II.

Il palazzo Ateni, dove l’Érmoli era diretto, si eleva freddo e bigio nel pomposo e bizzarro stile di quel secolo XVIII, che à scherzato fanciullescamente col classicismo come con un balocco, appena dopo il maestoso palazzo Trivulzio, all’inizio di via Amedei.

È una casa a due piani dalle finestre altissime, che s’aprono su balconcini ricurvi, riparati da ringhiere in ferro assai rabescate: nel mezzo del piano della casa, tra due colonne doriche piuttosto tozze, sta la gran porta lunata recante sul colmo dell’arco lo stemma gentilizio della famiglia Ateni, tutto corroso dal tempo: gli architravi delle finestre sono molto rilevati, a triangolo greco, recante nei timpani la conchiglia rococò.

Lavictoriadell’Érmoli s’arrestò d’avanti alla porta del palazzo, e un usciere, in grave livrea, che su la soglia s’accarezzava i favoriti fulvi, si levò rispettosamente il cappello. Paolo discese dalla carrozza con sollecitudine, attraversò l’atrio e la portineria, percorse i due brani di scale quasi a corsa, giunse anelante all’uscio dell’appartamento di Fulvia Ateni. Un servo gli aperse, e senza parlare l’introdusse in un piccolo salotto, ammobigliato con finissimo gusto, quello dove Fulvia soleva passare le sue giornate, leggendo.

Paolo, col cuore in tumulto, sedette in una di quelle poltroncine doppie a spalliere opponentisi, che sembran fatte apposta per un colloquio d’amore. Nell’aspettazione ansiosa scorse un libro sul tavolino d’ebano a intarsio di madreperla, e inavvertitamente lo prese e ne lesse il titolo:Le crime et le châtimentdi Théodor Dostojewsky.

Con un atto brusco lo rigettò sul tavolino, avendo cura che ricadesse col frontispizio rivolto verso il piano. “Ecco un titolo stupido!„ mormorò poi rabbiosamente, e cercò di pensare ad altro: ma quelle parole lette a caso in una tale circostanza gli si incisero crudelmente nel cervello, come fossero state impresse da un ferro rovente.

Un fruscìo di vesti annunziò in quel punto l’avvicinarsi della donna amata; l’Érmoli s’alzò in piedi: la portiera persiana si sollevò e nell’angolo curvo si disegnò la imponente bellezza di Fulvia, come un’apparizione fantastica.

Ella era tutta nera, in un tenebroso abito di velluto, che ne disegnava a pena le forme su l’oscurità della porta. La flessuosità del bel corpo un po’ opulento in quel nero a riflessi pavonazzi aveva un non so che di vaporoso, di notturno, come di parvenza allucinatoria, da cui la bianchezza del volto e dell’inizio del collo usciva sinistramente, quasi staccata, isolata nello spazio.

Più in basso, sopra la curva del seno un’altra luce rompeva l’ombra grave: il fulgore d’un fermaglio prezioso a forma di stella, unico giojello che donna Fulvia usava di portare sempre con sé.

Il moto ritmico del seno suscitava nel giojello astrale dei lampi subitanei, come delle scintille elettriche.

—Fulvia!—mormorò il giovine, con un sospiro profondo, appena la vide.

Fulvia sorrise. Egli s’appressò con umile atto a lei, verso l’uscio, dov’ella era rimasta come inquadrata in una cornice, e le cadde ai piedi lentamente, dolcemente, quasi gli mancassero le forze.

Fulvia rimase alquanto indecisa, poi s’inchinò su lui, abbandonò la portiera che ricadde dietro la sua testa e gli tuffò le mani nei capelli bruni e copiosi, senza parlare, rapidamente, con un moto di passione selvaggia. Gli occhi chiari si chiusero un poco, e le labbra s’atteggiarono a un sorriso tenue, sùbito spento.

—Mia Fulvia,—ripeté con un filo di voce l’amante; e non si mosse, gustando il piacevole contatto di quelle mani adorate sul capo.

—È tanto tempo che t’aspetto!—ella disse, finalmente.

Paolo s’alzò in piedi, la guardò a lungo, ma ella lo fissò con una tale insistenza ch’egli dovette infine abbassare involontariamente lo sguardo; allora le prese la mano, la portò alle labbra, ne baciò le dita lungamente: poi la trascinò con dolce violenza a sedere su la poltroncina doppia, presso di lui; e rimasero a lungo silenziosi, uno presso all’altra, palpitando.

—Bella conversazione!—esclamò ad un tratto donna Fulvia, prorompendo in una risatina secca, nervosa.

Egli la guardò, attonito.

—Non ài dunque nulla da dirmi?—chiese ella sottovoce.

—Al contrario: tante cose...

—Belle, imagino.

—Belle.

—Forse che mi ami, non è vero?

Paolo accennò di sì col capo, sorridendo appena.

—Potessi crederti!...—mormorò Fulvia, e fissò gli sguardi d’avanti a sé nel vuoto.

