Cap. II.Lo sviluppo dell'Antologia

Cap. II.Lo sviluppo dell'AntologiaIl primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'Antologiatraduzioni dagiornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima laPulzella d'Orléanse presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208]il cosmopolita. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209]al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'Antologiascritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attenderecon tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210]ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'AntologiaMichele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212]di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'Antologiail Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214]al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostraAntologia? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso suMichelangeloviverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l nondare piú nulla[215]; a torto pensando[216]che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217]del vedersi da lui trascurato.Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219]dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220]diligente compilatore delBollettino scientifico, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e diantica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222]in una sua lettera con l'amico Vieusseux.Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223]al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'Antologiala sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224]com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225]scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226]di Castelsalvi; amico al Cuvier, chegli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227]l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'Antologianon appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229]Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'Antologia, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'Antologia, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231]ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232]al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei,e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233]già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi dellaPropostacon que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'Antologiama del tempo.Giovine invece, Enrico Mayer[234]su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'Antologia; e delle altruiinnovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236]i toscani, chesoliavevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'Antologiasi levasse.***Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237]aver egli speranza che in breve l'Antologiadiverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'Antologiacome “una collezione nazionale„. Primorispose all'invito con un giudizio[238]su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'AntologiaEmmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241]ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'Antologia, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzíco 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'Antologiain Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245]su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247]al Vieusseux nel mandargli unamemoriadiretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248]in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249]al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso,certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'Antologia, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251]su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252]— d'aver potuto mercè sua strapparedalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253]— mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'Antologia. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254]— delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nelConciliatorelombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255]— il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256]che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257]— giungeva a Firenze unadi quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'Antologia„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri dicevatesta avventata, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'Antologiail Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'Antologiadovevasi a lui in buona parte.Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259]— si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle suerivisteegli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260]“quel poveroPaul LouisVignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere dagiudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261]egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.Ma non dispiacquero al Giordani[265]gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266]“pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseuxgli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268]Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'Antologia, e vorrei che su lePasseggiate, senza complimenti, dicessetutta la verità....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (ce diable d'homme) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sueriviste letterarie„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'Antologiaalla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.***Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'AntologiaTommaso Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio, Federico Del Rosso[271],professore di pandette e gius canonico in Pisa. Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui dettade' padri e delle madri di famiglia, meritamente lodata[272]dal Benci. E l'avvocato Giovanni Castinelli[273]di Pisa vi diede saggi non brevi di un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e avvertiva[275]come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra l'altre cose l'uso delle cambiali.Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual cosa LuigiFornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il Lucchesini non a tutte assentisse[278]le massime dell'Antologia, e di talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279]al giornalista pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nelSaggio di una storia universaledice irregolare e scritta in versi sciolti la canzoneChiare fresche e dolci acque.Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo scritto, la lettera soscriveva[281]co 'l titolo di “corrispondente in Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni dilui, che il De Potter sinceramente lodava[282]per le sue “dotte fatiche„.Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de' vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'Antologiail maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le conosceva senza neppur riguardarle[283].***Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato, e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me — scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284]— per me, lo dico aperto, non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, laimboccaturadegli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle differenze d'origine di condizioni e diidee: se in altri scorgeva comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde nuove.Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la suaStorialodato[285]dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò le altre volte: ma il suo nome nell'Antologiarincontrasi raro. Piú operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu aiutato da lui: e operoso per l'Antologia, fin dal marzo, fu il dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse Raffaello.[289]Piú sollecitol'altro ogni due o tre mesi diede notizie copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al Canova, la quale raccontava[290]come egli senza invidia notando un giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.Ha l'Antologianel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione rivendica[292]all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo volontario, Bartolommeo Borghesi[294]di fama europea.Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati, i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché, senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295]che ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe nell'agosto il primo scrittodi Pietro Capei[296], che sempre trattò le cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per mezzo dell'Antologiafece conoscere all'Italia quanto di piú notevole per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando Paolini, che rese onore[297]a Girolamo Poggi, il quale non toccò la vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il Romagnosi nell'Antologiaamicamente indirizza cinque lettere[299], ove espone le idee capitali della suaIntroduzione allo studio del Diritto pubblico universale; idee ch'egli voleva[300]fossero riguardate come l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301]come “esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle cose umane„.***Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302]con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana,quando ego te aspiciam!„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304]alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'Antologiail decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305]da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la suavanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308]della Grecia, delsuoPindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è chegratisusava de' libri delGabinetto, egratisriceveva l'Antologia. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313]complimentoa Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314]la “rara felicità„di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315]“un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'Antologia, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316]feliceefortunatissimala Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]dell'Antologiae del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'Antologiamolte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318]al Cicognara — l'andrai trovandosull'Antologia. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319]al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'Antologiae per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'Antologiadi Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321]dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]miseramente. “Comevolete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323]— uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324]contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325]meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fecee poco diede all'Antologia, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'imprimaturcensorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: unamemoriasu loSpasimodi Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329]al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330]che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno laSalve regina, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'Antologianon comparve mai piú.***Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'Antologiainsieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'Antologiae al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333]com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'Antologiatrattò da prima[334]di cose geografiche e di viaggi, poi di militari;con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336]come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'antropogoniafu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339]tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340]di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'Antologia, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341]al Vieusseux la ricevuta di sessanta lireper l'associazione di un anno alGabinetto, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342]— “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.***Prima che scritti del Pepe, ebbe l'Antologiadall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344]dal maestro suo Giovanni Carmignani.E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345]“povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346]all'Antologiache gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347]che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'Antologianotavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348]il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, chepregatone dal Vieusseux prometteva[349]in quel tempo scrivere per l'Antologia. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'Antologia, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350]del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varîscritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351]su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'Antologiacomparve quella famosa lettera[352]a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353]con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354]intorno alSalvator Rosa, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.***Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355]al suoadorato Giacominoper parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. Evolevach'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca....potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356]al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357]trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358]che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delleOperette morali, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscerequalcuna su l'Antologia; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359]“moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'Antologia, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di unhermite des apenins, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessaAntologia: e poi uncittadino dell'Arno, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato loSpettatore italiano. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degliAppennini„ — scriveva[362]al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'Antologiasia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363]all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissimain sé„. Anni dopo, ritornato nel suodeserto, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364]al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'Antologia, ch'egli stimava[365]tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.***Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'Antologiatrovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366]le tre lettereK. X. Y.“Il mio nome nell'Antologianon appaia: — aveva raccomandato[367]al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la siglaK. X. Y.[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io portoall'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'Antologia, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370]i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371]al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372]tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373]— gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; moltiirritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'onagro; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374]“piúbuedel Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375]al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'Antologia, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376]non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'Antologia„, scrisse[377]il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente,che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380]egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomentipiú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382]il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.***Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'Antologia. E il professore famoso gli prometteva[383]che avrebbe fatto il possibile, tra lenon poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra manole Lettere su l'Inghilterra, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384]al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385]mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piúche tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'Antologiaera non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386]primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387]diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388]al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'Antologia, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Il primo gruppo toscano. — I varî scrittori dell'Antologia. — Le grandi e diverse difficoltà, che il Vieusseux doveva via via superare. — La censura ne' varî Stati d'Italia e la censura in Toscana. — La vanità e le pretese degli scrittori e cooperatori. — G. P. Vieusseux alla direzione del suo giornale.

