Chapter 15

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229]a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'Antologiasarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.Il giorno stesso in cui giunse in Firenze laVoce della Verità, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come laVoceconsigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo,e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze dellaVoce della Verità, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'Antologia(26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'Archivioin Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230]al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni dellaVoce, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroniaveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231]pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'Antologia, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le viedella persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232]dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233]il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberassesu 'lquid agendum, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi,provanoche gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'Antologiafu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce,invitava[1235]il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... enon manchi„. Non mancò infatti ilVieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236]co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io,Padre Mauro, eS. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma ilP. Mauro, maS. E. Corsini, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva iPromessi Sposi, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237]che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'Antologia.Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire ilVieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239]al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'Antologiaaveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.Diede[1240]il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241]al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242]del rescritto sovrano che sopprimeva l'Antologia.Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'Antologiaper poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scrittoda qualche tempo, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero unriavvicinamento: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.Ma il piú notevole si è che nellacircolare, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Statoesisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].***Soppressa l'Antologia(ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246]al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancoradel cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247]un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'Archivio(né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248]la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'Antologiaera stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In unrapporto segretodel 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249]al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per proromperein voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Eraincendiariodavvero quelbollettino[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'Antologia, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma diVendetta„.L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famosobollettino, e insieme i suoi complici: e da unrapportodi lui,riservatissimo,[1251]sirileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'Antologia„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252]al Bologna, che ilbollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al cafféElvetico„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'Elveticoil cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253]al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzoneLa Parisienne. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254]che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255]di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia granderumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'Antologia, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256]al Bologna; e uno di essi diceva:Evviva! Evviva! Oh gioia!Il Toscano Granducaè diventato il Boiadel Modenese Duca.Un altro:[1257]Alla mente Sovranadel sapiente Granduca di Toscanaè piaciuto vietar l'Antologia.E la ragion qual'è?Perché, contraria ai Re,trattò con poco onored'Austria e di Russia il sommo Imperatore.Non so chi nella testagli ha messo questi grilli.Doveva ben riflettereche mai l'Antologianon ha preso a curar degl'Imbecilli.E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258]al Bologna: “Si è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione dell'Elveticoquei giovani fanatici si sono tutti dati premura di copiare simile composizione. Eccone il testo:Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti.Avviso.Si annunzia ai Fiorentinila nuova compagnia dei burattini.D'Austria l'Imperatoreè il capo direttore;Francesco, l'Assistente.I ministri, il Granduca, e la sua gentesono le piú perfettecare marionette.Il Pubblico a gradiresi prega, e intervenire,certo che si daran tutto l'impegnodi mostrarsi, quai son, teste di legno.E perché sul teatrosia comun l'allegria,daran per prima recitala soppressione dell'Antologia.L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche disordine...„.[1259]Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi, in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni “fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261]“piú specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucciegli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su l'Antologiariportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti, cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.Poco dopo soppressa l'Antologia, una sottoscrizione fu fatta in Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al Vieusseux “gli orfani dell'Antologia„ scrissero[1262]una lettera di affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva sostenuta la vita; mentre con segnichiari, ma a lui poco accetti perché nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per l'ordine del granduca; in un articolo intitolatoQuousque tandem, sgangheratamente laVoce della Veritàplaudiva[1263]al principe, che aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva “sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che, allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione:Omnes gentes, plaudite manibus„.Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro' de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264]tra' soscrittori “Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la soppressaAntologia, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano, Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio n. 260 combinando nella mia testa le idee diMadri cinesi, diCani, diBambini, e quelle dei sinonimiAntologia, Collaboratori e Lettori inavveduti, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere, anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensieroe nella materiale disposizione delle parole, corrispondere allemadri Cinesi l'Antologia, la quale accogliva in sé i cani de'collaboratori, traendo in inganno ilettori inavveduticomebambini.Non meno implacabile, laVoce della Ragione, temendo che per un pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti degli Amaleciti.Percute Amalec, et demolire universa eius„. E giorni dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266]che gli articoli dell'Antologia, originali, sembravano “un intrigo, un labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli occhi e imbriacavano il cervello„; che larivista letterariaera “sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i libri dei quali davano ragione„; e che l'Antologia“serviva mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il che (e riprendevano una frase delbollettino) non parevache fosse “sostenere il lustro della letteratura italiana„. “Fortunatamente — continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la questione presente si può accomodarla con le buone. L'Antologia, faccia il suo fagotto, e vada asostenere il lustroin qualche altra contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente, e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; laVoce della Veritàanderà superba del suo trionfo„.***Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267]“la colonia degli Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia della soppressione dell'Antologia.Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati unacircolare[1268]con che li informava delnon potere egli piú mandare il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269]che lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo — scriveva[1270]Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che, cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno. L'Antologianon era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera — scriveva[1271]il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le transazioni, approvazionied emende. Si voleva morta l'Antologia, che rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„. Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “poveraAntologia— esclamava[1272]il Giordani — poveraAntologia, ch'era pur cosí mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273]a Carlo Verga: “mi pesa che il duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe compensato il danno prodotto sopprimendo l'Antologia, co 'l provare che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, — chiedeva[1274]al Capponi — che il giornale dell'Antologiadi Firenze è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275]al Vieusseux, che letta la sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„. Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando,afflitto per la perdita dell'Antologia, diceva[1276]al Vieusseux: “non in questo tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti, perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277]Urbano Lampredi, che la soppressione dell'Antologiagli aveva fatto provare lo stesso effetto che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In Torino il Mannu si dolse[1278]di quella perdita, come della perdita di una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279]al Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della soppressione dell'Antologia— egli scriveva — mi dolgo e affliggo non tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'Antologiaaveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno piú chiaramente nella vostraAntologiaun principio di letteratura nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quantotristo sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la gratitudine di tutti i suoi„.Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi dell'Austria, laGazzetta eclettica di farmacia e chimica medicadi Verona, pubblicava[1280]due lettere, e le diceva “stampate nella infeliceAntologiadi Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma valgono un grande discorso. Con lode ilPoligrafo di Veronarammentava[1281]l'Antologia; e nella stessa Milano, ilNuovo Ricoglitorescriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de' malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra letteratura„.piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero motto. “Sapendo chetali erano le vostre intenzioni, — gli scriveva[1283]il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della soppressione dell'Antologia. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo avvenimento doloroso„. LaRevue des deux mondesinfatti affermava[1284]che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena, e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello. “Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole; destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la Toscana. L'Antologia, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo, gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia fecondissima d'insegnamenti!„. IlNationalgiudicava[1285]“arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de' sanfedisti (du parti-prètre), de' quali il duca di Modena si era fatto capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286]il rescritto granducale ilSemaphordi Marsiglia (da que' di Modena definito[1287]“tipografia di tutte lecartocchiedei fuorusciti Italiani„); e giudicava l'Antologia“il solo giornale che potesse tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del dispotismo austriacoe locale„.L'Europe LittéraireeLe Tempsparlarono[1288]anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare l'Antologia“uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e laRevue enciclopédique[1289]notando del pari che l'Antologiaera “il miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione, il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su loro„.Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto: brevemente narratolo, ilTimes[1290]non ristette dal chiamare il Vieusseux “l'ottimo direttore dell'Antologia„, e dal giudicarlo “un uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'Antologia, dopo ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe, diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe essere una iniquità atroce: eppure l'Antologiaè stata soppressa„,***Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure desiderati, erano tuttavia di grandeconforto al Vieusseux: ma 998 fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291]egli dunque al Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la facoltà di continuare la pubblicazione dell'Antologia, ma solo per reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui, in quanto que' due fascicoli avevano ilvistodel censore; fiducioso che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita del giornaledi sua proprietà, non gli lascierebbe sostenere la perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per l'Antologia, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'Antologia), egli lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a tutti, anche all'I. e R. Governo.Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292]ad udienza il Vieusseux; e dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda inquella forma, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseuxche volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perdutouna proprietà: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice espressione, com'egli aveva promesso.Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294]di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione; verificato però che avessero l'imprimaturcensorio. Il giorno 14 di maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli delgennaio, e mille copie del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio; valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376. Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che, portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi essere di lire 3369,12 soldi.Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale, salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297]per la sua estrema rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298]al commissario di Santo Spirito:“In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.Cosí finiva l'Antologia.Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vitaLa Rivista Enciclopedica, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'Antologianacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.***Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altritempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della suaAntologia, che era, quale egli la voleva,tutta nazionale, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e ilGiornale Agrario; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300]il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gliatti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301]sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302]sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303]gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304]“Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'Antologia, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305]ancora “il grande pensiero dellasua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306]pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio chefare il morto, andava ripensando come potesse ridare la vita alla suaAntologia, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.Soppressa l'Antologia, il suo primo pensiero — confessava[1307]anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificareil suo gabinetto, ch'egli credeva[1309]“sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310]far rinascere in Piemonte l'Antologia, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'Antologia, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'Antologia, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'Antologia; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi hodetto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome diAntologiafaceva troppa paura.Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'Indicatore bibliografico italiano[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'Antologia, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314]al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315]il Capponi, saputa questa notizia — allegri!Atene d'Italia! Ci rimane ilGiornale di Pisa(dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla suaAntologia: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317]però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello diFenice, co 'l motto significativo:

