Chapter 14

«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò [pg!310] l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete che la primavera e l'inverno provengono da lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi [pg!311] dei? E credete che debba essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...». Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio. Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla città, ed ora da tutto l'Egitto.[pg!312]«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»306.Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto sarà scomparsa»307. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un Gregorio e di un Cirillo.Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una figura, priva affatto d'ogni importanza storica, come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la [pg!313] storia di Gesù non era che una favola, composta di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza. Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è, in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale, Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.[pg!314]L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere una dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione di un elemento straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano, per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine, quel complesso d'uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva [pg!315] valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi. Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di una voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima di quelli a cui giungeva.❦Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano, per quanto possa, in parte, essere scusata, peccò di eccesso, e prese l'aspetto di una persecuzione individuale. Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato trasparire un odio che lo trascinava all'ingiustizia fu quello del vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno dei primi atti di Giuliano fosse stato il richiamo dei vescovi, esigliati da Costanzo, i quali appartenevano, per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo [pg!316] anche osservato come, sotto a quel decreto, che, certo, era, in sè stesso, un atto di tolleranza, fosse probabilmente il desiderio e la speranza che il contatto dei capi dei due partiti, in cui si divideva il Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia, il quale consumasse la potenza della Chiesa. Le previsioni dell'acuto imperatore si avverarono tosto. Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello scatenamento di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle approfittare, pe' suoi scopi, di tale tempesta. Nella lotta contro il Cristianesimo, gli premeva, sopratutto, di scuotere l'influenza dei vescovi. Abbattuta questa, gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E le discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di cui la lettera ai cittadini di Bostra ci fornisce un curioso esempio. L'imperatore si rivolge alla popolazione cristiana di quella città per dichiarare che non la tiene responsabile dei disordini che vi avvengono. La responsabilità è tutta dei vescovi che infiammano animi acciecati ed ignari. Ma non si deve credere che i vescovi stessi siano mossi da zelo religioso. Tutt'altro. Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti della clemenza e dell'imparzialità di Giuliano, che restituisce la pace alla Chiesa. Ma il vero è che quella clemenza e quell'imparzialità tolgono ad essi ed a tutto l'alto clero il mezzo di abusare della loro posizione, di arricchirsi a spese degli altri, di commettere soprusi, di appropriarsi ciò che appartiene ai loro rivali. Le plebi cristiane devono aprire gli occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia. Se non che, questo artifizio della polemica imperiale pareva potesse difficilmente applicarsi a Tito, il vescovo di Bostra, il quale aveva esercitata un'opera di pacificazione, [pg!317] e, credendo ingenuamente di farsi un merito presso Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani costituissero la maggioranza della popolazione, egli, con le sue esortazioni, li aveva trattenuti dal far danno a chicchessia. Questa frase imprudente dà all'imperatore, perfidamente abile, il modo di tentar di rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera, la frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo ha voluto darsi tutto il merito della tranquillità dei cittadini di Bostra, i quali, se non ci fosse stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che di mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude Giuliano, è stato un calunniatore ed i Bostreni devono cacciarlo dalla loro città.Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son già note le esortazioni alla tolleranza religiosa308:«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire maggior gratitudine per me che per colui che mi ha preceduto nel reggere l'impero. Poichè, regnando costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati, imprigionati, e furono uccise turbe intiere dei così detti eretici, così che a Samosata, a Cizico, in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in molti altri luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri. Ora sotto il mio impero, avviene l'opposto. Gli esigliati furono richiamati, e coloro, i cui beni erano stati confiscati, li riebbero per effetto di una nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi non è più dato di tiranneggiare, nè di continuare le lotte che si erano accese fra di loro dopo che avevano [pg!318] oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d'ira, danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e tumultuare, empi verso gli dei, ribelli ai nostri decreti, che pur sono ispirati a tanta benevolenza. Noi non permettiamo che nessuno sia, contro volontà, trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che, se qualcuno spontaneamente vuol partecipare ai nostri riti ed alle nostre libazioni, deve prima purificarsi, e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo lontani dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi o voglia o supponga di essere presente ai nostri riti sacri, prima di aver purificata l'anima con le preghiere agli dei, e il corpo con le lustrazioni di legge.«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate dal clero, tumultuano appunto perchè è tolta a questo l'impunità. Infatti a coloro che esercitavano la tirannia non basta di non pagare il fio del male che hanno fatto, ma, desiderando di riavere l'antico potere, ora che non è più lecito ad essi di far da giudici, di scrivere testamenti, di appropriarsi le eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano ogni disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul fuoco, osano aggiungere ai mali antichi mali maggiori, e trascinano le moltitudini alla discordia. Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto a tutti con questo decreto il dovere di non tumultuare insieme al clero, di non lasciarsi persuadere a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati. Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono, e di far tutte quelle preghiere che loro piacciono. Ma non devono lasciarsi trascinare ai tumulti, se non vogliono subirne la pena.«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial modo alla città dei Bostreni per la circostanza che [pg!319] il vescovo Tito e i chierici che son con lui, in un memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione di essere inclinata al disordine, sebbene essi l'esortassero a non tumultuare. Ecco la frase che è scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel numero i Greci, pure, trattenuti dalle nostre esortazioni, non disturbarono nessuno, in nessuna cosa». — Così il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli dice che la vostra buona condotta non viene dalla vostra inclinazione, che anzi si direbbe che voi foste, vostro malgrado, trattenuti dalle sue esortazioni. Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra città come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti insieme, d'accordo, e non ci siano nè contrasti nè violenze»309.Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti ad una reciproca tolleranza che già conosciamo310. Ma la saggezza di quei consigli non toglie che la condotta di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con quest'ultimo era guerra aperta e, dal punto di vista di Giuliano, guerra giustificata. Ma l'artifizio da lui usato contro il vescovo di Bostra è di un'ipocrisia che lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante ed istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi del clero Cristiano, che era stato completamente corrotto dalla posizione dominante in cui si trovava. La sete di rapidi guadagni, la smania del potere, la tendenza all'intrigo erano così palesi e generali che il polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno [pg!320] ed a giustificazione della guerra da lui mossa al Cristianesimo. Giuliano pone molto abilmente la quistione. — Vedete, egli dice, io ho resi alla Chiesa dei Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di porre fine alle violenze che la dilaniavano. Ebbene, invece di trovare gratitudine, ho raccolto il risultato di essere da tutti, senza distinzione, più odiato del mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata una parte di quella Chiesa a vantaggio dell'altra. Ciò perchè non già la pace ed il rispetto reciproco desiderano i capi della Chiesa, ma l'impunità nella prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo, che vuole l'ordine, la tolleranza delle opinioni e delle credenze e l'obbedienza intiera alle leggi, è odioso a tutti coloro che si sentono legate le mani, e preferirebbero l'arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che sessant'anni dalla persecuzione di Diocleziano, quando il Cristianesimo sanguinante raccoglieva nel suo seno tutto l'eroismo di cui è capace il genere umano, ed ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo hanno ridotto ad essere un'istituzione così piena di vizî, così facile ai soprusi, signoreggiata dalle passioni del lucro e del potere, da permettere a chi vuole combatterla di atteggiarsi a difensore dei deboli, a vindice della morale offesa. Dato anche che, nelle parole di Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle parole dovevano avere una base di verità. Se non l'avessero avuta, l'argomentazione del polemista sarebbe riuscita del tutto inefficace. L'ideale divino del Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della realtà, si era miseramente sciupato, e si era inoculati i vizî che era venuto a strappare.[pg!321]❦Io credo d'aver dimostrato, con la scorta dei documenti, che la persecuzione di Giuliano o non avvenne che nella fantasia degli scrittori che lo combattevano o si ridusse ad atti di difesa, non sempre, è vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all'eccesso dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha un atto di Giuliano, un atto autentico che ha sollevata la più ardente indignazione dei Cristiani contemporanei, e che, anche ora, è considerato da molti storici come la prova dell'intolleranza persecutrice dell'apostata imperiale. Quest'atto è la promulgazione della legge per la quale egli intendeva vietare ai maestri cristiani d'insegnare, nelle scuole pubbliche, lettere greche. L'immensa importanza che si è data a quest'atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere amministrativo, mostra come lievi dovessero essere le preoccupazioni per la supposta violenza del nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di Giuliano è sintomatica di un indirizzo di pensiero e di tendenze che, per la prima volta, si fa vivo nel mondo antico, ed è l'indirizzo che doveva poi metter capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere Epicuro. Ebbene, col suo decreto, egli vuole impedire che i libri sacri del Politeismo siano, nella scuola, letti e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di comprenderne l'ispirazione ed il significato.Ora, appunto perchè l'atto di Giuliano è sintomatico di un nuovo atteggiamento dello spirito umano, [pg!322] dobbiamo esaminarlo nella sua origine e nella sua essenza, e cercare di formarcene un giudizio preciso, basato sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in mezzo alle quali è apparso. E, prima di tutto, dobbiamo guardare alla posizione che la religione aveva presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo quarto, dopo la promulgazione dell'editto di Costantino.L'editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino, insieme al collega Licinio, riconosce l'esistenza legale del Cristianesimo, è un documento che farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico dell'imperatore, se, con tutta la sua condotta successiva, egli non avesse dimostrato che quel decreto non era già il prodotto di un pensiero meditato, ma semplicemente una mossa di politica opportunista.L'impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si piegasse a quegli atti esterni da cui l'autorità dello Stato aveva il necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come un'istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi, la tolleranza sta nell'essenza stessa del Politeismo, ma bensì nell'abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale, [pg!323] che gli sono affatto indifferenti le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto perchè Costantino vuole che, nell'interesse dell'impero e dell'imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un'altra. Ciò che preme allo Stato ed all'imperatore non è già che gli uomini preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore del decreto di Costantino è propriamente —libera Chiesa in libero Stato. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua l'imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev'essere data ad ogni altro [pg!324] che voglia partecipare agli atti della religione che gli è propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre propizia.»311.Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l'ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava l'affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l'affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all'idolatria ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica, andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristianaabsolutam et simplicem312. Questi due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza [pg!325] dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell'Ottaviodi Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d'essere non più da una necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione solenne e definitiva.Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo autore stesso non [pg!326] aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per lui era un errore, sopratutto quando l'errore si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante o tirannica.❦Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell'anno 362, pochi mesi prima ch'egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente perire. La legge dice così:«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi, poi nell'eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni città, così ordino che chiunque voglia darsi all'insegnamento, non balzi d'un tratto e temerariamente in quell'ufficio —non repente nec temere prosiliat ad hoc munus— ma, approvato dal giudizio dell'autorità, ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) — al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a [pg!327] me per esame, affinchè l'eletto si presenti alle scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto titolo d'onore —hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat».Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l'insegnamento ufficiale era pressochè intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli. Di ciò abbiamo prove infinite,313ma basterebbero a dimostrarlo l'autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia e d'Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi è noto come quel giovane, ardente d'animo e d'ingegno, che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma,ut illi civitati rhectoricæ magister provideretur, e Simmaco mandava Agostino.Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili distinzioni di competenza che [pg!328] complicano l'organismo della nostra società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole di Stato, e che l'elezione del maestro discendesse, dirò così, schematicamente dall'autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano, che era l'uomo più colto del suo tempo, voleva riassumere la cura di vegliare l'istruzione pubblica, richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d'ordine generale, esisteva un'intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell'amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un [pg!329] mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d'attualità.Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, [pg!330] erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di [pg!331] Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che unacoercitio, che un provvedimento di polizia, una misura d'ordine pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti generalmente s'invertono, i perseguitati diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo l'inversione si era già iniziata coi figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, [pg!332] circa una metà dei suoi sudditi, s'era messo in capo di convertirli con le buone, di persuaderli con l'esempio e coi ragionamenti a ritornare all'antico. E, con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa, dellepastorali, piene di buoni consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù, l'educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo, l'azione dei maestri, in mezzo a cui s'era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l'antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l'uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo della coltura e dell'arte greca lo avevano chiuso alle attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della letteratura cristiana, ch'egli scrutava con l'occhio del nemico, Giuliano si era accinto all'impresa di persuadere il mondo che il Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch'egli attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed [pg!333] i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo, trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano esercitare un'azione irresistibile ed essere il più efficace strumento di riconversione all'antico. Eppure, era forza constatare che la lettura di quei libri non opponeva una barriera all'invasione del Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di dileggio e d'offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall'imperatore stesso, confermato nell'ufficio, ciò che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come [pg!334] contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo l'avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo, come vedemmo, s'era trasformato; era diventato una potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura ellenica era un'arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio — donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne il pensiero di togliere ai Cristiani l'uso dell'eloquenza? Fu Mercurio, come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l'eloquenza, a noi il parlar greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l'ignoranza e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»314. Lo storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari315. Ma il giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato, [pg!335] colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente, meritevole di esser coperto da perenne silenzio —obruendum perenni silentio316. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l'eco dell'opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano indifferente.La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l'editto di Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d'accusa contro l'utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile dal punto di vista dell'apologia cristiana, può sostenersi se guardata con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale [pg!336] ch'egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all'azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell'usare dei mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.❦Giuliano ha previsto l'accusa ed ha scritto la sua circolare per confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la taccia d'ipocrita. Quell'infelice Giuliano non riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto d'impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo esaminando, egli non aveva nessun bisogno d'essere ipocrita. Nulla poteva opporsi all'esecuzione della sua legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.[pg!337]L'affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra l'insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità morale.I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori dell'antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l'argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi non già nell'euritmia delle parole e dell'eloquio, ma, bensì, nella disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del cattivo, dell'onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed insegna in un altro, è tanto lontano dall'essere un educatore quanto dall'esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l'opposto di ciò che pensa, la sua condotta è simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che hanno di guasto».Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse [pg!338] da quelle degli autori antichi, non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una merce per un'altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto, continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno all'insegnamento abbiano buoni costumi (e perbuoni costumiGiuliano intende l'esercizio palese del Paganesimo) e portino nell'anima delle opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico». Qui è un punto veramente capitale dell'argomentazione di Giuliano. Egli pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l'insegnamento della gioventù e l'ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un'altra. Ma come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l'educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? [pg!339] «A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino prima coll'esempio, e poi convincano gli allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano l'empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu quale essi dicono».Giuliano insiste sulla necessità dell'accordo fra la condotta esterna del maestro e l'insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto, per amore di poche dramme».Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei templi, e la paura che, d'ogni parte, ci pendeva addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l'esempio [pg!340] di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch'egli avesse proibita la propaganda cristiana, ch'egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l'opposto. Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell'amore della causa pagana e ch'egli era un imperatore onnipotente e che combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non era intollerante, ma ch'egli ha dato un esempio veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed operi d'accordo con me, di partecipare per sempre.[pg!341]«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»317.Da tali parole rimane naturalmente confutata l'accusa che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare le scuole dove s'insegnavano lettere greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i maestri; i giovani son liberi d'andar dove vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell'efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura via della conversione.Liberato così il terreno delle accuse basate sull'equivoco, esaminiamo il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l'insegnamento di un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non credevano negli dei in cui [pg!342] aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può passar pel capo di prendere sul serio la teologia d'Omero. Noi ammiriamo lo stile e l'arte d'Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch'egli li volesse rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne praticavano un'altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano che regge l'istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu dettato da quell'ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si ispira all'identico principio che fu posto, la prima volta, [pg!343] da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più ragionevole e più mite!Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse l'insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso moderno della parola. L'insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso. Quest'arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica, per cui l'impedirne l'uso ai maestri cristiani era propriamente un escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva [pg!344] esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo scopo d'imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e del quale egli aveva il diritto di usare, come di un'arma di buona guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto, derivassero conseguenze di un'importanza sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto ciò, non è punto ferita.Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge, come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà d'insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente l'insegnamento pubblico, mantenuto a spese delle città stesse, e, quindi, dato l'ordinamento amministrativo e finanziario dell'Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente dall'autorità suprema dell'imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l'insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello [pg!345] Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive nell'ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l'intelligenza è padrona assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può aver un'opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una fisica, nè un'astronomia, nè una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell'individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse [pg!346] l'esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere l'azione dello Stato nell'insegnamento che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà d'insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente, e che prova in modo luminoso l'ironia delle cose umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s'accorgono che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici dello Stato pagano ch'egli voleva conservare. Il ministro francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch'egli governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese s'innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c'è, nell'una e nell'altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato [pg!347] cerca di impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l'impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d'ordine morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato dalla passione, e non c'è come l'atteggiarsi a vittima per far credere, ed anche per credere, d'aver ragione. È questa, chi ben guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L'imperatore Giuliano, che pure non aveva l'intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch'egli voleva combattere l'opportunità di gridare alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve esercitare un'azione morale, il miglior modo d'essere forte.[pg!348][pg!349]

