VI.LA MENZOGNA AL SERVIZIO DELLA REAZIONE
Il movimento politico sociale che in quest’ultimo quarto di secolo si è svolto con meravigliosa rapidità ed intensità tra i popoli civili era stato lento e stentato in Italia. Le cause di questo ritardo nella sua evoluzione sono parecchie e degne tutte di uno studio speciale; qui basta enumerarle: mancanza di uno sviluppo industriale e di relativa concentrazione ed organizzazione delle classi lavoratrici, analfabetismo, miseria, deficiente libertà ed educazione politica rudimentale, esaurimento derivante da un lungo periodo di cospirazioni, di rivolte e di guerre per conseguire l’unità e l’indipendenza dallo straniero, servilismo infiltrato nelle ossa delle popolazioni per la servitù per secoli durata, differenze ed antagonismi regionali che paralizzano molte forze ed energie locali e che, abilmente sfruttate, servono a comprimere le une per mezzo delle altre, ecc.
Di questo ritardo nella evoluzione politico-sociale si risentono tutte le classi: le dirigenti come le cosidette classi inferiori. Ond’è che mentre nelle ultime manca la coscienza dei propri diritti e l’aspirazione generale ad un tenore di vita più umano — mancanza contrassegnata dalle alternative tra la rassegnazione ignominiosa e le esplosioni selvagge — nelle classi dirigenti, invece, c’è l’avversione verso le innovazioni e la credenza in diritti propri, che rappresentano una sopravvivenza del tramontato regime feudale. Queste condizioni, si sa che sono più vive nel mezzogiorno e nelle isole; il settentrione è stato maggiormente penetrato dalla corrente della vita moderna. Non tanto, però, da aver modificato sensibilmente la costituzione politica e intellettuale della maggioranza delle classi dirigenti, rimaste più reazionarie che sanamente conservatrici. Se n’ebbe la prova, con una certa sorpresa in molti, in occasione dei moti di Maggio.
Per quanto lento il movimento politico sociale elevante le classi lavoratrici, esso allarmava già le classi dirigenti che da un pezzo manifestavano il rammarico profondo e il pentimento per le meschine riforme concesse — e specialmente per la riforma elettorale politica del 1882 ed amministrativa del 1889.
I moti di Sicilia del 1893-94 manifestarono lo stato d’animo delle classi dirigenti, le quali perdonarono a Crispi le brutture di cui era macchiato, in grazia della repressione pronta e severa. Tutto perdonarono col proprio disdoro a chi aveva iniziato con fortunati auspici la reazione.
Venne Abba Garima e fatalmente produsse la Caduta di Crispi; ma caduto il vessillifero, la reazionedava segni d’impazienza per riprendere la marcia trionfale interrotta dal disastro africano, nel quale c’era la complicità innegabile delle classi dirigenti.
I moti del 1898, perfettamente analoghi, e solo più generali e più vasti nelle proporzioni di quelli del 1893-94, somministrarono propizia l’occasione per riprendere l’interrotto movimento reazionario.
Questi moti da principio furono talmente violenti e si propagarono con tanta rapidità, che le classi dirigenti ne provarono paura e sbalordimento, ma rinfrancatesi man mano che il telegrafo dava notizia delle repressioni riuscite e della buona prova fatta dall’organizzazione dell’esercito — per la quale trepidarono fortemente nel momento del richiamo delle classi in congedo — ripresero con energia compensatrice della breve sosta l’opera malvagiamente reazionaria interrotta nel 1896.
Intanto nel mezzogiorno, dove queste classi dirigenti sono meno colte ed hanno minore coscienza collettiva dei propri interessi e delle proprie aspirazioni, si applaudiva al governo per la repressione ed anche la s’invocava più feroce e più continuata, ma venne meno la loro azione diretta; in Toscana e nella Lombardia, dove supponevasi che le classi dirigenti dovessero essere più illuminate e più modernamente conservatrici, invece furono esse gli elementi attivi che presero la mano al governo centrale e quasi gli imposero la reazione. La loro attività in tale senso fu in ragione diretta del pericolo da cui si sentivano minacciate: la perdita del dominio e dell’influenza a causa dei progressi rapidi della democrazia repubblicana e socialista.