Maligno per certo tutto l'articolo, pure (e perché non dirlo?) scritto con ispirito e non senza ingegno: ingegno maligno, se vuolsi, ma ingegno. Giunse la Voce in Firenze nel mattino del 23 di marzo; e due giorni dopo, il Vieusseux scriveva[1229]a Giuliano Ricci: “ciò non mi spaventa. Anzi, mi sento piú coraggio che prima per difendere ciò che credo la verità ed il progresso, contro gli attacchi di ogni specie di gesuiti, e soprattutto contro la canaglia di Modena„. Egli non prevedeva, il Vieusseux, le persecuzioni che a lui si farebbero sempre piú fiere, e le dolorose amarezze che ancora per lunghi anni avrebbe a patire: non prevedeva che di lí a poche ore l'Antologiasarebbe soppressa, e il crocchio de' suoi amici disciolto; e che molti di essi, piú con dolore suo che loro, andrebbero per Italia e Francia raminghi.

Il giorno stesso in cui giunse in Firenze laVoce della Verità, l'ambasciatore d'Austria, il conte di Senfft Pilsach, e quello di Russia, il principe di Gortschakoff, facendo, come laVoceconsigliava, un “ufficio diplomatico„ dovettero non pur querelarsi co 'l Fossombroni, ma chiedere la punizione de' due scrittori e del direttore. Che essi chiedessero la soppressione del giornale, è stato finora senza prove asserito: io no 'l credo,e in séguito ne addurrò le ragioni. Certo è però, che la ristrettezza del tempo corsa tra il giungere in Firenze dellaVoce della Verità, e i risentimenti de' due ambasciatori e il decreto granducale che soppresse l'Antologia(26 marzo), troppo bene comprovano avere quelli già in precedenza ricevute istruzioni da' loro Governi, e che non altro attendevano se non l'occasione per metterle in pratica. Non esiste ne' varî reparti dell'Archivioin Firenze nessuna nota diplomatica a tale riguardo: il che induce a credere, o che tali ingiunzioni fossero fatte a voce, o che, se presentate in iscritto, fossero subito distrutte dal Governo toscano, che, cedendo, volle avere almeno l'illusione di salvare la sua dignità.

Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230]al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni dellaVoce, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroniaveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.

Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231]pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'Antologia, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le viedella persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.

Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232]dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233]il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberassesu 'lquid agendum, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi,provanoche gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'Antologiafu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].

Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce,invitava[1235]il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... enon manchi„. Non mancò infatti ilVieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236]co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io,Padre Mauro, eS. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma ilP. Mauro, maS. E. Corsini, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.

Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva iPromessi Sposi, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237]che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'Antologia.

Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire ilVieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239]al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'Antologiaaveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.

Diede[1240]il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241]al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242]del rescritto sovrano che sopprimeva l'Antologia.

Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'Antologiaper poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scrittoda qualche tempo, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero unriavvicinamento: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.

Ma il piú notevole si è che nellacircolare, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Statoesisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].

***

Soppressa l'Antologia(ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246]al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancoradel cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247]un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'Archivio(né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248]la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'Antologiaera stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In unrapporto segretodel 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249]al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per proromperein voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Eraincendiariodavvero quelbollettino[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'Antologia, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma diVendetta„.

L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famosobollettino, e insieme i suoi complici: e da unrapportodi lui,riservatissimo,[1251]sirileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'Antologia„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252]al Bologna, che ilbollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al cafféElvetico„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'Elveticoil cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253]al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzoneLa Parisienne. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254]che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255]di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia granderumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'Antologia, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256]al Bologna; e uno di essi diceva:

Evviva! Evviva! Oh gioia!Il Toscano Granducaè diventato il Boiadel Modenese Duca.

Evviva! Evviva! Oh gioia!

Il Toscano Granduca

è diventato il Boia

del Modenese Duca.

Un altro:[1257]

Alla mente Sovranadel sapiente Granduca di Toscanaè piaciuto vietar l'Antologia.E la ragion qual'è?Perché, contraria ai Re,trattò con poco onored'Austria e di Russia il sommo Imperatore.Non so chi nella testagli ha messo questi grilli.Doveva ben riflettereche mai l'Antologianon ha preso a curar degl'Imbecilli.

Alla mente Sovrana

del sapiente Granduca di Toscana

è piaciuto vietar l'Antologia.

E la ragion qual'è?

Perché, contraria ai Re,

trattò con poco onore

d'Austria e di Russia il sommo Imperatore.

Non so chi nella testa

gli ha messo questi grilli.

Doveva ben riflettere

che mai l'Antologia

non ha preso a curar degl'Imbecilli.

E il dí 1º d'aprile del 1833, il Chiarini scriveva[1258]al Bologna: “Si è fatta una composizione satirica dai liberali, e se ne procura la diffusione, copiandola da foglio a foglio in questa sera. Nella riunione dell'Elveticoquei giovani fanatici si sono tutti dati premura di copiare simile composizione. Eccone il testo:

Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti.Avviso.Si annunzia ai Fiorentinila nuova compagnia dei burattini.D'Austria l'Imperatoreè il capo direttore;Francesco, l'Assistente.I ministri, il Granduca, e la sua gentesono le piú perfettecare marionette.Il Pubblico a gradiresi prega, e intervenire,certo che si daran tutto l'impegnodi mostrarsi, quai son, teste di legno.E perché sul teatrosia comun l'allegria,daran per prima recitala soppressione dell'Antologia.

Il nuovo Teatro Nell'Imperiale e Reale Palazzo Pitti.

Avviso.

Si annunzia ai Fiorentinila nuova compagnia dei burattini.D'Austria l'Imperatoreè il capo direttore;Francesco, l'Assistente.I ministri, il Granduca, e la sua gentesono le piú perfettecare marionette.Il Pubblico a gradiresi prega, e intervenire,certo che si daran tutto l'impegnodi mostrarsi, quai son, teste di legno.E perché sul teatrosia comun l'allegria,daran per prima recitala soppressione dell'Antologia.

Si annunzia ai Fiorentini

la nuova compagnia dei burattini.

D'Austria l'Imperatore

è il capo direttore;

Francesco, l'Assistente.

I ministri, il Granduca, e la sua gente

sono le piú perfette

care marionette.

Il Pubblico a gradire

si prega, e intervenire,

certo che si daran tutto l'impegno

di mostrarsi, quai son, teste di legno.

E perché sul teatro

sia comun l'allegria,

daran per prima recita

la soppressione dell'Antologia.

L'attitudine della riunione — continuava il Chiarini — in conferire a voce sommessa ed in capannelli, aveva fatto nascere a chi non era inteso del segreto, che si trattasse da costoro di complottare per qualche disordine...„.[1259]

Il felice epigramma è giunto fino a noi legato al nome del Giusti: anzi, in qualche edizione delle poesie di lui, si rinviene con qualche lieve variante. Il Giusti lo pone[1260], è pur vero, tra le composizioni “fatte da altri„, e nella lettera ad Atto Vannucci protesta[1261]“piú specialmente„ che non gli appartiene: ma a me verrebbe gran voglia di non dare gran peso alla sua rinuncia, e perché nella lettera al Vannucciegli, gravemente infermo, mirava alla sua fama co 'l riconoscere per suoi soli que' versi che non gli paressero indegni; e perché il brano riferito dall'editore, è appena un abbozzo di prefazione (cosí che nulla ci vieta pensare che il Giusti avrebbe in séguito potuto prendere in collo anche quel “povero orfano vagabondo„); e perché, in fine, altre volte il poeta si schermí di avere dato la luce a' suoi proprî figliuoli. Al quale proposito rammento, che a me il professore Guido Mazzoni (godevo io ch'egli nell'idea mia convenisse), cortesemente mostrando un quadernetto ove erano da gran tempo raccolti molti versi del Giusti, in qualche parte diversi da quelli che furono poi pubblicati, e con istrofe e componimenti interi non noti; il Mazzoni additava, in sostegno della comune opinione, l'epigramma su l'Antologiariportato nel suo prezioso quaderno. Può questa, se vuolsi, non essere indiscutibile prova: io per me penso che al Giusti, cosí vicino a Firenze, non poté essere ignota la soppressione del giornale, e che que' versi non sono indegni di lui.