Tra' primi scrittori e, finché il giornale ebbe vita, con piú costanza operosi, fu il dottore Gaetano Cioni[204], che diede ne' primi tempi all'Antologiatraduzioni dagiornali stranieri, poi scritti suoi originali su cose filologiche e d'arte, su testi antichi, e recensioni d'opere letterarie e scientifiche. Uomo di varia dottrina, il quale tolto alla cattedra di fisica constituito il nuovo regno d'Etruria, poteva con facilità rara inventare un compasso statuario e divulgare il trattato di veterinaria del Pelagonio[205]; costruire un amplificatore pittorico e scrivere novelle, ingegnosamente imitando la semplicità elegante de' nostri antichi novellatori; tradurre in ottava rima laPulzella d'Orléanse presentare a' Georgofili un nuovo modello d'aratro[206]. Ed è tra gli scrittori piú fecondi e piú varî Antonio Benci[207], che Urbano Lampredi chiamava[208]il cosmopolita. Ritornando egli da un viaggio in Germania, “riverite il mio ottimo Padre Mauro, — scriveva[209]al Vieusseux — e ditegli che presto verrò ad esercitare la sua pazienza non piú con articoli, ma con volumi, e che si mantenga sano e robusto per leggere presto e senza far note„. E in numero da farne piú che un volume ha l'Antologiascritti suoi (benché assai presto egli se ne ritraesse, come disgustato dal giungere di altri piú veramente eruditi e piú propriamente scrittori di quello ch'egli non fosse); ma piú ne avrebbe avuti, e migliori, s'egli non si fosse con ostinata perseveranza intrattenuto nella composizione di romanzi e commedie, meglio che attenderecon tutto l'ardore agli studî di critica e di filologia, di morale e di storia, co' quali ne' primi anni meritamente guadagnava a sé stesso e al giornale la stima de' buoni. Eppure, quasi morente, al Guerrazzi diceva[210]ancora: “.... vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....„.

