XI.LE CAUSE ECONOMICHE DEI TUMULTI

XI.LE CAUSE ECONOMICHE DEI TUMULTI

I giudici più benevoli dei governanti italiani, i cittadini che non sono complici o comunque interessati nella repressione, riconoscono che nell’ultima, ancor prima che si tramutasse in confessata reazione, vi fu eccesso di difesa. Pochi hanno formulato questa colpa del governo italiano con tanta precisione quanto l’on. Galimberti, la cui opinione non è sospetta perchè anche lui è uomo di ordine come vogliono essere chiamati i nostri monarchici. Egli, trattando dellavera responsabilità, riconosce che essa sta nell’eccesso della repressione — specialmente a Milano, dove fu adoperato il cannone contro gli inermi. «Contro gl’inermi il cannone! egli continua. Ecco la colpa di tutti i governi deboli, francesi e spagnuoli, da che si dettero le costituzioni: aver adoperato le armi da fuoco contro gl’inermi... Chi si è assimilato la vita inglese, sa molto bene che le dimostrazioni inInghilterra assumono proporzioni maggiori che da noi. Si dicono e rimangono infatti dimostrazioni pacifiche solo perchè il governo si guarda bene dal provocare la rivoluzione adoperando le armi da fuoco. Esagerare i movimenti popolari, cambiare le dimostrazioni in tumulti, per mezzo di agenti provocatori, e i tumulti in rivoluzioni per mezzo di cannonate contro castelli in aria, è anche rivelazione d’insipienza politica».

Così scrive saviamente e onestamente un ex sottosegretario di Stato e non c’è da aggiungere che questo corollario: chi commette un eccesso di difesa è colpevole in diritto privato e merita una condanna — anche lieve. Non può essere diversamente in politica, dove dal diritto privato, male a proposito, è stato trasportato il principio della legittima difesa[53]. In Italia, nell’anno 1898 — in altri tempi le cose procedevano diversamente: lo vedremo — ai colpevoli anzichè pena toccò in sorte l’apoteosi: l’abbiamo visto. Di più: gli strumenti principali dell’eccesso di difesa, i militari, furono chiamati a giudicare le vittime!

Era possibile, era umano supporre, che essi sarebbero stati imparziali nella causa propria?

Intanto, per assurda ipotesi, si conceda che non ci sia stata sproporzione tra i tumulti e la repressione; che non ci sia stato l’eccesso di difesa esplicitamente ammesso dal Galimberti. Accettata questa ipotesi, sorge il dovere di un’altra disanima: perchè gl’italiani si abbandonarono alla sommossa?

In nome del diritto della difesa dello Stato si può ammettere che i rivoltosi, i tumultuanti siano anche impiccati; ma più che nel nome della giustizia, in quello della sapienza politica e della vera ragione di Stato, bisogna ricercare quali furono le cause che spinsero i cittadini al tumulto, o alla rivolta.

Questa indispensabile ricerca causale ha doppio interesse: 1.º assegna la vera responsabilità — massime in coloro, che col loro mal governo resero fatale la ribellione; 2.º provvede per lo avvenire: uomini veramente di Stato, infatti, non si contenteranno del ristabilimento momentaneo dell’ordine materiale, ma penseranno ad eliminare le cause che provocarono i tumulti, affinchè questi non si riproducano a scadenza più o meno lontana. Poichè, come ha riconosciuto un pubblicista dei più devoti alle istituzioni, «le cause delle ribellioni non sono mai negli uomini, ma nellecose; e ogni provvedimento, giudiziario o di polizia, contro gli uomini, non serve a nulla, finchè le cose restino dopo, quali erano prima degli avvenimenti» (Rastignac).

La causa occasionale degli ultimi dolorosi avvenimenti è nota: il rincaro fortissimo del prezzo del pane. Questo fenomeno, però, non fu che lascintilla, la quale dette fuoco alle mine preparate e pronte.

