IL PRINCIPE E L'UOMONel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d'animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa, avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato a lungo, senz'altro scopo che la difesa e l'organizzazione dell'impero, non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma l'avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors'anche, impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l'impronta duratura della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l'opera sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch'egli fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del [pg!390] suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell'ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell'impresa della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell'apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti sull'orizzonte della vita pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne narrata la morte eroica, l'elogio di Giuliano, ci dice342come fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza in ogni suo atto —virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor, mortalia omnia despiciens. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l'autorità con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua amministrazione, così da [pg!391] alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell'avido e parassitico governo dell'Impero. E l'onesto storico non dissimula i difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una certa leggerezza nel risolvere, un'eccessiva facilità ed abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un'eccessiva impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l'effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità della religione che voleva restaurare un'importanza che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della mente —venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant.Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una occhiata all'imagine che di lui ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo, negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche mazzo di notizie preziose.[pg!392]Cominciamo coll'osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile non sentire l'espressione di un sentimento vero e profondo, tanto più quando si pensa che ilDiscorso necrologicoe laMonodiafurono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l'empio Costanzo «dominò sulla terra, ch'egli contaminava, per quarant'anni, e poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l'ufficio minore dell'impero, e per un tempo ancor più breve l'ufficio maggiore343, se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l'opera di acerbi demoni»344. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione dell'esercito, quando Giuliano, ferito a morte, [pg!393] ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura cadeva sulla terra, sul mare, sull'aere, esclama: «E noi tutti piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di Platone, i retori l'oratore valente a parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di coloro che avranno l'incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto più non sarà che un'ombra! Oh, magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»345.A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L'imperatore, dice Libanio, dava una suprema importanza all'istruzione; anzi, egli credeva che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne346. Per rimettere in onore l'istruzione completamente trascurata, egli stesso scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero governate da uomini colti, e li investiva dell'ufficio, appena trovasse in essi qualche virtù dell'uomo di [pg!394] governo. C'è, davvero, un soffio poetico nell'entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L'imperatore è mosso da un pensiero dominante, la restaurazione dell'Ellenismo, e gode dei discorsi assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in un'attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell'acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde rinverdisse l'amore delle Muse»347. Era infine una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all'antico splendore.Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso, di generale e d'uomo di Stato, Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi altrove, onorando insieme la solennità coll'esser presente ed i suoi pensieri [pg!395] coll'esser assorto in essi. Non v'era lotta, nè gara, nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era assente348. E della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare, ma non lui, che passava da un'occupazione all'altra. E quando cessava dall'amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»349. Le cure del regno [pg!396] non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare per amor suo. L'impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei, interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e perchè ci si sente l'eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione dell'antica civiltà.«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari? Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi, l'etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non salvò forse l'umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto parte dell'impero romano, governata dalle nostre [pg!397] leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare coi lodatori dell'impresa, ammirando questo, non ripudiando quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un'altra, e la sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l'atleta, già vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che, portata alle labbra una tazza d'acqua limpida e fredda, appena toccatala, se la vedesse strappar via»350.[pg!398]Libanio così narra la conversione di Giuliano:«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed essendoconcordiin questo le testimonianze di quanti lo conoscevano, non volle (l'imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d'ogni bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio351e udisti ciò ch'egli insegnava intorno a quegli spiriti che hanno composto e che conservano l'universo, e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l'errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia preferisti la verità all'ignoranza, la divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s'era insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora migliori sapienti (e anche qui si vede l'opera degli dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l'intelligenza, onde con alti concetti tu potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti trascurarli, venuta che fosse l'occasione, [pg!399] piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura salvezza nel dolore presente»352.Descritta l'azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l'aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea compagna nel consiglio e nell'azione, come lo fu per Ercole contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese, eroe nelle pugne»353.Dalle pagine di Libanio esce fuori un'imagine attraente e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell'ammirazione e dell'amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e del formalista. Ma c'è in lui un soffio eroico, qualche cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie [pg!400] rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del Neoplatonismo. L'antichità era tutta superstiziosa. Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto l'intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno, quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la gente. Ma, siccome non era facile all'imperatore uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi sacrifici, agli dei»354. E nellaMonodia, piangendo [pg!401] la morte all'eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori, egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di agnelli»355.Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir tutto356. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver primaesploratele viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E l'onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l'imperatore era dedito ad un'eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che legittimo osservatore del culto —presagiorum sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator357.Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime [pg!402] sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e dall'altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s'intende non quello del Vangelo, che pone semplicemente l'idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell'ambiente intellettuale del suo tempo.❦Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano e dall'entusiastico Libanio, è una figura d'uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e quell'ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto diversa, ci appare davanti l'imagine di uno scellerato e di uno stolto. L'eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l'uomo severo di principî e di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di Gregorio, «quel drago, quell'apostata, quel gran macchinatore, quell'Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia [pg!403] e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue parole inique358. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell'empietà, ed in una sapienza, son per dire, da ignorante»359.È tanto l'odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita a farsi l'entusiasta apologista dell'imperatore Costanzo. Qui c'è un voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l'ariano Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio è così infervorato nell'esaltare il nemico di Giuliano ch'egli osa scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che l'imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell'unità la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l'unione nell'errore ariano era detestabile e funesta360. Ed egli attenua l'eresia di Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse una scossa all'ortodossia361. Ma tale apparenza è da mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non possiamo dimenticare ch'egli è figlio ed erede di colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale [pg!404] alla fede cristiana362. E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo!363. Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l'acciecamento delle passioni, ed anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l'empio apostata spiegò l'apparizione come un simbolo della sconfitta del Cristianesimo364. Un'altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre all'esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza dell'esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d'empietà che gli stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende [pg!405] assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme la credulità e l'artifizio dei polemisti cristiani, i quali trasformavano l'utopistico ellenista, di null'altro innamorato che d'Omero e di Platone, in una figura demoniaca che incuteva spavento nell'animo commosso delle plebi cristiane.Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell'atteggiamento di Giuliano, i difensori del Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli pretendeva di poter ricondurre il mondo all'Ellenismo antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell'ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d'ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse un'arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il vantaggio che, dall'atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch'egli perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l'onore [pg!406] che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»365. La differenza che corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile366. «Giuliano» — afferma Gregorio con un'acutezza che, sebbene avvelenata dall'odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della violenza. Quest'ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al volgo delle città, di cui è più terribile l'audacia perchè irragionevole e più feroce l'impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non impedire le sommosse. L'ufficio più mansueto, e più degno di un principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all'Etiope il color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità era disumana367, la sua esortazione violenza, la sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a persuadere»368.In queste parole di Gregorio, c'è indubbiamente un fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto [pg!407] come uno stratagemma voluto, come una condotta premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della situazione. Seguendo il filo di quest'interpretazione necessariamente ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano, che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l'imperatore direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e naturalmente ne fa tanti capi d'accusa contro il nemico. Tutto questo è necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile invettiva, in cui l'oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di vittoria369. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo per la verità della causa ch'egli difende. Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un'originalità di pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d'Atene e d'Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell'indurito [pg!408] pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi. Gregorio s'ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa dell'inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo, per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava nell'apoteosi dell'umile e dello sventurato aveva dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo, quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I successori di Costantino non potevano che seguirne l'indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor di più l'impero, rendendogli avversa la maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell'opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent'anni dopo la morte di Giuliano, Libanio potè rivolgere all'imperatore Teodosio il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi campestri dal furore distruttore [pg!409] dei Cristiani370. E l'esercito rimase sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi ch'egli abolisse il vessillo portante il segno della croce371. È vero che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati cristiani si sarebbero presentati all'imperatore per restituire il dono da lui ricevuto, nell'occasione del suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare un grano d'incenso, secondo il desiderio dell'imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che coll'esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell'intenzione, già lo erano372. Ma, in questo racconto, Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell'esercito di Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d'indisciplina. Se, anzi, v'è cosa che dimostri la potenza d'attrattiva del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania, nell'arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l'esercito, oscillassero nella loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio [pg!410] e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.Fra gli atti di persecuzione attribuiti all'imperatore, Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare i colpi ch'egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve pur riconoscere l'umanità dell'iniziativa di Giuliano, ma non riconosce la lealtà dell'intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente ebraico, onde adescarli coll'armonia della sua loquela. Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all'esercizio della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell'imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose [pg!411] non già per sapienza umana, ma per forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»373.Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più interessanti la personalità dell'enigmatico imperatore, esaminiamolo ancora una volta.Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo della sua causa, non v'ha scrittore imparziale che lo possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta dall'acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro scrittore, nell'ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è che, nell'azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l'ispirazione di una grande temperanza ed equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano assai.A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non permettere un'evoluzione fondamentale del suo pensiero. E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell'ordine cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi [pg!412] che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne proprio all'esordio del suo regno, mentre l'editto di disapprovazione degli Alessandrini per l'uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch'egli le fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene puramente amministrative.Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano percoercitio, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non s'incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni, l'autorità imperiale ne faceva, come oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione all'imagine dell'imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili che contro un'esigua minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo un'esistenza legale e riconosciuta.[pg!413]Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch'egli potesse dare. Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate, protestavano contro questo ritorno all'antico. Dal punto di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma. Nell'amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto cammino della equità. [pg!414]Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse»374. Questa dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia l'effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare la colpa coll'intenzione prestabilita di trovarla.❦Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch'egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua [pg!415] nella scoperta e nelle macchinazioni del male375. E di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l'abilità singolare con cui l'imperatore riuscì a condurre trionfalmente l'esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio, che attribuisce quel successo all'artifizio dei Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l'eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell'uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell'imperatore, come della salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch'egli fosse scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d'altra parte, impossibile resistere all'impeto dell'eloquenza del trionfante oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come [pg!416] un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l'eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l'ierofante la stola infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono tanti apparecchi d'armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi d'uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà di Dio»376. Gregorio esulta all'idea di tutti i tormenti del Tartaro ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti dall'Etiopia nell'Egitto, nè i raggi del sole, se anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la dottrina e la concordia, riservavi all'estremo cimento, come un dono trionfale e splendido pei demoni, [pg!417] se mai avessimo dovuto riceverti ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso pensiero, di trascinar teco nel baratro...«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna più alta e più splendida delle colonne d'Ercole. Queste son fisse in un luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale castigo»377.❦Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l'una all'altra che ci presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli era un nume raggiante d'ogni virtù, per altri un mostro abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il formarsi un concetto esatto dell'indole e delle doti dell'uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di [pg!418] entrare nell'intimo del suo spirito e sorprendere l'uomo. Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo, alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei retori, dove l'arte dello scrivere si riduceva all'applicazione di un determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli esempi della storia e della letteratura antica.Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un'autorità che lo rendeva quasi collega dell'imperatore, sorretto, come egli si sentiva, dell'appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un'era nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere nè il presente nè l'avvenire, e di guadagnarsi il favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un'adulazione così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch'egli si era subito accorto della malafede di Costanzo nell'attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai [pg!419] generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero378.Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava, potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino, all'uccisore della sua famiglia! È un vero conforto, quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo, ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama all'azione379, e quest'azione era, forse, la grande campagna contro la coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo!380.