IL DISINGANNO DI GIULIANOL'infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta dall'imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l'amaro significato. Ad un amico di Cappadocia, scrive318: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già [pg!350] conosciamo le istruzioni relative all'organizzazione del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegnoA me nè accor, nè rimandar con doniLice un mortal che degli Eterni è in ira!«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre degli dei»319.Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli320. Al termine della prima tappa, a Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d'Antiochia, a cui dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. [pg!351] Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno per visitare l'Acropoli, sacrificare a Giove un toro bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l'ironico, «tutti lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano già prima del mio discorso!».Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d'Apollo. La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido di quello d'Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni parte s'innalzano i profumi dell'incenso, e da ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui l'incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l'agitazione, eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano vedeva in quell'eccesso di manifestazioni il desiderio di gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l'allievo e il genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo resistere e non fu preso dal morbo321.[pg!352]Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto per dargli un'idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato un'ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più intensamente occupato.Del resto, la prova più evidente dell'insuccesso di Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo la storia dell'imperatore apostata, avesse parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all'opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un'ubbia fors'anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo,inclemens, il decreto che toglie ai maestri cristiani l'uso dei libri pagani e non esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l'ostilità che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell'Ellenismo erano divenuti del tutto [pg!353] estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l'opera sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato322.Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e dell'esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace pittura d'ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di qualche puro ellenista. L'imperatore così risponde323:«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non era alieno dal riconoscere e dall'amare gli dei. Ed io non ti dico ciò perchè l'abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui, così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, [pg!354] chiamato da Costanzo all'esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di giorno, arrivai a Ilio, sull'ora del mercato. Egli mi venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch'egli non fosse ignaro de' suoi doveri verso gli dei.«V'ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari, e lucida d'unguenti la statua d'Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d'Ilio seguono ancora i riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l'opinione. — Ed egli — Che v'ha di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma l'intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la croce in fronte.«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio [pg!355] tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d'Achille, e me ne mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote, se sapessimo ch'egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di potere, sia, com'egli più volte ci disse, per salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo nelle parole, di seguire l'empietà (infatti non fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo, ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l'eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest'unico superstite erede della famiglia di Costantino, l'astuto vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura [pg!356] evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le autorità dominanti. L'arte con cui ha saputo insinuarsi nell'animo di Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch'egli faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch'egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l'infelice imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza di successo, e trovar nell'impostura una ragione di ricompensa.❦Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli amari sfoghi delMisobarba. IlMisobarba, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s'intende, le lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga di determinati modelli. Ilbanchetto dei Cesari, è, come vedremo, una satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca di spontaneità e d'ispirazione genuina. NelMisobarba, Giuliano parla proprioex abundantia cordis, e la sua satira, oltr'essere una pittura vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è propriamente rivelatrice dell'indole dell'uomo e del sovrano, e dell'imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E l'arte dello scrittore non [pg!357] è piccola, poichè, da un capo all'altro di questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere l'ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta amarezza e quale disinganno!L'antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell'offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne partiva nell'estate del 362 onde recarsi ad Antiochia e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov'era accolto da un'immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro dell'Oriente324. Ma il favore popolare subito si spense e, fra l'imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non dimenticava l'obbiettivo ch'egli aveva posto al suo regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città più corrotte, più molli, più viziose dell'Oriente. Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del [pg!358] predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano, in luogo dell'entusiasmo religioso che ardeva nel suo petto, trovava, negli Antiochesi, un'indifferenza ostile, e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente tensione di spirito, da una parte e dall'altra. Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l'arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi l'adoperavano a deridere l'imperatore. L'aria severa di Giuliano, il suo fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la sua barba che era un'apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo l'imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per eccellenza, leggiera efrondeuse. Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite [pg!359] e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria e l'ha offerta al sorriso perenne dei posteri. Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l'ingegno, non approva la pubblicazione delMisobarbache a lui sembra una satira esagerata ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva l'indirizzo scolastico della retorica de' suoi tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento di poeta.Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo loro la traduzione di molta parte delMisobarba. Come tutti gli altri scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo parlante un pezzo della vita pubblica del secolo [pg!360] quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo all'altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole facendole proprie, e, certamente, caricandone l'espressione325.«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono malevoli, e l'uso che or regge l'educazione degli uomini liberi mi vieta di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la poesia di quello che paresse, un tempo, l'arricchirsi ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile, all'aiuto delle Muse. Io mi ricordo d'aver udito i barbari, lungo il Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che l'essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro [pg!361] gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione, per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall'aspetto326. Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le unghie, e le dita ho assai spesso nere d'inchiostro. Che se poi volete sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come [pg!362] quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun'altra parte del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d'altro. Non contento d'aver un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola, all'anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere dell'altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito, tutt'al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto d'andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi? Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo. Tutt'altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale [pg!363] imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell'inverno gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.«Così — continua Giuliano —327in mezzo ai Celti, io, come l'Uomo rozzodi Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere [pg!364] all'ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza l'astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni i poveri dall'esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri328. Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».[pg!365]Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e sull'animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l'applauso. È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l'obbiettivo supremo del suo regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano329— o uomo rozzo, sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch'essa, per amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli [pg!366] saggiamente. — .....Tollera, adunque, d'esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d'ogni lato, la porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna aver del contegno. Di queste ce n'è abbastanza, ne siam proprio satolli. L'imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello d'Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall'audacia degli empi. — Viene la festa siriaca, e l'imperatore tosto si presenta al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e l'imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi [pg!367] dunque può tollerare un imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle vostre felici disposizioni d'animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi comprendere quale fosse, dall'origine, il costume di questa città. Eppure io son convinto che nessuno de' miei coetanei ha letti più libri di me».E qui Giuliano racconta la nota storia d'Antioco che si era innamorato della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme330— non si può mover rimprovero ai posteri se cercano di gareggiare col fondatore e con l'omonimo, [pg!368] poichè come gli alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli, e gli Ateniesi i migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano, nei costumi, l'imagine dell'antica virtù, è naturale che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi, ai Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci e i Peonii, sulle sponde del Danubio. Ora, da questi è venuta la mia schiatta e da questa venne a me l'indole rozza, severa, intrattabile, indifferente agli amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente chiedo scusa per me, ma in parte la scusa vale anche per voi che siete attaccati ai patri costumi. Non è già per offendervi che io vi applico il verso d'Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori nei balli. — Al contrario, è per lodarvi che io dico che voi conservate l'amore delle patrie abitudini. E anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in questo senso, che superava tutti — nell'esser ladro e spergiuro. — Sì, io pur amo la mia ruvidità, la mia sgarbatezza, il mio non piegarmi facilmente, il non regolare i miei affari a seconda di chi prega o di chi inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste vergogne, io le amo... Ma, se ci penso, trovo in me ben altre colpe. Recandomi in una città libera, ma che non tollera il disordine della capigliatura, io vi entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba lunga, come se mancassero barbieri. Volli parere un vecchio brontolone e un rozzo soldato, quando avrei potuto, con un po' d'arte, esser preso per un fanciullo avvenente, e parer giovanetto, se non per l'età, per l'aspetto e la freschezza del volto.... — Tu [pg!369] non sai mescolarti agli uomini, ed imitare il polipo che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse dimenticato quanta differenza coi Celti, coi Traci, e gli Illirici? Non vedi quante botteghe ci sono in questa città? Tu ti rendi inviso ai mercanti, non permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo che loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri. I mercanti accusano dell'alto prezzo i proprietari di terre. Tu ti fai nemici anche questi, obbligandoli ad agire secondo giustizia. E i magistrati della città che partecipano al duplice rimprovero, come pure si allietavano di mietere i vantaggi di una parte e dell'altra, e come proprietari e come mercanti, ora naturalmente sono scontenti, vedendosi strappato, da ambo le parti, l'eccesso del guadagno. E, intanto, questo popolo sirio, non potendo nè ubbriacarsi nè ballare, s'irrita. E tu credi di nutrirlo abbastanza, offrendogli grano a suo piacere? Grazie mille, ma non vedi che non si trova più nella città nemmeno un'ostrica?..... Non sarebbe meglio passeggiare pel mercato, profumandolo d'incensi e condursi dietro fanciulle aggraziate, che attirerebbero gli sguardi dei cittadini e cori di donne, quali tutti i giorni vediamo in mezzo a noi?».A questa domanda che il pungente scrittore mette in bocca ai suoi avversari, egli risponde facendo quel racconto interessante della sua educazione che noi già conosciamo331. Anche qui le parole di Giuliano vanno prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli faccia all'eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la sua fanciullezza, esprimono, invece, l'ammirazione e [pg!370] il rispetto di Giuliano per quest'uomo, a cui è dovuta la piega che ha poi preso il suo spirito.Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua dicendo come, appunto dallo studio degli antichi e specialmente di Platone, egli abbia imparato che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo, con l'esempio e con la dottrina, all'esercizio della virtù.«Ma — rispondono gli Antiochesi332— per ragione di prudenza, tu dovresti astenerti dal costringere la gente a seguire la giustizia, e dovresti, invece, permettere ad ognuno di far ciò che vuole o ciò che può. L'indole della nostra città è questa; vuole esser molto libera. E tu, non comprendendola, vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli asini e dei cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono, sotto ai portici, come se fossero gentili fanciulle. Le vie a cielo scoperto e le piazze si direbbe non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto; questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno lo vieta loro, onde sia rispettata la libertà! Ecco come la nostra città è libera! e tu vorresti che i giovani fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te piace, o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma essi sono avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno sempre senza ritegno.«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono, una volta, il fio dei loro scherzi ai Romani, perchè, essendo ubbriachi, nella festa di Bacco, offesero un'ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici dei Tarantini, godendovela, non già pochi giorni, [pg!371] ma tutto l'anno intiero, offendendo invece di ambasciatori stranieri, il vostro imperatore e questo per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle monete. Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete gli autori dei motteggi, e voi che li udite e vi divertite. Poichè è chiaro che a quelli dà piacere il dire e a questi l'udire quei frizzi. Di tale concordia io mi compiaccio; voi fate proprio una sola città, così che non sarebbe nè conveniente nè desiderabile di frenare ciò che vi è di infrenabile nei giovani. Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la testa della libertà, se si togliesse agli uomini di dire e di fare ciò che loro garba. Pertanto, ben sapendo che in tutto dev'essere libertà, voi prima permetteste alle donne di fare il piacer loro, così da esser con voi senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l'educazione dei figli, pel timore che, sottoposti a più severa disciplina, diventassero simili a schiavi, e imparassero, adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi, prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare anche i magistrati, finalmente perfezionandosi non già nell'esser uomini, ma nell'esser servi, diventassero saggi, temperati, educati e si rovinassero del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono i figli ai loro altari333, per mezzo del piacere, che è lo strumento più accetto e più prezioso non solo con gli uomini, ma anche con le belve. Oh, voi felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati ad ogni servitù, prima verso gli dei, poi verso le leggi, in terzo luogo verso di noi, custodi delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra, se, mentre gli dei non si curano di questa libera [pg!372] città e non la puniscono, noi ne avessimo sdegno e molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè il K, si dice, hanno mai fatto del male alla città. — Questo enimma della vostra sapienza ci riusciva assai duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo che quelle lettere erano il principio di nomi, e che l'una voleva dire Cristo, l'altra Costanzo. Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto. Una colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi ucciso dopo avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli dei a voi, a voi soli, fra tutti i Romani, di goder di molti Costanzi, e più ancora dell'ingordigia dei suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte di voi, quasi direi, tutti voi, il Senato, i mercanti, il popolo. Il popolo s'irrita contro di me, perchè, essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato all'ateismo334mi vede attaccato ai patri riti del culto divino, i potenti perchè sono impediti di vendere a caro prezzo le merci, tutti poi insieme perchè io, sebbene non li privi nè dei danzatori nè dei teatri, mi curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi. Non è, dunque, naturale che io rimbrotti me stesso, offrendo tante ragioni di odiarmi?».E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine ironia l'episodio della venuta di Catone ad Antiochia, e dell'offesa fattagli dai cittadini, e soggiunge335. «Non c'è, dunque, da meravigliarsi, se oggi io ho da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di tanto più rozzo, più duro, più incivile di lui, di quanto i Celti lo sono dei Romani. Perchè colui, [pg!373] nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca appena l'età virile, raccolsero i Celti, i Germani e la selva Ercinia, e là trascorsi gran tempo, come un cacciatore che non vive che con le belve, trovandomi con gente che non ha l'abitudine di accarezzare e di adulare, e che vuole semplicemente e liberamente essere con tutti sul piede dell'eguaglianza. Così dopo che l'educazione fanciullesca e la conoscenza che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e di Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi al popolo, ed a cercar la felicità nel diletto, mi trovai, al momento dell'indipendenza virile, in mezzo alle più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali non conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore, se non per far figli o per estinguere col vino la sete..... I Celti, per la somiglianza dei costumi, tanto mi amavano da voler non solo prender l'armi per me, ma mi davano i loro averi, e mi obbligavano di accettarli, per quanto io chiedessi poco, ed in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che più importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e tutti mi acclamavano valoroso, prudente, giusto, non solo forte in guerra, ma abile a governare durante la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete in primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure io ho la coscienza di non aver nulla sconvolto nè volente nè nolente — poi che con la mia barba si possono far corde, e che io faccio guerra al X e che voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori di questa città ve ne concedano due!».L'indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata prova l'incendio, appiccato, si diceva, dai Cristiani, del gran tempio d'Apollo, era propriamente invincibile. Per meglio descriverla, l'autore delMisobarba[pg!374] ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge di cadere nel ridicolo per l'eccesso del suo zelo336.«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio Iddio, e c'è l'usanza di accorrere a Dafne. Io pure ci andai, movendo dal tempio di Giove Casio, nella persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza e della vostra munificenza. E già imaginava, dentro di me, come in un sogno, e la pompa e i sacrifici, e libazioni e danze sacre ed incensi ed efebi, davanti al tempio, preparati nell'anima all'adorazione del dio, ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma, quando entrai nel tempio, non vedo incenso, non vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui stupefatto e credetti che voi foste fuori del tempio, ad aspettare, onorando in me il gran sacerdote, che io dessi il segnale. Ma quando chiesi al sacerdote che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi la festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa al dio un'oca; ma la città non ha preparato nulla. — Allora, sdegnato, io rivolsi al Consiglio delle parole severe, che è forse opportuno il ricordare. — È doloroso, io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa nel culto degli dei, come non lo sarebbe l'ultimo dei villaggi del Ponto. Essa possiede grandi porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli dei dispersero le nubi dell'ateismo, non sa offrire nemmeno un uccello, essa che dovrebbe sacrificare un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può, almeno presentare, in comune, un toro. Eppure ognuno di voi scialacqua in privato nei banchetti e nelle feste, ed io so di molti che sciupano il loro [pg!375] avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza vostra e della vostra città, nessuno sacrifica per proprio conto, e non sacrifica nemmeno il Comune per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale, invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene a casa, portando seco una parte della grande quantità di cose che voi dovreste offrire al dio. Poichè gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini. Ma è la città che ha l'obbligo di sacrificare e in privato e in comune. Ora, ognuno di voi permette alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed esse, nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile l'ateismo a tutti i bisognosi. E sono il maggior numero. E voi credete di non far nulla di male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero si presenta ai templi. Non troverebbe, certo, di che nutrirsi. Ma se uno di voi festeggia il proprio genetliaco, ecco prepara sontuosamente il pranzo e la cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben servita. Venuta la festa annuale, nessuno porta olio al candelabro del dio, nè libazioni, nè vittime, nè incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse la vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo, intanto, che ciò non piace agli dei».Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui tenuto sono uno degli episodi più curiosi e più istruttivi di questo libriccino pur tutto così interessante. Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva essere il suo davanti all'evidenza dei fatti ed alla prova luminosa del completo insuccesso del movimento di restaurazione da lui tentato. Il Politeismo era morto e non c'era più nobiltà di mente nè virtù d'animo capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una [pg!376] grande città, la quale sapeva mantenere insieme e i suoi guasti costumi e il Cristianesimo, mostrava che il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità aveva acquistata quella facoltà di adattamento agli ambienti, senza di cui nessuna istituzione può vivere. Giuliano voleva moralizzare il mondo con un Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che, predicate dal Cristianesimo, non avevano punto fermata la demoralizzazione sociale; impresa impossibile dal punto di vista intellettuale, perchè il Politeismo esaurito, come vedemmo tante volte, non offriva nessuna base sufficiente ad una ricostituzione religiosa, impossibile dal punto di vista morale, perchè quell'alleanza del X col K, come diceva Giuliano, di Cristo con Costanzo, di Dio con la società corrotta, che a Giuliano pareva mostruosa, rispondeva ai bisogni del tempo, ed era la formola che ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella sua comicità, l'incontro dell'imperatore, nel tempio deserto d'Apollo, col povero sacerdote che porta l'oca al dio delle Muse! E come è sintomatica l'ingenuità di Giuliano di prendere questo episodio come punto di partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia! E quanta luce gitta sull'indole delle intenzioni di Giuliano il fatto che il suo discorso è così imbevuto di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche nome e qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto e potrebbe servire per un vescovo che rimproverasse i suoi fedeli del loro poco zelo verso il culto divino!«Così — continua ironicamente Giuliano —337mi ricordo di aver parlato... E feci, sdegnandomi con voi, [pg!377] una sciocchezza. Mi conveniva tacere, come molti altri che eran venuti con me, e non prendermi brighe e non sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una ridicola vanità. Poichè non è a credere che la benevolenza mi ispirasse quelle parole; il vero è che io correva dietro alle apparenze della devozione per gli dei e della benevolenza per voi. E questa è ridicola vanità. Io, pertanto, rovesciai sopra di voi molti inutili rimproveri. E voi eravate nel vostro diritto difendendovi e scambiando terreno con me. Io mi scagliai contro di voi, davanti a pochi, presso l'altare del dio, ai piedi della sua statua. Voi, invece, sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da tutta la città i vostri scherzi contro questa brutta barba e contro colui che non vi ha mai mostrate e non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli non seguirà mai quel genere di vita che è già vostro, ma che vorreste vedere anche nel principe. Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in pubblico, avete rovesciate su di me, deridendomi nelle vostre strofe, dal momento che io stesso mi accuso pel primo, vi permetto di farne uso con tutta sicurezza, perchè, per questo, non vi farò mai nulla di male, e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè imprigionarvi, nè multarvi. Anzi, udite. Poichè l'essermi mostrato saggio insieme ai miei amici fu per voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti a lasciare la città e ad andarmene altrove. Non già che io sia convinto che piacerò a quelli presso i quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche non riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire un po' a tutti l'uggia della mia presenza, [pg!378] e il non tormentare troppo questa felice città col puzzo della mia temperanza e della saggezza dei miei amici. Infatti nessuno di noi ha comperato da voi un campo od un orto, nè costrusse case, nè prese moglie, nè ci innamorammo delle vostre bellezze, nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo le prefetture, nè permettemmo gli abusi ai magistrati, nè inducemmo il popolo a grandi spese di banchetti e di teatri, il popolo che noi facemmo così prospero che, libero dall'oppressione del bisogno, ebbe agio di comporre le strofe contro i colpevoli della sua prosperità. E noi non chiedemmo nè oro nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi. Anzi, abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto delle abituali imposte... A noi, dunque, parendo che tutto ciò fosse lodevole, lodevole la mitezza e la saggezza nel principe, pareva anche che, appunto pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre grazie. Ma poichè a voi dispiace l'ispido mio mento, e la poca cura dei capelli, e la mia assenza dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali, e il mio rigore nel reprimere, nei mercati, la rapacità del guadagno, volontieri ce ne andiamo dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or che inclino all'età matura, evitare quel che accadde al nibbio, come narra la favola. Si dice che il nibbio, il quale aveva una voce simile a quella degli altri uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i puledri. E così, avendo dimenticato il canto e non imparato il nitrito, si trovò privo dell'uno e dell'altro, e finì per avere una voce peggiore di quella degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la stessa cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile, [pg!379] poichè io sono vicino, Dio volendo, voi lo vedete, a quel momento in cui, come dice il poeta di Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città, voi vi esponete alla taccia d'ingrati. Foste, forse, talvolta, offesi da me, in pubblico od in privato? O diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle piazze, come i comici trascinano Ercole e Bacco? Non è, forse, vero che io mi trattenni dal farvi del male, e non trattenni voi dal parlar male, così che io mi vedo costretto a difendermi contro di voi? Quale, dunque, la causa dei vostri insulti e del vostro sdegno?... Quando io vedo che non ho, per nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva prendere sopra di sè il tesoro imperiale, pur diminuendo non poco le imposte, la cosa non diventa, forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune, a tutti i miei sudditi, è meglio che io taccia, per non parer che io canti i miei elogi, mentre aveva annunciato di voler versare sopra di me fierissimi vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta personale che, sebbene non meritasse la vostra ingratitudine, pure fu leggiera ed irriflessiva, perchè, lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle precedenti, cioè del disordine dell'aspetto e del riserbo negli amori, di quanto, essendo più vere, fanno l'anima veramente responsale. Primieramente io cominciai a tessere le vostre lodi, con grande amorevolezza, senza aspettar l'esperienza e non preoccupandomi del modo con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando che voi eravate figli di Grecia, e che io stesso, sebbene Trace d'origine, son Greco di educazione, ritenni che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il primo errore di leggerezza».[pg!380]Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione e di elezioni, in cui si è palesato il suo buon volere, ma che furono presi in mala parte dagli Antiochesi. Poi continua338:«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva inimicarmi la città. Veniamo al fatto capitale, da cui nacque questo grande odio. Appena qui arrivato, il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi nel teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è troppo caro. — Il giorno dopo, io ebbi un colloquio coi maggiori della città, e cercai di persuaderli che bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per fare star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi dissero che avrebbero studiata la cosa, ma, dopo tre mesi di aspettazione, l'avevano studiata sì poco che nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era verace il grido del popolo e che il mercato era angustiato non già per difetto di merce, ma per l'avidità dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di vino, d'olio e del resto, ma il grano mancava, avendo la siccità prodotta una forte carestia. Per questo, io mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città circonvicine e ne feci venire quaranta miriadi di misure. Consumato tutto questo, ne feci venire prima cinque mila, poi sette mila, infine dieci mila di quelle misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il grano che mi era venuto dall'Egitto, lo diedi alla città, mettendo per quindici misure il prezzo che prima ci voleva per dieci... E intanto che facevano i ricchi? Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano che avevano nei campi, e coi loro privati consumi [pg!381] aggravavano la condizione generale339. ... Adunque io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta a peso d'oro, nè che, a vostro danno, si trasformasse in oro ed in argento il grano racchiuso nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo, non avrei piaciuto a tutti, ma a me nulla importava. Poichè io credeva di dover venire in aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che eran qui venuti per amor mio e dei magistrati che erano con me. Ma ora che a questi conviene d'andarsene e che la città è tutta di una sola opinione verso di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da me, mi sono ingrati — io andrò a stabilirmi presso un'altra schiatta ed un'altra nazione..... Ma perchè vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti col nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a nessuna città? E nutriti splendidamente. Forse non punimmo i ladri colti in fallo? Mi permettete che vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto è retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano circa tre mila lotti di terreno incolto, e voi lo chiedevate; ma, avutolo, se lo distribuirono i non bisognosi. Fatta un'inchiesta, si dimostrò che era vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro che indebitamente le avevano, e non preoccupandomi affatto delle imposte che non avevano pagate, sebbene ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le applicai ai più gravi servizi della città. E così gli allevatori di cavalli per le vostre corse hanno, liberi d'imposte, tre mila lotti di terra, e ciò in grazia [pg!382] mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i malvagi, io metta sottosopra il mondo. Ed ecco che il discorso mi ritorna là dove io voglio. Io sono veramente colpevole di tutti i miei mali, avendo prodigato i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò viene dalla mia leggerezza, non già dalla vostra libertà di spirito. Nell'avvenire, io procurerò di esser più prudente con voi. E a voi gli dei diano il contraccambio della vostra benevolenza per me, e dell'onore che pubblicamente mi avete reso».Con quest'ultima frecciata si chiude la satira acerba. Nell'ultima parte, il valore letterario mi pare si attenui e l'ironia sfugge di mano allo sdegnato scrittore. Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè ci rivela, con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo di Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati, talvolta, i confini della prudenza ed anche ha trasgredite le leggi dell'economia politica.❦Non pare, infatti, che siano state esclusivamente religiose e morali le ragioni che hanno prodotto il disaccordo profondo fra Giuliano e gli Antiochesi. Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno di cui la colpa risale all'ignoranza delle leggi economiche che regnava sovrana ai tempi di Giuliano. Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza amministrativa e quel sicuro sentimento della realtà, che aveva guidato Giuliano nel governo delle finanze in Gallia, lo ha abbandonato, forse per lasciar libero sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire [pg!383] più facilmente sull'animo loro. Appena arrivato in Antiochia, Giuliano ascolta il grido del popolo che si lamenta dell'alto prezzo delle derrate. Esaminata la cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava nell'avidità di guadagno dei proprietari e dei mercanti, l'imperatore invita l'autorità municipale a provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato non sa concluder nulla. Allora Giuliano entra in scena; determina, per tutte le derrate, un prezzo che non doveva superarsi e siccome il raccolto del frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri luoghi un'ingente quantità e ne stabilisce il prezzo in una misura inferiore a quella che era voluta dalle condizioni del momento. La violenza economica dell'imperatore ebbe il risultato inevitabile di aumentare i mali che voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia si vuotò delle derrate che dovevano vendersi ad un prezzo che non era conveniente pel venditore. I ricchi proprietari vendevano, fuori d'Antiochia, a caro prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano, in Antiochia, ed usavano pel loro consumo il grano che l'imperatore distribuiva a un prezzo vilissimo. Da qui una immigrazione, dalle campagne nella città, su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto disturbava, che spargeva il malcontento e l'irritazione nell'alta classe della proprietà e del commercio, e rendeva impopolare l'imperatore, il quale però attribuiva ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito ciò che, in fondo, non era che la necessaria conseguenza di un grosso sproposito. L'intenzione, in Giuliano, era pietosa ed ispirata al sentimento dell'equità. E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto agli Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro condotta verso l'imperatore, dicesse: «Io avrei voluto [pg!384] che voi ammiraste l'iniziativa dell'imperatore, per quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli mostrava un'anima generosa, e voleva soccorrere la povertà, e riteneva cosa dolorosa che alcuni godessero nell'abbondanza, ed altri mancassero del necessario, così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai poveri che di assistere al godimento dei ricchi»340. Ma la buona intenzione applicata con la completa ignoranza delle leggi economiche finiva per ferire sè stessa.Nell'ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani erano ritenuti come responsali delle difficoltà e delle opposizioni che l'imperatore trovava in Antiochia. Il discorso di Libanio, testè accennato, è interessantissimo per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa che i veri autori dell'opposizione degli Antiochesi a Giuliano sono i Cristiani, e che il solo mezzo per ottenere la riconciliazione è l'aperta conversione al Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani, quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta tanto odiosa e tanto colpevole, ma l'allusione è continua. I segreti aizzatori della rivolta degli Antiochesi contro le disposizioni economiche dell'imperatore sono cristiani, e cristiani son coloro che impediscono ai cittadini di esprimere il loro pentimento coll'abbandono dei teatri, dei giuochi pubblici, della scioperataggine abituale in Antiochia, e col ritorno ad atti ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama Libanio, non è col prosternarvi al suolo, nè coll'agitare i rami d'olivo, nè coll'inghirlandarvi, nè con le grida, nè con le ambascerie, nè coll'inviare un oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno [pg!385] ma, bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi, e coll'offrire la città a Giove ed agli altri dei, dei quali già vi parlarono, molto prima dell'imperatore, Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli. Ma voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei poeti nell'educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi. Però, nelle cose di maggior interesse, cercate altri maestri e fuggite, or che sono aperti, da quei templi di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come vostre autorità, e la madre e la moglie, e il cantiniere e il cuoco, e ci parlate dell'ormai antica vostra persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi fate rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar leggi, e vedete, nel fatto di aver pensato male da principio, una necessità di pensar male fino al termine. Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella gioventù, dovesse conservare la malattia per tutte le altre età. Ma perchè prolungherei questo discorso? A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o di fare un doppio guadagno, coll'acquistare la benevolenza del principe e col riconoscere gli dei che davvero dominano nel cielo. Voi siete nella condizione di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in cui compiacete gli altri. Nell'apparenza date, ma in realtà ricevete»341.Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita al Paganesimo e penitente. A questo prezzo egli crede che potrebbe ottenere il perdono delle ingiurie di cui si è resa colpevole verso l'imperatore. Il Cristianesimo è, per Libanio, l'ostacolo maggiore, non solo al ritorno al culto antico, ma anche all'epurazione dei [pg!386] costumi, al risanamento morale della città. E si vede che, ancora nel secolo quarto, ed in una città, nella quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza della nuova religione era negli strati più bassi della società e nella influenza femminile. Com'è caratteristico quel contrasto, in cui propriamente rivive tutta la storia del Cristianesimo nascente, fra l'alta coltura dell'aristocrazia intellettuale e l'umiltà delle forze che le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai fautori dell'antico, si trovavan di contro le donne di casa, il cantiniere, il cuoco! A questi retori, a questi filosofi, tutti imbevuti dell'arte e del pensiero ellenico, pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel contrasto fra le più eccelse manifestazioni dell'ingegno umano e le fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole e di vilissimi servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra i bagliori morenti del loro Ellenismo, non avevano che una vista miope. Non sapevano discernere il fondo un po' lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo non avevano insegnato nulla ad essi. Credevano che la religione fosse una quistione di ragionamento, e si stupivano che le affermazioni del cuoco e del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone, e non sentivano che quelle, per quanto rozze, venivano dalla conoscenza di un Dio vivente, queste, per quanto sublimi, dalla presentazione di larve esaurite e vuote.IlMisobarbaè uno dei documenti più importanti e più atti a farci penetrare nell'intimo significato del tentativo iniziato da Giuliano. Per quanto la verità sia stata velata e tradita dalla polemica cristiana, sta il fatto, che or sembra paradossale, che l'imperatore era mosso da un intento essenzialmente moralizzatore. Il Cristianesimo non aveva, per nulla affatto, mutata [pg!387] o migliorata la condizione morale degli uomini. Antiochia cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non era peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori e mimi, ecco lo spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi. L'avversione che, in essi, destava Giuliano veniva appunto dalla stridente opposizione che la morale e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi dei suoi sudditi cristiani. IlMisobarbaci fa toccare con mano il fatto che Giuliano voleva salvare l'Ellenismo che il Cristianesimo distruggeva, distruggendo tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma, nel medesimo tempo, voleva trovare nell'Ellenismo quella forza morale per una riforma dei costumi e per una rigenerazione dell'uomo interno che il Cristianesimo non aveva saputo svolgere dai principî che pure aveva posti. L'accoglienza che i corrotti Antiochesi hanno fatto alle esortazioni dell'imperatore, e che così vivacemente ci è descritta dall'imperatore stesso, è la prova più evidente del carattere utopistico del suo tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire a rigenerare l'uomo, come non era riuscito il Cristianesimo. L'uomo rimaneva quale lo volevano le condizioni intellettuali del tempo. Non era la religione che sapesse o potesse piegare le passioni umane; erano piuttosto le passioni che sapevano piegare ed adattare la religione, quale essa fosse, alle loro invincibili esigenze.[pg!388][pg!389]
IL DISINGANNO DI GIULIANOL'infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta dall'imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l'amaro significato. Ad un amico di Cappadocia, scrive318: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già [pg!350] conosciamo le istruzioni relative all'organizzazione del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegnoA me nè accor, nè rimandar con doniLice un mortal che degli Eterni è in ira!«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre degli dei»319.Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli320. Al termine della prima tappa, a Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d'Antiochia, a cui dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. [pg!351] Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno per visitare l'Acropoli, sacrificare a Giove un toro bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l'ironico, «tutti lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano già prima del mio discorso!».Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d'Apollo. La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido di quello d'Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni parte s'innalzano i profumi dell'incenso, e da ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui l'incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l'agitazione, eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano vedeva in quell'eccesso di manifestazioni il desiderio di gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l'allievo e il genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo resistere e non fu preso dal morbo321.[pg!352]Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto per dargli un'idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato un'ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più intensamente occupato.Del resto, la prova più evidente dell'insuccesso di Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo la storia dell'imperatore apostata, avesse parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all'opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un'ubbia fors'anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo,inclemens, il decreto che toglie ai maestri cristiani l'uso dei libri pagani e non esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l'ostilità che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell'Ellenismo erano divenuti del tutto [pg!353] estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l'opera sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato322.Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e dell'esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace pittura d'ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di qualche puro ellenista. L'imperatore così risponde323:«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non era alieno dal riconoscere e dall'amare gli dei. Ed io non ti dico ciò perchè l'abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui, così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, [pg!354] chiamato da Costanzo all'esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di giorno, arrivai a Ilio, sull'ora del mercato. Egli mi venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch'egli non fosse ignaro de' suoi doveri verso gli dei.«V'ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari, e lucida d'unguenti la statua d'Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d'Ilio seguono ancora i riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l'opinione. — Ed egli — Che v'ha di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma l'intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la croce in fronte.«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio [pg!355] tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d'Achille, e me ne mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote, se sapessimo ch'egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di potere, sia, com'egli più volte ci disse, per salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo nelle parole, di seguire l'empietà (infatti non fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo, ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l'eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest'unico superstite erede della famiglia di Costantino, l'astuto vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura [pg!356] evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le autorità dominanti. L'arte con cui ha saputo insinuarsi nell'animo di Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch'egli faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch'egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l'infelice imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza di successo, e trovar nell'impostura una ragione di ricompensa.❦Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli amari sfoghi delMisobarba. IlMisobarba, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s'intende, le lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga di determinati modelli. Ilbanchetto dei Cesari, è, come vedremo, una satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca di spontaneità e d'ispirazione genuina. NelMisobarba, Giuliano parla proprioex abundantia cordis, e la sua satira, oltr'essere una pittura vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è propriamente rivelatrice dell'indole dell'uomo e del sovrano, e dell'imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E l'arte dello scrittore non [pg!357] è piccola, poichè, da un capo all'altro di questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere l'ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta amarezza e quale disinganno!L'antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell'offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne partiva nell'estate del 362 onde recarsi ad Antiochia e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov'era accolto da un'immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro dell'Oriente324. Ma il favore popolare subito si spense e, fra l'imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non dimenticava l'obbiettivo ch'egli aveva posto al suo regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città più corrotte, più molli, più viziose dell'Oriente. Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del [pg!358] predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano, in luogo dell'entusiasmo religioso che ardeva nel suo petto, trovava, negli Antiochesi, un'indifferenza ostile, e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente tensione di spirito, da una parte e dall'altra. Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l'arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi l'adoperavano a deridere l'imperatore. L'aria severa di Giuliano, il suo fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la sua barba che era un'apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo l'imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per eccellenza, leggiera efrondeuse. Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite [pg!359] e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria e l'ha offerta al sorriso perenne dei posteri. Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l'ingegno, non approva la pubblicazione delMisobarbache a lui sembra una satira esagerata ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva l'indirizzo scolastico della retorica de' suoi tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento di poeta.Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo loro la traduzione di molta parte delMisobarba. Come tutti gli altri scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo parlante un pezzo della vita pubblica del secolo [pg!360] quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo all'altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole facendole proprie, e, certamente, caricandone l'espressione325.«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono malevoli, e l'uso che or regge l'educazione degli uomini liberi mi vieta di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la poesia di quello che paresse, un tempo, l'arricchirsi ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile, all'aiuto delle Muse. Io mi ricordo d'aver udito i barbari, lungo il Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che l'essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro [pg!361] gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione, per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall'aspetto326. Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le unghie, e le dita ho assai spesso nere d'inchiostro. Che se poi volete sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come [pg!362] quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun'altra parte del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d'altro. Non contento d'aver un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola, all'anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere dell'altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito, tutt'al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto d'andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi? Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo. Tutt'altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale [pg!363] imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell'inverno gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.«Così — continua Giuliano —327in mezzo ai Celti, io, come l'Uomo rozzodi Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere [pg!364] all'ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza l'astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni i poveri dall'esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri328. Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».[pg!365]Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e sull'animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l'applauso. È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l'obbiettivo supremo del suo regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano329— o uomo rozzo, sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch'essa, per amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli [pg!366] saggiamente. — .....Tollera, adunque, d'esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d'ogni lato, la porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna aver del contegno. Di queste ce n'è abbastanza, ne siam proprio satolli. L'imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello d'Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall'audacia degli empi. — Viene la festa siriaca, e l'imperatore tosto si presenta al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e l'imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi [pg!367] dunque può tollerare un imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle vostre felici disposizioni d'animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi comprendere quale fosse, dall'origine, il costume di questa città. Eppure io son convinto che nessuno de' miei coetanei ha letti più libri di me».E qui Giuliano racconta la nota storia d'Antioco che si era innamorato della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme330— non si può mover rimprovero ai posteri se cercano di gareggiare col fondatore e con l'omonimo, [pg!368] poichè come gli alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli, e gli Ateniesi i migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano, nei costumi, l'imagine dell'antica virtù, è naturale che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi, ai Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci e i Peonii, sulle sponde del Danubio. Ora, da questi è venuta la mia schiatta e da questa venne a me l'indole rozza, severa, intrattabile, indifferente agli amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente chiedo scusa per me, ma in parte la scusa vale anche per voi che siete attaccati ai patri costumi. Non è già per offendervi che io vi applico il verso d'Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori nei balli. — Al contrario, è per lodarvi che io dico che voi conservate l'amore delle patrie abitudini. E anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in questo senso, che superava tutti — nell'esser ladro e spergiuro. — Sì, io pur amo la mia ruvidità, la mia sgarbatezza, il mio non piegarmi facilmente, il non regolare i miei affari a seconda di chi prega o di chi inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste vergogne, io le amo... Ma, se ci penso, trovo in me ben altre colpe. Recandomi in una città libera, ma che non tollera il disordine della capigliatura, io vi entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba lunga, come se mancassero barbieri. Volli parere un vecchio brontolone e un rozzo soldato, quando avrei potuto, con un po' d'arte, esser preso per un fanciullo avvenente, e parer giovanetto, se non per l'età, per l'aspetto e la freschezza del volto.... — Tu [pg!369] non sai mescolarti agli uomini, ed imitare il polipo che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse dimenticato quanta differenza coi Celti, coi Traci, e gli Illirici? Non vedi quante botteghe ci sono in questa città? Tu ti rendi inviso ai mercanti, non permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo che loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri. I mercanti accusano dell'alto prezzo i proprietari di terre. Tu ti fai nemici anche questi, obbligandoli ad agire secondo giustizia. E i magistrati della città che partecipano al duplice rimprovero, come pure si allietavano di mietere i vantaggi di una parte e dell'altra, e come proprietari e come mercanti, ora naturalmente sono scontenti, vedendosi strappato, da ambo le parti, l'eccesso del guadagno. E, intanto, questo popolo sirio, non potendo nè ubbriacarsi nè ballare, s'irrita. E tu credi di nutrirlo abbastanza, offrendogli grano a suo piacere? Grazie mille, ma non vedi che non si trova più nella città nemmeno un'ostrica?..... Non sarebbe meglio passeggiare pel mercato, profumandolo d'incensi e condursi dietro fanciulle aggraziate, che attirerebbero gli sguardi dei cittadini e cori di donne, quali tutti i giorni vediamo in mezzo a noi?».A questa domanda che il pungente scrittore mette in bocca ai suoi avversari, egli risponde facendo quel racconto interessante della sua educazione che noi già conosciamo331. Anche qui le parole di Giuliano vanno prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli faccia all'eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la sua fanciullezza, esprimono, invece, l'ammirazione e [pg!370] il rispetto di Giuliano per quest'uomo, a cui è dovuta la piega che ha poi preso il suo spirito.Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua dicendo come, appunto dallo studio degli antichi e specialmente di Platone, egli abbia imparato che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo, con l'esempio e con la dottrina, all'esercizio della virtù.«Ma — rispondono gli Antiochesi332— per ragione di prudenza, tu dovresti astenerti dal costringere la gente a seguire la giustizia, e dovresti, invece, permettere ad ognuno di far ciò che vuole o ciò che può. L'indole della nostra città è questa; vuole esser molto libera. E tu, non comprendendola, vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli asini e dei cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono, sotto ai portici, come se fossero gentili fanciulle. Le vie a cielo scoperto e le piazze si direbbe non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto; questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno lo vieta loro, onde sia rispettata la libertà! Ecco come la nostra città è libera! e tu vorresti che i giovani fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te piace, o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma essi sono avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno sempre senza ritegno.«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono, una volta, il fio dei loro scherzi ai Romani, perchè, essendo ubbriachi, nella festa di Bacco, offesero un'ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici dei Tarantini, godendovela, non già pochi giorni, [pg!371] ma tutto l'anno intiero, offendendo invece di ambasciatori stranieri, il vostro imperatore e questo per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle monete. Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete gli autori dei motteggi, e voi che li udite e vi divertite. Poichè è chiaro che a quelli dà piacere il dire e a questi l'udire quei frizzi. Di tale concordia io mi compiaccio; voi fate proprio una sola città, così che non sarebbe nè conveniente nè desiderabile di frenare ciò che vi è di infrenabile nei giovani. Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la testa della libertà, se si togliesse agli uomini di dire e di fare ciò che loro garba. Pertanto, ben sapendo che in tutto dev'essere libertà, voi prima permetteste alle donne di fare il piacer loro, così da esser con voi senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l'educazione dei figli, pel timore che, sottoposti a più severa disciplina, diventassero simili a schiavi, e imparassero, adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi, prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare anche i magistrati, finalmente perfezionandosi non già nell'esser uomini, ma nell'esser servi, diventassero saggi, temperati, educati e si rovinassero del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono i figli ai loro altari333, per mezzo del piacere, che è lo strumento più accetto e più prezioso non solo con gli uomini, ma anche con le belve. Oh, voi felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati ad ogni servitù, prima verso gli dei, poi verso le leggi, in terzo luogo verso di noi, custodi delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra, se, mentre gli dei non si curano di questa libera [pg!372] città e non la puniscono, noi ne avessimo sdegno e molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè il K, si dice, hanno mai fatto del male alla città. — Questo enimma della vostra sapienza ci riusciva assai duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo che quelle lettere erano il principio di nomi, e che l'una voleva dire Cristo, l'altra Costanzo. Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto. Una colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi ucciso dopo avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli dei a voi, a voi soli, fra tutti i Romani, di goder di molti Costanzi, e più ancora dell'ingordigia dei suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte di voi, quasi direi, tutti voi, il Senato, i mercanti, il popolo. Il popolo s'irrita contro di me, perchè, essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato all'ateismo334mi vede attaccato ai patri riti del culto divino, i potenti perchè sono impediti di vendere a caro prezzo le merci, tutti poi insieme perchè io, sebbene non li privi nè dei danzatori nè dei teatri, mi curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi. Non è, dunque, naturale che io rimbrotti me stesso, offrendo tante ragioni di odiarmi?».E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine ironia l'episodio della venuta di Catone ad Antiochia, e dell'offesa fattagli dai cittadini, e soggiunge335. «Non c'è, dunque, da meravigliarsi, se oggi io ho da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di tanto più rozzo, più duro, più incivile di lui, di quanto i Celti lo sono dei Romani. Perchè colui, [pg!373] nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca appena l'età virile, raccolsero i Celti, i Germani e la selva Ercinia, e là trascorsi gran tempo, come un cacciatore che non vive che con le belve, trovandomi con gente che non ha l'abitudine di accarezzare e di adulare, e che vuole semplicemente e liberamente essere con tutti sul piede dell'eguaglianza. Così dopo che l'educazione fanciullesca e la conoscenza che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e di Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi al popolo, ed a cercar la felicità nel diletto, mi trovai, al momento dell'indipendenza virile, in mezzo alle più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali non conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore, se non per far figli o per estinguere col vino la sete..... I Celti, per la somiglianza dei costumi, tanto mi amavano da voler non solo prender l'armi per me, ma mi davano i loro averi, e mi obbligavano di accettarli, per quanto io chiedessi poco, ed in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che più importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e tutti mi acclamavano valoroso, prudente, giusto, non solo forte in guerra, ma abile a governare durante la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete in primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure io ho la coscienza di non aver nulla sconvolto nè volente nè nolente — poi che con la mia barba si possono far corde, e che io faccio guerra al X e che voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori di questa città ve ne concedano due!».L'indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata prova l'incendio, appiccato, si diceva, dai Cristiani, del gran tempio d'Apollo, era propriamente invincibile. Per meglio descriverla, l'autore delMisobarba[pg!374] ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge di cadere nel ridicolo per l'eccesso del suo zelo336.«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio Iddio, e c'è l'usanza di accorrere a Dafne. Io pure ci andai, movendo dal tempio di Giove Casio, nella persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza e della vostra munificenza. E già imaginava, dentro di me, come in un sogno, e la pompa e i sacrifici, e libazioni e danze sacre ed incensi ed efebi, davanti al tempio, preparati nell'anima all'adorazione del dio, ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma, quando entrai nel tempio, non vedo incenso, non vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui stupefatto e credetti che voi foste fuori del tempio, ad aspettare, onorando in me il gran sacerdote, che io dessi il segnale. Ma quando chiesi al sacerdote che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi la festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa al dio un'oca; ma la città non ha preparato nulla. — Allora, sdegnato, io rivolsi al Consiglio delle parole severe, che è forse opportuno il ricordare. — È doloroso, io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa nel culto degli dei, come non lo sarebbe l'ultimo dei villaggi del Ponto. Essa possiede grandi porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli dei dispersero le nubi dell'ateismo, non sa offrire nemmeno un uccello, essa che dovrebbe sacrificare un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può, almeno presentare, in comune, un toro. Eppure ognuno di voi scialacqua in privato nei banchetti e nelle feste, ed io so di molti che sciupano il loro [pg!375] avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza vostra e della vostra città, nessuno sacrifica per proprio conto, e non sacrifica nemmeno il Comune per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale, invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene a casa, portando seco una parte della grande quantità di cose che voi dovreste offrire al dio. Poichè gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini. Ma è la città che ha l'obbligo di sacrificare e in privato e in comune. Ora, ognuno di voi permette alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed esse, nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile l'ateismo a tutti i bisognosi. E sono il maggior numero. E voi credete di non far nulla di male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero si presenta ai templi. Non troverebbe, certo, di che nutrirsi. Ma se uno di voi festeggia il proprio genetliaco, ecco prepara sontuosamente il pranzo e la cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben servita. Venuta la festa annuale, nessuno porta olio al candelabro del dio, nè libazioni, nè vittime, nè incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse la vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo, intanto, che ciò non piace agli dei».Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui tenuto sono uno degli episodi più curiosi e più istruttivi di questo libriccino pur tutto così interessante. Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva essere il suo davanti all'evidenza dei fatti ed alla prova luminosa del completo insuccesso del movimento di restaurazione da lui tentato. Il Politeismo era morto e non c'era più nobiltà di mente nè virtù d'animo capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una [pg!376] grande città, la quale sapeva mantenere insieme e i suoi guasti costumi e il Cristianesimo, mostrava che il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità aveva acquistata quella facoltà di adattamento agli ambienti, senza di cui nessuna istituzione può vivere. Giuliano voleva moralizzare il mondo con un Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che, predicate dal Cristianesimo, non avevano punto fermata la demoralizzazione sociale; impresa impossibile dal punto di vista intellettuale, perchè il Politeismo esaurito, come vedemmo tante volte, non offriva nessuna base sufficiente ad una ricostituzione religiosa, impossibile dal punto di vista morale, perchè quell'alleanza del X col K, come diceva Giuliano, di Cristo con Costanzo, di Dio con la società corrotta, che a Giuliano pareva mostruosa, rispondeva ai bisogni del tempo, ed era la formola che ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella sua comicità, l'incontro dell'imperatore, nel tempio deserto d'Apollo, col povero sacerdote che porta l'oca al dio delle Muse! E come è sintomatica l'ingenuità di Giuliano di prendere questo episodio come punto di partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia! E quanta luce gitta sull'indole delle intenzioni di Giuliano il fatto che il suo discorso è così imbevuto di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche nome e qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto e potrebbe servire per un vescovo che rimproverasse i suoi fedeli del loro poco zelo verso il culto divino!«Così — continua ironicamente Giuliano —337mi ricordo di aver parlato... E feci, sdegnandomi con voi, [pg!377] una sciocchezza. Mi conveniva tacere, come molti altri che eran venuti con me, e non prendermi brighe e non sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una ridicola vanità. Poichè non è a credere che la benevolenza mi ispirasse quelle parole; il vero è che io correva dietro alle apparenze della devozione per gli dei e della benevolenza per voi. E questa è ridicola vanità. Io, pertanto, rovesciai sopra di voi molti inutili rimproveri. E voi eravate nel vostro diritto difendendovi e scambiando terreno con me. Io mi scagliai contro di voi, davanti a pochi, presso l'altare del dio, ai piedi della sua statua. Voi, invece, sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da tutta la città i vostri scherzi contro questa brutta barba e contro colui che non vi ha mai mostrate e non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli non seguirà mai quel genere di vita che è già vostro, ma che vorreste vedere anche nel principe. Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in pubblico, avete rovesciate su di me, deridendomi nelle vostre strofe, dal momento che io stesso mi accuso pel primo, vi permetto di farne uso con tutta sicurezza, perchè, per questo, non vi farò mai nulla di male, e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè imprigionarvi, nè multarvi. Anzi, udite. Poichè l'essermi mostrato saggio insieme ai miei amici fu per voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti a lasciare la città e ad andarmene altrove. Non già che io sia convinto che piacerò a quelli presso i quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche non riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire un po' a tutti l'uggia della mia presenza, [pg!378] e il non tormentare troppo questa felice città col puzzo della mia temperanza e della saggezza dei miei amici. Infatti nessuno di noi ha comperato da voi un campo od un orto, nè costrusse case, nè prese moglie, nè ci innamorammo delle vostre bellezze, nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo le prefetture, nè permettemmo gli abusi ai magistrati, nè inducemmo il popolo a grandi spese di banchetti e di teatri, il popolo che noi facemmo così prospero che, libero dall'oppressione del bisogno, ebbe agio di comporre le strofe contro i colpevoli della sua prosperità. E noi non chiedemmo nè oro nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi. Anzi, abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto delle abituali imposte... A noi, dunque, parendo che tutto ciò fosse lodevole, lodevole la mitezza e la saggezza nel principe, pareva anche che, appunto pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre grazie. Ma poichè a voi dispiace l'ispido mio mento, e la poca cura dei capelli, e la mia assenza dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali, e il mio rigore nel reprimere, nei mercati, la rapacità del guadagno, volontieri ce ne andiamo dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or che inclino all'età matura, evitare quel che accadde al nibbio, come narra la favola. Si dice che il nibbio, il quale aveva una voce simile a quella degli altri uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i puledri. E così, avendo dimenticato il canto e non imparato il nitrito, si trovò privo dell'uno e dell'altro, e finì per avere una voce peggiore di quella degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la stessa cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile, [pg!379] poichè io sono vicino, Dio volendo, voi lo vedete, a quel momento in cui, come dice il poeta di Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città, voi vi esponete alla taccia d'ingrati. Foste, forse, talvolta, offesi da me, in pubblico od in privato? O diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle piazze, come i comici trascinano Ercole e Bacco? Non è, forse, vero che io mi trattenni dal farvi del male, e non trattenni voi dal parlar male, così che io mi vedo costretto a difendermi contro di voi? Quale, dunque, la causa dei vostri insulti e del vostro sdegno?... Quando io vedo che non ho, per nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva prendere sopra di sè il tesoro imperiale, pur diminuendo non poco le imposte, la cosa non diventa, forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune, a tutti i miei sudditi, è meglio che io taccia, per non parer che io canti i miei elogi, mentre aveva annunciato di voler versare sopra di me fierissimi vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta personale che, sebbene non meritasse la vostra ingratitudine, pure fu leggiera ed irriflessiva, perchè, lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle precedenti, cioè del disordine dell'aspetto e del riserbo negli amori, di quanto, essendo più vere, fanno l'anima veramente responsale. Primieramente io cominciai a tessere le vostre lodi, con grande amorevolezza, senza aspettar l'esperienza e non preoccupandomi del modo con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando che voi eravate figli di Grecia, e che io stesso, sebbene Trace d'origine, son Greco di educazione, ritenni che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il primo errore di leggerezza».[pg!380]Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione e di elezioni, in cui si è palesato il suo buon volere, ma che furono presi in mala parte dagli Antiochesi. Poi continua338:«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva inimicarmi la città. Veniamo al fatto capitale, da cui nacque questo grande odio. Appena qui arrivato, il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi nel teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è troppo caro. — Il giorno dopo, io ebbi un colloquio coi maggiori della città, e cercai di persuaderli che bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per fare star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi dissero che avrebbero studiata la cosa, ma, dopo tre mesi di aspettazione, l'avevano studiata sì poco che nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era verace il grido del popolo e che il mercato era angustiato non già per difetto di merce, ma per l'avidità dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di vino, d'olio e del resto, ma il grano mancava, avendo la siccità prodotta una forte carestia. Per questo, io mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città circonvicine e ne feci venire quaranta miriadi di misure. Consumato tutto questo, ne feci venire prima cinque mila, poi sette mila, infine dieci mila di quelle misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il grano che mi era venuto dall'Egitto, lo diedi alla città, mettendo per quindici misure il prezzo che prima ci voleva per dieci... E intanto che facevano i ricchi? Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano che avevano nei campi, e coi loro privati consumi [pg!381] aggravavano la condizione generale339. ... Adunque io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta a peso d'oro, nè che, a vostro danno, si trasformasse in oro ed in argento il grano racchiuso nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo, non avrei piaciuto a tutti, ma a me nulla importava. Poichè io credeva di dover venire in aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che eran qui venuti per amor mio e dei magistrati che erano con me. Ma ora che a questi conviene d'andarsene e che la città è tutta di una sola opinione verso di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da me, mi sono ingrati — io andrò a stabilirmi presso un'altra schiatta ed un'altra nazione..... Ma perchè vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti col nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a nessuna città? E nutriti splendidamente. Forse non punimmo i ladri colti in fallo? Mi permettete che vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto è retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano circa tre mila lotti di terreno incolto, e voi lo chiedevate; ma, avutolo, se lo distribuirono i non bisognosi. Fatta un'inchiesta, si dimostrò che era vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro che indebitamente le avevano, e non preoccupandomi affatto delle imposte che non avevano pagate, sebbene ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le applicai ai più gravi servizi della città. E così gli allevatori di cavalli per le vostre corse hanno, liberi d'imposte, tre mila lotti di terra, e ciò in grazia [pg!382] mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i malvagi, io metta sottosopra il mondo. Ed ecco che il discorso mi ritorna là dove io voglio. Io sono veramente colpevole di tutti i miei mali, avendo prodigato i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò viene dalla mia leggerezza, non già dalla vostra libertà di spirito. Nell'avvenire, io procurerò di esser più prudente con voi. E a voi gli dei diano il contraccambio della vostra benevolenza per me, e dell'onore che pubblicamente mi avete reso».Con quest'ultima frecciata si chiude la satira acerba. Nell'ultima parte, il valore letterario mi pare si attenui e l'ironia sfugge di mano allo sdegnato scrittore. Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè ci rivela, con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo di Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati, talvolta, i confini della prudenza ed anche ha trasgredite le leggi dell'economia politica.❦Non pare, infatti, che siano state esclusivamente religiose e morali le ragioni che hanno prodotto il disaccordo profondo fra Giuliano e gli Antiochesi. Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno di cui la colpa risale all'ignoranza delle leggi economiche che regnava sovrana ai tempi di Giuliano. Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza amministrativa e quel sicuro sentimento della realtà, che aveva guidato Giuliano nel governo delle finanze in Gallia, lo ha abbandonato, forse per lasciar libero sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire [pg!383] più facilmente sull'animo loro. Appena arrivato in Antiochia, Giuliano ascolta il grido del popolo che si lamenta dell'alto prezzo delle derrate. Esaminata la cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava nell'avidità di guadagno dei proprietari e dei mercanti, l'imperatore invita l'autorità municipale a provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato non sa concluder nulla. Allora Giuliano entra in scena; determina, per tutte le derrate, un prezzo che non doveva superarsi e siccome il raccolto del frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri luoghi un'ingente quantità e ne stabilisce il prezzo in una misura inferiore a quella che era voluta dalle condizioni del momento. La violenza economica dell'imperatore ebbe il risultato inevitabile di aumentare i mali che voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia si vuotò delle derrate che dovevano vendersi ad un prezzo che non era conveniente pel venditore. I ricchi proprietari vendevano, fuori d'Antiochia, a caro prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano, in Antiochia, ed usavano pel loro consumo il grano che l'imperatore distribuiva a un prezzo vilissimo. Da qui una immigrazione, dalle campagne nella città, su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto disturbava, che spargeva il malcontento e l'irritazione nell'alta classe della proprietà e del commercio, e rendeva impopolare l'imperatore, il quale però attribuiva ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito ciò che, in fondo, non era che la necessaria conseguenza di un grosso sproposito. L'intenzione, in Giuliano, era pietosa ed ispirata al sentimento dell'equità. E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto agli Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro condotta verso l'imperatore, dicesse: «Io avrei voluto [pg!384] che voi ammiraste l'iniziativa dell'imperatore, per quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli mostrava un'anima generosa, e voleva soccorrere la povertà, e riteneva cosa dolorosa che alcuni godessero nell'abbondanza, ed altri mancassero del necessario, così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai poveri che di assistere al godimento dei ricchi»340. Ma la buona intenzione applicata con la completa ignoranza delle leggi economiche finiva per ferire sè stessa.Nell'ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani erano ritenuti come responsali delle difficoltà e delle opposizioni che l'imperatore trovava in Antiochia. Il discorso di Libanio, testè accennato, è interessantissimo per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa che i veri autori dell'opposizione degli Antiochesi a Giuliano sono i Cristiani, e che il solo mezzo per ottenere la riconciliazione è l'aperta conversione al Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani, quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta tanto odiosa e tanto colpevole, ma l'allusione è continua. I segreti aizzatori della rivolta degli Antiochesi contro le disposizioni economiche dell'imperatore sono cristiani, e cristiani son coloro che impediscono ai cittadini di esprimere il loro pentimento coll'abbandono dei teatri, dei giuochi pubblici, della scioperataggine abituale in Antiochia, e col ritorno ad atti ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama Libanio, non è col prosternarvi al suolo, nè coll'agitare i rami d'olivo, nè coll'inghirlandarvi, nè con le grida, nè con le ambascerie, nè coll'inviare un oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno [pg!385] ma, bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi, e coll'offrire la città a Giove ed agli altri dei, dei quali già vi parlarono, molto prima dell'imperatore, Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli. Ma voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei poeti nell'educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi. Però, nelle cose di maggior interesse, cercate altri maestri e fuggite, or che sono aperti, da quei templi di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come vostre autorità, e la madre e la moglie, e il cantiniere e il cuoco, e ci parlate dell'ormai antica vostra persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi fate rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar leggi, e vedete, nel fatto di aver pensato male da principio, una necessità di pensar male fino al termine. Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella gioventù, dovesse conservare la malattia per tutte le altre età. Ma perchè prolungherei questo discorso? A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o di fare un doppio guadagno, coll'acquistare la benevolenza del principe e col riconoscere gli dei che davvero dominano nel cielo. Voi siete nella condizione di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in cui compiacete gli altri. Nell'apparenza date, ma in realtà ricevete»341.Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita al Paganesimo e penitente. A questo prezzo egli crede che potrebbe ottenere il perdono delle ingiurie di cui si è resa colpevole verso l'imperatore. Il Cristianesimo è, per Libanio, l'ostacolo maggiore, non solo al ritorno al culto antico, ma anche all'epurazione dei [pg!386] costumi, al risanamento morale della città. E si vede che, ancora nel secolo quarto, ed in una città, nella quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza della nuova religione era negli strati più bassi della società e nella influenza femminile. Com'è caratteristico quel contrasto, in cui propriamente rivive tutta la storia del Cristianesimo nascente, fra l'alta coltura dell'aristocrazia intellettuale e l'umiltà delle forze che le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai fautori dell'antico, si trovavan di contro le donne di casa, il cantiniere, il cuoco! A questi retori, a questi filosofi, tutti imbevuti dell'arte e del pensiero ellenico, pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel contrasto fra le più eccelse manifestazioni dell'ingegno umano e le fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole e di vilissimi servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra i bagliori morenti del loro Ellenismo, non avevano che una vista miope. Non sapevano discernere il fondo un po' lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo non avevano insegnato nulla ad essi. Credevano che la religione fosse una quistione di ragionamento, e si stupivano che le affermazioni del cuoco e del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone, e non sentivano che quelle, per quanto rozze, venivano dalla conoscenza di un Dio vivente, queste, per quanto sublimi, dalla presentazione di larve esaurite e vuote.IlMisobarbaè uno dei documenti più importanti e più atti a farci penetrare nell'intimo significato del tentativo iniziato da Giuliano. Per quanto la verità sia stata velata e tradita dalla polemica cristiana, sta il fatto, che or sembra paradossale, che l'imperatore era mosso da un intento essenzialmente moralizzatore. Il Cristianesimo non aveva, per nulla affatto, mutata [pg!387] o migliorata la condizione morale degli uomini. Antiochia cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non era peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori e mimi, ecco lo spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi. L'avversione che, in essi, destava Giuliano veniva appunto dalla stridente opposizione che la morale e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi dei suoi sudditi cristiani. IlMisobarbaci fa toccare con mano il fatto che Giuliano voleva salvare l'Ellenismo che il Cristianesimo distruggeva, distruggendo tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma, nel medesimo tempo, voleva trovare nell'Ellenismo quella forza morale per una riforma dei costumi e per una rigenerazione dell'uomo interno che il Cristianesimo non aveva saputo svolgere dai principî che pure aveva posti. L'accoglienza che i corrotti Antiochesi hanno fatto alle esortazioni dell'imperatore, e che così vivacemente ci è descritta dall'imperatore stesso, è la prova più evidente del carattere utopistico del suo tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire a rigenerare l'uomo, come non era riuscito il Cristianesimo. L'uomo rimaneva quale lo volevano le condizioni intellettuali del tempo. Non era la religione che sapesse o potesse piegare le passioni umane; erano piuttosto le passioni che sapevano piegare ed adattare la religione, quale essa fosse, alle loro invincibili esigenze.[pg!388][pg!389]
L'infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta dall'imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l'amaro significato. Ad un amico di Cappadocia, scrive318: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già [pg!350] conosciamo le istruzioni relative all'organizzazione del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegno
A me nè accor, nè rimandar con doniLice un mortal che degli Eterni è in ira!
A me nè accor, nè rimandar con doniLice un mortal che degli Eterni è in ira!
A me nè accor, nè rimandar con doni
Lice un mortal che degli Eterni è in ira!
«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre degli dei»319.
Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!
Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli320. Al termine della prima tappa, a Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d'Antiochia, a cui dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. [pg!351] Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno per visitare l'Acropoli, sacrificare a Giove un toro bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l'ironico, «tutti lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano già prima del mio discorso!».
Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d'Apollo. La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido di quello d'Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni parte s'innalzano i profumi dell'incenso, e da ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui l'incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l'agitazione, eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano vedeva in quell'eccesso di manifestazioni il desiderio di gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l'allievo e il genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo resistere e non fu preso dal morbo321.
[pg!352]
Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto per dargli un'idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato un'ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più intensamente occupato.
Del resto, la prova più evidente dell'insuccesso di Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo la storia dell'imperatore apostata, avesse parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all'opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un'ubbia fors'anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo,inclemens, il decreto che toglie ai maestri cristiani l'uso dei libri pagani e non esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l'ostilità che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell'Ellenismo erano divenuti del tutto [pg!353] estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l'opera sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato322.
Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e dell'esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace pittura d'ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di qualche puro ellenista. L'imperatore così risponde323:
«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non era alieno dal riconoscere e dall'amare gli dei. Ed io non ti dico ciò perchè l'abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui, così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, [pg!354] chiamato da Costanzo all'esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di giorno, arrivai a Ilio, sull'ora del mercato. Egli mi venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch'egli non fosse ignaro de' suoi doveri verso gli dei.
«V'ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari, e lucida d'unguenti la statua d'Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d'Ilio seguono ancora i riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l'opinione. — Ed egli — Che v'ha di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma l'intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la croce in fronte.
«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio [pg!355] tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d'Achille, e me ne mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote, se sapessimo ch'egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di potere, sia, com'egli più volte ci disse, per salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo nelle parole, di seguire l'empietà (infatti non fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo, ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».
Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l'eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest'unico superstite erede della famiglia di Costantino, l'astuto vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura [pg!356] evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le autorità dominanti. L'arte con cui ha saputo insinuarsi nell'animo di Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch'egli faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch'egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l'infelice imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza di successo, e trovar nell'impostura una ragione di ricompensa.
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Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli amari sfoghi delMisobarba. IlMisobarba, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s'intende, le lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga di determinati modelli. Ilbanchetto dei Cesari, è, come vedremo, una satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca di spontaneità e d'ispirazione genuina. NelMisobarba, Giuliano parla proprioex abundantia cordis, e la sua satira, oltr'essere una pittura vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è propriamente rivelatrice dell'indole dell'uomo e del sovrano, e dell'imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E l'arte dello scrittore non [pg!357] è piccola, poichè, da un capo all'altro di questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere l'ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta amarezza e quale disinganno!
L'antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell'offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne partiva nell'estate del 362 onde recarsi ad Antiochia e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov'era accolto da un'immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro dell'Oriente324. Ma il favore popolare subito si spense e, fra l'imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non dimenticava l'obbiettivo ch'egli aveva posto al suo regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città più corrotte, più molli, più viziose dell'Oriente. Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del [pg!358] predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano, in luogo dell'entusiasmo religioso che ardeva nel suo petto, trovava, negli Antiochesi, un'indifferenza ostile, e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente tensione di spirito, da una parte e dall'altra. Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l'arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi l'adoperavano a deridere l'imperatore. L'aria severa di Giuliano, il suo fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la sua barba che era un'apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo l'imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per eccellenza, leggiera efrondeuse. Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite [pg!359] e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria e l'ha offerta al sorriso perenne dei posteri. Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l'ingegno, non approva la pubblicazione delMisobarbache a lui sembra una satira esagerata ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva l'indirizzo scolastico della retorica de' suoi tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento di poeta.
Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo loro la traduzione di molta parte delMisobarba. Come tutti gli altri scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo parlante un pezzo della vita pubblica del secolo [pg!360] quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.
Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo all'altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole facendole proprie, e, certamente, caricandone l'espressione325.
«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono malevoli, e l'uso che or regge l'educazione degli uomini liberi mi vieta di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la poesia di quello che paresse, un tempo, l'arricchirsi ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile, all'aiuto delle Muse. Io mi ricordo d'aver udito i barbari, lungo il Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che l'essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro [pg!361] gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione, per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall'aspetto326. Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le unghie, e le dita ho assai spesso nere d'inchiostro. Che se poi volete sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come [pg!362] quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun'altra parte del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d'altro. Non contento d'aver un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola, all'anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere dell'altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito, tutt'al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto d'andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi? Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».
E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo. Tutt'altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale [pg!363] imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell'inverno gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.
«Così — continua Giuliano —327in mezzo ai Celti, io, come l'Uomo rozzodi Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere [pg!364] all'ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza l'astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni i poveri dall'esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri328. Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».
[pg!365]
Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e sull'animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l'applauso. È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l'obbiettivo supremo del suo regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano329— o uomo rozzo, sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch'essa, per amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli [pg!366] saggiamente. — .....Tollera, adunque, d'esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d'ogni lato, la porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna aver del contegno. Di queste ce n'è abbastanza, ne siam proprio satolli. L'imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello d'Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall'audacia degli empi. — Viene la festa siriaca, e l'imperatore tosto si presenta al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e l'imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi [pg!367] dunque può tollerare un imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle vostre felici disposizioni d'animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi comprendere quale fosse, dall'origine, il costume di questa città. Eppure io son convinto che nessuno de' miei coetanei ha letti più libri di me».
E qui Giuliano racconta la nota storia d'Antioco che si era innamorato della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme330— non si può mover rimprovero ai posteri se cercano di gareggiare col fondatore e con l'omonimo, [pg!368] poichè come gli alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».
Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli, e gli Ateniesi i migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano, nei costumi, l'imagine dell'antica virtù, è naturale che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi, ai Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci e i Peonii, sulle sponde del Danubio. Ora, da questi è venuta la mia schiatta e da questa venne a me l'indole rozza, severa, intrattabile, indifferente agli amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente chiedo scusa per me, ma in parte la scusa vale anche per voi che siete attaccati ai patri costumi. Non è già per offendervi che io vi applico il verso d'Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori nei balli. — Al contrario, è per lodarvi che io dico che voi conservate l'amore delle patrie abitudini. E anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in questo senso, che superava tutti — nell'esser ladro e spergiuro. — Sì, io pur amo la mia ruvidità, la mia sgarbatezza, il mio non piegarmi facilmente, il non regolare i miei affari a seconda di chi prega o di chi inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste vergogne, io le amo... Ma, se ci penso, trovo in me ben altre colpe. Recandomi in una città libera, ma che non tollera il disordine della capigliatura, io vi entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba lunga, come se mancassero barbieri. Volli parere un vecchio brontolone e un rozzo soldato, quando avrei potuto, con un po' d'arte, esser preso per un fanciullo avvenente, e parer giovanetto, se non per l'età, per l'aspetto e la freschezza del volto.... — Tu [pg!369] non sai mescolarti agli uomini, ed imitare il polipo che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse dimenticato quanta differenza coi Celti, coi Traci, e gli Illirici? Non vedi quante botteghe ci sono in questa città? Tu ti rendi inviso ai mercanti, non permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo che loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri. I mercanti accusano dell'alto prezzo i proprietari di terre. Tu ti fai nemici anche questi, obbligandoli ad agire secondo giustizia. E i magistrati della città che partecipano al duplice rimprovero, come pure si allietavano di mietere i vantaggi di una parte e dell'altra, e come proprietari e come mercanti, ora naturalmente sono scontenti, vedendosi strappato, da ambo le parti, l'eccesso del guadagno. E, intanto, questo popolo sirio, non potendo nè ubbriacarsi nè ballare, s'irrita. E tu credi di nutrirlo abbastanza, offrendogli grano a suo piacere? Grazie mille, ma non vedi che non si trova più nella città nemmeno un'ostrica?..... Non sarebbe meglio passeggiare pel mercato, profumandolo d'incensi e condursi dietro fanciulle aggraziate, che attirerebbero gli sguardi dei cittadini e cori di donne, quali tutti i giorni vediamo in mezzo a noi?».