Non poche recensioni, e scritti varî di storia e d'arte diede all'AntologiaMichele Leoni[211], traduttore infaticabilmente operoso; ma gli nocque l'ingegno pronto e il poco sentire la dignità dell'arte: cosí che il Foscolo poteva dire[212]di lui, ch'ei traduceva un poeta in meno tempo che l'autore non ispendesse a correggere il suo manoscritto. Non molto, invece, scrisse per l'Antologiail Niccolini[213]; ma fu tra' primi aiutatori al Vieusseux, e ciò che gli diede è tra le cose ne' primi anni del giornale piú belle: un discorso su la proprietà in fatto di lingua, qualche articolo d'arte, e saggi di traduzioni e di versi suoi. Scrisse piú raro via via: e il Tommaséo con rammarico grande diceva[214]al Vieusseux: “Niccolini perché non scrive piú per la vostraAntologia? Venerate, per carità, quell'uomo il cui discorso suMichelangeloviverà quando noi tutti saremo morti, e quando l'Italia parlerà russo„. Il Vieusseux lo incitava, ma il Niccolini finí co 'l nondare piú nulla[215]; a torto pensando[216]che poco egli fosse stimato dal Vieusseux, il quale invece stimava davvero il suo ingegno, e molto soffriva[217]del vedersi da lui trascurato.

Di scienze fisiche e chimiche scrisse, fin dalla terza dispensa, il professore Giuseppe Gazzeri[218]; il quale mensilmente rendeva conto de' lavori dell'Accademia de' Georgofili. Per l'esattezza de' suoi ragionamenti lodato[219]dal famoso Pictet, e dall'ottobre del '23[220]diligente compilatore delBollettino scientifico, da lui fino al '31 continuato: nel qual tempo, distratto da alcuni viaggi per incarico del governo intrapresi, e impedito dalla sua poca salute, interruppe i lavori: non però che, a intervalli, non facesse noti a' lettori i progressi delle varie scienze con articoli varî. E di cose fisiche e agrarie scrisse piú volte, e tra' primi, Cosimo Ridolfi[221], al quale l'essere nato marchese e diantica famiglia fu non freno ma sprone a farsi cultore d'agronomia, scienza ed arte ad un tempo. Cosimo Ridolfi, che primo aperse in Firenze una scuola di mutuo insegnamento, e primo introdusse in Toscana l'arte litografica, della quale discorre[222]in una sua lettera con l'amico Vieusseux.

Giuseppe Raddi fiorentino, inviato dal governo toscano per esplorare il Brasile, e morto nel suo viaggio in Egitto; Giuseppe Raddi, del quale il De Candolle parlava[223]al Libri in Ginevra “con parole tutte di lode„, diede anch'egli tra' primi all'Antologiala sua scienza. E ne' primi numeri del giornale, e in tutti gli altri di poi con frequenza, si legge il nome del Padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie; nel far menzione del quale, Ferdinando Tartini Salvatici racconta[224]com'egli chiamato ultimo dall'Accademia di Berlino a concorrere alla formazione di un atlante celeste, primo compí la parte assegnatagli di lavoro; e alle millecinquecento stelle in quello spazio di cielo già note, ben seimila ne aggiunse di nuove.

Amico al Vieusseux e maestro caro al Capponi, Giovan Battista Zannoni[225]scrisse di cose erudite, il piú spesso; ma come uomo che le eleganze greche e latine sapeva, e le italiane scritte e parlate: e nel trattare di lettere amene, le opere e l'ingegno altrui estimava rettamente e con libertà disinteressata lodava. Di cose d'arte piú spesso scrisse invece, anch'egli tra' primi, Antonio Renzi[226]di Castelsalvi; amico al Cuvier, chegli concesse in Parigi aprire un corso di letteratura italiana; e morí povero.

Delle edizioni sue nuove discorre due volte il Molini, che nel parlarne corregge[227]l'Alfieri: ma il nome del Foscolo, ambíto piú che desiderato, nell'Antologianon appare se non solo una volta[228]. Né a lui mancavano e dal Vieusseux e da' suoi amici incitamenti e preghiere: “manda una volta — scrivevagli[229]Gino Capponi — manda una volta qualche cosa per l'Antologia, che non è un cattivo giornale, e per certe parti, quasi un miracolo per l'Italia„. E al Pucci, non senza amarezza, raccomandava[230]: “ditegli che quando si ricordi di essere italiano, e si trovi scritta qualche cosa in questa lingua, che era una volta la sua; l'Antologia, che si pubblica qui, non è indegna che l'adopri, e vi ponga il suo nome„. Che piú? pubblicamente il Montani, per stimolarlo, diceva[231]ch'egli avesse, scrivendo per gl'Inglesi, “obliato gli italiani„. Ma non il cuore di certo mancava al Foscolo per compiacere agli amici: già tempo innanzi, promettendo la versione d'Omero e la prosa da unirsi alla versione, scriveva[232]al Capponi: “.... e se avrò tempo, aggiungerò qualche articolo. E tempo avrei,e me ne avanzerebbe: ma non ho pace — non ho pace di mente„.