Poco dopo soppressa l'Antologia, una sottoscrizione fu fatta in Livorno per sovvenire a' bisogni degli stampatori della stamperia Pezzati; la quale soscrizione fruttò 423 lire: una ne fu fatta in Firenze, di 1500 paoli, dall'avvocato Salvagnoli, dal professore Zannetti, dal marchese Ridolfi e dal conte Guicciardini. Cosí che al Vieusseux “gli orfani dell'Antologia„ scrissero[1262]una lettera di affettuosa riconoscenza. E mentre in Firenze e fuor di Firenze, per essere notissimo a tutti e per le amicizie che aveva sincere, il Vieusseux otteneva ancora soccorsi a quelli cui per tanti anni aveva sostenuta la vita; mentre con segnichiari, ma a lui poco accetti perché nemico di ogni violenza, si manifestava in Toscana il dispetto per l'ordine del granduca; in un articolo intitolatoQuousque tandem, sgangheratamente laVoce della Veritàplaudiva[1263]al principe, che aveva saputo “a tempo ritirare le concessioni e i favori„, aveva “sapientemente operato, sopprimendo un pestifero giornale che, allacciatasi la giornea dottrinaria, scagliava mazzate da orbo in fatto di Religione, di politica e di morale„. E terminava: “Pazienza? anzi contentezza, anzi giubilo per parte di tutti gli onesti e sensati Toscani, che da buon tempo invocavano il rovesciamento di questa novella torricciuola di Babele, ed ora gridano, come noi, per conchiusione:Omnes gentes, plaudite manibus„.

Né sazia ancora, pochi dí appresso, in una sottoscrizione aperta in pro' de' bambini cinesi esposti a' cani, annunciava[1264]tra' soscrittori “Un fiorentino, ricco di miseria, in ringraziamento a Dio per la soppressaAntologia, e in riconoscenza al suo amatissimo sovrano, Ital. L. 7,50„: con la seguente lettera: “Quando lessi il vostro foglio n. 260 combinando nella mia testa le idee diMadri cinesi, diCani, diBambini, e quelle dei sinonimiAntologia, Collaboratori e Lettori inavveduti, dissi tra me: che diverso pensare!!! Il giornalista della Verità vuol far spendere delle somme per liberare dai morsi dei cani i Bambini Cinesi, e la grand'anima di Leopoldo II, senza farci spendere, anzi risparmiandoci spese, ha liberato noi e i nostri figliuoli dall'idrofobia, che ci cagionavano i morsi di quei cani arrabbiati che avete inteso„. Nella quale lettera, idrofoba veramente, non sarà certo sfuggito al lettore, che il maligno scrivente faceva nel suo pensieroe nella materiale disposizione delle parole, corrispondere allemadri Cinesi l'Antologia, la quale accogliva in sé i cani de'collaboratori, traendo in inganno ilettori inavveduticomebambini.

Non meno implacabile, laVoce della Ragione, temendo che per un pentimento improvviso il granduca revocasse il decreto, si affrettava a dire[1265]: “le smorfie di un pentimento bugiardo non deluderanno la saviezza di un monarca che ha consumata tutta la sua tolleranza...; il popolo piú gentile e piú buono d'Europa non sarà il trastullo e la vittima della cabala congiurata; il verdore delle fronde non garantirà quella pianta che alletta colla frescura dell'ombra e uccide col veleno dei frutti; e la spada dell'Unto di Dio non risparmierà i pingui armenti degli Amaleciti.Percute Amalec, et demolire universa eius„. E giorni dopo, malignamente insinuando che egli stesso, il Vieusseux, fosse l'autore del bollettino del 28 marzo (benché piú ancora malignamente dicesse che non intendeva addebitarne i compilatori del giornale), e di quel bollettino combattendo frase per frase, affermava[1266]che gli articoli dell'Antologia, originali, sembravano “un intrigo, un labirinto, o piuttosto un fumo o una nebbia che toglievano il lume dagli occhi e imbriacavano il cervello„; che larivista letterariaera “sommamente sospetta„ perché “non sempre i redattori avevano letto i libri dei quali davano ragione„; e che l'Antologia“serviva mirabilmente a propagare le seduzioni fra i popoli d'Italia, porgendo avvelenate e micidiali bevande in vasi ben dipinti e bene indorati„. Il che (e riprendevano una frase delbollettino) non parevache fosse “sostenere il lustro della letteratura italiana„. “Fortunatamente — continuava — l'Italia è piú lunga e piú larga della Toscana, e la questione presente si può accomodarla con le buone. L'Antologia, faccia il suo fagotto, e vada asostenere il lustroin qualche altra contrada. Se troverà buona accoglienza l'Italia non avrà perduto niente, e se nessuno la vorrà per le gambe sarà segno che era una di quelle proprietà che tutti si affrettano a gettare fuori di casa„. De' quali discorsi la conchiusione era questa: “Il giorno 26 marzo sarà sempre un giorno di lieta ricordanza per tutti i galantuomini; laVoce della Veritàanderà superba del suo trionfo„.

***

Lasciamo un poco i trionfi e le rauche grida di quelli, che il Gherardini ebbe di lí a poco a chiamare[1267]“la colonia degli Ostrogoti„, e guardiamo come in Italia e fuori si accogliesse la notizia della soppressione dell'Antologia.

Il dí 27 di marzo aveva il Vieusseux diretto agli associati unacircolare[1268]con che li informava delnon potere egli piú mandare il giornale, e neppure il fascicolo di gennaio, “già stampato e approvato„, né quello del febbraio, di cui la stampa era già “molto inoltrata„. Ma cosí saldamente diffusa era la fama della dolcezza del Governo toscano, e l'atto da esso compiuto cosí inaudito, che pochi in su 'l primo diedero fede alla triste novella. Alcuni pensarono[1269]che lo stesso granduca intendesse ridare la vita al giornale con nome mutato; i piú amavano credere temporanea sospensione ciò che era invece soppressione perpetua. “Io ho troppa buona idea del vostro governo — scriveva[1270]Lodovico Sauli al Vieusseux — per non isperare che, cessato dopo un po' di tempo l'umore sdegnoso, voglia concedervi la continuazione del vostro giornale„. Ma quando il dubbio divenne certezza, e ogni speranza disparve, dalle provincie, da tutte le città piccole e grandi, lontane e vicine, da Italiani e da stranieri, in privato ed in pubblico, si levò un grido solo di dolore e di sdegno. L'Antologianon era mai a scrittori e a lettori apparsa cosí utile e cosí importante, quanto dopo che l'ebbero perduta: simile all'albero grande, che piú grande appare all'occhio quando si distende reciso su 'l suolo, e del quale allora solo con grato rimpianto si ripensano i freschi susurri e le ombre amiche e il lieto pigolare de' nidi.

