Cap. III.Le conversazioni nelGabinetto scientifico letterariodi G. P. Vieusseux

Cap. III.Le conversazioni nelGabinetto scientifico letterariodi G. P. VieusseuxIo non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieticerto di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di speranze animose.Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura, a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que' moltiReading Roomsin Londra e quello del Galignani in Parigi. E quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a imitazione di quello, non simili certamente.Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie, dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e l'ultima stanza,sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande con sopravi le piú recenti pubblicazioni.In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da stabilirsi, teneva le sue adunanze[548]la Società medica fiorentina fondata nel '22, a similitudine[549]di quella del Vieusseux letteraria, dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale, un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux, uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551]egli laSocietà de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica) non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro disposizione.Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori; desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552]al Vieusseux da Marcantonio Jullien, direttore dellaRivista Enciclopedica: ecco, tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano, rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli raccomanda[553]l'amico Stendhal: ecco il Fauriel,“uomo dotto, amabile, e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci prometteva[555]scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine ancora, che onorato con una speciale adunanza[556]dottamente parlava de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei, della nuova scuola storica tedesca, e della suaStoria del Diritto Romano nel Medio Evo. Quarantadue persone fecero festa[558]al celebre fisiologo Edwards, e alMinistro di Prussia barone Carlo de Martens, e al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in quella sala echeggiò[559]la voce del celebre viaggiatore Guglielmo Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561]fare del tavolino sedile; e quella[562]di Duvergier di Hauranne, e di St. Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.Rammentava[563]il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli, allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564]dal Vieusseux conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo incitare alla stampa della suaStoriadi Firenze. E in quella sala con grandi feste fu accolto[565]S. E. Falck, ambasciatored'Olanda in Londra; e il Michelet, raccomandato[566]al Vieusseux dall'Edwards perché gli facesse conosceregli amicidel gabinetto; e Augusto Platen, con molte lodi presentato[567]da Niccolò Puccini. I quali stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui, furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile, esempio di cordiale ospitalità del pensiero.E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando delProgresso, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi. Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí dettomondo elegante), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa; pareva che avesse l'istinto di ricevere,di guidare la conversazione; e soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio eloquente„.[569]È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici. Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570]del Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto, sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si stizzí del giudizio dato dall'Antologiasu la suaMonaca) il ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacementechiamava[571]“il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere, né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famosoVeltrodantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il Guerrazzi, che vi apprendeva[574]“a pesare, comecchè giovine, ognuno„; e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice Bellotti[576].E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„del quale fu fatta[578]un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581]il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582]che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertentedegli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586]che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589]con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590]il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591]“il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa dagiuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593]nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594]che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595]La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgonocon grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.***Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596]il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede,tour à tourpiacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598]“piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599]in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvoltarestarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601]il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli peròsapevarichiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602]agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603]— non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604]lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suoclubdei sabati„:e il Leopardi affermava[605]ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606]al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607]— or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608]Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagniaavevapassato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609]al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buonVieusseux! — esclamava[610]— Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611]a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'Antologiaè fatta parola[612]di una gita a Meleto, e di un'altra[613]al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614]una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615]il Pieri — “veramenteassai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “granfichudilinonalla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoriaa una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nelCaffé Fiorioda prima, e poi nelCaffé di Piemonte, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò ilConciliatore, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.“In questa sera veramente invernale — scriveva[618]Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articolisuoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione dellaPulzella d'Orléans, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsiGonfaloniere, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620]dell'Antologia. Racconta[621]il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'Antologia, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:In ogni opera sua vero ed espressoSempre il buon dipintor pinge sé stesso.Vedete un poco il professor RosiniCome dipinge i birri e i birichini.Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta prendere parte a quelle adunanze, e che l'Antologiagiudicò[624]“il piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la Palli improvvisare[625]prima in versi sciolti italiani una scena tra Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un suo scherzo poetico intitolatol'amore cappuccino, volle anche recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta, che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti. Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626]il Pieri, “da far morire di noia un povero cristiano„.Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche volta tollerare, tutto questo nonera granché bello, né molto istruttivo per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627]di varî canti dellaDivina Commedia: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non leggiero dimenticata.Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania, dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di ognuno? Ragionavano — dice[628]il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come lupi a presepi, senzaavere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre sotto la presidenza di un delegato politico„[631].In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — unamicodel Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si valse per esserespia— parlavano di materie “politiche o letterarie, o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere chela grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633]il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò era messe feconda che arricchiva l'Antologia. Ma ciò che è piú, e che piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze, che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano tra parti divise l'idea della patria.

