Il lago tetro e nero simile a una gran pozza di pece stagnante, tra le forme indecise dei monti, mandava dei foschi riflessi. Sotto gli obliqui raggi della luna, già al tramonto, Como, nell’anfiteatro basso de’ suoi colli, scintillava per una infinità di lumi, e pioveva nell’acqua morta lunghe strisce d’oro a pena ondulate, che parevano, succedendosi regolarmente, un colonnato moresco, sostegno paradossale della città addormentata su i liquidi abissi. Le lontananzeopposte, come annebbiate dalla luce lunare, disegnavano un paesaggio desolato tra le erte e chiuse pendici, che soltanto a lunghi tratti il malinconico luccicare di qualche lume perduto interrompeva.
Paolo e Fulvia eran già arrivati alla loro villa in Borgovico, una villa pallida e sontuosa, ereditata anch’essa dal cugino Rebeschi, e s’eran ritirati nelle loro stanze.
Paolo, solo, svestitosi degli abiti da viaggio e indossata una serica camicia da notte, nella trascurata eleganza, con cui si voleva presentare nella camera di sua moglie, fumava alla finestra una sigaretta, gli sguardi smarriti nella notte. Ora si sentiva stanco e svogliato: quella spossatezza che assale coloro i quali, dotati d’eccessiva imaginazione, àn troppo a lungo stancato con essa un desiderio, s’impadroniva di lui proprionel momento in cui era presso a sodisfarlo.
Ne’ suoi pensieri involontarî una sorda tristezza ondeggiava. Egli non ne poteva trovare la cagione, poiché questa era appunto laddove egli meno lo sospettava: nella sicurezza del prossimo e inevitabile sodisfacimento. Ancora: l’imprevedibilità degli episodî, omai imminenti, di quella notte tanto sospirata (il primo entrare nella stanza di Fulvia, le prime parole, come si sarebbe appressato a lei, come l’avrebbe posseduta, come l’avrebbe lasciata, quel complesso di piccole scene, che si rappresentano ma non si posson preparare), deprimeva da un altro lato vie più il suo spirito, e gli toglieva ogni impulso per varcare la breve soglia ond’era da lei diviso. La facoltà d’amplificar le imagini delle impressioni, propria dei temperamenti lirici,aveva su di lui un potere dissolvente eccezionale: egli si trovava continuamente in balìa a un’alternativa incessante di speranze eccessive e di esagerati scoraggiamenti; le quali speranze lo accompagnavan costantemente fino al momento dell’azione, e gli scoraggiamenti lo assalivan quand’egli proprio si trovava nell’assoluta necessità d’operare. Così l’azione riusciva di solito fiacca o disordinata, e il più delle volte susseguiva a questa un abbattimento morale per l’insuccesso, dal quale non si poteva riavere che ideando altre e più fantastiche prove.
Allor che, anche senza suo merito, ma per il valido concorso delle circostanze, otteneva il successo preveduto,—per lo stupore s’abbandonava a un’esaltazione così iperbolica, che il suo pazzo amor proprio e la sua smodata ambizionelo riconducevan ben presto a maggiori e più acerbe delusioni. E questa disperata legge era stata la costante di tutta la sua vita!
Appoggiato al davanzale, la sigaretta ormai spenta tra le labbra aride, egli guardava in giro per il paesaggio notturno, ma spesso non s’accorgeva di vedere: solo di quando in quando la sensazione si faceva consciente, ed allora egli assorbiva da quella serenità una malinconia obliosa e indefinita, che gli dava un senso di pesante riposo: il suo spirito s’aggravava in quel mondo silenzioso e oscuro, e gli pareva di concepire l’istante come non avesse più alcun legame né con l’istante passato, né con l’istante avvenire.
Ma la realità lo richiamava presto a’ suoi pensieri: “Che faceva Fulvia, mentre egli indugiava così, aspettando unimpulso? Si sarebbe svestita? Forse si sarebbe già coricata nel gran letto di palissandro profumato, su cui ridea quella testa di fauno ch’egli ben conosceva? L’attendeva ella ansiosa? Oh! Era indegna di lui quella titubanza puerile,—di lui ch’era stato così forte e che aveva così intensamente desiderato il corpo di quella donna!„ Bisognava varcare quella porta socchiusa e null’altro; e pure non sapeva decidersi a varcarla.
Egli per ispronarsi tentava d’imaginare il piacere che poteva ripromettersi da quella notte d’amore; e la dolce imagine gli si dissolveva tosto nelle piccole ma delicate difficoltà, che avrebbe dovuto vincere per procurarselo. Egli si sforzava a raccogliere tutti i ricordi della dolce passione, grazie alla quale da più di sei mesi avea potuto del tutto assopire la disperata sua smania dell’impossibile, e appena riusciva a rievocare qualche desiderio, che in quel momento gli pareva passato e spento; a riandare dei timori, che, in quell’istante come non mai, sentiva giganti e prepotenti nell’animo.
