La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell'indole del giovane imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d'ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell'amico filosofo, e gli scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà. Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo, [pg!434] nel quale quest'ultimo dà la ragione delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l'uomo che così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha voluto ritrarre nella suacolonna infame.«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di poterti confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per virtù, mi prendeva un'agitazione ed un timore grandissimo di parer del tutto privo del coraggio dell'uno e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell'altro. Ripensando tutto ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce ricordare i colloqui d'Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno dell'aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire, [pg!435] e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l'amore della filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei cimenti, in cui è travolta la vita dell'uomo politico. Ma quel discorso mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch'egli dovrà attraversare l'Egeo o l'Jonio e avventurarsi in alto mare, e l'indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in quell'ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto prevenirmi coll'involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la [pg!436] mia convinzione»387. E Giuliano continua affermando ch'egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch'egli provi un'ansiosa dubbiezza nell'assumere un ufficio pel quale si richiedono doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose sueLeggi, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo di un mito, che l'uomo preposto a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone, gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell'anima, fuor di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che di costui possa dirsi che non desidera che l'ozio epicureo, e i giardini e il sobborgo d'Atene, e i mirteti [pg!437] e la casetta di Socrate?»388. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e rammenta l'angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza d'animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane imperatore. C'è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze della natura umana389. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d'ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe [pg!438] a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò completamente, ben presto me lo dirai».Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo dovere, e, più ancora, all'amore della iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che la vita d'azione è preferibile e più onorevole della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un'azione perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»390. Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori. [pg!439] «Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia, si possono dire salvati da Socrate»391. Il filosofo, conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con le leggi.Per sentire quanto v'ha di strano e di interessante in queste considerazioni e in quest'aspirazione alla vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi [pg!440] non è inventata a freddo, e riproduce veramente una data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un'anima contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un movente d'ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso dell'applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di un'idea. Quest'idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza alle aspirazioni del suo animo, all'imagine di felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un determinato programma, la restaurazione dell'Ellenismo, che per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo, nell'allegoria del discorso contro Eraclio,392come questo programma fosse per lui l'espressione di un ordine divino, come egli attribuisse al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all'autorità imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell'ingegno e della volontà. Un gruppo d'uomini illustri, Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di barbarie che minacciava [pg!441] di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva solo ch'egli non si mostrasse abbastanza ardente nell'azione, e non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l'eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa dignità ch'egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo: — non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed all'ozio, o ami l'agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando, io so di non aver nè l'educazione adatta, nè l'attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d'altronde, non è onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d'aver bisogno d'essere aiutato prima di tutto dall'Onnipotente e poi con ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e l'opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella di non credere di essere un grand'uomo non essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo [pg!442] risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».❦La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d'animo e di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l'altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù gli era divenuto sospetto393. E lo storico Zosimo aggrava l'accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l'invidia degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente consigliere394. Comunque sia la cosa, il fatto è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe mai le sue relazioni coll'amico lontano, e [pg!443] quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare mirabilmente nel fatto ch'egli solo comprese la follia ed il pericolo della spedizione di Persia, ed all'imperatore che si era mosso per l'infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non correre alla rovina395.Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all'amico il quale, in obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c'è, come negli altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era l'ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c'è l'espressione di un affetto profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di esistere.Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell'uomo. «Dicono i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l'ape, dall'erba più acre che cresce intorno all'Imetto, assorbe un dolce succo, e ne [pg!444] compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati, per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e di Socrate, il coraggio di Callistene, l'impassibilità di Polemone, sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle più tristi congiunture»396.Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l'amico che, con accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch'io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi vivemmo, vicini l'uno all'altro, nell'eguale disposizione d'animo, amici uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il verso d'Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai [pg!445] dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri, tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»397.Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare, senz'amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo per l'aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza d'ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual'altro benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual'altro procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l'amaro dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. [pg!446] E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a persuadermi, ora che son quasi per esalare l'anima nel desiderio di te e della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»398.Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione l'assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua:«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare l'amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà delle cose»399.E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si presentano alla mente è che, d'ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma [pg!447] non mi è forse facile conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull'acqua, il cuocere una pietra, o lo scoprir l'orma dell'ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida all'Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d'Achille, esclama —gli pose nella mente— indicando il Dio che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha bisogno dell'orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare; così che la comunicazione dell'Onnipotente con lo spirito avviene all'infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua intensità».Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i [pg!448] paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l'amore per noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l'imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»400.[pg!449]❦Giuliano portava, nei suoi affetti, l'entusiasmo di un'anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano da lui una specie di culto.L'entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta nell'ammirazione illimitata, ardente, iperbolica ch'egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava ad atti che a molti de' suoi stessi amici parevano sconvenienti alla dignità dell'imperatore. Narra Ammiano Marcellino401che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere giunto dall'Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio, l'imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava, e con lui riverentemente ritornava nell'aula. L'onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede in quest'omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l'atto di Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l'uso di prender parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato, [pg!450] perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per l'eloquenza con Nestore ed Ulisse. L'imperatore stava, dunque, un giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l'arrivo di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta, provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e come tutto ciò che, in questa, c'è di buono è un dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l'uomo col luogo, ma il luogo coll'uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da tutti seguito»402. Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti di vista opposti, e non avevano torto nè l'uno nè l'altro. Ammiano, col suo buon senso d'impiegato onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente, [pg!451] ammirava l'omaggio reso dall'imperatore all'ideale filosofico a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s'ingannava quando supponeva che, nell'atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico fervente era schietto, quando, all'annuncio dell'arrivo del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano iniziato ai misteri dell'Ellenismo rigenerato. Fra queste lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico403.Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto dell'Ellenismo, tu devi scrivere [pg!452] a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni modo, l'insegnamento della virtù, simile ad un buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l'avversarlo, esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace [pg!453] di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che tutto l'oro di Lidia. Se hai un po' d'affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m'inganno — guarda che noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»404.Vediamo quest'altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo coll'anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che, fuori della porta, v'era chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull'istante fuggirono tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall'invitta presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell'anima mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un [pg!454] venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l'impronta delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una grande dolcezza l'attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà, [pg!455] accennano a ciò che ha di più sublime l'amicizia, figurando, nel legame dell'unione, l'omogeneità delle anime dell'uno e dell'altro»405.Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s'infervoravano per un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In [pg!456] secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell'indole sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stiledecadente, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell'elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli [pg!457] un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive406:«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico imperatore scrive a Libanio407:«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, [pg!458] così scrive408: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio409. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non [pg!459] perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio410.«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni [pg!460] per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, [pg!461] uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico riceverà l'amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me [pg!462] quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»411.[pg!463]Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera412con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio di un suo campicello.«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, [pg!464] i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in [pg!465] essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive413: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale [pg!466] deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,414Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena [pg!467] ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anchedovessicedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».415.Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo dieunucoche non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano416. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione di una condizione reale.Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano [pg!468] cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,417ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d'Egitto418: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l'oro per satollare il loro amore della ricchezza [pg!469] e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario, quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell'amministrazione egiziana419. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel [pg!470] rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nelMisobarba, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle [pg!471] pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi più fermi fosse di condurre l'amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero. L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di [pg!472] Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell'amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale [pg!473] era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito,evectiones, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale —rei vehiculariæ succideret nervos420. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile421.Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con [pg!474] legge le prestazioni dei servizi gratuiti, leevectiones. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio»422. Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l'applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.❦La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore [pg!475] di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori di questo errore, dovuto anch'esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l'impero come aveva fatto di quella della Gallia.Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d'animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico, avvelenata la moglie423. A Libanio riesce cosa [pg!476] facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un'eloquente invettiva424.Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,425fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, [pg!477] per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare, nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare426, pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. [pg!478] Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante427. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell'imperatore...428» È ad Eusebia [pg!479] che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci429.