“Ciò che si prevedeva saggiamente nella vostra ultima lettera — scriveva[1271]il Cicognara al Vieusseux — è accaduto, non ostante le transazioni, approvazionied emende. Si voleva morta l'Antologia, che rimarrà immortale poiché ciò che resta la farà vivere nella memoria di tutti, e si vedrà che l'Italia ebbe un giornale di onoranda memoria„. Annunciando al Papadopoli il decreto granducale, “poveraAntologia— esclamava[1272]il Giordani — poveraAntologia, ch'era pur cosí mansueta!„. E il Gioberti diceva[1273]a Carlo Verga: “mi pesa che il duca di Modena abbia questo momentaneo trionfo„: e non se ne poteva dar pace se non pensando che l'atto “goffo e dispotico„ del granduca avrebbe compensato il danno prodotto sopprimendo l'Antologia, co 'l provare che il reggimento di Modena si allargava a poco a poco a tutte le parti della penisola, e co 'l pareggiare la sorte di Toscana alla comune miseria, e il suo principe agli altri tirannelli. Da Chieti Francesco Petroni, ancora dubitando della notizia ricevuta, “è poi vero, — chiedeva[1274]al Capponi — che il giornale dell'Antologiadi Firenze è stato soppresso?... È veramente una perdita tale soppressione, perché era il giornale piú indipendente che si pubblicasse in Italia„. Da Mantova Opprandino Arrivabene scriveva[1275]al Vieusseux, che letta la sua circolare del 27 marzo a Ferdinando Arrivabene, questi gli aveva risposto “piangendo: Questa sventura è italiana: questa sventura è il termometro del corso retrogrado che viene impresso alle nostre libertà„. Nella quale sentenza conveniva il Sismondi, quando,afflitto per la perdita dell'Antologia, diceva[1276]al Vieusseux: “non in questo tempo, in cui si chiudono le università e per conseguenza si dice al popolo: Tu farai a meno di medici, d'uomini di legge, di architetti, perché le scuole che li creano potrebbero creare altresí sapienti, i quali noi non vogliamo; non in questo tempo, ripeto, la vostra impresa poteva lasciarsi sussistere. Ora non vi resta altro di meglio, se non che far le viste d'essere morto„. Asseriva[1277]Urbano Lampredi, che la soppressione dell'Antologiagli aveva fatto provare lo stesso effetto che provò quando dal Canosa gli fu intimato lo sfratto da Napoli. In Torino il Mannu si dolse[1278]di quella perdita, come della perdita di una sua benefattrice; e da Parigi Terenzio Mamiani scriveva[1279]al Vieusseux parole di dolore, e insieme di rimpianto e di lode. “Della soppressione dell'Antologia— egli scriveva — mi dolgo e affliggo non tanto con voi, quanto con l'Italia nostra che perde in questo scritto periodico la sola via rimasta per conoscere i pensieri proprî e quelli del secolo. Né minore sarà il danno delle lettere: perché l'Antologiaaveva finalmente fatto sentire il bisogno di dar loro nerbo e vigor di sapienza. Mi godeva l'animo, mio caro Vieusseux, di scorgere ogni giorno piú chiaramente nella vostraAntologiaun principio di letteratura nazionale bella maschia e nuova, egualmente lontana dalla pedanteria classica e dalla licenza romantica. Non so ben dirvi quantotristo sentire ha qui fatto l'annunzio della soppressione, non pure fra i liberali, ma fra i diplomatici e gli uomini piú moderati e piú devoti dell'autorità. Consolatevi, mio buon amico, di qualche amarezza col testimonio del vostro nobilissimo animo. L'Italia che avete adottata per patria sente di avervi un obligo al quale risponderà durevolmente la gratitudine di tutti i suoi„.

Né in privato soltanto, né solo al Vieusseux furono dette parole di vero dolore; né queste tutte da amici gli vennero. Negli Stati stessi dell'Austria, laGazzetta eclettica di farmacia e chimica medicadi Verona, pubblicava[1280]due lettere, e le diceva “stampate nella infeliceAntologiadi Firenze, fascicolo di gennaio 1833 pag. 135, cui piú non lice comparire al pubblico„. Brevi parole coteste per certo, ma valgono un grande discorso. Con lode ilPoligrafo di Veronarammentava[1281]l'Antologia; e nella stessa Milano, ilNuovo Ricoglitorescriveva[1282]: “Noi ci dividiamo con dolore da quell'opera periodica che da dieci anni onorava la penisola; e tanto piú ne lamentiamo la cessazione perché era il solo porto a cui approdassero tutte le cognizioni d'ogni paese d'Italia, e d'onde venissero pure tutte spartite e fatte comuni ed universali. Resterà però dolce gratitudine negli amici per l'ottimo Vieusseux che lo promosse e sostenne, resterà sempre il primo decennio a sua gloria, che ormai né le inimicizie de' malevoli, né la fortuna avversa potranno torre dai fasti della nostra letteratura„.