Da Parigi e da Firenze, da Napoli e da Ragusa, dove lo sospinsero le vicende di una vita agitata, Urbano Lampredi[233]già vecchio mandò al Vieusseux, fin da quando iniziava appena il giornale, scritti suoi numerosi: recensioni d'opere nuove e disamine di testi antichi, dialoghi e discorsi su cose filologiche, e lettere amene. Vivace d'ingegno e non inelegante scrittore, urbanamente contradiceva al romanticismo, e conversando familiarmente co 'l Monti scalzava le basi dellaPropostacon que' suoi dialoghi arguti e festivi, che sono, delle cose scritte intorno a quell'argomento, tra le piú assennate e piú belle, non solo dell'Antologiama del tempo.

Giovine invece, Enrico Mayer[234]su 'l finire del 1821 diede il primo suo scritto; e le altre cose che via via, modestamente, mandava al Vieusseux, gli acquistarono stima tra gli scrittori provetti[235]. Non pochi gli scritti suoi di letteratura, in ispecie tedesca: ma di proposito piú numerosi quelli che mirano al popolo e alle sue vive necessità; prima tra le quali l'educazione, ch'egli stimava la sola via per conseguire il perfezionamento morale e la libertà civile, da lui augurata a tutte le genti. Nella quale sentenza conveniva il dottore Giuseppe Giusti, che di materie civili primo trattò nell'Antologia; e delle altruiinnovazioni rendeva conto a' lettori, e altre di suo ne propose.

Con la cooperazione di questi pochi scrittori, alcuni de' quali in età già avanzata o matura e autorevoli noti, altri invece giovani ancora ed ignoti, compiva il giornale il suo primo anno di vita. Ed erano toscani que' pochi; a' quali il Vieusseux serbò poi sempre riconoscenza grande: e giunto al centesimo fascicolo, di nuovo ringraziava[236]i toscani, chesoliavevano la sua impresa incoraggiato efficacemente. Pure non gli era ignoto che tra gli stessi toscani non tutti scrivevano nel suo giornale quelli che avrebber potuto; e, quel che è meglio, sentiva che quand'anche li avesse tutti intorno a sé radunati, a continuarlo in modo degno bisognava di altri e piú varî elementi arricchirlo; sentiva che quel compilarlo con le forze di sola una regione, e quasi direi, di una città sola, aveva e in apparenza e in sostanza una cert'aria di municipalità e di congrega, a combattere la quale voleva che appunto l'Antologiasi levasse.

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Nel gennaio del 1822, Gian Pietro Vieusseux pubblicamente diceva[237]aver egli speranza che in breve l'Antologiadiverrebbe “tutta nazionale„; e invitava “tutti i letterati, tutti i dotti italiani„ a inserirvi e difendervi le loro opinioni “anche tra loro contrarie„; pregandoli in ispecial modo perché volessero considerare l'Antologiacome “una collezione nazionale„. Primorispose all'invito con un giudizio[238]su l'istituto famoso di Hofwil, Gino Capponi[239], che anonimo poi vi scrisse il piú delle volte: uomo piú dotto d'assai letterati, ma senza pedanteria. E vi scrisse di cose economiche, e recensioni varie d'opere d'arte e di storia, e due articoli su la lingua, in cui la bontà del ragionare bene si univa con la proprietà dell'esporre. Trattano piú spesso di geologia e di storia le cose che, fin dal gennaio del '22, diede all'AntologiaEmmanuele Repetti[240]; ma altresí di letteratura non raramente. E di questioni economiche discorre Ferdinando Tartini Salvatici, il quale nel primo suo scritto, tra le altre cose, racconta[241]ammontare a trenta milioni di lire il valore de' cappelli di paglia fabbricati nel '21 in Toscana: cosa non creduta vera da alcuni, ma che poco dopo confermò Emmanuele Fenzi[242]. Di pratiche agrarie scrisse nell'Antologia, anch'egli tra' primi, Pietro Ferroni matematico regio; non però lungamente, che la morte lo colse già vecchio: né a lungo vi scrisse Lorenzo Mancini, di cultura e d'ingegno non volgari ma superati dalla grandissima vanità orgogliosa, per cui, fin dal principio, fieramente si stizzíco 'l Vieusseux, che pure aveva accolto i saggi delle sue traduzioni, le quali non erano per vero gran cosa.

Piú valenti cooperatori e piú assidui acquistava l'Antologiain Domenico Valeriani[243], che vi diede notizia di lingue varie e recensioni parecchie: e in Leopoldo Cicognara[244], il quale per la prima volta mandò una lettera[245]su 'l gruppo di Marte e Venere del Canova, e aveva, perché scrivesse, gl'incitamenti di Pietro Giordani[246]. Ma già, tempo innanzi, da sé volentieri prometteva altre cose. “Mi compiaccio — scriveva[247]al Vieusseux nel mandargli unamemoriadiretta all'amico Capponi — mi compiaccio di poter contribuire possibilmente a rendere interessante il suo giornale, che reputo il migliore che si stampi in Italia„. Non pochi scritti infatti egli diede di cose d'arte, e di non poco vantaggio fu la sua fama al giornale. “Il nome di Cicognara.... vale ogni piú magnifica lode„, scriveva[248]in quel tempo Niccolò Tommaséo; il Tommaséo che anni dopo, mutato parere, rimprovera[249]al conte la “disumana barbarie con cui maltrattava infaticabile la bellezza„.

