Noi siamo, dunque, in alto, in un'aria di pura intellettualità. Eusebia e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un'aureola di santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po' di quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d'or son quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei costumi e che, nell'altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo conservarsi umana430. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l'azione dell'imperatrice in favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch'essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente, perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro [pg!480] giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo, chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano stesso, era stato preparato da Eusebia431. Elena, figlia di quell'imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da Costantino, in un'orribile tragedia di gelosia432, doveva avere, nel novembre del 355, non meno di trent'anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l'anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a Roma, nell'occasione del solenne viaggio che, nel 357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell'invito era l'affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero era di propinare all'infelice un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l'azione lenta del veleno, minando l'organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e che, dai nemici di quest'ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi egli fosse stato l'avvelenatore della moglie433.Tutte queste voci poco precise hanno l'aria di non [pg!481] essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia dell'amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè, davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza, senza l'inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista dell'essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, — Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso dell'infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda volta, coll'intrigo dell'invito a Roma, per propinare il veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue virtù, fosse poi rosa dall'invidia, al pensiero che quest'uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa dire «tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret»?434.Pertanto a me pare che l'ipotesi più probabile è che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia, dovevano correre nell'ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però, [pg!482] dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un'apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che l'imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora vivente435. Quel gelidoancora vivente— ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a Vienna, nell'inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio [pg!483] naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all'orizzonte della storia, circonfuse e come consacrate da un'aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l'amava, cristiana ed educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia, unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla maternità le erano state rapite. Nell'aspro soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più minaccioso il pericolo dell'urto fra il marito ed il fratello, l'urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all'idea della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l'ascoltava. Ed essa conosceva troppo il fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell'anima, Elena, struggendosi, si è consumata e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi nella tempesta della più audace avventura.Possiamo, dunque, concludere, con l'imparzialità di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun delitto domestico, [pg!484] egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi, assai probabilmente ha fatto l'infelicità della moglie. Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli dell'oggi, può trovare qualche attenuante.[pg!485]
Noi siamo, dunque, in alto, in un'aria di pura intellettualità. Eusebia e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un'aureola di santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po' di quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d'or son quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei costumi e che, nell'altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo conservarsi umana430. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l'azione dell'imperatrice in favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch'essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente, perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro [pg!480] giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo, chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano stesso, era stato preparato da Eusebia431. Elena, figlia di quell'imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da Costantino, in un'orribile tragedia di gelosia432, doveva avere, nel novembre del 355, non meno di trent'anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l'anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a Roma, nell'occasione del solenne viaggio che, nel 357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell'invito era l'affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero era di propinare all'infelice un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l'azione lenta del veleno, minando l'organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e che, dai nemici di quest'ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi egli fosse stato l'avvelenatore della moglie433.Tutte queste voci poco precise hanno l'aria di non [pg!481] essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia dell'amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè, davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza, senza l'inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista dell'essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, — Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso dell'infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda volta, coll'intrigo dell'invito a Roma, per propinare il veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue virtù, fosse poi rosa dall'invidia, al pensiero che quest'uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa dire «tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret»?434.Pertanto a me pare che l'ipotesi più probabile è che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia, dovevano correre nell'ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però, [pg!482] dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un'apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che l'imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora vivente435. Quel gelidoancora vivente— ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a Vienna, nell'inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio [pg!483] naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all'orizzonte della storia, circonfuse e come consacrate da un'aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l'amava, cristiana ed educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia, unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla maternità le erano state rapite. Nell'aspro soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più minaccioso il pericolo dell'urto fra il marito ed il fratello, l'urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all'idea della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l'ascoltava. Ed essa conosceva troppo il fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell'anima, Elena, struggendosi, si è consumata e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi nella tempesta della più audace avventura.Possiamo, dunque, concludere, con l'imparzialità di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun delitto domestico, [pg!484] egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi, assai probabilmente ha fatto l'infelicità della moglie. Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli dell'oggi, può trovare qualche attenuante.[pg!485]
Noi siamo, dunque, in alto, in un'aria di pura intellettualità. Eusebia e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un'aureola di santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po' di quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d'or son quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei costumi e che, nell'altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo conservarsi umana430. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l'azione dell'imperatrice in favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch'essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente, perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro [pg!480] giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo, chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano stesso, era stato preparato da Eusebia431. Elena, figlia di quell'imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da Costantino, in un'orribile tragedia di gelosia432, doveva avere, nel novembre del 355, non meno di trent'anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l'anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a Roma, nell'occasione del solenne viaggio che, nel 357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell'invito era l'affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero era di propinare all'infelice un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l'azione lenta del veleno, minando l'organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e che, dai nemici di quest'ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi egli fosse stato l'avvelenatore della moglie433.
Tutte queste voci poco precise hanno l'aria di non [pg!481] essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia dell'amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè, davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza, senza l'inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista dell'essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, — Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso dell'infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda volta, coll'intrigo dell'invito a Roma, per propinare il veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue virtù, fosse poi rosa dall'invidia, al pensiero che quest'uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa dire «tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret»?434.
Pertanto a me pare che l'ipotesi più probabile è che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia, dovevano correre nell'ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però, [pg!482] dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un'apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che l'imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora vivente435. Quel gelidoancora vivente— ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a Vienna, nell'inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.
La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio [pg!483] naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all'orizzonte della storia, circonfuse e come consacrate da un'aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l'amava, cristiana ed educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia, unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla maternità le erano state rapite. Nell'aspro soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più minaccioso il pericolo dell'urto fra il marito ed il fratello, l'urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all'idea della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l'ascoltava. Ed essa conosceva troppo il fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell'anima, Elena, struggendosi, si è consumata e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi nella tempesta della più audace avventura.
Possiamo, dunque, concludere, con l'imparzialità di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun delitto domestico, [pg!484] egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi, assai probabilmente ha fatto l'infelicità della moglie. Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli dell'oggi, può trovare qualche attenuante.
[pg!485]