“L’amava ella? L’aveva amato? Chi lo poteva accertare? Egli no; assolutamente no. Fulvia era stata così strana e così mutevole con lui che qualche volta perfino gli era passato il dubbio ch’ella fingesse l’amore. Ma perché fingere?„ Questo dubbio altre volte solo accennato, sorgeva durante l’indugio, con terribili apparenze di verisimiglianza: il fatto medesimo di non aver chiesto lei, così scrupolosa per il passato nella sua fede cristiana, la celebrazione del matrimonio religioso (fatto che altre volte egli aveva sostenuto come salda prova di fiducia e di grande amore per lui), testimoniavaora contro questa stessa fiducia e questo stesso amore. “Ella non l’amava!„ Egli concludeva la sua meditazione con questa frase desolata, e la concludeva così freddamente, apaticamente come tutto ciò non dovesse per nulla riguardarlo. Una freddezza, quasi ostile, contro Fulvia, sottentrava a poco a poco alla infinita tenerezza di prima. Era così anche questa volta, come sempre: all’istante di conquistare un pallio, corso con immenso ardore, egli si lasciava sorprendere dalla stanchezza e dalla malavoglia e s’arrestava sfiduciato. Il Piacere era per lui, come l’ombra sua: lo vedeva vicino finché non lo poteva raggiungere e gli scompariva allorché stava per agguantarlo.
E come e quanto egli aveva amata e desiderata quella donna! Da anni egli ne aveva ideato la conquista, ma comeun sogno irrealizzabile, che si architetta nella mente pel puro compiacimento d’imaginare l’impossibile; l’aveva desiderata fin da quando la prima volta l’aveva vista al braccio di Diego ad un ballo, in un voluttuoso abbigliamento chiaro da cui prorompevano squisite carnosità del molle colore dell’avorio antico. La contessa Ateni quella sera, tra gli uomini assiepati intorno, passava sotto gli sguardi gravidi d’ammirazione, di bramosia, d’invidia, altera e indifferente come una dea. Ed egli, siccome gli parve delle altre più impeccabile, non la poté più scordare. Poi, dopo d’allora, l’aveva seguita a lungo, forse involontariamente, senza una speranza e senza pure un’illusione, pago e contento di godere quel poco che a tutti può concedere una bella donna: qualche stretta di mano, qualche sorriso, qualche invito,un quarto d’ora di dilettantismo galante, uno sguardo. Diego Rebeschi pareva amatissimo dalla giovine vedova: poneva in lei una fiducia senza limiti. Per la incitazione amichevole del cugino, Paolo la poteva frequentare con certa assiduità; ed era realmente superbo di trascinar la sua miseria ben dissimulata in mezzo al lusso raffinato di quella casa signorile. Poi il cugino era affogato, lassù, durante una partita di caccia, nella voragine di fango, e Paolo aveva avuto la sodisfazione d’essere accolto tra la sottile schiera dei confortatori col Serbelli, con l’Albenza, con due o tre altri intimi di casa. Glisembròallora per la prima volta che Fulvia potesse in un giorno vicino o lontano, corrispondergli: egli era in un momento di auge: i suoi articoli sulProgresso, articoli audaci, brillanti, popolari, gli avevano creato una certa celebrità,di cui per qualche giorno poté accontentarsi. Sperò e non fu deluso. Con la morte del Rebeschi,—mortevoluta—egli ereditò una cospicua fortuna, e poco dopo il sogno de’ suoi tempi di abjezione si vide per un caso singolarissimo splendidamente e repentinamente avverato.
Fulvia era sua. La inarrivabile dama, che gli era apparsa per la prima volta in una festa da ballo, l’attendeva discinta dietro quell’uscio socchiuso: egli non doveva fare che due soli passi, ed era presso di lei, signore e amante suo; due soli passi,—ma Paolo esitava a farli, forse ancheaveva pauradi farli.
Le chiese di Como sonarono una dopo l’altra, lentamente, le dodici: quello squillo secco e prolungato di campane nel silenzio notturno aveva un non so che di tragico e di solenne, che scosse Paolodal suo tedio e dalla sua immobilità: gli parve un richiamo, venutogli dal di fuori, alle convenienze del momento ch’egli aveva dimenticate; quasi un rimprovero della notte per la sua miserabile impotenza ad afferrare anche quell’occasione di piacere, a sentire, fosse pure un attimo, l’impulso della Materia, la voce della Natura, il richiamo semplice e grande della sessualità.
Si levò in piedi: aveva negli occhi una luce fredda, vitrea; il volto era pallido: le labbra contratte; i lineamenti atteggiati a un’insensibilità orribile. Egli aveva, in quell’ora di crudele irresolutezza, sofferto assai più che i suoi pensieri desolati non avessero potuto farlo soffrire: assai più ch’egli medesimo non sapesse! Si fregò gli occhi, si stirò, come si svegliasse allora da un pesante letargo, e pronunciando la parola “Andiamo„,forse per raccogliere quel brandello di volontà che gli rimaneva, s’avviò verso la stanza di sua moglie.
Aperse pianamente l’uscio, rialzò la cortina, non senza un resto di titubanza, e spinse l’occhio nella ricca camera che, per la lampada a smeriglio giallo, languiva in una soave penombra d’oro.
Il letto era vuoto, e ancora intatto: in torno nulla indicava che una signora era entrata per passarvi la notte; né, per quanto egli girasse lo sguardo, gli era dato di scorgere il cappello, il velo, la mantiglia di Fulvia.
Impensierito, s’avanzò d’un passo nella camera. Nessuno! Era vuota, né si sarebbe detto che alcuno mai fosse stato, al freddo ordine che vi regnava. Solo il fauno al sommo del capezzale, sotto il padiglione azzurro, gli gittava in volto il suo ghigno scurrile di scherno, cosìcome gli era apparso quand’era venuto per la prima volta, pieno l’animo d’invidia e di rancore, a trovare in villa il dovizioso cugino.