Ma su 'l principio del 1822 un nuovo scrittore sopraggiungeva, che poi fu sempre non dirò il piú operoso,certo però il piú gradito a' leggenti. Già su 'l finire del '21, per mezzo di Michele Leoni il Vieusseux aveva scritto a Giuseppe Montani pregandolo che venisse in Firenze perché a vicenda si conoscessero e, se si fossero intesi, divenisse un de' suoi. Accettò di buon grado l'offerta il Montani[250], che allora traeva in Milano poveramente la vita; e se non rimase in quell'anno in Firenze perché il Vieusseux non ancora era in grado da potere egli solo soccorrere a lui con quanto gli abbisognava per vivere, si intesero tuttavia: ritornasse egli intanto in Milano, di dove scriverebbe per l'Antologia, e a miglior tempo verrebbe in Firenze.

Nel febbraio infatti del '22 diede il primo suo scritto[251]su cose geografiche, e altri in breve seguirono a questo. Ma arrestato in Milano nell'agosto del '23, e rimandato in Cremona con l'ordine di non piú lasciare quella città, il Vieusseux si interpose, e fattosi mallevadore per lui presso il conte di Bombelles, ottenne ch'ei posasse in Firenze. “Mi rammenterò sempre con gratitudine — scriveva anni dopo il Vieusseux[252]— d'aver potuto mercè sua strapparedalle mani della polizia di Milano l'ottimo mio amico Montani, e di fargli avere il permesso di stabilirsi in Firenze„. E con che cuore nel marzo del '24 vi giunse, può facilmente pensare chi sa le angoscie da lui, non per sé solo, sofferte in quegli interrogatori; benché il governatore Strassoldo cercasse addolcirle con delicatezza pietosa. “Questa sera — scriveva Mario Pieri[253]— mi venne veduto il Montani, uscito quasi per miracolo dalle prigioni austriache.... Ancora non gli par vero di esser qui, sembragli di sognare„. Ma se al Montani, a cui Firenze assicurava tranquilla dimora e grati studî e sussistenza onorata, parve rinascere a vita nuova, non meno ebbe dall'opera sua vita nuova l'Antologia. Fin da' primi suoi scritti incominciava egli parlare[254]— delle “nuove tendenze„, de' “nuovi bisogni„ dell'anima umana e dell'arte; e venne cosí nel giornale fiorentino trapiantando via via quelle idee che aveva a piene mani raccolto nelConciliatorelombardo. “A' miei occhi — egli scriveva[255]— il romanticismo è la filosofia delle lettere„: e Urbano Lampredi poteva ben dire[256]che i romantici avevano acquistato in quell'“uffiziale di artiglieria letteraria un ardito e valoroso propugnatore„. Ma sebbene il Montani combattesse senza calore soverchio e dalle esagerazioni aborrisse, pure trovò qualche ostacolo in quel terreno da principio non preparato per le nuove battaglie. “Fatalmente — disse di lui Mario Pieri[257]— giungeva a Firenze unadi quelle teste avventate, sollecite di qualunque novità buona o cattiva, piene de' vapori del romanticismo.... il quale piantava disgraziatamente tra noi i fondamenti di quella falsa scuola, e guastava la mente ed il cuore della gioventú fiorentina, e faceva teatro delle sue stolte dottrine l'Antologia„. Sarebbe però da osservare che negli ultimi tempi quegli, che il Pieri dicevatesta avventata, si dava interamente allo studio della lingua e degli antichi scrittori, piú e piú invaghito delle eleganze toscane. Ma ciò che al Pieri maggiormente forse spiaceva, era che dell'Antologiail Montani si fosse reso “quasi dominatore„. Perché questo è certo, ch'egli andò via via sempre piú raddoppiando i suoi scritti[258], e che la fortuna dell'Antologiadovevasi a lui in buona parte.

