Cap. IV.Il contenuto dell'Antologia

Cap. IV.Il contenuto dell'AntologiaScritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.Secondo il desiderio[635]del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636]anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia,“l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637]che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadicodi Roma; di cose d'erudizione l'Antologiaè ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologiagli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologiaonorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639]all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640]com'egli notasse che fino dal 1480 in luogoacconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641]e sanscritiche[642]ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644]Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645]de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647]e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649]raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650]pe 'l suocommentariodelle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'AntologiaSebastiano Ciampi, che vi annunciò[651]la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati.Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658]dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659]per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660]in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.***Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologiale cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661]che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662]il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senzarisalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664]“lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologiaconsentire. E ad abbattere l'edificio dellaPropostascrisse[665]nell'AntologiaGiuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nellaProposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666]— le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre laBiblioteca italianacon acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dallafilosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669]“meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671]che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologiaè da lui[672]contro le accuse del Monti, e dal Botta[673]contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675]che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico FrancescoPoggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologiasi riconoscessero[677]i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nellaProposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.Dell'avere l'Antologiadefinito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680]il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre unasola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681]il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682]che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683]il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fraMonna Propostae ilvero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685]ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologiatrattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686]cheItalianasi chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altritoscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia(anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688]meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva semprelustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustricertamente è un illustre vocabolo — diceva[689]il Tommaséo — ma né ancheanni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologiacon rara imparzialità loda[690]nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691]di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepenell'affermare[692]con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologiafu tutta volta a propugnare[693]l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694]di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.***Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695]del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696]il romanticismo“una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.Ma se l'Antologianella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697]— da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698]il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologiapoteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700]ilBuondelmontedel Fores, come anni innanzi nelConciliatoreil Berchet laNarcisa. Affermava[701]infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702]e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705]il Montani,proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706]al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707]come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708]che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “unricettario tragicoinfallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709]la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710]la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711]che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico sipotessedire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegnidi giornale francese, il quale facendo notare[712]che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.Come nell'Antologiafu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713]“un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714]nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715]di nuovo il Montani a difendere l'audace scuolaassalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716]a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudenteconsiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718]a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719]“predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720]co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che ilpopolomanda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milaneseConciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologiarendeva[722]onore a quei “romantici screditati, che parlavano....nelConciliatoredi riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723]il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724]che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.Nonclassicadunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologiala nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendotutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologiasi doleva[726]co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lostudio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.A lungo parlò[728]egli dellememoriedel Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729]il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730]che l'Antologiarappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologiainfatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731]alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732]Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733]saggi il Montani della traduzione delPrigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734]l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuoreumano: e altrove il Leoni reca[735]tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736]Camillo Ugoni