«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò [pg!310] l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete che la primavera e l'inverno provengono da lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi [pg!311] dei? E credete che debba essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...». Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio. Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla città, ed ora da tutto l'Egitto.[pg!312]«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»306.Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto sarà scomparsa»307. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un Gregorio e di un Cirillo.Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una figura, priva affatto d'ogni importanza storica, come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la [pg!313] storia di Gesù non era che una favola, composta di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza. Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è, in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale, Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.[pg!314]L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere una dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione di un elemento straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano, per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine, quel complesso d'uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva [pg!315] valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi. Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di una voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima di quelli a cui giungeva.❦Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano, per quanto possa, in parte, essere scusata, peccò di eccesso, e prese l'aspetto di una persecuzione individuale. Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato trasparire un odio che lo trascinava all'ingiustizia fu quello del vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno dei primi atti di Giuliano fosse stato il richiamo dei vescovi, esigliati da Costanzo, i quali appartenevano, per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo [pg!316] anche osservato come, sotto a quel decreto, che, certo, era, in sè stesso, un atto di tolleranza, fosse probabilmente il desiderio e la speranza che il contatto dei capi dei due partiti, in cui si divideva il Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia, il quale consumasse la potenza della Chiesa. Le previsioni dell'acuto imperatore si avverarono tosto. Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello scatenamento di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle approfittare, pe' suoi scopi, di tale tempesta. Nella lotta contro il Cristianesimo, gli premeva, sopratutto, di scuotere l'influenza dei vescovi. Abbattuta questa, gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E le discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di cui la lettera ai cittadini di Bostra ci fornisce un curioso esempio. L'imperatore si rivolge alla popolazione cristiana di quella città per dichiarare che non la tiene responsabile dei disordini che vi avvengono. La responsabilità è tutta dei vescovi che infiammano animi acciecati ed ignari. Ma non si deve credere che i vescovi stessi siano mossi da zelo religioso. Tutt'altro. Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti della clemenza e dell'imparzialità di Giuliano, che restituisce la pace alla Chiesa. Ma il vero è che quella clemenza e quell'imparzialità tolgono ad essi ed a tutto l'alto clero il mezzo di abusare della loro posizione, di arricchirsi a spese degli altri, di commettere soprusi, di appropriarsi ciò che appartiene ai loro rivali. Le plebi cristiane devono aprire gli occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia. Se non che, questo artifizio della polemica imperiale pareva potesse difficilmente applicarsi a Tito, il vescovo di Bostra, il quale aveva esercitata un'opera di pacificazione, [pg!317] e, credendo ingenuamente di farsi un merito presso Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani costituissero la maggioranza della popolazione, egli, con le sue esortazioni, li aveva trattenuti dal far danno a chicchessia. Questa frase imprudente dà all'imperatore, perfidamente abile, il modo di tentar di rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera, la frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo ha voluto darsi tutto il merito della tranquillità dei cittadini di Bostra, i quali, se non ci fosse stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che di mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude Giuliano, è stato un calunniatore ed i Bostreni devono cacciarlo dalla loro città.Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son già note le esortazioni alla tolleranza religiosa308:«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire maggior gratitudine per me che per colui che mi ha preceduto nel reggere l'impero. Poichè, regnando costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati, imprigionati, e furono uccise turbe intiere dei così detti eretici, così che a Samosata, a Cizico, in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in molti altri luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri. Ora sotto il mio impero, avviene l'opposto. Gli esigliati furono richiamati, e coloro, i cui beni erano stati confiscati, li riebbero per effetto di una nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi non è più dato di tiranneggiare, nè di continuare le lotte che si erano accese fra di loro dopo che avevano [pg!318] oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d'ira, danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e tumultuare, empi verso gli dei, ribelli ai nostri decreti, che pur sono ispirati a tanta benevolenza. Noi non permettiamo che nessuno sia, contro volontà, trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che, se qualcuno spontaneamente vuol partecipare ai nostri riti ed alle nostre libazioni, deve prima purificarsi, e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo lontani dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi o voglia o supponga di essere presente ai nostri riti sacri, prima di aver purificata l'anima con le preghiere agli dei, e il corpo con le lustrazioni di legge.«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate dal clero, tumultuano appunto perchè è tolta a questo l'impunità. Infatti a coloro che esercitavano la tirannia non basta di non pagare il fio del male che hanno fatto, ma, desiderando di riavere l'antico potere, ora che non è più lecito ad essi di far da giudici, di scrivere testamenti, di appropriarsi le eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano ogni disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul fuoco, osano aggiungere ai mali antichi mali maggiori, e trascinano le moltitudini alla discordia. Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto a tutti con questo decreto il dovere di non tumultuare insieme al clero, di non lasciarsi persuadere a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati. Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono, e di far tutte quelle preghiere che loro piacciono. Ma non devono lasciarsi trascinare ai tumulti, se non vogliono subirne la pena.«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial modo alla città dei Bostreni per la circostanza che [pg!319] il vescovo Tito e i chierici che son con lui, in un memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione di essere inclinata al disordine, sebbene essi l'esortassero a non tumultuare. Ecco la frase che è scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel numero i Greci, pure, trattenuti dalle nostre esortazioni, non disturbarono nessuno, in nessuna cosa». — Così il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli dice che la vostra buona condotta non viene dalla vostra inclinazione, che anzi si direbbe che voi foste, vostro malgrado, trattenuti dalle sue esortazioni. Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra città come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti insieme, d'accordo, e non ci siano nè contrasti nè violenze»309.Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti ad una reciproca tolleranza che già conosciamo310. Ma la saggezza di quei consigli non toglie che la condotta di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con quest'ultimo era guerra aperta e, dal punto di vista di Giuliano, guerra giustificata. Ma l'artifizio da lui usato contro il vescovo di Bostra è di un'ipocrisia che lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante ed istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi del clero Cristiano, che era stato completamente corrotto dalla posizione dominante in cui si trovava. La sete di rapidi guadagni, la smania del potere, la tendenza all'intrigo erano così palesi e generali che il polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno [pg!320] ed a giustificazione della guerra da lui mossa al Cristianesimo. Giuliano pone molto abilmente la quistione. — Vedete, egli dice, io ho resi alla Chiesa dei Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di porre fine alle violenze che la dilaniavano. Ebbene, invece di trovare gratitudine, ho raccolto il risultato di essere da tutti, senza distinzione, più odiato del mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata una parte di quella Chiesa a vantaggio dell'altra. Ciò perchè non già la pace ed il rispetto reciproco desiderano i capi della Chiesa, ma l'impunità nella prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo, che vuole l'ordine, la tolleranza delle opinioni e delle credenze e l'obbedienza intiera alle leggi, è odioso a tutti coloro che si sentono legate le mani, e preferirebbero l'arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che sessant'anni dalla persecuzione di Diocleziano, quando il Cristianesimo sanguinante raccoglieva nel suo seno tutto l'eroismo di cui è capace il genere umano, ed ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo hanno ridotto ad essere un'istituzione così piena di vizî, così facile ai soprusi, signoreggiata dalle passioni del lucro e del potere, da permettere a chi vuole combatterla di atteggiarsi a difensore dei deboli, a vindice della morale offesa. Dato anche che, nelle parole di Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle parole dovevano avere una base di verità. Se non l'avessero avuta, l'argomentazione del polemista sarebbe riuscita del tutto inefficace. L'ideale divino del Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della realtà, si era miseramente sciupato, e si era inoculati i vizî che era venuto a strappare.[pg!321]❦Io credo d'aver dimostrato, con la scorta dei documenti, che la persecuzione di Giuliano o non avvenne che nella fantasia degli scrittori che lo combattevano o si ridusse ad atti di difesa, non sempre, è vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all'eccesso dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha un atto di Giuliano, un atto autentico che ha sollevata la più ardente indignazione dei Cristiani contemporanei, e che, anche ora, è considerato da molti storici come la prova dell'intolleranza persecutrice dell'apostata imperiale. Quest'atto è la promulgazione della legge per la quale egli intendeva vietare ai maestri cristiani d'insegnare, nelle scuole pubbliche, lettere greche. L'immensa importanza che si è data a quest'atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere amministrativo, mostra come lievi dovessero essere le preoccupazioni per la supposta violenza del nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di Giuliano è sintomatica di un indirizzo di pensiero e di tendenze che, per la prima volta, si fa vivo nel mondo antico, ed è l'indirizzo che doveva poi metter capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere Epicuro. Ebbene, col suo decreto, egli vuole impedire che i libri sacri del Politeismo siano, nella scuola, letti e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di comprenderne l'ispirazione ed il significato.Ora, appunto perchè l'atto di Giuliano è sintomatico di un nuovo atteggiamento dello spirito umano, [pg!322] dobbiamo esaminarlo nella sua origine e nella sua essenza, e cercare di formarcene un giudizio preciso, basato sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in mezzo alle quali è apparso. E, prima di tutto, dobbiamo guardare alla posizione che la religione aveva presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo quarto, dopo la promulgazione dell'editto di Costantino.L'editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino, insieme al collega Licinio, riconosce l'esistenza legale del Cristianesimo, è un documento che farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico dell'imperatore, se, con tutta la sua condotta successiva, egli non avesse dimostrato che quel decreto non era già il prodotto di un pensiero meditato, ma semplicemente una mossa di politica opportunista.L'impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si piegasse a quegli atti esterni da cui l'autorità dello Stato aveva il necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come un'istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi, la tolleranza sta nell'essenza stessa del Politeismo, ma bensì nell'abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale, [pg!323] che gli sono affatto indifferenti le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto perchè Costantino vuole che, nell'interesse dell'impero e dell'imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un'altra. Ciò che preme allo Stato ed all'imperatore non è già che gli uomini preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore del decreto di Costantino è propriamente —libera Chiesa in libero Stato. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua l'imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev'essere data ad ogni altro [pg!324] che voglia partecipare agli atti della religione che gli è propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre propizia.»311.Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l'ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava l'affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l'affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all'idolatria ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica, andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristianaabsolutam et simplicem312. Questi due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza [pg!325] dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell'Ottaviodi Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d'essere non più da una necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione solenne e definitiva.Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo autore stesso non [pg!326] aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per lui era un errore, sopratutto quando l'errore si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante o tirannica.❦Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell'anno 362, pochi mesi prima ch'egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente perire. La legge dice così:«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi, poi nell'eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni città, così ordino che chiunque voglia darsi all'insegnamento, non balzi d'un tratto e temerariamente in quell'ufficio —non repente nec temere prosiliat ad hoc munus— ma, approvato dal giudizio dell'autorità, ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) — al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a [pg!327] me per esame, affinchè l'eletto si presenti alle scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto titolo d'onore —hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat».Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l'insegnamento ufficiale era pressochè intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli. Di ciò abbiamo prove infinite,313ma basterebbero a dimostrarlo l'autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia e d'Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi è noto come quel giovane, ardente d'animo e d'ingegno, che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma,ut illi civitati rhectoricæ magister provideretur, e Simmaco mandava Agostino.Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili distinzioni di competenza che [pg!328] complicano l'organismo della nostra società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole di Stato, e che l'elezione del maestro discendesse, dirò così, schematicamente dall'autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano, che era l'uomo più colto del suo tempo, voleva riassumere la cura di vegliare l'istruzione pubblica, richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d'ordine generale, esisteva un'intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell'amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un [pg!329] mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d'attualità.Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, [pg!330] erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di [pg!331] Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che unacoercitio, che un provvedimento di polizia, una misura d'ordine pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti generalmente s'invertono, i perseguitati diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo l'inversione si era già iniziata coi figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, [pg!332] circa una metà dei suoi sudditi, s'era messo in capo di convertirli con le buone, di persuaderli con l'esempio e coi ragionamenti a ritornare all'antico. E, con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa, dellepastorali, piene di buoni consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù, l'educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo, l'azione dei maestri, in mezzo a cui s'era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l'antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l'uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo della coltura e dell'arte greca lo avevano chiuso alle attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della letteratura cristiana, ch'egli scrutava con l'occhio del nemico, Giuliano si era accinto all'impresa di persuadere il mondo che il Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch'egli attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed [pg!333] i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo, trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano esercitare un'azione irresistibile ed essere il più efficace strumento di riconversione all'antico. Eppure, era forza constatare che la lettura di quei libri non opponeva una barriera all'invasione del Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di dileggio e d'offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall'imperatore stesso, confermato nell'ufficio, ciò che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come [pg!334] contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo l'avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo, come vedemmo, s'era trasformato; era diventato una potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura ellenica era un'arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio — donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne il pensiero di togliere ai Cristiani l'uso dell'eloquenza? Fu Mercurio, come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l'eloquenza, a noi il parlar greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l'ignoranza e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»314. Lo storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari315. Ma il giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato, [pg!335] colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente, meritevole di esser coperto da perenne silenzio —obruendum perenni silentio316. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l'eco dell'opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano indifferente.La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l'editto di Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d'accusa contro l'utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile dal punto di vista dell'apologia cristiana, può sostenersi se guardata con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale [pg!336] ch'egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all'azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell'usare dei mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.❦Giuliano ha previsto l'accusa ed ha scritto la sua circolare per confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la taccia d'ipocrita. Quell'infelice Giuliano non riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto d'impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo esaminando, egli non aveva nessun bisogno d'essere ipocrita. Nulla poteva opporsi all'esecuzione della sua legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.[pg!337]L'affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra l'insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità morale.I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori dell'antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l'argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi non già nell'euritmia delle parole e dell'eloquio, ma, bensì, nella disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del cattivo, dell'onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed insegna in un altro, è tanto lontano dall'essere un educatore quanto dall'esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l'opposto di ciò che pensa, la sua condotta è simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che hanno di guasto».Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse [pg!338] da quelle degli autori antichi, non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una merce per un'altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto, continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno all'insegnamento abbiano buoni costumi (e perbuoni costumiGiuliano intende l'esercizio palese del Paganesimo) e portino nell'anima delle opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico». Qui è un punto veramente capitale dell'argomentazione di Giuliano. Egli pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l'insegnamento della gioventù e l'ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un'altra. Ma come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l'educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? [pg!339] «A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino prima coll'esempio, e poi convincano gli allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano l'empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu quale essi dicono».Giuliano insiste sulla necessità dell'accordo fra la condotta esterna del maestro e l'insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto, per amore di poche dramme».Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei templi, e la paura che, d'ogni parte, ci pendeva addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l'esempio [pg!340] di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch'egli avesse proibita la propaganda cristiana, ch'egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l'opposto. Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell'amore della causa pagana e ch'egli era un imperatore onnipotente e che combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non era intollerante, ma ch'egli ha dato un esempio veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed operi d'accordo con me, di partecipare per sempre.[pg!341]«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»317.Da tali parole rimane naturalmente confutata l'accusa che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare le scuole dove s'insegnavano lettere greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i maestri; i giovani son liberi d'andar dove vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell'efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura via della conversione.Liberato così il terreno delle accuse basate sull'equivoco, esaminiamo il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l'insegnamento di un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non credevano negli dei in cui [pg!342] aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può passar pel capo di prendere sul serio la teologia d'Omero. Noi ammiriamo lo stile e l'arte d'Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch'egli li volesse rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne praticavano un'altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano che regge l'istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu dettato da quell'ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si ispira all'identico principio che fu posto, la prima volta, [pg!343] da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più ragionevole e più mite!Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse l'insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso moderno della parola. L'insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso. Quest'arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica, per cui l'impedirne l'uso ai maestri cristiani era propriamente un escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva [pg!344] esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo scopo d'imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e del quale egli aveva il diritto di usare, come di un'arma di buona guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto, derivassero conseguenze di un'importanza sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto ciò, non è punto ferita.Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge, come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà d'insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente l'insegnamento pubblico, mantenuto a spese delle città stesse, e, quindi, dato l'ordinamento amministrativo e finanziario dell'Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente dall'autorità suprema dell'imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l'insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello [pg!345] Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive nell'ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l'intelligenza è padrona assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può aver un'opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una fisica, nè un'astronomia, nè una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell'individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse [pg!346] l'esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere l'azione dello Stato nell'insegnamento che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà d'insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente, e che prova in modo luminoso l'ironia delle cose umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s'accorgono che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici dello Stato pagano ch'egli voleva conservare. Il ministro francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch'egli governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese s'innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c'è, nell'una e nell'altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato [pg!347] cerca di impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l'impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d'ordine morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato dalla passione, e non c'è come l'atteggiarsi a vittima per far credere, ed anche per credere, d'aver ragione. È questa, chi ben guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L'imperatore Giuliano, che pure non aveva l'intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch'egli voleva combattere l'opportunità di gridare alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve esercitare un'azione morale, il miglior modo d'essere forte.[pg!348][pg!349]