Da ogni pagina sua traspariva il candore dell'anima, in cui non era ridicolo orgoglio, non ingiuria maligna, ma benevolenza e amore di verità. “Quello che io posso promettere — scriveva in una sua lettera[259]— si è di non vendermi e di non prostituirmi mai„. In quelle suerivisteegli scorreva dieci, venti scritti per volta, venuti da provincie diverse, animati da diversi principî; e tutti cercava giudicarli con un giudizio sicuro senz'essere arrogante, indulgente senz'essere adulatorio, severo senz'essere villano. Temperanza rara: né io credo che mai egli ponesse il piede in fallo se non quella volta che, parlando del Courier, ebbe a chiamarlo[260]“quel poveroPaul LouisVignajolo„. Nemico alla pedanteria, dell'opere dagiudicare parlava come conversando co 'l lettore, familiarmente: diceva[261]egli stesso: “amo la conversazione, anziché la dissertazione„; e conversando sapeva appiacevolire ciò che trattasse. Egli traeva partito di tutto; faceva, per cosette da nulla, brillare un pensiero fine, nascere una riflessione salutare, sorgere un sentimento nobile. Cosí che non è da meravigliarsi che gli articoli suoi fossero da tutti desiderati, attesi con impazienza. Uno solo, ch'io sappia, benché lo stimasse “galantuomo„, fu avverso a lui con l'acrimonia fiera degli antichi eruditi: Mario Pieri. Dopo aver letto un articolo di lui[262], postillava[263]: “Povero Montani, sei ben meschino! Vuoi fare il filosofo ed il libero uomo, ed hai la testa da pulce e l'anima da porco„. Non tanto però — avrebbe il Montani potuto rispondere — non tanto però quanto voi, nel compiacervi in minutamente descrivere[264]certe vostre pensando alla Giunone del palazzo Farnese esercitazioni corporali, che non appartenevano strettamente alle belle lettere.

Ma non dispiacquero al Giordani[265]gli scritti del cremonese; non dispiacquero al Leopardi, al quale parevano[266]“pur troppo pochi„; e scrivendo al Vieusseuxgli raccomandava[267]: “Dite al Montani che fra i tanti amici che gli hanno fatto i suoi articoli antologici, conti ancora mia sorella, la quale, ricevendo qui l'Antologia, è molto contenta ogni volta che vede quell'M.„ Né solo degl'Italiani, ma degli stranieri altresí godeva quella stima che essi cosí raro concedono. “Avete voi ricevuto i due volumi su Roma? — scriveva[268]Enrico Beyle al Vieusseux. — Io vorrei bene che il signor Montani ne rendesse conto nell'Antologia, e vorrei che su lePasseggiate, senza complimenti, dicessetutta la verità....„. E il De Potter[269]: “Dite al Montani, vi prego, ch'io l'amo troppo, da dirgli tutta la mia ammirazione: egli non mi lascia né volontà né scelta di ragionamento; mi trascina. Io non so dove questo diavolo d'uomo (ce diable d'homme) vada a pescare tutto ciò che dice di buono, di utile, di amabile, di incantevole, nelle sueriviste letterarie„. Modesto viveva il Montani delle fatiche operose che gli costava il giornale; e quando egli morí, pochi mesi innanzi all'Antologiaalla quale aveva dato le sue forze piú vive, il Vieusseux che lo amava lo pianse e ripianse con abondanza di lacrime.

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Scritti su cose legali, dal giugno del '22 diede all'AntologiaTommaso Tonelli[270]; e di cose legali e piú spesso d'educazione, dal luglio, Federico Del Rosso[271],professore di pandette e gius canonico in Pisa. Buon avvocato e, quel che è meglio, buon uomo; che tra le sue pareti domestiche aperse in Livorno una scuola, da lui dettade' padri e delle madri di famiglia, meritamente lodata[272]dal Benci. E l'avvocato Giovanni Castinelli[273]di Pisa vi diede saggi non brevi di un'opera[274], che alla giurisprudenza mancava, su 'l Diritto commerciale e marittimo presso le nazioni antiche e moderne; e avvertiva[275]come all'Italia, anzi a Firenze, debba l'Europa tra l'altre cose l'uso delle cambiali.

Ebbe il Vieusseux, dal luglio del '22, scritti di Leopoldo Nobili e di Ottaviano Targioni Tozzetti[276]; e dall'ottobre, la cooperazione del Lucchesini: non di quel Girolamo, lettore erudito dinanzi a Federico di Prussia e maggiordomo della granduchessa Elisa, che nella sua arte di cortigiano bene accordava lo spirito con la proprietà d'essere gastronomo raffinato; ma di Cesare, possessore della piú bella e ricca libreria greca a' suoi tempi, e nella lingua greca dottissimo, da lui privatamente insegnata a' giovani in Lucca. E aveva per essi a buon punto condotta una grammatica, che non ebbe poi compimento: della qual cosa LuigiFornaciari molto con lui si rammaricava[277]. E sebbene il Lucchesini non a tutte assentisse[278]le massime dell'Antologia, e di talune, anzi, si sdegnasse, che a lui parevano “antireligiose e antipolitiche„; pure vi diede saggi frequenti della sua traduzione di Pindaro e del suo raro sapere. E quando in giornale francese comparvero certi giudizî nella lor leggerezza severi al Petrarca piú che non convenisse, aggiungendo che gl'Italiani troppo vantavano lui, senza che pur lo intendessero; il Lucchesini contradisse[279]al giornalista pedante con dignitosa risposta: non senza rammentargli tuttavia che il Voltaire loda il Petrarca, il Voltaire che nelSaggio di una storia universaledice irregolare e scritta in versi sciolti la canzoneChiare fresche e dolci acque.