Io non so quanti nel passare per la piazza di Santa Trinita, tra la vecchia chiesa da una parte e dall'altra il severamente leggiadro palazzo Spini e la colonna di granito che regge la Giustizia medicea di porfido, non so quanti sostino un poco meditando dinanzi alla casa che ha nome dai Buondelmonti; e (seppur ve n'ha, oltre quelli attràttivi ora da altre faccende) quanti ne salgano con trepida commozione le scale. Me un senso di tristezza pervade quando su la porta di quella casa in cui gran tempo visse Gian Pietro Vieusseux, e dalla quale tanta onda di pensiero e di luce si diffuse non a sola Toscana ma a tutta quanta l'Italia, vedo quella lapide di marmo modesta, segno di tante civili splendide benemerenze, come soffocata dalle grandi insegne di un venditore di mobili, e di una società di assicurazione. Provvide cose anche queste per certo: ma io amo meglio pensare quella casa da altre faccende animata, risonante di ben altre voci, in altri tempi men lieticerto di questi, ma altresí piú fecondi di magnanimi sacrifici e di speranze animose.

Nel primo piano aveva il Vieusseux disposto il suo gabinetto di lettura, a simiglianza di quelli ch'egli aveva ne' suoi viaggi veduto in piú luoghi: ma piú importanza scientifica e letteraria ebbe il suo, e significazione civile e morale, di quanta e prima e poi ne ebbero que' moltiReading Roomsin Londra e quello del Galignani in Parigi. E quando altro merito non avesse per renderlo famoso, pur basterebbe l'aver esso dato il concetto in Italia di sí utile instituzione; per cui da Jacopo Balatresi in Lucca nel '26, e in Venezia nel '32 dal Missiaglia, e in Livorno dal professore Doveri, e in Pisa e in Siena e in Arezzo e in Pistoia e in Verona, altri gabinetti furono aperti a imitazione di quello, non simili certamente.

Una stanza accoglieva i giornali letterarî piú importanti, italiani e stranieri; un'altra, i politici di varie parti d'Europa e d'America: da sé restavano, in stanze diverse, i giornali inglesi e i nostri, non molti di numero. E poi, a disposizione de' leggenti, enciclopedie, dizionari, atlanti, e una ricca biblioteca, fatta con gli anni piú ricca, ove con dispendio affluivano da diverse parti le produzioni nostre e straniere migliori, di letteratura e di scienza, d'arte, di economia, di politica. Ma per il numero de' libri e de' fogli cotidiani divenuto via via sopragrande, salí il Vieusseux all'altro piano, e neppur questo bastando a contenerli, al terzo[547], edificato a sue spese. Nel secondo abitava, mobiliato da lui con semplicità decorosa; e l'ultima stanza,sufficientemente grande ma non ampia, posta a destra di chi guardi la casa de' Buondelmonti, serviva a lui per il disbrigo puntuale della corrispondenza e delle molte e diverse faccende. Ne erano l'ornamento maggiore uno scaffale ampio di libri e qualche busto in gesso, il suo scrittoio presso la finestra, alcuni divani in giro ricoperti con stoffa di cotone a fiorami, e in mezzo una tavola grande con sopravi le piú recenti pubblicazioni.

In quella stanza ogni giovedí primo del mese, e in un altro giorno da stabilirsi, teneva le sue adunanze[548]la Società medica fiorentina fondata nel '22, a similitudine[549]di quella del Vieusseux letteraria, dal Magheri, dal Betti e dal Nespoli; dietro l'esempio della quale, un'altra Società medica si costituiva in Livorno, che si adunava anch'essa[550], come la fiorentina, nel gabinetto letterario del professore Doveri. Ma quando la rinomanza del gabinetto Vieusseux, uscendo fuor di Toscana, si affermò per l'Italia tutta e per molte parti d'Europa; e per il numero de' visitatori e degli ospiti accolti divenuto grande oltremodo, il Vieusseux non poté piú assegnare alle sue adunanze solo un giorno per settimana determinato; avvertí[551]egli laSocietà de' medici, che i giorni di posta (martedí, giovedí, sabato e domenica) non poteva piú concedere la sua sala, e che anzi, terminato il 1824, le sue condizioni non gli avrebbero piú permesso di porla a loro disposizione.

Secondo i tempi e le stagioni, in giorni diversi (ora il lunedí, ora il sabato, ora il giovedí) soleva in quella sala raccogliere a crocchio scienziati e scrittori e cittadini illustri d'ogni parte d'Italia e del mondo: ma alle adunanze consuete, altre poi ne seguivano nel corso della settimana, straordinarie, per rendere onore a stranieri o Italiani capitati improvvisi in Firenze; molti de' quali attraeva la città con la fama de' suoi agi e vantaggi, molti ci facevano sosta da sé, per indi proseguire per Roma: cosí che raro accadeva che in quella sala non fossero frequentatori ogni sera. E quelli che là si recavano, accolti con festa grande ricevevano tanto dolci impressioni e gradite, che ritornati alle città loro, e ripensando con desiderio a Firenze, non tralasciavano raccomandare al Vieusseux nuovi ospiti e visitatori; desiderosi essi stessi d'intervenire a quelle riunioni ove era la parte piú eletta degli scrittori d'Italia, e dove erano certi di trovare accoglienza grata e giudici capaci di estimare l'altrui valore.