all'Antologiaragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737]Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738]del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739]che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologiadello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740]“una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori delJournal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741]al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742]l'Antologianotizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743]della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744]“lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745]dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746]che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nelFaustofare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.Ma se l'Antologiafu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747]il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dallaDivina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe:Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnaval'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748]il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologiadi correre dietro alleservilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749]lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologiadimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologiareso[750]al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751]da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.Assentiva il Monti, che nell'Antologiavedesser la luce due lettere sue[752]intorno alla questione, dal Valeriani ben dettamagra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso:poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'AntologiaCarlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753]l'insufficienza di ciò che intorno allaCommediae alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte unarivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755]il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studînuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756]l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757]che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758]il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere dellaDivina Commedia„. E quando ilNuovo giornale dei letteratiebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760]al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologiacon una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761]— è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.Cosí appunto l'Antologiaserbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.***È dunque naturale che l'Antologiamirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763]bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori delConciliatore, i quali pensavano[764]che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.Di scritti ameni infatti può l'Antologianumeraresolo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766]delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767]del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768]del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769]del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770]del Niccolini,la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771]dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della suaIliade italianadiede[772]Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773]di Teocrito e delle odi[774]di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologiaun sermone[776]e un'ode[777]di Giovanni Paradisi; un'ode[778]del Monti, e un carme[779]del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra.E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780]grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781]le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782]al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783]al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784]il Franceschini; rispose[785]il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786]a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787]del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788]su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789]“difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790]della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791]in ridicolo dallaBiblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792]il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'AntologiaLeopoldo Nobili espose[793]i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamatometallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794]Melchior Missirini MariannaPascoli Angeli. Prima l'Antologiaagli studiosi additava[795]un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796]di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologiafa[797]le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799]l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le pagine[800]del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani: l'uno[801]su laPsichedel Tenerani, l'altro[802]su laCaritàdel Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803]onore a Bartolomeo Ferrari.Di cose di architettura ha l'Antologiauno scritto[804]dell'ingegnere Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del quale, discorre diuno stile architettonico, da lui notato in Firenze, che egli chiamarepubblicano. E nel parlare di varî generi d'architettura, non so chi nell'Antologiasi sdegna[805]della “prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte non ebbero mai nell'Antologiail primo posto, non furono però trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux, prima che iniziasse il giornale, poneva[806]a disposizione degli artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre parti d'Italia, piú volte nell'Antologiaè data[807]notizia; e cosí pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808]che esse, piuttosto che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senzail loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante mediocrità — esclamava[809]un anonimo — destinate a patire nel mondo, ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale fiorentino si lodasse[810]l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici; non impedirono che nell'Antologiasi ammirasse la grande arte e si lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811]i guasti prodotti dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze: delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia, non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.***Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologiagli argomenti di scienza, secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte l'Antologiapropugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare Lucchesini proponeva[812]non doversi ammettere nellescuole di mutuo insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo. Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati anatomici, l'Antologiadà notizia[813]: e del magnetismo animale, e dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814]il dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815]cosa che non so di quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne' progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società medica fiorentina, regolarmente l'Antologiaragguagliava i lettori: né mancano ad essa scritti[816]del Magheri né del professore Pietro Betti.Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha, pubblicato dal Capponi, uno scritto[817]inedito di Antonio Cocchi, decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione newtoniana. Ed ha un elogio[818]del grande anatomico Paolo Mascagni, nome caro a' Toscani ancor esso.Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa, ammiratore intelligente dell'arte, ilnome è ricordato[819]a proposito di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda durezza del cuore„ rimproveratagli[820]dal Tommaséo: questo so, che Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821]che mai non gli uscirebbe dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822]che nel momento dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.Nell'Antologiascrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il quale in uno de' suoi scritti ragiona[823]di un modo singolarissimo con grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra, nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato, coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'Antologiasi assicura[824]che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una giunta di nobili e di negozianti, a' giovanichirurghi fosse vietato l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del quale non so quante donne potessero dirsi contente.***Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza, prometteva[825]il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori, trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre, infatti, del '23 cominciò[826]pubblicare unbullettino scientificovalentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre l'Antologiai lavori dell'Accademia di scienzedi Torino e quelli dellaGioeniadi Catania: e nell'AntologiaGiuliano Frullani espose[827]una formula nuova per rappresentare le coordinate de' pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre Poisson. Diede[828]l'Antologiaa suo tempo notizia dell'avere il Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi osservata in Firenze„:e di comete parla[829]egli stesso, il Padre Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente. Del Padre Inghirami comparve[830]anche un saggio notevole di livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831]su la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'Antologiasi ragiona[832]delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833]di alcune esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e delle sue esperienze[834]su l'elettricità de' raggi solari, Carlo Matteucci; come delle loro ricerche[835]sopra le forze elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836]entrambi dal Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri, Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837]intorno alla direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838]di una nuova specie di uccello di Cuba, da lui chiamatoRamphocelus Passerinii, in onore al benemerito zoologo italiano; parla[839]delle variazioni a cui, come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'Antologiamanca il nome di Paolo Savi, di cui siannunciava[840]aver egli scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi, il quale discorre[841]di nuove specie di piante trovate da lui nel Brasile: e in essa il Repetti loda[842]il tipografo Marsigli dell'avere iniziato la pubblicazione degliAnnali di Storia Naturaleper maggiormente diffondere questa scienza.Ma perché meglio si veda quanto in vantaggio della scienza, e insieme della concordia italiana, il Vieusseux si adoprasse, è qui da rammentare che essendo cessati ilGiornale di chimica, fisica e storia naturaledi Pavia, e laCorrispondenza astronomicadel barone di Zach, progettava[843]egli nel 1828 una raccolta periodica trimestrale “eminentemente italiana„, e consacrata tutta alle scienze esatte e naturali: la quale, mutando aspetto all'Antologia, che si rivolgerebbe intera alla letteratura e alle scienze morali, filosofiche, storiche ed economiche, creasse in Firenze un centro scientifico, e fosse la vera espressione di ciò che in Italia si veniva facendo o si sperava di fare. Che se il progetto del Vieusseux non ebbe poi compimento, non fu certo colpa di sua negligenza. Con vero dolore annunciava[844]egli che “due soli associati fuor di Toscana.... e sei soli soscrittori„ avesse trovato alla nuova impresa: con dolore affermava dovere ricorrere a' giornali stranieri per annunciare i progressi da' dotti italiani fatti fare alle scienze.Ma non negava egli stesso, piú tardi, le sue lodi[845]agliAnnali delle Scienzedel regno Lombardo-Veneto; né si doleva che al suo progetto da' compilatori diquel giornale neppur si accennasse: avido egli non già di lode, ma solo di fare il bene, e pago egualmente che il suo pensiero fosse da altri mandato in parte ad esecuzione.***Tra' varî rami della scienza, l'Antologiamirò piú di proposito agli studî d'agraria; i quali come che piú direttamente rivolti a maggior numero di persone, e di utile piú immediato, ebbero in essa trattazione piú ampia. Fin dai primordi del giornale chiedeva[846]il Vieusseux agli agricoltori toscani comunicassero i risultati delle loro esperienze; chiedeva all'accademia de' Georgofili e otteneva facoltà di rendere, con ragguagli compilati dal Gazzeri, mensilmente conto de' suoi lavori. Nell'Antologiail dottor Pietro Balbiani espose[847]le sue ricerche per allontanare con mezzi nuovi da' grandi oliveti gl'insetti dannosi: e primo il Montani con vero compiacimento annunciava[848]essersi fatto in Milano un progetto di società di assicurazione contro tutti i danni a cui possono accidentalmente andare soggette le campagne. Cosimo Ridolfi parlava[849]dell'utilità di introdurre nelle campagne il seminatore del Fellemberg; e Ferdinando Tartini Salvatici con diligenza descriveva[850]i varî strumenti da' contadini usati in Iscozia. Cose notevoli dice[851]Gino Capponi là dove, parlando dello stato economico della Toscana, dimostra le condizioni de' contadini in essa meno che altroveinfelici per l'uso della mezzeria: e il Del Rosso proponeva[852]che, a imitazione dell'Olanda, volgesse l'Italia all'agricoltura i suoi poveri; all'agricoltura, dal generale Colletta chiamata[853]“unica vena di ricchezza in Italia„.Né solo allo sviluppo e al perfezionamento di questa mirava l'Antologia, ma altresí e piú ancora, al miglioramento morale de' proprietarî e de' coltivatori: del quale proposito il Forti loda[854]l'accademia agraria di Pesaro, fondata nel 1828 e diretta dal cardinale Bertazzoli. E a divulgare insieme con l'istruzione delle pratiche agrarie l'educazione negli abitanti della campagna, pensava il Vieusseux un giornale che de' contadini si intitolasse. Chiese[855]egli infatti nel '25 al granduca licenza di stamparlo, e insieme per tre anni un sussidio modesto: e il Bernardini, chiamato a darne il parere, giudicava[856]“utilissimo l'assunto del signor Vieusseux, e degno di essere incoraggiato„. Ma non è da tacere che forse la prima idea venne al Benci, il quale scrivendo al Mayer proponeva[857], in mancanza di libri, un giornale compilato per uso degli artigiani e de' contadini. Spetta a ogni modo al Vieusseux il merito d'avere creato ilGiornale Agrario, delquale il Lambruschini discorre[858]in due articoli che onorano l'Antologiae chi li scrisse. E al Lambruschini Cosimo Ridolfi e Lapo de' Ricci furono in quell'impresa colleghi degni e operosi. Mensilmente nella villa or dell'uno or dell'altro si adunavano essi per rivedere i materiali di ciascun fascicolo, per intendersi, illuminarsi a vicenda: e di una di queste adunanze, tenuta in Meleto, l'Antologiafa parola[859], recando versi inspirati a Giuseppe Barbieri.

