CONCLUSIONEIo diceva, cominciando questo studio, che nessun destino è stato più miserando di quello di Giuliano, perchè la Chiesa, da lui inutilmente combattuta, si è vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur avrebbe avuto tanto diritto al rispetto ed all'ammirazione dei posteri. Ma, dopo essere stati lungamente nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha, forse, nella storia, altro esempio di tante e così splendide doti completamente sciupate in una vana impresa. Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del mondo meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie ad esercitare sugli eventi un'azione duratura. Nessun uomo più miseramente scomparso, senza lasciare traccia alcuna di sè. L'opera di Giuliano è stata passeggera e vana come il solco di una barca sulla superficie dell'acqua. Appena passata la poppa, le acque divise si riuniscono ancora ed il solco non è più rintracciabile. Così appena Giuliano spirava là, nella sua tenda, sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero svaniva nel nulla, e la storia riprendeva il cammino [pg!486] come s'egli non fosse mai esistito. Si può dire che il Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra che Giuliano gli ha mossa. Non l'ha fermato, neppure per un istante, nella sua propaganda, non ha influito, in nessun modo, sul suo indirizzo e sulle sue ulteriori manifestazioni.La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto dell'Impero, posto sul trono dei Cesari, un uomo di vivo ingegno e d'animo forte e retto. Ed egli non ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel vuoto. Un'idea, completamente sbagliata, si era impadronita di lui, ed ha piegata la sua azione in una direzione in fondo alla quale avrebbe trovato il baratro. Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che non ha la coscienza del mondo reale da cui è circondato. Non c'è, nella storia, spettacolo più triste di questo sciupìo di forze preziose, ma non c'è nemmeno spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause che hanno reso possibile il sorgere di una così grande illusione in uno spirito pur così aperto ed intelligente ci dà il mezzo di comprendere e di valutare, nella sua portata reale, la rivoluzione religiosa che ha condotto a rovina l'antica civiltà.Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse nel corso di questo lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle ed insistervi, poichè in esse sta tutto l'interesse della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.❦Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno sguardo il gran quadro di cui abbiamo esaminate le varie parti. Il Cristianesimo era riuscito vittorioso [pg!487] dell'antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano alle condizioni ed ai bisogni del tempo. In una mano portava il monoteismo, diventato indispensabile ad un mondo pel quale l'antico politeismo si era ormai vuotato d'ogni sostanza; nell'altra mano portava una legge morale che urtava contro l'antica organizzazione della società basata sulla prepotenza della forza, una legge che glorificava la debolezza e la sventura, ed avrebbe dovuto inaugurare una nuova società basata sull'amore e sulla coscienza della fratellanza umana. Se non che, il Cristianesimo, adoperando come due leve quei due principî novatori, ha potuto compiere la parte negativa del suo programma, ha potuto smuovere dai cardini e rovesciare l'antica civiltà, ma non ha potuto compiere la parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore dalla lotta secolare da lui eroicamente affrontata, istituiva una nuova società, questa si fondava ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale luminoso, ma senza efficacia diretta sulle azioni dell'uomo. Quale la ragione di questo strano fenomeno? Perchè mai, abbattuta l'iniquità antica da un Vangelo divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa di quella che era stata combattuta e sconfitta? La ragione di quel fenomeno storico è che l'imperativo categorico di una legge morale non si trova già all'infuori e al di sopra dell'umanità, si trova, bensì, dentro di essa, nella condizione essenziale del suo spirito in un dato momento storico, e nella conseguente necessità della sua organizzazione. Non è la legge morale che rinnova la società, è la società già rinnovata che s'impone la legge morale. Ora, una società non si rinnova, se non si rinnova il suo modo di comprendere [pg!488] sè stessa e l'universo. Fin quando esisteva il concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto antropo e geocentrico dell'universo, l'umanità poteva cambiar di veste, ma, nella sostanza, doveva rimanere sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto di un Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente dotato di un arbitrio assoluto, l'umanità avrebbe sempre trovato il modo di eludere la legge che le era pesante, di piegare quel Potere alle sue passioni, di farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore di un compenso contrattuale. Il rinnovamento della società non poteva verificarsi se non quando al concetto di un arbitrio soprannaturale venisse a sostituirsi il concetto del determinismo inalterabile di un sistema naturale. Bisogna che l'umanità ponga sè stessa e l'universo nel vero per organizzarsi con una legge a cui non possa sottrarsi. La legge morale che il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi, assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè moralmente basata sul vero, doveva rimanere inefficace in un mondo intellettualmente basato sul falso.Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di Cristianesimo vittorioso, trovava il vizio ed il delitto dominanti nella Corte, le lotte intestine squarcianti la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in tutte le membra dell'impero cristiano. Egli s'illuse di poter salvare la civiltà e di moralizzare il mondo, ritornando all'antico e fondando una specie di Paganesimo cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi un retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre ad un gerarchia monoteista ilpanteonellenico, e, d'altra parte, riconosceva il valore delle virtù che il Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere nell'umanità. Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore, [pg!489] perchè non ha saputo portare nel mondo nessun nuovo principio intellettuale, non voleva che rivestire delle forme antiche quegli stessi principî teologici e morali che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione veramente geniale e feconda, Giuliano avrebbe dovuto farsi promotore di una religione senza sacrifici e senza culto, ed, intuendo la possibilità di sollevare il mondo e l'uomo dal terrore di un arbitrio trascendente ed assoluto e dai ceppi della superstizione, avrebbe dovuto porre le basi di una civiltà che s'innalzasse sulla ragione e sulla scienza. Ma di tutto ciò Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.❦Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella persona e nell'insegnamento del suo fondatore, era la pura espressione di un sentimento morale, l'aspirazione ad un ideale di giustizia, una protesta terribilmente eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del mondo. La predicazione di Gesù, tanto originale pel soffio affascinante di poesia che l'animava e per la squisita semplicità della forma, continuava il solco già iniziato dai grandi profeti del tempo della decadenza d'Israele, i quali ponevano nella conversione alla santità della vita la condizione del risorgimento del loro popolo. Per Gesù, ed è qui che sta propriamente la novità divina del suo Vangelo, la santità della vita si esplicava nel concetto della fratellanza di tutti gli uomini davanti ad un unico Padre, e, di conseguenza, nella condanna della prepotenza e dell'abuso della forza, nell'esaltazione degli umili, dei sofferenti, degli offesi.[pg!490]Il primitivo insegnamento cristiano constava di due buone novelle, per l'efficacia delle quali ha potuto sprofondare le radici anche in quei suoli, che in apparenza, non gli erano adatti, perchè mancanti di ogni lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo, annunciava un'imminente trasformazione che avrebbe cangiata la faccia del mondo, puniti gli oppressori, sollevati gli oppressi. In secondo luogo, affermava la rivelazione di una persona divina, che aveva avuta un'esistenza storica, che era una persona ben determinata e concreta, sulla cui esistenza non era alcun dubbio, in cui, pertanto, si poteva credere con una sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto alle esaurite divinità dell'Olimpo ellenico. Con la prima promessa, il Cristianesimo calmava la sete di giustizia da cui era tormentato un mondo soffocato dall'abuso della forza, eretta in diritto, mentre, con la rivelazione del Cristo divino, rispondeva all'aspirazione di quello stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere, da sostituire agli dei antichi, nei quali non credeva più. E, quando poi si vedeva questo Dio prendere sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato, come l'ultimo degli schiavi, l'apoteosi della sventura era compiuta, e il Cristianesimo diventava naturalmente la religione a cui accorrevano tutti gli infelici.Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo della sua esistenza, era una religione essenzialmente morale e tutta di sentimento. Paolo, è vero, appena convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale al processo della redenzione. Mente logica per eccellenza, Paolo non si è convertito, se non quando quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il pensiero paoliniano rimase, per molto tempo, più che altro, un [pg!491] fatto personale, e non pare che abbia esercitata, se non molto più tardi, una grande influenza sullo svolgimento dottrinario del Cristianesimo. Era l'azione della sua persona, del suo spirito, della sua volontà, era l'annuncio della imminente rigenerazione del mondo per la ricomparsa del Cristo, salvatore degli oppressi, la buona novella che chiamava alla nuova dottrina le turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede semplice, all'infuori di ogni apparato di dottrina sistematica. Coloro che si chiamavano Cristiani non avevano di comune che una fede monoteista, fondata sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza di una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza del dovere, assunto col battesimo, di tenere una condotta rispondente all'esempio, lasciato dal Cristo. Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà del secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente, le lettere d'Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di Barnaba, mostrano la completa assenza di ogni apparato dottrinario nel Cristianesimo primitivo, il quale non era, in fondo, che una norma di condotta appoggiata, ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse rivelate dal Cristo. Quei Cristiani primitivi vivevano, con tutta l'anima, nella loro fede, e non sentivano alcun bisogno di rappresentarsela con un complesso di dottrine determinate. Qual'era la dogmatica di quei Cristiani? Ce lo dice Barnaba436. «Tre sono i dogmi del Signore, la speranza... la giustizia... l'amore». E nella chiusa della sua lettera, nel descrivere [pg!492] le due vie che si aprono al credente, la via della luce e la via delle tenebre, egli traccia un programma il quale non è che l'eco fedele della morale evangelica, in cui non è neppur l'ombra di un principio dottrinario437.Una prova singolarmente interessante della povertà delle dottrine filosofiche nel Cristianesimo genuino, fino alla seconda metà del secolo secondo, la troviamo nell'Ottaviodi Minucio Felice. Al tempo degli Antonini, e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio, durante il quale avvenne la composizione di quel dialogo, il Cristianesimo cominciava ad aver le sue reclute anche nella classe colta della società romana. Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore ciceroniano, uno scrittore elegante, un filosofo erudito. La sua difesa del Cristianesimo ci dà, pertanto, una idea esatta di ciò che fosse il Cristianesimo per quegli spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di Minucio Felice non è che un deismo monoteista estremamente semplice e razionale, che non conosce neppur le prime linee di un sistema teologico e metafisico, che abborre le esteriorità del culto, che pone in diretto contatto con Dio la coscienza dell'uomo. «Qui innocentiam colit, deo supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus abstinet, propitiat deum; qui hominem periculo subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc nostra sacrificia, hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior est ille qui justior»438. Era l'alta moralità del Cristianesimo, era la razionalità dell'idea monoteista, era, infine, la semplicità del culto, ciò che costituiva [pg!493] per gli spiriti eletti l'attrattiva del Cristianesimo nascente. L'indole positiva dell'ingegno latino impediva la fioritura dei parassiti metafisici.Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo non poteva conservarsi in questo stato di semplicità dogmatica. La mente greca era tutta imbevuta di speculazione metafisica. Non era, dunque, possibile che la religione, cioè un'istituzione in cui è rappresentato il vincolo che unisce il mondo alla sua causa, potesse conservarsi estranea alla metafisica. Era, anzi, fatale che diventasse essa pure una metafisica. Questa sorte era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in origine, al pari della religione di Maometto, era completamente impervio alla speculazione filosofica. Bastò che il Giudaismo si allargasse, con le sue colonie, nel mondo greco, perchè dovesse piegarsi all'efficacia trasformatrice del pensiero filosofico, e costituisse, sulla base del logos filoniano, una vera e propria metafisica. Fu in questo ambiente di ebraismo ellenizzato che lo scrittore del Vangelo giovannico attinse l'identificazione del Cristo col logos, e così aperse la porta alla speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi della religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto del connubio del Cristianesimo col mondo greco. Il Gnosticismo cristiano, che probabilmente ebbe le sue radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era degenerata la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo anticipato, una metafisica fantastica e curiosa che si attortigliava intorno all'idea del logos, e la soffocava con le sue frondi lussureggianti. Nel Gnosticismo, il Cristianesimo, perdendo il suo carattere di rivelazione di un principio rigeneratore dell'anima umana, si trasformava in una complicata cosmologia, in cui il processo di creazione si risolveva in un dualismo [pg!494] divino, fra i termini estremi si intrometteva una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla quale primeggiava il logos, emanazione immediata del Dio supremo.Dissi che il Gnosticismo cristiano fu una specie di Neoplatonismo anticipato. Ciò è esatto, nel senso che l'uno e l'altro dei due sistemi, col mezzo delle molteplici emanazioni divine, ricreavano un politeismo effettivo sotto le ali di un monoteismo teorico. Ma ciò non toglie che fra i due sistemi esistesse un'antipatia profonda, perchè il Gnosticismo, innestandosi sul tronco del Cristianesimo, ne aveva preso il concetto pessimista con cui quest'ultimo giudicava il mondo. Ed, anzi, non riuscendo a spiegare la creazione di un mondo cattivo per parte di un dio buono, era caduto nel dualismo, e dava ad un dio perverso la responsabilità della creazione della materia. Il processo della redenzione, compiuto dal logos disceso in terra, constava appunto nella vittoria del dio buono, e nella conseguente liberazione delle anime dalla servitù della materia e del male.Ora, nulla più odioso di questo sistema cosmologico pel Neoplatonismo genuino, pel quale il mondo è ottimo, perfetto in ogni sua parte, rappresenta una fase di un processo evolutivo, in cui il bene e il male hanno un valore relativo ed hanno ognuno, la loro ragion d'essere, un processo al quale l'idea di redenzione non può che essere estranea, perchè l'idea del redimere implica la premessa di un errore e di una colpa che il Neoplatonismo non vuole vedere nel mondo e che a lui parrebbe irriverente al concetto di Dio. Il