: ma dava tutto ciò che consentivano i tempi; e in quella poca varietà (nelle cose filologiche specialmente, ch'erano le piú numerose), aveva un modo tutto nuovo di giudicare: la dignità della lode e il biasimo cortese; e ciò che piú importa (come si vedrà meglio a suo tempo), uno spirito per la prima volta non municipale davvero. Certo non era e non poteva, fin dal principio, essere quello che fu piú tardi;ma aveva in sé tutte le promesse dell'adolescenza che annuncia una vigorosa e bella virilità.
Già per la Toscana e fuor di Toscana faceva parlare di sé: e agli occhi de' piú sembrava sí ben regolato, che i professori dell'Università di Pisa volevano fondere il loro co 'l giornale di Firenze; e Giovanni Rosini, tra gli altri, pregava[190]il Vieusseux accettasse la proposta. Molto il Vieusseux, che fin d'allora mirava ad allargare la cerchia de' suoi cooperatori, avrebbe gradito che nel suo giornale comparissero i nomi di un Vaccà, di un Savi, di un Carmignani; ma troppo duri patti imponevano que' professori, né egli poteva, come essi pretendevano, rinunciare al titolo del suo giornale, e sottomettersi quasi a nuova direzione[191]. Proponeva egli fondere i due giornali, purché si serbasse il nome diAntologia, cui si aggiungerebbe quello digiornale italiano di lettere scienze ed arti, e a lui si serbasse piena facoltà di accogliere o rigettare gli articoli: ma quelli rimasero fermi nelle proprie deliberazioni, né la proposta del Vieusseux accolsero anco piú tardi, quando il Vaccà cercò una via di conciliazione; perché risposero[192]non voler essi “rinunciare al guadagno annuo di qualche scudo, né sottoporre le cose loro al giudizio di un Direttore„. L'accordo non avvenne, è pur vero, ma basta il tentativo per mostrare di qual fama già godeva il giornale del Vieusseux.
E anche fuor di Toscana coglieva allori: il Confalonieri, pochi dí innanzi venisse catturato, scriveva[193]facondo al direttore complimenti sinceri dell'opera sua: al Giordani non pareva cattiva, “ma Dio voglia — esclamava[194]— che possa proseguire„: e il Foscolo stesso, da Londra, sinceramente confessava[195]al Capponi: “La tuaAntologiami piace; non già perché sia ottimo giornale in sé, ma il migliore che si possa pubblicare in Italia„. Perché l'Antologianon solo girava per le varie parti della penisola, ma già passava le Alpi, e fermava lo sguardo degli stranieri, che non le negavano lode. Cosí, se nel mese di giugno del 1821 nellaRivista enciclopedicaera scritto[196]che l'Antologia, traducendo e pubblicando articoli stranieri, non destava se non poco interesse; nel febbraio del '22 era detto[197]che l'Antologiaconteneva articoli interessantissimi, e che dimostrava come gl'Italiani facessero sforzi per eguagliare le altre nazioni civili nelle scienze, nelle lettere e nelle arti.
Tutte queste lodi potevano lusingare l'amor proprio del Vieusseux, se l'anima sua fosse stata, come quella de' piú, desiderosa di lode: ma né il giornale parevagli ancora giunto a quel segno al quale egli voleva, né a' tanti dolori che quell'impresa gli procurava erano quelle lodi sufficiente compenso. L'Antologiagiungeva, è pur vero, in molti luoghi d'Italia e pur passava le Alpi; ma la lentezza delle comunicazioni spesso era causa di grandi ritardi, e gli eccessivi dazî postali piú spesso ancora impedivano la libera circolazione: mite bensí la censura, ma pur sempre censura: scarso il numero de' leggenti, e ancor piú scarso quello degli associati. Giovan Battista Amici, da Modena, prometteva[198]al Vieusseux cercargli associati, “ma il nostro paese è piccolo, — subito dopo aggiungeva come sfiduciato — e pochi sono quelli che si occupano di cose scientifiche: d'altronde questi pochi profittano di un gabinetto letterario sufficientemente provveduto di libri, ed anche della suaAntologia, ove io pure sono associato„. E piú chiaramente, Egidio di Velo scriveva[199]da Vicenza al Capponi: “.... quel giornale si sostenta e me lo rubano, ma associati ne farò pochi, perché vi sono pochi denari e poca volontà di spenderli„. Meno di cento erano allora gli associati, e l'Antologiacostava all'anno 36 lire toscane: somma non grande in que' tempi, né oggi che piú si pagano giornali che valgono assai meno. Neppur le spese ricopriva il Vieusseux: e si aggiunga, che dopo il terzo fascicolo egli aveva dato uno, talvolta due fogli di stampa per ciascun mese, piú de' dieci promessi. Gli affari, in somma, andavano cosímale, che il Vieusseux sentí in coscienza, non so se piú retta che generosa, il dovere di sciogliere il Cioni dal contratto co 'l quale si era dichiarato cointeressato nella pubblicazione dell'Antologia; non parendogli giusto che questi sacrificasse tempo e denaro in un'impresa il cui esito era incerto tuttavia, e della quale, per molto tempo ancora, non aveva speranza di ricavare un utile qualsiasi[200].
Eppure, rimasto solo, non ostante le spese che lo dissanguavano, e le difficoltà della censura, e le cure moleste inevitabili in ogni tempo nella direzione di un giornale, ma tanto piú acuite allora dalle condizioni politiche della penisola; con grande ardimento il Vieusseux persisteva nell'opera sua. “Mi è necessaria una gran dose di coraggio e di energia per non lasciarmi abbattere„ — scriveva[201]addolorato all'amico Sismondi — : ma subito dopo aggiungeva che avrebbe continuato il giornale tanto lungamente quanto gli sarebbe stato possibile. Era come l'amante che si duole della sua donna, eppur la trova lusingatrice, e tra le lacrime le sorride.
Il tipografo, gli autori, la censura non gli concedevano un minuto né di pace né di riposo; e tuttavia, di quelle cure faticose egli amava nutrire tutto il suo spirito, e in esse pareva quasi ringiovanire. Non sentiva piú alcun desiderio, non aveva piú alcun pensiero, che non fosse pe 'l suo giornale: pareva quasi (e non era) che fino le vecchie conoscenze egli avesse dimenticato. “Amico mio, — scrivevagli di Livorno un francese, Samadet de Holoré[202]— amico mio,voi vi siete in tal modo identificato co' vostri affari, che siete l'Antologiapersonificata„; e terminava scherzoso: “addio; se voi verrete a trovarmi, conduceteci il nostro amico Vieusseux, e lasciate in Firenze il Direttore dell'Antologia„. Aveva ragione: con cuore d'innamorato il Vieusseux stesso confessava:[203]“io non vedo piú che l'Antologia, e posso dire che non vivo piú se non per essa„. E in queste brevi parole, meglio che in qualunque commento, è dipinta un'anima intera, ed è tanta piú poesia che non in versi parecchi.