Ecco il poeta spagnolo Martinez de la Rosa, presentato[552]al Vieusseux da Marcantonio Jullien, direttore dellaRivista Enciclopedica: ecco, tra i frequentatori piú assidui, il De Potter, che poi, lontano, rimpiangendo gli amici e le “belle riunioni settimanali„, gli raccomanda[553]l'amico Stendhal: ecco il Fauriel,“uomo dotto, amabile, e bel parlatore, e gran conoscitore della letteratura tedesca„[554]. E poi, Casimiro Delavigne, che pieno di ammirazione pe' greci prometteva[555]scrivere su la caduta di Missolungi: e il Witte, giovine ancora, che onorato con una speciale adunanza[556]dottamente parlava de' codici e de' commenti danteschi studiati in Venezia: e il Savigny[557], che a lungo discorreva, a preferenza con Pietro Capei, della nuova scuola storica tedesca, e della suaStoria del Diritto Romano nel Medio Evo. Quarantadue persone fecero festa[558]al celebre fisiologo Edwards, e alMinistro di Prussia barone Carlo de Martens, e al consigliere russo Muravieff, padre di tre congiurati fucilati. E in quella sala echeggiò[559]la voce del celebre viaggiatore Guglielmo Ruppel, di ritorno allora dal suo grande viaggio; e quella del romanziere Cooper[560], che in que' suoi lunghi parlari soleva[561]fare del tavolino sedile; e quella[562]di Duvergier di Hauranne, e di St. Aignan, e del visconte Beugnot, e del conte Jaubert.

Rammentava[563]il Reumont, famoso per la sua bruttezza e per l'anima buona, rammentava, dopo piú che mezzo secolo, com'egli giungesse in Firenze la sera del 5 dicembre 1829, e smontasse nel palazzo Acciaioli, allora albergo tenuto da madama Hombert; e come[564]dal Vieusseux conoscesse primamente il Capponi, che cieco doveva egli anni dopo incitare alla stampa della suaStoriadi Firenze. E in quella sala con grandi feste fu accolto[565]S. E. Falck, ambasciatored'Olanda in Londra; e il Michelet, raccomandato[566]al Vieusseux dall'Edwards perché gli facesse conosceregli amicidel gabinetto; e Augusto Platen, con molte lodi presentato[567]da Niccolò Puccini. I quali stranieri ho qui voluto rammentare per primi, come testimonianza piú autorevole e della fama e del valore che il Vieusseux seppe dare a quelle sue radunanze; le quali, siccome ottenute per merito solo di lui, furono e resteranno sempre splendido, ma non facilmente imitabile, esempio di cordiale ospitalità del pensiero.

E che solo da lui provenisse e dalle qualità sue singolari il valore di quelle adunanze, e la possibilità stessa del numerare a sé d'intorno i compagni suoi di lavoro e altri uomini molti di varî paesi, ne fa fede il ripensare che Saverio Baldacchini affermava[568], parlando delProgresso, che “solamente di rado poté ottenersi che i principali suoi compilatori convenissero insieme„; lo dimostra il paragone delle riunioni del Vieusseux con quelle e prima e poi tenute in altri paesi. Gentile senza affettazione (cosa ignorata dai piú del cosí dettomondo elegante), e sapendo secondo i casi prevenire ed essere riservato, a giovani e a vecchi, noti che fossero o ignoti, faceva accoglienza conveniente. Trattava con dignità affabile e con familiarità rispettosa; pareva che avesse l'istinto di ricevere,di guidare la conversazione; e soprattutto si rivelava abilissimo nel saper mettere ogni nuovo venuto in grado di trovare ben presto nella sua sala un compagno di studî, di gusti, un concittadino, un amico. Parlava non eloquente, ma con urbanità dignitosa, con schiettezza rara a trovarsi in chi tratta molte e diverse persone e cose: e come sapeva avviare e tenere vivi i colloqui, sapeva altresí (pregio piú raro) “tacere; tacere e ascoltare: il silenzio e l'attenzione animando d'un sorriso, ch'era talvolta un giudizio eloquente„.[569]È quindi naturale che queste che erano virtú proprie a lui, e insieme i vantaggi e le comodità ch'egli liberalmente sapeva offrire nel suo gabinetto, non solo gli conciliassero la stima affettuosa di quanti lo conobbero, ma altri in gran numero invogliassero e a conoscere lui e a ritrovare con lui molti de' proprî amici. Frequente, per salutarlo, veniva da Pisa il Vaccà, che al dire[570]del Montani pareva “piú un distinto guerriero che un celebre professore„: e si era infatti trovato con la guardia nazionale di Parigi alla presa della Bastiglia, e poi a capo di quella di Pisa nella presa di Viareggio: e soleva, ridendo, contare come al professore Corvisart, non anche famoso, la signora Necker volesse vedere su 'l capo una parrucca a tre nodi, perché fosse degno del posto di direttore in uno spedale da lei fondato: ma che il giovine medico non volle accettare il patto, sembrandogli che il rimanere senza posto fosse minor male che il rendersi volontariamente ridicolo. E soventi veniva (finché non si stizzí del giudizio dato dall'Antologiasu la suaMonaca) il ponderoso professore Giovanni Rosini, che il Pacchiani mordacementechiamava[571]“il monacone di Monza„; il Rosini che non nominava mai l'Alfieri senza chiamarlo conte, né il Monti senza chiamarlo cavaliere, né il Condorcet senza chiamarlo marchese; pieno di sé e delle sue mani bellissime[572]. A quelle adunanze intervennero il predicatore Giuseppe Barbieri, e Carlo Troya[573], che lavorava allora su 'l famosoVeltrodantesco, e il prof. Giacomo Tommasini di Bologna: intervennero il Guerrazzi, che vi apprendeva[574]“a pesare, comecchè giovine, ognuno„; e Alberto Nota[575], e il traduttore di Sofocle e d'Eschilo, Felice Bellotti[576].