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Scritti di erudizione. — Le discussioni su la lingua. — La questione del romanticismo. — Cose d'arte. — Materie scientifiche. — Studî geografici e storici. — Scritti su l'educazione. — Novità letterarie e scientifiche, e proposte di miglioramenti sociali. — Differenze di opinioni tra' varî scrittori, e come e in che cosa questi si accordassero. — Di alcuni caratteri e pregi dell'Antologia. — Cose politiche. — L'armonia del giornale.

Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635]del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636]anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia,“l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637]che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadicodi Roma; di cose d'erudizione l'Antologiaè ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologiagli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologiaonorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639]all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640]com'egli notasse che fino dal 1480 in luogoacconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641]e sanscritiche[642]ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644]Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645]de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647]e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649]raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650]pe 'l suocommentariodelle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'AntologiaSebastiano Ciampi, che vi annunciò[651]la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati.Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658]dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659]per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660]in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

***

Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologiale cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661]che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662]il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senzarisalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664]“lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologiaconsentire. E ad abbattere l'edificio dellaPropostascrisse[665]nell'AntologiaGiuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nellaProposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666]— le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre laBiblioteca italianacon acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dallafilosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669]“meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671]che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologiaè da lui[672]contro le accuse del Monti, e dal Botta[673]contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675]che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico FrancescoPoggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologiasi riconoscessero[677]i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nellaProposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'Antologiadefinito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680]il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre unasola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681]il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682]che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683]il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fraMonna Propostae ilvero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685]ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologiatrattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686]cheItalianasi chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altritoscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia(anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688]meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva semprelustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustricertamente è un illustre vocabolo — diceva[689]il Tommaséo — ma né ancheanni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologiacon rara imparzialità loda[690]nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691]di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepenell'affermare[692]con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologiafu tutta volta a propugnare[693]l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694]di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.

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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695]del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696]il romanticismo“una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'Antologianella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697]— da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698]il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologiapoteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700]ilBuondelmontedel Fores, come anni innanzi nelConciliatoreil Berchet laNarcisa. Affermava[701]infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702]e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705]il Montani,proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706]al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707]come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708]che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “unricettario tragicoinfallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709]la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710]la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711]che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico sipotessedire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegnidi giornale francese, il quale facendo notare[712]che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'Antologiafu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713]“un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714]nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715]di nuovo il Montani a difendere l'audace scuolaassalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716]a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudenteconsiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718]a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719]“predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720]co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che ilpopolomanda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milaneseConciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologiarendeva[722]onore a quei “romantici screditati, che parlavano....nelConciliatoredi riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723]il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724]che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Nonclassicadunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologiala nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendotutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologiasi doleva[726]co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lostudio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728]egli dellememoriedel Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729]il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730]che l'Antologiarappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologiainfatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731]alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732]Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733]saggi il Montani della traduzione delPrigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734]l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuoreumano: e altrove il Leoni reca[735]tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736]Camillo Ugoni all'Antologiaragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737]Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738]del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739]che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologiadello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740]“una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori delJournal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741]al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742]l'Antologianotizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743]della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744]“lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745]dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746]che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nelFaustofare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'Antologiafu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747]il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dallaDivina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe:Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnaval'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748]il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.

Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologiadi correre dietro alleservilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749]lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologiadimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologiareso[750]al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751]da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.

Assentiva il Monti, che nell'Antologiavedesser la luce due lettere sue[752]intorno alla questione, dal Valeriani ben dettamagra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso:poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'AntologiaCarlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753]l'insufficienza di ciò che intorno allaCommediae alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte unarivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755]il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studînuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756]l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757]che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758]il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere dellaDivina Commedia„. E quando ilNuovo giornale dei letteratiebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760]al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologiacon una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761]— è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

Cosí appunto l'Antologiaserbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

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È dunque naturale che l'Antologiamirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763]bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori delConciliatore, i quali pensavano[764]che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'Antologianumeraresolo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766]delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767]del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768]del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769]del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770]del Niccolini,la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771]dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della suaIliade italianadiede[772]Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773]di Teocrito e delle odi[774]di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologiaun sermone[776]e un'ode[777]di Giovanni Paradisi; un'ode[778]del Monti, e un carme[779]del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra.E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780]grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781]le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782]al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783]al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784]il Franceschini; rispose[785]il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.

Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786]a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787]del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788]su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789]“difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790]della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791]in ridicolo dallaBiblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792]il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'AntologiaLeopoldo Nobili espose[793]i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamatometallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794]Melchior Missirini MariannaPascoli Angeli. Prima l'Antologiaagli studiosi additava[795]un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796]di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologiafa[797]le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799]l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.

Per ciò che riguarda la scultura, sono da rammentare soltanto le pagine[800]del Niccolini su Michelangelo, e due scritti del Giordani: l'uno[801]su laPsichedel Tenerani, l'altro[802]su laCaritàdel Bartolini: diretto quest'ultimo scritto all'amico Cicognara, il quale per la fusione in bronzo del gruppo della Pietà canoviano rende[803]onore a Bartolomeo Ferrari.

Di cose di architettura ha l'Antologiauno scritto[804]dell'ingegnere Rodolfo Castinelli intorno al restaurato palazzo Spini; a proposito del quale, discorre diuno stile architettonico, da lui notato in Firenze, che egli chiamarepubblicano. E nel parlare di varî generi d'architettura, non so chi nell'Antologiasi sdegna[805]della “prosaica monotonia„, e della “gretta ed inelegante mondezza„ delle costruzioni moderne; sperando per opera di artisti valenti abbelliti i passeggi, le contrade, le piazze, le case. I quali scritti, da me fin qui ricordati, possono ben dimostrare, che se le cose spettanti l'arte non ebbero mai nell'Antologiail primo posto, non furono però trascurate del tutto, né svogliatamente trattate. Lo stesso Vieusseux, prima che iniziasse il giornale, poneva[806]a disposizione degli artisti il secondo piano della sua casa perché vi esponessero le loro opere d'arte: e delle esposizioni annuali tenute in Firenze e in altre parti d'Italia, piú volte nell'Antologiaè data[807]notizia; e cosí pure delle varie accademie nostre e straniere di belle arti. Nel parlare delle quali, saggiamente il Cicognara avvertiva[808]che esse, piuttosto che utili, dannose sono allo scopo per cui si creano, e che senzail loro concorso fiorirono gli artisti piú grandi. E discorrendo di certi artisti venuti fuori dalle accademie di second'ordine, “quante mediocrità — esclamava[809]un anonimo — destinate a patire nel mondo, ad avvilirsi per vivere; quanti ingegni rapiti ai mestieri utili!„.