La causa occasionale, del resto, in sè e da per sè era bastevole a produrre i più gravi perturbamenti; poichè il caro del pane fu davvero straordinario: arrivò a 54 centesimi il chilogramma a Soresina; da 50 a 60 in Napoli. L’efficienza di questo prezzo elevatissimo del principale alimento degli italiani — alimento quasi esclusivo nelle masse del mezzogiorno — potrà valutarsi al giusto ponendo mente a queste circostanze: 1.º salari bassi; 2.º disoccupazione prevalente; 3.º consumo del pane scarsissimo, anche prima del suo rincaro. Nel 1895 il consumo giornaliero del grano era in Italia di grammi 330 per abitante, mentre elevavasi a grammi 533 in Francia[54]. Figuriamoci se non si doveva trattare di vera fame nel 1898 quando il prezzo del pane venne raddoppiato!

Ma se il pane divenne carissimo in Italia, perchè prendersela col governo e coi municipi? Le folle furono guidate dall’intuito, che non le ingannò: le imposte dirette ed indirette di ogni genere che governo e municipi fanno gravare su di un quintale di pane, rappresentano il 42,85% del suo prezzo totale. (Fioretti).

Nè si dica che questo abbandonarsi ai tumulti ed alle sommosse per il prezzo e per la scarsezza delpane, cui si riduce nella sua più semplice e genuina espressione il disagio economico, sia propria caratteristica degli italiani: i famosi anglo-sassoni subiscono la stessa influenza ed agiscono alla stessa guisa degli italiani quando stanno male economicamente. Uno dei protagonisti delcartismo, lo Stephens, diceva che il movimento non fu solo politico, ma fu sopratutto unaquistione di forchetta e coltello. E più di recente, celebrandosi il 60.º anniversario del regno di Vittoria, un altro scrittore constatava: «John Bull al verde è il più persistente dei malcontenti e svolge principi politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Ma quando è sazio di carne e di birra, ha poche idee e la sua soddisfazione è completa.»[55].

Altri, riferendosi a questi avvenimenti del 1898 esclusivi dell’Italia, giustamente osserva: il nostro paese è assai sciagurato, è il solo in cui fenomeni economici comuni a tutta Europa abbiano una ripercussione così terribile; altrove, mali come questi si sopportano e si tollerano: da noi divengono insopportabili e intollerabili e provocano alla disperazione. Una crisi economica genera subito qui una grande miseria e la miseria genera un movimento tumultuario e folle che lungi dal diminuire il male, lo fa più acuto e lo aggrava di mille doppi; quale speranza di posare, di respirare, di risorgere possono nutrire regioni intere in cui la vita normale, il lavoro, i commerci sono sospesi?»

Così il Deputato Oliva nelCorriere della Sera(1898 N. 122). Poteva aggiungere che tumulti per il pane non ce ne furono — almeno nelle proporzioni dell’Italia — nemmeno nei paesi, nei quali, sotto la pressione del forte rincarimento del prezzo dei cereali, i governi rifiutaronsi ad abolire, anche temporaneamente, il dazio doganale sui medesimi.

La ragione per cui una crisi economica comune a tutta l’Europa produce soltanto in Italia effetti che non produce altrove, è chiara, evidente e nota da alcuni anni: da noi questa crisi rappresenta la goccia, che fa traboccare il liquido dal vaso; non è una vera crisi, ma la fortissima riacutizzazione di una grave malattia cronica preesistente.

Di una condizione economica morbosa della Italia veramente eccezionale si conoscono da tempo gl’indici diretti ed indiretti — analfabetismo, delinquenza, contrazione di consumi, espropriazioni per inadempiuto pagamento d’imposte, emigrazione, ecc., ecc. — e fu cecità dei nostri uomini di governo e delle nostre classi dirigenti il non avere tenuto conto degli ammonimenti severi ed inesorabili, che venivano fuori da tutte le pubblicazioni statistiche ufficiali del Comm. Bodio e dei loro illustratori.

Non c’era bisogno di attendere i tumulti di Sicilia del 1893-94, nè quelli del resto d’Italia, per prevedere che ogni ulteriore aggravamento del disagio economico esistente — ogni altro accidente che presso popoli in condizioni normali sarebbe passato inosservato, fra noi avrebbe prodotto conseguenzegravi, che all’osservatore superficiale sarebbero sembrate sproporzionate alle cause[56].