piú chiaramente, e non meno sinceramente, si dolsero i giornali stranieri, benché il Vieusseux si adoprasse perché non ne facessero motto. “Sapendo chetali erano le vostre intenzioni, — gli scriveva[1283]il Libri da Parigi — e per evitarvi le molestie che potreste avere costà, cercai d'impedire che i giornali parlassero della soppressione dell'Antologia. Ma i miei sforzi riuscirono vani, perché da troppe parti erano qui giunte lettere che parlavano di questo avvenimento doloroso„. LaRevue des deux mondesinfatti affermava[1284]che il granduca di Toscana voleva che i suoi sudditi non avessero nulla da invidiare a quelli del suo vicino, il duca di Modena, e che d'un tratto egli si era posto all'altezza del suo modello. “Soppressione di giornali — continuava — di accademie, di scuole; destituzione di professori... tutto è piombato in un colpo solo su la Toscana. L'Antologia, il miglior giornale forse dell'Italia, è perita in questa gazzarra. Poi, quando un giorno o l'altro tremerà il suolo, gli autori di questi bei fatti saranno tutti sorpresi di trovarsi di fronte un popolo irritato. È una bella cosa, che la storia sia fecondissima d'insegnamenti!„. IlNationalgiudicava[1285]“arbitrario„ l'atto del granduca, e lo riteneva “prova... di un'assoluta condiscendenza alla volontà di certe grandi potenze, e alle voci de' sanfedisti (du parti-prètre), de' quali il duca di Modena si era fatto capo e rappresentante„. E atto “brutale, arbitrario„ chiamava[1286]il rescritto granducale ilSemaphordi Marsiglia (da que' di Modena definito[1287]“tipografia di tutte lecartocchiedei fuorusciti Italiani„); e giudicava l'Antologia“il solo giornale che potesse tenere l'Italia... al corrente del progresso de' lumi, e consolarla del dispotismo austriacoe locale„.L'Europe LittéraireeLe Tempsparlarono[1288]anch'essi della soppressione, non esitando a chiamare l'Antologia“uno de' migliori giornali di scienza e di lettere„: e laRevue enciclopédique[1289]notando del pari che l'Antologiaera “il miglior giornale d'Italia, il piú degno d'onore,... il solo in fine che riflettesse un poco il movimento sordo e occulto, ma sensibile, della famiglia italiana„, lamentava “l'atto brutale„ della sua soppressione, il quale faceva sí che il sovrano di Vienna non potesse lagnarsi della docilità del suo vassallo di Firenze. E in questo concorde co 'l Gioberti, stimava salutare a' Toscani quell'atto, perché li avrebbe convinti “che anch'essi sono membri della miseranda famiglia, e che la stessa mano che pesa su Napoli, Bologna, Milano, si è anche estesa su loro„.

Non mancarono, anche tra gl'Inglesi, giornali che deplorassero il fatto: brevemente narratolo, ilTimes[1290]non ristette dal chiamare il Vieusseux “l'ottimo direttore dell'Antologia„, e dal giudicarlo “un uomo a cui la letteratura e la scienza in Italia dovevano piú che a qualsiasi altro„. E altamente meravigliandosi che l'Antologia, dopo ottenuta l'approvazione censoria, fosse stata soppressa, con poche parole, come gl'Inglesi costumano, ma per questo tanto piú severe, diceva: “punire, dopo avere ottenuto l'approvazione censoria, dovrebbe essere una iniquità atroce: eppure l'Antologiaè stata soppressa„,

***

Questi plausi al giornale, non ricercati e, come si é visto, neppure desiderati, erano tuttavia di grandeconforto al Vieusseux: ma 998 fascicoli restavano del gennaio, e mille copie del primo, quarto e quinto foglio del fascicolo di febbraio; i quali, piú non potendo comparire alla luce, rappresentavano a lui non ricco una perdita effettiva di non meno che 3180 lire. Si rivolse[1291]egli dunque al Corsini, non per chiedere (cosí affermava) che gli si rendesse la facoltà di continuare la pubblicazione dell'Antologia, ma solo per reclamare contro l'effetto retroattivo della misura presa contro di lui, in quanto que' due fascicoli avevano ilvistodel censore; fiducioso che la giustizia dell'I. e R. Governo, oltre avergli prodotto la perdita del giornaledi sua proprietà, non gli lascierebbe sostenere la perdita delle spese vive incontrate. Non pregava egli, è pur vero, per l'Antologia, ma non poteva ristarsi dal rammentare con vero dolore al Corsini come dei timori suoi, in iscritto e a voce manifestatigli nel febbraio (che cioè il Governo pensasse sopprimere l'Antologia), egli lo confortasse esortandolo a persistere nella sua impresa, e assicurandolo che ogni sua diversa deliberazione sarebbe dispiaciuta a tutti, anche all'I. e R. Governo.

Il dí cinque d'aprile il Corsini chiamò[1292]ad udienza il Vieusseux; e dopo averlo avvertito che non poteva ricevere la sua dimanda inquella forma, lo pregò che facesse “in poche righe„ una supplica a S. A. I. e R., senza entrare “in tanti particolari„. Promise il Vieusseuxche volentieri farebbe, riducendo la sua domanda “alla piú semplice espressione„: “ma non mi pare — soggiunse, non senza un poco di meraviglia — non mi pare che la mia lettera contenga nulla di contrario al vero„. Al che il ministro rispose: “La sua lettera contiene proposizioni ch'io dovrei combattere, e... e... particolarmente in ciò che dice di aver perdutouna proprietà: che proprietà! che proprietà! Curare un giornale non è una proprietà: il Governo concede un permesso, poi gli piace di ritirarlo, e fa quel che vuole e che crede bene. Non è come se si trattasse di un campo preso per fare una strada, e che bisognerebbe pagare„. A queste parole, che bene rappresentano il Corsini e tutto il Governo toscano, nobilmente contradisse il Vieusseux, non so però, per dire il vero, con quanta speranza di contradirle con frutto. A ogni modo, pochi giorni dopo inviò al Corsini la supplica[1293], in poche righe come questi aveva consigliato, e ridotta alla piú semplice espressione, com'egli aveva promesso.

