Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè sulla interezza nè sull'ordine delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell'ordinamento, ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l'argomentazione di Giuliano e del valore dell'argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani doveva esser l'opera più pensata di Giuliano, quella in cui l'acutezza del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto esser demolito dall'analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di Giuliano avrebbe fatto l'ufficio di un piccone robusto.Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia. Qui l'apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col [pg!229] ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli manca l'acume e la dottrina. Ma un giudice veramente imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe potuto dirgli:Medice, cura te ipsum.Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei è un'invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell'animo verso ciò che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi primieramente l'idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono all'eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri furono attaccati come da un demone perverso, l'empietà dall'intolleranza ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»231.In questo piccolo proemio son posti i due punti [pg!230] fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere un'applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere prontamente il punto debole dell'avversario. Per combattere il monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio siffatto a Dio unico di tutta l'umanità? È possibile che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua, impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare, coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l'elezione divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio [pg!231] non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete, per migliaia d'anni, di tutti coloro che dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli, e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio dell'universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto razionale?».232Questi argomenti di Giuliano non sono privi di acume. Ma è cosa sintomatica dell'ambiente intellettuale, in cui Giuliano scriveva, ch'egli non si accorgesse che il sistema da lui posto innanzi, come l'espressione della verità, era altrettanto irrazionale e assai più puerile di quello ch'egli combatteva. Il politeismo neoplatonico, quale era uscito dalle elucubrazioni di Giamblico, di Massimo e degli altri entusiasti successori di Plotino, era un politeismo di secondo grado. Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto, ma, sotto questo Dio, si collocavano degli Dei minori, per mezzo dei quali avveniva il processo creativo, e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità protettrici [pg!232] delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva difficoltà a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva una di queste divinità secondarie, con le quali credeva di poter spiegare le diversità esistenti da popolo a popolo, delle quali altrimenti non riusciva a trovar ragione. Certo, non è il caso di soffermarci a dimostrare quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante il leggere almeno una pagina di Giuliano per veder come, laddove manchi la conoscenza sicura e scientifica della realtà, la mente umana erri, senza bussola, nel mare dell'imaginazione, e si lasci subito riavvolgere dalla nebbia ch'essa crede d'aver dissipata. «Confrontate — dice Giuliano, dopo aver confutato il monoteismo ebraico — a questa dottrina la dottrina nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è padre e re dell'universo, ma ch'egli distribuisce i popoli fra divinità etniche o locali, ciascuna delle quali tiene il governo a seconda della propria natura. Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma negli dei parziali variano le facoltà le une dalle altre. Così, Marte governa i popoli bellicosi, Minerva i bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i prudenti più che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna di esse. Ora, se l'esperienza non confermasse la nostra dottrina, essa sarebbe un'invenzione od un artifizio stolto, la vostra, invece, dovrebbe lodarsi. Ma se, invece, l'esperienza di tempi infiniti sta a prova di ciò che affermiamo, mentre nulla concorda con le vostre idee, perchè conservate tanta smania di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la causa per la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci e i Romani civili ed umani, ma, insieme, d'animo fermo e guerresco, gli Egizî più prudenti e più industriosi, [pg!233] i Siri imbelli e molli, timidi e leggeri, ma pronti nell'apprendere? Se di tale diversità fra i popoli non si vuole vedere causa alcuna e si afferma che essa si verifica automaticamente, come mai si potrebbe poi credere che il mondo sia governato dalla Provvidenza? Che se, invece, si vogliono porre delle cause, mi si dica e mi si insegni, come farle risalire ad un solo creatore. È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa le leggi che le erano adatte, civili ed umane laddove dominava la benevolenza, rozze ed inumane dove tale era l'indole dei costumi. Poichè i legislatori ben poco aggiunsero, coll'educazione, alla disposizione primitiva.... Perchè dunque tale differenza fra i popoli nei costumi e nelle leggi?»233.In fondo, la difficoltà contro cui s'urtava Giuliano esiste realmente, quando si ponga una creazione voluta, con una finalità prestabilita. L'inesplicabilità dell'organizzazione dell'universo, quando lo si imagini pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita da Giuliano in tutta la sua realtà. È veramente acuta, ed originale nell'antichità, l'osservazione che non sono le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha nulla d'assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni preesistenti degli uomini e dei tempi. Che tutto ciò sia inesplicabile, data una volontà creatrice e cosciente, che l'ammettere questa volontà sia un cadere in una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli uomini hanno finito per trovare che il solo modo di uscire dalla difficoltà era di porre il mistero, poi chiudere gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva [pg!234] accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e, pertanto, ne cercava una che fosse, o che, almeno, gli paresse soddisfacente. Ma siccome la difficoltà è assolutamente insuperabile, perchè il concetto antropomorfico della divinità, il quale impone di cercare la causa della creazione, è anche quello che impedisce di trovarne una che sia ragionevole, così egli cade necessariamente in una spiegazione tanto scipita da essere la prova più evidente del completo esaurimento in cui era finito il Politeismo.L'origine di queste divagazioni neoplatoniche è ilTimeodi Platone. Giuliano, nel suo trattato, non manca di porre a raffronto la cosmologia platonica con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare la maggiore ragionevolezza della creazione per gradi e per gerarchie divine, proposta da Platone, in confronto alla creazione per atto diretto di un creatore unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei etnici e locali è una variazione del tema platonico. Chiarita, secondo Giuliano, la posizione del monoteismo ebraico in faccia al politeismo ellenico, e dimostrato l'errore degli Ebrei di considerare come Dio unico e supremo quello che non era che un Dio secondario e parziale, il polemista passa a svolgere il secondo dei suoi concetti fondamentali, e vuol dimostrare il torto dei Cristiani che non seppero stare nè con gli Ebrei nè coi Greci e l'insostenibilità della loro pretesa di derivare da una religione della quale la loro dottrina è la più aperta negazione. «Voi siete come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e avete lasciato il puro.... Voi invidiate agli Ebrei l'ira e l'odio, e rovesciate i templi e gli altari, e trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle [pg!235] patrie leggi, ma anche gli eretici che pur professano i vostri stessi errori, solo perchè, nella loro piangente adorazione del morto234, non seguono, in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra, poichè nè Gesù nè Paolo ve lo hanno comandato. E la ragione è che essi non hanno sperato mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben contenti, se riuscivano ad ingannare qualche ancella o qualche schiavo, i quali, a loro volta, ingannassero donne ed uomini del valore di Cornelio e Sergio, dei quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell'epoca dite pure che io sono, in tutto, un mentitore»235.Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla dottrina ebraica. No, afferma Giuliano; essi si allontanarono da questa più ancora che dalla nostra. L'empietà cristiana si compone della superbia ebraica e della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti non ciò che hanno di buono ma ciò che hanno di peggio, si hanno tessuta una veste di vizî. «A dire il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la scioperataggine nostra, e avete creduto bene di adattare i vostri costumi a quelli degli uomini più abbietti, mercanti, esattori, ballerini e ruffiani»236.Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani, la cui religione aveva la sua ragion d'essere in una reazione contro l'immoralità del mondo greco-romano, fossero in tre secoli, diventati più immorali di coloro che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista pagano poteva combatterli in nome della morale offesa? [pg!236] Non vi ha prova maggiore per illustrare la tesi che la morale non è un elemento esterno che si introduce, dal di fuori, nell'uomo; è bensì il prodotto di tutto il suo essere intimo. Il Cristianesimo apparve moralizzatore, nei primi tempi, perchè i Cristiani, durante le persecuzioni, rappresentavano una selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò dovette adattarsi all'ambiente dell'epoca, e si corruppe. Non fu il Cristianesimo che ha moralizzata la società; fu la società che ha corrotto il Cristianesimo.Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza esistente fra Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono di esser diversi degli Ebrei contemporanei, ma affermano di essere rigorosamente Ebrei secondo i precetti posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano entra in una discussione che dimostra la conoscenza esatta e minuta ch'egli aveva della letteratura ebraica. Egli afferma, con la testimonianza dei testi, che Mosè non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento che assolutamente non ammetteva che un solo ed indivisibile Dio. Egli ha parlato di profeti, di angeli, di re, giammai di un dio che discendesse in terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani perchè, onde andar d'accordo con Mosè, fanno discendere Gesù da Davide e, insieme, lo fanno concepito dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero far concordare i due Vangeli che la presentano. Che se poi i Cristiani pretendessero di credere anch'essi in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta contraddizione col testo del Vangelo di Giovanni, che da nessun'arte d'interpretazione potrà mai essere messo d'accordo coi testi mosaici237.[pg!237]Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i Cristiani si distaccano dagli Ebrei non meno che dai Greci. Infatti, secondo Giuliano, Mosè stabilisce nelLeviticouna procedura di sacrifizî che per nulla si distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche fosse esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che gli Ebrei più non sacrificano, ciò dipenderebbe solo dalla circostanza che non esiste più il tempio di Gerusalemme, che era il luogo dove solo potevano compiersi i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno questa obbligazione di colleganza fra il rito ed una sede determinata, non hanno ragione alcuna di non compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli Ebrei, salvo il principio dell'unicità di Dio, si assomigliano in tutto ai Greci, mentre i Cristiani si allontanano dagli uni e dagli altri. Non ammettono le forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente vogliono; non riconoscono l'infinita pluralità del politeismo ellenico, ma, affermando una trinità divina, non riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico238.In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano, quando vuol dimostrare che i Cristiani hanno torto di non voler sacrificare come i Greci e gli Ebrei, è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono, insieme, il monoteismo rigoroso degli Ebrei e il politeismo largo dei Greci, e si collocano in una posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno nell'apparenza, nel vero. È tanto nel vero che il dogma della trinità, come vedemmo, non fu accettato se non con ripugnanza grande dagli spiriti conseguenti alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone [pg!238] che accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto secolo, hanno squarciato il Cristianesimo nascente. E finì per essere accolto come un mistero inscrutabile.Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani, affermando che la legge ebraica fosse perfettibile, si pongano nella più aperta contraddizione con ciò che ha scritto Mosè, così che è del tutto insostenibile la loro pretesa di vedere nella religione d'Israele l'origine e la base del Cristianesimo. Ma c'è di più. Ed è che i Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione con gli Ebrei da cui si dicono usciti, contraddicono sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice, vi sono affermazioni inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos incarnato nel Cristo, rappresentante una persona divina, che è un'invenzione di Giovanni, invano la cercate in Matteo, in Marco, od in Luca. Questa argomentazione è condotta in modo da dimostrare che il polemista imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana e, se non fosse la passione d'odio che lo accieca, si potrebbe quasi dire che, talvolta, nel suo metodo, c'è il sentore della critica moderna239.Ma, certo, questo sentore non c'è nell'invettiva contro i Cristiani pel loro culto pei sepolcri. Non si accontentano, egli dice, di adorare il morto Gesù, vogliono adorare anche quelli che son morti dopo di lui, ed hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di monumenti, sebbene in nessun loro libro si dica che sia dovere di aggirarsi intorno ai sepolcri e di adorarli. Con queste parole Giuliano accenna al culto che i Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano santuari sulle rovine dei templi abbandonati o [pg!239] distrutti. Questo culto lo irritava in un modo particolare, e la ragione della sua irritazione va cercata in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava sull'imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli pedanteschi, si affatica a dimostrare che quel culto non era voluto da Gesù che adoperava i sepolcri come termine di confronto di cose turpi, ed afferma che i Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una potenza di malefizî magici240.Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti hanno riprovato, e poi si ricusano di sacrificare agli altari, quando l'episodio di Caino e di Abele, rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i Cristiani non si circoncidono? Paolo ci parla della circoncisione del cuore. Ma il comando di Dio, nella Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile eluderlo, senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato di venire non ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah, voi dite che vi circoncidete nel cuore! — esclama Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione, perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun malvagio, nessun scellerato! Bella davvero la vostra circoncisione del cuore!». Il vero è che i Cristiani disobbediscono apertamente ai precetti del loro stesso Maestro241.Giuliano finisce il primo libro del suo trattato, il solo di cui siansi conservate le reliquie, ritornando sull'accordo esistente, secondo lui, fra il politeismo ellenico ed il monoteismo ebraico, e sull'identità dei [pg!240] riti e dei procedimenti di sacrifizio e di predizione vigenti nelle due religioni. Egli illustra questa sua affermazione con la storia di Abramo, coi processi di interpretazione, pei quali il patriarca riusciva a comprendere le promesse di Dio ed i segni celesti che ne assicuravano l'adempimento, e trova che tutto ciò ha una grandissima analogia coi processi della mantica greca, e che è un gran torto dei Cristiani l'averli abbandonati. Giuliano dimostra anche qui la singolare conoscenza ch'egli aveva della letteratura biblica ed, insieme, l'arguzia di uno spirito educato ad una logica tutta formale. Ma qui si constata, ancora una volta, l'assoluta mancanza di scienza positiva e la spaventosa superstizione di questi riformatori del Politeismo. È cosa dolorosa il vedere un eroe, come Giuliano, un uomo di così meravigliosa versatilità intellettuale da riuscire a scrivere un trattato, come questo, di erudizione teologica, in mezzo alle preoccupazioni di una guerra gigantesca da lui personalmente condotta, cadere in sì miserabili pregiudizî, mostrare una così puerile fiducia nell'esercizio di riti stolti, di sacrifizî sanguinosi, di presagi meteorici, e finir col dire: «La verità non si può riconoscere dalla pura parola; bisogna che alla parola segua un segno efficace, il quale, con la sua apparizione, garantisca pel futuro l'avvenimento della predizione242».Qui, certo, c'è un enorme peggioramento in confronto di Marco Aurelio, degli stoici, di Platone, di [pg!241] tutta, infine, la filosofia greca. La causa di ciò sta nell'influenza del Neoplatonismo, il quale aveva collocato il soprarazionale ed il soprannaturale al luogo degli dei naturalistici del Politeismo antico, e lo aveva imposto, come un incubo al mondo ed alla natura, senz'esser riuscito a determinarlo in un essere supremamente morale come aveva fatto il Cristianesimo. Venne da ciò che il soprannaturale, ravvivando, per un istante, con un soffio artificiale, gli dei naturalistici del mondo antico, ne rese più intensa l'azione in tutti i momenti della vita, ed ha fatto della superstizione la chiave di vôlta della religione. Anche il Cristianesimo non seppe tenersi immune dalla superstizione, anzi vi cadde spaventosamente, e non potè in parte liberarsene che all'aurora della scienza positiva. Però, per quanto oscurata, l'idealità morale di una figura divina, come quella di Gesù, potè servire quale un farmaco che risanava lo spirito infermo di errori e di paure stolte. Ai tempi di Giuliano, il Cristianesimo poteva considerarsi come una reazione contro la follia della superstizione politeista. Quando si passa dal soprannaturale di Giuliano a quello di Ambrogio o di Agostino si ha l'impressione di una vera liberazione, e si comprende come il tentativo di restaurazione politeista, per quanto giustificato e nobilitato dall'amore della coltura ellenica, non avesse neppure la più lontana probabilità di vittoria243.