G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI(da un quadro ad olio anteriore al 1819)Piú operoso del Carmignani fu per l'AntologiaSilvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'Antologiadal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi,un articolo[390]su laTeoria delle leggi della sicurezza sociale, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391]procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393]il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394]su 'lGiornale dei contadini, piena di quellamite sapienzache è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'Antologiascrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395]— s'avanzano nella carriera che la Provvidenzaha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.***Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396]di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398]suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399]la gloria, e il Giordani lo salutava[400]“una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili.Sensistain filosofia, voleva[401]“dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402]che la scienza delDiritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404]“la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405]piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406]“inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'Antologiaha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su'Dubbi ai romantici[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de'gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'Antologiaperò lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'Antologia; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delleInstituzioni civiliprovvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.***Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non unospillaticoche — al dire di lui[408]— “davvero s'affaceva molto alnomee bastava a poco piú che allespille„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'Antologia: e cosí a ventott'anni diede il primo suoscritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410]ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411]—il brutto traviamento, è l'elogio migliore che dell'Antologiae del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'Antologiaanche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412]di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413]i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414]di quelNuovo dizionario militare, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una partedella lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'Antologiail professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415]difende da certe critiche dellaBiblioteca italianail Romagnosi, ch'ei venerava[416]maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.Nel marzo del 1829 diede all'Antologiail primo scritto[417]Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418]intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de'velociferi.Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420]nell'Antologia, e all'Antologiail Mazzini inviò allora quell'articolo famosoD'una letteratura europea, scritto per combattere “iMonarchicidelle lettere„[421]. Il Giordani e il Montaninon volevano sentirne parlare[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito,e avvertiva[423]al Montani: “non vi spaventi l'universo concentrico; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'Antologia„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426]“un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'lGiornale Ligustico, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428]“invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429]che il Mazzinionorassel'Antologia; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430]che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431]all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'lDramma storico[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433]al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'Antologia; e corse per altre vie al suo destino.A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgeree dello svolgersi dell'Antologia. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.***Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'Antologiaaccoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 laRivista Enciclopedicaaffermava[434]che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'Antologiaacquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nellaRivista Europeagiudicava[435]il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare ilGiornale Arcadico, invitava[436]i cooperatori di questo giornale a mandareall'Antologiai loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437]al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'Antologiaavesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]desideroso che nell'Antologiafossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volumedell'Amore, “avrei caro — avvertiva[439]— di vederlo annunziato all'Italia nell'Antologia„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'Antologia; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440]al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampareeglisolo per anni sei.... il giornale predetto„.Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'Antologiain modo degno.Nel quinto anno di vita del suo giornalelamentava[441]ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443]che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444]egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'Edinburgh Reviewo allaQuarterly Review, ricche didodici mila associati; né alBlackwood's Edinburgh Magazine, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso allaBiblioteca italiana, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447]un utile netto di 22.748 lire: penso alGiornale arcadico, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'Antologiane' tempi suoi piú felici non raggiunsemaiun'edizione di ottocento esemplari, non contòmaipiú di 530 associati. “L'Antologia— scriveva[449]nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'Antologia, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, maper amore della sua creazione, per amor della patria.***Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'Antologiai soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certimaidi riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450]al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'Antologia, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de'fioriche MrVieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Bastaegli il nome di Giordani a far che in Milano l'Antologias'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451]al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'Antologiaè proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452]al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453]lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'Antologiaricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'Antologia— annunciava[454]al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spesemi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455]al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontàe la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459]di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria iolo amoe lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461]che volendo egli riprodurlo nell'Indicatore Lombardo, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„:e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462]“sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e didiffusione dei lumi) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.Già nel primo anno dell'Antologia, ristampando il Piatti laStoria Civile del Regno di Napolidi Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464]laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Ionon vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465]l'imprimaturalDitirambodel Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466]il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467]il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468]un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469]al Vieusseux parlare con lode de' lavori permotupropriodel granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseuxdiceva che nell'Antologiasi parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'Antologianelpublicoinsegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471]al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.***Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabilivanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'Antologiase non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472]il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'Antologia, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473]d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiereproteste[474]che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'lSan Benedettodel Ricci; e sdegnato gli parlava[475]dell'indovinarele voglie di chi dirigeva ilgiornale, o delmestiere buffodell'indovino, e dellaservitúdell'intelletto. E il Benci stimava[476]giustissimala collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era unaimprudenza grandissima; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477]aver egli con gli articoli suoi non pagatipeggioratoil giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478]di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479]che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'Antologiacome rinnovatoredi antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480]che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'Antologianon ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce iDiscorsi sullo scrittore, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482]chel'Antologia“quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, nonabbiacreduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483]brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nelCaffè di Petronio[484]un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'Antologiaè il giornale “piúgrossod'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoiCommentarî della vita di Tommaso Chersa(il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485]che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'erail cappio e il concio di tutti loro); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486]se veramente questi vivrebbein aeternitate temporum fama rerum, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488]prima per letteracontro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sognaK. X. Y.„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira aclarescere magnis inimicitiis, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489]a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettereK. X. Y.„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490]dal solitoK. X. Y.per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'Antologia. “Voi avrete letto nell'Antologia— scriveva[491]ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (che non tantum abs re mea mihi est otii); ma e' mi fu detto„.Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492]che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusaper sempre, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'Antologia: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta,accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'Antologiaconsisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.E perché nel dare notizia[494]del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495]il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496]avente per motto “non opus est verbis sed fustibus„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene dacalutumsupino dicalvo„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi eranole ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497]al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498]il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “poema romantico„[500]si fece poi bello miseramente.Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501]a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502]al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nellaRivistaun articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli....Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “per amicizia„ lo consolava, ma stimava[503]in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicistache degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505]in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506]di novamente scrivere nell'Antologia, il Pieri rispose[507]con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'Antologia, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri,suoidottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da queisuoiillustri colleghi, accusati di soverchia lungheria queisuoipoveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'Antologia, chegratisaveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508]al Pieri brevi parole, con doloroso sconfortodiceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'Iliadedel Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'Iliade!„ — scriveva[509]a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510]si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511]il Mancinistesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512]a quel critico dellaBiblioteca italianache, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'Antologiapubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513]innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'Antologia. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514]che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa dellaBiblioteca italianacon tutte le sue impertinenze„ l'Antologiasarebbe stata all'opera sua; “opera che già si leggeva(neavevanotizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onorassedel suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarcoperché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515]che all'Iliadedel Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'Antologiaera un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie diMassoneria„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516]l'Antologia, che il Vieusseux gli mandava in dono.Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517]delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518]con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che ilsuodisprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno deifautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse ditendenza, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti, tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519]al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi„.Oh, que' suoicari amiciponevano a lui sempre l'obbligo di essere tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere insopportabili!***Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo diDirettorepiú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia, sapeva tuttaviaper la temperanza del suo carattere tenersi lontano dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520]— la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo, senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalladiffusione dei lumi: non pensava eccitare il popolo alle armi per un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da' pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte: non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate, ottimo Vieusseux, — gli diceva[521]nell'Antologiail Tommaséo — seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole, alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare, voleva[522]nel suo giornale evitate“le questioni oziose, le dispute di parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523]in somma tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524]— che gli autori si persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro; essere ilgiornalismouna professione che conviene nobilitare con molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito affermare[525]che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era ancor nell'infanzia„.Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere, faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non veramente importanti o urgenti per le circostanze:ritardava talora la pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526]il Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno. Della qual reverente condiscendenza è prova l'Antologiatuttaquanta, ov'egli piú volte dichiarava[527]accogliere scritti in diversa parte autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de' collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E quando il Botta ebbe qualche timore[529]che agli scritti suoipotesse qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530]oltre l'usato severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava, per dirla con sue parole,lo spirito filosoficodegli scritti, e il fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessunomaiavrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle dottrine conformi a'lumidel secolo, e in ispecial modoa' bisogni dell'Italia; se nel difendere una particolare opinione non vi si fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile — diceva[532]a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col sistema dell'Antologia, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò delBenedetto: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse gli articoli del Manuzzi[533]su 'lCesari, ch'egli “non voleva[534]ammettere nell'Antologia„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi — scriveva[535]al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí, contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote, perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità confessava[536]quanto a rendere piú degna dell'Italia l'Antologiasi adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui “lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe offeso quello ch'egli diceva[537]“ilsuoamor proprio antologico„; cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre — scriveva[538]al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita da altra persona,potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione: ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese poco nota, candidamente riconosceva[539]doversi egli limitare a considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e intellettuali di un lettore non dotto dell'Antologia; rileggendolo poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540]i suoi “cari amici„dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue “ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua insufficienza. Ma voleva tuttaviaegli solodirigere il suo giornale; intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che l'esperienza di piú anni potevasolafar apprezzare.Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]: “Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non corrisponde all'importanza dell'argomento:egli è buono, ma potrebbe essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi. Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate, che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso) un'altra volta diceva[542]al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de' due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte dell'Antologiauno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico, meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo; sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere, un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può convenire all'Antologia. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo, vi lasciate abbagliaredalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'Osservatore Veneziano, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come l'Antologia, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo. Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio,que vous avez traité un peu legérement....„
G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI(da un quadro ad olio anteriore al 1819)
G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI(da un quadro ad olio anteriore al 1819)
Piú operoso del Carmignani fu per l'AntologiaSilvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'Antologiadal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi,un articolo[390]su laTeoria delle leggi della sicurezza sociale, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391]procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].
Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393]il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394]su 'lGiornale dei contadini, piena di quellamite sapienzache è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'Antologiascrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395]— s'avanzano nella carriera che la Provvidenzaha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.
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Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396]di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398]suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399]la gloria, e il Giordani lo salutava[400]“una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili.Sensistain filosofia, voleva[401]“dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402]che la scienza delDiritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404]“la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.
Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405]piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406]“inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'Antologiaha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su'Dubbi ai romantici[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de'gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.
Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'Antologiaperò lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'Antologia; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delleInstituzioni civiliprovvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.
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Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non unospillaticoche — al dire di lui[408]— “davvero s'affaceva molto alnomee bastava a poco piú che allespille„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'Antologia: e cosí a ventott'anni diede il primo suoscritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410]ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411]—il brutto traviamento, è l'elogio migliore che dell'Antologiae del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.
Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'Antologiaanche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412]di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413]i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414]di quelNuovo dizionario militare, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una partedella lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'Antologiail professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415]difende da certe critiche dellaBiblioteca italianail Romagnosi, ch'ei venerava[416]maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.
Nel marzo del 1829 diede all'Antologiail primo scritto[417]Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418]intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de'velociferi.
Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420]nell'Antologia, e all'Antologiail Mazzini inviò allora quell'articolo famosoD'una letteratura europea, scritto per combattere “iMonarchicidelle lettere„[421]. Il Giordani e il Montaninon volevano sentirne parlare[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito,e avvertiva[423]al Montani: “non vi spaventi l'universo concentrico; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'Antologia„[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426]“un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'lGiornale Ligustico, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427]“sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428]“invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429]che il Mazzinionorassel'Antologia; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430]che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431]all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'lDramma storico[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433]al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'Antologia; e corse per altre vie al suo destino.
A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgeree dello svolgersi dell'Antologia. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.
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Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'Antologiaaccoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 laRivista Enciclopedicaaffermava[434]che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'Antologiaacquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nellaRivista Europeagiudicava[435]il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare ilGiornale Arcadico, invitava[436]i cooperatori di questo giornale a mandareall'Antologiai loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437]al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'Antologiaavesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438]desideroso che nell'Antologiafossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volumedell'Amore, “avrei caro — avvertiva[439]— di vederlo annunziato all'Italia nell'Antologia„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'Antologia; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440]al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampareeglisolo per anni sei.... il giornale predetto„.
Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'Antologiain modo degno.
Nel quinto anno di vita del suo giornalelamentava[441]ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443]che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444]egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].
Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'Edinburgh Reviewo allaQuarterly Review, ricche didodici mila associati; né alBlackwood's Edinburgh Magazine, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso allaBiblioteca italiana, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447]un utile netto di 22.748 lire: penso alGiornale arcadico, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'Antologiane' tempi suoi piú felici non raggiunsemaiun'edizione di ottocento esemplari, non contòmaipiú di 530 associati. “L'Antologia— scriveva[449]nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'Antologia, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.
Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, maper amore della sua creazione, per amor della patria.
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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'Antologiai soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certimaidi riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450]al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'Antologia, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de'fioriche MrVieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Bastaegli il nome di Giordani a far che in Milano l'Antologias'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.
Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451]al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'Antologiaè proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452]al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453]lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'Antologiaricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'Antologia— annunciava[454]al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spesemi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455]al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.
Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontàe la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459]di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria iolo amoe lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461]che volendo egli riprodurlo nell'Indicatore Lombardo, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„:e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462]“sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].
Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e didiffusione dei lumi) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.
Già nel primo anno dell'Antologia, ristampando il Piatti laStoria Civile del Regno di Napolidi Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464]laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Ionon vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465]l'imprimaturalDitirambodel Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466]il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467]il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468]un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469]al Vieusseux parlare con lode de' lavori permotupropriodel granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseuxdiceva che nell'Antologiasi parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'Antologianelpublicoinsegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.
Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471]al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.
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Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabilivanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'Antologiase non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472]il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'Antologia, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473]d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiereproteste[474]che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.
Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'lSan Benedettodel Ricci; e sdegnato gli parlava[475]dell'indovinarele voglie di chi dirigeva ilgiornale, o delmestiere buffodell'indovino, e dellaservitúdell'intelletto. E il Benci stimava[476]giustissimala collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era unaimprudenza grandissima; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477]aver egli con gli articoli suoi non pagatipeggioratoil giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478]di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479]che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'Antologiacome rinnovatoredi antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.
Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480]che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.
Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'Antologianon ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce iDiscorsi sullo scrittore, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482]chel'Antologia“quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, nonabbiacreduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483]brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nelCaffè di Petronio[484]un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'Antologiaè il giornale “piúgrossod'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoiCommentarî della vita di Tommaso Chersa(il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485]che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'erail cappio e il concio di tutti loro); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486]se veramente questi vivrebbein aeternitate temporum fama rerum, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488]prima per letteracontro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sognaK. X. Y.„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira aclarescere magnis inimicitiis, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489]a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettereK. X. Y.„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490]dal solitoK. X. Y.per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'Antologia. “Voi avrete letto nell'Antologia— scriveva[491]ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (che non tantum abs re mea mihi est otii); ma e' mi fu detto„.
Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492]che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusaper sempre, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'Antologia: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta,accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'Antologiaconsisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.
E perché nel dare notizia[494]del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495]il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496]avente per motto “non opus est verbis sed fustibus„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene dacalutumsupino dicalvo„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi eranole ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497]al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498]il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “poema romantico„[500]si fece poi bello miseramente.
Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501]a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502]al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nellaRivistaun articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli....Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “per amicizia„ lo consolava, ma stimava[503]in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicistache degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505]in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506]di novamente scrivere nell'Antologia, il Pieri rispose[507]con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'Antologia, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri,suoidottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da queisuoiillustri colleghi, accusati di soverchia lungheria queisuoipoveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'Antologia, chegratisaveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508]al Pieri brevi parole, con doloroso sconfortodiceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.
Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'Iliadedel Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'Iliade!„ — scriveva[509]a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510]si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511]il Mancinistesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512]a quel critico dellaBiblioteca italianache, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'Antologiapubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513]innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'Antologia. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514]che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa dellaBiblioteca italianacon tutte le sue impertinenze„ l'Antologiasarebbe stata all'opera sua; “opera che già si leggeva(neavevanotizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onorassedel suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarcoperché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515]che all'Iliadedel Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'Antologiaera un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie diMassoneria„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516]l'Antologia, che il Vieusseux gli mandava in dono.
Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517]delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518]con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che ilsuodisprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno deifautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse ditendenza, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„
Tutte, in somma, le querimonie bizzose di superbiette insofferenti, tutte le intolleranti acrimonie di vanità insodisfatte, tutte le rabbie smaniose di orgogli feriti, venivano a ricadere su 'l direttore; il quale poteva bensí con pazienza magnanima sopportarle, non però freddamente incurante: e troppo infatti glie le rammentava il sentirne le traccie in certi spasimi al capo, che di tanto in tanto s'inacerbivan molesti. “Ho incominciato a soffrire di quelli spasimi nervosi al capo che, piú che pel passato, mi hanno tormentato quest'anno — scriveva[519]al Leopardi — . Inutile è il dirvi che i signori collaboratori, colle loro ire, gelosie e pretensioni, sono in parte la cagione di questi spasimi„.
Oh, que' suoicari amiciponevano a lui sempre l'obbligo di essere tollerante fino al martirio, né mai a sé stessi quello di non essere insopportabili!
***
Giova qui rammentare quali gl'intendimenti del Vieusseux, quali le speranze e i desiderî, per poi vedere con che affabilità dignitosa, con che intelligente esperienza e con che fermo volere egli provvide per dodici anni al giornale; e come egli meriti veramente il titolo diDirettorepiú che non se lo usurpino molti, non direttori, ma acciarpatori di giornali. Pieno di fede ne' destini futuri d'Italia, sapeva tuttaviaper la temperanza del suo carattere tenersi lontano dagli intrighi delle società segrete: “Io potrei dare — affermava[520]— la mia corrispondenza tutta nelle mani di tutte le Polizie del mondo, senza aver nulla da temere„. Egli infatti non da aggressioni rivoluzionarie sperava il risorgimento della patria, ma dal miglioramento delle sue condizioni economiche e morali, dalladiffusione dei lumi: non pensava eccitare il popolo alle armi per un'idea che non capiva, e alla quale non era per anco né maturo né preparato; ma senza bisogno di mascherarsi o di mettersi al sicuro da' pericoli delle Polizie, voleva di giorno in giorno renderlo piú sempre cosciente de' suoi interessi, de' suoi doveri, perché dopo intendesse i proprî diritti. Ponendo mente a' tempi, ma precorrendoli sempre, si contentava di non voler troppo in una volta per non perdere tutto, come successe all'atleta che soffocò la sua amica stringendola troppo forte: non potendo subito conquistare al popolo la libertà politica, voleva fare però in suo vantaggio tutto quello che consentivano i tempi; e senza sgomentarsi, seminava paziente per la futura raccolta. “Seguitate, ottimo Vieusseux, — gli diceva[521]nell'Antologiail Tommaséo — seguitate, quanto è da voi, a proteggere e propagare la mite cultura e le utili verità: e se l'Italia non sembra, né di fatto né di parole, alla buona vostr'opera corrispondere, vagliavi a mercede la speranza d'un tempo, né forse lontano, in cui fruttificheranno i gittati semi„.