[pg!420]Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è scritto anche il panegirico dell'imperatrice Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui però si ode l'accento di un omaggio vero e l'espressione [pg!421] di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa donna insigne che aveva portato in dote «un'educazione corretta, un'intelligenza armonica, un fiore ed un'aura di bellezza da far [pg!422] impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro volto»381. Ma del panegirico d'Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nelMisobarba, si presenta in tutta luce. NelBanchetto dei Cesari, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza fuori l'uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll'ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica letteraria di cui era stato nutrito.IlBanchetto dei Cesariè una satira piena di spirito e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore. In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi con sottile arguzia.Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l'una cosa nè l'altra, propone ad un amico di [pg!423] raccontargli un mito interessante. L'amico accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell'Olimpo. Gli dei, accettato l'invito, accorrono pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto, Sileno vicino a Bacco, ch'egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati, o Giove, che quest'uomo per amor del comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss'altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l'alloro. E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi, all'infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l'indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo, che non ha altro torto che l'eccessiva severità. Poi viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse [pg!424] la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest'armonia succede un tumulto stridente. È Costantino coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono scacciati dagli dei.Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d'Alessandro, questi ribattendo gli argomenti dell'altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall'imperizia e dalla pochezza dell'ingegno del suo avversario, Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione ch'egli ha fatto dell'impero, la fine della guerra civile, l'aver dati alla potenza romana due confini ben definiti, l'Istro e l'Eufrate, l'aver sanate le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle [pg!425] imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello tacere.»382— Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala, non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini d'Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini d'Adone? — Son quelli che le donne, in onore dell'amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all'opera sua383.[pg!426]Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest'antipatia ha la sua naturale origine dalla posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse; fors'anche, non voleva scemare l'effetto della frecciata finale che, come vedremo, egli ha scagliata all'apostasia di Costantino.Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta gran parte; bisogna conoscere l'intenzione con cui si son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con [pg!427] maggior moderazione, sono anch'essi scherniti da Sileno. Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio. Ma Marco Aurelio esce d'impiccio con una citazione d'Omero ed invocando l'esempio dell'indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l'Incontinenza, le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che [pg!428] gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d'acqua io vi renderò puri in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell'empietà lo tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona speranza di aver per guida un dio clemente»384.Qui c'è davvero uno scherno atroce ed un'interpretazione supremamente iniqua dell'ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l'indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è, come già l'abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe aspirazioni dell'anima umana al momento [pg!429] in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell'ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza diretta l'idea tutta relativa della moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni, una veste che si indossa, ma che lascia intatto l'uomo che ne è ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v'erano i buoni ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati d'ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale. Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L'errore [pg!430] di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento della sua evoluzione385.In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere ch'egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli imperatori che l'hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate. Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa [pg!431] che era la sua più viva preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell'Alessandro a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era, nel profondo dell'essere, un soldato, e le attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch'egli non confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far stupire il mondo con un'impresa colossale. Quanto fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso necrologico, descrive l'ardore di Giuliano nel correre a quell'impresa. A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all'istruzione dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento delle discordie fra la Persia e l'Impero. Tutti scongiuravano Giuliano di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso, fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione, ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche [pg!432] meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la pedanteria si univano all'ardore giovanile ed al desiderio d'azione, così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti della storia.❦Il lungo studio che abbiamo fatto dell'opera e degli scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un'idea chiara della natura di questa personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare l'antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse l'acume della critica moderna, e se ne avesse un'edizione che le illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto, storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più genuina l'anima che le dettava.Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo un'occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato, l'epistola a Temistio, e l'esortazione a Sallustio.[pg!433]Temistio era uno dei più insigni personaggi dell'epoca. Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l'alto ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz'essere ascritto al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano, all'ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla persecuzione contro i Cristiani ortodossi386. In quel discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a cui s'era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza sull'animo di Giuliano.
IL PRINCIPE E L'UOMONel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d'animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa, avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato a lungo, senz'altro scopo che la difesa e l'organizzazione dell'impero, non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma l'avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors'anche, impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l'impronta duratura della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l'opera sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch'egli fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del [pg!390] suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell'ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell'impresa della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell'apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti sull'orizzonte della vita pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne narrata la morte eroica, l'elogio di Giuliano, ci dice342come fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza in ogni suo atto —virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor, mortalia omnia despiciens. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l'autorità con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua amministrazione, così da [pg!391] alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell'avido e parassitico governo dell'Impero. E l'onesto storico non dissimula i difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una certa leggerezza nel risolvere, un'eccessiva facilità ed abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un'eccessiva impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l'effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità della religione che voleva restaurare un'importanza che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della mente —venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant.Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una occhiata all'imagine che di lui ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo, negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche mazzo di notizie preziose.[pg!392]Cominciamo coll'osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile non sentire l'espressione di un sentimento vero e profondo, tanto più quando si pensa che ilDiscorso necrologicoe laMonodiafurono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l'empio Costanzo «dominò sulla terra, ch'egli contaminava, per quarant'anni, e poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l'ufficio minore dell'impero, e per un tempo ancor più breve l'ufficio maggiore343, se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l'opera di acerbi demoni»344. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione dell'esercito, quando Giuliano, ferito a morte, [pg!393] ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura cadeva sulla terra, sul mare, sull'aere, esclama: «E noi tutti piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di Platone, i retori l'oratore valente a parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di coloro che avranno l'incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto più non sarà che un'ombra! Oh, magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»345.A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L'imperatore, dice Libanio, dava una suprema importanza all'istruzione; anzi, egli credeva che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne346. Per rimettere in onore l'istruzione completamente trascurata, egli stesso scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero governate da uomini colti, e li investiva dell'ufficio, appena trovasse in essi qualche virtù dell'uomo di [pg!394] governo. C'è, davvero, un soffio poetico nell'entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L'imperatore è mosso da un pensiero dominante, la restaurazione dell'Ellenismo, e gode dei discorsi assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in un'attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell'acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde rinverdisse l'amore delle Muse»347. Era infine una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all'antico splendore.Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso, di generale e d'uomo di Stato, Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi altrove, onorando insieme la solennità coll'esser presente ed i suoi pensieri [pg!395] coll'esser assorto in essi. Non v'era lotta, nè gara, nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era assente348. E della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare, ma non lui, che passava da un'occupazione all'altra. E quando cessava dall'amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»349. Le cure del regno [pg!396] non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare per amor suo. L'impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei, interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e perchè ci si sente l'eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione dell'antica civiltà.«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari? Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi, l'etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non salvò forse l'umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto parte dell'impero romano, governata dalle nostre [pg!397] leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare coi lodatori dell'impresa, ammirando questo, non ripudiando quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un'altra, e la sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l'atleta, già vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che, portata alle labbra una tazza d'acqua limpida e fredda, appena toccatala, se la vedesse strappar via»350.[pg!398]Libanio così narra la conversione di Giuliano:«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed essendoconcordiin questo le testimonianze di quanti lo conoscevano, non volle (l'imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d'ogni bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio351e udisti ciò ch'egli insegnava intorno a quegli spiriti che hanno composto e che conservano l'universo, e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l'errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia preferisti la verità all'ignoranza, la divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s'era insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora migliori sapienti (e anche qui si vede l'opera degli dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l'intelligenza, onde con alti concetti tu potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti trascurarli, venuta che fosse l'occasione, [pg!399] piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura salvezza nel dolore presente»352.Descritta l'azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l'aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea compagna nel consiglio e nell'azione, come lo fu per Ercole contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese, eroe nelle pugne»353.Dalle pagine di Libanio esce fuori un'imagine attraente e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell'ammirazione e dell'amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e del formalista. Ma c'è in lui un soffio eroico, qualche cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie [pg!400] rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del Neoplatonismo. L'antichità era tutta superstiziosa. Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto l'intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno, quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la gente. Ma, siccome non era facile all'imperatore uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi sacrifici, agli dei»354. E nellaMonodia, piangendo [pg!401] la morte all'eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori, egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di agnelli»355.Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir tutto356. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver primaesploratele viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E l'onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l'imperatore era dedito ad un'eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che legittimo osservatore del culto —presagiorum sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator357.Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime [pg!402] sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e dall'altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s'intende non quello del Vangelo, che pone semplicemente l'idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell'ambiente intellettuale del suo tempo.❦Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano e dall'entusiastico Libanio, è una figura d'uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e quell'ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto diversa, ci appare davanti l'imagine di uno scellerato e di uno stolto. L'eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l'uomo severo di principî e di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di Gregorio, «quel drago, quell'apostata, quel gran macchinatore, quell'Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia [pg!403] e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue parole inique358. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell'empietà, ed in una sapienza, son per dire, da ignorante»359.È tanto l'odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita a farsi l'entusiasta apologista dell'imperatore Costanzo. Qui c'è un voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l'ariano Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio è così infervorato nell'esaltare il nemico di Giuliano ch'egli osa scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che l'imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell'unità la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l'unione nell'errore ariano era detestabile e funesta360. Ed egli attenua l'eresia di Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse una scossa all'ortodossia361. Ma tale apparenza è da mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non possiamo dimenticare ch'egli è figlio ed erede di colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale [pg!404] alla fede cristiana362. E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo!363. Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l'acciecamento delle passioni, ed anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l'empio apostata spiegò l'apparizione come un simbolo della sconfitta del Cristianesimo364. Un'altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre all'esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza dell'esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d'empietà che gli stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende [pg!405] assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme la credulità e l'artifizio dei polemisti cristiani, i quali trasformavano l'utopistico ellenista, di null'altro innamorato che d'Omero e di Platone, in una figura demoniaca che incuteva spavento nell'animo commosso delle plebi cristiane.Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell'atteggiamento di Giuliano, i difensori del Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli pretendeva di poter ricondurre il mondo all'Ellenismo antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell'ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d'ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse un'arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il vantaggio che, dall'atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch'egli perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l'onore [pg!406] che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»365. La differenza che corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile366. «Giuliano» — afferma Gregorio con un'acutezza che, sebbene avvelenata dall'odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della violenza. Quest'ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al volgo delle città, di cui è più terribile l'audacia perchè irragionevole e più feroce l'impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non impedire le sommosse. L'ufficio più mansueto, e più degno di un principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all'Etiope il color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità era disumana367, la sua esortazione violenza, la sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a persuadere»368.In queste parole di Gregorio, c'è indubbiamente un fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto [pg!407] come uno stratagemma voluto, come una condotta premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della situazione. Seguendo il filo di quest'interpretazione necessariamente ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano, che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l'imperatore direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e naturalmente ne fa tanti capi d'accusa contro il nemico. Tutto questo è necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile invettiva, in cui l'oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di vittoria369. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo per la verità della causa ch'egli difende. Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un'originalità di pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d'Atene e d'Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell'indurito [pg!408] pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi. Gregorio s'ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa dell'inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo, per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava nell'apoteosi dell'umile e dello sventurato aveva dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo, quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I successori di Costantino non potevano che seguirne l'indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor di più l'impero, rendendogli avversa la maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell'opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent'anni dopo la morte di Giuliano, Libanio potè rivolgere all'imperatore Teodosio il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi campestri dal furore distruttore [pg!409] dei Cristiani370. E l'esercito rimase sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi ch'egli abolisse il vessillo portante il segno della croce371. È vero che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati cristiani si sarebbero presentati all'imperatore per restituire il dono da lui ricevuto, nell'occasione del suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare un grano d'incenso, secondo il desiderio dell'imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che coll'esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell'intenzione, già lo erano372. Ma, in questo racconto, Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell'esercito di Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d'indisciplina. Se, anzi, v'è cosa che dimostri la potenza d'attrattiva del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania, nell'arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l'esercito, oscillassero nella loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio [pg!410] e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.Fra gli atti di persecuzione attribuiti all'imperatore, Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare i colpi ch'egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve pur riconoscere l'umanità dell'iniziativa di Giuliano, ma non riconosce la lealtà dell'intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente ebraico, onde adescarli coll'armonia della sua loquela. Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all'esercizio della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell'imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose [pg!411] non già per sapienza umana, ma per forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»373.Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più interessanti la personalità dell'enigmatico imperatore, esaminiamolo ancora una volta.Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo della sua causa, non v'ha scrittore imparziale che lo possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta dall'acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro scrittore, nell'ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è che, nell'azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l'ispirazione di una grande temperanza ed equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano assai.A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non permettere un'evoluzione fondamentale del suo pensiero. E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell'ordine cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi [pg!412] che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne proprio all'esordio del suo regno, mentre l'editto di disapprovazione degli Alessandrini per l'uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch'egli le fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene puramente amministrative.Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano percoercitio, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non s'incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni, l'autorità imperiale ne faceva, come oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione all'imagine dell'imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili che contro un'esigua minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo un'esistenza legale e riconosciuta.[pg!413]Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch'egli potesse dare. Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate, protestavano contro questo ritorno all'antico. Dal punto di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma. Nell'amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto cammino della equità. [pg!414]Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse»374. Questa dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia l'effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare la colpa coll'intenzione prestabilita di trovarla.❦Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch'egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua [pg!415] nella scoperta e nelle macchinazioni del male375. E di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l'abilità singolare con cui l'imperatore riuscì a condurre trionfalmente l'esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio, che attribuisce quel successo all'artifizio dei Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l'eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell'uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell'imperatore, come della salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch'egli fosse scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d'altra parte, impossibile resistere all'impeto dell'eloquenza del trionfante oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come [pg!416] un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l'eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l'ierofante la stola infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono tanti apparecchi d'armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi d'uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà di Dio»376. Gregorio esulta all'idea di tutti i tormenti del Tartaro ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti dall'Etiopia nell'Egitto, nè i raggi del sole, se anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la dottrina e la concordia, riservavi all'estremo cimento, come un dono trionfale e splendido pei demoni, [pg!417] se mai avessimo dovuto riceverti ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso pensiero, di trascinar teco nel baratro...«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna più alta e più splendida delle colonne d'Ercole. Queste son fisse in un luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale castigo»377.❦Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l'una all'altra che ci presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli era un nume raggiante d'ogni virtù, per altri un mostro abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il formarsi un concetto esatto dell'indole e delle doti dell'uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di [pg!418] entrare nell'intimo del suo spirito e sorprendere l'uomo. Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo, alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei retori, dove l'arte dello scrivere si riduceva all'applicazione di un determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli esempi della storia e della letteratura antica.Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un'autorità che lo rendeva quasi collega dell'imperatore, sorretto, come egli si sentiva, dell'appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un'era nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere nè il presente nè l'avvenire, e di guadagnarsi il favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un'adulazione così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch'egli si era subito accorto della malafede di Costanzo nell'attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai [pg!419] generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero378.Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava, potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino, all'uccisore della sua famiglia! È un vero conforto, quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo, ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama all'azione379, e quest'azione era, forse, la grande campagna contro la coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo!380.[pg!420]Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è scritto anche il panegirico dell'imperatrice Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui però si ode l'accento di un omaggio vero e l'espressione [pg!421] di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa donna insigne che aveva portato in dote «un'educazione corretta, un'intelligenza armonica, un fiore ed un'aura di bellezza da far [pg!422] impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro volto»381. Ma del panegirico d'Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nelMisobarba, si presenta in tutta luce. NelBanchetto dei Cesari, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza fuori l'uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll'ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica letteraria di cui era stato nutrito.IlBanchetto dei Cesariè una satira piena di spirito e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore. In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi con sottile arguzia.Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l'una cosa nè l'altra, propone ad un amico di [pg!423] raccontargli un mito interessante. L'amico accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell'Olimpo. Gli dei, accettato l'invito, accorrono pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto, Sileno vicino a Bacco, ch'egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati, o Giove, che quest'uomo per amor del comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss'altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l'alloro. E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi, all'infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l'indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo, che non ha altro torto che l'eccessiva severità. Poi viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse [pg!424] la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest'armonia succede un tumulto stridente. È Costantino coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono scacciati dagli dei.Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d'Alessandro, questi ribattendo gli argomenti dell'altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall'imperizia e dalla pochezza dell'ingegno del suo avversario, Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione ch'egli ha fatto dell'impero, la fine della guerra civile, l'aver dati alla potenza romana due confini ben definiti, l'Istro e l'Eufrate, l'aver sanate le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle [pg!425] imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello tacere.»382— Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala, non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini d'Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini d'Adone? — Son quelli che le donne, in onore dell'amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all'opera sua383.[pg!426]Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest'antipatia ha la sua naturale origine dalla posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse; fors'anche, non voleva scemare l'effetto della frecciata finale che, come vedremo, egli ha scagliata all'apostasia di Costantino.Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta gran parte; bisogna conoscere l'intenzione con cui si son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con [pg!427] maggior moderazione, sono anch'essi scherniti da Sileno. Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio. Ma Marco Aurelio esce d'impiccio con una citazione d'Omero ed invocando l'esempio dell'indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l'Incontinenza, le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che [pg!428] gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d'acqua io vi renderò puri in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell'empietà lo tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona speranza di aver per guida un dio clemente»384.Qui c'è davvero uno scherno atroce ed un'interpretazione supremamente iniqua dell'ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l'indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è, come già l'abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe aspirazioni dell'anima umana al momento [pg!429] in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell'ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza diretta l'idea tutta relativa della moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni, una veste che si indossa, ma che lascia intatto l'uomo che ne è ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v'erano i buoni ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati d'ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale. Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L'errore [pg!430] di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento della sua evoluzione385.In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere ch'egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli imperatori che l'hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate. Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa [pg!431] che era la sua più viva preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell'Alessandro a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era, nel profondo dell'essere, un soldato, e le attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch'egli non confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far stupire il mondo con un'impresa colossale. Quanto fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso necrologico, descrive l'ardore di Giuliano nel correre a quell'impresa. A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all'istruzione dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento delle discordie fra la Persia e l'Impero. Tutti scongiuravano Giuliano di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso, fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione, ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche [pg!432] meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la pedanteria si univano all'ardore giovanile ed al desiderio d'azione, così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti della storia.❦Il lungo studio che abbiamo fatto dell'opera e degli scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un'idea chiara della natura di questa personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare l'antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse l'acume della critica moderna, e se ne avesse un'edizione che le illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto, storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più genuina l'anima che le dettava.Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo un'occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato, l'epistola a Temistio, e l'esortazione a Sallustio.[pg!433]Temistio era uno dei più insigni personaggi dell'epoca. Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l'alto ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz'essere ascritto al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano, all'ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla persecuzione contro i Cristiani ortodossi386. In quel discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a cui s'era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza sull'animo di Giuliano.
Nel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d'animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa, avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato a lungo, senz'altro scopo che la difesa e l'organizzazione dell'impero, non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma l'avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors'anche, impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.
Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l'impronta duratura della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l'opera sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch'egli fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del [pg!390] suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell'ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell'impresa della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell'apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti sull'orizzonte della vita pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne narrata la morte eroica, l'elogio di Giuliano, ci dice342come fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza in ogni suo atto —virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor, mortalia omnia despiciens. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l'autorità con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua amministrazione, così da [pg!391] alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell'avido e parassitico governo dell'Impero. E l'onesto storico non dissimula i difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una certa leggerezza nel risolvere, un'eccessiva facilità ed abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un'eccessiva impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l'effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità della religione che voleva restaurare un'importanza che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della mente —venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant.
Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una occhiata all'imagine che di lui ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo, negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche mazzo di notizie preziose.
[pg!392]
Cominciamo coll'osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile non sentire l'espressione di un sentimento vero e profondo, tanto più quando si pensa che ilDiscorso necrologicoe laMonodiafurono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l'empio Costanzo «dominò sulla terra, ch'egli contaminava, per quarant'anni, e poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l'ufficio minore dell'impero, e per un tempo ancor più breve l'ufficio maggiore343, se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l'opera di acerbi demoni»344. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione dell'esercito, quando Giuliano, ferito a morte, [pg!393] ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura cadeva sulla terra, sul mare, sull'aere, esclama: «E noi tutti piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di Platone, i retori l'oratore valente a parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di coloro che avranno l'incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto più non sarà che un'ombra! Oh, magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»345.
A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L'imperatore, dice Libanio, dava una suprema importanza all'istruzione; anzi, egli credeva che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne346. Per rimettere in onore l'istruzione completamente trascurata, egli stesso scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero governate da uomini colti, e li investiva dell'ufficio, appena trovasse in essi qualche virtù dell'uomo di [pg!394] governo. C'è, davvero, un soffio poetico nell'entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L'imperatore è mosso da un pensiero dominante, la restaurazione dell'Ellenismo, e gode dei discorsi assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in un'attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell'acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde rinverdisse l'amore delle Muse»347. Era infine una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all'antico splendore.
Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso, di generale e d'uomo di Stato, Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi altrove, onorando insieme la solennità coll'esser presente ed i suoi pensieri [pg!395] coll'esser assorto in essi. Non v'era lotta, nè gara, nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era assente348. E della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare, ma non lui, che passava da un'occupazione all'altra. E quando cessava dall'amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»349. Le cure del regno [pg!396] non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare per amor suo. L'impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».
E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei, interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e perchè ci si sente l'eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione dell'antica civiltà.
«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari? Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi, l'etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non salvò forse l'umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto parte dell'impero romano, governata dalle nostre [pg!397] leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare coi lodatori dell'impresa, ammirando questo, non ripudiando quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un'altra, e la sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l'atleta, già vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che, portata alle labbra una tazza d'acqua limpida e fredda, appena toccatala, se la vedesse strappar via»350.
[pg!398]
Libanio così narra la conversione di Giuliano:
«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed essendoconcordiin questo le testimonianze di quanti lo conoscevano, non volle (l'imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d'ogni bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio351e udisti ciò ch'egli insegnava intorno a quegli spiriti che hanno composto e che conservano l'universo, e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l'errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia preferisti la verità all'ignoranza, la divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s'era insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora migliori sapienti (e anche qui si vede l'opera degli dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l'intelligenza, onde con alti concetti tu potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti trascurarli, venuta che fosse l'occasione, [pg!399] piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura salvezza nel dolore presente»352.
Descritta l'azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l'aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea compagna nel consiglio e nell'azione, come lo fu per Ercole contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese, eroe nelle pugne»353.