I fatti recenti — tumulti di Sicilia, dei Castelli romani, ecc. — aprivano gli occhi anche ai ciechi; figuriamoci a coloro che avevano scienza e coscienza delle vere condizioni economiche dell’Italia!

Egli è così che un conservatore liberale vero e sincero, quale il Marchese De Viti De Marco, nell’Ottobre 1897 spiegava col generale malessere economico quei fenomeni. E l’eminente professore dell’Università di Roma soggiungeva: «La politica del governo va in cerca deisobillatori; invece è dessa che crea i pericoli.»[57]

La miseria dei lavoratori era trovata eccessiva e tale da non trovare riscontro in Europa se non in Irlanda, sin da quando Stefano Iacini — quale sobillatore! — scriveva il preziosoProemio all’Inchiesta agraria. D’allora ad oggi la situazione, specialmente pei contadini, è peggiorata.

Quale si era ridotta la situazione giova conoscerlo dalla confessione consacrata in un documento ufficiale ancora più prezioso delProemiodi Iacini. Eccolo: «Il progressivo e costante aumento dell’emigrazione che in un decennio ascende all’altissima cifra di 2,391,139, come si rileva dal prospetto qui unito desunto dall’annuario statistico del 1895, la permanenza delle cause che ingenerano lemanifestazioni di questo fenomeno sociale, e cioè il malessere profondo che affligge l’economia nazionale, la depressione generale dell’agricoltura e dell’industria, dovuta a ragioni di concorrenza mondiale e alla mancanza di capitali disponibili a miti condizioni per l’insufficienza del risparmio nazionale, la miseria dolorosa di alcune popolazioni agricole, la sovrabbondanza di lavoratori avventizi ognor crescente di fronte allo estendersi dei latifondi, alla soppressione dei grandi lavori pubblici, l’aumento stesso troppo rapido della popolazione povera, sono fatti di così grave importanza etico-sociale, che esigono la più alta e profonda considerazione da parte del governo.»

Chi è dunque quest’altro pericoloso anarchico, meritevole del domicilio coatto, che denigra l’Italia in faccia al mondo? L’on. Di Rudinì! Col brano sopra riportato, comincia, infatti, la relazione al disegno di legge:Costituzione dei Comuni rurali e delle borgate autonome, presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 13 Aprile 1897....

Potrei centuplicare le citazioni delle previsioni e dei giudizî analoghi al precedente, se non temessi di annoiare; ma non so resistere alla tentazione di riprodurre un brano di un discorso ispirato pronunziato da Giustino Fortunato in mezzo alla religiosa attenzione della Camera: «Io sono stato lungamente l’autunno scorso, diceva il rappresentante della Basilicata, in un angolo remoto del nostro Appennino, ove ho molto guardato intorno, molto osservato, molto ascoltato in tutte le classi sociali; ci sono tornato durante il periodo elettorale, e a me corre l’obbligo di dirviche noidormiamo sopra un vulcano!I lavoratori della terra nell’Italia meridionale,che nulla sanno di repubblica, nè di socialismonon hanno bisogno di essere agitati dalla propaganda dei partiti estremiperchè essi sono già abbastanza agitati e sospinti alla disperazione per conto loro; i lavoratori della terra tacciono laggiù, perchè credono di essere ancora deboli, ancora impotenti contro un ordine politico, la cui funzione principale è quella dell’esattore, la cui organizzazione tributaria rasenta il regime della confisca.Ma c’è nell’aria qualche cosa di quell’afa che annunzia e precede gli uragani, qualcosa, non so, come una tempesta sorda di odii e di rancori, che non può, a quanti aborrono, come io ne abborro, dalla violenza e dalla lotta di classe, non farci paventare e prevenire il pericolo. Ildisagio economico;questa è la vera debolezza d’Italia; questa la sola forza dei suoi nemici. E la scienza politica non è così miseramente superba, che debba, io credo, non solo rifiutare gli avvertimenti, ma sdegnare financo gli avvisi»[58].