[pg!242]Noi non possiamo confrontare il trattato di Giuliano con quello di Porfirio che, come dicemmo, è perduto, ma possiamo farlo con quello di Celso che ci fu conservato, almeno in parte, nella confutazione di Origene, sulla quale Teodoro Keim ha fatto il medesimo lavoro di ricostituzione che il Neumann esegui, più tardi, per lo scritto di Giuliano, sulla confutazione di Cirillo244.Questi due attacchi filosofici contro il Cristianesimo, eseguiti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro, poichè lo scritto di Celso appartiene agli ultimi anni di Marco Aurelio, ci mostrano come il fondo della polemica fosse rimasto sempre eguale. È sempre la filosofia platonica che vede nel Politeismo un'esplicazione molto più larga e più vera delle sue idee fondamentali sulla divinità e sul mondo che nel ristretto monoteismo ebraico e cristiano; è sempre l'accusa mossa ai Cristiani d'essersi separati dagli Ebrei da cui pretendono di derivare; è sempre la dimostrazione dell'impossibilità di accettare le leggende su cui il Cristianesimo si fonda. Se non che, durante i due secoli [pg!243] che corsero da Celso a Giuliano, lo spirito greco, privo com'era dell'àncora sicura della conoscenza oggettiva e dello spirito scientifico, si era slanciato, a vele spiegate, nel gran mare del misticismo, e si era costituita, come vedemmo, nel Neoplatonismo, una filosofia religiosa, basata sull'idea dominante e schiacciante del soprannaturale. Pertanto, la differenza filosofica fra Giuliano e Celso è che il primo va molto più avanti del secondo nell'interpretazione simbolica del Politeismo, ed è in possesso di una dogmatica mitica che manca al suo predecessore. D'altra parte, ai tempi di Giuliano, il canone del Nuovo Testamento era già stabilito e d'uso corrente, cosa che ancor non era, od almeno appena cominciava ad essere, ai tempi di Celso, e ciò dava una maggiore padronanza a Giuliano delle fonti del Cristianesimo e gli permetteva di servirsi del quarto Vangelo per dimostrare la contraddizione di quelle fonti, cosa che Celso non poteva fare, o, almeno, non ha fatto. Aggiungiamo poi che Giuliano, educato nel Cristianesimo, aveva una profonda conoscenza non solo del Nuovo ma anche del Vecchio Testamento e l'adoperava nella sua polemica con un'abbondanza di citazioni ed una sicurezza che, certo, non poteva domandarsi a Celso, la cui mente era rivolta a tutt'altri studi, e che, dopo tutto, combatteva il Cristianesimo, di cui ancor non sentiva la minaccia, come una disprezzabile stoltezza. Lo scritto di Celso è l'opera di un letterato che si diverte nella sua confutazione; lo scritto di Giuliano, quella di un polemista che combatte per la vita. Se non che, Celso era uno spirito filosofico ben più largo e più geniale di Giuliano e, se questi lo vince nell'argomentazione a base di ermeneutica dei testi, Celso gli è di molto superiore nell'acume intuitivo delle vaste [pg!244] speculazioni, senza dire che non ci dà lo spettacolo di quella spaventosa superstizione che è la macchia più grave di Giuliano e del suo Politeismo neoplatonico. Celso considera il Cristianesimo come una dottrina che ha portato gli antichi ed invecchiati miti della divinizzazione di un uomo sopra una figura non degna di esserne ornata. Egli afferma che l'idea di una redenzione avvenuta in un punto della storia non si accorda colla giustizia e coll'amore divino, che non può esser limitato ad un'efficacia tanto parziale. Celso oppone alla teologia della salvezza l'immutabile ed eterno ordinamento della natura, in cui il male ed il peccato, determinati dalla materia, hanno il loro posto necessario, e l'uomo non appare per nulla affatto come lo scopo del mondo. In queste negazioni della posizione antropocentrica dell'uomo, antropomorfica della divinità, Celso potrebbe quasi dirsi un precursore del pensiero moderno. Egli esce in queste parole: «L'universo non è fatto per gli uomini, come non è fatto pei leoni, per le aquile o pei delfini, ma tutto contribuisce a rendere questo mondo, come opera di Dio, perfetto e completo in ogni sua parte. Pertanto, le cose non sono disposte per essere proprietà le une delle altre, bensì per essere un'opera complessa, per essere, infine, l'Universo. E Dio è nell'Universo, e mai la Provvidenza non lo abbandona, e mai l'Universo diventa peggiore, e Dio, attraverso il tempo, mai non si ritira in sè stesso, e mai non si irrita per causa degli uomini, come non si irrita per causa delle scimmie o delle mosche. E non minaccia mai gli esseri, dei quali ognuno, per sua parte, ha la propria sorte determinata»245.Ecco una pagina che Giuliano, col suo antropomorfismo [pg!245] soprannaturale, non avrebbe mai scritta. Come pure non avrebbe mai scritta la frase profonda di Celso, il quale, dopo aver accennato alle strane ed incredibili divinizzazioni, constatate, presso i più diversi popoli, di uomini vissuti in mezzo a loro, divinizzazioni identiche a quelle che i Cristiani hanno fatto di Gesù, esclama: «Tanto può la fede, quale essa sia, purchè posseduta in prevenzione»246. Frase in cui sta propriamente la chiave che apre i segreti della storia delle religioni, e della quale Celso stesso, forse, intuiva ma non comprendeva tutta la profondità.❦Noi, dunque, abbiamo visto come Giuliano cercasse di rovinare il Cristianesimo, dimostrando la debolezza della sua base storica e le contraddizioni in cui cadeva con le premesse da cui pretendeva discendere. Ma, se Giuliano si fosse limitato a questo lavoro negativo, il suo tentativo non avrebbe avuto nulla di speciale in confronto a ciò che avevan fatto Celso e Porfirio e forse altri ancora rimasti ignoti. Ora, Giuliano voleva fare qualche cosa di più. Voleva tener ritto il Politeismo antico, che per lui rappresentava l'Ellenismo, la civiltà, la coltura ellenica, contro la novità cristiana che minacciava distruggerlo, ma, per tenerlo ritto, voleva cristianizzarlo nella morale e nella costituzione ecclesiastica. Sentiva la necessità di ravvivare la società con uno spirito nuovo, e credeva di poterlo infondere nelle forme vecchie, nella cui rovina egli vedeva la catastrofe della civiltà. Qui sta propriamente l'originalità del movimento tentato da Giuliano. [pg!246] Questo feroce nemico del Cristianesimo faceva propaganda di tutte le virtù che il Cristianesimo insegna, la temperanza, il rispetto delle cose sacre, l'onestà nella vita pubblica e privata, l'odio della ricchezza, la cura delle cose dello spirito, l'amore del prossimo e, sopratutto, la carità. Il Cristianesimo era così poco riuscito ad infondere queste virtù nella società del Basso Impero che, diventando religione ufficiale, aveva dovuto rinunciarvi, ma, insieme, aveva creato il monachismo come una serra calda in cui quelle virtù si conservassero sotto la fervida azione di un ascetismo rigoroso. Giuliano pretese di rifar, lui, l'opera del Cristianesimo, affidandola al Politeismo, a cui dava l'ufficio di moralizzare la società. Egli cadeva nell'errore comune a tutti i riformatori religiosi e morali, quello cioè, di credere che una società, come un individuo, si moralizzi con gli insegnamenti e con le prediche. La moralizzazione non può essere che la conseguenza di un determinato ambiente intellettuale in cui l'individuo e la società vengono a trovarsi. Non fu la Riforma che ha moralizzato i popoli germanici, ma la Riforma è stata, essa stessa, l'effetto di una disposizione preesistente nel carattere e nelle abitudini di quei popoli, i quali avevano vivo il sentimento della dignità umana, sentimento che, nei popoli latini, si era del tutto estinto. Perciò il Cristianesimo, non essendo riuscito a moralizzare il mondo, perchè il mondo non era maturo pel suo grande principio della solidarietà umana, aveva semplicemente scosse le basi della civiltà. Ebbene, Giuliano voleva salvare il Politeismo per salvare, insieme, la civiltà ellenica, e voleva, malgrado il suo odio pel Cristianesimo, in cui vedeva il nemico acerrimo di quella civiltà, cristianizzare il Politeismo per farne uno strumento di rigenerazione [pg!247] morale. L'irragionevolezza dell'impresa non deve nascondere la nobiltà dell'illusione in cui viveva Giuliano e la grandezza dello scopo a cui tendeva con tutte le forze del suo versatile ingegno.Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni di Giuliano, nell'organizzazione del suo Politeismo cristianizzato, si rileva da tre importanti documenti, il lungo frammento di lettera ad un ignoto247, la lettera ad Arsacio, sacerdote di Galazia248, e un frammento di altra lettera a Teodoro, per investirlo di un alto ufficio sacerdotale249. Quest'ultimo frammento si crede possa essere unito al primo, così da formare un tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con attenzione, perchè contengono la parte più curiosa della riforma di Giuliano. E qui noi vedremo uno spettacolo strano; un condottiero eroico, un avventuriero audace che scende ai più minuti dettagli di organizzazione ecclesiastica e che scrive dellepastorali, le quali mostrano come egli prendesse sul serio la sua missione di riformatore religioso. È che Giuliano metteva in tutto ciò che faceva una singolare serietà ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento del Teatro francese è, certo, un esempio di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone era un colossale egoista. Le cose non lo interessavano se non in quanto si riferissero a lui od al suo dominio. Non aveva che un ideale, sè stesso, e, pertanto, la sua intelligenza era uno strumento che non lavorava che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d'uomo. Egli si era creata una missione nel mondo, e il compierla [pg!248] era per lui il più imperioso dei doveri. Tutta la singolare versatilità del suo ingegno era applicata a quello scopo ideale. In Giuliano l'uomo pratico era ammirabile, ma quest'uomo pratico era posto al servizio di un idealista fervente. È questo un connubio che dà alla figura del giovane imperatore un così strano e, direi quasi, enigmatico risalto.Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come Giuliano volesse avere un sacerdozio pagano il quale realizzasse l'ideale di virtù che il clero cristiano si poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.Al principio del frammento noi troviamo una violenta e crudelmente ironica allusione ai Cristiani. «Su coloro che non venerano gli dei impera la schiatta dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi son resi furenti, così che cercano di morire, quasi fossero certi di volare al cielo, quando dalla violenza si spezzi la loro vita. Altri abitano i deserti invece delle città, sebbene l'uomo sia, per natura, un animale socievole e domestico, dominati anch'essi dai demoni malvagi che li trascinano in quella misantropia. E quegli empi si abbandonano volontariamente ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.» Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i martiri e gli eremiti, i quali pure rappresentavano, in tutta la sua forza e purezza, l'ideale cristiano. È che questo ideale contrastava radicalmente coi concetti fondamentali del pensiero e della civiltà antica. Il Cristianesimo partiva dall'aborrimento del mondo presente e passeggero per arrivare alla conquista del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò che il Cristiano genuino professava l'abbandono e la rinuncia alle cose del mondo, ed aspirava alla morte per rendersi sempre più puro dalle turpitudini della [pg!249] vita terrestre e per affrettare il raggiungimento della felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino, il Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per questo che, allorquando il Cristianesimo, diventato potente ed entrato nell'organismo sociale, si piegò alle necessità della vita e si corruppe, si disegnò subito una reazione contro questo movimento fatale e nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava la rinuncia completa alle transazioni volute dalla convivenza sociale, e conservava intatto il principio ispiratore del Cristianesimo. Ora, l'uomo antico, pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre le visioni dell'oltretomba non erano, invece, che larve e sogni, non riusciva a comprendere quel principio che pur costituiva l'essenza del Cristianesimo, il quale a lui pareva il prodotto di un vero pervertimento del giudizio, una follia che sconvolgeva l'ordine sociale, e contrastava con la natura e coi fini dell'uomo. E Giuliano che era rimasto un uomo antico, un greco schietto, non poteva che sentire una cordiale antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi tanto i martiri che, ai suoi tempi, non c'erano più, quanto gli eremiti ed i monaci che cominciavano a popolare, nel nome del Cristo, le solitudini dell'Oriente.Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano procede nelle sue raccomandazioni ai sacerdoti. Questi devono dare l'esempio dell'obbedienza alle leggi divine; da quell'esempio gli uomini impareranno ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo Giuliano, il primo dovere dei sacerdoti è di essere caritatevoli. E qui pare proprio di udir parlare un buon Cristiano. C'è una specie d'unzione, nel suo discorso, che rivela un'influenza ignota alla schietta [pg!250] antichità. Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove del loro amore per gli uomini. E gli uomini, non vorranno amarsi ed assistersi fra di loro? Si vogliono accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo. Ma, se chi ha volesse dare agli altri, in proporzione delle sue sostanze, la miseria più non sarebbe. Lui, Giuliano, è sempre stato contento del bene che ha potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per sè. Ed a coloro che gli potrebbero osservare esser facile a lui, imperatore, dar questi consigli, ricorda di essere stato, lui pure, povero, e d'aver fatto parte ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce in queste parole, le quali, più ancora che cristiane, sono propriamente evangeliche, e potrebbero essere attribuite a Gesù, sebbene scritte dal suo più feroce nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a tutti gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a tutti i tapini ed a tutti i poveri, quanto richiede il bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa parere un paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti anche ai nemici, perchè noi diamo all'uomo non diamo al carattere250». E continua, con parole quasi ancora più belle: «Ed io credo che si devono usare tali provvidenze anche a coloro che si trovano in carcere. E questo amor del prossimo non è d'ostacolo alla giustizia. Fra i molti rinchiusi in carcere, alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora, ciò che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà ai malvagi per causa degli innocenti, ma bensì di agire senza pietà verso gli innocenti per causa dei malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate [pg!251] dalla intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse in tutte le opere di Giuliano. Così egli dirà: «A me par meglio, per ogni rispetto, salvare un malvagio con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un solo malvagio»251. E in altro luogo: «Quali ecatombe possono valere la santità, di cui il divino Euripide cantava, chiamandola — Santità, santità, veneranda dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno la medesima efficacia, e che, senza quello spirito, non solo il sacrifizio di cento buoi, ma il sacrifizio di mille altro non è che un vano sciupìo?»252. Parole ammirabili, tanto più ammirabili in bocca di un imperatore, e che pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole analoghe a queste, o almeno ispirate ad un analogo sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la rivoluzione nel mondo? Perchè l'umile ed ignorato Maestro di Palestina ha sollevata l'umanità, e il potente imperatore ha parlato al deserto? Non per altra ragione se non per questa che, per cambiare l'orientazione dello spirito umano, per fare della pietà un dovere e per dare, almeno per un istante, alla debolezza la vittoria sulla forza, ci voleva l'apparizione di un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L'errore di Giuliano fu nel non aver compreso che a lui mancava la forza per compiere quel rinnovamento morale che era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per potervi riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente esauriti e vuotati d'ogni realtà. Ci voleva un dio nuovo. È vero che l'accettazione di questo dio avrebbe portata con sè la rovina di quel tesoro prezioso [pg!252] che era l'Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile. Rinnovare l'Ellenismo, voleva dire togliergli la sua ragion d'essere.Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno della sua propaganda di carità, ed è l'unità della specie umana, per cui gli uomini son tutti fratelli253. Poi procede a raccomandare la venerazione e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti alla necessità che hanno gli uomini, creature corporee, di rappresentare sotto forma materiale anche gli esseri spirituali254. Qui Giuliano entra in un lungo e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro l'obbiezione che i profeti degli Ebrei avevano opposta al culto degli idoli, pretendendo di dimostrarne l'irragionevolezza col fatto della distruggibilità degli idoli stessi. Ma allora, esclama acutamente Giuliano, che diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è stato tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è rialzato? E Giuliano, il quale, nella guerra contro i Cristiani, diventati molti e potenti, favoriva gli Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava degli alleati naturali, osserva ch'egli non accenna a quel fatto per recar offesa agii Ebrei. Tutt'altro, tanto è vero che, anzi, stava pensando di ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore del dio che vi si adorava. Egli usa di quell'esempio solo per dimostrare agli Ebrei che tutto ciò che è creato dall'uomo deve perire e che, pertanto, è vana l'obbiezione dei loro profeti. L'errore di costoro, degno di vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre nell'intento di accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla [pg!253] alla grandezza del loro dio, perchè un dio grande può avere degli interpreti inabili. E tali furono i profeti e i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare l'anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati, nè aprire gli occhi inciprigniti, nè dissipare la nebbia che li avvolgeva, in mezzo alla quale la luce pura della verità appariva loro come qualche cosa di indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama Giuliano, ai nostri poeti sono quei maestri della scienza di Dio!255.Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere, in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir nulla di turpe; non basta ch'egli si astenga dalle empie azioni, ma anche dalle parole e dall'udizione di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone256. E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura [pg!254] degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna prepararsi prima».Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone all'indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava Giuliano, l'odio pel razionalismo portato nella conoscenza e nell'interpretazione dell'universo, è quello ancora che è legge per la Congregazione dell'Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all'indirizzo intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all'alba ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio [pg!255] nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza. Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch'egli adoperasse a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati257.Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche di assistere258.Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio [pg!256] del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle azioni coll'apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll'offrir loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura, nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano l'amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti nell'empietà...»259.Qui s'interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose che l'imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l'altro frammento che costituisce la lettera 63ª, nell'epistolario di Giuliano. In essa, l'imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d'amicizia e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l'opera sua potrà essere di grande giovamento, ed egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente [pg!257] e speranze ancor maggiori per l'avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l'al di là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli dei. E poi continua:«Ma qual'è quest'ufficio che io dico di volerti affidare? Quello d'essere a capo di tutti i servizî sacri dell'Asia, sorvegliare i sacerdoti d'ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la cortesia e l'amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma fin d'ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal prevalere dell'avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso, tanto più constatando come coloro che seguono il precetto [pg!258] della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano l'empietà galilea, affetti da una malattia.....».Qui il frammento s'interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il terzo dei documenti relativi all'organizzazione della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza, l'espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora, Giuliano, che pure, nell'essenza della sua azione, era un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt'altra cosa del Politeismo naturalistico [pg!259] dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani, ed egli l'adoperava con singolare abilità. Per verità, se v'era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l'erede dell'ebraismo. Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell'epoca ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l'adorazione a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri popoli ed in altri santuari.Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei, l'abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui l'imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico avventuriero: [pg!260]«Giuliano al popolo degli Ebrei».«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato per voi l'obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma indicibile d'oro a profitto dell'erario. Io stesso l'ho constatato coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà impossibile d'ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia d'iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo, degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî nell'anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia, presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter fine a quell'imposta che voi chiamateapostolicaed a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll'esazione di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di fare, con tutta l'anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell'impero a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella [pg!261] via dell'ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio all'onnipossente»260.❦Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola:«L'Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che al progresso dell'empietà hanno grandemente giovato l'amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l'ostentata santità della vita. Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero [pg!262] che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e preferissero l'ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non darsi a nessun'arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d'ogni nostro soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo, ne sarei lietissimo.«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l'incontro avvenga nell'atrio. Nessun soldato li preceda [pg!263] nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole la legge divina»261.In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar d'accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che, assai meglio di quello de' suoi amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale accusa, la verità. Ma perchè quest'odio cordiale contro gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d'accordo e ch'egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali, gli dei sorti dal sacro suolo dell'Ellade, avrebbe radicalmente rovinato l'Ellenismo. E l'Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all'avanzarsi del dio galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell'umanità, e ben più vivo di tutto l'antico Olimpo, Giuliano ha tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel Politeismo le abitudini e l'indirizzo morale [pg!264] di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa d'impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d'Afrodite con un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle loro città.Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del tutto nuovo nell'ellenismo. Nel mondo greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la religione era un'istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva un'affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un'istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui l'autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una conseguenza della trasformazione metafisica [pg!265] che gli dei antichi avevano subìta nell'elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato venti o trenta, e se, per un'ipotesi impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch'esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia. Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con sè un'insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo. L'ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l'abbominio dell'uno e dell'altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della sventura. Dall'uno e dall'altro di questi punti di partenza venivano norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi nell'ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente [pg!266] impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l'intima sua essenza per assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.[pg!267]
Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè sulla interezza nè sull'ordine delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell'ordinamento, ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l'argomentazione di Giuliano e del valore dell'argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani doveva esser l'opera più pensata di Giuliano, quella in cui l'acutezza del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto esser demolito dall'analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di Giuliano avrebbe fatto l'ufficio di un piccone robusto.Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia. Qui l'apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col [pg!229] ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli manca l'acume e la dottrina. Ma un giudice veramente imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe potuto dirgli:Medice, cura te ipsum.Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei è un'invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell'animo verso ciò che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi primieramente l'idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono all'eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri furono attaccati come da un demone perverso, l'empietà dall'intolleranza ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»231.In questo piccolo proemio son posti i due punti [pg!230] fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere un'applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere prontamente il punto debole dell'avversario. Per combattere il monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio siffatto a Dio unico di tutta l'umanità? È possibile che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua, impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare, coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l'elezione divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio [pg!231] non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete, per migliaia d'anni, di tutti coloro che dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli, e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio dell'universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto razionale?».232Questi argomenti di Giuliano non sono privi di acume. Ma è cosa sintomatica dell'ambiente intellettuale, in cui Giuliano scriveva, ch'egli non si accorgesse che il sistema da lui posto innanzi, come l'espressione della verità, era altrettanto irrazionale e assai più puerile di quello ch'egli combatteva. Il politeismo neoplatonico, quale era uscito dalle elucubrazioni di Giamblico, di Massimo e degli altri entusiasti successori di Plotino, era un politeismo di secondo grado. Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto, ma, sotto questo Dio, si collocavano degli Dei minori, per mezzo dei quali avveniva il processo creativo, e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità protettrici [pg!232] delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva difficoltà a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva una di queste divinità secondarie, con le quali credeva di poter spiegare le diversità esistenti da popolo a popolo, delle quali altrimenti non riusciva a trovar ragione. Certo, non è il caso di soffermarci a dimostrare quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante il leggere almeno una pagina di Giuliano per veder come, laddove manchi la conoscenza sicura e scientifica della realtà, la mente umana erri, senza bussola, nel mare dell'imaginazione, e si lasci subito riavvolgere dalla nebbia ch'essa crede d'aver dissipata. «Confrontate — dice Giuliano, dopo aver confutato il monoteismo ebraico — a questa dottrina la dottrina nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è padre e re dell'universo, ma ch'egli distribuisce i popoli fra divinità etniche o locali, ciascuna delle quali tiene il governo a seconda della propria natura. Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma negli dei parziali variano le facoltà le une dalle altre. Così, Marte governa i popoli bellicosi, Minerva i bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i prudenti più che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna di esse. Ora, se l'esperienza non confermasse la nostra dottrina, essa sarebbe un'invenzione od un artifizio stolto, la vostra, invece, dovrebbe lodarsi. Ma se, invece, l'esperienza di tempi infiniti sta a prova di ciò che affermiamo, mentre nulla concorda con le vostre idee, perchè conservate tanta smania di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la causa per la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci e i Romani civili ed umani, ma, insieme, d'animo fermo e guerresco, gli Egizî più prudenti e più industriosi, [pg!233] i Siri imbelli e molli, timidi e leggeri, ma pronti nell'apprendere? Se di tale diversità fra i popoli non si vuole vedere causa alcuna e si afferma che essa si verifica automaticamente, come mai si potrebbe poi credere che il mondo sia governato dalla Provvidenza? Che se, invece, si vogliono porre delle cause, mi si dica e mi si insegni, come farle risalire ad un solo creatore. È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa le leggi che le erano adatte, civili ed umane laddove dominava la benevolenza, rozze ed inumane dove tale era l'indole dei costumi. Poichè i legislatori ben poco aggiunsero, coll'educazione, alla disposizione primitiva.... Perchè dunque tale differenza fra i popoli nei costumi e nelle leggi?»233.In fondo, la difficoltà contro cui s'urtava Giuliano esiste realmente, quando si ponga una creazione voluta, con una finalità prestabilita. L'inesplicabilità dell'organizzazione dell'universo, quando lo si imagini pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita da Giuliano in tutta la sua realtà. È veramente acuta, ed originale nell'antichità, l'osservazione che non sono le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha nulla d'assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni preesistenti degli uomini e dei tempi. Che tutto ciò sia inesplicabile, data una volontà creatrice e cosciente, che l'ammettere questa volontà sia un cadere in una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli uomini hanno finito per trovare che il solo modo di uscire dalla difficoltà era di porre il mistero, poi chiudere gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva [pg!234] accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e, pertanto, ne cercava una che fosse, o che, almeno, gli paresse soddisfacente. Ma siccome la difficoltà è assolutamente insuperabile, perchè il concetto antropomorfico della divinità, il quale impone di cercare la causa della creazione, è anche quello che impedisce di trovarne una che sia ragionevole, così egli cade necessariamente in una spiegazione tanto scipita da essere la prova più evidente del completo esaurimento in cui era finito il Politeismo.L'origine di queste divagazioni neoplatoniche è ilTimeodi Platone. Giuliano, nel suo trattato, non manca di porre a raffronto la cosmologia platonica con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare la maggiore ragionevolezza della creazione per gradi e per gerarchie divine, proposta da Platone, in confronto alla creazione per atto diretto di un creatore unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei etnici e locali è una variazione del tema platonico. Chiarita, secondo Giuliano, la posizione del monoteismo ebraico in faccia al politeismo ellenico, e dimostrato l'errore degli Ebrei di considerare come Dio unico e supremo quello che non era che un Dio secondario e parziale, il polemista passa a svolgere il secondo dei suoi concetti fondamentali, e vuol dimostrare il torto dei Cristiani che non seppero stare nè con gli Ebrei nè coi Greci e l'insostenibilità della loro pretesa di derivare da una religione della quale la loro dottrina è la più aperta negazione. «Voi siete come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e avete lasciato il puro.... Voi invidiate agli Ebrei l'ira e l'odio, e rovesciate i templi e gli altari, e trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle [pg!235] patrie leggi, ma anche gli eretici che pur professano i vostri stessi errori, solo perchè, nella loro piangente adorazione del morto234, non seguono, in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra, poichè nè Gesù nè Paolo ve lo hanno comandato. E la ragione è che essi non hanno sperato mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben contenti, se riuscivano ad ingannare qualche ancella o qualche schiavo, i quali, a loro volta, ingannassero donne ed uomini del valore di Cornelio e Sergio, dei quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell'epoca dite pure che io sono, in tutto, un mentitore»235.Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla dottrina ebraica. No, afferma Giuliano; essi si allontanarono da questa più ancora che dalla nostra. L'empietà cristiana si compone della superbia ebraica e della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti non ciò che hanno di buono ma ciò che hanno di peggio, si hanno tessuta una veste di vizî. «A dire il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la scioperataggine nostra, e avete creduto bene di adattare i vostri costumi a quelli degli uomini più abbietti, mercanti, esattori, ballerini e ruffiani»236.Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani, la cui religione aveva la sua ragion d'essere in una reazione contro l'immoralità del mondo greco-romano, fossero in tre secoli, diventati più immorali di coloro che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista pagano poteva combatterli in nome della morale offesa? [pg!236] Non vi ha prova maggiore per illustrare la tesi che la morale non è un elemento esterno che si introduce, dal di fuori, nell'uomo; è bensì il prodotto di tutto il suo essere intimo. Il Cristianesimo apparve moralizzatore, nei primi tempi, perchè i Cristiani, durante le persecuzioni, rappresentavano una selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò dovette adattarsi all'ambiente dell'epoca, e si corruppe. Non fu il Cristianesimo che ha moralizzata la società; fu la società che ha corrotto il Cristianesimo.Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza esistente fra Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono di esser diversi degli Ebrei contemporanei, ma affermano di essere rigorosamente Ebrei secondo i precetti posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano entra in una discussione che dimostra la conoscenza esatta e minuta ch'egli aveva della letteratura ebraica. Egli afferma, con la testimonianza dei testi, che Mosè non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento che assolutamente non ammetteva che un solo ed indivisibile Dio. Egli ha parlato di profeti, di angeli, di re, giammai di un dio che discendesse in terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani perchè, onde andar d'accordo con Mosè, fanno discendere Gesù da Davide e, insieme, lo fanno concepito dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero far concordare i due Vangeli che la presentano. Che se poi i Cristiani pretendessero di credere anch'essi in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta contraddizione col testo del Vangelo di Giovanni, che da nessun'arte d'interpretazione potrà mai essere messo d'accordo coi testi mosaici237.[pg!237]Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i Cristiani si distaccano dagli Ebrei non meno che dai Greci. Infatti, secondo Giuliano, Mosè stabilisce nelLeviticouna procedura di sacrifizî che per nulla si distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche fosse esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che gli Ebrei più non sacrificano, ciò dipenderebbe solo dalla circostanza che non esiste più il tempio di Gerusalemme, che era il luogo dove solo potevano compiersi i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno questa obbligazione di colleganza fra il rito ed una sede determinata, non hanno ragione alcuna di non compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli Ebrei, salvo il principio dell'unicità di Dio, si assomigliano in tutto ai Greci, mentre i Cristiani si allontanano dagli uni e dagli altri. Non ammettono le forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente vogliono; non riconoscono l'infinita pluralità del politeismo ellenico, ma, affermando una trinità divina, non riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico238.In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano, quando vuol dimostrare che i Cristiani hanno torto di non voler sacrificare come i Greci e gli Ebrei, è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono, insieme, il monoteismo rigoroso degli Ebrei e il politeismo largo dei Greci, e si collocano in una posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno nell'apparenza, nel vero. È tanto nel vero che il dogma della trinità, come vedemmo, non fu accettato se non con ripugnanza grande dagli spiriti conseguenti alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone [pg!238] che accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto secolo, hanno squarciato il Cristianesimo nascente. E finì per essere accolto come un mistero inscrutabile.Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani, affermando che la legge ebraica fosse perfettibile, si pongano nella più aperta contraddizione con ciò che ha scritto Mosè, così che è del tutto insostenibile la loro pretesa di vedere nella religione d'Israele l'origine e la base del Cristianesimo. Ma c'è di più. Ed è che i Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione con gli Ebrei da cui si dicono usciti, contraddicono sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice, vi sono affermazioni inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos incarnato nel Cristo, rappresentante una persona divina, che è un'invenzione di Giovanni, invano la cercate in Matteo, in Marco, od in Luca. Questa argomentazione è condotta in modo da dimostrare che il polemista imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana e, se non fosse la passione d'odio che lo accieca, si potrebbe quasi dire che, talvolta, nel suo metodo, c'è il sentore della critica moderna239.Ma, certo, questo sentore non c'è nell'invettiva contro i Cristiani pel loro culto pei sepolcri. Non si accontentano, egli dice, di adorare il morto Gesù, vogliono adorare anche quelli che son morti dopo di lui, ed hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di monumenti, sebbene in nessun loro libro si dica che sia dovere di aggirarsi intorno ai sepolcri e di adorarli. Con queste parole Giuliano accenna al culto che i Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano santuari sulle rovine dei templi abbandonati o [pg!239] distrutti. Questo culto lo irritava in un modo particolare, e la ragione della sua irritazione va cercata in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava sull'imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli pedanteschi, si affatica a dimostrare che quel culto non era voluto da Gesù che adoperava i sepolcri come termine di confronto di cose turpi, ed afferma che i Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una potenza di malefizî magici240.Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti hanno riprovato, e poi si ricusano di sacrificare agli altari, quando l'episodio di Caino e di Abele, rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i Cristiani non si circoncidono? Paolo ci parla della circoncisione del cuore. Ma il comando di Dio, nella Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile eluderlo, senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato di venire non ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah, voi dite che vi circoncidete nel cuore! — esclama Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione, perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun malvagio, nessun scellerato! Bella davvero la vostra circoncisione del cuore!». Il vero è che i Cristiani disobbediscono apertamente ai precetti del loro stesso Maestro241.Giuliano finisce il primo libro del suo trattato, il solo di cui siansi conservate le reliquie, ritornando sull'accordo esistente, secondo lui, fra il politeismo ellenico ed il monoteismo ebraico, e sull'identità dei [pg!240] riti e dei procedimenti di sacrifizio e di predizione vigenti nelle due religioni. Egli illustra questa sua affermazione con la storia di Abramo, coi processi di interpretazione, pei quali il patriarca riusciva a comprendere le promesse di Dio ed i segni celesti che ne assicuravano l'adempimento, e trova che tutto ciò ha una grandissima analogia coi processi della mantica greca, e che è un gran torto dei Cristiani l'averli abbandonati. Giuliano dimostra anche qui la singolare conoscenza ch'egli aveva della letteratura biblica ed, insieme, l'arguzia di uno spirito educato ad una logica tutta formale. Ma qui si constata, ancora una volta, l'assoluta mancanza di scienza positiva e la spaventosa superstizione di questi riformatori del Politeismo. È cosa dolorosa il vedere un eroe, come Giuliano, un uomo di così meravigliosa versatilità intellettuale da riuscire a scrivere un trattato, come questo, di erudizione teologica, in mezzo alle preoccupazioni di una guerra gigantesca da lui personalmente condotta, cadere in sì miserabili pregiudizî, mostrare una così puerile fiducia nell'esercizio di riti stolti, di sacrifizî sanguinosi, di presagi meteorici, e finir col dire: «La verità non si può riconoscere dalla pura parola; bisogna che alla parola segua un segno efficace, il quale, con la sua apparizione, garantisca pel futuro l'avvenimento della predizione242».Qui, certo, c'è un enorme peggioramento in confronto di Marco Aurelio, degli stoici, di Platone, di [pg!241] tutta, infine, la filosofia greca. La causa di ciò sta nell'influenza del Neoplatonismo, il quale aveva collocato il soprarazionale ed il soprannaturale al luogo degli dei naturalistici del Politeismo antico, e lo aveva imposto, come un incubo al mondo ed alla natura, senz'esser riuscito a determinarlo in un essere supremamente morale come aveva fatto il Cristianesimo. Venne da ciò che il soprannaturale, ravvivando, per un istante, con un soffio artificiale, gli dei naturalistici del mondo antico, ne rese più intensa l'azione in tutti i momenti della vita, ed ha fatto della superstizione la chiave di vôlta della religione. Anche il Cristianesimo non seppe tenersi immune dalla superstizione, anzi vi cadde spaventosamente, e non potè in parte liberarsene che all'aurora della scienza positiva. Però, per quanto oscurata, l'idealità morale di una figura divina, come quella di Gesù, potè servire quale un farmaco che risanava lo spirito infermo di errori e di paure stolte. Ai tempi di Giuliano, il Cristianesimo poteva considerarsi come una reazione contro la follia della superstizione politeista. Quando si passa dal soprannaturale di Giuliano a quello di Ambrogio o di Agostino si ha l'impressione di una vera liberazione, e si comprende come il tentativo di restaurazione politeista, per quanto giustificato e nobilitato dall'amore della coltura ellenica, non avesse neppure la più lontana probabilità di vittoria243.[pg!242]Noi non possiamo confrontare il trattato di Giuliano con quello di Porfirio che, come dicemmo, è perduto, ma possiamo farlo con quello di Celso che ci fu conservato, almeno in parte, nella confutazione di Origene, sulla quale Teodoro Keim ha fatto il medesimo lavoro di ricostituzione che il Neumann esegui, più tardi, per lo scritto di Giuliano, sulla confutazione di Cirillo244.Questi due attacchi filosofici contro il Cristianesimo, eseguiti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro, poichè lo scritto di Celso appartiene agli ultimi anni di Marco Aurelio, ci mostrano come il fondo della polemica fosse rimasto sempre eguale. È sempre la filosofia platonica che vede nel Politeismo un'esplicazione molto più larga e più vera delle sue idee fondamentali sulla divinità e sul mondo che nel ristretto monoteismo ebraico e cristiano; è sempre l'accusa mossa ai Cristiani d'essersi separati dagli Ebrei da cui pretendono di derivare; è sempre la dimostrazione dell'impossibilità di accettare le leggende su cui il Cristianesimo si fonda. Se non che, durante i due secoli [pg!243] che corsero da Celso a Giuliano, lo spirito greco, privo com'era dell'àncora sicura della conoscenza oggettiva e dello spirito scientifico, si era slanciato, a vele spiegate, nel gran mare del misticismo, e si era costituita, come vedemmo, nel Neoplatonismo, una filosofia religiosa, basata sull'idea dominante e schiacciante del soprannaturale. Pertanto, la differenza filosofica fra Giuliano e Celso è che il primo va molto più avanti del secondo nell'interpretazione simbolica del Politeismo, ed è in possesso di una dogmatica mitica che manca al suo predecessore. D'altra parte, ai tempi di Giuliano, il canone del Nuovo Testamento era già stabilito e d'uso corrente, cosa che ancor non era, od almeno appena cominciava ad essere, ai tempi di Celso, e ciò dava una maggiore padronanza a Giuliano delle fonti del Cristianesimo e gli permetteva di servirsi del quarto Vangelo per dimostrare la contraddizione di quelle fonti, cosa che Celso non poteva fare, o, almeno, non ha fatto. Aggiungiamo poi che Giuliano, educato nel Cristianesimo, aveva una profonda conoscenza non solo del Nuovo ma anche del Vecchio Testamento e l'adoperava nella sua polemica con un'abbondanza di citazioni ed una sicurezza che, certo, non poteva domandarsi a Celso, la cui mente era rivolta a tutt'altri studi, e che, dopo tutto, combatteva il Cristianesimo, di cui ancor non sentiva la minaccia, come una disprezzabile stoltezza. Lo scritto di Celso è l'opera di un letterato che si diverte nella sua confutazione; lo scritto di Giuliano, quella di un polemista che combatte per la vita. Se non che, Celso era uno spirito filosofico ben più largo e più geniale di Giuliano e, se questi lo vince nell'argomentazione a base di ermeneutica dei testi, Celso gli è di molto superiore nell'acume intuitivo delle vaste [pg!244] speculazioni, senza dire che non ci dà lo spettacolo di quella spaventosa superstizione che è la macchia più grave di Giuliano e del suo Politeismo neoplatonico. Celso considera il Cristianesimo come una dottrina che ha portato gli antichi ed invecchiati miti della divinizzazione di un uomo sopra una figura non degna di esserne ornata. Egli afferma che l'idea di una redenzione avvenuta in un punto della storia non si accorda colla giustizia e coll'amore divino, che non può esser limitato ad un'efficacia tanto parziale. Celso oppone alla teologia della salvezza l'immutabile ed eterno ordinamento della natura, in cui il male ed il peccato, determinati dalla materia, hanno il loro posto necessario, e l'uomo non appare per nulla affatto come lo scopo del mondo. In queste negazioni della posizione antropocentrica dell'uomo, antropomorfica della divinità, Celso potrebbe quasi dirsi un precursore del pensiero moderno. Egli esce in queste parole: «L'universo non è fatto per gli uomini, come non è fatto pei leoni, per le aquile o pei delfini, ma tutto contribuisce a rendere questo mondo, come opera di Dio, perfetto e completo in ogni sua parte. Pertanto, le cose non sono disposte per essere proprietà le une delle altre, bensì per essere un'opera complessa, per essere, infine, l'Universo. E Dio è nell'Universo, e mai la Provvidenza non lo abbandona, e mai l'Universo diventa peggiore, e Dio, attraverso il tempo, mai non si ritira in sè stesso, e mai non si irrita per causa degli uomini, come non si irrita per causa delle scimmie o delle mosche. E non minaccia mai gli esseri, dei quali ognuno, per sua parte, ha la propria sorte determinata»245.Ecco una pagina che Giuliano, col suo antropomorfismo [pg!245] soprannaturale, non avrebbe mai scritta. Come pure non avrebbe mai scritta la frase profonda di Celso, il quale, dopo aver accennato alle strane ed incredibili divinizzazioni, constatate, presso i più diversi popoli, di uomini vissuti in mezzo a loro, divinizzazioni identiche a quelle che i Cristiani hanno fatto di Gesù, esclama: «Tanto può la fede, quale essa sia, purchè posseduta in prevenzione»246. Frase in cui sta propriamente la chiave che apre i segreti della storia delle religioni, e della quale Celso stesso, forse, intuiva ma non comprendeva tutta la profondità.❦Noi, dunque, abbiamo visto come Giuliano cercasse di rovinare il Cristianesimo, dimostrando la debolezza della sua base storica e le contraddizioni in cui cadeva con le premesse da cui pretendeva discendere. Ma, se Giuliano si fosse limitato a questo lavoro negativo, il suo tentativo non avrebbe avuto nulla di speciale in confronto a ciò che avevan fatto Celso e Porfirio e forse altri ancora rimasti ignoti. Ora, Giuliano voleva fare qualche cosa di più. Voleva tener ritto il Politeismo antico, che per lui rappresentava l'Ellenismo, la civiltà, la coltura ellenica, contro la novità cristiana che minacciava distruggerlo, ma, per tenerlo ritto, voleva cristianizzarlo nella morale e nella costituzione ecclesiastica. Sentiva la necessità di ravvivare la società con uno spirito nuovo, e credeva di poterlo infondere nelle forme vecchie, nella cui rovina egli vedeva la catastrofe della civiltà. Qui sta propriamente l'originalità del movimento tentato da Giuliano. [pg!246] Questo feroce nemico del Cristianesimo faceva propaganda di tutte le virtù che il Cristianesimo insegna, la temperanza, il rispetto delle cose sacre, l'onestà nella vita pubblica e privata, l'odio della ricchezza, la cura delle cose dello spirito, l'amore del prossimo e, sopratutto, la carità. Il Cristianesimo era così poco riuscito ad infondere queste virtù nella società del Basso Impero che, diventando religione ufficiale, aveva dovuto rinunciarvi, ma, insieme, aveva creato il monachismo come una serra calda in cui quelle virtù si conservassero sotto la fervida azione di un ascetismo rigoroso. Giuliano pretese di rifar, lui, l'opera del Cristianesimo, affidandola al Politeismo, a cui dava l'ufficio di moralizzare la società. Egli cadeva nell'errore comune a tutti i riformatori religiosi e morali, quello cioè, di credere che una società, come un individuo, si moralizzi con gli insegnamenti e con le prediche. La moralizzazione non può essere che la conseguenza di un determinato ambiente intellettuale in cui l'individuo e la società vengono a trovarsi. Non fu la Riforma che ha moralizzato i popoli germanici, ma la Riforma è stata, essa stessa, l'effetto di una disposizione preesistente nel carattere e nelle abitudini di quei popoli, i quali avevano vivo il sentimento della dignità umana, sentimento che, nei popoli latini, si era del tutto estinto. Perciò il Cristianesimo, non essendo riuscito a moralizzare il mondo, perchè il mondo non era maturo pel suo grande principio della solidarietà umana, aveva semplicemente scosse le basi della civiltà. Ebbene, Giuliano voleva salvare il Politeismo per salvare, insieme, la civiltà ellenica, e voleva, malgrado il suo odio pel Cristianesimo, in cui vedeva il nemico acerrimo di quella civiltà, cristianizzare il Politeismo per farne uno strumento di rigenerazione [pg!247] morale. L'irragionevolezza dell'impresa non deve nascondere la nobiltà dell'illusione in cui viveva Giuliano e la grandezza dello scopo a cui tendeva con tutte le forze del suo versatile ingegno.Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni di Giuliano, nell'organizzazione del suo Politeismo cristianizzato, si rileva da tre importanti documenti, il lungo frammento di lettera ad un ignoto247, la lettera ad Arsacio, sacerdote di Galazia248, e un frammento di altra lettera a Teodoro, per investirlo di un alto ufficio sacerdotale249. Quest'ultimo frammento si crede possa essere unito al primo, così da formare un tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con attenzione, perchè contengono la parte più curiosa della riforma di Giuliano. E qui noi vedremo uno spettacolo strano; un condottiero eroico, un avventuriero audace che scende ai più minuti dettagli di organizzazione ecclesiastica e che scrive dellepastorali, le quali mostrano come egli prendesse sul serio la sua missione di riformatore religioso. È che Giuliano metteva in tutto ciò che faceva una singolare serietà ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento del Teatro francese è, certo, un esempio di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone era un colossale egoista. Le cose non lo interessavano se non in quanto si riferissero a lui od al suo dominio. Non aveva che un ideale, sè stesso, e, pertanto, la sua intelligenza era uno strumento che non lavorava che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d'uomo. Egli si era creata una missione nel mondo, e il compierla [pg!248] era per lui il più imperioso dei doveri. Tutta la singolare versatilità del suo ingegno era applicata a quello scopo ideale. In Giuliano l'uomo pratico era ammirabile, ma quest'uomo pratico era posto al servizio di un idealista fervente. È questo un connubio che dà alla figura del giovane imperatore un così strano e, direi quasi, enigmatico risalto.Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come Giuliano volesse avere un sacerdozio pagano il quale realizzasse l'ideale di virtù che il clero cristiano si poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.Al principio del frammento noi troviamo una violenta e crudelmente ironica allusione ai Cristiani. «Su coloro che non venerano gli dei impera la schiatta dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi son resi furenti, così che cercano di morire, quasi fossero certi di volare al cielo, quando dalla violenza si spezzi la loro vita. Altri abitano i deserti invece delle città, sebbene l'uomo sia, per natura, un animale socievole e domestico, dominati anch'essi dai demoni malvagi che li trascinano in quella misantropia. E quegli empi si abbandonano volontariamente ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.» Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i martiri e gli eremiti, i quali pure rappresentavano, in tutta la sua forza e purezza, l'ideale cristiano. È che questo ideale contrastava radicalmente coi concetti fondamentali del pensiero e della civiltà antica. Il Cristianesimo partiva dall'aborrimento del mondo presente e passeggero per arrivare alla conquista del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò che il Cristiano genuino professava l'abbandono e la rinuncia alle cose del mondo, ed aspirava alla morte per rendersi sempre più puro dalle turpitudini della [pg!249] vita terrestre e per affrettare il raggiungimento della felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino, il Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per questo che, allorquando il Cristianesimo, diventato potente ed entrato nell'organismo sociale, si piegò alle necessità della vita e si corruppe, si disegnò subito una reazione contro questo movimento fatale e nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava la rinuncia completa alle transazioni volute dalla convivenza sociale, e conservava intatto il principio ispiratore del Cristianesimo. Ora, l'uomo antico, pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre le visioni dell'oltretomba non erano, invece, che larve e sogni, non riusciva a comprendere quel principio che pur costituiva l'essenza del Cristianesimo, il quale a lui pareva il prodotto di un vero pervertimento del giudizio, una follia che sconvolgeva l'ordine sociale, e contrastava con la natura e coi fini dell'uomo. E Giuliano che era rimasto un uomo antico, un greco schietto, non poteva che sentire una cordiale antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi tanto i martiri che, ai suoi tempi, non c'erano più, quanto gli eremiti ed i monaci che cominciavano a popolare, nel nome del Cristo, le solitudini dell'Oriente.Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano procede nelle sue raccomandazioni ai sacerdoti. Questi devono dare l'esempio dell'obbedienza alle leggi divine; da quell'esempio gli uomini impareranno ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo Giuliano, il primo dovere dei sacerdoti è di essere caritatevoli. E qui pare proprio di udir parlare un buon Cristiano. C'è una specie d'unzione, nel suo discorso, che rivela un'influenza ignota alla schietta [pg!250] antichità. Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove del loro amore per gli uomini. E gli uomini, non vorranno amarsi ed assistersi fra di loro? Si vogliono accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo. Ma, se chi ha volesse dare agli altri, in proporzione delle sue sostanze, la miseria più non sarebbe. Lui, Giuliano, è sempre stato contento del bene che ha potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per sè. Ed a coloro che gli potrebbero osservare esser facile a lui, imperatore, dar questi consigli, ricorda di essere stato, lui pure, povero, e d'aver fatto parte ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce in queste parole, le quali, più ancora che cristiane, sono propriamente evangeliche, e potrebbero essere attribuite a Gesù, sebbene scritte dal suo più feroce nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a tutti gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a tutti i tapini ed a tutti i poveri, quanto richiede il bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa parere un paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti anche ai nemici, perchè noi diamo all'uomo non diamo al carattere250». E continua, con parole quasi ancora più belle: «Ed io credo che si devono usare tali provvidenze anche a coloro che si trovano in carcere. E questo amor del prossimo non è d'ostacolo alla giustizia. Fra i molti rinchiusi in carcere, alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora, ciò che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà ai malvagi per causa degli innocenti, ma bensì di agire senza pietà verso gli innocenti per causa dei malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate [pg!251] dalla intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse in tutte le opere di Giuliano. Così egli dirà: «A me par meglio, per ogni rispetto, salvare un malvagio con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un solo malvagio»251. E in altro luogo: «Quali ecatombe possono valere la santità, di cui il divino Euripide cantava, chiamandola — Santità, santità, veneranda dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno la medesima efficacia, e che, senza quello spirito, non solo il sacrifizio di cento buoi, ma il sacrifizio di mille altro non è che un vano sciupìo?»252. Parole ammirabili, tanto più ammirabili in bocca di un imperatore, e che pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole analoghe a queste, o almeno ispirate ad un analogo sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la rivoluzione nel mondo? Perchè l'umile ed ignorato Maestro di Palestina ha sollevata l'umanità, e il potente imperatore ha parlato al deserto? Non per altra ragione se non per questa che, per cambiare l'orientazione dello spirito umano, per fare della pietà un dovere e per dare, almeno per un istante, alla debolezza la vittoria sulla forza, ci voleva l'apparizione di un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L'errore di Giuliano fu nel non aver compreso che a lui mancava la forza per compiere quel rinnovamento morale che era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per potervi riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente esauriti e vuotati d'ogni realtà. Ci voleva un dio nuovo. È vero che l'accettazione di questo dio avrebbe portata con sè la rovina di quel tesoro prezioso [pg!252] che era l'Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile. Rinnovare l'Ellenismo, voleva dire togliergli la sua ragion d'essere.Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno della sua propaganda di carità, ed è l'unità della specie umana, per cui gli uomini son tutti fratelli253. Poi procede a raccomandare la venerazione e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti alla necessità che hanno gli uomini, creature corporee, di rappresentare sotto forma materiale anche gli esseri spirituali254. Qui Giuliano entra in un lungo e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro l'obbiezione che i profeti degli Ebrei avevano opposta al culto degli idoli, pretendendo di dimostrarne l'irragionevolezza col fatto della distruggibilità degli idoli stessi. Ma allora, esclama acutamente Giuliano, che diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è stato tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è rialzato? E Giuliano, il quale, nella guerra contro i Cristiani, diventati molti e potenti, favoriva gli Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava degli alleati naturali, osserva ch'egli non accenna a quel fatto per recar offesa agii Ebrei. Tutt'altro, tanto è vero che, anzi, stava pensando di ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore del dio che vi si adorava. Egli usa di quell'esempio solo per dimostrare agli Ebrei che tutto ciò che è creato dall'uomo deve perire e che, pertanto, è vana l'obbiezione dei loro profeti. L'errore di costoro, degno di vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre nell'intento di accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla [pg!253] alla grandezza del loro dio, perchè un dio grande può avere degli interpreti inabili. E tali furono i profeti e i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare l'anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati, nè aprire gli occhi inciprigniti, nè dissipare la nebbia che li avvolgeva, in mezzo alla quale la luce pura della verità appariva loro come qualche cosa di indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama Giuliano, ai nostri poeti sono quei maestri della scienza di Dio!255.Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere, in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir nulla di turpe; non basta ch'egli si astenga dalle empie azioni, ma anche dalle parole e dall'udizione di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone256. E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura [pg!254] degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna prepararsi prima».Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone all'indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava Giuliano, l'odio pel razionalismo portato nella conoscenza e nell'interpretazione dell'universo, è quello ancora che è legge per la Congregazione dell'Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all'indirizzo intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all'alba ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio [pg!255] nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza. Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch'egli adoperasse a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati257.Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche di assistere258.Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio [pg!256] del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle azioni coll'apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll'offrir loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura, nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano l'amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti nell'empietà...»259.Qui s'interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose che l'imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l'altro frammento che costituisce la lettera 63ª, nell'epistolario di Giuliano. In essa, l'imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d'amicizia e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l'opera sua potrà essere di grande giovamento, ed egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente [pg!257] e speranze ancor maggiori per l'avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l'al di là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli dei. E poi continua:«Ma qual'è quest'ufficio che io dico di volerti affidare? Quello d'essere a capo di tutti i servizî sacri dell'Asia, sorvegliare i sacerdoti d'ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la cortesia e l'amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma fin d'ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal prevalere dell'avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso, tanto più constatando come coloro che seguono il precetto [pg!258] della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano l'empietà galilea, affetti da una malattia.....».Qui il frammento s'interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il terzo dei documenti relativi all'organizzazione della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza, l'espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora, Giuliano, che pure, nell'essenza della sua azione, era un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt'altra cosa del Politeismo naturalistico [pg!259] dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani, ed egli l'adoperava con singolare abilità. Per verità, se v'era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l'erede dell'ebraismo. Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell'epoca ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l'adorazione a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri popoli ed in altri santuari.Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei, l'abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui l'imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico avventuriero: [pg!260]«Giuliano al popolo degli Ebrei».«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato per voi l'obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma indicibile d'oro a profitto dell'erario. Io stesso l'ho constatato coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà impossibile d'ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia d'iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo, degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî nell'anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia, presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter fine a quell'imposta che voi chiamateapostolicaed a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll'esazione di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di fare, con tutta l'anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell'impero a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella [pg!261] via dell'ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio all'onnipossente»260.❦Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola:«L'Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che al progresso dell'empietà hanno grandemente giovato l'amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l'ostentata santità della vita. Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero [pg!262] che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e preferissero l'ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non darsi a nessun'arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d'ogni nostro soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo, ne sarei lietissimo.«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l'incontro avvenga nell'atrio. Nessun soldato li preceda [pg!263] nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole la legge divina»261.In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar d'accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che, assai meglio di quello de' suoi amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale accusa, la verità. Ma perchè quest'odio cordiale contro gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d'accordo e ch'egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali, gli dei sorti dal sacro suolo dell'Ellade, avrebbe radicalmente rovinato l'Ellenismo. E l'Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all'avanzarsi del dio galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell'umanità, e ben più vivo di tutto l'antico Olimpo, Giuliano ha tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel Politeismo le abitudini e l'indirizzo morale [pg!264] di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa d'impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d'Afrodite con un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle loro città.Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del tutto nuovo nell'ellenismo. Nel mondo greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la religione era un'istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva un'affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un'istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui l'autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una conseguenza della trasformazione metafisica [pg!265] che gli dei antichi avevano subìta nell'elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato venti o trenta, e se, per un'ipotesi impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch'esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia. Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con sè un'insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo. L'ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l'abbominio dell'uno e dell'altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della sventura. Dall'uno e dall'altro di questi punti di partenza venivano norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi nell'ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente [pg!266] impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l'intima sua essenza per assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.[pg!267]
Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè sulla interezza nè sull'ordine delle citazioni contenute nel testo della scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando qualche dubbio sui dettagli dell'ordinamento, ci dà una chiara nozione dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l'argomentazione di Giuliano e del valore dell'argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e, insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani doveva esser l'opera più pensata di Giuliano, quella in cui l'acutezza del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto esser demolito dall'analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti, il libro di Giuliano avrebbe fatto l'ufficio di un piccone robusto.
Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua apostasia. Qui l'apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli imperatori antecedenti lo avevan combattuto col [pg!229] ferro e col fuoco. Egli crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni punti, non gli manca l'acume e la dottrina. Ma un giudice veramente imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe potuto dirgli:Medice, cura te ipsum.
Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei è un'invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell'animo verso ciò che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .
«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi primieramente l'idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò, interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono all'eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri furono attaccati come da un demone perverso, l'empietà dall'intolleranza ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»231.
In questo piccolo proemio son posti i due punti [pg!230] fondamentali su cui si svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere un'applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.
Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere prontamente il punto debole dell'avversario. Per combattere il monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un Dio siffatto a Dio unico di tutta l'umanità? È possibile che il creatore di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua, impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare, coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio, come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l'elezione divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo: — «Dio [pg!231] non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece, nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete, per migliaia d'anni, di tutti coloro che dall'Oriente all'Occidente, dal Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli, e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio dell'universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate riusciti a formarvi un concetto razionale?».232
Questi argomenti di Giuliano non sono privi di acume. Ma è cosa sintomatica dell'ambiente intellettuale, in cui Giuliano scriveva, ch'egli non si accorgesse che il sistema da lui posto innanzi, come l'espressione della verità, era altrettanto irrazionale e assai più puerile di quello ch'egli combatteva. Il politeismo neoplatonico, quale era uscito dalle elucubrazioni di Giamblico, di Massimo e degli altri entusiasti successori di Plotino, era un politeismo di secondo grado. Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto, ma, sotto questo Dio, si collocavano degli Dei minori, per mezzo dei quali avveniva il processo creativo, e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità protettrici [pg!232] delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva difficoltà a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva una di queste divinità secondarie, con le quali credeva di poter spiegare le diversità esistenti da popolo a popolo, delle quali altrimenti non riusciva a trovar ragione. Certo, non è il caso di soffermarci a dimostrare quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante il leggere almeno una pagina di Giuliano per veder come, laddove manchi la conoscenza sicura e scientifica della realtà, la mente umana erri, senza bussola, nel mare dell'imaginazione, e si lasci subito riavvolgere dalla nebbia ch'essa crede d'aver dissipata. «Confrontate — dice Giuliano, dopo aver confutato il monoteismo ebraico — a questa dottrina la dottrina nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è padre e re dell'universo, ma ch'egli distribuisce i popoli fra divinità etniche o locali, ciascuna delle quali tiene il governo a seconda della propria natura. Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma negli dei parziali variano le facoltà le une dalle altre. Così, Marte governa i popoli bellicosi, Minerva i bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i prudenti più che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna di esse. Ora, se l'esperienza non confermasse la nostra dottrina, essa sarebbe un'invenzione od un artifizio stolto, la vostra, invece, dovrebbe lodarsi. Ma se, invece, l'esperienza di tempi infiniti sta a prova di ciò che affermiamo, mentre nulla concorda con le vostre idee, perchè conservate tanta smania di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la causa per la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci e i Romani civili ed umani, ma, insieme, d'animo fermo e guerresco, gli Egizî più prudenti e più industriosi, [pg!233] i Siri imbelli e molli, timidi e leggeri, ma pronti nell'apprendere? Se di tale diversità fra i popoli non si vuole vedere causa alcuna e si afferma che essa si verifica automaticamente, come mai si potrebbe poi credere che il mondo sia governato dalla Provvidenza? Che se, invece, si vogliono porre delle cause, mi si dica e mi si insegni, come farle risalire ad un solo creatore. È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa le leggi che le erano adatte, civili ed umane laddove dominava la benevolenza, rozze ed inumane dove tale era l'indole dei costumi. Poichè i legislatori ben poco aggiunsero, coll'educazione, alla disposizione primitiva.... Perchè dunque tale differenza fra i popoli nei costumi e nelle leggi?»233.
In fondo, la difficoltà contro cui s'urtava Giuliano esiste realmente, quando si ponga una creazione voluta, con una finalità prestabilita. L'inesplicabilità dell'organizzazione dell'universo, quando lo si imagini pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita da Giuliano in tutta la sua realtà. È veramente acuta, ed originale nell'antichità, l'osservazione che non sono le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha nulla d'assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni preesistenti degli uomini e dei tempi. Che tutto ciò sia inesplicabile, data una volontà creatrice e cosciente, che l'ammettere questa volontà sia un cadere in una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli uomini hanno finito per trovare che il solo modo di uscire dalla difficoltà era di porre il mistero, poi chiudere gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva [pg!234] accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e, pertanto, ne cercava una che fosse, o che, almeno, gli paresse soddisfacente. Ma siccome la difficoltà è assolutamente insuperabile, perchè il concetto antropomorfico della divinità, il quale impone di cercare la causa della creazione, è anche quello che impedisce di trovarne una che sia ragionevole, così egli cade necessariamente in una spiegazione tanto scipita da essere la prova più evidente del completo esaurimento in cui era finito il Politeismo.
L'origine di queste divagazioni neoplatoniche è ilTimeodi Platone. Giuliano, nel suo trattato, non manca di porre a raffronto la cosmologia platonica con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare la maggiore ragionevolezza della creazione per gradi e per gerarchie divine, proposta da Platone, in confronto alla creazione per atto diretto di un creatore unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei etnici e locali è una variazione del tema platonico. Chiarita, secondo Giuliano, la posizione del monoteismo ebraico in faccia al politeismo ellenico, e dimostrato l'errore degli Ebrei di considerare come Dio unico e supremo quello che non era che un Dio secondario e parziale, il polemista passa a svolgere il secondo dei suoi concetti fondamentali, e vuol dimostrare il torto dei Cristiani che non seppero stare nè con gli Ebrei nè coi Greci e l'insostenibilità della loro pretesa di derivare da una religione della quale la loro dottrina è la più aperta negazione. «Voi siete come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e avete lasciato il puro.... Voi invidiate agli Ebrei l'ira e l'odio, e rovesciate i templi e gli altari, e trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle [pg!235] patrie leggi, ma anche gli eretici che pur professano i vostri stessi errori, solo perchè, nella loro piangente adorazione del morto234, non seguono, in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra, poichè nè Gesù nè Paolo ve lo hanno comandato. E la ragione è che essi non hanno sperato mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben contenti, se riuscivano ad ingannare qualche ancella o qualche schiavo, i quali, a loro volta, ingannassero donne ed uomini del valore di Cornelio e Sergio, dei quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell'epoca dite pure che io sono, in tutto, un mentitore»235.
Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla dottrina ebraica. No, afferma Giuliano; essi si allontanarono da questa più ancora che dalla nostra. L'empietà cristiana si compone della superbia ebraica e della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti non ciò che hanno di buono ma ciò che hanno di peggio, si hanno tessuta una veste di vizî. «A dire il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la scioperataggine nostra, e avete creduto bene di adattare i vostri costumi a quelli degli uomini più abbietti, mercanti, esattori, ballerini e ruffiani»236.
Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani, la cui religione aveva la sua ragion d'essere in una reazione contro l'immoralità del mondo greco-romano, fossero in tre secoli, diventati più immorali di coloro che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista pagano poteva combatterli in nome della morale offesa? [pg!236] Non vi ha prova maggiore per illustrare la tesi che la morale non è un elemento esterno che si introduce, dal di fuori, nell'uomo; è bensì il prodotto di tutto il suo essere intimo. Il Cristianesimo apparve moralizzatore, nei primi tempi, perchè i Cristiani, durante le persecuzioni, rappresentavano una selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò dovette adattarsi all'ambiente dell'epoca, e si corruppe. Non fu il Cristianesimo che ha moralizzata la società; fu la società che ha corrotto il Cristianesimo.
Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza esistente fra Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono di esser diversi degli Ebrei contemporanei, ma affermano di essere rigorosamente Ebrei secondo i precetti posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano entra in una discussione che dimostra la conoscenza esatta e minuta ch'egli aveva della letteratura ebraica. Egli afferma, con la testimonianza dei testi, che Mosè non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento che assolutamente non ammetteva che un solo ed indivisibile Dio. Egli ha parlato di profeti, di angeli, di re, giammai di un dio che discendesse in terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani perchè, onde andar d'accordo con Mosè, fanno discendere Gesù da Davide e, insieme, lo fanno concepito dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero far concordare i due Vangeli che la presentano. Che se poi i Cristiani pretendessero di credere anch'essi in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta contraddizione col testo del Vangelo di Giovanni, che da nessun'arte d'interpretazione potrà mai essere messo d'accordo coi testi mosaici237.
[pg!237]
Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i Cristiani si distaccano dagli Ebrei non meno che dai Greci. Infatti, secondo Giuliano, Mosè stabilisce nelLeviticouna procedura di sacrifizî che per nulla si distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche fosse esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che gli Ebrei più non sacrificano, ciò dipenderebbe solo dalla circostanza che non esiste più il tempio di Gerusalemme, che era il luogo dove solo potevano compiersi i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno questa obbligazione di colleganza fra il rito ed una sede determinata, non hanno ragione alcuna di non compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli Ebrei, salvo il principio dell'unicità di Dio, si assomigliano in tutto ai Greci, mentre i Cristiani si allontanano dagli uni e dagli altri. Non ammettono le forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente vogliono; non riconoscono l'infinita pluralità del politeismo ellenico, ma, affermando una trinità divina, non riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico238.