Paolo si soffermò alquanto in mezzo alla camera, con gli occhi al suolo e la fronte corrugata da una molesta idea: poi, quasi lo avesse spinto una divinazione, si slanciò verso la finestra che rimaneva nascosta dal copioso panneggiato delle tende, rialzò queste con un rapido movimento, e si trovò a faccia a faccia con Fulvia, tutta abbigliata come quando erano discesi dalla carrozza, col velo bruno ancora steso sul bellissimo volto.
—Che fai lì?—chiese con voce un po’ tremante l’Érmoli.
Fulvia che lo fissava, mormorò:
—Nulla. T’aspettavo.
—Così?
—Così.
Paolo tentò un sorriso, che si decompose tosto in una smorfia nervosa.
—Perché mai?—chiese dopo una pausa.
Fulvia non rispose: non alzò pure gli occhi.
—Ti senti forse male?
Ella fece cenno di no. Paolo corrugò la fronte, quasi la domanda, che prima le avea fatta, si fosse rivolta importuna contro di lui: e con voce più dolce riprese:
—Mi son fatto forse troppo attendere?
Fulvia lo riguardò; ma questa volta con atto di stupore; poi scosse la testa, e disse a voce ben chiara:
—Non so. Non ricordo neanche da quanto tempo io sia qui, a questa finestra.
—È mezzanotte.
—Mezzanotte?!...
Paolo le prese le mani inguantate: la trasse così dolcemente in camera: ella non reagì, si lasciò da lui trascinare passivamente, e non ritirò, finché la tenda ricadde dietro di loro, le sue mani da quelle di Paolo.
—Non ti levi il cappello?... i guanti?...
—Sì.
Fulvia s’avvicinò allo specchio, dove si tolse lentamente il tocco di lontra, la ricca mantiglia e i lunghissimi guanti di Svezia; poi ravviò alquanto i capelli, mentre Paolo in silenzio, curiosamente, la guardava. In fine si volse, e, nell’eletto abito di seta scozzese, dalle larghe maniche fluttuanti, che le modellava superbamente la taglia slanciata del corpo, rimase ritta incontro a lui, con le mani intrecciate dietro il dorso, quasi in atto di sfida.
In altra disposizione d’animo, l’Érmoli le sarebbe già caduto ai piedi, implorando la spiegazione di quello strano suo contegno; ma in quel momento, egli soggiogato ancora dai sentimenti di poc’anzi, non si mosse e s’accontentò di fissarla a sua volta freddamente.
Dentro di lui era un’impassibilità lucida e quasi burlesca. Quella donna, ritta tragicamente in mezzo alla camera, quella donnasua, incontestabilmentesua, che lo sfidava, gli parve grottesca e ridicola.—Il solito dubbio si disegnò nel suo pensiero, come l’ipotesi più plausibile di quel bizzarro atteggiamento di Fulvia; ma senz’alcuna apparenza paurosa o minacciosa. S’ella anche sospettava la Verità, (come e perché egli non sapeva), un tal sospetto doveva essere in lei cosìfragile, (poichénon sostenuto da alcuna prova materiale), che sarebberbastate poche sue parole per distruggerlo in un colpo. L’ora di spiegarsi fra di loro era venuta? Tanto meglio. Paolo si sentiva pronto ad affrontare la situazione con tutte le forze preziose del suo spirito.
—Paolo...—cominciò Fulvia, incoraggita da quella sua freddezza—io vorrei parlarti...
L’Érmoli a queste parole divenne ancor più pallido di quel che già era; ma non tentò un sol movimento, nella sua dura impassibilità.
—Che cosa?... Parla,—egli disse, poiché ella rimaneva interdetta a guardarlo.
—Ascoltami. Io sono tua moglie, se non ancora in faccia a Dio, in faccia agli uomini: sarò tua, te lo giuro... sarò tua—ripeté—ma ora... ora, non voglio... non posso...
L’Érmoli fece un atto di stupore.
—Non chiedermene il perché,—soggiunse Fulvia subitamente;—verrà giorno che lo saprai, fors’anche presto... ma ora, se mi ami davvero come tu dici, devi rispettare questo mio desiderio... devi rispettarlo... Bada che da questo momento dipende tutta la felicità del nostro avvenire!...
—Sì, sì,—interruppe con sarcasmo Paolo;—non è affatto necessario che tu insista così; perché, te lo accerto, non v’è pericolo alcuno ch’io t’usi anche la benché minima violenza morale. Io lo rispetterò. Solo vorrei conoscere prima d’uscir di qui perché ài tu accettato di sposarmi quando sapevi di dovermi preparare questa niente gustosa scena conjugale per la prima notte di matrimonio. E questo me lo dirai. Non è vero che me lo dirai?
Ella lo guardò, maravigliata di quel tono di voce aspro e sarcastico che non aveva mai udito dalla sua bocca: e le contrazioni delle labbra di lui, che volevan simulare un brutto sorriso, la fecero istintivamente fremere. Si fece forza, e rispose con energia, agitando alquanto la bella testa:
—Sì, sùbito. Perché t’amavo.
—E allora?...—domandò l’Érmoli, sorridendo.
Poi soggiunse, ironicamente:
—Ah! è vero, questo non te lo devo chiedere. Lo sapròungiorno, fors’anche presto, ma ora non puoi, non vuoi... È vero!