Nelle parole di Giustino Fortunato che furono materialmente ascoltate con attenzione ed anche con emozione, c’è qualche cosa di fatidico; ma le parole non si tradussero in quella forza affettiva, che conduce all’azione; ed ebbero egual sorte di quelle pronunziate da me il 31 Gennaio 1893 all’indomani della strage di Caltavuturo.

Il discorso del Deputato di Melfi è del Maggio 1897, quando non era sopraggiunta e non era prevedibile la crisi eccezionale del pane, quando non erano scoppiati i moti dei Castelli Romani e meno ancora erano alle viste quelli delle Marche (Ancona, Sinigaglia, Macerata, ecc.); ma non c’era bisogno di questi ultimi svegliarini per sentire ch’era tempo ed era dovere di cittadino e di politico il dare il grido di allarme, perchè la condizione generale, che andavasi maturando da un pezzo era evidentemente disastrosa.

La visione chiara di tale situazione non l’avevano soltanto gli studiosi solitari, che hanno agio di ricercare i dettagli e l’insieme ad una volta, ma s’imponeva anche agli uomini di governo ai quali spesso, per voler guardare lontano e nel complesso, sfugge la percezione esatta della realtà e non si accorgono delle piccole magagne, che, talora all’improvviso, fanno scoppiare una caldaia e con essa tutta la macchina dello Stato.

Per citarne pochi ed autorevoli, ricorderò che ebbe questa percezione esatta della realtà Ruggero Bonghi — un ex ministro didestra— che nel monito famoso dato alprincipeavvertiva: «Il pericolo di offendere le istituzioni attuali in Italia è maggiore che in Inghilterra perchè l’Italia èmessa insieme appena da un terzo di secolo, malamente cementata, vanamente inquieta, conquassata da dolori di ogni sorta, ma tutti pungenti, economicamente disagiata, finanziariamente squilibrata, incerta in tutte le istituzioni sue civili e sociali, incalzata dal disavanzo, ed esitante o divisa tra il mantenere alleanze che le pesano o scioglierle con pericolo di essere minacciata da altre parti. E questo forse è peggio:che ciò che altrove è effetto di ricchezza mal distribuita,qui è effetto di miseria ugualmente distribuita.»[59].

Da Bonghi a Saracco, dalladestraallasinistra, da un temperamento e da una origine tanto diversa nell’uno e nell’altro, il salto è grande; ma a quattro anni di distanza, il secondo riesce alla esplicita conferma del giudizio del primo; e vi riesce con una dimostrazione che si può risparmiare ai lettori, perchè viene magnificamente riassunta nel titolo dell’articolo:Siamo poveri o non siamo?[60]

Lo stesso Saracco, immemore di essere stato compagno al governo di Francesco Crispi che colle sue follie militari era stato causa precipua del dissesto finanziario dello Stato ed economico della nazione, in una critica mordace delle illusioni e dell’ottimismo di Luigi Luzzati sulfondo di sgravio, dopo aver detto che leleggi in Italia si fanno per ingannare il prossimo, riesciva a questa conclusioneultra sobillatrice: «Che dire della serietà di queste promesse, innanzi ad un programma che le mette tutte bravamente a dormire? Non sarà ancora ilprotesto, ma sarà per lo meno lamoratoria, che precede ilfallimento. Ora i popoli sono pazienti, ma non sopportano a lungo di essere ingannati»[61].

Certamente questo è un linguaggio che se fosse venuto da un repubblicano o da un socialista, sarebbe stato ritenuto un eccitamento, una preparazione alla ribellione; ma, ripeto, esso corrisponde alle verità. Va notato altresì, che la condizione del bilancio, se direttamente riguarda lo Stato, rimane un indice eloquente della condizione economica della nazione: l’instabilità o ildeficitdell’uno rispecchia la corrispondente situazione dell’altra[62].