Neoplatonismo, per bocca stessa di Plotino, ha combattuto apertamente il pessimismo gnostico, ed è anzi, probabilmente, su questa via ch'esso si incontrò col [pg!495] Cristianesimo, e lo ha poi conglobato nella stessa polemica con cui combatteva il Gnosticismo439.L'apparizione del Gnosticismo cristiano che minacciava di ricondurre il Cristianesimo al Politeismo, ebbe la conseguenza di far nascere, come antidoto della dottrina falsa, una dottrina vera, d'aver quindi dato origine ad una teologia ortodossa, la quale servisse di strumento per rintuzzare gli errori gnostici. Ora, la teologia ortodossa, finchè rimaneva nell'ambiente latino, non poteva spiegare le ali a voli metafisici di grande altezza. Per quanto avesse, anch'essa, come punto di partenza l'idea del logos divino, pure non era il processo cosmologico, ma, bensì, il processo di redenzione che costituiva per lei l'essenza della religione. Non è il logos creatore, ma il logos redentore che ispira la teologia d'Ireneo e di Tertulliano. Ma, nel Cristianesimo, ha prevalso lo spirito greco, e questo ha sollevata la speculazione cristiana ad una vetta, su cui, con Clemente d'Alessandria e con Origene, si trasformò in un immenso sistema di metafisica cosmologica che solo, per la presenza del Cristo redentore, si distingueva dalla filosofia neoplatonica che le sorgeva al fianco.Noi abbiamo già veduto quale fosse, nelle sue linee principali, il pensiero d'Origene, quali le conseguenze che ne derivarono, quale lo svolgimento del pensiero cristiano; abbiamo veduto come il Cristianesimo si tramutasse in una dogmatica lussureggiante e come il mondo sia stato travolto in una bufera di dispute metafisiche, nella quale completamente si esauriva [pg!496] l'interesse religioso. Ora, questa trasformazione della religione in scienza, o, diremo con parola più esatta, in filosofia, fece sì che il requisito richiesto per esser cristiano non fu più il riconoscimento di una data norma di condotta morale e l'aspirazione ineffabile ad unirsi col Dio padre, rivelato dal Cristo. Fu, bensì, il riconoscimento della verità di un dato complesso di dogmi filosofici, l'essere ascritto ad un dato sistema dottrinario e scolastico. Questa curiosa ed essenziale trasformazione ha condotto con sè l'impoverimento morale del Cristianesimo. Nei tempi eroici del Cristianesimo, per esser cristiani bisognava praticare date virtù, come insegna Ottavio nel dialogo di Minucio Felice; nel terzo e nel quarto secolo bisognava professare una data dottrina. Lo sciagurato Costantino, che s'era coperto di delitti, ed aveva uccisi il figlio e la moglie, era, agli occhi del grande Atanasio, un imperatore venerando, perchè aveva raccolto il Concilio di Nicea ed aveva sostenuta la formola dell'ομοουσιος. Nelle lotte teologiche che hanno, per tre secoli, dilaniata la Chiesa, da una parte e dall'altra, non si guardava, nel Cristiano, che una cosa sola, la professione dottrinaria. Il programma del Discorso sulla montagna e della lettera di Barnaba o della διδαχή aveva ceduto il posto alle formole dogmatiche che i Concilî si scagliavano l'uno contro l'altro e che venivano raccolte dai partigiani delle guerreggianti dottrine. In questa condizione di cose, in cui il Cristianesimo si era intellettualmente ellenizzato, abbandonando la sua prima natura, questa fu così completamente dimenticata che, quando si volle ricreare, nel mezzo dell'edificio teologico, un sistema di morale, non si ritornò al Vangelo e nemmeno a Paolo, ma si ripresero le tradizioni dello stoicismo greco e latino. [pg!497] Ambrogio stesso, scrivendo il suo libro deiDoveri, non fece che ricopiare il libro di Cicerone, il quale, come si sa, non era che un rifacimento del trattato dello stoico Panezio. Se non che, ogni efficacia redentrice in un Cristianesimo siffatto che, intellettualmente, si arrampicava sulle rocce aride della metafisica, e moralmente abbandonava il principio vivente dell'amore e della fratellanza per risollevare la statua marmorea di una virtù nutrita dell'idea astratta del dovere, non poteva che spegnersi del tutto. Diventò una religione formalista, e, quel che è peggio, una religione che poneva la salvezza non più nel rinnovamento dell'uomo interno, come voleva Paolo, ma nel riconoscimento di esteriorità, tanto dottrinali che rituali, le quali, da quella luminosa aspirazione all'ideale, con cui si era affermata nel suo nascere, la tramutavano in una complicata superstizione.Ma il Cristianesimo non poteva perdere intieramente l'efficacia moralizzatrice che gli aveva data la sua forza primitiva e la sua ragion d'essere. La trasformazione della Chiesa in un'organizzazione intellettuale che non richiedeva che il consenso a determinate dottrine, portò, di conseguenza, la secessione di quegli spiriti che, nella religione, cercavano qualche cosa di più, e che, pertanto, non potevano acconciarsi alla mondanità opportunista di una religione ufficiale. Costoro si ritraevano dal mondo e dalla vita sociale e davano origine all'ascetismo monacale, che fu, come già accennammo, il ricovero in cui vennero a rifugiarsi le tendenze ideali che il Cristianesimo aveva gittate nel mondo.[pg!498]❦Ecco, dunque, lo spettacolo che offriva la società cristiana, nella seconda metà del secolo quarto, quando già si erano svolte le conseguenze del riconoscimento del Cristianesimo, fatto da Costantino. Il Cristianesimo si era pervertito per adattarsi alle esigenze della società in cui entrava come elemento essenziale della sua organizzazione. Gli ideali altissimi che aveva rivelati al mondo, inapplicabili affatto alla vita reale di quei tempi, già accennavano a separarsene nell'isolamento dei monasteri, e il Cristianesimo non appariva, a chi ne stava fuori, che come una forza distruttiva, la quale, rovesciando tutte le tradizioni di patriottismo e di coltura su cui si era innalzata l'antica civiltà, ne rendevano inevitabile la catastrofe. Questo era il punto di vista da cui guardava il Cristianesimo il filosofo imperiale che, unico superstite della famiglia di Costantino, saliva al trono dei Cesari. Innamorato, nel fondo dell'anima, della civiltà ellenica, egli voleva impedirne la rovina, considerava come un supremo dovere il difenderla dai pericoli che terribilmente la premevano. Per questo, egli odiava il Cristianesimo il quale voleva, è vero, usufruire della sua eredità, ed apprendere a parlare ed a scrivere secondo i suoi insegnamenti, ma, nella realtà, la dissolveva e le toglieva ogni forza di resistenza.Pensatore educato alla scuola dei neoplatonici, Giuliano trovava preferibile la dottrina di Plotino e di Porfirio, ed, andando più in sù, la dottrina di Platone a quella d'Origene e d'Atanasio che ne era la derivazione intorbidata. Moralista severo, egli era disgustato della corruzione in cui il Cristianesimo era caduto, [pg!499] appena assunto alla dignità di religione riconosciuta. Tutte le passioni, tutti i vizî vi avevano libera fioritura. Nè la Corte imperiale, nè le grandi città dell'Impero erano state moralizzate dalla conversione al Cristianesimo. La cristianissima Antiochia offriva a Giuliano uno spettacolo scandaloso. Egli non poteva tacere il suo stupore ed il suo sdegno, così da diventare antipatico agli Antiochesi, assai più perchè rigido censore dei loro costumi che perchè nemico della loro religione.In tale condizione di cose, parve a Giuliano che egli dovesse e potesse risollevare le sorti della civiltà antica, dell'Ellenismo, com'egli diceva, col ricostituire il Politeismo e col volgergli di nuovo la corrente del sentimento e delle abitudini popolari. Ma sentì di non poter far questo, se insieme non iniziava la riforma del Politeismo. Gli dei naturalistici e nazionali dell'antico Olimpo greco-latino erano completamente esauriti e nessuno poteva più credere in essi. Giuliano, come vedemmo, li conservò, trasformandoli in altrettante espressioni simboliche, aggruppate intorno ad un unico principio divino, a sua volta rappresentato dal Sole, che era per lui il re dell'universo. In ciò Giuliano non era che un neoplatonico, seguace più di Giamblico che di Plotino, e non era per nulla un novatore. Ma ciò che è propriamente originale ed interessante è che Giuliano, nel rinascimento dell'Ellenismo, vedeva la vittoria di un alto principio di morale e di virtù. Giuliano era un uomo, per eccellenza, virtuoso, austero, alieno da tutti i godimenti mondani, idealista di natura e di educazione. Ora, egli non riconosceva affatto che il Cristianesimo fosse stato un fattore di moralità. Se si esclude il precetto dell'elemosina ai poveri, per la quale egli eccita i suoi seguaci [pg!500] ad imitare i Galilei, non vi ha virtù ch'egli riconosca esercitata dai Cristiani. Non vedeva, sopratutto in alto, fra i vescovi stessi, che avidità di guadagno, ambizioni, lotte accanite, incontinenza e violenza. Ed egli voleva ricondurre nella pratica della vita quelle virtù che il Cristianesimo mondano lasciava esulare nei cenobî. Qui sta propriamente la chiave esplicativa del tentativo di Giuliano. Il Cristianesimo non aveva moralizzato il mondo, egli credette di poterlo moralizzare ravvivando l'Ellenismo, che per lui conteneva la somma della sapienza, della bellezza e della bontà.Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo al Politeismo, ma ad un Politeismo essenzialmente riformato. La religione, nel mondo antico, era propriamente una funzione dello Stato. Un urto, una discordia, una separazione fra la religione e lo Stato non era neppure imaginabile; la religione era necessariamente l'ancella dello Stato, perchè era lo strumento necessario, il fattore indispensabile della sua conservazione. Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo il concetto di una religione che si costituisce come una forza indipendente dallo Stato. Ma, appena fu riconosciuto come religione ammessa nell'Impero, rivelò la tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare le parti e da fare della religione, organizzata disciplinarmente nella Chiesa, la potenza dominatrice dello Stato servo.Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell'analisi [pg!501] delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come l'organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli, ch'egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s'ispirasse agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il sentirvi, talvolta, un'eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo, nell'entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale severa, in nome di Bacco e d'Apollo, diventati simboli di idee mistiche e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera dell'Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all'infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il suo [pg!502] scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava in ogni sua parte, sotto l'azione del Cristianesimo che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di principî di sentimenti che sono la ragion d'essere di una civiltà. Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in tutti i meati, se posso così esprimermi, dell'anima sociale e individuale che il ritorno all'antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è accinto all'impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme l'edificio, l'istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta ed illuso s'imaginava che avrebbe salvato l'Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la sua poesia, le sue arti!Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di [pg!503] credere in un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge l'universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l'ostacolo insuperabile della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo. La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un'attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d'amore che S. Agostino innalza a Dio nelle sueConfessionicon le invocazioni di Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell'entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto [pg!504] come Giuliano s'irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un continuo eccitamento all'ardore della fede, e sollevare facilmente all'ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia all'Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male come un fatto inerente al mondo ed all'umanità, ma insegnava, insieme, a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni dall'iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull'anima umana, se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un male, l'anima umana si attacca [pg!505] con passione alla promessa di un oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione, l'eroismo, l'abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio, all'ascetica voluttà dell'amore divino. Il concetto ottimista uccide la religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali da cui l'anima è assente. Certo, un pensatore sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo perfetto, assurgere all'estatica visione di Dio, ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta mondanità.Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era la religione degli infelici, la religione della sventura e del pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con una forza d'attrazione a cui nulla poteva resistere.❦Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l'Ellenismo; ma non voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario, egli era però nell'antitesi più recisa con quel che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l'uomo del suo tempo. Aveva un'inclinazione [pg!506] alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta la necessità dell'intervento continuo, diretto della divinità in ogni fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per un'ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell'uomo. Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non l'avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell'uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano che l'uomo in terra con le sue passioni, il trascendente in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre impenetrabili.Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo [pg!507] in piedi tutto l'apparato di istituzioni religiose che ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell'antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità della natura. L'uomo, mercè la sua facoltà d'astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l'universo, rappresentandolo in una serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell'individuo e della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace — e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione antropocentrica dell'universo e la concezione antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto all'infuori e al disopra della natura e dell'umanità che esso regge con un arbitrio assoluto, posano sopra un'illusione della mente umana, e immobilizzano la vita in una rete d'errori nei quali quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.[pg!508]Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale di concepimento un principio morale, giusto e vero a nulla giova, perchè la falsità della concezione in cui vive la mente umana ne rende impossibile l'applicazione, anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s'imagina che il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza dell'uomo, un Dio che si guadagna con le preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le passioni umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano la libertà del movimento in una religione formalista che dà all'uomo il mezzo di ottenere da Dio la desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo ha data una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente la buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime principio della fratellanza e della solidarietà umana che è la sola fonte da cui può scaturire la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito ostruita. Il mondo non è stato punto moralizzato dal Cristianesimo, il quale, per l'errata concezione metafisica dell'universo e della divinità, è tosto diventato una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche imposte come verità assolute, una religione, che, nelle gesta della sua onnipotente gerarchia, è diventata la negazione di sè stessa, ed ha data al mondo quella società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata, senza pietà e senza amore, di cui laDivina Commediae i drammi di Shakespeare ci presentano il quadro vivente.