E il crocchio del Vieusseux allietò anche il Micali, e lo Zannoni, e Davide Bertolotti: e per mezzo del Bertolotti[577], il Boucheron, “in contemplazione„del quale fu fatta[578]un'adunanza che riuscí “numerosissima„[579]. Il quale Boucheron, di buona e gioviale fisonomia e di capelli canuti, parlava con anima e volentieri, però “non senza una qualche scintilla di vanagloria„[580]. Ma piú, giungendo talvolta da Roma, rallegrava la compagnia Melchior Missirini, “il vero tipo dell'arcadico — come lo definiva[581]il Vieusseux — il bello ideale di quella razza di accademici„; e Tommaso Gargallo, il quale confessava[582]che il ritrovo del Vieusseux non poteva essere piú opportuno per le scambievoli conoscenze; e in quel ritrovo con gusto veniva recitando quelle odi oraziane piú oscene, ch'egli affermava non pubblicare “per rispetto al pudore„[583].

Oh quante figure diverse io veggo disegnarsi su' muri di quella sala, come proiettate da una lanterna magica! Mi par di sentire la culta piacevolezza del dottore Gaetano Cioni, e viva scoppiettare l'arguta facezia di Vincenzo Salvagnoli, e pungere la non di rado volgare mordacità del Pacchiani. Ed ecco Pietro Capei, con quelle sue “qualità preziose pel dolce conversare„[584]; ecco il Giordani, “il piú amabile e divertentedegli oziosi„[585], con il suo spirito e la sua bile, co' suoi entusiasmi e i suoi giudizi superlativi; il quale soleva vivacemente ripetere[586]che avrebbe assai di buon grado patteggiato co 'l censore: tenesse pur questi l'arbitrio de' verbi e de' nomi sostantivi, quando lasciasse lui padrone degli aggettivi e degli avverbi. E là, “nell'angolo del divano dove soleva sedere„[587], Gino Capponi con quella sua potentissima voce tenere que' lunghi facondi gravissimi ragionari infiorati di citazioni erudite: e il Tommaséo, “disinselvatichitosi„, incominciar finalmente a parlare[588], atteggiando a un sorriso ironico il labbro, dal quale scoccava motti arguti e frizzanti: e il Pieri magnificare i fichi di Firenze, e adirarsi[589]con tutti perché i suoi versi non sono letti, e in previsione della morte tribolare[590]il Niccolini perché nel fargli l'elogio si fermi piú su quello che prometteva fare che su le cose già fatte. Io vedo il Montani, che lo scrittore piacentino saluta[591]“il piú dolce colombo della terra„, pieno di tenerezze languide e di entusiasmo per la nuova società filodrammatica; e la pedanteria letteraria ambulante nel conte Pagani Cesa; e il facondissimo oratore Poerio, uscito or ora stanco da una casa dagiuoco. Vedo il Forti, che discute con Giovanni Valeri della nuova scuola storica alemanna; e il Cicognara, e il Mayer, e il Benci, e il colonnello Gabriele Pepe con la sua grande cicatrice, che disputa con Emmanuele Repetti e co 'l Tommaséo, a' quali vuol persuadere “che tra il dialetto suo nativo e il toscano non c'è divario d'eleganza„[592].

Oh che schiera numerosa di persone, e come diverse nelle manifestazioni del loro ingegno e del loro essere! “Trovatemi un'altra città — scriveva[593]nel '29 Giuseppe Sacchi — che al pari di Firenze vi conti tante celebrità„. Ma che cosa avrebbe pensato lady Morgan, la quale, meravigliata delle riunioni in casa del conte Porro, scriveva[594]che Parigi stessa non avrebbe potuto offrire una società piú amabile e piú interessante; che cosa avrebbe pensato, se avesse potuto assistere a quella, rimasta sempre famosa, adunanza in onore di Alessandro Manzoni?[595]La notizia divulgatasi rapida ch'egli, vincendo la naturale sua ritrosia, avrebbe per qualche ora preso parte all'adunanza del Vieusseux, aveva in tutti destato una curiosità quasi morbosa di vederlo da vicino; alla quale curiosità si aggiungeva l'altra, non meno grande, di vedere come egli avrebbe accolto il Giordani, e come sarebbe accolto da lui.