Alle illusioni sul bilancio dello Stato fanno riscontro quelle del risparmio nazionale, che dà luogo a tante volate liriche, basate esclusivamente sull’aumento dei depositi delle Casse di risparmio ordinarie e postali. Su questi aumenti in generale deve osservarsi, che sono un fenomeno naturale derivante dall’aumento parallelo della popolazione e dello spirito di previdenza che comincia a penetrare da per tutto e induce molti a collocare a tenui interessi quel peculietto che prima tenevano nascosto nel fondo di una cassetta; nonchè della sfiduciacrescente in altri istituti ed in altri impieghi. Infatti l’aumento nelle casse di risparmio ordinarie in lire 277 milioni dal 1886 al 1896 e di lire 205 milioni in quelle postali dal 1886 al 1894 ha la sua dolorosa contro partita nella diminuzione di lire 514 milioni di altre Banche e società di credito dall’anno 1886 al 1894 per alcune e 1895 per altre[63].

I calcoli e le previsioni degli uomini di governo, colla piccineria reale o immaginaria della nostra vita politica, si possono supporre suggeriti da quel pessimismo che viene dalla nostalgia del potere, quando se ne è lontani. Se così fosse, potremmo contentarcene; ma pur troppo ci sono i dati statistici obbiettivi che vengano dal Bodio o dal Mulhall, riescono alla stessa conclusione: alla miseria nostra assoluta, umiliante, messa al confronto colla ricchezza di altre nazioni. Egli è così che il Prof. Federico Flora — un avversario deciso del socialismo — poggiandosi sui dati del Bodio e capitalizzando i 54 miliardi di ricchezza totale della Italia al 5% assegna un reddito medio per ogni famiglia di lire 350 all’anno:reddito buono a lasciarci morire di fame, egli soggiunge[64].

Questa dolorosa condizione economica si connette intimamente — in gran parte sta con essa in relazione di causa ed effetto — col regime tributario italiano, che pare fatto apposta per assottigliare lo scarso reddito, per impedire la formazione di capitale riproduttivo, per iscoraggiare le industrie nuove. Un rapido sguardo al nostro meccanismo finanziario ed alla sua funzione, tradotti in poche cifre, vale più di molti lunghi discorsi e di qualunque elegante dimostrazione[65].

In Inghilterra il rapporto tra la spesa e la ricchezza è di1⁄77; in Francia di1⁄68; in Italia di1⁄32. E più chiaramente: supponendo unaricchezza di L. 10,000 sulla medesima un inglese pagherebbe L. 130, un francese L. 147, un italiano L.307. (Flora).

A più amare riflessioni dà luogo la ripartizione del prodotto delle imposte: la spesa.

Nel bilancio del 1895-96 figuravano:

Si apprende in questa guisa che le spese improduttive rappresentano l’80%; mentre per le produttive non resta che il 20% (Flora). Se si pensa che nelle spese dei servizi civili ci sono quelli che rendono — ad esempio poste e telegrafi — si scorgerà che la quota reale della spesa pei servizi civili è inferiore a quella sopra indicata; che era del 33% nel 1862. Evidente dunque il continuo peggioramento sotto questo aspetto: la contrazione delle spese pei servizi civili — specialmente nei lavori pubblici — spiega il crescente fenomeno della disoccupazione. (Conigliani).

Ma su chi pesano maggiormente le imposte che alimentano le spese pubbliche così malamente ripartite? Ecco il lato più doloroso della questione. Le cifre confermano la sintesi esposta altra volta dall’on. Giolitti, e cioè: che in Italia c’è una progressione tributaria al rovescio. Infatti sui 1361 milioni, che rendono i tributi — imposte sui terreni, sui fabbricati, sugli affari, consumi e lotto — 731 milioni pesano sui meno abbienti e sulle classi lavoratrici (Flora) ond’è che rimangono completamentegiustificati questi giudizii manifestati da due eminenti economisti appartenenti a due scuole diverse: «È cominciato un moto di reazione generale contro unsistema tributario selvaggio. Tutti gli interessi antagonistici delle classi dirigenti si rimettono di accordo quando si tratta di scaricare sulla massa dei consumatori una valanga di balzelli incivili e per affidare aipezzentiil patriottico compito di tenere in pareggio il bilancio». (De Viti De Marco). La disonestà, pari soltanto alla impreveggenza delle classi dirigenti, rese addirittura intollerabile la condizione delle classi lavoratrici. «Nei Comuni si può, sotto l’egida delle leggi, col beneplacito dell’autorità tutoria, dare ascolto alle clientele locali, alle coalizioni di vergognosi interessi aggravando la mano sui più deboli contribuenti,» (Conigliani)[66]. L’iniquità tributaria così è completa: comincia per conto dei Comuni e si completa per conto dello Stato.