La reazione, per colorire i propri disegni, si servì della menzogna e della esagerazione, che le avevano reso eccellenti servizi nel 1893-94. Allora ai buoni italiani del continente si fece comprendere che in Sicilia non erano i lavoratori che si movevano, stanchi di vessazioni e di soprusi e di spogliazione, che non erano i contadini che reclamavano la terra loro o patti agrari tollerabili se non equi del tutto; ma che l’isola fosse in aperta insurrezione per attentare all’unità della nazione ed erigersi a stato indipendente o porsi sotto la protezione non si sa bene se della Francia, o della Russia: iltrattato di Bisacquinonon lo definiva chiaramente.
Il giuoco riuscito allora fu ripetuto nel 1898; e sino ad un certo punto con ugual fortuna. Si scrisse che a Napoli si gridava:Vulimme ò re nusto!cioè il Borbone. Si ripetè che in Lombardia si volesse costituire loStato di Milano.
Di vero c’era questo solo: che a Napoli, come à Milano, il malcontento era generale e profondo e correvano per la bocca di tutti certi confronti odiosi. Ma era una menzogna che a Napoli e a Milano il tumulto avesse una bandiera politica qualsiasi.
La menzogna poi divenne gigantesca nelle proporzioni date agli avvenimenti dalle classi dirigenti che volevano sfruttarli disonestamente; ciò specialmente in Toscana e in Lombardia. Nella mite e gentile Toscana l’opera dei reazionari sorpassò tutto ciò che era da attendersi dalla paura folle che imperava sovrana a Palazzo Braschi; e i reazionari ottennero lo Stato di assedio, in tutte le provincie, di cui non sentiva il bisogno il Prefetto di Firenze, ch’era pure un avveduto uomo d’ordine e per soprammercatoun generale — l’ex deputato Sani. Ed a Pisa il Regio Commissario straordinario per la Toscana arriva a scorgere pericoli dove non ne vedeva il Prefetto Minervini. Sicchè si ebbe in quei momenti: un Prefetto dimissionario perchè seppe proclamate misure non chieste dalla salute pubblica; ed un altro Prefetto punito coll’aspettativa perchè non volle sciogliere delle associazioni non pericolose e non sovversive!
I disordini repressi facilmente e rapidamente nel mezzogiorno e nel centro della penisola non potevano esercitare valida influenza sull’indirizzo politico dello Stato; l’esercitarono invece e vigorosa quelli di Milano, esagerati e falsati con impudenza pari alla persistenza.
E questi uomini non esitarono a spargere in Italia, per ottenere le invocate misure, notizie tali, che fecero rinvigorire i tumulti e le sommosse e crearono pericoli reali non sospettati dagli imprudenti loro inventori e propalatori! Poco mancò che l’annunzio telegrafico:il cannone tuona da otto ore in Milano!non provocasse una vera insurrezione altrove....
«I moti di Milano, si affermò nei giornali e nei corridoi allarmati di Montecitorio, nelle sale di Palazzo Braschi, e in altre più auguste, non solo mirano ad abbattere le istituzioni, a rompere l’unità d’Italia; ma costituiscono un attentato contro la stessa civiltà».
I singoli elementi dovevano essere adeguati al giudizio complessivo e finale; perciò da un lato si ingigantirono tutti gli episodi che facevano fede della forza e della organizzazione dell’insurrezione e dei pericoli conseguenti per lo Stato; dall’altrosi somministrarono altri dettagli paurosi dai quali dovevasi argomentare di che cosa fossero capaci i barbari moderni, padroni di una città civile e ricca.