In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano, quando vuol dimostrare che i Cristiani hanno torto di non voler sacrificare come i Greci e gli Ebrei, è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono, insieme, il monoteismo rigoroso degli Ebrei e il politeismo largo dei Greci, e si collocano in una posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno nell'apparenza, nel vero. È tanto nel vero che il dogma della trinità, come vedemmo, non fu accettato se non con ripugnanza grande dagli spiriti conseguenti alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone [pg!238] che accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto secolo, hanno squarciato il Cristianesimo nascente. E finì per essere accolto come un mistero inscrutabile.
Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani, affermando che la legge ebraica fosse perfettibile, si pongano nella più aperta contraddizione con ciò che ha scritto Mosè, così che è del tutto insostenibile la loro pretesa di vedere nella religione d'Israele l'origine e la base del Cristianesimo. Ma c'è di più. Ed è che i Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione con gli Ebrei da cui si dicono usciti, contraddicono sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice, vi sono affermazioni inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos incarnato nel Cristo, rappresentante una persona divina, che è un'invenzione di Giovanni, invano la cercate in Matteo, in Marco, od in Luca. Questa argomentazione è condotta in modo da dimostrare che il polemista imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana e, se non fosse la passione d'odio che lo accieca, si potrebbe quasi dire che, talvolta, nel suo metodo, c'è il sentore della critica moderna239.
Ma, certo, questo sentore non c'è nell'invettiva contro i Cristiani pel loro culto pei sepolcri. Non si accontentano, egli dice, di adorare il morto Gesù, vogliono adorare anche quelli che son morti dopo di lui, ed hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di monumenti, sebbene in nessun loro libro si dica che sia dovere di aggirarsi intorno ai sepolcri e di adorarli. Con queste parole Giuliano accenna al culto che i Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano santuari sulle rovine dei templi abbandonati o [pg!239] distrutti. Questo culto lo irritava in un modo particolare, e la ragione della sua irritazione va cercata in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava sull'imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli pedanteschi, si affatica a dimostrare che quel culto non era voluto da Gesù che adoperava i sepolcri come termine di confronto di cose turpi, ed afferma che i Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una potenza di malefizî magici240.
Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti hanno riprovato, e poi si ricusano di sacrificare agli altari, quando l'episodio di Caino e di Abele, rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i Cristiani non si circoncidono? Paolo ci parla della circoncisione del cuore. Ma il comando di Dio, nella Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile eluderlo, senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato di venire non ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah, voi dite che vi circoncidete nel cuore! — esclama Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione, perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun malvagio, nessun scellerato! Bella davvero la vostra circoncisione del cuore!». Il vero è che i Cristiani disobbediscono apertamente ai precetti del loro stesso Maestro241.
Giuliano finisce il primo libro del suo trattato, il solo di cui siansi conservate le reliquie, ritornando sull'accordo esistente, secondo lui, fra il politeismo ellenico ed il monoteismo ebraico, e sull'identità dei [pg!240] riti e dei procedimenti di sacrifizio e di predizione vigenti nelle due religioni. Egli illustra questa sua affermazione con la storia di Abramo, coi processi di interpretazione, pei quali il patriarca riusciva a comprendere le promesse di Dio ed i segni celesti che ne assicuravano l'adempimento, e trova che tutto ciò ha una grandissima analogia coi processi della mantica greca, e che è un gran torto dei Cristiani l'averli abbandonati. Giuliano dimostra anche qui la singolare conoscenza ch'egli aveva della letteratura biblica ed, insieme, l'arguzia di uno spirito educato ad una logica tutta formale. Ma qui si constata, ancora una volta, l'assoluta mancanza di scienza positiva e la spaventosa superstizione di questi riformatori del Politeismo. È cosa dolorosa il vedere un eroe, come Giuliano, un uomo di così meravigliosa versatilità intellettuale da riuscire a scrivere un trattato, come questo, di erudizione teologica, in mezzo alle preoccupazioni di una guerra gigantesca da lui personalmente condotta, cadere in sì miserabili pregiudizî, mostrare una così puerile fiducia nell'esercizio di riti stolti, di sacrifizî sanguinosi, di presagi meteorici, e finir col dire: «La verità non si può riconoscere dalla pura parola; bisogna che alla parola segua un segno efficace, il quale, con la sua apparizione, garantisca pel futuro l'avvenimento della predizione242».
Qui, certo, c'è un enorme peggioramento in confronto di Marco Aurelio, degli stoici, di Platone, di [pg!241] tutta, infine, la filosofia greca. La causa di ciò sta nell'influenza del Neoplatonismo, il quale aveva collocato il soprarazionale ed il soprannaturale al luogo degli dei naturalistici del Politeismo antico, e lo aveva imposto, come un incubo al mondo ed alla natura, senz'esser riuscito a determinarlo in un essere supremamente morale come aveva fatto il Cristianesimo. Venne da ciò che il soprannaturale, ravvivando, per un istante, con un soffio artificiale, gli dei naturalistici del mondo antico, ne rese più intensa l'azione in tutti i momenti della vita, ed ha fatto della superstizione la chiave di vôlta della religione. Anche il Cristianesimo non seppe tenersi immune dalla superstizione, anzi vi cadde spaventosamente, e non potè in parte liberarsene che all'aurora della scienza positiva. Però, per quanto oscurata, l'idealità morale di una figura divina, come quella di Gesù, potè servire quale un farmaco che risanava lo spirito infermo di errori e di paure stolte. Ai tempi di Giuliano, il Cristianesimo poteva considerarsi come una reazione contro la follia della superstizione politeista. Quando si passa dal soprannaturale di Giuliano a quello di Ambrogio o di Agostino si ha l'impressione di una vera liberazione, e si comprende come il tentativo di restaurazione politeista, per quanto giustificato e nobilitato dall'amore della coltura ellenica, non avesse neppure la più lontana probabilità di vittoria243.
[pg!242]
Noi non possiamo confrontare il trattato di Giuliano con quello di Porfirio che, come dicemmo, è perduto, ma possiamo farlo con quello di Celso che ci fu conservato, almeno in parte, nella confutazione di Origene, sulla quale Teodoro Keim ha fatto il medesimo lavoro di ricostituzione che il Neumann esegui, più tardi, per lo scritto di Giuliano, sulla confutazione di Cirillo244.
Questi due attacchi filosofici contro il Cristianesimo, eseguiti a circa due secoli di distanza l'uno dall'altro, poichè lo scritto di Celso appartiene agli ultimi anni di Marco Aurelio, ci mostrano come il fondo della polemica fosse rimasto sempre eguale. È sempre la filosofia platonica che vede nel Politeismo un'esplicazione molto più larga e più vera delle sue idee fondamentali sulla divinità e sul mondo che nel ristretto monoteismo ebraico e cristiano; è sempre l'accusa mossa ai Cristiani d'essersi separati dagli Ebrei da cui pretendono di derivare; è sempre la dimostrazione dell'impossibilità di accettare le leggende su cui il Cristianesimo si fonda. Se non che, durante i due secoli [pg!243] che corsero da Celso a Giuliano, lo spirito greco, privo com'era dell'àncora sicura della conoscenza oggettiva e dello spirito scientifico, si era slanciato, a vele spiegate, nel gran mare del misticismo, e si era costituita, come vedemmo, nel Neoplatonismo, una filosofia religiosa, basata sull'idea dominante e schiacciante del soprannaturale. Pertanto, la differenza filosofica fra Giuliano e Celso è che il primo va molto più avanti del secondo nell'interpretazione simbolica del Politeismo, ed è in possesso di una dogmatica mitica che manca al suo predecessore. D'altra parte, ai tempi di Giuliano, il canone del Nuovo Testamento era già stabilito e d'uso corrente, cosa che ancor non era, od almeno appena cominciava ad essere, ai tempi di Celso, e ciò dava una maggiore padronanza a Giuliano delle fonti del Cristianesimo e gli permetteva di servirsi del quarto Vangelo per dimostrare la contraddizione di quelle fonti, cosa che Celso non poteva fare, o, almeno, non ha fatto. Aggiungiamo poi che Giuliano, educato nel Cristianesimo, aveva una profonda conoscenza non solo del Nuovo ma anche del Vecchio Testamento e l'adoperava nella sua polemica con un'abbondanza di citazioni ed una sicurezza che, certo, non poteva domandarsi a Celso, la cui mente era rivolta a tutt'altri studi, e che, dopo tutto, combatteva il Cristianesimo, di cui ancor non sentiva la minaccia, come una disprezzabile stoltezza. Lo scritto di Celso è l'opera di un letterato che si diverte nella sua confutazione; lo scritto di Giuliano, quella di un polemista che combatte per la vita. Se non che, Celso era uno spirito filosofico ben più largo e più geniale di Giuliano e, se questi lo vince nell'argomentazione a base di ermeneutica dei testi, Celso gli è di molto superiore nell'acume intuitivo delle vaste [pg!244] speculazioni, senza dire che non ci dà lo spettacolo di quella spaventosa superstizione che è la macchia più grave di Giuliano e del suo Politeismo neoplatonico. Celso considera il Cristianesimo come una dottrina che ha portato gli antichi ed invecchiati miti della divinizzazione di un uomo sopra una figura non degna di esserne ornata. Egli afferma che l'idea di una redenzione avvenuta in un punto della storia non si accorda colla giustizia e coll'amore divino, che non può esser limitato ad un'efficacia tanto parziale. Celso oppone alla teologia della salvezza l'immutabile ed eterno ordinamento della natura, in cui il male ed il peccato, determinati dalla materia, hanno il loro posto necessario, e l'uomo non appare per nulla affatto come lo scopo del mondo. In queste negazioni della posizione antropocentrica dell'uomo, antropomorfica della divinità, Celso potrebbe quasi dirsi un precursore del pensiero moderno. Egli esce in queste parole: «L'universo non è fatto per gli uomini, come non è fatto pei leoni, per le aquile o pei delfini, ma tutto contribuisce a rendere questo mondo, come opera di Dio, perfetto e completo in ogni sua parte. Pertanto, le cose non sono disposte per essere proprietà le une delle altre, bensì per essere un'opera complessa, per essere, infine, l'Universo. E Dio è nell'Universo, e mai la Provvidenza non lo abbandona, e mai l'Universo diventa peggiore, e Dio, attraverso il tempo, mai non si ritira in sè stesso, e mai non si irrita per causa degli uomini, come non si irrita per causa delle scimmie o delle mosche. E non minaccia mai gli esseri, dei quali ognuno, per sua parte, ha la propria sorte determinata»245.
Ecco una pagina che Giuliano, col suo antropomorfismo [pg!245] soprannaturale, non avrebbe mai scritta. Come pure non avrebbe mai scritta la frase profonda di Celso, il quale, dopo aver accennato alle strane ed incredibili divinizzazioni, constatate, presso i più diversi popoli, di uomini vissuti in mezzo a loro, divinizzazioni identiche a quelle che i Cristiani hanno fatto di Gesù, esclama: «Tanto può la fede, quale essa sia, purchè posseduta in prevenzione»246. Frase in cui sta propriamente la chiave che apre i segreti della storia delle religioni, e della quale Celso stesso, forse, intuiva ma non comprendeva tutta la profondità.
❦
Noi, dunque, abbiamo visto come Giuliano cercasse di rovinare il Cristianesimo, dimostrando la debolezza della sua base storica e le contraddizioni in cui cadeva con le premesse da cui pretendeva discendere. Ma, se Giuliano si fosse limitato a questo lavoro negativo, il suo tentativo non avrebbe avuto nulla di speciale in confronto a ciò che avevan fatto Celso e Porfirio e forse altri ancora rimasti ignoti. Ora, Giuliano voleva fare qualche cosa di più. Voleva tener ritto il Politeismo antico, che per lui rappresentava l'Ellenismo, la civiltà, la coltura ellenica, contro la novità cristiana che minacciava distruggerlo, ma, per tenerlo ritto, voleva cristianizzarlo nella morale e nella costituzione ecclesiastica. Sentiva la necessità di ravvivare la società con uno spirito nuovo, e credeva di poterlo infondere nelle forme vecchie, nella cui rovina egli vedeva la catastrofe della civiltà. Qui sta propriamente l'originalità del movimento tentato da Giuliano. [pg!246] Questo feroce nemico del Cristianesimo faceva propaganda di tutte le virtù che il Cristianesimo insegna, la temperanza, il rispetto delle cose sacre, l'onestà nella vita pubblica e privata, l'odio della ricchezza, la cura delle cose dello spirito, l'amore del prossimo e, sopratutto, la carità. Il Cristianesimo era così poco riuscito ad infondere queste virtù nella società del Basso Impero che, diventando religione ufficiale, aveva dovuto rinunciarvi, ma, insieme, aveva creato il monachismo come una serra calda in cui quelle virtù si conservassero sotto la fervida azione di un ascetismo rigoroso. Giuliano pretese di rifar, lui, l'opera del Cristianesimo, affidandola al Politeismo, a cui dava l'ufficio di moralizzare la società. Egli cadeva nell'errore comune a tutti i riformatori religiosi e morali, quello cioè, di credere che una società, come un individuo, si moralizzi con gli insegnamenti e con le prediche. La moralizzazione non può essere che la conseguenza di un determinato ambiente intellettuale in cui l'individuo e la società vengono a trovarsi. Non fu la Riforma che ha moralizzato i popoli germanici, ma la Riforma è stata, essa stessa, l'effetto di una disposizione preesistente nel carattere e nelle abitudini di quei popoli, i quali avevano vivo il sentimento della dignità umana, sentimento che, nei popoli latini, si era del tutto estinto. Perciò il Cristianesimo, non essendo riuscito a moralizzare il mondo, perchè il mondo non era maturo pel suo grande principio della solidarietà umana, aveva semplicemente scosse le basi della civiltà. Ebbene, Giuliano voleva salvare il Politeismo per salvare, insieme, la civiltà ellenica, e voleva, malgrado il suo odio pel Cristianesimo, in cui vedeva il nemico acerrimo di quella civiltà, cristianizzare il Politeismo per farne uno strumento di rigenerazione [pg!247] morale. L'irragionevolezza dell'impresa non deve nascondere la nobiltà dell'illusione in cui viveva Giuliano e la grandezza dello scopo a cui tendeva con tutte le forze del suo versatile ingegno.
Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni di Giuliano, nell'organizzazione del suo Politeismo cristianizzato, si rileva da tre importanti documenti, il lungo frammento di lettera ad un ignoto247, la lettera ad Arsacio, sacerdote di Galazia248, e un frammento di altra lettera a Teodoro, per investirlo di un alto ufficio sacerdotale249. Quest'ultimo frammento si crede possa essere unito al primo, così da formare un tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con attenzione, perchè contengono la parte più curiosa della riforma di Giuliano. E qui noi vedremo uno spettacolo strano; un condottiero eroico, un avventuriero audace che scende ai più minuti dettagli di organizzazione ecclesiastica e che scrive dellepastorali, le quali mostrano come egli prendesse sul serio la sua missione di riformatore religioso. È che Giuliano metteva in tutto ciò che faceva una singolare serietà ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento del Teatro francese è, certo, un esempio di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone era un colossale egoista. Le cose non lo interessavano se non in quanto si riferissero a lui od al suo dominio. Non aveva che un ideale, sè stesso, e, pertanto, la sua intelligenza era uno strumento che non lavorava che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d'uomo. Egli si era creata una missione nel mondo, e il compierla [pg!248] era per lui il più imperioso dei doveri. Tutta la singolare versatilità del suo ingegno era applicata a quello scopo ideale. In Giuliano l'uomo pratico era ammirabile, ma quest'uomo pratico era posto al servizio di un idealista fervente. È questo un connubio che dà alla figura del giovane imperatore un così strano e, direi quasi, enigmatico risalto.
Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come Giuliano volesse avere un sacerdozio pagano il quale realizzasse l'ideale di virtù che il clero cristiano si poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.
Al principio del frammento noi troviamo una violenta e crudelmente ironica allusione ai Cristiani. «Su coloro che non venerano gli dei impera la schiatta dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi son resi furenti, così che cercano di morire, quasi fossero certi di volare al cielo, quando dalla violenza si spezzi la loro vita. Altri abitano i deserti invece delle città, sebbene l'uomo sia, per natura, un animale socievole e domestico, dominati anch'essi dai demoni malvagi che li trascinano in quella misantropia. E quegli empi si abbandonano volontariamente ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.» Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i martiri e gli eremiti, i quali pure rappresentavano, in tutta la sua forza e purezza, l'ideale cristiano. È che questo ideale contrastava radicalmente coi concetti fondamentali del pensiero e della civiltà antica. Il Cristianesimo partiva dall'aborrimento del mondo presente e passeggero per arrivare alla conquista del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò che il Cristiano genuino professava l'abbandono e la rinuncia alle cose del mondo, ed aspirava alla morte per rendersi sempre più puro dalle turpitudini della [pg!249] vita terrestre e per affrettare il raggiungimento della felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino, il Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per questo che, allorquando il Cristianesimo, diventato potente ed entrato nell'organismo sociale, si piegò alle necessità della vita e si corruppe, si disegnò subito una reazione contro questo movimento fatale e nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava la rinuncia completa alle transazioni volute dalla convivenza sociale, e conservava intatto il principio ispiratore del Cristianesimo. Ora, l'uomo antico, pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre le visioni dell'oltretomba non erano, invece, che larve e sogni, non riusciva a comprendere quel principio che pur costituiva l'essenza del Cristianesimo, il quale a lui pareva il prodotto di un vero pervertimento del giudizio, una follia che sconvolgeva l'ordine sociale, e contrastava con la natura e coi fini dell'uomo. E Giuliano che era rimasto un uomo antico, un greco schietto, non poteva che sentire una cordiale antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi tanto i martiri che, ai suoi tempi, non c'erano più, quanto gli eremiti ed i monaci che cominciavano a popolare, nel nome del Cristo, le solitudini dell'Oriente.
Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano procede nelle sue raccomandazioni ai sacerdoti. Questi devono dare l'esempio dell'obbedienza alle leggi divine; da quell'esempio gli uomini impareranno ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo Giuliano, il primo dovere dei sacerdoti è di essere caritatevoli. E qui pare proprio di udir parlare un buon Cristiano. C'è una specie d'unzione, nel suo discorso, che rivela un'influenza ignota alla schietta [pg!250] antichità. Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove del loro amore per gli uomini. E gli uomini, non vorranno amarsi ed assistersi fra di loro? Si vogliono accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo. Ma, se chi ha volesse dare agli altri, in proporzione delle sue sostanze, la miseria più non sarebbe. Lui, Giuliano, è sempre stato contento del bene che ha potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per sè. Ed a coloro che gli potrebbero osservare esser facile a lui, imperatore, dar questi consigli, ricorda di essere stato, lui pure, povero, e d'aver fatto parte ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce in queste parole, le quali, più ancora che cristiane, sono propriamente evangeliche, e potrebbero essere attribuite a Gesù, sebbene scritte dal suo più feroce nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a tutti gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a tutti i tapini ed a tutti i poveri, quanto richiede il bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa parere un paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti anche ai nemici, perchè noi diamo all'uomo non diamo al carattere250». E continua, con parole quasi ancora più belle: «Ed io credo che si devono usare tali provvidenze anche a coloro che si trovano in carcere. E questo amor del prossimo non è d'ostacolo alla giustizia. Fra i molti rinchiusi in carcere, alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora, ciò che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà ai malvagi per causa degli innocenti, ma bensì di agire senza pietà verso gli innocenti per causa dei malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate [pg!251] dalla intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse in tutte le opere di Giuliano. Così egli dirà: «A me par meglio, per ogni rispetto, salvare un malvagio con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un solo malvagio»251. E in altro luogo: «Quali ecatombe possono valere la santità, di cui il divino Euripide cantava, chiamandola — Santità, santità, veneranda dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno la medesima efficacia, e che, senza quello spirito, non solo il sacrifizio di cento buoi, ma il sacrifizio di mille altro non è che un vano sciupìo?»252. Parole ammirabili, tanto più ammirabili in bocca di un imperatore, e che pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole analoghe a queste, o almeno ispirate ad un analogo sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la rivoluzione nel mondo? Perchè l'umile ed ignorato Maestro di Palestina ha sollevata l'umanità, e il potente imperatore ha parlato al deserto? Non per altra ragione se non per questa che, per cambiare l'orientazione dello spirito umano, per fare della pietà un dovere e per dare, almeno per un istante, alla debolezza la vittoria sulla forza, ci voleva l'apparizione di un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L'errore di Giuliano fu nel non aver compreso che a lui mancava la forza per compiere quel rinnovamento morale che era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per potervi riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente esauriti e vuotati d'ogni realtà. Ci voleva un dio nuovo. È vero che l'accettazione di questo dio avrebbe portata con sè la rovina di quel tesoro prezioso [pg!252] che era l'Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile. Rinnovare l'Ellenismo, voleva dire togliergli la sua ragion d'essere.
Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno della sua propaganda di carità, ed è l'unità della specie umana, per cui gli uomini son tutti fratelli253. Poi procede a raccomandare la venerazione e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti alla necessità che hanno gli uomini, creature corporee, di rappresentare sotto forma materiale anche gli esseri spirituali254. Qui Giuliano entra in un lungo e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro l'obbiezione che i profeti degli Ebrei avevano opposta al culto degli idoli, pretendendo di dimostrarne l'irragionevolezza col fatto della distruggibilità degli idoli stessi. Ma allora, esclama acutamente Giuliano, che diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è stato tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è rialzato? E Giuliano, il quale, nella guerra contro i Cristiani, diventati molti e potenti, favoriva gli Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava degli alleati naturali, osserva ch'egli non accenna a quel fatto per recar offesa agii Ebrei. Tutt'altro, tanto è vero che, anzi, stava pensando di ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore del dio che vi si adorava. Egli usa di quell'esempio solo per dimostrare agli Ebrei che tutto ciò che è creato dall'uomo deve perire e che, pertanto, è vana l'obbiezione dei loro profeti. L'errore di costoro, degno di vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre nell'intento di accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla [pg!253] alla grandezza del loro dio, perchè un dio grande può avere degli interpreti inabili. E tali furono i profeti e i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare l'anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati, nè aprire gli occhi inciprigniti, nè dissipare la nebbia che li avvolgeva, in mezzo alla quale la luce pura della verità appariva loro come qualche cosa di indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama Giuliano, ai nostri poeti sono quei maestri della scienza di Dio!255.
Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme, a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere, in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero, anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir nulla di turpe; non basta ch'egli si astenga dalle empie azioni, ma anche dalle parole e dall'udizione di discorsi siffatti. Non deve leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone256. E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono alla vera natura [pg!254] degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri, e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna prepararsi prima».
Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che pone all'indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava Giuliano, l'odio pel razionalismo portato nella conoscenza e nell'interpretazione dell'universo, è quello ancora che è legge per la Congregazione dell'Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all'indirizzo intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.
Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere, pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all'alba ed al tramonto. Durante il periodo del suo servizio [pg!255] nel tempio, che, in Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza. Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch'egli adoperasse a scopo di stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati257.
Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche di assistere258.
Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio [pg!256] del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia, soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle azioni coll'apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll'offrir loro, due o tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura, nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano l'amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti nell'empietà...»259.
Qui s'interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi. Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose che l'imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.
A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l'altro frammento che costituisce la lettera 63ª, nell'epistolario di Giuliano. In essa, l'imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d'amicizia e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro, probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta importanza, nel quale l'opera sua potrà essere di grande giovamento, ed egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente [pg!257] e speranze ancor maggiori per l'avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l'al di là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la conoscenza solo agli dei. E poi continua:
«Ma qual'è quest'ufficio che io dico di volerti affidare? Quello d'essere a capo di tutti i servizî sacri dell'Asia, sorvegliare i sacerdoti d'ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la cortesia e l'amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli altri. Ma fin d'ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal prevalere dell'avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso, tanto più constatando come coloro che seguono il precetto [pg!258] della pietà (ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte, da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano l'empietà galilea, affetti da una malattia.....».
Qui il frammento s'interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il terzo dei documenti relativi all'organizzazione della Chiesa politeista, ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza, l'espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora, Giuliano, che pure, nell'essenza della sua azione, era un riformatore, perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt'altra cosa del Politeismo naturalistico [pg!259] dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di Giuliano contro i Cristiani, ed egli l'adoperava con singolare abilità. Per verità, se v'era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e, pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l'erede dell'ebraismo. Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell'epoca ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l'adorazione a tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri popoli ed in altri santuari.
Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei, l'abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui l'imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico avventuriero: [pg!260]
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato per voi l'obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma indicibile d'oro a profitto dell'erario. Io stesso l'ho constatato coi miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà impossibile d'ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia d'iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo, degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî nell'anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia, presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed esortarlo a metter fine a quell'imposta che voi chiamateapostolicaed a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll'esazione di simile tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e, godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di fare, con tutta l'anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell'impero a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella [pg!261] via dell'ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè, condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire, col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio all'onnipossente»260.
❦
Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.
Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano, è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia. Eccola:
«L'Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto che al progresso dell'empietà hanno grandemente giovato l'amorevolezza con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l'ostentata santità della vita. Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le mogli, i figli, i servi, e tollerassero [pg!262] che servi e figli e mogli non venerassero gli dei e preferissero l'ateismo alla pietà. Poi esorta il sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non darsi a nessun'arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d'ogni nostro soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi che tu fai questo, ne sarei lietissimo.
«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l'incontro avvenga nell'atrio. Nessun soldato li preceda [pg!263] nel tempio. Segua chi vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi dentro il tempio; così vuole la legge divina»261.
In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece, dovrebbe andar d'accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che, assai meglio di quello de' suoi amici e partigiani, si avvicina al suo, non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale accusa, la verità. Ma perchè quest'odio cordiale contro gente con la quale egli avrebbe dovuto andar d'accordo e ch'egli poi, malgrado le sue feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo. Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali, gli dei sorti dal sacro suolo dell'Ellade, avrebbe radicalmente rovinato l'Ellenismo. E l'Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all'avanzarsi del dio galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni dell'umanità, e ben più vivo di tutto l'antico Olimpo, Giuliano ha tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel Politeismo le abitudini e l'indirizzo morale [pg!264] di cui il Cristianesimo era o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa d'impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d'Afrodite con un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli delle loro città.
Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana. Questo era un concetto del tutto nuovo nell'ellenismo. Nel mondo greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la religione era un'istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva un'affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva un'istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui l'autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una conseguenza della trasformazione metafisica [pg!265] che gli dei antichi avevano subìta nell'elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato venti o trenta, e se, per un'ipotesi impossibile, il suo tentativo di restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch'esse sul soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia. Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia mitriaca.
In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con sè un'insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo. L'ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l'abbominio dell'uno e dell'altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della sventura. Dall'uno e dall'altro di questi punti di partenza venivano norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi. Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi nell'ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente [pg!266] impossibile che il Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l'intima sua essenza per assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero pulviscolo.
[pg!267]