Ma queste osservazioni non impedirono tuttavia che nel giornale fiorentino si lodasse[810]l'accademia di belle arti nel 1827 fondata in Ravenna dal conte Alessandro Cappi e da monsignore Lavinio de' Medici; non impedirono che nell'Antologiasi ammirasse la grande arte e si lodassero, come si è visto, gli artisti veri. E in essa uno scrittore con animo “veramente amareggiato„ veniva notando[811]i guasti prodotti dagli anni, e piú dalla negligenza, in certi tabernacoli di Firenze: delle quali amarezze, se quello scrittore potesse oggi vedere l'Italia, non troverebbe per vero motivi da confortarsi di troppo.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologiagli argomenti di scienza, secondo i desiderî del Direttore e lo scopo al quale in ogni cosa mirava, trattati non tanto in sé e per sé espressamente (ché altri giornali in Italia erano a ciò destinati), quanto rispetto alle utili applicazioni che ne' diversi rami dell'industria se ne potevano trarre in vantaggio del popolo, e in preparazione del suo morale e materiale progresso. E per dire anzi tutto delle scienze mediche, piú volte l'Antologiapropugnava l'uso della vaccinazione; e in essa Cesare Lucchesini proponeva[812]non doversi ammettere nellescuole di mutuo insegnamento i fanciulli a' quali non fosse stato innestato il vaiuolo. Degli studî dell'Edwards su' caratteri fisiologici delle razze umane, e della scoperta di Girolamo Segato, di pietrificare i preparati anatomici, l'Antologiadà notizia[813]: e del magnetismo animale, e dell'opera del Puccinotti su le febbri intermittenti, discorre[814]il dottore Emmanuele Basevi, il quale proponeva[815]cosa che non so di quanti medici oggi troverebbe l'assenso: proponeva che di tanto in tanto subissero esami tendenti a rendere conto della loro cultura ne' progressi teorici della scienza, e del modo con che si comportano nel metterli in pratica. De' risultati dell'adunanze tenute dalla Società medica fiorentina, regolarmente l'Antologiaragguagliava i lettori: né mancano ad essa scritti[816]del Magheri né del professore Pietro Betti.

Per ciò che piú propriamente riguarda la storia della medicina, ha, pubblicato dal Capponi, uno scritto[817]inedito di Antonio Cocchi, decoro della medicina toscana, sopra Asclepiade; del quale è detto, tra l'altre cose, alcunché di simile concepisse alla stessa attrazione newtoniana. Ed ha un elogio[818]del grande anatomico Paolo Mascagni, nome caro a' Toscani ancor esso.

Di un altro grande nella scienza anatomica, di Antonio Scarpa, ammiratore intelligente dell'arte, ilnome è ricordato[819]a proposito di un elmo di ferro: ma non so quanto di vero sia in quella “fredda durezza del cuore„ rimproveratagli[820]dal Tommaséo: questo so, che Giovanni Bell nel passare da Pavia diceva[821]che mai non gli uscirebbe dall'anima quella tanta dolcezza che vi aveva instillata la conoscenza di lui. Parlando del quale, il Libri racconta[822]che nel momento dell'invasione francese non volle lo Scarpa giurare fedeltà al nuovo governo; per il che fu deposto dalla cattedra: e racconta come Napoleone, venuto qualch'anno dopo a incoronarsi in Milano, visitando l'università di Pavia e conosciutivi i professori, chiedesse dello Scarpa: gli dissero la cosa; “Eh, che importano, — rispose — il giuramento e le opinioni politiche? Scarpa onora l'Università ed il mio Stato„. Nel che il grandissimo despota mostravasi in verità assai meno illiberale di certi ministri dell'istruzione pubblica.

Nell'Antologiascrisse, tra gli altri, il dottore Luca Stulli, il quale in uno de' suoi scritti ragiona[823]di un modo singolarissimo con grande fiducia usato dagli abitanti del villaggio di Lastra, nell'Erzegovina, per guarire dalla pleurite: legano a un palo il malato, coperto di un panno inzuppato d'acqua diaccia, e il palo collocano tra due fuochi, girandolo a guisa di spiedo finché il panno sia asciutto; e la cura è finita. Ma senza andare tra' Turchi, nell'Antologiasi assicura[824]che nel 1830, nell'ospedale di Genova amministrato da una giunta di nobili e di negozianti, a' giovanichirurghi fosse vietato l'assistere a' parti per istruirsi nell'ostetricia: e al visitatore che dimandava come potessero essi istruirsi in quel ramo di scienza importante, un giovine assistente rispondesse: “imparano il tutto sulla macchina: e quando sono invocati, operano come sanno. Del rimanente le donne fanno loro„. Sistema cotesto non so quanto scientifico, e del quale non so quante donne potessero dirsi contente.