In tal guisa si sospingeva il governo ad una repressione pronta ed energica sino alla ferocia; e non solo si mirava alla repressione, che deve durare sintanto che c’è l’imminenza o l’immanenza del pericolo, come espressione della legittima difesa dello Stato, ma si mirava a giustificare la reazione permanente come mezzo adatto per distrurre le cause, che avevano generato i barbari moderni.
Così si diffusero con amorevole sollecitudine notizie sulle barricate, sul complotto, sulla uccisione degli alpini, sulle bande svizzere, sulla resistenza fiera — anche eroica — degli insorti, sulla impedita partenza dei treni, sulla necessità del cannoneggiamento, sulle case designate al saccheggio e alla distruzione, sul saccheggio avvenuto di Palazzo Saporiti, della Cassa di Risparmio, sulla distruzione della Villa reale di Monza; sui contadini di Corbetta che marciavano su Milano per vendicare Muzio Mussi; sui contadini bolognesi concentrati sulle sponde del Po, ecc., ecc.
Di ciascuno di questi elementi giustificatori della repressione e della reazione dirò qui rapidamente col vivo rammarico di non poterne trattare più ampiamente e di non saperne dire in forma artistica, mescolando il ridicolo colla rampogna, per flagellare gli eroi della menzogna e della calunnia.
Comincio cogli atti che dovevano far designare gl’insorti come i nuovi vandali; e perciò come tanti salvatori della civiltà gli uomini della reazione.
L’invenzione più grottesca fu quella delle case designate al saccheggio e alla devastazione nella nuova San Barthelemy anarchica e socialista colle lettere rosse — il colore adatto! —BeFche indicavano:BombeeFuoco. La notizia corsa per la prima fu delle prime smentite come un prodotto di una morbosa immaginazione e furono gli stessi giornali conservatori a constatare l’esistenza delle famose lettere, che, però, non erano state scritte dai rivoluzionari, ma dagli agenti della autorità municipale; laBindicava che lì presso c’era unabocca di presadell’acqua potabile; laFera un segno pei lavori difognatura!
Ebbe sorte più prospera, dal punto di vista degli inventori, la notizia sul saccheggio della Cassa di Risparmio e del Palazzo Saporiti; la notizia fu accreditata a Roma e non fu delle minori nel determinare la proclamazione dello Stato di assedio. Mancava ogni base al saccheggio della Cassa di Risparmio e la notizia circolò per breve tempo; c’era qualche lieve indizio per la seconda ed ebbe la sua discussione innanzi al Tribunale Militare.
E dal Tribunale Militare si seppe ciò che c’era di vero in questo episodio disonorevole per gl’insorti di Milano.
Nel terzo processo il Tribunale Militare si occupò del saccheggio del Palazzo Saporiti. — Gli accusati erano nove: di due non fu indicata l’età; sette erano minorenni tra i 14 e i 18 anni; di uno la polizia dette cattive informazioni e non trova da dire sui precedenti degli altri. Ben terribili questi saccheggiatori e ben grave dovette essere la devastazione compiuta! Sentiamo dal processo.
Un testimonio oculare, il cocchiere di Casa Saporiti, dice che avevano preso della biancheria... per fare delle barricate. Ma se essi furono arrestati sui tetti! Palazzo Saporiti è tra i più ricchi di Milano; fu completamente in mano dei barbari devastatori per alcune ore; ma in tutto non si accusa che un danno di circa ottomila lire. E fosse vero! Ascoltiamo un testimonio che vale di più del cocchiere e dei portieri; per un caso strano, questo testimone è il difensore di ufficio dei vandali imberbi. Il Barone Di Loreto, capitano dei Lancieri di Firenze, colla ingenuità di chi non apprese nelle Università il diritto e nelle aule l’arte oratoria, dice: «Signori giudici! Basta guardare il fisico e l’aspetto di Molteni e degli altri imputati per convincersi che non potevano essere devastatori e saccheggiatori.E poi, il corpo del reato dov’è?L’atto d’accusa parla di gioielli e biancheria trafugata per il valore di otto e più mila lire,mentre gl’imputati al momento del loro arresto non possedevano un oggetto d’oro, un capo di biancheria, nè altro. Io presi parte alla repressione col mio squadrone, e stetti fermo presso una barricata per dieci minuti, quando fummo avvertiti che i tetti erano occupati dai dimostranti. Dopo i tre squilli molta gente si ritirò nei Giardini pubblici e molti altri entrarono in casa Saporiti...»