Ma vi sono sofferenze e sofferenze; variano per la intensità da una classe all’altra, dall’una all’altra regione.

Dove sono stabilite delle industrie importanti e che rivestono il carattere della moderna grande industria, non si può negare una relativa prosperità non ostante laintransigenzae lapedanteria del fisco, stigmatizzata fieramente da un ex ministro del Tesoro, che spesse volte la costringe ad emigrare[67]. Ma le miserie incommensurabili si riscontranonelle regioni agricole; perchè il fisco italiano pare che abbia preso di mira specialmente l’agricoltura: con questa c’è la morte. I dettagli di questa persecuzione del fisco contro l’agricoltura sono scandolosi; ma qui basta ricordare i termini estremi di questo esoso e pazzesco fiscalismo. Mentre la terra tra tributi erariali e locali, paga il 16 per cento in Francia, il 15 in Germania, dal 13 al 20 in Inghilterra, in Italia le imposte assorbono dal30al50per cento del reddito prediale (Flora). In conseguenza di questo brutale sistema l’Italia vince ilrecordnelle espropriazioni per causa d’imposta: ci furonosessantaquattromilavendite d’immobili rustici ed urbani dal 1 gennaio 1884 al 31 dicembre 1895, cioè 567 espropriazioni per ogni 100 mila abitanti e per ogni 3000 proprietari. Il 18,90% dei proprietari è stato espropriato! Queste cifre divengono più imponenti quando si considera: 1.º che nel 1895 il 76 per cento dei beni espropriati rimase aggiudicato al demanio, perchè non trovò acquirenti; 2.º che nel 62,49 per cento dei casi il prezzo di aggiudicazione dello immobile espropriato fu inferiorea 50 lire. Sono cose orribili e vergognose, esclama il Fioretti[68].

E lo stesso Fioretti saviamente osserva che più iniqua dell’imposta fondiaria riesce l’imposta agraria di ricchezza mobile sopratutto, perchè nelle campagne e nei piccoli centri nulla sfugge all’occhio linceo del Fisco, mentre nelle grandi città si può fortunatamente calcolare che almeno il 50 per cento del reddito tassabile sfugge all’imposta. È questa una fortuna singolare, egli soggiunge; se fosse altrimenti, la vita economica dell’Italia sarebbe materialmente strozzata da un giorno all’altro[69].

Con ciò rimane dimostrato che l’antica affermazione del De Laveleye sul collettivismo fiscale non è una immagine rettorica, ma una rigorosa realtà, che induce il Flora e il Fioretti a riconoscere che il vero nemico della proprietà privata in Italia è lo Stato e non il collettivismo; il primo fa fatti; il secondo semina idee; il Fisco rappresentaun pericolo presente; il collettivismo un pericolo futuro e assai remoto[70].

Le maggiori sofferenze dell’agricoltura e delle classi agricole dicono di primo acchito che il disagio economico dev’essere di gran lunga superiore nel mezzogiorno d’Italia e nelle sue due maggiori isole. Questo disagio maggiore vi è sottolineato: 1.º dalla più numerosa emigrazione delle classi agricole; 2.º dai minori consumi; 3.º dal maggiore numero di espropriazioni; 4.º dalla enorme sproporzione nello accumolo dei risparmi. E mi fermo a questi soli quattro indici diretti della condizione economica[71]. Essi bastano ad assodare irrefragabilmente la miseria squallida del mezzogiorno prevalentemente agricolo e la relativa agiatezza del settentrione prevalentemente industriale; o dove, almeno l’industria è tanto prospera che rimargina le ferite sanguinanti dell’agricoltura[72].

Queste diversità di condizioni economiche spiega tutta la fenomenologia sociale diversa tra il settentrione e il mezzogiorno e dà la ragione dei tumulti più frequenti, che si deplorano nella bassa Italia, sebbene non vi esistano nè socialisti almeno organizzati come partito — nè propagande socialiste e meno ancora repubblicane[73].