❦Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto, nella solitudine del natio borgo, si sprofondava, con sì tragico abbandono, nella voragine sterminata dei [pg!509] suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del disordine sociale, e la rendeva responsabile dell'umana infelicità. Dalla ragione, dalla sola ragione venivano tutti gli errori, in mezzo ai quali, l'uomo, staccandosi dalla natura, s'era andato perdendo ed intricandosi, come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi trovava, in questa sua convinzione, la conferma del mito biblico della caduta dell'uomo. Fu l'uso e l'abuso della ragione che ha allontanato l'uomo dallo stato di natura. In questo stato egli era guidato dall'istinto, duce infallibile perchè limitato alla realtà dei fenomeni; nello stato ragionevole, l'istinto cede il posto alla ragione, la quale si pasce d'errori e di larve ed imagina un mondo che non risponde alla verità. Ed è supremamente interessante il vedere come il Leopardi, scrutando, con singolare acume d'osservazione, il problema del destino umano, trovasse, nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono giunti ad un certo grado di coltura e di civiltà, la ragione non bastò più a sè stessa, perchè scomponeva e distruggeva, con le proprie mani, quelle illusioni che aveva create e che erano indispensabili per render tollerabile la vita all'uomo. L'umanità, pertanto, sarebbe andata incontro ad una catastrofe, se non fosse venuta una rivelazione divina, la quale, all'infuori ed al di sopra della ragione, garantisce all'uomo l'esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza, la compagine umana, per l'effetto degli errori irreparabili della ragione, si discioglie come un edificio senza cemento.Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la teoria sta pur sempre il sentimento del nulla, il sentimento dell'infinita vanità del Tutto. Il mondo ideale, [pg!510] garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di necessarie illusioni. Da qui l'attitudine disperata dell'infelice poeta che, riconosciuti gli errori della ragione, non vedeva altra salvezza che in un'illusione di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella ragione, che crea un mondo ideale basato sul falso, la causa dei mali e del disordine umano. Le società animali sono infallibili, perchè condotte, nell'esercizio delle loro funzioni, dall'infallibile istinto. Ma la società umana, finchè la ragione vi agisce con un'interpretazione errata ed illusoria della realtà, non potrà organizzarsi che nella violenza, nel delitto e nella sventura.Tantum religio potuit suadere malorum!è un verso che non si applica solo al sacrifizio d'Ifigenia.Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che la ragione, colle sue astrazioni premature ed arbitrarie, ha la funesta facoltà di porre, alla compagine del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue il danno di un'organizzazione umana basata sull'errore, è pur vero che essa ha, insieme, la provvida facoltà di correggere sè stessa, così che, a poco a poco, sostituisce, nella spiegazione dell'Universo, il concetto della legge al concetto dell'arbitrio, e, per questa via, riesce a togliere alla divinità la veste antropomorfica, di cui essa stessa l'aveva coperta, ed all'uomo il pregiudizio antropocentrico che essa gli aveva donato. L'Universo è un fatto razionale. Ma la ragione, fin dai primi suoi passi, volendo e non potendo spiegarlo razionalmente, lo idealizzava in un'illusione irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla ragione e [pg!511] nella persistenza nell'irrazionale che può collocarsi la salvezza del mondo e dell'umanità. Tale salvezza, come lo attesta tutta la storia del progresso umano, sta solo nel vero e nella luce crescente di un'idealità, che razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.❦Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una nuova orientazione alla nave dell'umanità. Il giorno in cui prese inizio il movimento verso un nuovo orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui il Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio morale, per quanto perfetto e sublime esso fosse, ma, bensì, con quello in cui la ragione cominciò a squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista della realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla nella sua oggettiva consistenza. Copernico, Keplero, Bacone, Galileo, Newton furono i nocchieri che piegarono la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale della verità diventasse un fattore efficace di evoluzione sociale. Il gran fatto del secolo decimonono, il fatto pel quale può dirsi, per eccellenza, il secolo novatore, è quello appunto di aver fondata l'organizzazione dell'umana energia sulla base della scienza, che vuol dire sulla base della verità.La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente intellettuale. L'uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto e per l'amore verso gli altri uomini, perchè questo rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana gli si impongano, nell'ambiente [pg!512] in cui vive, con un determinismo casuale a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l'uomo, ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo, era isterilita dall'errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è necessario che l'umanità posi sul vero; è necessario che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà. Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà, ecco l'ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita; [pg!513] l'umanità ricorreva, di quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe' suoi mali. Ma la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto, incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito non v'ha fenomeno più grande di questa permanenza dell'ideale cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l'essenza, sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.L'uomo antico professava un concetto dell'universo, attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui l'idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico dell'antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i germi di un'eterna verità.[pg!514]Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll'orrore che oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell'umanità, e col sentimento crescente dei doveri che avvincono l'uomo ai suoi simili, così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente dipende dall'indirizzo scientifico che nel secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l'uomo capace di rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di tutte le manifestazioni della vita acquista un'efficacia sempre maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo primitivo s'impongono come un dovere necessario, come un imperativo categorico a cui l'uomo sempre più difficilmente trova il modo di sottrarsi.Se l'antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva, la scienza che investiga l'universo con l'osservazione e l'esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero state respinte, e l'incivilimento del mondo, in luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di quell'indirizzo essa abbia avuto il sentore. [pg!515] La mente d'Aristotele poneva il principio dell'esistenza di una legge intrinseca all'universo, considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già balenata l'idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità di rinnovarsi e di progredire, l'ha condannata ad un'inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata nell'organizzazione di quella società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo antico era alimentata dalla forza materiale dell'uomo stoltamente sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l'impulso per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via dell'esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le conseguenze che vi sono latenti. L'ineguaglianza [pg!516] dei diritti umani e la conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l'effetto che l'attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso. Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell'indole; ma l'indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate, e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l'aveva precipitata, sconvolgendo le basi religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell'Impero. Il Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l'una e l'altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non [pg!517] conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l'uno nè l'altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche ed antropomorfiche per cui l'uomo ricrea nella sua mente, con un'imagine falsa, perchè basata sovra un'idea errata, il mondo della realtà.❦L'impresa tentata dall'imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire l'Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l'impresa di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non rischiarabili dell'irrazionale ed a sostituire al fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; [pg!518] non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una civiltà di cui era stato l'unico erede, dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la quale l'infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell'Ellade.Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il Cristianesimo, e sorridere non meno l'illusione di questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non possiamo chiudere l'animo nostro alla simpatia per l'uomo, che, scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso, un mirabile esempio d'eroismo, d'entusiasmo e di fede, che ha posto a servizio di un'idea la sua fortuna e l'immenso potere da lui conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d'un colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo sguardo all'idea che era il faro della sua vita. L'imperatore Giuliano ci appare come un'imagine fuggitiva e luminosa all'orizzonte, sotto cui era già tramontato l'astro di quella Grecia, che era per lui la [pg!519] Terra santa della civiltà, la madre di quanto v'ha, nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα![pg!520]
CONCLUSIONEIo diceva, cominciando questo studio, che nessun destino è stato più miserando di quello di Giuliano, perchè la Chiesa, da lui inutilmente combattuta, si è vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur avrebbe avuto tanto diritto al rispetto ed all'ammirazione dei posteri. Ma, dopo essere stati lungamente nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha, forse, nella storia, altro esempio di tante e così splendide doti completamente sciupate in una vana impresa. Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del mondo meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie ad esercitare sugli eventi un'azione duratura. Nessun uomo più miseramente scomparso, senza lasciare traccia alcuna di sè. L'opera di Giuliano è stata passeggera e vana come il solco di una barca sulla superficie dell'acqua. Appena passata la poppa, le acque divise si riuniscono ancora ed il solco non è più rintracciabile. Così appena Giuliano spirava là, nella sua tenda, sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero svaniva nel nulla, e la storia riprendeva il cammino [pg!486] come s'egli non fosse mai esistito. Si può dire che il Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra che Giuliano gli ha mossa. Non l'ha fermato, neppure per un istante, nella sua propaganda, non ha influito, in nessun modo, sul suo indirizzo e sulle sue ulteriori manifestazioni.La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto dell'Impero, posto sul trono dei Cesari, un uomo di vivo ingegno e d'animo forte e retto. Ed egli non ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel vuoto. Un'idea, completamente sbagliata, si era impadronita di lui, ed ha piegata la sua azione in una direzione in fondo alla quale avrebbe trovato il baratro. Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che non ha la coscienza del mondo reale da cui è circondato. Non c'è, nella storia, spettacolo più triste di questo sciupìo di forze preziose, ma non c'è nemmeno spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause che hanno reso possibile il sorgere di una così grande illusione in uno spirito pur così aperto ed intelligente ci dà il mezzo di comprendere e di valutare, nella sua portata reale, la rivoluzione religiosa che ha condotto a rovina l'antica civiltà.Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse nel corso di questo lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle ed insistervi, poichè in esse sta tutto l'interesse della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.❦Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno sguardo il gran quadro di cui abbiamo esaminate le varie parti. Il Cristianesimo era riuscito vittorioso [pg!487] dell'antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano alle condizioni ed ai bisogni del tempo. In una mano portava il monoteismo, diventato indispensabile ad un mondo pel quale l'antico politeismo si era ormai vuotato d'ogni sostanza; nell'altra mano portava una legge morale che urtava contro l'antica organizzazione della società basata sulla prepotenza della forza, una legge che glorificava la debolezza e la sventura, ed avrebbe dovuto inaugurare una nuova società basata sull'amore e sulla coscienza della fratellanza umana. Se non che, il Cristianesimo, adoperando come due leve quei due principî novatori, ha potuto compiere la parte negativa del suo programma, ha potuto smuovere dai cardini e rovesciare l'antica civiltà, ma non ha potuto compiere la parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore dalla lotta secolare da lui eroicamente affrontata, istituiva una nuova società, questa si fondava ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale luminoso, ma senza efficacia diretta sulle azioni dell'uomo. Quale la ragione di questo strano fenomeno? Perchè mai, abbattuta l'iniquità antica da un Vangelo divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa di quella che era stata combattuta e sconfitta? La ragione di quel fenomeno storico è che l'imperativo categorico di una legge morale non si trova già all'infuori e al di sopra dell'umanità, si trova, bensì, dentro di essa, nella condizione essenziale del suo spirito in un dato momento storico, e nella conseguente necessità della sua organizzazione. Non è la legge morale che rinnova la società, è la società già rinnovata che s'impone la legge morale. Ora, una società non si rinnova, se non si rinnova il suo modo di comprendere [pg!488] sè stessa e l'universo. Fin quando esisteva il concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto antropo e geocentrico dell'universo, l'umanità poteva cambiar di veste, ma, nella sostanza, doveva rimanere sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto di un Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente dotato di un arbitrio assoluto, l'umanità avrebbe sempre trovato il modo di eludere la legge che le era pesante, di piegare quel Potere alle sue passioni, di farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore di un compenso contrattuale. Il rinnovamento della società non poteva verificarsi se non quando al concetto di un arbitrio soprannaturale venisse a sostituirsi il concetto del determinismo inalterabile di un sistema naturale. Bisogna che l'umanità ponga sè stessa e l'universo nel vero per organizzarsi con una legge a cui non possa sottrarsi. La legge morale che il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi, assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè moralmente basata sul vero, doveva rimanere inefficace in un mondo intellettualmente basato sul falso.Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di Cristianesimo vittorioso, trovava il vizio ed il delitto dominanti nella Corte, le lotte intestine squarcianti la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in tutte le membra dell'impero cristiano. Egli s'illuse di poter salvare la civiltà e di moralizzare il mondo, ritornando all'antico e fondando una specie di Paganesimo cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi un retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre ad un gerarchia monoteista ilpanteonellenico, e, d'altra parte, riconosceva il valore delle virtù che il Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere nell'umanità. Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore, [pg!489] perchè non ha saputo portare nel mondo nessun nuovo principio intellettuale, non voleva che rivestire delle forme antiche quegli stessi principî teologici e morali che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione veramente geniale e feconda, Giuliano avrebbe dovuto farsi promotore di una religione senza sacrifici e senza culto, ed, intuendo la possibilità di sollevare il mondo e l'uomo dal terrore di un arbitrio trascendente ed assoluto e dai ceppi della superstizione, avrebbe dovuto porre le basi di una civiltà che s'innalzasse sulla ragione e sulla scienza. Ma di tutto ciò Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.❦Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella persona e nell'insegnamento del suo fondatore, era la pura espressione di un sentimento morale, l'aspirazione ad un ideale di giustizia, una protesta terribilmente eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del mondo. La predicazione di Gesù, tanto originale pel soffio affascinante di poesia che l'animava e per la squisita semplicità della forma, continuava il solco già iniziato dai grandi profeti del tempo della decadenza d'Israele, i quali ponevano nella conversione alla santità della vita la condizione del risorgimento del loro popolo. Per Gesù, ed è qui che sta propriamente la novità divina del suo Vangelo, la santità della vita si esplicava nel concetto della fratellanza di tutti gli uomini davanti ad un unico Padre, e, di conseguenza, nella condanna della prepotenza e dell'abuso della forza, nell'esaltazione degli umili, dei sofferenti, degli offesi.[pg!490]Il primitivo insegnamento cristiano constava di due buone novelle, per l'efficacia delle quali ha potuto sprofondare le radici anche in quei suoli, che in apparenza, non gli erano adatti, perchè mancanti di ogni lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo, annunciava un'imminente trasformazione che avrebbe cangiata la faccia del mondo, puniti gli oppressori, sollevati gli oppressi. In secondo luogo, affermava la rivelazione di una persona divina, che aveva avuta un'esistenza storica, che era una persona ben determinata e concreta, sulla cui esistenza non era alcun dubbio, in cui, pertanto, si poteva credere con una sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto alle esaurite divinità dell'Olimpo ellenico. Con la prima promessa, il Cristianesimo calmava la sete di giustizia da cui era tormentato un mondo soffocato dall'abuso della forza, eretta in diritto, mentre, con la rivelazione del Cristo divino, rispondeva all'aspirazione di quello stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere, da sostituire agli dei antichi, nei quali non credeva più. E, quando poi si vedeva questo Dio prendere sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato, come l'ultimo degli schiavi, l'apoteosi della sventura era compiuta, e il Cristianesimo diventava naturalmente la religione a cui accorrevano tutti gli infelici.Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo della sua esistenza, era una religione essenzialmente morale e tutta di sentimento. Paolo, è vero, appena convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale al processo della redenzione. Mente logica per eccellenza, Paolo non si è convertito, se non quando quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il pensiero paoliniano rimase, per molto tempo, più che altro, un [pg!491] fatto personale, e non pare che abbia esercitata, se non molto più tardi, una grande influenza sullo svolgimento dottrinario del Cristianesimo. Era l'azione della sua persona, del suo spirito, della sua volontà, era l'annuncio della imminente rigenerazione del mondo per la ricomparsa del Cristo, salvatore degli oppressi, la buona novella che chiamava alla nuova dottrina le turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede semplice, all'infuori di ogni apparato di dottrina sistematica. Coloro che si chiamavano Cristiani non avevano di comune che una fede monoteista, fondata sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza di una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza del dovere, assunto col battesimo, di tenere una condotta rispondente all'esempio, lasciato dal Cristo. Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà del secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente, le lettere d'Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di Barnaba, mostrano la completa assenza di ogni apparato dottrinario nel Cristianesimo primitivo, il quale non era, in fondo, che una norma di condotta appoggiata, ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse rivelate dal Cristo. Quei Cristiani primitivi vivevano, con tutta l'anima, nella loro fede, e non sentivano alcun bisogno di rappresentarsela con un complesso di dottrine determinate. Qual'era la dogmatica di quei Cristiani? Ce lo dice Barnaba436. «Tre sono i dogmi del Signore, la speranza... la giustizia... l'amore». E nella chiusa della sua lettera, nel descrivere [pg!492] le due vie che si aprono al credente, la via della luce e la via delle tenebre, egli traccia un programma il quale non è che l'eco fedele della morale evangelica, in cui non è neppur l'ombra di un principio dottrinario437.Una prova singolarmente interessante della povertà delle dottrine filosofiche nel Cristianesimo genuino, fino alla seconda metà del secolo secondo, la troviamo nell'Ottaviodi Minucio Felice. Al tempo degli Antonini, e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio, durante il quale avvenne la composizione di quel dialogo, il Cristianesimo cominciava ad aver le sue reclute anche nella classe colta della società romana. Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore ciceroniano, uno scrittore elegante, un filosofo erudito. La sua difesa del Cristianesimo ci dà, pertanto, una idea esatta di ciò che fosse il Cristianesimo per quegli spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di Minucio Felice non è che un deismo monoteista estremamente semplice e razionale, che non conosce neppur le prime linee di un sistema teologico e metafisico, che abborre le esteriorità del culto, che pone in diretto contatto con Dio la coscienza dell'uomo. «Qui innocentiam colit, deo supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus abstinet, propitiat deum; qui hominem periculo subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc nostra sacrificia, hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior est ille qui justior»438. Era l'alta moralità del Cristianesimo, era la razionalità dell'idea monoteista, era, infine, la semplicità del culto, ciò che costituiva [pg!493] per gli spiriti eletti l'attrattiva del Cristianesimo nascente. L'indole positiva dell'ingegno latino impediva la fioritura dei parassiti metafisici.Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo non poteva conservarsi in questo stato di semplicità dogmatica. La mente greca era tutta imbevuta di speculazione metafisica. Non era, dunque, possibile che la religione, cioè un'istituzione in cui è rappresentato il vincolo che unisce il mondo alla sua causa, potesse conservarsi estranea alla metafisica. Era, anzi, fatale che diventasse essa pure una metafisica. Questa sorte era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in origine, al pari della religione di Maometto, era completamente impervio alla speculazione filosofica. Bastò che il Giudaismo si allargasse, con le sue colonie, nel mondo greco, perchè dovesse piegarsi all'efficacia trasformatrice del pensiero filosofico, e costituisse, sulla base del logos filoniano, una vera e propria metafisica. Fu in questo ambiente di ebraismo ellenizzato che lo scrittore del Vangelo giovannico attinse l'identificazione del Cristo col logos, e così aperse la porta alla speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi della religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto del connubio del Cristianesimo col mondo greco. Il Gnosticismo cristiano, che probabilmente ebbe le sue radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era degenerata la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo anticipato, una metafisica fantastica e curiosa che si attortigliava intorno all'idea del logos, e la soffocava con le sue frondi lussureggianti. Nel Gnosticismo, il Cristianesimo, perdendo il suo carattere di rivelazione di un principio rigeneratore dell'anima umana, si trasformava in una complicata cosmologia, in cui il processo di creazione si risolveva in un dualismo [pg!494] divino, fra i termini estremi si intrometteva una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla quale primeggiava il logos, emanazione immediata del Dio supremo.Dissi che il Gnosticismo cristiano fu una specie di Neoplatonismo anticipato. Ciò è esatto, nel senso che l'uno e l'altro dei due sistemi, col mezzo delle molteplici emanazioni divine, ricreavano un politeismo effettivo sotto le ali di un monoteismo teorico. Ma ciò non toglie che fra i due sistemi esistesse un'antipatia profonda, perchè il Gnosticismo, innestandosi sul tronco del Cristianesimo, ne aveva preso il concetto pessimista con cui quest'ultimo giudicava il mondo. Ed, anzi, non riuscendo a spiegare la creazione di un mondo cattivo per parte di un dio buono, era caduto nel dualismo, e dava ad un dio perverso la responsabilità della creazione della materia. Il processo della redenzione, compiuto dal logos disceso in terra, constava appunto nella vittoria del dio buono, e nella conseguente liberazione delle anime dalla servitù della materia e del male.Ora, nulla più odioso di questo sistema cosmologico pel Neoplatonismo genuino, pel quale il mondo è ottimo, perfetto in ogni sua parte, rappresenta una fase di un processo evolutivo, in cui il bene e il male hanno un valore relativo ed hanno ognuno, la loro ragion d'essere, un processo al quale l'idea di redenzione non può che essere estranea, perchè l'idea del redimere implica la premessa di un errore e di una colpa che il Neoplatonismo non vuole vedere nel mondo e che a lui parrebbe irriverente al concetto di Dio. Il Neoplatonismo, per bocca stessa di Plotino, ha combattuto apertamente il pessimismo gnostico, ed è anzi, probabilmente, su questa via ch'esso si incontrò col [pg!495] Cristianesimo, e lo ha poi conglobato nella stessa polemica con cui combatteva il Gnosticismo439.L'apparizione del Gnosticismo cristiano che minacciava di ricondurre il Cristianesimo al Politeismo, ebbe la conseguenza di far nascere, come antidoto della dottrina falsa, una dottrina vera, d'aver quindi dato origine ad una teologia ortodossa, la quale servisse di strumento per rintuzzare gli errori gnostici. Ora, la teologia ortodossa, finchè rimaneva nell'ambiente latino, non poteva spiegare le ali a voli metafisici di grande altezza. Per quanto avesse, anch'essa, come punto di partenza l'idea del logos divino, pure non era il processo cosmologico, ma, bensì, il processo di redenzione che costituiva per lei l'essenza della religione. Non è il logos creatore, ma il logos redentore che ispira la teologia d'Ireneo e di Tertulliano. Ma, nel Cristianesimo, ha prevalso lo spirito greco, e questo ha sollevata la speculazione cristiana ad una vetta, su cui, con Clemente d'Alessandria e con Origene, si trasformò in un immenso sistema di metafisica cosmologica che solo, per la presenza del Cristo redentore, si distingueva dalla filosofia neoplatonica che le sorgeva al fianco.Noi abbiamo già veduto quale fosse, nelle sue linee principali, il pensiero d'Origene, quali le conseguenze che ne derivarono, quale lo svolgimento del pensiero cristiano; abbiamo veduto come il Cristianesimo si tramutasse in una dogmatica lussureggiante e come il mondo sia stato travolto in una bufera di dispute metafisiche, nella quale completamente si esauriva [pg!496] l'interesse religioso. Ora, questa trasformazione della religione in scienza, o, diremo con parola più esatta, in filosofia, fece sì che il requisito richiesto per esser cristiano non fu più il riconoscimento di una data norma di condotta morale e l'aspirazione ineffabile ad unirsi col Dio padre, rivelato dal Cristo. Fu, bensì, il riconoscimento della verità di un dato complesso di dogmi filosofici, l'essere ascritto ad un dato sistema dottrinario e scolastico. Questa curiosa ed essenziale trasformazione ha condotto con sè l'impoverimento morale del Cristianesimo. Nei tempi eroici del Cristianesimo, per esser cristiani bisognava praticare date virtù, come insegna Ottavio nel dialogo di Minucio Felice; nel terzo e nel quarto secolo bisognava professare una data dottrina. Lo sciagurato Costantino, che s'era coperto di delitti, ed aveva uccisi il figlio e la moglie, era, agli occhi del grande Atanasio, un imperatore venerando, perchè aveva raccolto il Concilio di Nicea ed aveva sostenuta la formola dell'ομοουσιος. Nelle lotte teologiche che hanno, per tre secoli, dilaniata la Chiesa, da una parte e dall'altra, non si guardava, nel Cristiano, che una cosa sola, la professione dottrinaria. Il programma del Discorso sulla montagna e della lettera di Barnaba o della διδαχή aveva ceduto il posto alle formole dogmatiche che i Concilî si scagliavano l'uno contro l'altro e che venivano raccolte dai partigiani delle guerreggianti dottrine. In questa condizione di cose, in cui il Cristianesimo si era intellettualmente ellenizzato, abbandonando la sua prima natura, questa fu così completamente dimenticata che, quando si volle ricreare, nel mezzo dell'edificio teologico, un sistema di morale, non si ritornò al Vangelo e nemmeno a Paolo, ma si ripresero le tradizioni dello stoicismo greco e latino. [pg!497] Ambrogio stesso, scrivendo il suo libro deiDoveri, non fece che ricopiare il libro di Cicerone, il quale, come si sa, non era che un rifacimento del trattato dello stoico Panezio. Se non che, ogni efficacia redentrice in un Cristianesimo siffatto che, intellettualmente, si arrampicava sulle rocce aride della metafisica, e moralmente abbandonava il principio vivente dell'amore e della fratellanza per risollevare la statua marmorea di una virtù nutrita dell'idea astratta del dovere, non poteva che spegnersi del tutto. Diventò una religione formalista, e, quel che è peggio, una religione che poneva la salvezza non più nel rinnovamento dell'uomo interno, come voleva Paolo, ma nel riconoscimento di esteriorità, tanto dottrinali che rituali, le quali, da quella luminosa aspirazione all'ideale, con cui si era affermata nel suo nascere, la tramutavano in una complicata superstizione.Ma il Cristianesimo non poteva perdere intieramente l'efficacia moralizzatrice che gli aveva data la sua forza primitiva e la sua ragion d'essere. La trasformazione della Chiesa in un'organizzazione intellettuale che non richiedeva che il consenso a determinate dottrine, portò, di conseguenza, la secessione di quegli spiriti che, nella religione, cercavano qualche cosa di più, e che, pertanto, non potevano acconciarsi alla mondanità opportunista di una religione ufficiale. Costoro si ritraevano dal mondo e dalla vita sociale e davano origine all'ascetismo monacale, che fu, come già accennammo, il ricovero in cui vennero a rifugiarsi le tendenze ideali che il Cristianesimo aveva gittate nel mondo.