A questa domanda che il pungente scrittore mette in bocca ai suoi avversari, egli risponde facendo quel racconto interessante della sua educazione che noi già conosciamo331. Anche qui le parole di Giuliano vanno prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli faccia all'eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la sua fanciullezza, esprimono, invece, l'ammirazione e [pg!370] il rispetto di Giuliano per quest'uomo, a cui è dovuta la piega che ha poi preso il suo spirito.
Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua dicendo come, appunto dallo studio degli antichi e specialmente di Platone, egli abbia imparato che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo, con l'esempio e con la dottrina, all'esercizio della virtù.
«Ma — rispondono gli Antiochesi332— per ragione di prudenza, tu dovresti astenerti dal costringere la gente a seguire la giustizia, e dovresti, invece, permettere ad ognuno di far ciò che vuole o ciò che può. L'indole della nostra città è questa; vuole esser molto libera. E tu, non comprendendola, vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli asini e dei cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono, sotto ai portici, come se fossero gentili fanciulle. Le vie a cielo scoperto e le piazze si direbbe non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto; questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno lo vieta loro, onde sia rispettata la libertà! Ecco come la nostra città è libera! e tu vorresti che i giovani fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te piace, o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma essi sono avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno sempre senza ritegno.
«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono, una volta, il fio dei loro scherzi ai Romani, perchè, essendo ubbriachi, nella festa di Bacco, offesero un'ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici dei Tarantini, godendovela, non già pochi giorni, [pg!371] ma tutto l'anno intiero, offendendo invece di ambasciatori stranieri, il vostro imperatore e questo per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle monete. Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete gli autori dei motteggi, e voi che li udite e vi divertite. Poichè è chiaro che a quelli dà piacere il dire e a questi l'udire quei frizzi. Di tale concordia io mi compiaccio; voi fate proprio una sola città, così che non sarebbe nè conveniente nè desiderabile di frenare ciò che vi è di infrenabile nei giovani. Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la testa della libertà, se si togliesse agli uomini di dire e di fare ciò che loro garba. Pertanto, ben sapendo che in tutto dev'essere libertà, voi prima permetteste alle donne di fare il piacer loro, così da esser con voi senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l'educazione dei figli, pel timore che, sottoposti a più severa disciplina, diventassero simili a schiavi, e imparassero, adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi, prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare anche i magistrati, finalmente perfezionandosi non già nell'esser uomini, ma nell'esser servi, diventassero saggi, temperati, educati e si rovinassero del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono i figli ai loro altari333, per mezzo del piacere, che è lo strumento più accetto e più prezioso non solo con gli uomini, ma anche con le belve. Oh, voi felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati ad ogni servitù, prima verso gli dei, poi verso le leggi, in terzo luogo verso di noi, custodi delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra, se, mentre gli dei non si curano di questa libera [pg!372] città e non la puniscono, noi ne avessimo sdegno e molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè il K, si dice, hanno mai fatto del male alla città. — Questo enimma della vostra sapienza ci riusciva assai duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo che quelle lettere erano il principio di nomi, e che l'una voleva dire Cristo, l'altra Costanzo. Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto. Una colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi ucciso dopo avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli dei a voi, a voi soli, fra tutti i Romani, di goder di molti Costanzi, e più ancora dell'ingordigia dei suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte di voi, quasi direi, tutti voi, il Senato, i mercanti, il popolo. Il popolo s'irrita contro di me, perchè, essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato all'ateismo334mi vede attaccato ai patri riti del culto divino, i potenti perchè sono impediti di vendere a caro prezzo le merci, tutti poi insieme perchè io, sebbene non li privi nè dei danzatori nè dei teatri, mi curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi. Non è, dunque, naturale che io rimbrotti me stesso, offrendo tante ragioni di odiarmi?».
E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine ironia l'episodio della venuta di Catone ad Antiochia, e dell'offesa fattagli dai cittadini, e soggiunge335. «Non c'è, dunque, da meravigliarsi, se oggi io ho da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di tanto più rozzo, più duro, più incivile di lui, di quanto i Celti lo sono dei Romani. Perchè colui, [pg!373] nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca appena l'età virile, raccolsero i Celti, i Germani e la selva Ercinia, e là trascorsi gran tempo, come un cacciatore che non vive che con le belve, trovandomi con gente che non ha l'abitudine di accarezzare e di adulare, e che vuole semplicemente e liberamente essere con tutti sul piede dell'eguaglianza. Così dopo che l'educazione fanciullesca e la conoscenza che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e di Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi al popolo, ed a cercar la felicità nel diletto, mi trovai, al momento dell'indipendenza virile, in mezzo alle più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali non conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore, se non per far figli o per estinguere col vino la sete..... I Celti, per la somiglianza dei costumi, tanto mi amavano da voler non solo prender l'armi per me, ma mi davano i loro averi, e mi obbligavano di accettarli, per quanto io chiedessi poco, ed in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che più importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e tutti mi acclamavano valoroso, prudente, giusto, non solo forte in guerra, ma abile a governare durante la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete in primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure io ho la coscienza di non aver nulla sconvolto nè volente nè nolente — poi che con la mia barba si possono far corde, e che io faccio guerra al X e che voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori di questa città ve ne concedano due!».
L'indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata prova l'incendio, appiccato, si diceva, dai Cristiani, del gran tempio d'Apollo, era propriamente invincibile. Per meglio descriverla, l'autore delMisobarba[pg!374] ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge di cadere nel ridicolo per l'eccesso del suo zelo336.
«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio Iddio, e c'è l'usanza di accorrere a Dafne. Io pure ci andai, movendo dal tempio di Giove Casio, nella persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza e della vostra munificenza. E già imaginava, dentro di me, come in un sogno, e la pompa e i sacrifici, e libazioni e danze sacre ed incensi ed efebi, davanti al tempio, preparati nell'anima all'adorazione del dio, ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma, quando entrai nel tempio, non vedo incenso, non vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui stupefatto e credetti che voi foste fuori del tempio, ad aspettare, onorando in me il gran sacerdote, che io dessi il segnale. Ma quando chiesi al sacerdote che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi la festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa al dio un'oca; ma la città non ha preparato nulla. — Allora, sdegnato, io rivolsi al Consiglio delle parole severe, che è forse opportuno il ricordare. — È doloroso, io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa nel culto degli dei, come non lo sarebbe l'ultimo dei villaggi del Ponto. Essa possiede grandi porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli dei dispersero le nubi dell'ateismo, non sa offrire nemmeno un uccello, essa che dovrebbe sacrificare un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può, almeno presentare, in comune, un toro. Eppure ognuno di voi scialacqua in privato nei banchetti e nelle feste, ed io so di molti che sciupano il loro [pg!375] avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza vostra e della vostra città, nessuno sacrifica per proprio conto, e non sacrifica nemmeno il Comune per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale, invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene a casa, portando seco una parte della grande quantità di cose che voi dovreste offrire al dio. Poichè gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini. Ma è la città che ha l'obbligo di sacrificare e in privato e in comune. Ora, ognuno di voi permette alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed esse, nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile l'ateismo a tutti i bisognosi. E sono il maggior numero. E voi credete di non far nulla di male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero si presenta ai templi. Non troverebbe, certo, di che nutrirsi. Ma se uno di voi festeggia il proprio genetliaco, ecco prepara sontuosamente il pranzo e la cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben servita. Venuta la festa annuale, nessuno porta olio al candelabro del dio, nè libazioni, nè vittime, nè incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse la vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo, intanto, che ciò non piace agli dei».
Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui tenuto sono uno degli episodi più curiosi e più istruttivi di questo libriccino pur tutto così interessante. Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva essere il suo davanti all'evidenza dei fatti ed alla prova luminosa del completo insuccesso del movimento di restaurazione da lui tentato. Il Politeismo era morto e non c'era più nobiltà di mente nè virtù d'animo capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una [pg!376] grande città, la quale sapeva mantenere insieme e i suoi guasti costumi e il Cristianesimo, mostrava che il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità aveva acquistata quella facoltà di adattamento agli ambienti, senza di cui nessuna istituzione può vivere. Giuliano voleva moralizzare il mondo con un Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che, predicate dal Cristianesimo, non avevano punto fermata la demoralizzazione sociale; impresa impossibile dal punto di vista intellettuale, perchè il Politeismo esaurito, come vedemmo tante volte, non offriva nessuna base sufficiente ad una ricostituzione religiosa, impossibile dal punto di vista morale, perchè quell'alleanza del X col K, come diceva Giuliano, di Cristo con Costanzo, di Dio con la società corrotta, che a Giuliano pareva mostruosa, rispondeva ai bisogni del tempo, ed era la formola che ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella sua comicità, l'incontro dell'imperatore, nel tempio deserto d'Apollo, col povero sacerdote che porta l'oca al dio delle Muse! E come è sintomatica l'ingenuità di Giuliano di prendere questo episodio come punto di partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia! E quanta luce gitta sull'indole delle intenzioni di Giuliano il fatto che il suo discorso è così imbevuto di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche nome e qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto e potrebbe servire per un vescovo che rimproverasse i suoi fedeli del loro poco zelo verso il culto divino!
«Così — continua ironicamente Giuliano —337mi ricordo di aver parlato... E feci, sdegnandomi con voi, [pg!377] una sciocchezza. Mi conveniva tacere, come molti altri che eran venuti con me, e non prendermi brighe e non sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una ridicola vanità. Poichè non è a credere che la benevolenza mi ispirasse quelle parole; il vero è che io correva dietro alle apparenze della devozione per gli dei e della benevolenza per voi. E questa è ridicola vanità. Io, pertanto, rovesciai sopra di voi molti inutili rimproveri. E voi eravate nel vostro diritto difendendovi e scambiando terreno con me. Io mi scagliai contro di voi, davanti a pochi, presso l'altare del dio, ai piedi della sua statua. Voi, invece, sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da tutta la città i vostri scherzi contro questa brutta barba e contro colui che non vi ha mai mostrate e non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli non seguirà mai quel genere di vita che è già vostro, ma che vorreste vedere anche nel principe. Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in pubblico, avete rovesciate su di me, deridendomi nelle vostre strofe, dal momento che io stesso mi accuso pel primo, vi permetto di farne uso con tutta sicurezza, perchè, per questo, non vi farò mai nulla di male, e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè imprigionarvi, nè multarvi. Anzi, udite. Poichè l'essermi mostrato saggio insieme ai miei amici fu per voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti a lasciare la città e ad andarmene altrove. Non già che io sia convinto che piacerò a quelli presso i quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche non riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire un po' a tutti l'uggia della mia presenza, [pg!378] e il non tormentare troppo questa felice città col puzzo della mia temperanza e della saggezza dei miei amici. Infatti nessuno di noi ha comperato da voi un campo od un orto, nè costrusse case, nè prese moglie, nè ci innamorammo delle vostre bellezze, nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo le prefetture, nè permettemmo gli abusi ai magistrati, nè inducemmo il popolo a grandi spese di banchetti e di teatri, il popolo che noi facemmo così prospero che, libero dall'oppressione del bisogno, ebbe agio di comporre le strofe contro i colpevoli della sua prosperità. E noi non chiedemmo nè oro nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi. Anzi, abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto delle abituali imposte... A noi, dunque, parendo che tutto ciò fosse lodevole, lodevole la mitezza e la saggezza nel principe, pareva anche che, appunto pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre grazie. Ma poichè a voi dispiace l'ispido mio mento, e la poca cura dei capelli, e la mia assenza dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali, e il mio rigore nel reprimere, nei mercati, la rapacità del guadagno, volontieri ce ne andiamo dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or che inclino all'età matura, evitare quel che accadde al nibbio, come narra la favola. Si dice che il nibbio, il quale aveva una voce simile a quella degli altri uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i puledri. E così, avendo dimenticato il canto e non imparato il nitrito, si trovò privo dell'uno e dell'altro, e finì per avere una voce peggiore di quella degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la stessa cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile, [pg!379] poichè io sono vicino, Dio volendo, voi lo vedete, a quel momento in cui, come dice il poeta di Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!