È la sera del lunedí 3 settembre: poco dopo le sette ore il Manzoni compare in quella sala; tutti lo accolgonocon grandi ovazioni, e tutti gli si stringono intorno, e gli fanno mille elogi, e gli chiedono mille cose: e il Manzoni, impacciato oltremodo, risponde con parole poche e avviluppate, arrossendo a simiglianza di fanciulla. Frattanto giunge in ritardo il Giordani, e fattoglisi innanzi, “è vero che credete ai miracoli?„, gli chiede in luogo di saluto: alla quale domanda, ingenuamente il Manzoni risponde: “Eh, è una gran questione!„: mentre l'altro, con la lente nell'occhio, gira per la sala, come se non avesse detto né udito nulla. Ma il Vieusseux disapprova in cuor suo la domanda inopportuna, e ha già timore che il Giordani con la sua intemperanza finisca con lo sciupare la bella serata. E mentre il Manzoni, animandosi via via, ma sempre “modesto, dolce, affabile„, parla di religione e de' principî dell'arte nuova (era questo l'argomento su cui desideravano maggiormente sentirlo); il Leopardi, solo, pieno il volto di grande pallore, sta come rincantucciato in un angolo della sala; e al Mamiani che gli si avvicina, e gli domanda che cosa gli paia di tale accoglienza, risponde: “Me ne pare assai bene, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maestri nel culto dell'arte„. Ma quel vanesio del Pieri non sa perdonare al suo Niccolini che si sia tanto accostato al “signor Manzoni„; e trasecola a tal segno delle “tante e sí strane sentenze„ di lui, che finisce co 'l crederlo “né modesto e neppure vero religioso„. Che importa però del Pieri? Il Manzoni lasciò in tutti gran desiderio di sé, quando alle nove di sera ebbe salutato la numerosa adunanza; e il Vieusseux scrivendo al Capponi, che sperava giungere in tempo da Padova per ammirare lo scrittore lombardo, diceva: “Manzoni a enchanté tout le monde„.

***

Ma non sempre quelle adunanze riescivano cosí solenni, non sempre cosí affollate da richiami altrettanto potenti. “Il mio crocchio — diceva[596]il Vieusseux — è sempre a poco presso sul medesimo piede,tour à tourpiacevole ed uggioso secondo chi ci capita„: e a volte capitavano pochi di fuori; a volte anche quelli che pur avevano stabile dimora in Firenze, si fecevano desiderare: e il crocchio del Vieusseux rimaneva allora come una schiera di rondini che si sbanda. Vi fu un tempo in cui il Giordani, pieno sempre di aneddoti da raccontare nella sua dotta e piacevole conversazione, andava la sera dal Vieusseux “tardi e per pochi momenti„[597]: egli si era “accasato presso la bella Carolina„, e tutti lo dicevano “pieno di bella passione per quella vergine„. Egli amava molto le feste allietate da un bel sorriso di donna (non ne vedeva mai dal Vieusseux); e nel salotto della signora Carlotta Lenzoni si trovava a suo agio: e poi, e poi, c'era la “divina„ Giulietta, e la quiete di quella casa a lui pareva[598]“piú cara di qualunque conversazione„. Il Niccolini stette una volta “tre mesi„ senza mettere piede nel gabinetto: il Forti poi, con le sue assenze o apparizioni fugaci, parve[599]in un certo tempo al Vieusseux che fosse divenuto fin “poco gentile„ con lui: e anche il Ciampi, alle adunanze nel palazzo Buondelmonti preferiva talvoltarestarsene in casa “colla sua governante e il suo cane„[600]. “Devo rassegnarmi — diceva[601]il Vieusseux — ma è un gran dolore di vedersi trascurato da quelle persone che noi amiamo e stimiamo!„. Egli peròsapevarichiamare ben presto gli uccelli dispersi: ed essi facevano ritorno, con piú amore di prima, allo stesso nido, sotto il medesimo tetto.