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Per dire ora di ciò che tocca le altre parti della scienza, prometteva[825]il Vieusseux, per meglio ragguagliarne i lettori, trattazione di queste piú ampia nel suo giornale: e nell'ottobre, infatti, del '23 cominciò[826]pubblicare unbullettino scientificovalentemente compilato dal Gazzeri, cui fornivano materia l'Antinori ed il Nesti, il Pagnozzi, il Raddi, il Repetti, e piú specialmente il Ridolfi, il Libri e il Tartini: bullettino dove gli studiosi trovavano sollecita e concisa notizia d'ogni cosa importante. Rammenta sempre l'Antologiai lavori dell'Accademia di scienzedi Torino e quelli dellaGioeniadi Catania: e nell'AntologiaGiuliano Frullani espose[827]una formula nuova per rappresentare le coordinate de' pianeti nel moto ellittico; formula che ebbe le lodi del celebre Poisson. Diede[828]l'Antologiaa suo tempo notizia dell'avere il Padre Inghirami tra' primi in Europa osservata la cometa comparsa nel gennaio del '22, che fu “la prima regolarmente e con opportuni mezzi osservata in Firenze„:e di comete parla[829]egli stesso, il Padre Inghirami, scrivendo lodi sentite di quel Luigi Pons, che, ignoto custode dell'osservatorio di Marsiglia, si rese poi celebre meritamente. Del Padre Inghirami comparve[830]anche un saggio notevole di livellazione geometrica della Toscana; e del Volta una lettera[831]su la tanto discussa invenzione de' paragrandini. Nell'Antologiasi ragiona[832]delle ipotesi del conte Paoli di Pesaro su 'l moto molecolare de' solidi: Silvestro Gherardi vi parla[833]di alcune esperienze su le nuove correnti e le scintille magneto-elettriche; e delle sue esperienze[834]su l'elettricità de' raggi solari, Carlo Matteucci; come delle loro ricerche[835]sopra le forze elettro-magnetiche, il Nobili e l'Antinori, difesi[836]entrambi dal Gazzeri contro un giornale inglese, che negava loro la priorità di certe scoperte, tempo innanzi spontaneamente riconosciuta. Al quale Gazzeri, Luigi Napoleone Bonaparte indirizza due lettere[837]intorno alla direzione degli aereostati: e Carlo Luciano parla[838]di una nuova specie di uccello di Cuba, da lui chiamatoRamphocelus Passerinii, in onore al benemerito zoologo italiano; parla[839]delle variazioni a cui, come certi deputati, vanno soggette certe farfalle. Né all'Antologiamanca il nome di Paolo Savi, di cui siannunciava[840]aver egli scoperto un nuovo genere di salamandra e di talpa; né quello del Raddi, il quale discorre[841]di nuove specie di piante trovate da lui nel Brasile: e in essa il Repetti loda[842]il tipografo Marsigli dell'avere iniziato la pubblicazione degliAnnali di Storia Naturaleper maggiormente diffondere questa scienza.

Ma perché meglio si veda quanto in vantaggio della scienza, e insieme della concordia italiana, il Vieusseux si adoprasse, è qui da rammentare che essendo cessati ilGiornale di chimica, fisica e storia naturaledi Pavia, e laCorrispondenza astronomicadel barone di Zach, progettava[843]egli nel 1828 una raccolta periodica trimestrale “eminentemente italiana„, e consacrata tutta alle scienze esatte e naturali: la quale, mutando aspetto all'Antologia, che si rivolgerebbe intera alla letteratura e alle scienze morali, filosofiche, storiche ed economiche, creasse in Firenze un centro scientifico, e fosse la vera espressione di ciò che in Italia si veniva facendo o si sperava di fare. Che se il progetto del Vieusseux non ebbe poi compimento, non fu certo colpa di sua negligenza. Con vero dolore annunciava[844]egli che “due soli associati fuor di Toscana.... e sei soli soscrittori„ avesse trovato alla nuova impresa: con dolore affermava dovere ricorrere a' giornali stranieri per annunciare i progressi da' dotti italiani fatti fare alle scienze.