«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città, voi vi esponete alla taccia d'ingrati. Foste, forse, talvolta, offesi da me, in pubblico od in privato? O diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle piazze, come i comici trascinano Ercole e Bacco? Non è, forse, vero che io mi trattenni dal farvi del male, e non trattenni voi dal parlar male, così che io mi vedo costretto a difendermi contro di voi? Quale, dunque, la causa dei vostri insulti e del vostro sdegno?... Quando io vedo che non ho, per nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva prendere sopra di sè il tesoro imperiale, pur diminuendo non poco le imposte, la cosa non diventa, forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune, a tutti i miei sudditi, è meglio che io taccia, per non parer che io canti i miei elogi, mentre aveva annunciato di voler versare sopra di me fierissimi vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta personale che, sebbene non meritasse la vostra ingratitudine, pure fu leggiera ed irriflessiva, perchè, lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle precedenti, cioè del disordine dell'aspetto e del riserbo negli amori, di quanto, essendo più vere, fanno l'anima veramente responsale. Primieramente io cominciai a tessere le vostre lodi, con grande amorevolezza, senza aspettar l'esperienza e non preoccupandomi del modo con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando che voi eravate figli di Grecia, e che io stesso, sebbene Trace d'origine, son Greco di educazione, ritenni che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il primo errore di leggerezza».
[pg!380]
Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione e di elezioni, in cui si è palesato il suo buon volere, ma che furono presi in mala parte dagli Antiochesi. Poi continua338:
«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva inimicarmi la città. Veniamo al fatto capitale, da cui nacque questo grande odio. Appena qui arrivato, il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi nel teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è troppo caro. — Il giorno dopo, io ebbi un colloquio coi maggiori della città, e cercai di persuaderli che bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per fare star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi dissero che avrebbero studiata la cosa, ma, dopo tre mesi di aspettazione, l'avevano studiata sì poco che nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era verace il grido del popolo e che il mercato era angustiato non già per difetto di merce, ma per l'avidità dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di vino, d'olio e del resto, ma il grano mancava, avendo la siccità prodotta una forte carestia. Per questo, io mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città circonvicine e ne feci venire quaranta miriadi di misure. Consumato tutto questo, ne feci venire prima cinque mila, poi sette mila, infine dieci mila di quelle misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il grano che mi era venuto dall'Egitto, lo diedi alla città, mettendo per quindici misure il prezzo che prima ci voleva per dieci... E intanto che facevano i ricchi? Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano che avevano nei campi, e coi loro privati consumi [pg!381] aggravavano la condizione generale339. ... Adunque io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta a peso d'oro, nè che, a vostro danno, si trasformasse in oro ed in argento il grano racchiuso nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo, non avrei piaciuto a tutti, ma a me nulla importava. Poichè io credeva di dover venire in aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che eran qui venuti per amor mio e dei magistrati che erano con me. Ma ora che a questi conviene d'andarsene e che la città è tutta di una sola opinione verso di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da me, mi sono ingrati — io andrò a stabilirmi presso un'altra schiatta ed un'altra nazione..... Ma perchè vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti col nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a nessuna città? E nutriti splendidamente. Forse non punimmo i ladri colti in fallo? Mi permettete che vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto è retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano circa tre mila lotti di terreno incolto, e voi lo chiedevate; ma, avutolo, se lo distribuirono i non bisognosi. Fatta un'inchiesta, si dimostrò che era vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro che indebitamente le avevano, e non preoccupandomi affatto delle imposte che non avevano pagate, sebbene ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le applicai ai più gravi servizi della città. E così gli allevatori di cavalli per le vostre corse hanno, liberi d'imposte, tre mila lotti di terra, e ciò in grazia [pg!382] mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i malvagi, io metta sottosopra il mondo. Ed ecco che il discorso mi ritorna là dove io voglio. Io sono veramente colpevole di tutti i miei mali, avendo prodigato i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò viene dalla mia leggerezza, non già dalla vostra libertà di spirito. Nell'avvenire, io procurerò di esser più prudente con voi. E a voi gli dei diano il contraccambio della vostra benevolenza per me, e dell'onore che pubblicamente mi avete reso».
Con quest'ultima frecciata si chiude la satira acerba. Nell'ultima parte, il valore letterario mi pare si attenui e l'ironia sfugge di mano allo sdegnato scrittore. Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè ci rivela, con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo di Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati, talvolta, i confini della prudenza ed anche ha trasgredite le leggi dell'economia politica.
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Non pare, infatti, che siano state esclusivamente religiose e morali le ragioni che hanno prodotto il disaccordo profondo fra Giuliano e gli Antiochesi. Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno di cui la colpa risale all'ignoranza delle leggi economiche che regnava sovrana ai tempi di Giuliano. Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza amministrativa e quel sicuro sentimento della realtà, che aveva guidato Giuliano nel governo delle finanze in Gallia, lo ha abbandonato, forse per lasciar libero sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire [pg!383] più facilmente sull'animo loro. Appena arrivato in Antiochia, Giuliano ascolta il grido del popolo che si lamenta dell'alto prezzo delle derrate. Esaminata la cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava nell'avidità di guadagno dei proprietari e dei mercanti, l'imperatore invita l'autorità municipale a provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato non sa concluder nulla. Allora Giuliano entra in scena; determina, per tutte le derrate, un prezzo che non doveva superarsi e siccome il raccolto del frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri luoghi un'ingente quantità e ne stabilisce il prezzo in una misura inferiore a quella che era voluta dalle condizioni del momento. La violenza economica dell'imperatore ebbe il risultato inevitabile di aumentare i mali che voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia si vuotò delle derrate che dovevano vendersi ad un prezzo che non era conveniente pel venditore. I ricchi proprietari vendevano, fuori d'Antiochia, a caro prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano, in Antiochia, ed usavano pel loro consumo il grano che l'imperatore distribuiva a un prezzo vilissimo. Da qui una immigrazione, dalle campagne nella città, su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto disturbava, che spargeva il malcontento e l'irritazione nell'alta classe della proprietà e del commercio, e rendeva impopolare l'imperatore, il quale però attribuiva ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito ciò che, in fondo, non era che la necessaria conseguenza di un grosso sproposito. L'intenzione, in Giuliano, era pietosa ed ispirata al sentimento dell'equità. E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto agli Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro condotta verso l'imperatore, dicesse: «Io avrei voluto [pg!384] che voi ammiraste l'iniziativa dell'imperatore, per quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli mostrava un'anima generosa, e voleva soccorrere la povertà, e riteneva cosa dolorosa che alcuni godessero nell'abbondanza, ed altri mancassero del necessario, così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai poveri che di assistere al godimento dei ricchi»340. Ma la buona intenzione applicata con la completa ignoranza delle leggi economiche finiva per ferire sè stessa.
Nell'ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani erano ritenuti come responsali delle difficoltà e delle opposizioni che l'imperatore trovava in Antiochia. Il discorso di Libanio, testè accennato, è interessantissimo per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa che i veri autori dell'opposizione degli Antiochesi a Giuliano sono i Cristiani, e che il solo mezzo per ottenere la riconciliazione è l'aperta conversione al Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani, quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta tanto odiosa e tanto colpevole, ma l'allusione è continua. I segreti aizzatori della rivolta degli Antiochesi contro le disposizioni economiche dell'imperatore sono cristiani, e cristiani son coloro che impediscono ai cittadini di esprimere il loro pentimento coll'abbandono dei teatri, dei giuochi pubblici, della scioperataggine abituale in Antiochia, e col ritorno ad atti ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama Libanio, non è col prosternarvi al suolo, nè coll'agitare i rami d'olivo, nè coll'inghirlandarvi, nè con le grida, nè con le ambascerie, nè coll'inviare un oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno [pg!385] ma, bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi, e coll'offrire la città a Giove ed agli altri dei, dei quali già vi parlarono, molto prima dell'imperatore, Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli. Ma voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei poeti nell'educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi. Però, nelle cose di maggior interesse, cercate altri maestri e fuggite, or che sono aperti, da quei templi di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come vostre autorità, e la madre e la moglie, e il cantiniere e il cuoco, e ci parlate dell'ormai antica vostra persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi fate rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar leggi, e vedete, nel fatto di aver pensato male da principio, una necessità di pensar male fino al termine. Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella gioventù, dovesse conservare la malattia per tutte le altre età. Ma perchè prolungherei questo discorso? A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o di fare un doppio guadagno, coll'acquistare la benevolenza del principe e col riconoscere gli dei che davvero dominano nel cielo. Voi siete nella condizione di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in cui compiacete gli altri. Nell'apparenza date, ma in realtà ricevete»341.
Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita al Paganesimo e penitente. A questo prezzo egli crede che potrebbe ottenere il perdono delle ingiurie di cui si è resa colpevole verso l'imperatore. Il Cristianesimo è, per Libanio, l'ostacolo maggiore, non solo al ritorno al culto antico, ma anche all'epurazione dei [pg!386] costumi, al risanamento morale della città. E si vede che, ancora nel secolo quarto, ed in una città, nella quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza della nuova religione era negli strati più bassi della società e nella influenza femminile. Com'è caratteristico quel contrasto, in cui propriamente rivive tutta la storia del Cristianesimo nascente, fra l'alta coltura dell'aristocrazia intellettuale e l'umiltà delle forze che le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai fautori dell'antico, si trovavan di contro le donne di casa, il cantiniere, il cuoco! A questi retori, a questi filosofi, tutti imbevuti dell'arte e del pensiero ellenico, pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel contrasto fra le più eccelse manifestazioni dell'ingegno umano e le fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole e di vilissimi servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra i bagliori morenti del loro Ellenismo, non avevano che una vista miope. Non sapevano discernere il fondo un po' lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo non avevano insegnato nulla ad essi. Credevano che la religione fosse una quistione di ragionamento, e si stupivano che le affermazioni del cuoco e del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone, e non sentivano che quelle, per quanto rozze, venivano dalla conoscenza di un Dio vivente, queste, per quanto sublimi, dalla presentazione di larve esaurite e vuote.
IlMisobarbaè uno dei documenti più importanti e più atti a farci penetrare nell'intimo significato del tentativo iniziato da Giuliano. Per quanto la verità sia stata velata e tradita dalla polemica cristiana, sta il fatto, che or sembra paradossale, che l'imperatore era mosso da un intento essenzialmente moralizzatore. Il Cristianesimo non aveva, per nulla affatto, mutata [pg!387] o migliorata la condizione morale degli uomini. Antiochia cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non era peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori e mimi, ecco lo spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi. L'avversione che, in essi, destava Giuliano veniva appunto dalla stridente opposizione che la morale e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi dei suoi sudditi cristiani. IlMisobarbaci fa toccare con mano il fatto che Giuliano voleva salvare l'Ellenismo che il Cristianesimo distruggeva, distruggendo tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma, nel medesimo tempo, voleva trovare nell'Ellenismo quella forza morale per una riforma dei costumi e per una rigenerazione dell'uomo interno che il Cristianesimo non aveva saputo svolgere dai principî che pure aveva posti. L'accoglienza che i corrotti Antiochesi hanno fatto alle esortazioni dell'imperatore, e che così vivacemente ci è descritta dall'imperatore stesso, è la prova più evidente del carattere utopistico del suo tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire a rigenerare l'uomo, come non era riuscito il Cristianesimo. L'uomo rimaneva quale lo volevano le condizioni intellettuali del tempo. Non era la religione che sapesse o potesse piegare le passioni umane; erano piuttosto le passioni che sapevano piegare ed adattare la religione, quale essa fosse, alle loro invincibili esigenze.
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