Del resto, le riunioni migliori non erano le piú numerose, dove la conversazione per la quantità de' frequentatori finiva co 'l dispendersi variamente ne' varî crocchi, come la nuvolaglia nel cielo: le piú desiderate, le piú importanti, erano quelle men numerose, ma piú scelte; piú ristrette, ma piú intime. Ed erano anche le piú rimpiante: “ricordatevi — scriveva[602]agli amici il Giordani in una breve corsa alla sua città — ricordatevi, care anime, qualche volta del povero Giordani quando vi trovate insieme a prendere il buon caffé, a mescere bei discorsi; dei quali ho tanta voglia di godere ancora„. E quando fu rinchiuso in Piacenza, dove era difficile ricevere giornali, dove il gabinetto di lettura era stato sciolto; “mio caro Vieusseux — sospirava[603]— non vengo piú a vedervi, a prendere quel caffé, a godere quelle conversazioncelle ristrette e scelte, a udire quei discorsi ragionevoli. Qui sono tra la tristezza e la rabbia, nulla di buono vedo né sento„. Parlando co 'l Benci del Vieusseux, “ditegli — scriveva[604]lo Stendhal — che serbo gratissima memoria del suoclubdei sabati„:e il Leopardi affermava[605]ch'egli non vedeva altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e che quando questa gli mancava, si sentiva “come in un deserto„: e ritornato in Recanati, “mi corrono le lagrime agli occhi — scriveva[606]al Vieusseux — quando mi ricordo di voi, e del tempo che ho goduto la compagnia vostra„. Compagnia della quale il Mayer vivissimo in Roma sentiva il desiderio: “ben visito — egli diceva[607]— or l'una persona or l'altra.... ma questo modo di vedersi non è godimento.... non vi è luogo e tempo per ritrovarsi; e ritrovandosi non si può liberamente comunicare ogni pensiero„. Rimpiangeva[608]Urbano Lampredi quella “sala di conversazione dove altre volte in lieta e scelta compagniaavevapassato alcune serate, le quali desiderava vivamente ancora„: e Giovanni Valeri, dopo una delle sue brevi dimore in Firenze, ritornato in Siena, “il mio viaggio fu felice — scriveva[609]al Vieusseux — felice, ma tristo, come tristo è ora il mio soggiorno in questa città, dopo aver lasciato costí tante persone che mostravano amarmi, e mi amano, io spero, sinceramente. Oh potessi una volta riunirmi a voi tutti!„. E il Tommaséo dall'esilio suo sconsolato di Parigi, parlando co 'l Capponi dell'amico caro ad entrambi. “Il buonVieusseux! — esclamava[610]— Quanto e con quanta gratitudine penso a lui! La sera, quando sono da Galignani e sento armeggiare colle seggiole sopra, mi pare d'essere di faccia alla colonna di S. Trinita, e di sentir lui„. Le quali testimonianze ho voluto qui rammentare non tanto perché si veda con qual desiderio tutti solevano recarsi da lui, quanto per dimostrare con che forza il Vieusseux li tenesse congiunti a sé, e come in quella sala per merito suo uomini diversi, e talora avversi, per carattere e per idee, si conciliassero tanto da affratellarsi insieme in un comune affettuoso rimpianto.

Oh che liete risate talvolta, quando il Vieusseux leggeva[611]a' suoi cari quelle lettere del Tommaséo non ancor giunto in Firenze, piene di brio di aneddoti di sali.... e di pepe! Il Montani e il Giordani specialmente non mancavano mai, ne' giorni di posta, di correre da lui per domandargli le nuove di “messer Niccolò„. A volte la lieta brigata, meglio che radunarsi nel gabinetto, faceva qua e là ne' dintorni brevi gite, che poi davano materia di scritti al giornale: e nell'Antologiaè fatta parola[612]di una gita a Meleto, e di un'altra[613]al monte Amiata: e in essa l'Orioli con desiderio rammenta[614]una visita co 'l Vieusseux e con altri amici fatta per la fertilissima Val di Chiana. Piú spesso però il Vieusseux chiamava gli amici alla sua mensa, non splendida, ma non senza decoro; e quelle colazioni e que' pranzi, che gli portavano non piccola spesa, riuscivano — afferma[615]il Pieri — “veramenteassai grati, e non senza utilità„. Perché una differenza grande e sostanziale era tra le adunanze del Vieusseux e quelle in altri salotti d'altre parti d'Italia e della stessa Firenze. Mi ritornano in mente le conversazioni per lungo tempo tenute ogni sabato dalla contessa d'Albany che riceveva, adorna del suo “granfichudilinonalla Maria Antonietta„[616], riceveva anch'ella quanto si trovava di piú elegantemente distinto tra' forestieri e il corpo diplomatico e i Fiorentini, facendo largo pasto di aneddoti scandalosi. Mi ritornano in mente altri salotti e di Bologna, e di Venezia, e di Milano, resi piú varî dalle esotiche apparizioni di celebrità e di bellezze piovute da molte parti d'Europa; ne' quali salotti, della poesia e della prosa amena si prendeva quel tanto che potesse bastare per il consumo giornaliero, e arguti epigrammi si susurravano dietro i ventagli delle signore, ridendo giocondamente delle scappate di qualche gentildonna o di qualche patrizio; e un'aria di cicisbeismo pariniano e di arcadia era diffusa tuttavia su' passatempi, su le vesti e su' mobili dorati, distraendo da pensieri piú forti e da azioni piú virili. Ma nelle riunioni del Vieusseux lo scopo era diverso, piú alto, anche perché chi vi soleva prendere parte non si trovava nel caso di mostrarsi specialmente sollecito di gratificarsi l'amabile diva della magione. Mi viene al pensiero quel gruppo di scrittori, non scarso per vero, che soleva in Parigi adunarsi nella casa di Carlo Nodier; per piú rispetti paragonabile al nostro: ma certo fu men numeroso, e men duraturo, e men saldo, e per le condizioni politiche diverse in che visse, meno civilmente importante. Per trovare in Italia qualche cosa di degnamente paragonabile, devo, risalendo con la memoriaa una piú antica Firenze, ripensare la fiorita freschezza degli orti del suo Rucellai, dove la voce di Platone sonò giovine ancora nella letizia della natura e dell'anno, e la filosofia di lui parve rifiorir bella come la primavera: devo ricordare in Torino quell'eletta di uomini generosi, che ogni sera si adunavano nelCaffé Fiorioda prima, e poi nelCaffé di Piemonte, disputando delle riforme possibili e dell'avvenire della patria[617]; ricordare in Milano la casa del conte Porro, nella quale, come in una fucina, per breve tempo si preparò ilConciliatore, e tutte vi arsero le questioni piú importanti, e vivi fiammeggiarono gli ardimenti e gl'intendimenti civili.