La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell'indole del giovane imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d'ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell'amico filosofo, e gli scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà. Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo, [pg!434] nel quale quest'ultimo dà la ragione delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l'uomo che così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha voluto ritrarre nella suacolonna infame.«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di poterti confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per virtù, mi prendeva un'agitazione ed un timore grandissimo di parer del tutto privo del coraggio dell'uno e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell'altro. Ripensando tutto ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce ricordare i colloqui d'Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno dell'aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire, [pg!435] e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l'amore della filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei cimenti, in cui è travolta la vita dell'uomo politico. Ma quel discorso mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch'egli dovrà attraversare l'Egeo o l'Jonio e avventurarsi in alto mare, e l'indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in quell'ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto prevenirmi coll'involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la [pg!436] mia convinzione»387. E Giuliano continua affermando ch'egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch'egli provi un'ansiosa dubbiezza nell'assumere un ufficio pel quale si richiedono doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose sueLeggi, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo di un mito, che l'uomo preposto a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone, gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell'anima, fuor di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che di costui possa dirsi che non desidera che l'ozio epicureo, e i giardini e il sobborgo d'Atene, e i mirteti [pg!437] e la casetta di Socrate?»388. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e rammenta l'angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza d'animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane imperatore. C'è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze della natura umana389. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d'ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe [pg!438] a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò completamente, ben presto me lo dirai».Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo dovere, e, più ancora, all'amore della iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che la vita d'azione è preferibile e più onorevole della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un'azione perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»390. Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori. [pg!439] «Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia, si possono dire salvati da Socrate»391. Il filosofo, conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con le leggi.Per sentire quanto v'ha di strano e di interessante in queste considerazioni e in quest'aspirazione alla vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi [pg!440] non è inventata a freddo, e riproduce veramente una data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un'anima contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un movente d'ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso dell'applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di un'idea. Quest'idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza alle aspirazioni del suo animo, all'imagine di felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un determinato programma, la restaurazione dell'Ellenismo, che per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo, nell'allegoria del discorso contro Eraclio,392come questo programma fosse per lui l'espressione di un ordine divino, come egli attribuisse al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all'autorità imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell'ingegno e della volontà. Un gruppo d'uomini illustri, Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di barbarie che minacciava [pg!441] di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva solo ch'egli non si mostrasse abbastanza ardente nell'azione, e non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l'eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa dignità ch'egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo: — non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed all'ozio, o ami l'agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando, io so di non aver nè l'educazione adatta, nè l'attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d'altronde, non è onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d'aver bisogno d'essere aiutato prima di tutto dall'Onnipotente e poi con ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e l'opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella di non credere di essere un grand'uomo non essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo [pg!442] risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».❦La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d'animo e di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l'altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù gli era divenuto sospetto393. E lo storico Zosimo aggrava l'accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l'invidia degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente consigliere394. Comunque sia la cosa, il fatto è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe mai le sue relazioni coll'amico lontano, e [pg!443] quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare mirabilmente nel fatto ch'egli solo comprese la follia ed il pericolo della spedizione di Persia, ed all'imperatore che si era mosso per l'infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non correre alla rovina395.Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all'amico il quale, in obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c'è, come negli altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era l'ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c'è l'espressione di un affetto profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di esistere.Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell'uomo. «Dicono i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l'ape, dall'erba più acre che cresce intorno all'Imetto, assorbe un dolce succo, e ne [pg!444] compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati, per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e di Socrate, il coraggio di Callistene, l'impassibilità di Polemone, sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle più tristi congiunture»396.Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l'amico che, con accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch'io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi vivemmo, vicini l'uno all'altro, nell'eguale disposizione d'animo, amici uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il verso d'Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai [pg!445] dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri, tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»397.Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare, senz'amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo per l'aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza d'ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual'altro benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual'altro procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l'amaro dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. [pg!446] E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a persuadermi, ora che son quasi per esalare l'anima nel desiderio di te e della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»398.Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione l'assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua:«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare l'amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà delle cose»399.E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si presentano alla mente è che, d'ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma [pg!447] non mi è forse facile conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull'acqua, il cuocere una pietra, o lo scoprir l'orma dell'ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida all'Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d'Achille, esclama —gli pose nella mente— indicando il Dio che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha bisogno dell'orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare; così che la comunicazione dell'Onnipotente con lo spirito avviene all'infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua intensità».Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i [pg!448] paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l'amore per noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l'imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»400.[pg!449]❦Giuliano portava, nei suoi affetti, l'entusiasmo di un'anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano da lui una specie di culto.L'entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta nell'ammirazione illimitata, ardente, iperbolica ch'egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava ad atti che a molti de' suoi stessi amici parevano sconvenienti alla dignità dell'imperatore. Narra Ammiano Marcellino401che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere giunto dall'Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio, l'imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava, e con lui riverentemente ritornava nell'aula. L'onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede in quest'omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l'atto di Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l'uso di prender parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato, [pg!450] perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per l'eloquenza con Nestore ed Ulisse. L'imperatore stava, dunque, un giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l'arrivo di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta, provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e come tutto ciò che, in questa, c'è di buono è un dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l'uomo col luogo, ma il luogo coll'uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da tutti seguito»402. Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti di vista opposti, e non avevano torto nè l'uno nè l'altro. Ammiano, col suo buon senso d'impiegato onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente, [pg!451] ammirava l'omaggio reso dall'imperatore all'ideale filosofico a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s'ingannava quando supponeva che, nell'atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico fervente era schietto, quando, all'annuncio dell'arrivo del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano iniziato ai misteri dell'Ellenismo rigenerato. Fra queste lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico403.Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto dell'Ellenismo, tu devi scrivere [pg!452] a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni modo, l'insegnamento della virtù, simile ad un buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l'avversarlo, esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace [pg!453] di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che tutto l'oro di Lidia. Se hai un po' d'affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m'inganno — guarda che noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»404.Vediamo quest'altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo coll'anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che, fuori della porta, v'era chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull'istante fuggirono tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall'invitta presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell'anima mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un [pg!454] venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l'impronta delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una grande dolcezza l'attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà, [pg!455] accennano a ciò che ha di più sublime l'amicizia, figurando, nel legame dell'unione, l'omogeneità delle anime dell'uno e dell'altro»405.Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s'infervoravano per un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In [pg!456] secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell'indole sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stiledecadente, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell'elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli [pg!457] un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive406:«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico imperatore scrive a Libanio407:«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, [pg!458] così scrive408: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio409. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non [pg!459] perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio410.«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni [pg!460] per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, [pg!461] uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico riceverà l'amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me [pg!462] quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»411.[pg!463]Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera412con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio di un suo campicello.«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, [pg!464] i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in [pg!465] essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive413: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale [pg!466] deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,414Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena [pg!467] ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anchedovessicedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».415.Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo dieunucoche non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano416. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione di una condizione reale.Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano [pg!468] cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,417ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d'Egitto418: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l'oro per satollare il loro amore della ricchezza [pg!469] e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario, quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell'amministrazione egiziana419. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel [pg!470] rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nelMisobarba, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle [pg!471] pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi più fermi fosse di condurre l'amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero. L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di [pg!472] Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell'amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale [pg!473] era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito,evectiones, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale —rei vehiculariæ succideret nervos420. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile421.Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con [pg!474] legge le prestazioni dei servizi gratuiti, leevectiones. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio»422. Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l'applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.❦La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore [pg!475] di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori di questo errore, dovuto anch'esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l'impero come aveva fatto di quella della Gallia.Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d'animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico, avvelenata la moglie423. A Libanio riesce cosa [pg!476] facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un'eloquente invettiva424.Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,425fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, [pg!477] per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare, nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare426, pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. [pg!478] Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante427. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell'imperatore...428» È ad Eusebia [pg!479] che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci429.
La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell'indole del giovane imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d'ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell'amico filosofo, e gli scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà. Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo, [pg!434] nel quale quest'ultimo dà la ragione delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l'uomo che così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha voluto ritrarre nella suacolonna infame.
«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di poterti confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per virtù, mi prendeva un'agitazione ed un timore grandissimo di parer del tutto privo del coraggio dell'uno e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell'altro. Ripensando tutto ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce ricordare i colloqui d'Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno dell'aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire, [pg!435] e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l'amore della filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei cimenti, in cui è travolta la vita dell'uomo politico. Ma quel discorso mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch'egli dovrà attraversare l'Egeo o l'Jonio e avventurarsi in alto mare, e l'indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in quell'ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto prevenirmi coll'involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la [pg!436] mia convinzione»387. E Giuliano continua affermando ch'egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch'egli provi un'ansiosa dubbiezza nell'assumere un ufficio pel quale si richiedono doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose sueLeggi, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo di un mito, che l'uomo preposto a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone, gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell'anima, fuor di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che di costui possa dirsi che non desidera che l'ozio epicureo, e i giardini e il sobborgo d'Atene, e i mirteti [pg!437] e la casetta di Socrate?»388. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e rammenta l'angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza d'animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane imperatore. C'è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze della natura umana389. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d'ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe [pg!438] a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò completamente, ben presto me lo dirai».
Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo dovere, e, più ancora, all'amore della iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che la vita d'azione è preferibile e più onorevole della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un'azione perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»390. Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori. [pg!439] «Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia, si possono dire salvati da Socrate»391. Il filosofo, conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con le leggi.