—Ne dubiti, forse?... E come? E perché? Ma da mesi io non consacro le ore più belle della mia vita a questo amore, che riempie tutto il mio pensiero, come tutto il mio cuore? No: non t’amo soltanto, Fulvia; io sento in me qualche cosa di più nobile dell’amore, e di più grande: molti uomini sanno amare sapendo d’esser corrisposti: ma io non ti amerei meno (e ti ò già amata così!) senza una sola speranza, col cieco fanatismo di un fachiro indiano, per dedicarti disperato e sprezzato le mie disperazioni e i miei tormenti. Lo credi?

Fulvia sorrise a questo slancio esagerato di passione, scotendo adorabilmente la testa bruna in atto di dolce denegazione.

—Non credi?—riprese Paolo, corrucciato alquanto, come un fanciullo contrariato in una sua ingenua espansione.

—Se non ti credessi, sarei qui ad ascoltarti? Ma le tue parole ànno le ali, e volano di là del tuo pensiero. Non protestare, Paolo: a me basta che tu m’ami come tu dici che molti uomini sanno amare: poiché, vedi? io voglio comprendere il tuo amore, e, se questo è quale tu mi vai professando, mi sfugge e m’abbandona; la mia povera anima feminile non lo sa raggiungere e non lo può capire.

L’Érmoli, mentr’ella parlava con quella sua voce un po’ bassa, modulata e cosìpastosa ch’era un dolce riposo per l’udito, le guardava le mani quasi livide, agitate da un tremito strano, spasmodico, e le cui dita, forse troppo lunghe, sembravan molestate come da sensazioni eccessive.

—Io ti amerò, come vorrai!—soggiunse Paolo pianamente, con umiltà dolce, non alzando gli occhi, che attraeva irresistibilmente quell’inesplicabile mobilità delle mani.

Fulvia, ebbe a quelle parole un impeto di passione così subitaneo e violento da sembrar quasi simulato, e si protese verso lui:

—Allora mi amerai molto,—gli susurrò all’orecchio,—molto, e non avrai segreti per la tua Fulvia... È vero che non avrai per me dei segreti?—ripeté con ansia dolorosa, avvicinandoglisi ancor più.

Paolo levò gli occhi attoniti, per vedere se nell’espressione di lei potesse afferrare il senso arcano di quella domanda importuna. Ma trovò così splendidamente bello e vivido il suo volto, che il breve e ingiustificato sospetto si trasformò tosto nel suo pensiero in una deliziosa sensazione d’amore.

—Come siete bella!—esclamò, dimenticando l’inchiesta di Fulvia. (Eran le parole medesime ch’egli aveva più volte mormorate nell’orecchio di lei, scherzosamente, quando non teneva ancora una speranza di conquistarla!)

Ella s’oscurò in volto, come allora: sembrò le passasse su la fronte una nube di tristezza, e si trasse indietro con un atto sdegnoso, fissandolo cupamente.

—Che ài?—le chiese l’Érmoli.

—Nulla.

—Perché allora t’allontani da me?

—Io ti piaccio, ma tu non mi ami,—rispose freddamente Fulvia, sempre fissandolo. Questa era la sua frase obligata, quando voleva affliggerlo senza dire il pensiero recondito che moveva il suo dispetto.

Paolo non rispose: le avvinghiò le mani avidamente, gliele coperse di baci: quindi tentò di attirarla a sé, protendendosi verso di lei per baciarle il volto; ma ella rigidamente si sciolse dalle sue strette, gli mormorò un:

—Lasciami!—gelido e aspro e si levò lentamente in piedi.

Quello di strano che v’era in quel cambiamento subitaneo di contegno era l’espressione aspra di contrattura, presa dai lineamenti, e la luce fosca degli occhi che tradivano una viva lotta interna. Paolo non comprese; la seguì con losguardo pieno di stupore, quand’ella si recò d’avanti a uno specchio e finse d’acconciarsi la capigliatura; poi, quando, sempre allontanandosi da lui, andò a sedere su un lettuccio a spalliera in un angolo del salotto: in fine con dolorosa sommissione mormorò:

—Perché sei così cattiva? Che cosa ti ò detto per far così?

Fulvia non rispose: egli si alzò, e, giungendo le mani in atto d’implorazione, le si appressò rapidamente:

—Per carità, Fulvia! Che cos’ài?—le gridò.

—Tu non mi ami, Paolo.

—T’amo più della vita!—rispose calorosamente, in uno slancio fittizio d’entusiasmo,—e qui, a’ tuoi piedi, vorrei morire piuttosto che scorgere più a lungo sul tuo volto quell’espressione d’indifferenza sdegnosa. Guardami, Fulvia, guardami negli occhi, e vedi se non ti adoro...—e poiché ella taceva e non lo guardava ancora, le si precipitò ai piedi e le abbracciò le ginocchia:—Via... non far così: Fulvia, guardami!...

La donna ebbe a queste parole un lieve sorriso di compiacenza forzata, e gli porse la mano per sollevarlo: egli si alzò e sedette ancor tremante presso di lei, sul lettuccio.