“In questa sera veramente invernale — scriveva[618]Mario Pieri — che bello, stare in una stanza calda in compagnia di tanti valentuomini, ragionando dolcemente di lettere e di arti!„. Essi parlavano infatti de' libri venuti di fresco alla luce, de' loro studî, de' lavori in germe o già quasi compiuti: spesso leggevano que' loro lavori, e ne discutevano con discussione feconda di notizie e di ammaestramenti; perché quel conversare svelava, senza perdere di brio, qualità poco note de' varî ingegni, e senza perdere di intimità o acquistare pesantezza accademica, si sollevava sempre dal livello comune. Leggeva il Pepe innanzi la stampa gli articolisuoi; il Cioni fece gustare due canti in ottava rima della versione dellaPulzella d'Orléans, “grazioso lavoro e tutto naturalezza e vivacità„[619]: e certe volte le discussioni fornivano materia di scritti al giornale. Una sera, sorta una disputa su come latinamente dovesse dirsiGonfaloniere, essendo l'ora già tarda il Ciampi fu pregato di scrivere e leggere nella sera seguente la sua opinione: e l'opinione scritta dal Ciampi divenne un articolo[620]dell'Antologia. Racconta[621]il Capponi, che solo a porre in carta ciò che in quelle conversazioni con parola abondante e vivacissima Pietro Giordani diceva della sua scelta de' prosatori, e delle istorie del Colletta, e dell'Antologia, sarebbe stata la piú efficace delle sue prose. E quando comparve il romanzo famoso del Rosini, oh quante chiacchiere si fecero[622], e come animate! Il Giordani ne parlava da politicone, Salvagnoli diceva che il professore pisano era il primo romanziere del secolo, Forti lo buttava nel fango, Montani lo difendeva, Tommaséo rideva e taceva: ma poi fece ridere gli altri, scoccandogli contro questo epigramma[623]:

In ogni opera sua vero ed espressoSempre il buon dipintor pinge sé stesso.Vedete un poco il professor RosiniCome dipinge i birri e i birichini.

In ogni opera sua vero ed espresso

Sempre il buon dipintor pinge sé stesso.

Vedete un poco il professor Rosini

Come dipinge i birri e i birichini.

Né io già dico che in quelle riunioni tutto fosse utile quello che ciascuno diceva, né che in tutti i colloqui si trovasse materia da apprendere. Forse non altro che diletto poteva ritrarsi dal sentire Angelica Palli (la sola donna cui dal Vieusseux fu concesso una volta prendere parte a quelle adunanze, e che l'Antologiagiudicò[624]“il piú bell'ornamento„ dell'accademia di Livorno), dal sentire, dico, la Palli improvvisare[625]prima in versi sciolti italiani una scena tra Ippolito e Fedra, e un'altra poi in alessandrini francesi tra Enea e Didone. Certo non utile grande potevasi ricavare dal sentire alcune terzine del Pacchiani in morte del granduca, o un discorso umoristico del Niccolini su la difesa di Erode, e uno del De Potter su San Francesco, e un altro del Cioni su San Domenico. E il conte Pagani Cesa che, non contento una sera di avere letto, incitatovi dal Mustoxidi, un suo scherzo poetico intitolatol'amore cappuccino, volle anche recitare un suo poema sopra un fatto scandaloso di una fanciulla veneta, che trovandosi in un monastero aveva a tutte le monacelle fatto un certo lavoro, che qui non posso ridire; fu a poco a poco abbandonato da tutti. Ed era in dodici canti quel poema: roba, dice[626]il Pieri, “da far morire di noia un povero cristiano„.