Fece l’atto di uscire: ella quello di parlare, ma né l’uno si mosse, né l’altra disse motto. Rimasero alcun tempo silenziosi, non osando pur di guardarsi, seguendo ciascuno il corso deipropripensieri. Paolo, sempre pallidissimo, ma senza un fremito, risaliva la torbida corrente del suo passato: Fulvia, agitata e convulsa, discendeva in vece quella misteriosa del suo avvenire, e soffocava a stento la voce del cuore che già le parlava dolcemente di quell’uomo forse scellerato.
Alfine Paolo alzò gli occhi verso di lei, la guardò con le pupille dilatate e fisse:
—Infine io avrei oggi il diritto di farti parlare. Il tuo contegno verso di me è stato sempre così strano e inesplicabile che anche prima d’ora, oh! molte volte avrei voluto chiedertene il motivo: ma i tuoi occhi eran così belli che l’inchiesta mi moriva sempre su le labbra sopraffatta dalle parole passionate. Che cos’ài? Che cosa pensi di me? Chi si frappone, come uno spettro, fra te e l’amor tuo? Io non so, non trovo... Soche in sei mesi dacché sono il tuo fidanzato non ò avuto da te un sol bacio; che oggi, tuo marito, mi vedo respinto dalla camera nuziale, senza una ragione plausibile, per un motivo misterioso che mi manifesterai forseungiorno, se me lo manifesterai... Ora, dimmi, confessalo: non ò il diritto il domandarti che cosa celi mai nell’anima tua per me, se è odio, ribrezzo, timore, diffidenza o che cosa di peggio ancora; e di esigere anche una franca, un’aperta risposta?... In tutto questo tempo ài tu potuto dubitare un solo istante del mio affetto? Non t’ò io dato tutte le prove, ond’era capace, per convincerti che fuor di te nulla mi sorrideva al mondo? Oh! Io sono molto mutato da che t’ò conosciuta!... Ebbene per l’amor mio, che tu devi ormai giustamente apprezzare, parla, Fulvia, aprimi alfine la tua anima;qualunque cosa tu richiederai poi da me, ti giuro d’obedirti, come obedivo la mia povera mamma... Ma ora parla...
L’Érmoli si era commosso profondamente, parlando.
Spesso gli avveniva d’intenerirsi così alle sue proprie parole, fin’anche alle lacrime, a causa del subitaneo immedesimarsi de’ suoi sentimenti con la significazione esagerata delle sue parole.
—Ah! no, è impossibile!...—balbettò Fulvia, come parlasse fra sé.
Paolo le si appressò, la prese per le spalle e con accento passionato:
—Perché? Perché, Fulvia?...—le chiese.
—Perché è impossibile!...
—Impossibile, no. Tu parlerai... tu devi parlare. Io non posso rimanere sotto il peso di questo mistero... In nome di Dio, ti supplico di parlare.
Fulvia, a queste ultime parole, si tolse bruscamente a lui, indietreggiò due passi, lo guardò con una strana e forte espressione, come lo volesse dominare con gli occhi:
—Vuoi dunque ch’io parli?—disse.
—Sì.
—Posso io affidarmi alla tua lealtà, qualunque cosa ti domandi?
—Sì...
—Qualunque colpa ti ricordi?
—Che cosa vuoi dire?
—Rispondi: qualunque colpa io ti ricordi?
—Sì, sì, per l’onor mio; ma, in nome del cielo, parla alfine...
Fulvia si appoggiò al muro con le spalle.
—Diego... Diego...—cominciò ella, ma la piena della commozione le vietò tosto di seguitare; Paolo ridivenne a untratto freddo come dianzi, la fissò sicuramente, e:
—Diego? Che cosa?—domandò con la voce dura.
Fulvia alzò gli occhi luccicanti, tentò ripetutamente di parlare, poi vedendo di non riuscire, s’abbandonò, spossata, sopra una sedia, il capo fra le mani tremanti, la gola strozzata da un singhiozzo.
L’Érmoli, imperturbabile, aspettò ch’ella si riavesse da quell’accasciamento improvviso, poi riprese con un sogghigno:
—È per essere fedele alla memoria sua che mi ti sei contrastata così?
—Ah! no, ascolta: non insultare. Ormai ti devo dir tutto: tu l’ài voluto... Ascoltami: non m’insultare. Io ò sospettato...
—Che cosa?
—... di te...
—Di me?!...
Fulvia si levò in piedi.
—Sì, di te, di te. Oh! Dimmi ora che non è vero, dimmi che tu non sei stato... che tu sei innocente... Dimmelo!...
—Ma io non ti capisco!—esclamò Paolo, guardandola calmo, tranquillo, sicuro.
Soggiunse poi, dopo una pausa, con voce severa, aggrottando le sopracciglia:
—Tu ài sospettato di me, per Diego?
—Sì,—mormorò Fulvia, timidamente.
—Ài supposto forse che io...?!—riprese Paolo con maggior forza.
Fulvia accennò a pena col capo, affermando.
—Ah, Fulvia!...
Fu un grido di minaccia, fiero e sdegnoso, che uscì dal petto del giovine,—un grido che parve quello d’un’anima sinceramente e profondamente offesa!