Dalle pagine di Libanio esce fuori un'imagine attraente e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell'ammirazione e dell'amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e del formalista. Ma c'è in lui un soffio eroico, qualche cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie [pg!400] rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del Neoplatonismo. L'antichità era tutta superstiziosa. Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto l'intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno, quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la gente. Ma, siccome non era facile all'imperatore uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi sacrifici, agli dei»354. E nellaMonodia, piangendo [pg!401] la morte all'eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori, egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di agnelli»355.
Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir tutto356. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver primaesploratele viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E l'onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l'imperatore era dedito ad un'eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che legittimo osservatore del culto —presagiorum sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator357.
Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime [pg!402] sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e dall'altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s'intende non quello del Vangelo, che pone semplicemente l'idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell'ambiente intellettuale del suo tempo.
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Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano e dall'entusiastico Libanio, è una figura d'uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e quell'ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto diversa, ci appare davanti l'imagine di uno scellerato e di uno stolto. L'eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l'uomo severo di principî e di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di Gregorio, «quel drago, quell'apostata, quel gran macchinatore, quell'Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia [pg!403] e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue parole inique358. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell'empietà, ed in una sapienza, son per dire, da ignorante»359.
È tanto l'odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita a farsi l'entusiasta apologista dell'imperatore Costanzo. Qui c'è un voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l'ariano Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio è così infervorato nell'esaltare il nemico di Giuliano ch'egli osa scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che l'imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell'unità la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l'unione nell'errore ariano era detestabile e funesta360. Ed egli attenua l'eresia di Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse una scossa all'ortodossia361. Ma tale apparenza è da mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non possiamo dimenticare ch'egli è figlio ed erede di colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale [pg!404] alla fede cristiana362. E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo!363. Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l'acciecamento delle passioni, ed anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.
Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l'empio apostata spiegò l'apparizione come un simbolo della sconfitta del Cristianesimo364. Un'altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre all'esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza dell'esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d'empietà che gli stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende [pg!405] assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme la credulità e l'artifizio dei polemisti cristiani, i quali trasformavano l'utopistico ellenista, di null'altro innamorato che d'Omero e di Platone, in una figura demoniaca che incuteva spavento nell'animo commosso delle plebi cristiane.
Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell'atteggiamento di Giuliano, i difensori del Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli pretendeva di poter ricondurre il mondo all'Ellenismo antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell'ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d'ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse un'arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il vantaggio che, dall'atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch'egli perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l'onore [pg!406] che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»365. La differenza che corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile366. «Giuliano» — afferma Gregorio con un'acutezza che, sebbene avvelenata dall'odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della violenza. Quest'ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al volgo delle città, di cui è più terribile l'audacia perchè irragionevole e più feroce l'impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non impedire le sommosse. L'ufficio più mansueto, e più degno di un principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all'Etiope il color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità era disumana367, la sua esortazione violenza, la sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a persuadere»368.
In queste parole di Gregorio, c'è indubbiamente un fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto [pg!407] come uno stratagemma voluto, come una condotta premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della situazione. Seguendo il filo di quest'interpretazione necessariamente ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano, che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l'imperatore direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e naturalmente ne fa tanti capi d'accusa contro il nemico. Tutto questo è necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile invettiva, in cui l'oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di vittoria369. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo per la verità della causa ch'egli difende. Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un'originalità di pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d'Atene e d'Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell'indurito [pg!408] pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi. Gregorio s'ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa dell'inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo, per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava nell'apoteosi dell'umile e dello sventurato aveva dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo, quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.
Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I successori di Costantino non potevano che seguirne l'indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor di più l'impero, rendendogli avversa la maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell'opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent'anni dopo la morte di Giuliano, Libanio potè rivolgere all'imperatore Teodosio il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi campestri dal furore distruttore [pg!409] dei Cristiani370. E l'esercito rimase sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi ch'egli abolisse il vessillo portante il segno della croce371. È vero che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati cristiani si sarebbero presentati all'imperatore per restituire il dono da lui ricevuto, nell'occasione del suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare un grano d'incenso, secondo il desiderio dell'imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che coll'esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell'intenzione, già lo erano372. Ma, in questo racconto, Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell'esercito di Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d'indisciplina. Se, anzi, v'è cosa che dimostri la potenza d'attrattiva del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania, nell'arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l'esercito, oscillassero nella loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio [pg!410] e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.
Fra gli atti di persecuzione attribuiti all'imperatore, Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare i colpi ch'egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve pur riconoscere l'umanità dell'iniziativa di Giuliano, ma non riconosce la lealtà dell'intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente ebraico, onde adescarli coll'armonia della sua loquela. Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all'esercizio della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell'imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose [pg!411] non già per sapienza umana, ma per forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»373.
Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più interessanti la personalità dell'enigmatico imperatore, esaminiamolo ancora una volta.
Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo della sua causa, non v'ha scrittore imparziale che lo possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta dall'acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro scrittore, nell'ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è che, nell'azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l'ispirazione di una grande temperanza ed equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano assai.
A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non permettere un'evoluzione fondamentale del suo pensiero. E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell'ordine cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi [pg!412] che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne proprio all'esordio del suo regno, mentre l'editto di disapprovazione degli Alessandrini per l'uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch'egli le fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene puramente amministrative.
Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano percoercitio, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non s'incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni, l'autorità imperiale ne faceva, come oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione all'imagine dell'imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili che contro un'esigua minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo un'esistenza legale e riconosciuta.
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Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch'egli potesse dare. Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate, protestavano contro questo ritorno all'antico. Dal punto di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma. Nell'amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto cammino della equità. [pg!414]Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse»374. Questa dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia l'effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare la colpa coll'intenzione prestabilita di trovarla.