—Fanciullo!—ella mormorò infine pietosamente,—tu abusi della mia pietà, perché sai che non so vederti soffrire...

A queste parole egli pure sorrise e si calmò come per incanto.

—Io non abuserei della tua pietà se tu non abusassi del mio amore,—susurrò poi con accento infantile; e si protese verso di lei che non si mosse e le baciò la fronte. Ma quel bacio loesaltò: sentì l’alito di lei tiepido su le carni, e un irrefrenabile desiderio lo assalse: allungò le braccia, strinse nelle mani il volto morbido dell’amata, cadde su lei, le impresse su le labbra tre, quattro baci ardenti, quindi un lieve morso voluttuoso.

—No, no, Paolo! Che fai?... Finiscila,—gridava Fulvia, un po’ scherzosa, poi un po’ irritata, sotto le sue carezze.

Egli pareva non udirla; eccitato anzi dalla resistenza, la stringeva vie più forte a sé, inveiva vie più forte su di lei con i baci.

—Ma è troppo presto, fanciullo... Lasciami!—disse, scoppiando in una risata stridula, donna Fulvia.

E con un rapido moto di tutta la persona si tolse dalla stretta di Paolo, si levò in piedi, mentr’egli, esausto ebeato, s’abbandonava inerte contro la spalliera del lettuccio.

Paolo rimase così, con gli occhi chiusi e un gran sorriso su la bocca. Essa lo guardò un istante curiosamente, poi, di un balzo, fuggì dal salotto per la porta ond’era entrata. Quand’egli s’avvide cheellaera scomparsa, s’alzò, corse difilato all’uscio per inseguirla, sollevò rapidamente la portiera, si trovò d’avanti ai battenti chiusi a chiave.

—Ah, cattiva!... apri... apri...—implorò, tentando di smuover l’uscio con delle scosse, battendo con le dita nel legno.

Ma durante i suoi vani sforzi, un passo secco e avvicinantesi risuonò nella sala vicina; l’Érmoli si volse irritato per vedere chi s’avanzasse, e su la soglia scorse il servitore che l’aveva introdotto.

—Che vuoi?—gli chiese bruscamente.

Si sarebbe detto che costui ridesse dentro di sé, all’atteggiamento solenne e diplomatico di tutta la persona, che aveva assunto al conspetto dell’Érmoli.

—Che vuoi?—ripeté Paolo più veemente, poiché l’altro non rispose.

—La signora contessa m’incarica d’avvertirla che stasera la aspetta un po’ prima dell’ora convenuta; verso le sei, sei e mezza.

—Va bene!—brontolò Paolo, alzando le spalle irritato.

Raccolse il cappello e la mazza, deposti su una sedia nell’entrare, e precedette il servo per l’appartamento silenzioso, dove l’ombra stessa gli pareva piena d’ironia.

Uscì come ebbro; discese le scale in preda a un’agitazione crescente, si trovònella via. Di tutta la scena con Fulvia non ricordava che il titolo del libro che aveva visto sul tavolino d’ebano intarsiato, e l’oscura domanda di lei:

“È vero che non avrai per me dei segreti?„

S’incamminò, senza volerlo, verso la Galleria.

La piazza Sant’Alessandro era piena di luce: la chiesa ergeva le sue due torri basse e la sua cupola tonda sul cielo diafano e stendeva la sua gradinata al sole. Dal palazzo del Ginnasio si riversava il fiotto chiassoso degli studenti che uscivan dalle lezioni, come un’orda barbarica di piccoli uomini invadente nella calma pomeridiana l’assopita città. Con simpatica foga essi sostavano alquanto d’innanzi alla porta della scuola, raccolti a gruppi, a capannelli, o distesi in fila lungo i muri; discorrevano ad alta voce, discutevano animatamente, riempivan l’aria di trilli vivaci, di risa, di schiamazzi: poi quella folla irrequieta di giovinetti e di fanciulli, carichi di libri, si disperdeva a poco a poco nelle vie circonvicine, portando seco quella gajezza spensierata e romorosa, che da lontano mandava ancora tutt’intorno, affievolite, le parole alte e le risa argentine, come ripercosse da un’eco.

Paolo si trovò senz’accorgersi in mezzo a quell’onda giovenile che lo incalzava da ogni parte, e dovette soffermarsi alquanto per lasciarla passare. “Fanciullo!„ pensò, ricordando l’inflessione stessa di voce con la quale Fulvia gli aveva rivolto la parola. “Eccone alcuniforse meno fanciulli di me!„ Come poi gli ritornava alla mente simile a un uggioso ritornello, l’impressione angosciosa causatagli daLe crime et le châtimentdel Dostojewsky sul tavolino di Fulvia: “Mi piacerebbe sapere„ continuò “che specie di commozione ò provata trovando quel libro nel salotto di Fulvia. Paura, forse. Paura?... Ma di che? Del castigo?... Ma di qual castigo?—È inutile: l’eredità dei pregiudizi è più forte di noi e, spesse volte, le più sciocche idee ne conquidono la ragione, e ne l’offuscano, quando meno ce l’attendiamo. Siamo ancora imbevuti della falsa morale dei nostri padri, timorosi del buon Dio, e quando non si à tempo per ragionare, istintivamente si sragiona. O’ avuto paura, questo è certo: ò provato presso a poco uno di quei panici che ci sorprendon violenti e inesplicabili, allorché, rivolgendoci, ci troviamo dietro di noi qualcuno che non ci si aspettava, fosse egli pure il più caro dei nostri amici. Dopo, appena vinta la prima commozione, si ride allegramente di quegli spaventi intempestivi. Perché dunque non dovrei ridere io pure del mio?„

L’Érmoli scosse le spalle e procedette più spedito, come si fosse levato un peso che lo aggravasse.