—Tutte, tutte uguali voi donne! Imbevute delle più assurde romanticherie, aperte ad ogni più oltraggioso sospetto, vili, ipocrite, maligne!... Dimmi dunque: dimmi: come ài potuto sospettare di me? E perché ài sospettato così? Quali indizî ài avuti? Chi fu il tristo che t’istillò nel capo il dubbio odioso?... Dillo dunque, dillo!... E perché ài taciuto fino ad oggi? Perché m’ài accolto e lusingato, se nudrivi nel tuo cuore un così torbido concetto di me? Perché?... Dillo, via; dillo!... Taci, eh? Non ài da dire una parola in tua giustificazione?!... Io lo capisco. Tu non ài avuto indizî; nessuno ti à ispirato quel sospetto, perché nessuno avrebbe osato anche di pensare una cosa simile! Sei stata tu sola che ài concepito il sospetto, che l’ài covato, e conservato gelosamente in te, come una tua preziosa creatura! “Io ero povero,non è vero? O’ ereditato da un parente ricco un’ingente fortuna, non è vero? Sono io che l’ò ucciso! È naturale! È logico! È ovvio che sia stato così!„
Disse anche, con accento d’amaro rimprovero, con la voce tremula e fioca:
—Ah, Fulvia, io non so se potrò mai dimenticare questo terribile momento della mia vita, non so se potrò mai un giorno perdonartelo... Per ora, addio!—E, così dicendo, si rivolse sdegnato per uscire.
Fulvia l’aveva ascoltato, senza muoversi, gli occhi bassi verso il suolo, il seno agitato da un anelito profondo e frequente. Pallida dalla commozione, ella bevve le sue frasi più che non le udì: erano ben le discolpe aspettate, agognate, volute dall’anima sua quelle che Paolo proclamava così nella notte propizia! Ah, quel dubbio nefasto, insinuato in lei dauna lettera d’ignoto, nudrito poi nel cervello per due anni,—che l’amore non aveva potuto estirpare dalle radici, che la bocca non aveva mai osato proferire!... Finalmente era distrutto, rinnegato, gittato nell’abisso tenebroso, ond’era uscito! Come, come ella avrebbe potuto ancora dubitare, se Paolo affermava ciò ch’ella proprio desiderava?
—Férmati!—gridò, stendendo le mani verso l’amato, come implorando.
Egli s’arrestò; si volse; la vide, e comprese tutto. Ella gli andò incontro con gli occhi pieni di luce e le braccia aperte.
—Ah! Paolo mio, come il mondo è malvagio,—mormorò appassionatamente; e gli prese i polsi, e si diede a baciargli le dita a lungo, prona, curva d’avanti a lui, come volesse, ella orgogliosa, con quell’atto umiliante farsi perdonare tutti i torti che sentiva d’avere accumulati verso di lui in quei due anni di sospetto e di silenzio.
Poi, vinta e felice, gli cadde, trasfigurata dalla gioja, tra le braccia.
Quando Paolo Érmoli uscì dalla camera di sua moglie, albeggiava. Le ombre fosche della notte si rifugiavano nelle valli e nei cespugli, e un albore alabastrino si diffondeva lentamente sul cielo, dove resisteva ancora, ad occidente, il palpito lieve di qualche stella solitaria. A levante, sopra i monti, si distendevan delle bende diafane a lunghe striscie del color di cenere sparsa, che si dissolvevano sbrandellandosi nel chiarore invadente.
L’acqua metallica del lago pareva una deforme lama d’acciajo, caduta da una mano gigantesca, che si fosse, per l’enorme peso, infossata nelle montuosità circostanti.
Una gran pace signoreggiava quell’alba d’aprile: una gran pace vegetale, drappeggiata di verde e profumata d’intense e squisite fragranze. L’Uomo dormiva ancora inconscio in quel silenzio luminoso, poiché non ancora un accenno di vita attiva interrompeva l’immobilità pittoresca del paesaggio: la luce soltanto cresceva, rapida e smorta, cresceva sempre, invadendo le convalli tenebrose, disperdendo le ombre notturne, scivolando per le pendici, ravvivando ogni colore.
Paolo si recò alla finestra della sua camera per refrigerare un po’ la fronte accesa: egli era stanco e languido perla rabbiosa notte d’amore successa al dramatico diverbio. Egli aveva posseduta la donna desiderata con tutto il trasporto della sua forte giovinezza, e pure sentiva un’intima insodisfazione, una sgradevole oppressione d’animo, che gli annunziavan come il piacere, che s’era ripromesso, non fosse stato precisamente quello che aveva sentito.
In verità, egli aveva passato alcune ore sublimi, ma egli non altro riusciva a pensare se non ch’esse erano trascorse irrimediabilmente mentre le assaporava.
La brezza del mattino lo ravvivò alquanto: quel sottile odore che si sprigiona, quasi l’estremo sospiro della notte moribonda, prima della levata del sole, sottile odore così gravido di ricordi per chi l’à aspirato una sola volta in una memorabile condizion d’animo, venne in buon punto a spronargli la fantasiacome ai tempi della sua battagliera adolescenza.