Accolse il granduca la dimanda del Vieusseux, e a Luigi Pezzati fu tosto dal commissario di Santo Spirito Gaetano Landi comunicato l'ordine[1294]di depositare negli archivi della presidenza del Buon Governo tutti i fascicoli del gennaio e febbraio, con la promessa che dalla cassa fiscale verrebbe pagato il costo, secondo i prezzi di associazione; verificato però che avessero l'imprimaturcensorio. Il giorno 14 di maggio il Pezzati depositava nell'ufficio del Commissariato di Santo Spirito 40 pacchi, contenenti 998 fascicoli delgennaio, e mille copie del primo, quarto, e quinto foglio del fascicolo di febbraio; valutandone il costo complessivo in lire 3746, che poi ridusse a 3376. Vollero però tenere conto fin della “cucitura dei fascicoli di gennaio non eseguita, e della stampa della coperta di ciascun esemplare„; cosí che il ragioniere fiscale scriveva al Presidente del Buon Governo, che, portate le sue “considerazioni sull'affare„, credeva la somma da darsi essere di lire 3369,12 soldi.

Il 22 di maggio ebbe infatti questa somma il Vieusseux, della quale lasciò regolare ricevuta[1295]: ma benché dovesse tutti consegnare i fascicoli, non volle però privarsi delle bozze di stampa del fascicolo di febbraio, né di un esemplare del numero di gennaio[1296]; il quale, salvato esso solo al naufragio, gli pareva[1297]per la sua estrema rarità “uno de' libri piú preziosi che esistano„.

Il giorno stesso in cui S. A. I. e R. il granduca pagava al Vieusseux l'indennità per i danni sofferti, il Presidente del Buon Governo misteriosamente scriveva[1298]al commissario di Santo Spirito:“In questa sera, quando ella possa combinare il modo del relativo trasporto, in ora già bruna, onde non richiamare osservazioni popolari, potrà ella spedire a questo dipartimento, con tali cautele da assicurare l'integrità dell'involucro, i pacchi contenenti i suddetti esemplari, per essere depositati e custoditi nell'archivio di cotesto dipartimento„. E poche ore dopo, Gaetano Landi rispondeva, ch'egli spediva tutti i numeri dei fascicoli di gennaio e febbraio “contenuti in una balla all'uso mercantile cucita con spago, incrociata da cordicella bianca, ed assicurata nelle tre annodature con altrettanti sigilli in cera rossa di Spagna... sovrapposti all'estremità di detta corda, ed a striscie di carta turchina...„.

Cosí finiva l'Antologia.

Per altre ragioni, singolare coincidenza!, in Francia finiva quasi nel tempo stesso la vitaLa Rivista Enciclopedica, ch'era stata ne' primi anni modello a Gian Pietro Vieusseux. Ma il suo direttore Marcantonio Jullien, non poteva certo dire del proprio giornale per rispetto alla Francia ciò che il Vieusseux avrebbe potuto del suo: che cioè l'Antologianacque, prosperò e giacque con le speranze d'Italia.

***

Il 23 di maggio del 1833 il Tommaséo brevemente scriveva[1299]: “Caro Vieusseux, Nel riconoscere pienamente saldato ogni conto antologico io vi ringrazio col cuore del passato, e desidero che con migliori auspizi s'incominci piú lieto cammino„. Povero Vieusseux! da dodici anni egli era là, nel suo studio al secondo piano, in quella stessa casa di dove in altritempi era uscita la face di lunga discordia, ma dove egli aveva portato pace fraterna; infaticabilmente operoso correggendo prove di stampa, leggendo articoli da inserire, altri sollecitandone da ogni parte d'Italia: ora frenando i suoi amici impetuosi, ora eccitando i restii; pieno tutta l'anima dell'opera sua, della suaAntologia, che era, quale egli la voleva,tutta nazionale, tale da adempiere il voto unanime degl'Italiani. E que' dodici anni erano stati per lui di lavoro perseverante, di sacrifici magnanimi, confortati da pure speranze. Ed ora tutto era finito, e quello che era stato era stato. Gli amici suoi, ringraziandolo, si sbandavano, costretti per vivere a offrire ad altri giornali l'opera loro; ed egli non poteva piú come prima soccorrere a' loro bisogni: l'Italia giaceva prostrata come mai per l'innanzi, e a lui avevano spezzato lo strumento che serviva per rianimarla.

Eppure, il Governo toscano aveva ancora timore del Vieusseux, cui altro non rimaneva se non il Gabinetto di lettura e ilGiornale Agrario; aveva ancora timore degli amici di lui. Non vo' ricordare come in Milano la Polizia attendesse[1300]il Tommaséo, pronta a fargli una “scrupolosa perquisizione„, con la certezza ch'egli sarebbe “carico di manoscritti ed altre carte forse perniciose„. Ma non è da tacere che nella stessa Firenze, il Vieusseux e gli amici suoi erano diligentemente sorvegliati e spiati. Anzi, non solo in Firenze, ma per gli ordini inviati dalla capitale, anco nell'altre città ne seguivano i passi, ne spiavano gliatti. Nel luglio del '33 si recava egli in Pescia co 'l Lambruschini; e il Vicario Regio scriveva[1301]sollecito, ch'egli, “conoscendo le massime ed i sentimenti di costoro, con tutta riservatezza e circospezione aveva fatto tener dietro alle loro mosse„. Il gabinetto era dalla Polizia ritenuto[1302]sempre “assai pericoloso„; e si doleva l'ispettore, che le precauzioni e le tenebre nelle quali si avvolgevano i frequentatori, fossero tali “da rendere disgraziatamente inutile e infruttuoso qualunque tentativo, anche ardito, si potesse fare dalla Polizia per scoprirli e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed iniqui maneggi„. Si giunse al punto, che le lettere del Vieusseux erano aperte, non di rado trattenute, cosí ch'egli pregava[1303]gli scrivessero con l'indirizzo L. Wolff. Il che dimostra quanto sinceramente S. E. Corsini gli dicesse[1304]“Oh! il Governo sa bene che Lei non è capace...„, e non terminava la frase, ma assentiva alle parole del Vieusseux che, nemico d'ogni violenza, affermava biasimare egli altamente certe manifestazioni imprudenti.