“E la domanda di Fulvia quanti torbidi sospetti mi à suscitati, ed uno più ingiustificabile dell’altro! Eppure non era forse una delle solite domande vuote di significati, che rivolgon le donne amanti quando non sanno più altro che dire?„

“—Miamerai molto... non avrai per me dei segreti...—Frasi fatte, luoghi comuni dei discorsi d’amore, primi sintomi dell’immancabile gelosia... In somma parole senza sottintesi oscuri, senzaocculte intenzioni, assolutamente!...„ Così egli si diceva, discendendo a passi lenti la popolosa via Torino verso la Piazza del Duomo. E parevagli d’esser calmo, libero d’ogni inquietudine, sicuro di sé stesso come sempre.

Eppure un’intima, profondissima molestia persisteva sotto la tranquillità superficiale del suo spirito.—In verità, il contegno di Fulvia con lui non era mai stato dei più chiari e dei più conseguenti. Ella l’amava, veracemente l’amava; nessun dubbio su ciò. Troppo egli l’aveva vista accasciarsi e struggersi per le sue dimenticanze, e durante i periodi di frigidità che a intervalli lo rendevan duro e ostile verso di lei! Troppa gioja aveva egli sorpresa in quegli occhi chiari, su quella bocca sinuosa e ardente, per quelle mobilissime linee del viso, a’ suoi arrivi inaspettati, a’ suoi ritorni lungamente attesi, alle sue attenzioni e sollecitudini veramente sincere!

Come mai però in due lunghi anni, dacché era incominciata la loro platonica intesa, dacché era scomparso nel silenzio del nulla Diego Rebeschi—il rivale invincibile—, come mai ella non aveva mai avuto un istante d’intero abbandono, non aveva mai voluto un contatto materiale con lui, anche il più innocente, s’era chiusa nella sua fede amorosa come in una rocca impenetrabile? Tanta castità, tanto sdegno del senso, tanta irritabilità nervosa ai contatti, eran dunque naturali in lei? E poteva ella essere stata così anche col marito, anche con Diego?

Queste e consimili domande Paolo s’era già fatte le mille volte, e non aveva saputo trovare ad esse una spiegazione che lo sodisfacesse; poiché egli avevaanzi conosciuto dalle fraterne confidenze del cugino che donna Fulvia era appassionata, tenera, inestinguibile ne’ suoi ardori. Poteva forse aver mentito il cugino, per una malsana vanità d’amante? No. Egli sapeva per lunga consuetudine che Diego non era affatto vanitoso e possedeva la bella franchezza degli uomini semplici e mediocri. Dunque era con lui, era a lui solo ch’ella riserbava quel contegno, quasi di vergine intangibile? E perché?

Ahi, molte volte la risposta non voluta, la risposta temuta e repugnante era balenata nel suo pensiero, quasi una fosca rivelazione: “Fulvia mi ama, ma à orrore di me. Ella sospetta, ella forse saogni cosa!„ Questa risposta però era sempre stata rigettata sdegnosamente da lui poiché la giudicava assurda, ignobile, stupida.

Ed anche questa volta,—com’essa sorse spontanea, naturale, logica nel suo pensiero—, fu sùbito respinta indietro, bruscamente. Rimase però, nascosta nel fondo dell’essere, pronta a risorgere, vigile, impaziente, minacciosa, nell’aspettazion della prossima ora definitiva.

Così pensando e torturandosi, Paolo aveva percorso l’intera via Torino ed era giunto su la Piazza del Duomo. All’aprirsi del largo egli si fermò un istante ad osservare quel formicolare d’uomini in mezzo al via vai multicolore delle carrozze, degli omnibus, delle tranvie, quell’agitazione quasi affannosa della vita urbana che si condensa nel centro d’una grande città: poi, trovandosi in quei paraggi popolosi che gli ricordavan le abitudini della sua vita quotidiana, riprese a poco a poco, senz’accorgersi, la suaindifferenza leggermente sarcastica d’uomo di società, e con passo più rapido si diresse verso i Portici Settentrionali dove sperava d’incontrare qualche amico, o, per usare la sua frase abituale, qualche “seccatore„.

Non era giunto allo sbocco della Galleria che avea già trovato quel che cercava: aveva preso sotto il braccio il commendator Mariani, che veniva in direzione opposta alla sua, e lo trascinava verso il corso Vittorio Emanuele a viva forza.