A poco a poco, dopo aver ordinatamente peregrinato per il passato lontano, egli riprese il filo de’ suoi pensieri ambiziosi. “Anche questa volta sono stato forte! Era l’occasione di cadere, di tradirmi, di lasciarmi sopraffare da’ miei sentimenti, ed ò vinto, ò vinto ancora! Sansone abbandonò nelle mani di Dalila la sua testa e la sua forza, e si lasciò tagliar da lei le chiome poderose... La donna è sempre stata la grande uguagliatrice degli uomini! Anche Fulvia poteva esser tale per me, ma io, al contrario, ò saputo strappare a lei la forza insieme con quel sospetto, che poteva essere la mia rovina.„
Sorrise di compiacenza a questo grandioso confronto, a lui favorevole. Il paesaggio si animava: una vela era apparsasu l’acqua, qualche contadino, vestito a festa, passava imbronciato e triste su la via maestra: le campane di Pasqua risonavano da ogni parte; un romor sordo di carrozze e di carri saliva cupamente da Como. Sul cielo s’era disteso un tenerissimo vapor di rosa, come un drappo nuziale, e una luce calda penetrava omai l’acuta valle del Lario, rifrangendosi su la superficie appena crespata del lago in una confusa iridescenza di tinte vivaci.
Paolo percorse con l’occhio, un po’ attonito, la ricca architettura della sua villa; poi il folto del giardino, ombreggiato da rare e splendide piante: e poi la strada su cui passavano le malinconiche figure dei lavoratori, di codesti schiavi della civiltà moderna, ai quali è concessa la sola libertà di morir di fame. Si recavano a pregare e a magnificare il loroDio spietato! Paolo non li compianse: parvero a lui gli umili, i vinti, i predestinati al sacrificio. Quella vista gli accarezzò anzi lo spirito gonfio d’orgoglio: egli pensò alla sua indipendenza assoluta, alla sua ricchezza onnipossente, alla sua donna, e gli sovvennero alcune parole dello Schopenhauer: “Alla sola condizione d’esser ricchi, si è realmentesui juris; padroni del proprio tempo e delle proprie forze, sicuri di poter dire ogni mattina:la giornata mi appartiene.„
Ed egli, alteramente, mentre il sole dorava del suo primo raggio le creste dei monti, ne ripeté l’ultima frase a voce alta: poi, accapponato per il freddo mattutino, rinchiuse la finestra, calò le tende opache, e nella spensierata e fittizia esultanza de’ suoi pensieri lusingatori, andò a gittarsi voluttuosamente sul gran letto prezioso.
Un’ultima parola illuminò ancora il pensiero di PaoloÉrmoliprima di perdere affatto la conscienza nel sonno: “Vincitore!... Vincitore!...„ E tosto la tenebra lo avvolse.
Paolo si svegliò di soprassalto, turbato da un sogno.—Il giorno non era ancora alto. Egli aveva dormito soltanto due ore, ma in quelle due ore quante imagini eran sorte nella sua mente, che turbinio di fantasmi aveva popolato il suo riposo!
Egli guardò l’ora, si stupì d’aver dormito così poco: quindi si levò a sedere sul letto, e volle ricercare nella memoria l’ordine del sogno fatto, la ragione del risveglio subitaneo e precoce. Solamente dei lembi dispersi di sogno poteva ricostruire, dei brani incoerenti, delle visioni fugaci senza alcun addentellato con altre visioni. Ricordava d’aver parlato amichevolmente con Diego, che rideva di quel suo riso aperto e buono, così noto a lui; ricordava d’aver visto tra una folla d’estranei o di dimenticati l’Albenza, il Maddaloni, la sua prima amante,—una giovinetta povera, che avea sedotta e tradita—, sopra tutto il Rinaldi delProgresso, che con insistenza l’aveva fissato senza salutarlo; ricordava d’essersi smarrito in un appartamento sconosciuto, pieno d’ombra e di mistero, e d’aver provato un senso di invincibile terrore; ricordava infine (e questo ricordo era il più lucido e il più inquietante) d’essersi trovato insieme alla sua povera madre, che gli diceva con la voce angosciata, guardandolo severamente:
—Ah, Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?—le identiche parole con l’accento medesimo ch’egli aveva già sentite pronunciar da lei molti anni prima, quando per pagare una donna le aveva rubato del denaro dal cassettone.
La memoria del fallo antico, rievocata, dal sogno turbò profondamente lo spirito di PaoloÉrmoli. Parvegli di vedere in quel lieve crimine perpetrato nell’orbita familiare il primo sintomo d’una delinquenza abjetta e grigia innata in lui, parvegli di riconoscere nel giovinetto ladro la larva di sé stesso, l’embrione profetico del vanitoso Trionfatore presente. Uno scontento senza fine, come una nausea morale s’impadronì di lui. Tutte le sue teorie ribelli, che lo avevan fino allora giustificato e inorgoglito, caddero in un colpo: il suo delitto, lesue dissimulazioni, le sue stesse conquiste perdettero ogni virtù e ogni luce, precipitarono nelle tenebre dell’inconsciente, nel fango d’una bassa perversità. Egli si sentì ad un tratto mentitore volgare, assassino volgare, volgare usurpatore di ricchezze altrui. Non era dunque possibile ch’ei fosse veramente un qualunque criminale illuso nel giudizio di sé medesimo da una malsana vanità? E che diritto aveva egli per distinguersi da tutti gli altri, per sottrarsi fuor dalla folla vile di coloro, i quali al par di lui infrangevano bestialmente le leggi a loro egoistico profitto? Forse perché aveva egliragionatoil suo crimine? Forse perché aveva negato ogni principio di Bene o di Male? O perché s’era abilmente costrutto un sistema di sofismi ingegnosi a base d’una scienza incerta e ambigua, con la scorta dei qualipoteva assolversi da ogni colpa? O in fine, perché era rimasto impunito, e anzi, meglio, remunerato?—Che valore avevan dunque le giustificazioni logiche e i resultati materiali per stabilire il carattere morale d’unfatto?