Ma se un grande dolore era per il Vieusseux l'avere perduto l'Antologia, ch'egli dopo passati dieci anni chiamava[1305]ancora “il grande pensiero dellasua vita„, tuttavia rammentandola con affettuoso rimpianto; s'egli con amarezza si vedeva cosí sospetto al Governo, egli che sentiva[1306]pura la sua coscienza da ogni altra cospirazione che non fosse quella che aveva per iscopo “lo sviluppo e il progresso dell'umanità con la diffusione saggia e continua de' lumi, con un nuovo sistema di educazione morale, religioso, civile, industriale, di tutte le classi povere ed infelici„; non per questo egli si sentiva scoraggiato o avvilito; non per questo poneva in pratica il consiglio datogli dall'amico Sismondi. Meglio chefare il morto, andava ripensando come potesse ridare la vita alla suaAntologia, come novamente tentare il bene: simile a un antico guerriero, che il giorno dopo la battaglia perduta si toglieva e posava la grave armatura per riforbirla, per assettarla, e rivestirla poi un'altra volta, con lo stesso coraggio di prima.

Soppressa l'Antologia, il suo primo pensiero — confessava[1307]anni dopo — fu partire per Parigi, e quivi continuare il suo giornale portando seco alcuni de' piú valenti collaboratori, e altri cercandone di nuovi tra gl'Italiani colà residenti. E in ciò non gli sarebbe mancato l'aiuto del Libri, che gli scriveva[1308]: “se mai foste nel caso di lasciare Firenze (lo che sarebbe un gran danno pel mio paese), e che voleste venire a stabilirvi in Parigi, posso accertarvi che tutto l'Istituto favorirebbe ogni vostra impresa„. Ma al Vieusseux mancavano i mezzi pecuniari per mettere in atto il suo divisamente, e non gli resse il cuore di sacrificareil suo gabinetto, ch'egli credeva[1309]“sempre utile all'Italia„. Il Capponi invece avrebbe voluto[1310]far rinascere in Piemonte l'Antologia, e con articoli e con tutti i mezzi possibili, sostenerla in quella misura di indipendenza che era là comportabile: né spiacque questo consiglio al Vieusseux, il quale, appunto in quel tempo, persuadeva al Pomba tentare l'impresa, scrivendogli[1311]: “Mio caro Pomba, l'Antologia, morta sulla sponda dell'Arno, bisogna farla rinascere sulle sponde della Dora. Abbiate l'energia necessaria, e farete sicuramente un buon affare: ed il Piemonte vi sarà grato per avergli dato infine un giornale nazionale originale; e l'Italia tutta vi ringrazierà per aver fatto risorgere un giornale che godeva, oso dirlo, della stima universale„.

Fece il Pomba le debite dimande per ottenere il permesso: ma S. M. “pose a dormire ogni cosa„[1312]. Eppure al Pomba avevano dato qualche non lieve speranza: “... sappiate — scriveva egli infatti al Vieusseux — sappiate che il nostro ottimo sovrano, prima che voi mi scriveste, e prima che nessuno ne parlasse, ma appena che seppe soppressa l'Antologia, esternò ad una persona che gli stava a fianco, dalla quale io stesso lo riseppi, che sarebbe stato bene di far qui un giornale letterario ora che mancava all'Italia l'Antologia; eppure ad onta di questa spontaneità del padrone, dopo maggiori riflessi, e dopo essersene parlato nel congresso dei ministri, si è deciso quanto vi hodetto„. Il che bene dimostra, che il far risorgere e il possedere un giornale come quello per tanti anni vissuto in Firenze, era stimata cosa onorevole, ma che pure il nome diAntologiafaceva troppa paura.

Parve allora al Vieusseux consiglio migliore dare alla luce in Firenze un giornaletto: e nell'aprile del '33 presentava al Corsini (con data del 10 gennaio), il primo numero, che serviva di manifesto, dell'Indicatore bibliografico italiano[1313]. “Impresa — diceva in esso il Vieusseux — che può non solo servire all'utilità dei librai, dei tipografi, e alla fama degli autori, ma può farsi vincolo di comunicazioni importanti tra il Piemonte, la Sardegna, la Liguria, il Regno Lombardo-Veneto, il Canton del Ticino, da un lato; dall'altro gli Stati Pontificî, Napoli, la Sicilia, Malta e la Corsica„. Non si presentava, è pur vero, questo giornale co 'l medesimo aspetto dell'Antologia, dovendo esso limitarsi a solo annunciare il titolo e il prezzo de' libri nuovi: ma il fine ne era lo stesso; era in entrambi lo stesso pensiero di stringere in un solo affetto tutte le Provincie italiane. E bene se ne avvide il Corsini, il quale scriveva[1314]al censore pregandolo dicesse al Vieusseux, che poteva essergli permessa sola “una nota indicatrice„ de' libri che si trovavano nel suo gabinetto, o che via via acquistava, ma non già la pubblicazione di un giornale bibliografico. “Allegri! — esclamava[1315]il Capponi, saputa questa notizia — allegri!Atene d'Italia! Ci rimane ilGiornale di Pisa(dico il Canosa) ed il Guadagnoli„.

Dolente della ripulsa, ma non vinto tuttavia, pensò allora il Vieusseux ridare in Milano la vita alla suaAntologia: e a ciò anche il Centofanti lo esortava[1316], rammentandogli che “la censura austriaca sarebbe meno difficile„: la qual cosa, per dire il vero, non torna in lode del Governo toscano. Certo[1317]però il Vieusseux, che co 'l titolo istesso non gli verrebbe consentito, voleva dare al risorto giornale quello diFenice, co 'l motto significativo:


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