—Mi piacerebbe sapere perché i tuoi capelli diventano tutti i giorni più neri!—gli diceva, ridendo con foga.

Il Mariani, abituato a camminar lentamente per il peso degli anni, a stento dissimulati, e del ventre rigonfio, sbuffava come un mantice, dovendo tener dietro al passo spedito dell’Érmoli.

—Piano! gli gridava.—È stato abolito il corso forzoso, ma questa è una vera corsa forzosa. Io devo andare a casa.

—Spìcciati, tartaruga, ché ò fretta: ti offro il vermouth alBar, e spero non vorrai darmi il dispiacere d’un rifiuto: devo pranzar presto, se voglio arrivare in tempo a prender moglie.

—Ah! sicuro, oggi prendi moglie! Non me ne ricordavo più,—esclamò stupefatto il commendatore, accelerando il passo;—in tal caso non voglio darti altro dispiacere: ti seguo.

Giunsero all’American Bar, e vi trovarono il Serbelli, il Levi e Giorgio Alboè, ritornato la mattina da un fortunoso viaggio in Oriente.

L’Érmoliofferse la bibita a tutti, chiacchierò alquanto con gli amici di cose varie e indifferenti, chiese qualche impressione del suo viaggio all’Alboè, poi finse d’uscir fuori per vedere un po’ la passeggiata elegante del pomeriggio, e, senza salutar nessuno, attraversò il Corso per dirigersi a casa.

Rientrando nella sua camera, in quel lusso amico, dove da quindici mesi si cullava nel sogno lusinghiero della felicità,—dopo il repentino mutamento di condizioni, dalla miseria alla dovizia—, Paolo, alcune ore prima di raggiungere uno de’ suoi più ardenti desideri ambiziosi, fu ripreso dal corso di pensieri lieti della mattina che gli avvenimenti della giornata avevan solo interrotto.

Dopo aver chiesto a Enrico se tutto fosse pronto per la partenza, l’Érmoli si mutò d’abito, si vestì da viaggio, poi si fece portare i giornali della sera, e accomodatosi in una poltrona a sdrajo si diede a scorrerne qualcuno.

La sua mente però volava e non gli permetteva di fissare l’attenzione alla lettura: gli occhi scorrevano su le linee dell’articolo di fondo delTempo, ma la sensazione ottica si tramutava a stento in idea e le idee non concatenate dalla memoria si succedevan senza nesso e svanivano come gocce luminose pioventi a intervalli nelle tenebre senza rischiararle.

“Che cosa ò letto io?„ si chiese Paolo, giunto al primo asterisco dell’articolo. “Chi sa? Non mi ricordo una sola parola di questa colonna di stampa: si vede che dev’essere molto interessante per lasciare una così profonda impressione. D’altra parte io non so che cosa possa trovare in questi giornali d’attraente: né perché mi sia messo a leggere.„ Lasciò cader su i ginocchi ilTempoe s’abbandonò tutto alla piena della suaesaltazione psichica, a quella vaga polifonia di pensieri e di sentimenti piacevoli che spontanea si sviluppava nel suo spirito. Si distinguevano infatti in essa, armonicamente combinati, due motivi assai dissimili; uno energico e descrittivo, all’inizio più imponente, come un allegro vivace volante per l’orchestra con ritmo giocondo e balzante, che esprimeva la gioja della vittoria; l’altro melodioso e soavissimo che lento si svolgeva sopra quell’allegro furoreggiante, e, da prima fievole e come lontano, s’avvicinava man mano e cresceva d’intensità, finché, affievolendosi il primo a sua volta e perdendosi, prendeva il predominio e s’allargava maestosamente nell’orchestra intiera, trionfale e gaudioso: il motivo d’amore. Paolo, in quella dolce alternativa di commozioni, aveva dimenticato totalmente la realità; era rimasto così immobile lungo tempo, gli occhi perduti nel vuoto e come ciechi, i sensi addormentati in un letargo profondo, la fantasia sola volante nel libero mondo dei sogni di là del probabile e del possibile, di queste due muraglie insormontabili entro cui si dibatte affannosa tutta l’attività umana.

L’ora che batté all’orologio a pendolo, tichettante monotono nella sua camera, lo scosse: eran le cinque. S’alzò in fretta, e uscì per pranzare.

Al Cova alcuni vecchi gentiluomini, abituati a prendere a quell’ora la solita bibita stimolante, discorrevano della caduta inaspettata del Ministero Crispi, ed altri dei progressi scenici d’una Tersicore su la via della celebrità; l’Érmoli sedette solo a un tavolino appartato, e ordinò al cameriere di servirlo in fretta. Poco dopo entrò dalla parte della pasticceria l’avvocato Maddaloni, il suo testimone, alto, dalla barba un po’ brizzolata, vestito severamente di nero; e gli si avvicinò. Paolo si levò sorridendo e lo salutò con affettuoso rispetto.

—T’aspettavo!—gli disse l’Érmoli, offrendogli una sedia.

—Lo credo,—soggiunse il nuovo venuto, rifiutandola con un atto della mano.—Allora è alle sette?