[pg!498]❦Ecco, dunque, lo spettacolo che offriva la società cristiana, nella seconda metà del secolo quarto, quando già si erano svolte le conseguenze del riconoscimento del Cristianesimo, fatto da Costantino. Il Cristianesimo si era pervertito per adattarsi alle esigenze della società in cui entrava come elemento essenziale della sua organizzazione. Gli ideali altissimi che aveva rivelati al mondo, inapplicabili affatto alla vita reale di quei tempi, già accennavano a separarsene nell'isolamento dei monasteri, e il Cristianesimo non appariva, a chi ne stava fuori, che come una forza distruttiva, la quale, rovesciando tutte le tradizioni di patriottismo e di coltura su cui si era innalzata l'antica civiltà, ne rendevano inevitabile la catastrofe. Questo era il punto di vista da cui guardava il Cristianesimo il filosofo imperiale che, unico superstite della famiglia di Costantino, saliva al trono dei Cesari. Innamorato, nel fondo dell'anima, della civiltà ellenica, egli voleva impedirne la rovina, considerava come un supremo dovere il difenderla dai pericoli che terribilmente la premevano. Per questo, egli odiava il Cristianesimo il quale voleva, è vero, usufruire della sua eredità, ed apprendere a parlare ed a scrivere secondo i suoi insegnamenti, ma, nella realtà, la dissolveva e le toglieva ogni forza di resistenza.Pensatore educato alla scuola dei neoplatonici, Giuliano trovava preferibile la dottrina di Plotino e di Porfirio, ed, andando più in sù, la dottrina di Platone a quella d'Origene e d'Atanasio che ne era la derivazione intorbidata. Moralista severo, egli era disgustato della corruzione in cui il Cristianesimo era caduto, [pg!499] appena assunto alla dignità di religione riconosciuta. Tutte le passioni, tutti i vizî vi avevano libera fioritura. Nè la Corte imperiale, nè le grandi città dell'Impero erano state moralizzate dalla conversione al Cristianesimo. La cristianissima Antiochia offriva a Giuliano uno spettacolo scandaloso. Egli non poteva tacere il suo stupore ed il suo sdegno, così da diventare antipatico agli Antiochesi, assai più perchè rigido censore dei loro costumi che perchè nemico della loro religione.In tale condizione di cose, parve a Giuliano che egli dovesse e potesse risollevare le sorti della civiltà antica, dell'Ellenismo, com'egli diceva, col ricostituire il Politeismo e col volgergli di nuovo la corrente del sentimento e delle abitudini popolari. Ma sentì di non poter far questo, se insieme non iniziava la riforma del Politeismo. Gli dei naturalistici e nazionali dell'antico Olimpo greco-latino erano completamente esauriti e nessuno poteva più credere in essi. Giuliano, come vedemmo, li conservò, trasformandoli in altrettante espressioni simboliche, aggruppate intorno ad un unico principio divino, a sua volta rappresentato dal Sole, che era per lui il re dell'universo. In ciò Giuliano non era che un neoplatonico, seguace più di Giamblico che di Plotino, e non era per nulla un novatore. Ma ciò che è propriamente originale ed interessante è che Giuliano, nel rinascimento dell'Ellenismo, vedeva la vittoria di un alto principio di morale e di virtù. Giuliano era un uomo, per eccellenza, virtuoso, austero, alieno da tutti i godimenti mondani, idealista di natura e di educazione. Ora, egli non riconosceva affatto che il Cristianesimo fosse stato un fattore di moralità. Se si esclude il precetto dell'elemosina ai poveri, per la quale egli eccita i suoi seguaci [pg!500] ad imitare i Galilei, non vi ha virtù ch'egli riconosca esercitata dai Cristiani. Non vedeva, sopratutto in alto, fra i vescovi stessi, che avidità di guadagno, ambizioni, lotte accanite, incontinenza e violenza. Ed egli voleva ricondurre nella pratica della vita quelle virtù che il Cristianesimo mondano lasciava esulare nei cenobî. Qui sta propriamente la chiave esplicativa del tentativo di Giuliano. Il Cristianesimo non aveva moralizzato il mondo, egli credette di poterlo moralizzare ravvivando l'Ellenismo, che per lui conteneva la somma della sapienza, della bellezza e della bontà.Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo al Politeismo, ma ad un Politeismo essenzialmente riformato. La religione, nel mondo antico, era propriamente una funzione dello Stato. Un urto, una discordia, una separazione fra la religione e lo Stato non era neppure imaginabile; la religione era necessariamente l'ancella dello Stato, perchè era lo strumento necessario, il fattore indispensabile della sua conservazione. Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo il concetto di una religione che si costituisce come una forza indipendente dallo Stato. Ma, appena fu riconosciuto come religione ammessa nell'Impero, rivelò la tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare le parti e da fare della religione, organizzata disciplinarmente nella Chiesa, la potenza dominatrice dello Stato servo.Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell'analisi [pg!501] delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come l'organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli, ch'egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s'ispirasse agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il sentirvi, talvolta, un'eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo, nell'entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale severa, in nome di Bacco e d'Apollo, diventati simboli di idee mistiche e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera dell'Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all'infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il suo [pg!502] scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava in ogni sua parte, sotto l'azione del Cristianesimo che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di principî di sentimenti che sono la ragion d'essere di una civiltà. Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in tutti i meati, se posso così esprimermi, dell'anima sociale e individuale che il ritorno all'antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è accinto all'impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme l'edificio, l'istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta ed illuso s'imaginava che avrebbe salvato l'Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la sua poesia, le sue arti!Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di [pg!503] credere in un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge l'universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l'ostacolo insuperabile della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo. La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un'attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d'amore che S. Agostino innalza a Dio nelle sueConfessionicon le invocazioni di Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell'entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto [pg!504] come Giuliano s'irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un continuo eccitamento all'ardore della fede, e sollevare facilmente all'ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia all'Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male come un fatto inerente al mondo ed all'umanità, ma insegnava, insieme, a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni dall'iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull'anima umana, se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un male, l'anima umana si attacca [pg!505] con passione alla promessa di un oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione, l'eroismo, l'abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio, all'ascetica voluttà dell'amore divino. Il concetto ottimista uccide la religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali da cui l'anima è assente. Certo, un pensatore sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo perfetto, assurgere all'estatica visione di Dio, ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta mondanità.Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era la religione degli infelici, la religione della sventura e del pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con una forza d'attrazione a cui nulla poteva resistere.❦Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l'Ellenismo; ma non voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario, egli era però nell'antitesi più recisa con quel che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l'uomo del suo tempo. Aveva un'inclinazione [pg!506] alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta la necessità dell'intervento continuo, diretto della divinità in ogni fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per un'ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell'uomo. Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non l'avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell'uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano che l'uomo in terra con le sue passioni, il trascendente in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre impenetrabili.Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo [pg!507] in piedi tutto l'apparato di istituzioni religiose che ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell'antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità della natura. L'uomo, mercè la sua facoltà d'astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l'universo, rappresentandolo in una serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell'individuo e della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace — e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione antropocentrica dell'universo e la concezione antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto all'infuori e al disopra della natura e dell'umanità che esso regge con un arbitrio assoluto, posano sopra un'illusione della mente umana, e immobilizzano la vita in una rete d'errori nei quali quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.[pg!508]Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale di concepimento un principio morale, giusto e vero a nulla giova, perchè la falsità della concezione in cui vive la mente umana ne rende impossibile l'applicazione, anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s'imagina che il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza dell'uomo, un Dio che si guadagna con le preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le passioni umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano la libertà del movimento in una religione formalista che dà all'uomo il mezzo di ottenere da Dio la desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo ha data una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente la buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime principio della fratellanza e della solidarietà umana che è la sola fonte da cui può scaturire la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito ostruita. Il mondo non è stato punto moralizzato dal Cristianesimo, il quale, per l'errata concezione metafisica dell'universo e della divinità, è tosto diventato una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche imposte come verità assolute, una religione, che, nelle gesta della sua onnipotente gerarchia, è diventata la negazione di sè stessa, ed ha data al mondo quella società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata, senza pietà e senza amore, di cui laDivina Commediae i drammi di Shakespeare ci presentano il quadro vivente.❦Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto, nella solitudine del natio borgo, si sprofondava, con sì tragico abbandono, nella voragine sterminata dei [pg!509] suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del disordine sociale, e la rendeva responsabile dell'umana infelicità. Dalla ragione, dalla sola ragione venivano tutti gli errori, in mezzo ai quali, l'uomo, staccandosi dalla natura, s'era andato perdendo ed intricandosi, come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi trovava, in questa sua convinzione, la conferma del mito biblico della caduta dell'uomo. Fu l'uso e l'abuso della ragione che ha allontanato l'uomo dallo stato di natura. In questo stato egli era guidato dall'istinto, duce infallibile perchè limitato alla realtà dei fenomeni; nello stato ragionevole, l'istinto cede il posto alla ragione, la quale si pasce d'errori e di larve ed imagina un mondo che non risponde alla verità. Ed è supremamente interessante il vedere come il Leopardi, scrutando, con singolare acume d'osservazione, il problema del destino umano, trovasse, nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono giunti ad un certo grado di coltura e di civiltà, la ragione non bastò più a sè stessa, perchè scomponeva e distruggeva, con le proprie mani, quelle illusioni che aveva create e che erano indispensabili per render tollerabile la vita all'uomo. L'umanità, pertanto, sarebbe andata incontro ad una catastrofe, se non fosse venuta una rivelazione divina, la quale, all'infuori ed al di sopra della ragione, garantisce all'uomo l'esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza, la compagine umana, per l'effetto degli errori irreparabili della ragione, si discioglie come un edificio senza cemento.Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la teoria sta pur sempre il sentimento del nulla, il sentimento dell'infinita vanità del Tutto. Il mondo ideale, [pg!510] garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di necessarie illusioni. Da qui l'attitudine disperata dell'infelice poeta che, riconosciuti gli errori della ragione, non vedeva altra salvezza che in un'illusione di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella ragione, che crea un mondo ideale basato sul falso, la causa dei mali e del disordine umano. Le società animali sono infallibili, perchè condotte, nell'esercizio delle loro funzioni, dall'infallibile istinto. Ma la società umana, finchè la ragione vi agisce con un'interpretazione errata ed illusoria della realtà, non potrà organizzarsi che nella violenza, nel delitto e nella sventura.Tantum religio potuit suadere malorum!è un verso che non si applica solo al sacrifizio d'Ifigenia.Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che la ragione, colle sue astrazioni premature ed arbitrarie, ha la funesta facoltà di porre, alla compagine del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue il danno di un'organizzazione umana basata sull'errore, è pur vero che essa ha, insieme, la provvida facoltà di correggere sè stessa, così che, a poco a poco, sostituisce, nella spiegazione dell'Universo, il concetto della legge al concetto dell'arbitrio, e, per questa via, riesce a togliere alla divinità la veste antropomorfica, di cui essa stessa l'aveva coperta, ed all'uomo il pregiudizio antropocentrico che essa gli aveva donato. L'Universo è un fatto razionale. Ma la ragione, fin dai primi suoi passi, volendo e non potendo spiegarlo razionalmente, lo idealizzava in un'illusione irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla ragione e [pg!511] nella persistenza nell'irrazionale che può collocarsi la salvezza del mondo e dell'umanità. Tale salvezza, come lo attesta tutta la storia del progresso umano, sta solo nel vero e nella luce crescente di un'idealità, che razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.❦Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una nuova orientazione alla nave dell'umanità. Il giorno in cui prese inizio il movimento verso un nuovo orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui il Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio morale, per quanto perfetto e sublime esso fosse, ma, bensì, con quello in cui la ragione cominciò a squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista della realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla nella sua oggettiva consistenza. Copernico, Keplero, Bacone, Galileo, Newton furono i nocchieri che piegarono la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale della verità diventasse un fattore efficace di evoluzione sociale. Il gran fatto del secolo decimonono, il fatto pel quale può dirsi, per eccellenza, il secolo novatore, è quello appunto di aver fondata l'organizzazione dell'umana energia sulla base della scienza, che vuol dire sulla base della verità.La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente intellettuale. L'uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto e per l'amore verso gli altri uomini, perchè questo rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana gli si impongano, nell'ambiente [pg!512] in cui vive, con un determinismo casuale a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l'uomo, ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo, era isterilita dall'errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è necessario che l'umanità posi sul vero; è necessario che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà. Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà, ecco l'ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita; [pg!513] l'umanità ricorreva, di quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe' suoi mali. Ma la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto, incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito non v'ha fenomeno più grande di questa permanenza dell'ideale cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l'essenza, sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.L'uomo antico professava un concetto dell'universo, attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui l'idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico dell'antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i germi di un'eterna verità.[pg!514]Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll'orrore che oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell'umanità, e col sentimento crescente dei doveri che avvincono l'uomo ai suoi simili, così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente dipende dall'indirizzo scientifico che nel secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l'uomo capace di rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di tutte le manifestazioni della vita acquista un'efficacia sempre maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo primitivo s'impongono come un dovere necessario, come un imperativo categorico a cui l'uomo sempre più difficilmente trova il modo di sottrarsi.Se l'antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva, la scienza che investiga l'universo con l'osservazione e l'esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero state respinte, e l'incivilimento del mondo, in luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di quell'indirizzo essa abbia avuto il sentore. [pg!515] La mente d'Aristotele poneva il principio dell'esistenza di una legge intrinseca all'universo, considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già balenata l'idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità di rinnovarsi e di progredire, l'ha condannata ad un'inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata nell'organizzazione di quella società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo antico era alimentata dalla forza materiale dell'uomo stoltamente sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l'impulso per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via dell'esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le conseguenze che vi sono latenti. L'ineguaglianza [pg!516] dei diritti umani e la conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l'effetto che l'attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso. Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell'indole; ma l'indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate, e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l'aveva precipitata, sconvolgendo le basi religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell'Impero. Il Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l'una e l'altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non [pg!517] conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l'uno nè l'altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche ed antropomorfiche per cui l'uomo ricrea nella sua mente, con un'imagine falsa, perchè basata sovra un'idea errata, il mondo della realtà.❦L'impresa tentata dall'imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire l'Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l'impresa di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non rischiarabili dell'irrazionale ed a sostituire al fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; [pg!518] non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una civiltà di cui era stato l'unico erede, dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la quale l'infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell'Ellade.Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il Cristianesimo, e sorridere non meno l'illusione di questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non possiamo chiudere l'animo nostro alla simpatia per l'uomo, che, scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso, un mirabile esempio d'eroismo, d'entusiasmo e di fede, che ha posto a servizio di un'idea la sua fortuna e l'immenso potere da lui conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d'un colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo sguardo all'idea che era il faro della sua vita. L'imperatore Giuliano ci appare come un'imagine fuggitiva e luminosa all'orizzonte, sotto cui era già tramontato l'astro di quella Grecia, che era per lui la [pg!519] Terra santa della civiltà, la madre di quanto v'ha, nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα![pg!520]
Io diceva, cominciando questo studio, che nessun destino è stato più miserando di quello di Giuliano, perchè la Chiesa, da lui inutilmente combattuta, si è vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur avrebbe avuto tanto diritto al rispetto ed all'ammirazione dei posteri. Ma, dopo essere stati lungamente nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha, forse, nella storia, altro esempio di tante e così splendide doti completamente sciupate in una vana impresa. Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del mondo meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie ad esercitare sugli eventi un'azione duratura. Nessun uomo più miseramente scomparso, senza lasciare traccia alcuna di sè. L'opera di Giuliano è stata passeggera e vana come il solco di una barca sulla superficie dell'acqua. Appena passata la poppa, le acque divise si riuniscono ancora ed il solco non è più rintracciabile. Così appena Giuliano spirava là, nella sua tenda, sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero svaniva nel nulla, e la storia riprendeva il cammino [pg!486] come s'egli non fosse mai esistito. Si può dire che il Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra che Giuliano gli ha mossa. Non l'ha fermato, neppure per un istante, nella sua propaganda, non ha influito, in nessun modo, sul suo indirizzo e sulle sue ulteriori manifestazioni.
La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto dell'Impero, posto sul trono dei Cesari, un uomo di vivo ingegno e d'animo forte e retto. Ed egli non ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel vuoto. Un'idea, completamente sbagliata, si era impadronita di lui, ed ha piegata la sua azione in una direzione in fondo alla quale avrebbe trovato il baratro. Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che non ha la coscienza del mondo reale da cui è circondato. Non c'è, nella storia, spettacolo più triste di questo sciupìo di forze preziose, ma non c'è nemmeno spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause che hanno reso possibile il sorgere di una così grande illusione in uno spirito pur così aperto ed intelligente ci dà il mezzo di comprendere e di valutare, nella sua portata reale, la rivoluzione religiosa che ha condotto a rovina l'antica civiltà.
Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse nel corso di questo lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle ed insistervi, poichè in esse sta tutto l'interesse della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.
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Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno sguardo il gran quadro di cui abbiamo esaminate le varie parti. Il Cristianesimo era riuscito vittorioso [pg!487] dell'antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano alle condizioni ed ai bisogni del tempo. In una mano portava il monoteismo, diventato indispensabile ad un mondo pel quale l'antico politeismo si era ormai vuotato d'ogni sostanza; nell'altra mano portava una legge morale che urtava contro l'antica organizzazione della società basata sulla prepotenza della forza, una legge che glorificava la debolezza e la sventura, ed avrebbe dovuto inaugurare una nuova società basata sull'amore e sulla coscienza della fratellanza umana. Se non che, il Cristianesimo, adoperando come due leve quei due principî novatori, ha potuto compiere la parte negativa del suo programma, ha potuto smuovere dai cardini e rovesciare l'antica civiltà, ma non ha potuto compiere la parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore dalla lotta secolare da lui eroicamente affrontata, istituiva una nuova società, questa si fondava ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale luminoso, ma senza efficacia diretta sulle azioni dell'uomo. Quale la ragione di questo strano fenomeno? Perchè mai, abbattuta l'iniquità antica da un Vangelo divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa di quella che era stata combattuta e sconfitta? La ragione di quel fenomeno storico è che l'imperativo categorico di una legge morale non si trova già all'infuori e al di sopra dell'umanità, si trova, bensì, dentro di essa, nella condizione essenziale del suo spirito in un dato momento storico, e nella conseguente necessità della sua organizzazione. Non è la legge morale che rinnova la società, è la società già rinnovata che s'impone la legge morale. Ora, una società non si rinnova, se non si rinnova il suo modo di comprendere [pg!488] sè stessa e l'universo. Fin quando esisteva il concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto antropo e geocentrico dell'universo, l'umanità poteva cambiar di veste, ma, nella sostanza, doveva rimanere sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto di un Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente dotato di un arbitrio assoluto, l'umanità avrebbe sempre trovato il modo di eludere la legge che le era pesante, di piegare quel Potere alle sue passioni, di farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore di un compenso contrattuale. Il rinnovamento della società non poteva verificarsi se non quando al concetto di un arbitrio soprannaturale venisse a sostituirsi il concetto del determinismo inalterabile di un sistema naturale. Bisogna che l'umanità ponga sè stessa e l'universo nel vero per organizzarsi con una legge a cui non possa sottrarsi. La legge morale che il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi, assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè moralmente basata sul vero, doveva rimanere inefficace in un mondo intellettualmente basato sul falso.
Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di Cristianesimo vittorioso, trovava il vizio ed il delitto dominanti nella Corte, le lotte intestine squarcianti la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in tutte le membra dell'impero cristiano. Egli s'illuse di poter salvare la civiltà e di moralizzare il mondo, ritornando all'antico e fondando una specie di Paganesimo cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi un retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre ad un gerarchia monoteista ilpanteonellenico, e, d'altra parte, riconosceva il valore delle virtù che il Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere nell'umanità. Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore, [pg!489] perchè non ha saputo portare nel mondo nessun nuovo principio intellettuale, non voleva che rivestire delle forme antiche quegli stessi principî teologici e morali che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione veramente geniale e feconda, Giuliano avrebbe dovuto farsi promotore di una religione senza sacrifici e senza culto, ed, intuendo la possibilità di sollevare il mondo e l'uomo dal terrore di un arbitrio trascendente ed assoluto e dai ceppi della superstizione, avrebbe dovuto porre le basi di una civiltà che s'innalzasse sulla ragione e sulla scienza. Ma di tutto ciò Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.
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Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella persona e nell'insegnamento del suo fondatore, era la pura espressione di un sentimento morale, l'aspirazione ad un ideale di giustizia, una protesta terribilmente eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del mondo. La predicazione di Gesù, tanto originale pel soffio affascinante di poesia che l'animava e per la squisita semplicità della forma, continuava il solco già iniziato dai grandi profeti del tempo della decadenza d'Israele, i quali ponevano nella conversione alla santità della vita la condizione del risorgimento del loro popolo. Per Gesù, ed è qui che sta propriamente la novità divina del suo Vangelo, la santità della vita si esplicava nel concetto della fratellanza di tutti gli uomini davanti ad un unico Padre, e, di conseguenza, nella condanna della prepotenza e dell'abuso della forza, nell'esaltazione degli umili, dei sofferenti, degli offesi.
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Il primitivo insegnamento cristiano constava di due buone novelle, per l'efficacia delle quali ha potuto sprofondare le radici anche in quei suoli, che in apparenza, non gli erano adatti, perchè mancanti di ogni lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo, annunciava un'imminente trasformazione che avrebbe cangiata la faccia del mondo, puniti gli oppressori, sollevati gli oppressi. In secondo luogo, affermava la rivelazione di una persona divina, che aveva avuta un'esistenza storica, che era una persona ben determinata e concreta, sulla cui esistenza non era alcun dubbio, in cui, pertanto, si poteva credere con una sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto alle esaurite divinità dell'Olimpo ellenico. Con la prima promessa, il Cristianesimo calmava la sete di giustizia da cui era tormentato un mondo soffocato dall'abuso della forza, eretta in diritto, mentre, con la rivelazione del Cristo divino, rispondeva all'aspirazione di quello stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere, da sostituire agli dei antichi, nei quali non credeva più. E, quando poi si vedeva questo Dio prendere sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato, come l'ultimo degli schiavi, l'apoteosi della sventura era compiuta, e il Cristianesimo diventava naturalmente la religione a cui accorrevano tutti gli infelici.
Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo della sua esistenza, era una religione essenzialmente morale e tutta di sentimento. Paolo, è vero, appena convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale al processo della redenzione. Mente logica per eccellenza, Paolo non si è convertito, se non quando quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il pensiero paoliniano rimase, per molto tempo, più che altro, un [pg!491] fatto personale, e non pare che abbia esercitata, se non molto più tardi, una grande influenza sullo svolgimento dottrinario del Cristianesimo. Era l'azione della sua persona, del suo spirito, della sua volontà, era l'annuncio della imminente rigenerazione del mondo per la ricomparsa del Cristo, salvatore degli oppressi, la buona novella che chiamava alla nuova dottrina le turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede semplice, all'infuori di ogni apparato di dottrina sistematica. Coloro che si chiamavano Cristiani non avevano di comune che una fede monoteista, fondata sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza di una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza del dovere, assunto col battesimo, di tenere una condotta rispondente all'esempio, lasciato dal Cristo. Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà del secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente, le lettere d'Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di Barnaba, mostrano la completa assenza di ogni apparato dottrinario nel Cristianesimo primitivo, il quale non era, in fondo, che una norma di condotta appoggiata, ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse rivelate dal Cristo. Quei Cristiani primitivi vivevano, con tutta l'anima, nella loro fede, e non sentivano alcun bisogno di rappresentarsela con un complesso di dottrine determinate. Qual'era la dogmatica di quei Cristiani? Ce lo dice Barnaba436. «Tre sono i dogmi del Signore, la speranza... la giustizia... l'amore». E nella chiusa della sua lettera, nel descrivere [pg!492] le due vie che si aprono al credente, la via della luce e la via delle tenebre, egli traccia un programma il quale non è che l'eco fedele della morale evangelica, in cui non è neppur l'ombra di un principio dottrinario437.