“Non esiste una legge morale in Natura„ dissel’Érmoli, per rispondere alla domanda importuna. “L’Etica come la Religione non sono altro che gioghi ferrei imposti dai forti su le groppe dei fiacchi e dei timidi per tenerli sotto; le azioni degli esseri viventi non sono per sé stesse né buone né malvage; sono bensì utili o inutili secondo che servono o meno a chi le à compiute. L’importante è adunque ch’esse siano utili, che rispondano all’intento e allo scopo che le à mosse. Quando poi sono utili, esse ànno la loro ragion d’essere, e tanto basta. Discuterle è vano; deplorarle, è sciocco; rinnegarle è da ingrato o da femmina bigotta!„
Alzò le spalle stizzosamente: rimase poi immobile con gli occhi fissi nel vuoto, un po’ inclinato in avanti, appoggiato coi gomiti su i guanciali. Livido, sformato dalla stanchezza e dal disgusto, egli sembrava così in aspettazione d’un agguato, attento al più piccolo romore, stuzzicato dall’ansietà nelle più intime fibre.
“Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ ripeté ancora la voce interna, come nel sogno,—la voce angosciosa, che ricordava quella già udita molti anni addietro. Paolo pensò, rabbrividendo: “Dio, se potesse giudicarmi oggi mia madre! Con quali disperate parole e con che tragico sguardo lo farebbe? E come oserei io d’affrontare il suo sguardo, di sopportare le sue parole?!„
L’ipotesi gli s’impose. Nella semioscurità della stanza l’imagine materna si venne a poco a poco disegnando, com’egli la riserbava dall’ultimo anno di sua vita: bianca, curva, pallida e scarna, ma con due occhi d’una inesprimibile vivezza, purissimi, freschi, simili agli occhi d’una fanciulla. E questa imagine, efficace come un’allucinazione, parve proferire di nuovo il desolato rimprovero: “Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ Era la voce della conscienza morale che con occulta astuzia rivestiva quelle forme venerate per infondergli rispetto e paura? O era semplicemente il residuo ingannevole del sogno, che agiva sul suo cervello sonnolento come una suggestione? Certo è che quella visione ideale o meglio quell’ipotesi figurata ebbe su PaoloÉrmolipotere inatteso e formidabile. Un subitaneo schiantodi tenerezza per la madre morta, di dolore per le sofferenze che le aveva inflitte, di rimorso per quelle assai più crude che avrebbe potuto infliggerle nell’ora presente, lo investì tutto, come un soffio di bufera. Egli piegò sotto l’urto. Il rigoglioso fogliame della sua sapienza e della sua vanità andò miseramente divelto, si disperse per l’aria, quasi oscurando il sole. E soltanto lo scheletro della sua profonda infelicità rimase ritto, fermo, infrangibile nell’ombra; allampanato e nudo come l’asta d’un pioppo devastato dal verno.
Che gli valeva tutta l’opera sua? Che miserrimo bene s’era dunque conquistato, se bastava un fantasma a rigettarlo nella sua antica desolazione? Perché aveva lottato? Perché aveva rinnegato ogni senso di bontà e di giustizia? Perché aveva ucciso? Ahi non per altroche per possedere un tesoro affatto inutile, per irridere con un miraggio illusorio alla sua sete inestinguibile di felicità! E non mai, come oggi, la Felicità gli era apparsa così lontana, così alta nel mondo dei sogni, così inafferrabile per il suo braccio minuscolo o tremante!
“È forse questa tenebra che m’infonde tanta mestizia?„ si domandò ad un tratto PaoloÉrmoli.
Di fatti la camera, per le imposte chiuse, era perfettamente oscura. Sol qualche filo sottilissimo di luce sfuggiva dalle connessure e si perdeva nell’ombra interna.
Egli discese dal letto, e a piedi scalzi si recò ad aprir le imposte. La luce fece impeto nella stanza. Ogni cosa comparve ed avvampò in quell’inondazione di sole primaverile. Paolo dovette alzare per poco le mani d’avanti agli occhi, abbacinato come fu dall’improvviso passaggio dall’oscurità alla luce piena.
Spalancò anche le vetrate. Su la strada i contadini, reduci dalla Messa e dall’osteria, ritornavano verso casa a crocchî di tre, di quattro insieme, tenendosi stretti a braccio a braccio, ridendo, scherzando ruvidamente tra loro, alcuni cantando a mezza voce le canzoni tradizionali dei coscritti. Di là della strada nello spiazzo degli olmi prossimo al lago, una comitiva numerosa giocava alle bocce sollevando un chiasso enorme; scintillavano su una tavola, all’ombra degli alberi, le bottiglie e i bicchieri colmi del buon vino oblioso—la posta del giuoco.
Da quella folla d’uomini meschini, d’umili diseredati, una grande festività, un soffio d’allegria sonora si diffondeva per il paesaggio, illustrato dal più limpido sole.
Era la Gioja di Vivere che fremeva su la Terra; la gioja degli uomini semplici, abituati al lavoro assiduo, condannati a una schiavitù eterna, per quel giorno di riposo e di libertà. Che valevano i ricordi del dì innanzi o le aspettazioni del domani, al confronto delle sensazioni presenti?