—Sì, alle sette precise.

—Va bene: mi troverò per quell’ora al Municipio.

—Come, non vieni da Fulvia con me?

—Non posso; ò un abboccamento, al quale non debbo mancare, proprio adesso alle sei. Ci vediamo fra un’ora.

—Va bene. Arrivederci.

Il Maddaloni uscì salutando a pena con un cenno del capo.

L’Érmoli pagò il conto e ordinò di chiamargli una carrozza publica da Piazza della Scala. Poco dopo egli era diretto di nuovo alla casa dell’amata, d’onde, insieme con lei e con i pochi congiunti prossimissimi (Paolo s’era decisamente rifiutato a dare una qualunque publicità alla cerimonia) sarebbe andato al Municipio per la celebrazione delle nozze.

Fulvia ricevette Paolo cordialmente allegra: quando sentì nell’anticamera la sua voce, corse ridendo fin su la sogliadella sala, gli prese le due mani, e lo condusse, tenendogliele sempre strette, fino al divano, dove sedeva una signora belloccia ancora e vivacissima, una cugina di lei.

—Marchesa!—disse Paolo, inchinandosi leggermente.

—Or mai, cugino, mi farete il favore di smettere questo titolo uggioso per chiamarmi semplicemente Giovanna!—strillò la piccola signora Argenti.

—Come vi piace!—soggiunse l’Érmoli, e le baciò galantemente la mano inguantata ch’ella gli stese. Poi si volse a Fulvia:

—E il duca?—domandò.

—Il duca?... Che vuoi che ne sappia? Non è ancor venuto, ma non potrà tardare. Sai che arriva sempre un momento dopo dell’ora fissata.

—Bel sistema!—mormorò Paolo.

—È il suo, e tanto basta!

L’Ateni vestiva un semplice ma elegantissimo abito da viaggio e non portava un sol giojello. Era più pallida del solito, e gli occhi le brillavano come avesse pianto.

—E l’avvocato Maddaloni che dovevi condûr teco?—domandò Fulvia.

—Verrà direttamente al Municipio.

Un suono di campanello annunziò in quel punto il duca d’Alavo.

La scena indifferente, quegli spettatori importuni della sua felicità, la prossima cerimonia ufficiale indisposero l’Érmoli: egli aborriva da tutto quel convenzionalismo di forme che pur doveva riconoscere indispensabile. Se avesse potuto rimandare al domani quello ch’egli da mesi agognava ardentemente, lo avrebbe fatto senza dubbio. A un tratto divenne triste e taciturno: andò a sedersi in una poltroncina discosta dal gruppo delle due signore e del d’Alavo, prese un albo di fotografie e si pose a sfogliarlo.

In una delle prime pagine lo colpì il ritratto di Diego Rebeschi, la sua vittima: egli lo fissò lungamente in preda a una morbosa curiosità. Non v’era però nulla di doloroso né di pauroso in quello sguardo: lo fissava per un inesplicabile desiderio di ricostruzione ideale della personalità di lui; e quella fotografia nitida, che riproduceva il volto pallido di Diego in un istante d’attenzion naturale, riusciva perfettamente allo scopo. Egli lo vedeva vivo e parlante in quel ritratto, e la marea delle memorie, per quell’illusione sensitiva, ascendeva lenta e travolgente nel suo spirito mal sicuro ad appartarlo tragicamente nel passato: e Paolo ricordava quando il Rebeschi, malato in fil di vita, gli aveva mostrato, commosso dalle sue cure fraterne, il testamento prezioso nel quale lo eleggeva suo erede universale: poi la convalescenza di Diego, poi la violenta passione di lui per Fulvia, poi il prorompere della sua cupa e silenziosa gelosia, dell’odio atroce per il cugino, della paura delittuosa di vedersi tutto sfuggire dopo aver tanto sperato. E ripensava quando il Rebeschi, guarito e felice, partì con la giovine vedova, con quella donna ch’egli avea così vanamente desiderata durante lunghi anni, per quel viaggio idiliaco in Isvizzera; e infine il ritorno degli amanti, la conoscenza per un caso fortuito che il testamento antico esisteva sempre: l’idea, la lotta disperata con la propria sensibilità e con i vieti preconcetti morali, per imporsi la forza d’agire, e poi... l’azione (era poi stata azione?),il delitto, l’impunità sicura e gloriosa!

Un attimo, un unico attimo era bastato ad eseguire il suo piano diabolico! Si sarebbe potuto credere che il destino avesse congiurato insieme con lui per sopprimere l’uomo importuno; quand’egli, là su l’altura solitaria di Nirano, aveva visto Diego spingersi su l’orlo fatale, oscillare, cadere nella immane pozza di fango del vulcanetto, aveva pensato sùbito che una Volontà superiore fosse intervenuta ad ajutare la sua incerta volontà. Ed egli l’aveva freddamente lasciato perire, sordo e impassibile alle grida disperate, ai cenni mostruosi di soccorso che gli rivolgeva il morituro!