Una prova singolarmente interessante della povertà delle dottrine filosofiche nel Cristianesimo genuino, fino alla seconda metà del secolo secondo, la troviamo nell'Ottaviodi Minucio Felice. Al tempo degli Antonini, e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio, durante il quale avvenne la composizione di quel dialogo, il Cristianesimo cominciava ad aver le sue reclute anche nella classe colta della società romana. Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore ciceroniano, uno scrittore elegante, un filosofo erudito. La sua difesa del Cristianesimo ci dà, pertanto, una idea esatta di ciò che fosse il Cristianesimo per quegli spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di Minucio Felice non è che un deismo monoteista estremamente semplice e razionale, che non conosce neppur le prime linee di un sistema teologico e metafisico, che abborre le esteriorità del culto, che pone in diretto contatto con Dio la coscienza dell'uomo. «Qui innocentiam colit, deo supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus abstinet, propitiat deum; qui hominem periculo subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc nostra sacrificia, hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior est ille qui justior»438. Era l'alta moralità del Cristianesimo, era la razionalità dell'idea monoteista, era, infine, la semplicità del culto, ciò che costituiva [pg!493] per gli spiriti eletti l'attrattiva del Cristianesimo nascente. L'indole positiva dell'ingegno latino impediva la fioritura dei parassiti metafisici.
Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo non poteva conservarsi in questo stato di semplicità dogmatica. La mente greca era tutta imbevuta di speculazione metafisica. Non era, dunque, possibile che la religione, cioè un'istituzione in cui è rappresentato il vincolo che unisce il mondo alla sua causa, potesse conservarsi estranea alla metafisica. Era, anzi, fatale che diventasse essa pure una metafisica. Questa sorte era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in origine, al pari della religione di Maometto, era completamente impervio alla speculazione filosofica. Bastò che il Giudaismo si allargasse, con le sue colonie, nel mondo greco, perchè dovesse piegarsi all'efficacia trasformatrice del pensiero filosofico, e costituisse, sulla base del logos filoniano, una vera e propria metafisica. Fu in questo ambiente di ebraismo ellenizzato che lo scrittore del Vangelo giovannico attinse l'identificazione del Cristo col logos, e così aperse la porta alla speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi della religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto del connubio del Cristianesimo col mondo greco. Il Gnosticismo cristiano, che probabilmente ebbe le sue radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era degenerata la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo anticipato, una metafisica fantastica e curiosa che si attortigliava intorno all'idea del logos, e la soffocava con le sue frondi lussureggianti. Nel Gnosticismo, il Cristianesimo, perdendo il suo carattere di rivelazione di un principio rigeneratore dell'anima umana, si trasformava in una complicata cosmologia, in cui il processo di creazione si risolveva in un dualismo [pg!494] divino, fra i termini estremi si intrometteva una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla quale primeggiava il logos, emanazione immediata del Dio supremo.
Dissi che il Gnosticismo cristiano fu una specie di Neoplatonismo anticipato. Ciò è esatto, nel senso che l'uno e l'altro dei due sistemi, col mezzo delle molteplici emanazioni divine, ricreavano un politeismo effettivo sotto le ali di un monoteismo teorico. Ma ciò non toglie che fra i due sistemi esistesse un'antipatia profonda, perchè il Gnosticismo, innestandosi sul tronco del Cristianesimo, ne aveva preso il concetto pessimista con cui quest'ultimo giudicava il mondo. Ed, anzi, non riuscendo a spiegare la creazione di un mondo cattivo per parte di un dio buono, era caduto nel dualismo, e dava ad un dio perverso la responsabilità della creazione della materia. Il processo della redenzione, compiuto dal logos disceso in terra, constava appunto nella vittoria del dio buono, e nella conseguente liberazione delle anime dalla servitù della materia e del male.
Ora, nulla più odioso di questo sistema cosmologico pel Neoplatonismo genuino, pel quale il mondo è ottimo, perfetto in ogni sua parte, rappresenta una fase di un processo evolutivo, in cui il bene e il male hanno un valore relativo ed hanno ognuno, la loro ragion d'essere, un processo al quale l'idea di redenzione non può che essere estranea, perchè l'idea del redimere implica la premessa di un errore e di una colpa che il Neoplatonismo non vuole vedere nel mondo e che a lui parrebbe irriverente al concetto di Dio. Il Neoplatonismo, per bocca stessa di Plotino, ha combattuto apertamente il pessimismo gnostico, ed è anzi, probabilmente, su questa via ch'esso si incontrò col [pg!495] Cristianesimo, e lo ha poi conglobato nella stessa polemica con cui combatteva il Gnosticismo439.
L'apparizione del Gnosticismo cristiano che minacciava di ricondurre il Cristianesimo al Politeismo, ebbe la conseguenza di far nascere, come antidoto della dottrina falsa, una dottrina vera, d'aver quindi dato origine ad una teologia ortodossa, la quale servisse di strumento per rintuzzare gli errori gnostici. Ora, la teologia ortodossa, finchè rimaneva nell'ambiente latino, non poteva spiegare le ali a voli metafisici di grande altezza. Per quanto avesse, anch'essa, come punto di partenza l'idea del logos divino, pure non era il processo cosmologico, ma, bensì, il processo di redenzione che costituiva per lei l'essenza della religione. Non è il logos creatore, ma il logos redentore che ispira la teologia d'Ireneo e di Tertulliano. Ma, nel Cristianesimo, ha prevalso lo spirito greco, e questo ha sollevata la speculazione cristiana ad una vetta, su cui, con Clemente d'Alessandria e con Origene, si trasformò in un immenso sistema di metafisica cosmologica che solo, per la presenza del Cristo redentore, si distingueva dalla filosofia neoplatonica che le sorgeva al fianco.
Noi abbiamo già veduto quale fosse, nelle sue linee principali, il pensiero d'Origene, quali le conseguenze che ne derivarono, quale lo svolgimento del pensiero cristiano; abbiamo veduto come il Cristianesimo si tramutasse in una dogmatica lussureggiante e come il mondo sia stato travolto in una bufera di dispute metafisiche, nella quale completamente si esauriva [pg!496] l'interesse religioso. Ora, questa trasformazione della religione in scienza, o, diremo con parola più esatta, in filosofia, fece sì che il requisito richiesto per esser cristiano non fu più il riconoscimento di una data norma di condotta morale e l'aspirazione ineffabile ad unirsi col Dio padre, rivelato dal Cristo. Fu, bensì, il riconoscimento della verità di un dato complesso di dogmi filosofici, l'essere ascritto ad un dato sistema dottrinario e scolastico. Questa curiosa ed essenziale trasformazione ha condotto con sè l'impoverimento morale del Cristianesimo. Nei tempi eroici del Cristianesimo, per esser cristiani bisognava praticare date virtù, come insegna Ottavio nel dialogo di Minucio Felice; nel terzo e nel quarto secolo bisognava professare una data dottrina. Lo sciagurato Costantino, che s'era coperto di delitti, ed aveva uccisi il figlio e la moglie, era, agli occhi del grande Atanasio, un imperatore venerando, perchè aveva raccolto il Concilio di Nicea ed aveva sostenuta la formola dell'ομοουσιος. Nelle lotte teologiche che hanno, per tre secoli, dilaniata la Chiesa, da una parte e dall'altra, non si guardava, nel Cristiano, che una cosa sola, la professione dottrinaria. Il programma del Discorso sulla montagna e della lettera di Barnaba o della διδαχή aveva ceduto il posto alle formole dogmatiche che i Concilî si scagliavano l'uno contro l'altro e che venivano raccolte dai partigiani delle guerreggianti dottrine. In questa condizione di cose, in cui il Cristianesimo si era intellettualmente ellenizzato, abbandonando la sua prima natura, questa fu così completamente dimenticata che, quando si volle ricreare, nel mezzo dell'edificio teologico, un sistema di morale, non si ritornò al Vangelo e nemmeno a Paolo, ma si ripresero le tradizioni dello stoicismo greco e latino. [pg!497] Ambrogio stesso, scrivendo il suo libro deiDoveri, non fece che ricopiare il libro di Cicerone, il quale, come si sa, non era che un rifacimento del trattato dello stoico Panezio. Se non che, ogni efficacia redentrice in un Cristianesimo siffatto che, intellettualmente, si arrampicava sulle rocce aride della metafisica, e moralmente abbandonava il principio vivente dell'amore e della fratellanza per risollevare la statua marmorea di una virtù nutrita dell'idea astratta del dovere, non poteva che spegnersi del tutto. Diventò una religione formalista, e, quel che è peggio, una religione che poneva la salvezza non più nel rinnovamento dell'uomo interno, come voleva Paolo, ma nel riconoscimento di esteriorità, tanto dottrinali che rituali, le quali, da quella luminosa aspirazione all'ideale, con cui si era affermata nel suo nascere, la tramutavano in una complicata superstizione.
Ma il Cristianesimo non poteva perdere intieramente l'efficacia moralizzatrice che gli aveva data la sua forza primitiva e la sua ragion d'essere. La trasformazione della Chiesa in un'organizzazione intellettuale che non richiedeva che il consenso a determinate dottrine, portò, di conseguenza, la secessione di quegli spiriti che, nella religione, cercavano qualche cosa di più, e che, pertanto, non potevano acconciarsi alla mondanità opportunista di una religione ufficiale. Costoro si ritraevano dal mondo e dalla vita sociale e davano origine all'ascetismo monacale, che fu, come già accennammo, il ricovero in cui vennero a rifugiarsi le tendenze ideali che il Cristianesimo aveva gittate nel mondo.
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Ecco, dunque, lo spettacolo che offriva la società cristiana, nella seconda metà del secolo quarto, quando già si erano svolte le conseguenze del riconoscimento del Cristianesimo, fatto da Costantino. Il Cristianesimo si era pervertito per adattarsi alle esigenze della società in cui entrava come elemento essenziale della sua organizzazione. Gli ideali altissimi che aveva rivelati al mondo, inapplicabili affatto alla vita reale di quei tempi, già accennavano a separarsene nell'isolamento dei monasteri, e il Cristianesimo non appariva, a chi ne stava fuori, che come una forza distruttiva, la quale, rovesciando tutte le tradizioni di patriottismo e di coltura su cui si era innalzata l'antica civiltà, ne rendevano inevitabile la catastrofe. Questo era il punto di vista da cui guardava il Cristianesimo il filosofo imperiale che, unico superstite della famiglia di Costantino, saliva al trono dei Cesari. Innamorato, nel fondo dell'anima, della civiltà ellenica, egli voleva impedirne la rovina, considerava come un supremo dovere il difenderla dai pericoli che terribilmente la premevano. Per questo, egli odiava il Cristianesimo il quale voleva, è vero, usufruire della sua eredità, ed apprendere a parlare ed a scrivere secondo i suoi insegnamenti, ma, nella realtà, la dissolveva e le toglieva ogni forza di resistenza.
Pensatore educato alla scuola dei neoplatonici, Giuliano trovava preferibile la dottrina di Plotino e di Porfirio, ed, andando più in sù, la dottrina di Platone a quella d'Origene e d'Atanasio che ne era la derivazione intorbidata. Moralista severo, egli era disgustato della corruzione in cui il Cristianesimo era caduto, [pg!499] appena assunto alla dignità di religione riconosciuta. Tutte le passioni, tutti i vizî vi avevano libera fioritura. Nè la Corte imperiale, nè le grandi città dell'Impero erano state moralizzate dalla conversione al Cristianesimo. La cristianissima Antiochia offriva a Giuliano uno spettacolo scandaloso. Egli non poteva tacere il suo stupore ed il suo sdegno, così da diventare antipatico agli Antiochesi, assai più perchè rigido censore dei loro costumi che perchè nemico della loro religione.