Al desiderio del direttore, con animo lieto sodisfaceva Sebastiano Ciampi[280], il quale accompagnando con una lettera il primo suo scritto, la lettera soscriveva[281]co 'l titolo di “corrispondente in Italia della suprema commissione dei culti e della istruzione pubblica nel regno di Polonia„. Salariato da' Russi, di cose russe e polacche discorre con novità frequente; e frequenti, finché il giornale ebbe vita, sono gli scritti di cose storiche e d'arte, e le recensioni dilui, che il De Potter sinceramente lodava[282]per le sue “dotte fatiche„.

Dell'arte della milizia prima che il Pepe, e prima che il Grassi de' vocaboli che alla milizia appartengono, scrisse nell'Antologiail maggiore Ferrari, che incominciò dal dicembre. E dal dicembre dell'anno stesso, di cose legali e di lingua trattò l'avvocato Collini, accademico della Crusca; e di monete antiche Domenico Sestini, che al tasto le conosceva senza neppur riguardarle[283].

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Giunti a questo punto, non senza meraviglia si può ripensare il gran numero di scrittori le cui forze in solo un anno il Vieusseux raccolse e dispose a vantaggio del suo giornale. Non scienziato egli né letterato, e non fornito di molti studî, per rapida intuizione sapeva cogliere il lato pratico delle cose, indovinare la natura di un uomo. “Per me — scrisse di lui argutamente il Guerrazzi[284]— per me, lo dico aperto, non conobbi mai uomo che avesse quanto, o piú del Vieusseux, laimboccaturadegli uomini e dei tempi in mezzo ai quali viveva: con lui non ci era pericolo di dare degli stinchi nei muricciuoli; se si fosse gittato dalle finestre tu potevi a chiusi occhi tracollartici dietro di lui, perché guadagnavi sicuro, o alla piú trista non ti spaccavi la testa„. Per questo, direi, senso della realtà, affinato in lui dalla lunga esperienza degli uomini e delle cose, poco egli guardava alle differenze d'origine di condizioni e diidee: se in altri scorgeva comuni co' suoi i pensamenti fondamentali, li invitava cooperatori; e facilmente a lui li otteneva, e ottenutili li serbava, la generosità sua, rara a trovarsi negli editori, e la schiettezza urbana de' modi, e l'animo spassionato nel rettamente estimare gl'ingegni. Egli cosí scegliendo via via dentro e fuor di Toscana scrittori, quant'era possibile, operosi e costanti, assicurava non solo ma rinnovava al giornale e moltiplicava la vita. Perché ogni scrittore trascelto era un innesto nuovo che attecchiva nella sua pianta, un nuovo succo che circolava, una vegetazione che vi fioriva con nuovi fiori e con fronde nuove.

Nel gennaio del '23 diede il primo suo scritto Giuseppe Micali, per la suaStorialodato[285]dal La Mennais; e di cose archeologiche trattò le altre volte: ma il suo nome nell'Antologiarincontrasi raro. Piú operoso fu invece, finché gli bastò la vita, il Pagnozzi[286], che scrisse di geografia con diligenza erudita, e aiutatore al Vieusseux fu aiutato da lui: e operoso per l'Antologia, fin dal marzo, fu il dottore Emmanuele Basevi[287], che insieme con Angelo Nespoli[288]trattò di argomenti spettanti alla scienza medica.

Conosciuti gli Uzielli per mezzo del professore Del Rosso, il Vieusseux li richiese dell'opera loro: ma solo due volte vi scrisse Raffaello.[289]Piú sollecitol'altro ogni due o tre mesi diede notizie copiose di ciò che via via in Inghilterra venivasi pubblicando; e tradusse, tra l'altre cose, una lettera di Federica Brunn, amica al Canova, la quale raccontava[290]come egli senza invidia notando un giorno nel Thorwaldsen “uno stile nuovo e grandioso„, candidamente esclamasse: “Il est pourtant dommage que je ne sois plus jeune„.

Ha l'Antologianel maggio uno scritto di Francesco Ambrosoli, ma altri non seguirono a questo: e dal maggio, piú scritti intorno alle scienze fisiche, di Vincenzo Antinori[291]; il quale parlando di educazione rivendica[292]all'Italia l'onore di avere, quattro secoli innanzi alle altre nazioni, non pur conosciuti ma posti in pratica que' buoni sistemi che, in séguito dimenticati, sembrò poi ricevere in dono dagli stranieri. Giuliano Frullani vi scrisse[293], che sapeva nell'animo conciliare il sentimento vivo della poesia con la fredda meditazione delle matematiche discipline; e di archeologia, dall'esilio suo volontario, Bartolommeo Borghesi[294]di fama europea.