«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell'Egitto... (qui il testo s'interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.

«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò [pg!310] l'Egitto), voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l'Egitto era unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio, ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l'opulenza di cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: — Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —

«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti dagli dei d'Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole? Non sapete che la primavera e l'inverno provengono da lui? Che da lui hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch'egli ha fatta sua ministra in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi [pg!311] dei? E credete che debba essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall'eternità, contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico, l'imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto intellettivo...». Qui il testo s'interrompe e noi perdiamo la chiusa dell'entusiastico inno. Ma poi continua:

«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll'aiuto degli dei.

«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia. Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all'insegnamento di uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio. Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole. Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che riguarda l'insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità (poichè mi dicono che l'uomo sia un intrigante), e per questo mi rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch'io lo scaccio dalla città proprio per questo, perchè l'uomo che vuole metter le mani in tutto, è per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo, ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d'esser sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto, onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla città, ed ora da tutto l'Egitto.

[pg!312]

«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»306.

Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell'uomo sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta, e presto sarà scomparsa»307. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un Gregorio e di un Cirillo.

Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per penetrare nell'animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo di abilità l'artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una figura, priva affatto d'ogni importanza storica, come quella di Gesù, che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana dal Vangelo, per lui la [pg!313] storia di Gesù non era che una favola, composta di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma, pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell'inno al Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità, Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza. Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza. Ma, non impedisce che i Cristiani d'Alessandria vengano istruiti nella loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana; ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest'ultimo, ed è la dimostrazione parlante del valore singolare dell'insigne personaggio. E, certo, c'è, in Giuliano, l'ira del partigiano che vede davanti a sè un nemico che è più forte di lui e ch'egli non riesce a domare. L'uccisione del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli Alessandrini all'Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s'irritasse di questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma, nell'aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale, Giuliano ha dimostrato come anche l'insuccesso ed il disinganno non riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.

[pg!314]

L'argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così prezioso ch'egli non sa comprendere come si possa accogliere una dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che, se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato cancellato per sempre? E cancellato dall'intrusione di un elemento straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano, per far sentire l'umiltà disprezzabile dell'origine della nuova dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell'immenso impero venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine, quel complesso d'uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?

Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non credeva nel Cristianesimo, non aveva [pg!315] valore alcuno per chi già credeva. Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità. La fede nasce per un impulso spontaneo dell'anima umana che sente il bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v'ha ragionamento che valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a toccar un'anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali trovavano la loro soddisfazione. D'altronde, era troppo tardi. Un discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà, ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto, quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l'effetto di una voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza di destare eco alcuna nell'anima di quelli a cui giungeva.

Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano, per quanto possa, in parte, essere scusata, peccò di eccesso, e prese l'aspetto di una persecuzione individuale. Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato trasparire un odio che lo trascinava all'ingiustizia fu quello del vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno dei primi atti di Giuliano fosse stato il richiamo dei vescovi, esigliati da Costanzo, i quali appartenevano, per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo [pg!316] anche osservato come, sotto a quel decreto, che, certo, era, in sè stesso, un atto di tolleranza, fosse probabilmente il desiderio e la speranza che il contatto dei capi dei due partiti, in cui si divideva il Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia, il quale consumasse la potenza della Chiesa. Le previsioni dell'acuto imperatore si avverarono tosto. Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello scatenamento di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle approfittare, pe' suoi scopi, di tale tempesta. Nella lotta contro il Cristianesimo, gli premeva, sopratutto, di scuotere l'influenza dei vescovi. Abbattuta questa, gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E le discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di cui la lettera ai cittadini di Bostra ci fornisce un curioso esempio. L'imperatore si rivolge alla popolazione cristiana di quella città per dichiarare che non la tiene responsabile dei disordini che vi avvengono. La responsabilità è tutta dei vescovi che infiammano animi acciecati ed ignari. Ma non si deve credere che i vescovi stessi siano mossi da zelo religioso. Tutt'altro. Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti della clemenza e dell'imparzialità di Giuliano, che restituisce la pace alla Chiesa. Ma il vero è che quella clemenza e quell'imparzialità tolgono ad essi ed a tutto l'alto clero il mezzo di abusare della loro posizione, di arricchirsi a spese degli altri, di commettere soprusi, di appropriarsi ciò che appartiene ai loro rivali. Le plebi cristiane devono aprire gli occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia. Se non che, questo artifizio della polemica imperiale pareva potesse difficilmente applicarsi a Tito, il vescovo di Bostra, il quale aveva esercitata un'opera di pacificazione, [pg!317] e, credendo ingenuamente di farsi un merito presso Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani costituissero la maggioranza della popolazione, egli, con le sue esortazioni, li aveva trattenuti dal far danno a chicchessia. Questa frase imprudente dà all'imperatore, perfidamente abile, il modo di tentar di rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera, la frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo ha voluto darsi tutto il merito della tranquillità dei cittadini di Bostra, i quali, se non ci fosse stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che di mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude Giuliano, è stato un calunniatore ed i Bostreni devono cacciarlo dalla loro città.

Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son già note le esortazioni alla tolleranza religiosa308:

«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire maggior gratitudine per me che per colui che mi ha preceduto nel reggere l'impero. Poichè, regnando costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati, imprigionati, e furono uccise turbe intiere dei così detti eretici, così che a Samosata, a Cizico, in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in molti altri luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri. Ora sotto il mio impero, avviene l'opposto. Gli esigliati furono richiamati, e coloro, i cui beni erano stati confiscati, li riebbero per effetto di una nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi non è più dato di tiranneggiare, nè di continuare le lotte che si erano accese fra di loro dopo che avevano [pg!318] oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d'ira, danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e tumultuare, empi verso gli dei, ribelli ai nostri decreti, che pur sono ispirati a tanta benevolenza. Noi non permettiamo che nessuno sia, contro volontà, trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che, se qualcuno spontaneamente vuol partecipare ai nostri riti ed alle nostre libazioni, deve prima purificarsi, e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo lontani dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi o voglia o supponga di essere presente ai nostri riti sacri, prima di aver purificata l'anima con le preghiere agli dei, e il corpo con le lustrazioni di legge.