Per sentire quanto v'ha di strano e di interessante in queste considerazioni e in quest'aspirazione alla vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi [pg!440] non è inventata a freddo, e riproduce veramente una data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un'anima contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un movente d'ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso dell'applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di un'idea. Quest'idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza alle aspirazioni del suo animo, all'imagine di felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un determinato programma, la restaurazione dell'Ellenismo, che per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo, nell'allegoria del discorso contro Eraclio,392come questo programma fosse per lui l'espressione di un ordine divino, come egli attribuisse al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all'autorità imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell'ingegno e della volontà. Un gruppo d'uomini illustri, Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di barbarie che minacciava [pg!441] di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva solo ch'egli non si mostrasse abbastanza ardente nell'azione, e non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l'eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa dignità ch'egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo: — non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed all'ozio, o ami l'agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando, io so di non aver nè l'educazione adatta, nè l'attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d'altronde, non è onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d'aver bisogno d'essere aiutato prima di tutto dall'Onnipotente e poi con ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e l'opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella di non credere di essere un grand'uomo non essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo [pg!442] risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».
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La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d'animo e di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l'altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù gli era divenuto sospetto393. E lo storico Zosimo aggrava l'accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l'invidia degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente consigliere394. Comunque sia la cosa, il fatto è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe mai le sue relazioni coll'amico lontano, e [pg!443] quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare mirabilmente nel fatto ch'egli solo comprese la follia ed il pericolo della spedizione di Persia, ed all'imperatore che si era mosso per l'infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non correre alla rovina395.
Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all'amico il quale, in obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c'è, come negli altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era l'ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c'è l'espressione di un affetto profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di esistere.
Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell'uomo. «Dicono i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l'ape, dall'erba più acre che cresce intorno all'Imetto, assorbe un dolce succo, e ne [pg!444] compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati, per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e di Socrate, il coraggio di Callistene, l'impassibilità di Polemone, sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle più tristi congiunture»396.
Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l'amico che, con accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch'io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi vivemmo, vicini l'uno all'altro, nell'eguale disposizione d'animo, amici uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il verso d'Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai [pg!445] dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri, tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»397.
Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare, senz'amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo per l'aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza d'ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual'altro benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual'altro procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l'amaro dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. [pg!446] E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a persuadermi, ora che son quasi per esalare l'anima nel desiderio di te e della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»398.
Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione l'assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua:
«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare l'amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà delle cose»399.
E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si presentano alla mente è che, d'ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma [pg!447] non mi è forse facile conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull'acqua, il cuocere una pietra, o lo scoprir l'orma dell'ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida all'Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d'Achille, esclama —gli pose nella mente— indicando il Dio che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha bisogno dell'orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare; così che la comunicazione dell'Onnipotente con lo spirito avviene all'infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua intensità».
Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:
«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i [pg!448] paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l'amore per noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l'imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!
«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»400.
[pg!449]
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Giuliano portava, nei suoi affetti, l'entusiasmo di un'anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano da lui una specie di culto.
L'entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta nell'ammirazione illimitata, ardente, iperbolica ch'egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava ad atti che a molti de' suoi stessi amici parevano sconvenienti alla dignità dell'imperatore. Narra Ammiano Marcellino401che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere giunto dall'Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio, l'imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava, e con lui riverentemente ritornava nell'aula. L'onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede in quest'omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l'atto di Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l'uso di prender parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato, [pg!450] perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per l'eloquenza con Nestore ed Ulisse. L'imperatore stava, dunque, un giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l'arrivo di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta, provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e come tutto ciò che, in questa, c'è di buono è un dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l'uomo col luogo, ma il luogo coll'uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da tutti seguito»402. Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti di vista opposti, e non avevano torto nè l'uno nè l'altro. Ammiano, col suo buon senso d'impiegato onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente, [pg!451] ammirava l'omaggio reso dall'imperatore all'ideale filosofico a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s'ingannava quando supponeva che, nell'atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.
Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico fervente era schietto, quando, all'annuncio dell'arrivo del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano iniziato ai misteri dell'Ellenismo rigenerato. Fra queste lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico403.
Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto dell'Ellenismo, tu devi scrivere [pg!452] a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni modo, l'insegnamento della virtù, simile ad un buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l'avversarlo, esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace [pg!453] di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che tutto l'oro di Lidia. Se hai un po' d'affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m'inganno — guarda che noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»404.
Vediamo quest'altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo coll'anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che, fuori della porta, v'era chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull'istante fuggirono tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall'invitta presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell'anima mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un [pg!454] venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l'impronta delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una grande dolcezza l'attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà, [pg!455] accennano a ciò che ha di più sublime l'amicizia, figurando, nel legame dell'unione, l'omogeneità delle anime dell'uno e dell'altro»405.
Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po' di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l'eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all'Ellenismo, press'a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s'infervoravano per un'idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch'egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell'umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d'imperatore. Giuliano era un santo dell'Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell'eroe ch'egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell'umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In [pg!456] secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell'antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D'altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l'Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l'ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.
L'entusiasmo di Giuliano, per l'idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l'indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell'indole sua. Quest'indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stiledecadente, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell'elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell'ingegno, l'espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch'egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli [pg!457] un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive406:
«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell'aspettazione s'invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d'esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».
E, ricevuto questo aspettato discorso, l'entusiastico imperatore scrive a Libanio407:
«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».
E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, [pg!458] così scrive408: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l'ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell'ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d'Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».
Quando l'affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio409. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll'arte far violenza alla natura. Io lodo l'arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l'incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l'Olimpo o verso l'amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m'innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non [pg!459] perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l'ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».
Una lettera commossa è quella diretta all'amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C'è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio410.
«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l'eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all'essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l'evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni [pg!460] per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all'angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.
«Si narra che Democrito d'Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch'egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l'adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l'Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, [pg!461] uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s'invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».
Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l'amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l'intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All'amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:
«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d'oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L'amico riceverà l'amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un'abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l'ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l'esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l'un l'altro, si odiano con un odio quale non l'hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me [pg!462] quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d'inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell'occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell'uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»411.
[pg!463]
Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera412con cui Giuliano fa dono all'amico Evarghio di un suo campicello.
«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, [pg!464] i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell'antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d'agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».
Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in [pg!465] essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un'anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l'altra d'Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest'ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l'incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!
Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l'animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell'arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive413: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l'unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un'indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l'una cosa e l'altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale [pg!466] deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».
La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,414Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest'altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall'agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena [pg!467] ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anchedovessicedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».415.
Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all'episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c'è quell'appellativo dieunucoche non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l'eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un'ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell'imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano416. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un'indicazione di una condizione reale.
Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano [pg!468] cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all'impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all'indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l'imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un'intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l'imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,417ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d'Egitto418: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l'oro per satollare il loro amore della ricchezza [pg!469] e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d'ingannarti in questo affare, mettilo, senz'altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».
Pare che il prefetto d'Egitto, che era quell'infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l'ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell'epistolario, quest'altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell'amministrazione egiziana419. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d'ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel [pg!470] rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d'ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».
Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c'è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c'è tutto l'uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l'ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l'intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nelMisobarba, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle [pg!471] pompe imperiali, e fors'anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.
Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l'impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de' suoi propositi più fermi fosse di condurre l'amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l'impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l'imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell'economia dell'impero. L'epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di [pg!472] Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un'offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.
Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.
Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell'invito fatto all'ariano Aezio di venire da lui, gli concede l'uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell'impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell'amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale [pg!473] era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l'abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito,evectiones, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell'andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l'intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all'altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale —rei vehiculariæ succideret nervos420. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile421.
Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con [pg!474] legge le prestazioni dei servizi gratuiti, leevectiones. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l'autorizzazione dell'imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l'eccesso dell'ozio»422. Fatta la dovuta parte all'iperbole dell'apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell'aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l'applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l'uso della posta pubblica ch'egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell'imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.
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La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore [pg!475] di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d'Antiochia. All'infuori di questo errore, dovuto anch'esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell'assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l'asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l'impero come aveva fatto di quella della Gallia.
Della rettitudine e della bontà dell'uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d'animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell'incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll'imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d'aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l'aiuto di un medico, avvelenata la moglie423. A Libanio riesce cosa [pg!476] facile il distruggere quest'ultima accusa. Ma il fatto stesso che l'accusa si era sparsa, unito all'altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell'ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d'amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell'ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all'orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un'eloquente invettiva424.
Se noi guardiamo un po' addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,425fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, [pg!477] per esser investito dell'autorità di Cesare, sempre per l'influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll'imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l'occasione per rovinare, nell'animo dell'imperatore, l'odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l'innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un'apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all'imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare426, pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch'egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. [pg!478] Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante427. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell'Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l'indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l'Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall'uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d'Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell'imperatore...428» È ad Eusebia [pg!479] che Giuliano deve ciò ch'egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci429.