Né qui finisce la schiera degli uomini illustri o come che sia rinomati, i quali agl'impulsi del Vieusseux risposero con le forze lor vive: ché, senza esagerazione, già tempo innanzi questi poteva affermare[295]che ogni mese aveva la sorte di acquistar qualche nuovo cooperatore. Ebbe nell'agosto il primo scrittodi Pietro Capei[296], che sempre trattò le cose piú gravi e che richiedevano maggior copia di sapere; e primo per mezzo dell'Antologiafece conoscere all'Italia quanto di piú notevole per lo studio del Diritto si faceva in Germania. Ebbe dall'ottobre scritti di materie civili ed economiche dall'avvocato Aldobrando Paolini, che rese onore[297]a Girolamo Poggi, il quale non toccò la vecchiezza. E di cose civili poco dopo ne ebbe frequenti dal professore Giovanni Valeri[298], che il padre volle, contro sua voglia, forense; e dalla giunta francese stabilita in Toscana nominato un de' componenti il Consiglio di prefettura in Siena, a viso aperto egli solo difese i conservatori per l'educazione delle fanciulle. Il quale Valeri primo fece in Toscana conoscere e amare il nome del Romagnosi: e a lui il Romagnosi nell'Antologiaamicamente indirizza cinque lettere[299], ove espone le idee capitali della suaIntroduzione allo studio del Diritto pubblico universale; idee ch'egli voleva[300]fossero riguardate come l'embrione di una scienza, il modello della quale stava ancora riposto nella sua mente. Ma oltre che di civili, anche di cose filosofiche il Romagnosi discorre; come là dove tocca dell'Hegel, e lo cita[301]come “esempio dell'estrema ultrametafisica da sfuggirsi nello studio delle cose umane„.

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Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302]con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana,quando ego te aspiciam!„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304]alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'Antologiail decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305]da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la suavanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308]della Grecia, delsuoPindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è chegratisusava de' libri delGabinetto, egratisriceveva l'Antologia. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313]complimentoa Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314]la “rara felicità„di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315]“un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'Antologia, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316]feliceefortunatissimala Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317]dell'Antologiae del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'Antologiamolte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318]al Cicognara — l'andrai trovandosull'Antologia. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319]al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'Antologiae per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'Antologiadi Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321]dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322]miseramente. “Comevolete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323]— uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324]contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325]meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fecee poco diede all'Antologia, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'imprimaturcensorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: unamemoriasu loSpasimodi Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328]al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329]al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330]che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno laSalve regina, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'Antologianon comparve mai piú.

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Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'Antologiainsieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'Antologiae al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333]com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'Antologiatrattò da prima[334]di cose geografiche e di viaggi, poi di militari;con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336]come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'antropogoniafu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339]tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340]di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'Antologia, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341]al Vieusseux la ricevuta di sessanta lireper l'associazione di un anno alGabinetto, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342]— “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.

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Prima che scritti del Pepe, ebbe l'Antologiadall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344]dal maestro suo Giovanni Carmignani.E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345]“povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346]all'Antologiache gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347]che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.

Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'Antologianotavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348]il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.

Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, chepregatone dal Vieusseux prometteva[349]in quel tempo scrivere per l'Antologia. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'Antologia, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350]del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varîscritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351]su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'Antologiacomparve quella famosa lettera[352]a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353]con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354]intorno alSalvator Rosa, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.

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Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355]al suoadorato Giacominoper parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. Evolevach'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca....potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356]al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357]trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358]che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delleOperette morali, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscerequalcuna su l'Antologia; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359]“moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'Antologia, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.

Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di unhermite des apenins, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessaAntologia: e poi uncittadino dell'Arno, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato loSpettatore italiano. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degliAppennini„ — scriveva[362]al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'Antologiasia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363]all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissimain sé„. Anni dopo, ritornato nel suodeserto, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364]al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'Antologia, ch'egli stimava[365]tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.

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Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'Antologiatrovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366]le tre lettereK. X. Y.“Il mio nome nell'Antologianon appaia: — aveva raccomandato[367]al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la siglaK. X. Y.[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io portoall'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'Antologia, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370]i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371]al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372]tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373]— gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; moltiirritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'onagro; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374]“piúbuedel Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375]al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.

E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'Antologia, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376]non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'Antologia„, scrisse[377]il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente,che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].

Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380]egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomentipiú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382]il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.

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Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'Antologia. E il professore famoso gli prometteva[383]che avrebbe fatto il possibile, tra lenon poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra manole Lettere su l'Inghilterra, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384]al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385]mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piúche tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'Antologiaera non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386]primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387]diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388]al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'Antologia, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.


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