«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate dal clero, tumultuano appunto perchè è tolta a questo l'impunità. Infatti a coloro che esercitavano la tirannia non basta di non pagare il fio del male che hanno fatto, ma, desiderando di riavere l'antico potere, ora che non è più lecito ad essi di far da giudici, di scrivere testamenti, di appropriarsi le eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano ogni disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul fuoco, osano aggiungere ai mali antichi mali maggiori, e trascinano le moltitudini alla discordia. Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto a tutti con questo decreto il dovere di non tumultuare insieme al clero, di non lasciarsi persuadere a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati. Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono, e di far tutte quelle preghiere che loro piacciono. Ma non devono lasciarsi trascinare ai tumulti, se non vogliono subirne la pena.

«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial modo alla città dei Bostreni per la circostanza che [pg!319] il vescovo Tito e i chierici che son con lui, in un memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione di essere inclinata al disordine, sebbene essi l'esortassero a non tumultuare. Ecco la frase che è scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel numero i Greci, pure, trattenuti dalle nostre esortazioni, non disturbarono nessuno, in nessuna cosa». — Così il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli dice che la vostra buona condotta non viene dalla vostra inclinazione, che anzi si direbbe che voi foste, vostro malgrado, trattenuti dalle sue esortazioni. Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra città come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti insieme, d'accordo, e non ci siano nè contrasti nè violenze»309.

Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti ad una reciproca tolleranza che già conosciamo310. Ma la saggezza di quei consigli non toglie che la condotta di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con quest'ultimo era guerra aperta e, dal punto di vista di Giuliano, guerra giustificata. Ma l'artifizio da lui usato contro il vescovo di Bostra è di un'ipocrisia che lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante ed istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi del clero Cristiano, che era stato completamente corrotto dalla posizione dominante in cui si trovava. La sete di rapidi guadagni, la smania del potere, la tendenza all'intrigo erano così palesi e generali che il polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno [pg!320] ed a giustificazione della guerra da lui mossa al Cristianesimo. Giuliano pone molto abilmente la quistione. — Vedete, egli dice, io ho resi alla Chiesa dei Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di porre fine alle violenze che la dilaniavano. Ebbene, invece di trovare gratitudine, ho raccolto il risultato di essere da tutti, senza distinzione, più odiato del mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata una parte di quella Chiesa a vantaggio dell'altra. Ciò perchè non già la pace ed il rispetto reciproco desiderano i capi della Chiesa, ma l'impunità nella prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo, che vuole l'ordine, la tolleranza delle opinioni e delle credenze e l'obbedienza intiera alle leggi, è odioso a tutti coloro che si sentono legate le mani, e preferirebbero l'arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che sessant'anni dalla persecuzione di Diocleziano, quando il Cristianesimo sanguinante raccoglieva nel suo seno tutto l'eroismo di cui è capace il genere umano, ed ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo hanno ridotto ad essere un'istituzione così piena di vizî, così facile ai soprusi, signoreggiata dalle passioni del lucro e del potere, da permettere a chi vuole combatterla di atteggiarsi a difensore dei deboli, a vindice della morale offesa. Dato anche che, nelle parole di Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle parole dovevano avere una base di verità. Se non l'avessero avuta, l'argomentazione del polemista sarebbe riuscita del tutto inefficace. L'ideale divino del Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della realtà, si era miseramente sciupato, e si era inoculati i vizî che era venuto a strappare.

[pg!321]

Io credo d'aver dimostrato, con la scorta dei documenti, che la persecuzione di Giuliano o non avvenne che nella fantasia degli scrittori che lo combattevano o si ridusse ad atti di difesa, non sempre, è vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all'eccesso dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha un atto di Giuliano, un atto autentico che ha sollevata la più ardente indignazione dei Cristiani contemporanei, e che, anche ora, è considerato da molti storici come la prova dell'intolleranza persecutrice dell'apostata imperiale. Quest'atto è la promulgazione della legge per la quale egli intendeva vietare ai maestri cristiani d'insegnare, nelle scuole pubbliche, lettere greche. L'immensa importanza che si è data a quest'atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere amministrativo, mostra come lievi dovessero essere le preoccupazioni per la supposta violenza del nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di Giuliano è sintomatica di un indirizzo di pensiero e di tendenze che, per la prima volta, si fa vivo nel mondo antico, ed è l'indirizzo che doveva poi metter capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere Epicuro. Ebbene, col suo decreto, egli vuole impedire che i libri sacri del Politeismo siano, nella scuola, letti e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di comprenderne l'ispirazione ed il significato.

Ora, appunto perchè l'atto di Giuliano è sintomatico di un nuovo atteggiamento dello spirito umano, [pg!322] dobbiamo esaminarlo nella sua origine e nella sua essenza, e cercare di formarcene un giudizio preciso, basato sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in mezzo alle quali è apparso. E, prima di tutto, dobbiamo guardare alla posizione che la religione aveva presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo quarto, dopo la promulgazione dell'editto di Costantino.

L'editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino, insieme al collega Licinio, riconosce l'esistenza legale del Cristianesimo, è un documento che farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico dell'imperatore, se, con tutta la sua condotta successiva, egli non avesse dimostrato che quel decreto non era già il prodotto di un pensiero meditato, ma semplicemente una mossa di politica opportunista.

L'impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si piegasse a quegli atti esterni da cui l'autorità dello Stato aveva il necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come un'istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi, la tolleranza sta nell'essenza stessa del Politeismo, ma bensì nell'abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale, [pg!323] che gli sono affatto indifferenti le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto perchè Costantino vuole che, nell'interesse dell'impero e dell'imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un'altra. Ciò che preme allo Stato ed all'imperatore non è già che gli uomini preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore del decreto di Costantino è propriamente —libera Chiesa in libero Stato. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua l'imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev'essere data ad ogni altro [pg!324] che voglia partecipare agli atti della religione che gli è propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre propizia.»311.

Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l'ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava l'affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l'affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all'idolatria ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica, andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristianaabsolutam et simplicem312. Questi due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza [pg!325] dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell'Ottaviodi Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d'essere non più da una necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione solenne e definitiva.

Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo autore stesso non [pg!326] aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per lui era un errore, sopratutto quando l'errore si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante o tirannica.

Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell'anno 362, pochi mesi prima ch'egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente perire. La legge dice così:

«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi, poi nell'eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni città, così ordino che chiunque voglia darsi all'insegnamento, non balzi d'un tratto e temerariamente in quell'ufficio —non repente nec temere prosiliat ad hoc munus— ma, approvato dal giudizio dell'autorità, ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) — al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a [pg!327] me per esame, affinchè l'eletto si presenti alle scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto titolo d'onore —hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat».

Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l'insegnamento ufficiale era pressochè intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli. Di ciò abbiamo prove infinite,313ma basterebbero a dimostrarlo l'autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia e d'Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi è noto come quel giovane, ardente d'animo e d'ingegno, che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma,ut illi civitati rhectoricæ magister provideretur, e Simmaco mandava Agostino.

Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili distinzioni di competenza che [pg!328] complicano l'organismo della nostra società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole di Stato, e che l'elezione del maestro discendesse, dirò così, schematicamente dall'autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano, che era l'uomo più colto del suo tempo, voleva riassumere la cura di vegliare l'istruzione pubblica, richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.

Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L'imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d'onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d'ordine generale, esisteva un'intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell'amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch'egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall'insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un [pg!329] mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l'accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d'attualità.

Ma, prima d'entrare nell'esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l'imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l'insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de' suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s'intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, [pg!330] erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell'ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d'Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d'eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall'istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di [pg!331] Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s'incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c'è un volo ben più largo, c'è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l'odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l'Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell'opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.

Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che unacoercitio, che un provvedimento di polizia, una misura d'ordine pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti generalmente s'invertono, i perseguitati diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo l'inversione si era già iniziata coi figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, [pg!332] circa una metà dei suoi sudditi, s'era messo in capo di convertirli con le buone, di persuaderli con l'esempio e coi ragionamenti a ritornare all'antico. E, con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa, dellepastorali, piene di buoni consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù, l'educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo, l'azione dei maestri, in mezzo a cui s'era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l'antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l'uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo della coltura e dell'arte greca lo avevano chiuso alle attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della letteratura cristiana, ch'egli scrutava con l'occhio del nemico, Giuliano si era accinto all'impresa di persuadere il mondo che il Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch'egli attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.

Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed [pg!333] i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo, trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano esercitare un'azione irresistibile ed essere il più efficace strumento di riconversione all'antico. Eppure, era forza constatare che la lettura di quei libri non opponeva una barriera all'invasione del Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di dileggio e d'offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall'imperatore stesso, confermato nell'ufficio, ciò che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come [pg!334] contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo l'avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo, come vedemmo, s'era trasformato; era diventato una potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura ellenica era un'arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio — donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne il pensiero di togliere ai Cristiani l'uso dell'eloquenza? Fu Mercurio, come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l'eloquenza, a noi il parlar greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l'ignoranza e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»314. Lo storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari315. Ma il giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato, [pg!335] colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente, meritevole di esser coperto da perenne silenzio —obruendum perenni silentio316. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l'eco dell'opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano indifferente.

La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l'editto di Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d'accusa contro l'utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile dal punto di vista dell'apologia cristiana, può sostenersi se guardata con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale [pg!336] ch'egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all'azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell'usare dei mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.

Giuliano ha previsto l'accusa ed ha scritto la sua circolare per confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la taccia d'ipocrita. Quell'infelice Giuliano non riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto d'impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo esaminando, egli non aveva nessun bisogno d'essere ipocrita. Nulla poteva opporsi all'esecuzione della sua legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.

[pg!337]

L'affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra l'insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità morale.

I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori dell'antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l'argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi non già nell'euritmia delle parole e dell'eloquio, ma, bensì, nella disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del cattivo, dell'onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed insegna in un altro, è tanto lontano dall'essere un educatore quanto dall'esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l'opposto di ciò che pensa, la sua condotta è simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che hanno di guasto».

Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse [pg!338] da quelle degli autori antichi, non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una merce per un'altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto, continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno all'insegnamento abbiano buoni costumi (e perbuoni costumiGiuliano intende l'esercizio palese del Paganesimo) e portino nell'anima delle opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico». Qui è un punto veramente capitale dell'argomentazione di Giuliano. Egli pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l'insegnamento della gioventù e l'ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un'altra. Ma come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l'educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? [pg!339] «A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino prima coll'esempio, e poi convincano gli allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano l'empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu quale essi dicono».

Giuliano insiste sulla necessità dell'accordo fra la condotta esterna del maestro e l'insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto, per amore di poche dramme».

Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei templi, e la paura che, d'ogni parte, ci pendeva addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l'esempio [pg!340] di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».

Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch'egli avesse proibita la propaganda cristiana, ch'egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l'opposto. Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell'amore della causa pagana e ch'egli era un imperatore onnipotente e che combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non era intollerante, ma ch'egli ha dato un esempio veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed operi d'accordo con me, di partecipare per sempre.

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«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»317.

Da tali parole rimane naturalmente confutata l'accusa che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare le scuole dove s'insegnavano lettere greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i maestri; i giovani son liberi d'andar dove vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell'efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura via della conversione.

Liberato così il terreno delle accuse basate sull'equivoco, esaminiamo il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l'insegnamento di un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non credevano negli dei in cui [pg!342] aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può passar pel capo di prendere sul serio la teologia d'Omero. Noi ammiriamo lo stile e l'arte d'Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch'egli li volesse rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne praticavano un'altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.

Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano che regge l'istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu dettato da quell'ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si ispira all'identico principio che fu posto, la prima volta, [pg!343] da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più ragionevole e più mite!

Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse l'insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso moderno della parola. L'insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso. Quest'arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica, per cui l'impedirne l'uso ai maestri cristiani era propriamente un escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva [pg!344] esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo scopo d'imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e del quale egli aveva il diritto di usare, come di un'arma di buona guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto, derivassero conseguenze di un'importanza sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto ciò, non è punto ferita.

Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge, come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà d'insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente l'insegnamento pubblico, mantenuto a spese delle città stesse, e, quindi, dato l'ordinamento amministrativo e finanziario dell'Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente dall'autorità suprema dell'imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l'insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello [pg!345] Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive nell'ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l'intelligenza è padrona assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può aver un'opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una fisica, nè un'astronomia, nè una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell'individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse [pg!346] l'esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?

Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere l'azione dello Stato nell'insegnamento che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà d'insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente, e che prova in modo luminoso l'ironia delle cose umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s'accorgono che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici dello Stato pagano ch'egli voleva conservare. Il ministro francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch'egli governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese s'innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c'è, nell'una e nell'altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato [pg!347] cerca di impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l'impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d'ordine morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato dalla passione, e non c'è come l'atteggiarsi a vittima per far credere, ed anche per credere, d'aver ragione. È questa, chi ben guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L'imperatore Giuliano, che pure non aveva l'intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch'egli voleva combattere l'opportunità di gridare alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve esercitare un'azione morale, il miglior modo d'essere forte.

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