Pieno dunque l'anima di questo pensiero, e fermo di non lo mutare, voleva[522]nel suo giornale evitate“le questioni oziose, le dispute di parole„; voleva invece che si ripetessero certe verità, notissime agli oltramontani e agli abitanti culti delle città grandi, ma a quelli delle provincie e delle campagne, ignote poco meno che il sanscrito: che si spargessero nel suo giornale semi di concordia feconda tra' cittadini di una provincia e quelli di un'altra: che si cogliessero[523]in somma tutte le occasioni per “diffondere idee nuove e buone, e tutte italiane„. “Sarebbe tempo — egli scriveva[524]— che gli autori si persuadessero essere i giornali fatti pel pubblico e non per loro; essere ilgiornalismouna professione che conviene nobilitare con molta imparzialità e giustizia„: e qui è da cercare in gran parte la causa di que' tanti dolori, a' quali pur dianzi ho non brevemente accennato. Ma a lui, che in un modo o nell'altro mirò quasi sempre a giornali, con sempre un'altissima idea nella mente, a lui era lecito affermare[525]che in Italia a' suoi tempi “la stampa periodica era ancor nell'infanzia„.
Profondamente convinto che il giornale fosse un mezzo potente per diffondere le utili verità e la mite cultura fra le persone alle quali il libro non giunge, o raro; per la natura appunto e varietà di persone a cui voleva rivolgersi, e de' bisogni a' quali cercava provvedere, faceva luogo nel suo giornale a una proporzionata varietà di materie e a una conveniente varietà di trattazione. Pochi per questo i versi e gli scritti di frivola piacevolezza; non troppi quelli di erudizione o di scienza: agli argomenti stessi piú nuovi non dava la preferenza, se non veramente importanti o urgenti per le circostanze:ritardava talora la pubblicazione di articoli belli o dotti per dare luogo ad altri men dotti e men belli sí, ma piú fecondi di utili applicazioni o piú efficacemente diretti a maggior numero di persone. Afferma[526]il Valeriani che la prima dimanda che al giungere di un nuovo scritto faceva il Vieusseux, era: “che prova egli? a che serve ciò?„. E in questa breve dimanda si rispecchia tutta l'intelligente esperienza del già negoziante, e tutta l'idealità pratica dell'opera sua.
Né egli tuttavia pretendeva dare arrogantemente giudizio su tutto: ché anzi, benché su molte cose avesse opinioni sue proprie e non a tutte quelle espresse dagli altri assentisse, pur era riverente e condiscendente alla libertà dell'ingegno, perché fornito d'ingegno. Della qual reverente condiscendenza è prova l'Antologiatuttaquanta, ov'egli piú volte dichiarava[527]accogliere scritti in diversa parte autorevoli, e dove infatti piú volte ne accolse alle opinioni de' collaboratori piú amati e alle sue proprie contrarî. Se qualche cosa trovasse all'indole o al fine del giornale non conveniente, pregava l'autore che la mutasse, senza parole però che punto sapessero di censorio: ma non egli certo, per dare agli scritti la stessa uniformità di colorito, osava a suo piacimento mutarli, come solevano invece il Murray, tra gli altri, e il Jeffrey: sistema tirannico odiosissimo a lui, e del quale piú volte il Foscolo e con ragione si dolse[528]. E quando il Botta ebbe qualche timore[529]che agli scritti suoipotesse qualche cosa mutarsi, il Vieusseux se ne dolse[530]oltre l'usato severamente, come di grave onta a sé fatta. Ma per ciò che riguardava, per dirla con sue parole,lo spirito filosoficodegli scritti, e il fine morale e civile del suo giornale, poteva bensí con animo grato non raramente assentire a' consigli di amici autorevoli, ma nessunomaiavrebbe potuto piegarlo a pubblicare un articolo, se avverso alle dottrine conformi a'lumidel secolo, e in ispecial modoa' bisogni dell'Italia; se nel difendere una particolare opinione non vi si fossero usati, com'egli voleva[531], “modi urbani e gentili„; e se non vi avesse veduto “religiosamente rispettati gli eterni principî d'ogni sana filosofia„. Per questa parte egli voleva ampia libertà nell'accettare gli