Tutto questo, che il Vieusseux doveva a malincuore bensí, ma pur qualche volta tollerare, tutto questo nonera granché bello, né molto istruttivo per certo. Pure, in un certo senso, giovava: giovava, non foss'altro, a disamorare da certe cose, e a far in tutti sentire il bisogno di altre civili e morali, dove potessero con maggiore utilità propria e comune piú degnamente esercitare l'ingegno. Vi fu un tempo, ad esempio, in cui ogni domenica molte ore spendevano nella lettura[627]di varî canti dellaDivina Commedia: e questo ritorno al Poeta italiano ha tale significazione civile e morale, che certo non può essere da storico non leggiero dimenticata.

Chi potrebbe ridire i discorsi gravi, animati, su 'l bonificamento delle maremme, su le scuole di mutuo insegnamento, su' metodi varî di educazione, su' varî progressi dell'agricoltura; chi le discussioni, e i propositi, e le speranze, quando dal Mayer ritornante dalla Germania, dal Benci ritornante dalle sponde della Senna e del Reno, o da qualche altro venuto di fresco da lontane regioni, si apprendevano assai cose nuove, e nuovi e dolorosi confronti sorgevano spontanei nel cuore di ognuno? Ragionavano — dice[628]il Pieri — “di cose piccole, e grandi, e grandissime, senza nessun timore della Polizia„: e certo da lontano erano vigilati, secondo il costume toscano. Si diceva bensí in un rapporto[629], che nel gabinetto Vieusseux era stato veduto un rame rappresentante tutti i sovrani principali d'Europa stretti insieme da un imbasamento su la testa, su cui pesava la statua della costituzione; del qual rame era padrone il Capponi, che lo aveva per vie segrete ricevuto dall'estero: ma i birri toscani giravano intorno a quel gabinetto come lupi a presepi, senzaavere l'ardire di entrare: né mai osarono imporre al Vieusseux, come in Venezia al Missiaglia, l'obbligo di “tener sempre aperta la porta d'ingresso nell'orario stabilito„[630]; né mai giunsero al punto che in Verona, dove il gabinetto era stato nel 1821 legalmente riconosciuto dal governo co 'l patto che le adunanze “fossero sempre sotto la presidenza di un delegato politico„[631].

In quella sala, senza nessun timore potevano liberamente parlare di tutte quelle cose di cui non era possibile nel giornale. Parlavano — unamicodel Vieusseux lo assicura[632], che dell'ipocrita amicizia si valse per esserespia— parlavano di materie “politiche o letterarie, o di arti o di altre, ma sempre applicate alla promozione del liberalismo, e non di rado mettendosi a rigoroso scrutinio la condotta de' principi e loro ministri„: discutevano su “la necessità di eccitare in Italia lo spirito di associazione„; e si proponevano fare quanto era in loro potere per “illuminare il popolo, e prepararlo a gustare i benefici effetti di un regime costituzionale„. Cosí essi venivano fecondando nel suolo toscano i germi di quella nuova scuola del liberalismo, nemica alle congiure e alle rivoluzioni violente; meno splendida forse, ma piú costante e meglio assicurata; forte del sapere con prudenza aspettare, perseverantemente operando, e ferma nel credere chela grande impresa dell'indipendenza italiana non era da tentare senza prima avere conseguito il miglioramento morale del popolo, e l'armonia de' propositi, e la fermezza de' voleri.

Ben disse quella spia nel giudicare il Vieusseux “centro del liberalismo di tutta Firenze„: ma non di sola Firenze. Nella sua casa — afferma[633]il Guerrazzi — “l'eletta degli uomini divini, i quali levarono in mezzo a tutti i popoli la fiaccola della libertà, si stringevano le mani e baciavansi in volto„. Lí essi pensavano a distruggere tanti errori, lí a creare tanti strumenti di civiltà: e vi crescevano i sogni generosi, e calde vi rinverdivano le speranze. Era un'oasi ridente tra i silenzi del deserto, una piccola Italia libera in mezzo alla schiavitú della grande Italia. E quegl'Italiani e stranieri di nome, ma di cuori e sensi italiani, che lí si accoglievano, mettendosi in corrispondenza co 'l Vieusseux portavano tutti, per ciò che concerne il giornale, il loro contributo d'informazioni[634]. Cosí il Vieusseux riusciva da tutte le parti d'Italia e di fuori ad avere notizie su lo stato intellettuale ed economico, su' varî progressi, su' desiderî fuor di Toscana: e tutto ciò era messe feconda che arricchiva l'Antologia. Ma ciò che è piú, e che piú importa, per questi contatti amichevoli, per queste relazioni intellettuali, si formava via via una catena di propositi e di speranze, che inanellandosi insieme diffondevano in parti lontane e comunicavano tra parti divise l'idea della patria.


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