Gli uomini semplici,—che non riflettono su le loro fatiche e su l’ozio altrui,—che non spingono gli sguardi paurosi nelle tenebre del futuro o nella bieca luce del passato,—che vivono e voglion vivere di pane e d’amore, senza orpelli rappresentativi, senza invidie e senza ambizioni,—gli uomini semplici eran là d’avanti all’Insaziabile, livido di scontento e di tedio, accomunati e stretti da una fraterna inconscienza, esaltati da un’unica giocondità.
Alla sacra festa degli uomini semplici rispondeva il sorriso della Natura immortale. La giornata era superba, pura come un cristallo; nel mezzo del lago un’immensa incrostazione argentea, di un lusso favoloso, si stendeva magnificamente tra il pallore incandescente, appena azzurrato, dell’acque senza ombre. Su i monti boscosi, dalle vette tappezzate d’erbe, i villaggi felici scintillavano; e dovunque,—su le acque chiare, per le pendici ridenti—si celebrava il Trionfo della Vita, di quella Vita oscura, continua e incommutabile che pare una maledizione agli uomini attossicati da malsane ideologie, ed è il più alto e maraviglioso portento del Mistero universale.
Paolo, appoggiato al piano della finestra, guardava attonito il solenne spettacolo. Era là al conspetto suo, sebbenefuori di lui, la Felicità agognata; era là tra la folla vile e spregevole, nel cuore degli umili e degli abietti, tra il fervore organico e basso della Vita fisica.
Oh, come e quando avrebbe egli avuto un’intera giornata di pace e di contento?... Mai, mai, mai, qualunque onore, qualunque ricchezza, qualunque donna gli fosser venuti in potestà. Il dolore era in lui, insito ed invincibile, quasi una condanna della Natura per lo spirito di ribellione che gli fremeva dentro, contro le leggi e le disposizioni della sua oscura sovranità.
“La giornata m’appartiene„ mormorò l’Immorale, ricordando le parole del filosofo. Sorrise di sarcasmo contro sé medesimo, torcendosi le mani nervosamente intrecciate. Ahimè, anche il tempo era per la tristizia sua un tesoro inutile e gravoso!
Fu allora che improvvisamente il Demone del suicidio batté di nuovo, come nei giorni terribili della miseria, alla porta del suo pensiero. Perché vivere così? Perché ostinarsi a inseguire l’inarrivabile? Perché non voler morire quando la Morte era per lui l’unica liberatrice, l’apportatrice benigna del riposo e della libertà?
Egli sentì confusamente che il suo organismo si ribellava all’idea. Egli sentì che questavolontàera inetta a farlo agire, che rimaneva timida e chiusa nel dominio delle ipotesi irrealizzabili. La morte altrui l’aveva ben potuta volere ed eseguire: la sua, no, mai, perché egli era debole, vile, legato alla catena della sua carne miserabile, servo del suo egoismo animale come un qualunque bruto!
Paolo ebbe a quest’idea un moto di ribrezzo contro sé stesso, che gli sformò le linee mobilissime del viso.
—Paolo! Buon giorno, ben alzato!—gridò d’un tratto una voce feminile nel giardino sottostante.
Egli reclinò gli occhi dalla parte d’onde la voce proveniva. Là presso un’ajuola di rose, nella piena luce solare, Fulvia in un civettuolo e chiaro abito da mattino un po’ succinto, tutto a fiorami e a rigonfî, stava discorrendo col giardiniere, un antico e fedel servo di casa Rebeschi, ne’ cui sguardi Paolo aveva più volte sorpreso un’inesplicabile antipatia per il nuovo padrone. La donna, ritta, alta di tutta la persona, formosa e pure evanescente nelle larghe pieghe del tessuto, teneva in mano un gran mazzo di rose appena cólte; e il vecchio, chino su l’ajuola feconda, glie ne veniva porgendo delle altre con la mano ruvida e tremante, sorridendole umilmente a ogni offerta. La sua canizie, come eglisi curvava, assumeva al sole la lucentezza torbida e dolce dell’alluminio; mentre Fulvia biondissima e così vestita, spiccando su lo sfondo cupo della pineta, aveva l’aspetto d’un’imagine leziosa su un arazzo dello scorso secolo.
—Ben alzato!—ripeté Fulvia, quando il suo sguardo s’incontrò con quello attonito del marito.
Paolo la vide; vide anche il vecchio odioso, che levava il capo verso la finestra. Si ritrasse sùbito senza rispondere al saluto, preso da una viva irritazione.
Fu la vista del vecchio che l’irritò? O la conscienza immediata del suo disordine mattutino in conspetto dell’amata? O la tema d’essersi lasciato sorprendere la smorfia di ribrezzo che gli deturpava il viso, e l’angoscioso pensiero nelle rughe profonde della fronte?
Egli si ritrasse indietreggiando, e mormorò una bestemmia breve nell’atto di rinchiudere rapidamente le vetrate.
Poi ritornò verso il letto, e, contro ogni volontà, egli s’accinse a vestirsi, a rimettersi la maschera infame, a camuffarsi degnamente, come soleva ogni mattina, per rappresentare fra gli uomini la sua parte tirannica nella comedia della vita: egli nato per trionfare, nato per soggiogare, per abbattere, come gli animali di rapina: egli,felis homo!
Blevio, settembre 1889.