Ma non negava egli stesso, piú tardi, le sue lodi[845]agliAnnali delle Scienzedel regno Lombardo-Veneto; né si doleva che al suo progetto da' compilatori diquel giornale neppur si accennasse: avido egli non già di lode, ma solo di fare il bene, e pago egualmente che il suo pensiero fosse da altri mandato in parte ad esecuzione.

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Tra' varî rami della scienza, l'Antologiamirò piú di proposito agli studî d'agraria; i quali come che piú direttamente rivolti a maggior numero di persone, e di utile piú immediato, ebbero in essa trattazione piú ampia. Fin dai primordi del giornale chiedeva[846]il Vieusseux agli agricoltori toscani comunicassero i risultati delle loro esperienze; chiedeva all'accademia de' Georgofili e otteneva facoltà di rendere, con ragguagli compilati dal Gazzeri, mensilmente conto de' suoi lavori. Nell'Antologiail dottor Pietro Balbiani espose[847]le sue ricerche per allontanare con mezzi nuovi da' grandi oliveti gl'insetti dannosi: e primo il Montani con vero compiacimento annunciava[848]essersi fatto in Milano un progetto di società di assicurazione contro tutti i danni a cui possono accidentalmente andare soggette le campagne. Cosimo Ridolfi parlava[849]dell'utilità di introdurre nelle campagne il seminatore del Fellemberg; e Ferdinando Tartini Salvatici con diligenza descriveva[850]i varî strumenti da' contadini usati in Iscozia. Cose notevoli dice[851]Gino Capponi là dove, parlando dello stato economico della Toscana, dimostra le condizioni de' contadini in essa meno che altroveinfelici per l'uso della mezzeria: e il Del Rosso proponeva[852]che, a imitazione dell'Olanda, volgesse l'Italia all'agricoltura i suoi poveri; all'agricoltura, dal generale Colletta chiamata[853]“unica vena di ricchezza in Italia„.

Né solo allo sviluppo e al perfezionamento di questa mirava l'Antologia, ma altresí e piú ancora, al miglioramento morale de' proprietarî e de' coltivatori: del quale proposito il Forti loda[854]l'accademia agraria di Pesaro, fondata nel 1828 e diretta dal cardinale Bertazzoli. E a divulgare insieme con l'istruzione delle pratiche agrarie l'educazione negli abitanti della campagna, pensava il Vieusseux un giornale che de' contadini si intitolasse. Chiese[855]egli infatti nel '25 al granduca licenza di stamparlo, e insieme per tre anni un sussidio modesto: e il Bernardini, chiamato a darne il parere, giudicava[856]“utilissimo l'assunto del signor Vieusseux, e degno di essere incoraggiato„. Ma non è da tacere che forse la prima idea venne al Benci, il quale scrivendo al Mayer proponeva[857], in mancanza di libri, un giornale compilato per uso degli artigiani e de' contadini. Spetta a ogni modo al Vieusseux il merito d'avere creato ilGiornale Agrario, delquale il Lambruschini discorre[858]in due articoli che onorano l'Antologiae chi li scrisse. E al Lambruschini Cosimo Ridolfi e Lapo de' Ricci furono in quell'impresa colleghi degni e operosi. Mensilmente nella villa or dell'uno or dell'altro si adunavano essi per rivedere i materiali di ciascun fascicolo, per intendersi, illuminarsi a vicenda: e di una di queste adunanze, tenuta in Meleto, l'Antologiafa parola[859], recando versi inspirati a Giuseppe Barbieri.


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