È chiaro, dunque, che isaccheggiatorie i devastatori entrarono in Casa Saporiti per paura; e vi rimasero in trappola. Tentarono fuggire dal palazzo Richard, ma vennero arrestati. Se vi avessero avuto seco lares furtivanon avrebbero avuto modo di nasconderla: dal luogo del saccheggio passaronoal cellulare. Non importa: il Tribunale li condannava; e dà 8 anni di reclusione al Sormani e 2 anni e 6 mesi ad un Bianchi di quindici anni....
Ilsaccheggiodi Casa Saporiti somministra materia per un altro processo. Si svolge il 26 Luglio e compariscono sullo sgabello.... tre donne. Su di una concentrasi l’accusa: la Ferrari, che piange e si dichiara innocente. Una compagna l’accusa di aver preso della biancheria; l’avv. fiscale è più preciso e tremendo: assicura che prese stoviglie, bicchieri ed altri oggetti che furono poi distrutti... La Ferrari insiste, sempre piangendo, di non aver raccolto che dei fiori....
La sventurata poteva essere creduta: fu proprio laPerseveranzadel giorno 8 ad annunziare che le donne misero sossopra i giardinidivellendo piante e fiori!
Ad ogni modo non prestiamole fede ed ammettiamo ch’essa abbia rubate tante stoviglie e bicchieri.... quanto ne poteva contenere il suo grembiale. Anche qui manca lares furtiva; ma si conceda che siano stati bene applicati i due anni e mezzo di reclusione appioppatile dal Tribunale Militare.
Si parlò, e ci fu il relativo processo, del saccheggio del gioielliere Amodeo. Ma ilCorriere della Sera(N. 125) dà la spiegazione del fatto. Corse voce che l’Amodeo avesse ucciso un popolano con un colpo di revolver. Il colpo fu vero, e ilCorrieredeplorò l’imprudenza; ma non fu seguito da saccheggio a scopo di furto, sibbene da tentativo di devastazione per indignazione. Dei sei accusati, quattro eranominorenni, come risulta dal 56º processo.
Ebbene: questi fatti e questi processi autorizzano chicchessia ad atteggiarsi a salvatore della civiltà? In tutte le parti del mondo e in tutti i tempi si legge di tumulti e di sommosse che non siano stati accompagnati da reati più numerosi e più gravi? Vi sono operai, dice Louis Blanc, che la miseria tiene continuamente a disposizione dei casi imprevisti.
Per un momento, durante il perturbamento, da paura o da altro men lodevole motivo si arriva a comprendere che si creda alla menzogna ed alla esagerazione senza che si metta in dubbio la buona fede di chi la menzogna divulga; perciò si può essere disposti a perdonare laPerseveranzadel giorno 8 che diceva essere quello degli insorti programma dirivoluzione, disaccheggio, didevastazione. Ma tornata la calma si può e si deve essere inesorabili verso chi continua nel mendacio e nella calunnia. Ed è dopo una settimana circa da che la repressione è compiuta e la verità si è fatta strada in tutti i giornali d’Italia che laPerseveranzascrive: «I nostri agitatori non sdegnano l’appoggio di quegli abbietti per costumi, rotti al vizio od al delitto, che continuamente escono e rientrano nelle carceri con fatale intermittenza di delitti e di castighi, e che, mentre non si mostrano nei momenti di calma, sbucano dall’ombra nei tempi di lotte cittadine; come non sdegnano l’appoggio di quegli anarchici dallo stampo francese qualificati perdémolisseurs, ravageurs, barberes de la Société» (15 Maggio). E dire che laPerseveranzaè l’organo del filosofo Negri!