articoli, e francamente lo confessava. Trattandosi di inserire uno scritto del professore Del Rosso, “è piú che probabile — diceva[532]a Gaetano Cioni — che mi piacerà; ma potrebbe anche darsi che contenesse qualche proposizione che contrasterebbe troppo col sistema dell'Antologia, colla sua indole, col suo scopo; ed io voglio poterlo dir francamente all'autore senza espormi a vedermi scrivere impertinenze, come quelle ch'egli mi scrisse quando si trattò delBenedetto: io voglio, infine, senza guastarmi coll'amico poter rigettare tutto l'articolo, o domandar delle modificazioni, se il caso facesse che io lo creda necessario„. Poteva cedere, qualche volta, come quando per le pressioni del Giordani, del Forti e del Montani, accolse gli articoli del Manuzzi[533]su 'lCesari, ch'egli “non voleva[534]ammettere nell'Antologia„: ma piú spesso e piú volentieri si lasciava guidare dalla sua esperienza, dal suo buon senso; e “in ultima analisi — scriveva[535]al Botta — io solo dirigo il mio giornale„. Cosí, contrastando con l'opinione di molti, rifiutava talvolta scritti di persone già note, e altri invece ne accettava o chiedeva di ignote, perché giovani ancora. Anzi, a questo proposito, con rara sincerità confessava[536]quanto a rendere piú degna dell'Italia l'Antologiasi adoprassero non pochi giovani, alcuni scritti de' quali parevano a lui “lodevolissimi„: i quali giovani non sarebbero stati certo in su le prime come da lui altrettanto incorati e promossi da altri.
Come volentieri ricorreva e si affidava agli amici per le cose di erudizione e di gusto; come su certe parti del giornale non raramente sollecitava il loro franco giudizio, assicurandoli che non ne resterebbe offeso quello ch'egli diceva[537]“ilsuoamor proprio antologico„; cosí amava giudicare da sé ciò che era il sentimento e l'opportunità e il fine morale degli scritti: ne' quali giudizi l'animo sempre appariva spassionato e sereno perché non mosso da presunzione né da preoccupazioni o brighe di sette accademiche. “Una volta per sempre — scriveva[538]al Tommaséo — ricordatevi che quando vi farò un'osservazione, qualunque siasi, se non vi dirò essermi stata suggerita da altra persona,potete contare ch'io solo ne sono l'autore. Non essendo io né dotto né letterato, non ci metto nessuna pretensione: ricorro molto al giudizio degli altri per le cose di erudizione e di gusto, che mi mancano; ma per le cose di sentimento e di certe convenienze, ho sperimentato che la prima impressione, in me, è sempre la migliore„. Rifiutando a Celso Marzucchi uno scritto su opera francese poco nota, candidamente riconosceva[539]doversi egli limitare a considerazioni generali, non essendo tanta la sua dottrina da poter fare una critica piú sottile; e diceva com'egli, per giudicare dell'opportunità di uno scritto, solesse porsi nelle condizioni morali e intellettuali di un lettore non dotto dell'Antologia; rileggendolo poi, se non ne restasse persuaso, piú attentamente una seconda volta, e da sé stesso facendo le parti dell'autore. Egli, non cupido e non turbato dalle smaniose prurigini della gloria, non aveva ostinazione né ostentazione: modestamente, anzi, esprimeva i concetti suoi, pur qua e là destando germi di cose nuove; e ringraziava[540]i suoi “cari amici„dell'indulgenza con che non isdegnavano porgere orecchio alle sue “ingenue osservazioni„: modestamente, e piú anche di quanto a volte dovesse, dimandava dell'opinione altrui, desideroso di apprendere in quell'età in cui i piú pretendono insegnare; e volentieri, quando ne rimanesse persuaso, assentiva perché in molte cose riconosceva la sua insufficienza. Ma voleva tuttaviaegli solodirigere il suo giornale; intimamente convinto che il suo buon senso molte volte valesse piú della scienza, piú di una illuminata fantasia; e che il complesso del giornale dipendesse non da sole circostanze letterarie e scientifiche, ma e dalle politiche, e da un'infinità di rapporti e contingenze locali, che l'esperienza di piú anni potevasolafar apprezzare.