Ecco, la memoria precisa del fatto rinasceva adesso in Paolo d’avanti all’effigie del cugino, nell’ora prossima al raggiungimento “finale„ del suo Scopo, con una singolare evidenza di particolari:—Egli rivedeva l’onda dei colli Emiliani, sotto il sole formidabile: una pallida successione di dossetti brulli, senz’alberi, segnati a lunghi intervalli dalle cupe macchie degli arbusti spinosi. Egli rivedeva l’insidiosa conca dei vulcanetti di fango, d’un color livido, senza un ciuffo d’erba, tempestata di monticoli umidicci, specie di pustole fredde stillanti un denso liquor di cenere. Egli rivedeva sul cielo infiammato il volo sollecito degli uccelli migratori, che gittavan le grida di richiamo ai dispersi dell’aria, fuggendo senza posa la plaga inospitale. Egli rivedeva infine l’orrida statua d’argilla, ch’era uscita per ben due volte dalla pozza, dopo la caduta di Diego; una mano levata nel vuoto e supplichevole, l’altra mano aggrappata all’orlo viscido dell’abisso che si scalfiva e si sfondava nell’inutile stretta.

Tutte queste terribili cose egli rivedeva, distintamente, come in un sogno, d’avanti al ritratto smunto della prima sua vittima; e rivedeva anche (più terribile d’ogni altra imagine!) la gran faccia rossa e spaurita di Gianni Vesta, il rozzo compagno di caccia del cugino Diego, quello ch’egli aveva lasciato cinicamente accusare e la Giustizia degli uomini aveva ritenuto colpevole e condannato,—nel momento della iniqua e altosonante sentenza!

“Sono innocente„ aveva egli mormorato, abbassando lo sguardo a terra; ed era partito barcollando tra i carabinieri impassibili, per la disperata solitudine della cella carceraria!...

—Che ài?—gli chiese con affetto Fulvia, avvicinandoglisi.

—Nulla,—le rispose seccamente Paolo, scotendosi, gittando l’albo su la tavola.

—Mi sembri triste.

—E come non dovrei esserlo?—borbottò egli sottovoce.

Ella non comprese.

—Sei crucciato forse con me, per averti oggi lasciato solo? Ma cominciavi a far l’impertinente, e mi pareva un po’ presto.

Fulvia disse queste parole con tanta grazia e con un tremito di voce così soave, ch’egli ne fu profondamente commosso.

—Oh! no, con te non son crucciato!—mormorò Paolo, guardandola appassionatamente.

Fulvia gli sorrise e si allontanò. Quel breve dialogo affettuoso bastò a esilarare lo spirito rabbujato dell’Érmoli: come sempre, la voce di lei gli aveva suscitato nell’animo quell’ineffabile senso d’amore che tutto lo trasformava; eglila seguì con lo sguardo, malinconicamente, e provò nel cuore, guardandola, una strana delizia.

—Ohe! ragazzi,—gridò il duca, col suo fare paterno,—sarà bene incamminarci.

—È vero! Sono le sei e cinquanta!—disse l’Argenti, dopo aver guardato l’orologio piccolissimo.

—Andiamo pure!—esclamò Fulvia, tentando invano di reprimere un profondo sospiro.

Paolo s’alzò senza parlare; ajutò la signora Argenti a indossare la magnifica mantiglia, e uscì per il primo dalla sala.

Alla porta eran ferme due carrozze chiuse, quella dell’Ateni e quella del d’Alavo.

—Quattro in due carrozze,—disse questi,—bisognerà dividerci.

—Sicuro. Vada lei con Fulvia, duca,—gli gridò Paolo:—io e la marchesa approfittiamo della sua.

Quando l’Érmoli fu solo coll’Argenti, questa si affrettò a dirgli con la sua voce acuta e studiata di donnina galante che à parecchi anni da farsi perdonare:

—Cugino ostinato, voi non volete dunque chiamarmi assolutamente col mio nome...

—È vero—egli mormorò—scusatemi; perché, vi confesso, sono un po’ turbato...

L’Argenti lo guardò con istupore, non potendo capire quel turbamento in Paolo Érmoli: ma, non volendo importunarlo con una domanda, prudentemente tacque. Siccome poi egli pure taceva ed ella non era abituata al silenzio, cominciò a parlare leggermente, saltando da un argomento all’altro con la volubilità el’amabilità delle signore solite a sostenere una conversazione da salotto; parlava ancora mentre la carrozza si fermava in piazza San Fedele alla porta del palazzo Marino.

Il Serbelli e l’avvocato Maddaloni, che avevan già salutato Fulvia e il duca, si fecero incontro a lei, e il Serbelli le offerse il braccio per entrare nel Municipio. La comitiva indugiò alquanto nell’atrio, discorrendo; fuori alcuni popolani s’eran fermati, curiosi di quel matrimonio signorile e senza alcuna pompa, ad un’ora insolita, e spingevan dentro gli sguardi ricercando in vano il bianco abbigliamento della sposa.