È la miseria maggiore, che spinge per fame ai tumulti; e la miseria è determinata da un sistema tributario la cui rapacità supera quella deplorata da Salviano; quella descritta da Vauban nella suaDime Royalsotto l’Ancien régime.Nessuno si meraviglia più che siffatte cause in Francia abbiano dato come risultato la grande rivoluzione dell’89; c’è da meravigliarsi come non lo abbiano dato altrove. Lo daranno in Italia, se non si muterà strada. Di ciò cominciano ad essere convinti anche i conservatori.

Un conservatore dei più convinti qual’è il Fioretti, nel mezzogiorno riconosce che gli ultimi moti sono stati l’espressione della profonda crisi economica che travaglia la patria nostra; e la crisi alla sua volta è determinata unicamente dalla enormitàdel nostro sistema tributario. Di che, in teoria, pare che siano anche convinti i conservatori lombardi.

LaCostituzionaledi Milano, il 7 giugno 1898, votò un ordine del giorno in cui invocava lasollecita restaurazione degli ordini economici ed amministrativi del paese affine di scemare il disagio che lo affligge.

L’on. Colombo in altra riunione della stessa associazione (17 maggio) dissedisastrosissime le nostre condizioni economiche. Non fu meno severo l’onorevole Prinetti, parlando alCircolo Popolare(20 Maggio), verso il Fisco e verso il nostro sistema tributario; ivi e allora un Socio dello stesso circolo, l’Albasini Scrosati, disseprofonda la miseria del paese. Si commossero anche i giovincelli dell’Associazione monarchica fra gli studenti che trovarono non solo soverchiamente fiscale il nostro sistema tributario, ma anche gravante in modo sproporzionato sulle classi meno abbienti[74].

Mi sono fermato sui giudizi dei conservatori lombardi con particolarità perchè essi sono stati esono i più rabbiosi nell’invocare ferro, fuoco e galera contro isovversivi; essi, perciò, erano i più interessati nel diminuire l’importanza delle cause vere dei tumulti. Pure l’evidenza si è imposta anche a loro e li ha costretti a confessioni che suonano condanna severa dei loro metodi di governo; metodi di governo che si riassumono nella esclamazione brutale, ma vera di Don Albertario. «Ah! canaglie, voi date piombo ai miseri che avete affamato e poi vi lanciate contro i clericali!»[75].

Concludo. Ci furono altri e veri responsabili degli ultimi tumulti; coloro che li prepararono e li resero fatali: i governanti e le classi dirigenti[76]. Chi pensa che quei tumulti potevano essere evitati; chi pensa che non si ripeteranno se si continuerà nei vecchi metodi di governo ignora la storia. La grande sobillatrice è stata e sarà la fame; e in Italia il padre premuroso delle sobillatrice è il Fisco.

Ma i tumultuanti, si domanda, colla violenza migliorarono forse la loro sorte? A questa domanda si può rispondere colla esperienza politico-sociale; tutte le grande riforme economico-sociali, anchenella stessa Inghilterra, furono precedute e provocate da tumulti e da violenze. Il poco che si è ottenuto in Sicilia si deve alla insurrezione del 1866 e ai tumulti del 1893; il poco che si è ottenuto in Italia — alleviamento prima, ora abolizione del dazio comunale sulle farine, la sospensione del dazio governativo sui cereali — si deve ai tumulti del 1898! Così non dovrebbe essere; ma così è! I tumulti, perciò, nuociono alle vittime; giovano alle collettività.

A chi biasima e condanna la violenza, che anche io biasimo e condanno, ritorcendo l’argomento si può chiedere: forse furono permesse le dimostrazioni pacifiche? forse i ministri non dissero ricca l’Italia e capace di sopportare nuove imposte? forse la dimostrata irrefragabile miseria indusse il governo a far senno?

E poi: sotto gli stimoli della fame si pretende che gli uomini ragionino! Ma ragionarono mai le folle impulsive? e perchè avrebbero dovuto ragionare in Italia, dove in quarant’anni nulla si fece per elevarne la cultura intellettuale e morale?


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