Con questo buon senso che ho detto, e con la pratica della vita, e con l'esperienza sua grandissima delle cose, egli dirigeva il giornale, o per meglio dire, quelle forze del giornale, che pure abbiamo visto non sempre docili. E con l'autorità sua, data dalla fermezza e insieme dalla modestia, e con l'arte del persuadere, potente in lui perché commista con elementi d'amore, or tratteneva i troppo in sé fidenti, ora a' mal sicuri e di sé incerti dava animo e fiducioso ardire: ed egli solo bastava a tutti piú che ciascuno potesse bastare a sé stesso. Al Tommaséo, che lavorava troppo e troppo presto, e gli aveva mandato uno scritto su l'opuscolo di Baldassarre Poli intorno al necessario mutamento della letteratura, al Tommaséo il Vieusseux rispondeva[541]: “Per il mio giornale quest'opuscolo del Poli avrebbe dovuto essere argomento di un lungo articolo e complemento necessario di tutti quelli già pubblicati sul romanticismo, ed il vostro (scusate di grazia) non corrisponde all'importanza dell'argomento:egli è buono, ma potrebbe essere migliore, ed ammetteva piú citazioni e maggiori sviluppi. Insomma, l'articolo è fatto un poco in fretta„. Osservazioni garbate, che stimolavano a fare meglio, e delle quali non si poteva lo scrittore adontare. E un'altra volta (perché meglio si veda quale rispetto il Vieusseux portasse agli autori e a' critici, al pubblico ed a sé stesso) un'altra volta diceva[542]al Tommaséo: “.... Per l'articolo sul Cicerone..., ve lo confesso sinceramente, non sono contento. Non solo ha i difetti di uno scritto fatto troppo in fretta, ma è piú da pedante che da filosofo; e ciò proviene anche molto perché volendo far presto è piú facile attaccarsi a certi confronti di traduzione, che a delle considerazioni di un genere piú elevato. Il vostro articolo non potrebbe soddisfare né lo Stella, né il Cesari, né il pubblico. Poco importa de' due primi, ai quali non dobbiamo che un imparziale giudizio; ma il pubblico merita piú, ed in simile argomento s'aspetta per parte dell'Antologiauno scritto piú elaborato. Mio caro amico, s'io non vi credessi capace di farlo questo scritto piú elaborato, piú filosofico, meno pedante, non ve ne parlerei con tanta franchezza, e m'ingegnerei per farvi inghiottire la pillola il meno male possibile; ma come credo di conoscervi, ed al punto ove ne siamo, sarebbe una viltà per parte mia il dissimularvi la impressione ricevuta dalla lettura di quell'articolo; sarebbe mancare all'amicizia, senza poter evitare di dovervi far sapere, un po' piú presto, un po' piú tardi, che il vostro articolo non può convenire all'Antologia. E, disgraziatamente, non vi si rimedia con cancellare qualche proposizione, né con aggiungerne alcune altre. È falsato l'andamento generale, ai miei occhi almeno. Mio caro Tommaséo, vi lasciate abbagliaredalla facilità colla quale scrivete. Vi sarebbe poco male, si trattasse di riempire le colonne dell'Osservatore Veneziano, o di tutt'altra gazzetta quotidiana; ma per un giornale come l'Antologia, convien provvedere con piú lentezza. In pochi giorni avete scritto tre o quattro articoli piú o meno lunghi. Il Montani, per parlar di quel primo volume, mi avrebbe chiesto almeno un mese di tempo. Voi mi risponderete che per 30 franchi il foglio non si può stare piú settimane sopra 24 pagine; e voi avete ragione, fino ad un certo segno.... Del resto, questo articolo vi sarà portato in conto, come se lo avessi stampato; e voi dal canto vostro mi manderete sul medesimo primo volume un altro articolo, piú breve e meno dotto, ma piú filosofico e (forse giudicherete convenevol cosa) scritto in modo un poco piú rispettoso per la memoria di Marco Tullio,que vous avez traité un peu legérement....„