Per togliersi a quella curiosità plebea, Paolo sollecitò perché si entrasse nella sala delle cerimonie; e vi si trovò già in aspettazione l’assessore incaricato.

Questi salutò il d’Alavo amico suo, poi il Maddaloni ch’era consigliere comunale; quindi s’incominciò la cerimonia nuziale. Essa fu celebrata in mezzo al silenzio malinconico dei presenti: la voce nasale dell’assessore, mentre leggeva gli articoli del codice, risonava triste e monotona nella sala, risvegliando i cupi e prolungati echi delle vòlte. Paolo sembrava seccato, Fulvia commossa. Alla domanda sacramentale se fossero contenti di sposare, l’Érmoli rispose in fretta “sì„, come a un importuno che volesse levarsi d’intorno; ella prima di rispondere parve perplessa un istante, poi pronunciò un “sì„ energico e rapido che gli echi mormorarono a lungo. Quando Fulvia firmò, la sua mano tremava come durante il colloquio della giornata con Paolo.

Uscirono, e nell’atrio si scambiarono i saluti e gli auguri. La sposa con apparente gajezza, ringraziando, strinse affabilmente la mano agli uomini che le sciorinavano dei madrigali comuni, poi abbracciò e baciò la marchesa che le susurrò all’orecchio forse qualche parola audace da farla ridere e arrossire insieme.

Paolo e Fulvia salirono finalmente nellalorocarrozza, fra le due ale ingrossate dei curiosi, che ammiravano l’avvenenza superba di lei, mormorando; e con un ultimo saluto dagli sportelli, partirono diretti alla stazione.

La solitudine con la donna adorata, la fulgida prospettiva del piacere, fors’anche il pensiero d’aver condotto a termine quell’odiosa cerimonia, rianimarono Paolo: egli prese affettuosamente la mano di Fulvia e la trasse alle labbra. Ma sentendola agitata da quel tremito nervoso che prima aveva già osservato e spiegato con la commozione del momento:

—Perché tremi così, Fulvia?—le chiese.

—O’ freddo!—ella rispose semplicemente.

Egli non dubitò: le cinse le spalle con un braccio e la trasse a sé così dolcemente, che Fulvia non fece un atto di resistenza e gli cadde col capo sul petto. L’Érmoli prese allora uno scialle e ve l’avvolse accuratamente fino al collo: poi le ridomandò:

—Ài freddo ancora, così?

—No,—mormorò Fulvia, ma non smise di tremare.

Allora l’idea cupa attraversò il suo cervello: “Ella mi ama, ma à orrore di me! Ella sospetta fors’anche saogni cosa.„—“Debolezze!... Atavismo!... Ciò che nessuno sa e nessuno può sapere, è come non fosse mai avvenuto!„ egli pensò sùbito.

Ritacquero.

Ora Paolo si sentiva invadere lentamente da un’onda di beatitudine, e fremeva odorando quel sottile e noto profumo di lei, che riempiva la piccola stanza d’un’aria molle e voluttuosa, come quella d’una serra in primavera. Al suo pensiero ritornavano alcune parole di Teofilo Gautier:En amour souvent un fiacre vaut un bosquet de Cythère, e sorrideva di compiacenza e di orgoglio.

Quando furono nelcoupériservato del treno diretto a Como, Fulvia, che sembrava stanca, si coricò su i cuscini, appoggiando la testa al petto di Paolo, e parve s’addormentasse; non dormì però mai. Egli si chinò una volta verso di lei e la baciò leggermente su una guancia, ma Fulvia non fece un movimento, non aperse neppur gli occhi.

Egli s’abbandonò allora al suo pensiero: “Ecco il Premio!Questa donna non sarebbe mai stata mia ed io l’ò voluta e l’ò avuta. Io esco dalla lotta per riposare la mia testa stanca sul seno di lei, e posso incidere sul mio scudo il motto:nec spe nec metu: perché non ò più nulla da sperare, e non ò da temere che dalla mia conscienza, ed essa tace e tacerà, perché è salda, emancipata dei preconcetti volgari, ignara delle paure ereditarie.„

Un lampo d’entusiasmo lo abbagliò: in quel silenzio notturno, che il boato sordo del treno corrente rendeva tragico e solenne, il suo spirito s’allargava, sì che gli pareva di signoreggiare quell’oscuro regno del Mistero con la potenza fatale del suo genio: oh! sì, egli eraben signore dell’Universo in quella sera fortunata, poiché il dispregio suo colpiva l’umanità intera, ed egli teneva una donna, tutta sua, che il pregiudizio di casta gli avrebbe contesa; egli possedeva una ricchezza, che aveva in onta alle leggi carpita; egli manteneva intatta e incontrastata la sua riputazione, che a dispetto degli uomini e delle sue azioni aveva saputa conservare. Era una luminosa vittoria contro la Società quella ch’ei celebrava, e la corona trionfale—eccola!...

Egli reclinò gli occhi, e rimase a lungo fissando le chiome un po’ scomposte di Fulvia, quelle maravigliose chiome che avrebbero inondato il candore dell’origliere nuziale, obliose e notturne come le acque del Lete.


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