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Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch'egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua [pg!415] nella scoperta e nelle macchinazioni del male375. E di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l'abilità singolare con cui l'imperatore riuscì a condurre trionfalmente l'esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio, che attribuisce quel successo all'artifizio dei Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l'eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell'uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell'imperatore, come della salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch'egli fosse scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d'altra parte, impossibile resistere all'impeto dell'eloquenza del trionfante oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come [pg!416] un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l'eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l'ierofante la stola infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono tanti apparecchi d'armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi d'uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà di Dio»376. Gregorio esulta all'idea di tutti i tormenti del Tartaro ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti dall'Etiopia nell'Egitto, nè i raggi del sole, se anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la dottrina e la concordia, riservavi all'estremo cimento, come un dono trionfale e splendido pei demoni, [pg!417] se mai avessimo dovuto riceverti ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso pensiero, di trascinar teco nel baratro...
«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna più alta e più splendida delle colonne d'Ercole. Queste son fisse in un luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale castigo»377.
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Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l'una all'altra che ci presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli era un nume raggiante d'ogni virtù, per altri un mostro abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il formarsi un concetto esatto dell'indole e delle doti dell'uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di [pg!418] entrare nell'intimo del suo spirito e sorprendere l'uomo. Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo, alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei retori, dove l'arte dello scrivere si riduceva all'applicazione di un determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli esempi della storia e della letteratura antica.
Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un'autorità che lo rendeva quasi collega dell'imperatore, sorretto, come egli si sentiva, dell'appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un'era nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere nè il presente nè l'avvenire, e di guadagnarsi il favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un'adulazione così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch'egli si era subito accorto della malafede di Costanzo nell'attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai [pg!419] generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero378.
Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava, potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino, all'uccisore della sua famiglia! È un vero conforto, quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo, ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama all'azione379, e quest'azione era, forse, la grande campagna contro la coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo!380.
[pg!420]
Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è scritto anche il panegirico dell'imperatrice Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui però si ode l'accento di un omaggio vero e l'espressione [pg!421] di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa donna insigne che aveva portato in dote «un'educazione corretta, un'intelligenza armonica, un fiore ed un'aura di bellezza da far [pg!422] impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro volto»381. Ma del panegirico d'Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.
Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nelMisobarba, si presenta in tutta luce. NelBanchetto dei Cesari, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza fuori l'uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll'ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica letteraria di cui era stato nutrito.
IlBanchetto dei Cesariè una satira piena di spirito e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore. In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi con sottile arguzia.
Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l'una cosa nè l'altra, propone ad un amico di [pg!423] raccontargli un mito interessante. L'amico accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell'Olimpo. Gli dei, accettato l'invito, accorrono pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto, Sileno vicino a Bacco, ch'egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati, o Giove, che quest'uomo per amor del comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss'altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l'alloro. E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi, all'infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l'indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo, che non ha altro torto che l'eccessiva severità. Poi viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse [pg!424] la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest'armonia succede un tumulto stridente. È Costantino coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono scacciati dagli dei.
Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d'Alessandro, questi ribattendo gli argomenti dell'altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall'imperizia e dalla pochezza dell'ingegno del suo avversario, Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione ch'egli ha fatto dell'impero, la fine della guerra civile, l'aver dati alla potenza romana due confini ben definiti, l'Istro e l'Eufrate, l'aver sanate le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle [pg!425] imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello tacere.»382— Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala, non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini d'Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini d'Adone? — Son quelli che le donne, in onore dell'amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all'opera sua383.
[pg!426]
Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest'antipatia ha la sua naturale origine dalla posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse; fors'anche, non voleva scemare l'effetto della frecciata finale che, come vedremo, egli ha scagliata all'apostasia di Costantino.
Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta gran parte; bisogna conoscere l'intenzione con cui si son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con [pg!427] maggior moderazione, sono anch'essi scherniti da Sileno. Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio. Ma Marco Aurelio esce d'impiccio con una citazione d'Omero ed invocando l'esempio dell'indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l'Incontinenza, le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che [pg!428] gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d'acqua io vi renderò puri in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell'empietà lo tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».
Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona speranza di aver per guida un dio clemente»384.
Qui c'è davvero uno scherno atroce ed un'interpretazione supremamente iniqua dell'ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l'indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è, come già l'abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe aspirazioni dell'anima umana al momento [pg!429] in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell'ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza diretta l'idea tutta relativa della moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni, una veste che si indossa, ma che lascia intatto l'uomo che ne è ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v'erano i buoni ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati d'ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale. Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L'errore [pg!430] di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento della sua evoluzione385.
In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere ch'egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli imperatori che l'hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate. Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa [pg!431] che era la sua più viva preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell'Alessandro a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era, nel profondo dell'essere, un soldato, e le attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch'egli non confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far stupire il mondo con un'impresa colossale. Quanto fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso necrologico, descrive l'ardore di Giuliano nel correre a quell'impresa. A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all'istruzione dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento delle discordie fra la Persia e l'Impero. Tutti scongiuravano Giuliano di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso, fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione, ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche [pg!432] meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la pedanteria si univano all'ardore giovanile ed al desiderio d'azione, così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti della storia.
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Il lungo studio che abbiamo fatto dell'opera e degli scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un'idea chiara della natura di questa personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare l'antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse l'acume della critica moderna, e se ne avesse un'edizione che le illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto, storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più genuina l'anima che le dettava.
Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo un'occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato, l'epistola a Temistio, e l'esortazione a Sallustio.
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Temistio era uno dei più insigni personaggi dell'epoca. Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l'alto ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz'essere ascritto al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano, all'ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla persecuzione contro i Cristiani ortodossi386. In quel discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a cui s'era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza sull'animo di Giuliano.