In tale condizione di cose, parve a Giuliano che egli dovesse e potesse risollevare le sorti della civiltà antica, dell'Ellenismo, com'egli diceva, col ricostituire il Politeismo e col volgergli di nuovo la corrente del sentimento e delle abitudini popolari. Ma sentì di non poter far questo, se insieme non iniziava la riforma del Politeismo. Gli dei naturalistici e nazionali dell'antico Olimpo greco-latino erano completamente esauriti e nessuno poteva più credere in essi. Giuliano, come vedemmo, li conservò, trasformandoli in altrettante espressioni simboliche, aggruppate intorno ad un unico principio divino, a sua volta rappresentato dal Sole, che era per lui il re dell'universo. In ciò Giuliano non era che un neoplatonico, seguace più di Giamblico che di Plotino, e non era per nulla un novatore. Ma ciò che è propriamente originale ed interessante è che Giuliano, nel rinascimento dell'Ellenismo, vedeva la vittoria di un alto principio di morale e di virtù. Giuliano era un uomo, per eccellenza, virtuoso, austero, alieno da tutti i godimenti mondani, idealista di natura e di educazione. Ora, egli non riconosceva affatto che il Cristianesimo fosse stato un fattore di moralità. Se si esclude il precetto dell'elemosina ai poveri, per la quale egli eccita i suoi seguaci [pg!500] ad imitare i Galilei, non vi ha virtù ch'egli riconosca esercitata dai Cristiani. Non vedeva, sopratutto in alto, fra i vescovi stessi, che avidità di guadagno, ambizioni, lotte accanite, incontinenza e violenza. Ed egli voleva ricondurre nella pratica della vita quelle virtù che il Cristianesimo mondano lasciava esulare nei cenobî. Qui sta propriamente la chiave esplicativa del tentativo di Giuliano. Il Cristianesimo non aveva moralizzato il mondo, egli credette di poterlo moralizzare ravvivando l'Ellenismo, che per lui conteneva la somma della sapienza, della bellezza e della bontà.
Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo al Politeismo, ma ad un Politeismo essenzialmente riformato. La religione, nel mondo antico, era propriamente una funzione dello Stato. Un urto, una discordia, una separazione fra la religione e lo Stato non era neppure imaginabile; la religione era necessariamente l'ancella dello Stato, perchè era lo strumento necessario, il fattore indispensabile della sua conservazione. Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo il concetto di una religione che si costituisce come una forza indipendente dallo Stato. Ma, appena fu riconosciuto come religione ammessa nell'Impero, rivelò la tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare le parti e da fare della religione, organizzata disciplinarmente nella Chiesa, la potenza dominatrice dello Stato servo.
Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell'analisi [pg!501] delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come l'organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli, ch'egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s'ispirasse agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il sentirvi, talvolta, un'eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo, nell'entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale severa, in nome di Bacco e d'Apollo, diventati simboli di idee mistiche e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera dell'Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all'infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il suo [pg!502] scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava in ogni sua parte, sotto l'azione del Cristianesimo che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di principî di sentimenti che sono la ragion d'essere di una civiltà. Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in tutti i meati, se posso così esprimermi, dell'anima sociale e individuale che il ritorno all'antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è accinto all'impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme l'edificio, l'istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta ed illuso s'imaginava che avrebbe salvato l'Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la sua poesia, le sue arti!
Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di [pg!503] credere in un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge l'universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l'ostacolo insuperabile della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo. La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un'attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d'amore che S. Agostino innalza a Dio nelle sueConfessionicon le invocazioni di Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell'entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto [pg!504] come Giuliano s'irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un continuo eccitamento all'ardore della fede, e sollevare facilmente all'ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia all'Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.
Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male come un fatto inerente al mondo ed all'umanità, ma insegnava, insieme, a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni dall'iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull'anima umana, se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un male, l'anima umana si attacca [pg!505] con passione alla promessa di un oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione, l'eroismo, l'abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio, all'ascetica voluttà dell'amore divino. Il concetto ottimista uccide la religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali da cui l'anima è assente. Certo, un pensatore sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo perfetto, assurgere all'estatica visione di Dio, ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta mondanità.
Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era la religione degli infelici, la religione della sventura e del pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con una forza d'attrazione a cui nulla poteva resistere.
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Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l'Ellenismo; ma non voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario, egli era però nell'antitesi più recisa con quel che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l'uomo del suo tempo. Aveva un'inclinazione [pg!506] alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta la necessità dell'intervento continuo, diretto della divinità in ogni fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per un'ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell'uomo. Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non l'avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell'uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano che l'uomo in terra con le sue passioni, il trascendente in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre impenetrabili.
Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo [pg!507] in piedi tutto l'apparato di istituzioni religiose che ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell'antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.
Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità della natura. L'uomo, mercè la sua facoltà d'astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l'universo, rappresentandolo in una serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell'individuo e della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace — e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione antropocentrica dell'universo e la concezione antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto all'infuori e al disopra della natura e dell'umanità che esso regge con un arbitrio assoluto, posano sopra un'illusione della mente umana, e immobilizzano la vita in una rete d'errori nei quali quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.
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Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale di concepimento un principio morale, giusto e vero a nulla giova, perchè la falsità della concezione in cui vive la mente umana ne rende impossibile l'applicazione, anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s'imagina che il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza dell'uomo, un Dio che si guadagna con le preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le passioni umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano la libertà del movimento in una religione formalista che dà all'uomo il mezzo di ottenere da Dio la desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo ha data una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente la buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime principio della fratellanza e della solidarietà umana che è la sola fonte da cui può scaturire la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito ostruita. Il mondo non è stato punto moralizzato dal Cristianesimo, il quale, per l'errata concezione metafisica dell'universo e della divinità, è tosto diventato una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche imposte come verità assolute, una religione, che, nelle gesta della sua onnipotente gerarchia, è diventata la negazione di sè stessa, ed ha data al mondo quella società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata, senza pietà e senza amore, di cui laDivina Commediae i drammi di Shakespeare ci presentano il quadro vivente.
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Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto, nella solitudine del natio borgo, si sprofondava, con sì tragico abbandono, nella voragine sterminata dei [pg!509] suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del disordine sociale, e la rendeva responsabile dell'umana infelicità. Dalla ragione, dalla sola ragione venivano tutti gli errori, in mezzo ai quali, l'uomo, staccandosi dalla natura, s'era andato perdendo ed intricandosi, come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi trovava, in questa sua convinzione, la conferma del mito biblico della caduta dell'uomo. Fu l'uso e l'abuso della ragione che ha allontanato l'uomo dallo stato di natura. In questo stato egli era guidato dall'istinto, duce infallibile perchè limitato alla realtà dei fenomeni; nello stato ragionevole, l'istinto cede il posto alla ragione, la quale si pasce d'errori e di larve ed imagina un mondo che non risponde alla verità. Ed è supremamente interessante il vedere come il Leopardi, scrutando, con singolare acume d'osservazione, il problema del destino umano, trovasse, nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono giunti ad un certo grado di coltura e di civiltà, la ragione non bastò più a sè stessa, perchè scomponeva e distruggeva, con le proprie mani, quelle illusioni che aveva create e che erano indispensabili per render tollerabile la vita all'uomo. L'umanità, pertanto, sarebbe andata incontro ad una catastrofe, se non fosse venuta una rivelazione divina, la quale, all'infuori ed al di sopra della ragione, garantisce all'uomo l'esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza, la compagine umana, per l'effetto degli errori irreparabili della ragione, si discioglie come un edificio senza cemento.
Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la teoria sta pur sempre il sentimento del nulla, il sentimento dell'infinita vanità del Tutto. Il mondo ideale, [pg!510] garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di necessarie illusioni. Da qui l'attitudine disperata dell'infelice poeta che, riconosciuti gli errori della ragione, non vedeva altra salvezza che in un'illusione di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.
Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella ragione, che crea un mondo ideale basato sul falso, la causa dei mali e del disordine umano. Le società animali sono infallibili, perchè condotte, nell'esercizio delle loro funzioni, dall'infallibile istinto. Ma la società umana, finchè la ragione vi agisce con un'interpretazione errata ed illusoria della realtà, non potrà organizzarsi che nella violenza, nel delitto e nella sventura.
Tantum religio potuit suadere malorum!
Tantum religio potuit suadere malorum!
Tantum religio potuit suadere malorum!
è un verso che non si applica solo al sacrifizio d'Ifigenia.
Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che la ragione, colle sue astrazioni premature ed arbitrarie, ha la funesta facoltà di porre, alla compagine del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue il danno di un'organizzazione umana basata sull'errore, è pur vero che essa ha, insieme, la provvida facoltà di correggere sè stessa, così che, a poco a poco, sostituisce, nella spiegazione dell'Universo, il concetto della legge al concetto dell'arbitrio, e, per questa via, riesce a togliere alla divinità la veste antropomorfica, di cui essa stessa l'aveva coperta, ed all'uomo il pregiudizio antropocentrico che essa gli aveva donato. L'Universo è un fatto razionale. Ma la ragione, fin dai primi suoi passi, volendo e non potendo spiegarlo razionalmente, lo idealizzava in un'illusione irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla ragione e [pg!511] nella persistenza nell'irrazionale che può collocarsi la salvezza del mondo e dell'umanità. Tale salvezza, come lo attesta tutta la storia del progresso umano, sta solo nel vero e nella luce crescente di un'idealità, che razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.
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Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una nuova orientazione alla nave dell'umanità. Il giorno in cui prese inizio il movimento verso un nuovo orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui il Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio morale, per quanto perfetto e sublime esso fosse, ma, bensì, con quello in cui la ragione cominciò a squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista della realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla nella sua oggettiva consistenza. Copernico, Keplero, Bacone, Galileo, Newton furono i nocchieri che piegarono la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale della verità diventasse un fattore efficace di evoluzione sociale. Il gran fatto del secolo decimonono, il fatto pel quale può dirsi, per eccellenza, il secolo novatore, è quello appunto di aver fondata l'organizzazione dell'umana energia sulla base della scienza, che vuol dire sulla base della verità.
La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente intellettuale. L'uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto e per l'amore verso gli altri uomini, perchè questo rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana gli si impongano, nell'ambiente [pg!512] in cui vive, con un determinismo casuale a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l'uomo, ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo, era isterilita dall'errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è necessario che l'umanità posi sul vero; è necessario che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà. Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà, ecco l'ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita; [pg!513] l'umanità ricorreva, di quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe' suoi mali. Ma la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto, incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito non v'ha fenomeno più grande di questa permanenza dell'ideale cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l'essenza, sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.
L'uomo antico professava un concetto dell'universo, attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui l'idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico dell'antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i germi di un'eterna verità.
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Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll'orrore che oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell'umanità, e col sentimento crescente dei doveri che avvincono l'uomo ai suoi simili, così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente dipende dall'indirizzo scientifico che nel secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l'uomo capace di rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di tutte le manifestazioni della vita acquista un'efficacia sempre maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo primitivo s'impongono come un dovere necessario, come un imperativo categorico a cui l'uomo sempre più difficilmente trova il modo di sottrarsi.
Se l'antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva, la scienza che investiga l'universo con l'osservazione e l'esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero state respinte, e l'incivilimento del mondo, in luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di quell'indirizzo essa abbia avuto il sentore. [pg!515] La mente d'Aristotele poneva il principio dell'esistenza di una legge intrinseca all'universo, considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già balenata l'idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità di rinnovarsi e di progredire, l'ha condannata ad un'inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata nell'organizzazione di quella società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo antico era alimentata dalla forza materiale dell'uomo stoltamente sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l'impulso per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via dell'esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le conseguenze che vi sono latenti. L'ineguaglianza [pg!516] dei diritti umani e la conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l'effetto che l'attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso. Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell'indole; ma l'indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate, e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.
Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l'aveva precipitata, sconvolgendo le basi religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell'Impero. Il Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.
Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l'una e l'altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non [pg!517] conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l'uno nè l'altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche ed antropomorfiche per cui l'uomo ricrea nella sua mente, con un'imagine falsa, perchè basata sovra un'idea errata, il mondo della realtà.
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L'impresa tentata dall'imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire l'Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l'impresa di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non rischiarabili dell'irrazionale ed a sostituire al fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; [pg!518] non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una civiltà di cui era stato l'unico erede, dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la quale l'infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell'Ellade.
Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il Cristianesimo, e sorridere non meno l'illusione di questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non possiamo chiudere l'animo nostro alla simpatia per l'uomo, che, scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso, un mirabile esempio d'eroismo, d'entusiasmo e di fede, che ha posto a servizio di un'idea la sua fortuna e l'immenso potere da lui conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d'un colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo sguardo all'idea che era il faro della sua vita. L'imperatore Giuliano ci appare come un'imagine fuggitiva e luminosa all'orizzonte, sotto cui era già tramontato l'astro di quella Grecia, che era per lui la [pg!519] Terra santa della civiltà, la madre di quanto v'ha, nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα!
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